Nuovo Regno

L’ANATRA PORTAPROFUMI

Di Ivo Prezioso

Mi ha molto colpito questo contenitore per profumi, apparso sul N. 19 del maggio 2019 della rivista NileMagazine. Lo trovo straordinariamente raffinato ed elegante. La didascalia recita: Contenitore per cosmetico a forma d’anatra © WALTERS ART MUSEUM, BALTIMORA. INV. NO. 71.519

Le ali di questo affascinante contenitore per cosmetici, realizzato in avorio di ippopotamo/elefante ed osso, si aprono verso l’esterno, rivelando il vano in cui inserire il prodotto.

La coda dell’ anatra è legata alla fertilità e alla rigenerazione, come a simboleggiare che il trucco contenuto in un oggetto avente queste sembianze avrebbe aiutato il suo utilizzatore a compiere una vera e propria magia di ringiovanimento e rigenerazione. Il reperto è datato al Nuovo Regno.

Trovo assolutamente straordinaria la realizzazione delle ali mobili e la loro decorazione.

Foto: The Walters Art Museum, Baltimora MD

Nuovo Regno, Oggetti rituali

IL GIARDINO FUNERARIO

Di Patrizia Burlini

Qui è rappresentato il particolare di un rilievo dalla Tomba di Renni a El Kab (Renni era nomarca di el Kab per Amenhotep I e Grande Sacerdote di Nekhbet), raffigurante due danzatori muu con copricapo (in basso a destra) in piedi all’interno di un edificio, accanto a un giardino con piscina rettangolare, palme, sicomori e due obelischi. Il dio funerario Anubi si trova in una sacrario a sinistra.

Secondo Emma Brunner-Traut in “Der Tanz im Alten Ägypten (La danza nell’antico Egitto, 1938)“ gli spazi che si trovano sopra i due muu sono probabilmente una rappresentazione delle stanze interne dell’edificio mentre questo giardino rappresenta il giardino ideale per gli Egizi della XVIII Dinastia, con alberi, obelischi ed una bella piscina.

Forse avrete notato anche un particolare nel giardino e cioè un reticolo verde. Si tratta del cosiddetto Giardino Funerario, un rettangolo di circa 3 x 2 metri, diviso in compartimenti interni destinati ad ospitare diverse varietà di fiori , piante e frutti dal valore simbolico, soprattutto durante i riti funerari. Tra di esse l’albero della Persea (rinascita), i fiori di loto (rinascita), la lattuga (fertilità), il tamarisco ecc

Ebbene, nel 2017 gli archeologi spagnoli del Progetto Djehuty diretto dal Prof. José Manuel Galán hanno ritrovato per la prima volta, sulla collina di Dra Abu el-Naga, vicino a Luxor, un antico giardino funerario, di fronte alla tomba di Sinuhé, un alto funzionario egiziano vissuto nel 1900 a.C., durante il regno del faraone Sesostri I, XII Dinastia.

Il giardino funerario scoperto dal Progetto Djehuty diretto dal Prof. José Manuel Galán, sulla collina di Dra Abu el-Naga, vicino a Luxor
Altra immagine del giardino funerario scoperto da Progetto Djehuty diretto dal Prof. José Manuel Galán sulla collina di Dra Abu el-Naga, vicino a Luxor

Nel giardino era ancora presente la radice e il tronco di un tamarisco e una ciotola con frutta e datteri, resti di un’offerta rituale.

Una ricostruzione del giardino funerario scoperto da Progetto Djehuty diretto dal Prof. José Manuel Galán sulla collina di Dra Abu el-Naga, vicino a Luxor

Tra i semi identificati nel giardino, sono stati trovati coriandolo, un tipo di cucurbitacee, simile a un melone non dolce, e parti di fiori della famiglia delle asteracee.

La ciotola con i datteri d la frutta trovata lungo il recinto del giardino funerario

Fonti:

Approfondimenti:

Cose meravigliose, Nuovo Regno, Tutankhamon, XVIII Dinastia

LA MUMMIA DI TUTANKHAMON

Di Andrea Petta

Carter 256 – Museo Egizio del Cairo

La mummia del Faraone fu probabilmente la parte più deludente della scoperta della tomba. Visto che alcune delle mummie trovate nella DB320 erano in ottime condizioni (soprattutto quelle di Sethi I e Ramses II) nonostante fossero state parecchio “sballottate” in tempi antichi e moderni, ci si aspettava di trovarsi di fronte ad una sorte di capolavoro dell’arte imbalsamatoria egizia.

Come tutti sappiamo, purtroppo così non fu. L’eccesso di unguenti e resine versate sulle spoglie del re avevano creato una sorta di “combustione” della parte organica, ma si è ipotizzato che anche altre cause abbiano contribuito al non perfetto stato di conservazione.

L’ESAME ORIGINALE

Forse la più strana sala autoptica della storia: nel corridoio esterno della tomba di Seti II il Prof. Derry effettua la prima incisione sul corpo mummificato di Tutankhamon. A sinistra Carter, chinato verso la mummia, e, più indietro, Mace. A destra, accovacciato, Saleh Bey Hamdi in rappresentanza del governo egiziano.

L’esame della mummia è stato effettuato dal Prof. Derry del Cairo, assistito dal dottor Saleh Bey Hamdi l’11 novembre del 1925, in una sala autoptica inusuale: il corridoio esterno della tomba di Sethi II. Si vide subito che le bende erano estremamente fragili e non sarebbe stato possibile svolgerle; Lucas suggerì quindi di impregnarle di paraffina e tagliarle in modo da non compromettere la disposizione originaria sia di bende che degli oggetti rituali frapposti ad esse. Dei tamponi di lino erano stati inseriti per mascherare le protuberanze causate dagli oggetti e per ricomporre la figura di un giovane tonico.

Un altro momento dell’esame autoptico.

In tutto ben 143 oggetti furono ritrovati tra le bende della mummia.

Nel complesso l’altezza della mummia risultò di 1,63 m, ma dalla lunghezza delle ossa degli arti è stato calcolato che Tutankhamon fosse alto 1,68 metri – un’altezza compatibile con quella delle due statue-guardiano all’ingresso della camera sepolcrale che lo raffigurano. L’età calcolata dalla ossificazione delle epifisi delle ossa lunghe risulta tra i 18 ed i 20 anni al momento della morte.

Gli arti del Faraone erano stati fasciati singolarmente prima di essere richiusi nella fasciatura esterna. Le braccia flesse sull’addome, e non incrociate sul petto, in posizione nettamente anomala per un Faraone egizio; l’avambraccio sinistro più in alto del destro ed entrambi ricoperti di braccialetti. Dita di mani e piedi erano avvolte in guaine d’oro su cui erano riprodotte le unghie e le prime falangi; i piedi calzati con sandali d’oro lavorati a sbalzo per imitare una suola di giunchi intrecciati.

La testa mozzata, con ancora indosso la cuffietta di lino ma senza fascia d’oro, 1925. Un chiaro “indizio” di come la salma sia stata smembrata e poi ricomposta.

Quando fu scoperto il volto, le narici erano chiuse da una sostanza resinosa, di cui uno strato era stato passato sugli occhi e sulle labbra della salma. Gli occhi non erano però stati trattati in modo particolare e mantenevano ancora le lunghe ciglia del Faraone. Il naso leggermente schiacciato dalle bende; le orecchie piccole, con i lobi forati (non piccoli i fori, 7.5 mm di diametro).

Una cicatrice sulla guancia sinistra, in corrispondenza con uno strato più sottile del metallo della maschera nello stesso punto ed alla puntura di insetto di Lord Carnarvon, è stata ovviamente sottolineata dagli amanti della maledizione del Faraone, tra cui Lady Carnarvon…

La radiografia della maschera con evidenziato il punto più sottile sulla guancia sinistra, dove si era ferito anche Lord Carnarvon, corrispondente ad una cicatrice sulla guancia del Faraone

Derry annotò una netta prominenza della parte occipitale del cranio, attribuendo una stretta parentela con lo scheletro ritrovato nella tomba KV55, all’epoca identificato come Akhenaton. La cavità del cranio era vuota, a parte un residuo di sostanza resinosa secondo la pratica di mummificazione dell’epoca.

I denti del giudizio erano appena spuntati, confermando la giovane età del faraone al momento della morte.

L’incisione addominale per rimuovere i visceri era quasi orizzontale, sul lato sinistro del corpo, quindi un’altra anomalia rispetto ad altre mummie della XVIII Dinastia, in cui il taglio è molto più verticale. La piastra d’oro posta di solito a chiusura dell’incisione era assente (forse spostatasi?). Non era presente nel petto né il cuore originale né un amuleto del cuore sostitutivo, ennesima anomalia.

La differenza tra le incisioni praticate per estrarre gli organi interni tipiche della XVIII Dinastia (a sinistra ed al centro) e quella praticata sul corpo di Tutankhamon (a destra). Da “Tutankhamen il Faraone dimenticato” di Philipp Vanderberg.

Il regale membro era trattenuto in posizione eretta dalle fasciature della zona genitale, unico caso conosciuto finora.

Carter fu pesantemente criticato per la scelta di eseguire un esame completo della mummia da chi riteneva più giusto lasciare indisturbato il corpo del Faraone. Ma, come abbiamo visto, la pessima esperienza di quanto successo con Amenhotep II, la cui salma è stata dilaniata a caccia di oggetti preziosi poco tempo dopo essere stato nuovamente inumato nella sua tomba, aveva tolto ogni dubbio agli scopritori su cosa fare.

Alcuni dei disegni con cui Carter annotò la posizione di ogni singolo oggetto ritrovato tra le bende del Faraone

Ma l’estrazione della salma dall’ultima bara e dalla maschera funebre non fu senza danni: la testa fu spiccata dal corpo, come pure tutti gli arti lunghi. Altri danni furono inferti, misteriosamente anni dopo.

Un’altra foto “traditrice”: la mano sinistra mozzata, fotografata per mettere in evidenza le guaine d’oro poste sopra le dita e gli anelli con i cartigli di Tutankhamon

Tutankhamon al momento della re-inumazione, 1926

L’ESAME DEL 1968

Una seconda autopsia fu effettuata nel 1968 dal Prof. Harrison di Liverpool (ricordate? Quello che aveva determinato l’età dell’occupante della KV55 in 20-22 anni, togliendo credito all’identificazione come Akhenaton) e per la prima volta il corpo di Tutankhamon fu radiografato.

Qualcosa era però successo nei 40 anni intercorsi.

La mummia fu riesumata pesantemente danneggiata. La cassa toracica sfondata, mancavano lo sterno, diverse costole, le clavicole; le palpebre asportate, il pene disperso (ritrovato anni dopo). Le braccia erano in posizione distesa lungo i fianchi e non più incrociate sull’addome. Era stata rubata la calottina che copriva il cranio. Nessuno sa cosa sia successo, né è facile fare delle ipotesi. Il corpo era stato fotografato ricomposto al momento della nuova tumulazione nel sarcofago, ed era apparentemente integro.

Nel dettaglio le differenze tra la foto del 1925 e lo stato attuale. Manca la cuffia in lino, le palpebre risultano asportate/distrutte, sono sparite le clavicole, il collare che si pensa coprisse lo squarcio sul petto (ma le costole sono ben presenti nella prima foto), le braccia hanno cambiato posizione

Da notare che Harrison non menzionò affatto queste anomalie nella sua pubblicazione; il suo scopo era soprattutto l’analisi del cranio e della colonna vertebrale.

Comunque, l’esame radiografico non mostrò traccia di incidenti mortali. L’analisi delle vertebre le mostrò normali, nessuna traccia di tubercolosi. Un frammento d’osso fu visto all’interno della scatola cranica, inizialmente individuato come un frammento staccatosi dalla cavità nasale durante il processo di mummificazione, ma poi oggetto di illazioni su una presunta ferita da mazza o da freccia.

La radiografia del cranio del 1968. I due diversi strati di resina visibili sotto la calotta cranica, in alto, ed a destra nella zona occipitale sono indicati dalle frecce nere. Vicino a quest’ultima, il frammento d’osso che ha generato le ipotesi di assassinio del re (freccia dritta bianca). La freccia curva bianca indica il possibile secondo percorso di estrazione del cervello attraverso il forame magno

Ma – altra anomalia – la sostanza resinosa si era solidificata nel cranio in DUE posizioni differenti, una prima mentre il corpo era disteso ed una seconda con la testa rivolta verso il basso, in posizione capovolta. Probabilmente una seconda operazione di asportazione del cervello è stata effettuata dal forame magno posteriore, non si capisce perché in posizione capovolta.

Nel 1978 una seconda riesumazione fu effettuata dall’ortodontista James Harry per ottenere delle immagini migliori della dentizione del faraone, cosa che era stata impossibile nel 1968. A causa di tensioni politiche, era stato impossibile portare il corpo di Tutankhamon fuori dalla tomba, quindi le radiografie erano state fatte con un apparecchio portatile.

Nel 1978 venne effettuata una radiografia molto più definita e precisa rispetto a quella del 1968. Il frammento d’osso è molto più visibile, come anche la sedimentazione della resina usata

LA TAC DEL 2005

5 gennaio 2005: Zahi Hawass presiede l’apertura della prima bara per prelevare il corpo del Faraone e sottoporlo ad una TAC

Una TAC è stata effettuata nel 2005, voluta da Zahi Hawass per controllare l’ipotesi di un assassinio del Faraone.

Viene estratta nuovamente la cassa in legno riempita di sabbia in cui era stato inumato il Faraone nel 1926

L’esito riportato fu che:

L’intera squadra concorda sul fatto che NON ci sono prove di un omicidio presenti nel cranio di Tutankhamon. Non c’è NESSUNA zona sul retro del cranio che indichi un colpo parzialmente guarito. Ci sono due frammenti ossei all’interno del cranio. Questi non possono essere stati causati da una ferita prima della morte, poiché sarebbero rimasti intrappolati nel materiale per l’imbalsamazione. Il team scientifico ha abbinato questi pezzi alla vertebra cervicale fratturata e al forame magno, e ritiene che questi siano stati rotti durante il processo di imbalsamazione o dal team di Carter”.

L’esame rivelò però una frattura del femore sinistro, quasi all’altezza del ginocchio (la cui rotula era allentata e fu staccata durante la prima autopsia), una frattura presumibilmente perimortem (ma questo fatto è stato contestato) – di per sé non mortale, ma la cui infezione avrebbe potuto essere fatale. Altri studiosi credono però che la frattura sia stata causata dal team di Carter (nessuna evidenza di ematoma alla TAC); la questione è aperta.

Indicata dalla freccia a sinistra la frattura del femore che si ipotizza sia dovuta ad un incidente con il carro

LE DIVERSE IPOTESI

Il corpo del Faraone preparato per la TAC del 2005

Nel corso del tempo sono state azzardate diverse affermazioni su Tutankhamon (in parte derivate dall’iconografia di Akhenaton), senza un reale fondamento. Vediamone alcune:

Forbes (1998): era debole a causa degli incroci fra consanguinei. PERÒ: la madre putativa Kiya non era consanguinea di Akhenaton

Weller (1972): soffriva di ginecomastia ed infertilità. PERÒ: i due feti trovati nella tomba indicherebbero che Tutankhamon fosse fertile

Smith (1923): soffriva della sindrome di Froelich (come suggerito per Akhenaton al tempo). PERÒ: entrambi erano fertili.

Burridge (2000): soffriva della sindrome di Marfan (deficit di tessuto connettivo con danni diffusi a scheletro, occhi, cuore ed altri organi). PERÒ: nessuna prova trovata nell’analisi genetica di Hawass del 2010

Creizel (1980): era celiaco (?). PERÒ: nessuna prova tangibile

Walsche (1973): definisce una “sindrome di Tutankhamon” (sviluppo seno, prominenza addominale, piede piatto). PERÒ: ipotesi derivata dalla raffigurazione in alcune statue, nessuna evidenza sul corpo

Boyer (2003): soffriva della Sindrome di Klippel-Feil (fusione delle prime due vertebre cervicali e ridotta possibilità di movimento). PERÒ: nessuna evidenza nella TAC del 2005

Doherty (2002) e Hawass (2010): soffriva di sindromi malformative del piede destro e piede sinistro equino, testimoniato anche dai 120 bastoni trovati nella tomba. PERÒ: nessuna evidenza nell’esame del 1925, contestazioni di esperti sul piede equino, presenza di bastoni cerimoniali in diverse altre tombe.

Doherty (2002): la testa rasata del Faraone suggerisce che i medici cercassero una lesione cerebrale o l’origine di una patologia. PERO’: era pratica comune per i nobili radersi ed usare parrucche per ragioni igieniche.

Sempre Doherty (2002): Tutankhamon soffriva di *pectus carinatum* o “petto del piccione” (protrusione sterno e costole). PERO’: nessuna evidenza nei ritratti del re; sterno e costole sono andate perse e nessuna possibilità di verifica

Ashrafian (2012): era epilettico. PERÒ: nessuna prova tangibile

El-Mahdy (1999) e Doherty (2002): aveva un tumore cerebrale (meningioma). PERÒ: nessuna evidenza dall’esame del cranio e dalla TAC

Le prime immagini della TAC

Sempre Zahi Hawass ha pubblicato nel 2010 un contestatissimo lavoro (Ancestry and pathology in King Tutankhamun’s Family. Journal of the American Medical Association 303, 638–647 (2010) in cui ipotizzava la malaria come causa principale di morte di Tutankhamon sulla base del ritrovamento di frammenti del DNA del Plasmodium falciparum nel corpo del Faraone. In realtà la malaria era endemica nell’Antico Egitto, e la malaria nelle zone endemiche può avere esiti fatali nei bambini piccoli e nelle donne incinte, non negli adulti. È altamente improbabile che il giovane regnante sia morto per questo. Curiosità: il gruppo sanguigno del Faraone era A+, lo stesso dello scheletro della KV55 (Akhenaton/Smenkhare).

Le lesioni metatarsali al piede sinistro di Tutankhamon e l’accorciamento del secondo dito dello stesso piede sarebbero invece sintomi di anemia falciforme, una patologia dimostrata già nell’Egitto predinastico. Anche il prognatismo mascellare (overbite) mostrato nella scansione del 2005 sarebbe compatibile con una diagnosi di anemia falciforme (Timman e Meyer, 2010).

La testa, oggi

La frattura al femore ha alimentato l’ipotesi di una ferita per una caduta dal carro, presumibilmente durante una battuta di caccia. La ferita infetta avrebbe ucciso il Faraone. Da notare però che secondo alcuni studiosi la frattura risalirebbe alle “manovre” di carter per liberare il corpo del Faraone

Le costole sono un altro mistero: secondo Benson, il taglio sui monconi rimasti sono troppo netti per essere stati fatti su un osso di 3000 anni fa (si sarebbero sbriciolati); secondo lui sono stati effettuati dall’imbalsamatore che si era trovato davanti un corpo dilaniato, con uno squarcio sul petto con perdita del cuore e dello sterno. Uno scenario molto cruento, coperto sulla mummia da un collare di perline posto direttamente sulla pelle della salma e che avrebbe coperto lo squarcio.

In definitiva le principali ipotesi finora formulate comprendono:

1) Un assassinio da parte di una congiura di palazzo.

Elementi a favore: morte improvvisa di un giovane apparentemente ben nutrito anche se gracile; periodo storico molto critico; mancanza di un erede diretto. Candidati colpevoli: Ay o Horemheb

Elementi contro: non ci sono tracce di ferite intenzionali inferte; il frammento di osso nel cranio sembra conseguente alla procedura di mummificazione

2) La malaria

Elementi a favore: tracce di DNA del Plasmodio della malaria sono stati ritrovati nella salma di Tutankhamon

Elementi contro: in un’area dove la malaria era endemica è estremamente improbabile che un giovane adulto ben nutrito e ben curato possa soccombere alla malattia

3) Un incidente con il carro

Elementi a favore: le fratture del femore e (forse) delle costole sarebbero compatibili con un incidente con il carro da caccia o da guerra, oppure dal calcio di un cavallo. Le anomalie dell’imbalsamazione potrebbero essere dovute ad una procedura approssimativa “sul campo”. Nel Talmud si fa (forse) riferimento ad una caduta di un Faraone dal carro.

Elementi contro: secondo diversi esperti, le fratture sono post-mortem, probabilmente risalenti al 1925 nel caso del femore e al periodo tra il 1925 ed il 1968 per le costole. Improbabile che il re fosse così inesperto da subire il calcio di un cavallo.

4) Una malattia ereditaria (epilessia; anemia falciforme)

Elementi a favore: alto grado di consanguineità nella XVIII Dinastia, elementi scheletrici compatibili

Elementi contro: la presunta madre di Tutankhamon, Kiya, non era parente del presunto padre, Akhenaton; mancanza di prove dirette

5) Ucciso da un ippopotamo

Elementi a favore: lo squarcio nel torace; assenza del cuore; assenza dello scarabeo del cuore (Harer, 2006). Curiosamente, la stessa morte descritta da Manetone per Menes, il primo Faraone

Elementi contro: nessuna certezza che lo squarcio sia avvenuto ante mortem; mancata descrizione dello squarcio nell’autopsia di Derry. La guardia personale del Faraone lo avrebbe protetto (precedente caso di Tuthmosis III con un elefante)

6) Avvelenato

Elementi a favore: nessuno, o meglio, la mancanza di altri indizi evidenti della causa di morte di un giovane nobile

Elementi contro: nessuna prova

Fino all’emergere di nuove evidenze, la causa della morte di Tutankhamon rimarrà un mistero

Tutankhamon, ad oggi, riposa così. A causa dello spostamento della prima bara al GEM per il restauro non è più nella camera sepolcrale ma nell’Anticamera. Privato dei sacrari, del sarcofago, delle bare e della maschera, spogliato di ogni amuleto protettivo. Dilaniato, spezzato, tagliato letteralmente in due e pietosamente ricomposto. Forse non esisteva un altro modo, ma di tutto ciò che era presente nella sua tomba, forse quello che ha ricevuto meno cure e meno attenzioni è stato proprio lui.

FONTI:

  • Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
  • Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
  • Forbes D. et al. Tutankhamen’s Missing Ribs. KMT San Francisco, 2007
  • Boyer R et al. The Skull and Cervical Spine Radiographs of Tutankhamen: A Critical Appraisal. American Journal of Neuroradiology Jun 2003, 24 (6) 1142-1147
  • Harer, W. Benson. “New Evidence for King Tutankhamen’s Death: His Bizarre Embalming.” The Journal of Egyptian Archaeology 97 (2011): 228–33.
  • Rühli, F.J., Ikram, S., Purported medical diagnoses of Pharaoh Tutankhamun, J. Comp. Hum. Biol. (2013),
Nuovo Regno, XVIII Dinastia

LE PLACCHE DELLA FAMIGLIA DI AMENHOTEP III

LA PLACCA DI HENUT TANEB

Di Luisa Bovitutti

In questa placca finemente incisa la principessa Henut Taneb è raffigurata accanto ai suoi genitori Tiye e Amenhotep III ed a sua sorella Isis; l’oggetto è realizzato in corniola, una pietra semipreziosa che gli Egizi chiamavano “sole al tramonto” e ritenevano capace di allontanare il malocchio e di garantire la pace.

Questo splendido reperto, probabilmente parte di un bracciale, è custodito al MET di New York.

La placca misura cm. 2,3 in altezza, cm. 4,1 in larghezza e cm. 0,2 in spessore e raffigura al centro Amenhotep III in trono, con la doppia corona, il flagello e lo scettro uncinato (sopra di lui il cartiglio con il suo nome di incoronazione Neb-maat-ra); davanti a lui, in piedi, le due figlie Henut Taneb e Iside (o Iset) sormontate dai cartigli dei loro nomi, che tengono in una mano il segno ankh e nell’altra un sistro.

Alle spalle del re, su di un trono più piccolo di quello del consorte, la grande sposa reale Tiye (identificabile dal cartiglio inciso sopra di lei), che indossa un abito lungo e stretto, collana e bracciali ed un copricapo ornato da due alte piume; dietro la regina si trova il portatore di flabello.

La circostanza che i nomi delle figlie di Amenhotep III siano iscritti in un cartiglio, privilegio riservato ai sovrani ed alle regine, inducono a ritenere che egli le sposò; il titolo di “Grande sposa reale” è tuttavia attestato solo per Sitamon e per Iside, le due sorelle maggiori di Henut Taneb.

FONTI

LE PLACCHE DEL GIUBILEO

Di Luisa Bovitutti

Howard Carter fu incaricato da Lord Carnarvon di cercare reperti egizi per la sua collezione, e nel 1912 acquistò altre tre placche simili a quella di Henut Taneb, anch’esse in origine probabilmente incastonate nell’oro a formare un bracciale; nel 1926, dopo la morte del Lord, essi furono comprati da Edward S. Harkness che li donò al Met di New York, ove si trovano tuttora.

Le squisite incisioni, realizzate con estrema maestria su di una pietra difficile da lavorare per la sua durezza, inducono a ritenere che le placche siano state prodotte dagli artigiani reali; due di esse, in corniola, commemorano forse uno degli heb sed del sovrano, che appare con l’abito tradizionale del giubileo con la sua regina e in un caso anche con due principesse, che gli porgono la “palma degli anni” come augurio di un regno lungo e prospero.

Nella seconda di esse Amenhotep III è rappresentato nel momento della cerimonia in cui, dopo aver rinnovato le sue forze vitali, viene incoronato nel doppio padiglione e compare sia come re del Basso Egitto indossando la corona rossa che come re dell’Alto Egitto indossando la corona bianca.

Sul padiglione splende il disco solare alato e ad entrambi i lati la regina Tiye è in piedi di fronte a lui.

Sul lato sinistro, un piccolo cartiglio lo designa “Nebmaatra, dotato di vita” e Tiye porta il segno Ankh verso il viso del marito e con la mano destra tiene una “palma degli anni”; sul lato destro, la regina presenta con la mano destra il cartiglio del marito e con la mano sinistra tiene un’altra “palma degli anni”.

La scena è incorniciata da due colonne di geroglifici. A sinistra: “Il buon dio, Signore delle Due Terre, Neb-maat-ra, dotato di vita eterna”; a destra: “Figlio di Re, dal suo corpo, Amenhotep, sovrano di Tebe, dotato di vita eternamente”.

FONTI:

LA PLACCA DI TIYE COME SFINGE

Di Patrizia Burlini

La terza placca intagliata in corniola, parte di un braccialetto, probabilmente raffigura la regina Tiye sotto forma di sfinge alata, che tiene tra le mani il cartiglio con il prenome di Amenhotep III, Neb-Maat-Re.

Da notare il copricapo indossato dalla regina sfinge: molto simile al tipico copricapo indossato da Nefertiti.

Le piante sulla sommità della corona forniscono un legame con gli aspetti di ringiovanimento dei membri femminili della famiglia reale di Amarna.”

Ali, copricapo e gioielli indicano stretti legami con terre straniere (Nubia, Asia).

1390-1352 a.C, XVIII Dinastia, corniola, conservato al MET di NY

Fonti:

  • Didascalie MET
  • Dorothea Arnold, The Royal Women of Amarna, MET
Amarna, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL BUSTO DI AKHENATON GIOVANE

Di Patrizia Burlini

Una straordinaria collezione di immagini, da varie angolazioni, del busto comunemente identificato con Akhenaton da giovane, e conservato presso il Kestner Museum di Hannover.

Il busto fu acquistato nel 1971 grazie all’intervento dell’allora direttore, l’egittologo Peter Munro, ma soprattutto grazie alla generosità dei cittadini di Hannover, che finanziarono l’acquisto.

Il faraone indossa il khepresh, corona blu con cui è abitualmente rappresentato.

Il ritratto presenta le caratteristiche tipiche della ritrattistica del regno di Akhenaton: labbra carnose, sopracciglia ben delineate , naso ben disegnato.

Trovo che i caratteri di questo ritratto siano molto delicati e effeminati , tali da ricordare Nefertiti o il giovane Tutankhamon.

Peter Munro : Ein Königskopf der Amarna-Zeit im Kestner-Museum. – In: Städel Jahrbuch – Neue Folge – Bd. 4. – München : Prestel Verlag, 1973. – pp. 1-25

Nuovo Regno, Statue, XVIII Dinastia

TESTA IN STEATITE DELLA REGINA TIYE

Di Patrizia Burlini

Testa della Regina Tiye, Museo del Cairo JE 38257

Nel 1905, W.M.Flinders Petrie condusse una spedizione archeologica nel Sinai. Si concentrò in particolare sul tempio di Serabit-el-Khadim, dedicato alla dea Hathor, chiamata Signora del turchese, in onore delle miniere che qui si trovavano. Il tempio originariamente fu costruito da Snefru, ma nel corso dei millenni, molti faraoni lo modificarono ed arricchirono.

Nel suo rapporto « Ricerche nel Sinai » del 1906, Petrie riporta gli esiti degli scavi e dal suo resoconto emerge una piccola ma allo stesso grande scoperta: una magnifica testa in steatite della regina Tiye, alta soli 7 cm, oggi conservata al Museo del Cairo.

Le foto originali di Petrie

Emozionante la descrizione che ne fa Petrie:

« … Un’altra regina ha lasciato qui uno dei ritratti più suggestivi mai scolpiti da un egizio (fig. 133). La famosa regina Tiye, consorte del magnifico monarca Amenhotep III, è stata fino ad ora conosciuta solo da alcune sculture in rilievo e non da una figura con nome a tutto tondo. È strano che questo remoto insediamento d’Egitto abbia conservato per noi il suo ritratto, identificato inequivocabilmente dal cartiglio in mezzo alla corona. Il materiale è steatite scistosa verde scuro e l’intera statuetta doveva essere alta circa un piede. Sfortunatamente, nessun altro frammento della figura è rimasto nel tempio e solo la testa è stata conservata. La superba dignità del viso si fonde con un’affascinante immediatezza e fascino personale. La delicatezza delle superfici intorno all’occhio e sopra la guancia mostra la massima cura nella manipolazione. Le labbra curiosamente abbassate, con la loro pienezza e tuttavia delicatezza, il loro disprezzo senza malizia, sono evidentemente modellate dal vivo. Dopo aver visto questo ritratto, sembra probabile che il magnifico frammento di testa di regina in marmo proveniente dal tempio di Tell el Amarna sia il ritratto di Tiye, e non di Nefertiti (PETRIE, Tell el Amarna, tav. i, 15). Questa ipotesi è più probabile in quanto la testa di una regina trovata quest’anno a Gurob e acquistata da Berlino è indiscutibilmente coerente con i ritratti non a tutto tondo di Nefertiti e non assomiglia alla testa di marmo. Inoltre, N. Davies ha osservato che solo le statue di Akhenaton e Tiye sono raffigurate nel tempio dove è stata trovata la testa di marmo. Passando al nuovo ritratto, raccogliamo alcuni dettagli sulla regina. L’orecchio è rappresentato forato, come è anche il caso di suo figlio Akhenaton (Tell el Amarna, tav. i, 9). La corona che indossava era probabilmente traforata, in oro. I due uraei alati estendono la loro lunghezza in spire intorno alla testa, finché non si incontrano sul retro, mentre frontalmente sostengono il cartiglio con il nome. Dai due lati del cartiglio scendono i due urei sulla fronte, emblema della grande regina dell’Alto e del Basso Egitto. Questo pezzo da solo valeva tutto il resto dei nostri guadagni dell’anno; ora è al Museo del Cairo. …”

Testa della Regina Tiye,
Museo del Cairo JE 38257

Bibliografia;

Approfondimenti:

Nuovo Regno, Palazzi

IL PALAZZO DELLA GIOIA

Di Patrizia Burlini

Ricostruzione del palazzo

A Malqata, a Sud di Medinet Hebu e vicino a Deir El Medina, sono ancora visibili i resti di uno straordinario e lussuoso palazzo reale, dove ancora oggi sono in corso degli scavi: si tratta della “Casa dell’Aton splendente” o Per-Hay “Casa della Gioia”, fatto costruire dal grande faraone Amenhotep III. A differenza dei templi, costruiti in pietra, i palazzi reali venivano costruiti con mattoni di fango, motivo per cui sono arrivati a noi solo pochi resti.

Ricostruzione degli interni (Franck Monnier)
Ricostruzione de corridoio che portava al trono
Altra ricostruzione dello stresso ambiente: si notano i colori vivaci

Il palazzo occupava la stupefacente superficie di 30 ettari e fu fondato a partire dall’ottavo o undicesimo anno di regno del faraone, per essere terminato in prossimità del terzo hed-seb, giubileo di Amenhotep III. Era il più grande palazzo reale esistente in Egitto.

Si divideva in 5 aree principali: il palazzo del faraone, la dimora della regina Tiy, appartamenti dei funzionari, cappella di Amon, alloggi dei funzionari.

Ricostruzione del baldacchino con il trono (Franck Monnier)

Il palazzo del re, a Sud Est, presentava varie sale per le udienze, sale per le feste, giardini, uffici amministrativi, una biblioteca, cucine e magazzini.

La dimora della regina si trovava a Sud, mentre a Nord si trovavano gli appartamenti della principessa Sitamon.

Oltre agli alloggi dei funzionari, si trovava qui l’harem del faraone dove vivevano centinaia di donne (ricordiamo che quando Amenhotep sposò la principessa di Mitanni Gilukhipa, arrivarono con lei ben 317 donne) e i loro attendenti.

Decorazione parietale nell’harem

All’interno del palazzo il faraone fece costruire un grande lago a forma di T, oggi noto come Birket Habu, che collegava il palazzo al Nilo ( e quindi metaforicamente all’Egitto) e che si trovava all’ingresso del palazzo. Su questo lago si trovava la barca reale dorata del faraone, chiamata l’“Aton splendente” che veniva utilizzata nelle festività religiose e di stato.

Il lago a T

Una strada rialzata collegava il palazzo al tempio di Milioni di Anni di Amenhotep III (il tempio con i colossi di Memnone).

Come già scritto in precedenza, il palazzo era costruito in mattoni rivestiti di gesso e stucco, bianco all’esterno e ricchissimo di colori all’interno, come potrete vedere nelle varie immagini che accompagnano il post. I mattoni rinvenuti portano il cartiglio di Amenhotep III, mentre I mattoni usati per gli appartamenti della regina presentavano il cartiglio di Tiye. Sono state rinvenute molte piastrelle smaltate decorate con motivi geometrici e rappresentazioni di pesci, uccelli e soggetti naturali.

Decorazione parietale in stucco con motivi naturalistici

I muri dell’harem presentavano motivi floreali con uccelli e vitelli bianchi e rossi.

I pavimenti erano dipinti in modo da rappresentare il Nilo brulicante di pesci e uccelli. Alcune stanze erano decorate con piastrelle a colori vivaci con fiori, vigneti e grappoli, uccelli e pesci, geroglifici che offrivano protezione, salute e buona sorte.

Straordinaria decorazione di una parete in faience (ricomposto al MET , NY)

Il nome “Nebmaatre” (nome del trono di Amenhotep III) era scritto ovunque con l’epiteto “Horus, toro possente di Tebe, Dio perfetto, signore della gioia, signore delle corone”.

Il magnifico palazzo fu abitato da Amenhotep III fino al trasferimento a Akhetaten, nel ventinovesimo anno di regno, quando il palazzo divenne una dimora secondaria, per essere successivamente abitato probabilmente da Tutankhamon e Ay. Con Ramses II e la costruzione di Pi-Ramses, il palazzo fu progressivamente abbandonato.

Bellissimo motivo sul soffitto di una stanza adiacente alla camera da letto di Amenhotep III, MET, NY

Decorazione parietale della stanza da letto di Amenhotep III

Sempre dal sito di Malqata (luogo in cui le cose vengono trovate), ecco gli splendidi vasi conservati al MET di New York.

Purtroppo nessuno è in esposizione …

Fonti:

Nuovo Regno, Storia egizia

MOSE’ L’EGIZIANO

Di Giuseppe Esposito

ATTENZIONE: se pensate diottenere chiarimenti sulla Stele d’Israele[1]; se pensate che quest’articolo possa risolvere tutti i vostri dubbi sull’Esodo; sulla “schiavitù” degli ebrei in Egitto; su chi fosse/fossero il/i faraone/i dell’Esodo[2]; sull’attraversamento del Mar Rosso e su un esercito sommerso dalle acque miracolosamente richiusesi sui carri d’oro; NON leggetelo, poiché sono convinto che susciterà più domande che non fornire risposte.

Ma se decidete di leggerlo, sappiate allora che l’articolo prende le mosse da un dubbio che interessa uno dei personaggi più emblematici e carismatici della Bibbia, colui che trasse il Popolo Eletto (ma era poi davvero il “suo”?) dalla schiavitù cui era sottoposto sotto il dominio di un Faraone, che “non aveva conosciuto Giuseppe”[3], per la gloria del quale stava costruendo addirittura due città.

La domanda perciò cui cercherò di fornire spunti per una risposta, come del resto hanno fatto altri –di certo più titolati di me-, è chi era questo personaggio? Era davvero figlio del suo popolo? …e, più importante, qual era poi, veramente, il “suo” popolo?

Se avessi certezze e prove, forse meriterei il “Nobel” per la Storia (ammesso che esista), ma non ho certezze, né tantomeno prove, e diciamo che come la pensi io, in realtà, sarà già subito chiaro dal titolo stesso dell’articolo:   

MOSE’ L’EGIZIANO

Alma Tadema (1836-1912), Il ritrovamento di Mosè (1904), collezione privata

«9Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. 10Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese» (Esodo 1, 9-10)

15Poi il re d’Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l’altra Pua: 16«Quando assistete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato è ancora tra le due sponde del sedile per il parto: se è un maschio, lo farete morire; se è una femmina, potrà vivere» (Esodo 1, 15-16)

… Inizia così la persecuzione degli ebrei che, secondo le scritture bibliche, stavano costruendo le città di Pitom e Ramesse, e questo perché:

7I figli d’Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto potenti e il paese ne fu ripieno. 8Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. (Esodo 1, 7-8)

Fu così che:

1Un uomo della famiglia di Levi[4] andò a prendere in moglie una discendente di Levi. 2La donna concepì e partorì un figlio; vide che era bello e lo tenne nascosto per tre mesi. 3Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese per lui un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi adagiò il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo. (Esodo 2, 1-3)

E accadde che:

5…la figlia del faraone scese al Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle passeggiavano lungo la sponda del Nilo. Ella vide il cestello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo. 6L’aprì e vide il bambino: ecco, il piccolo piangeva. Ne ebbe compassione e disse: “È un bambino degli Ebrei”. 7La sorella del bambino disse allora alla figlia del faraone: “Devo andare a chiamarti una nutrice tra le donne ebree, perché allatti per te il bambino?”. 8“Va’”, rispose la figlia del faraone. La fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. 9La figlia del faraone le disse: “Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario”. La donna prese il bambino e lo allattò. 10Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli fu per lei come un figlio e lo chiamò Mosè, dicendo: “Io l’ho tratto dalle acque!”. (Esodo 2, 5-10)

E siamo così giunti al vero argomento di quest’articolo… mettetevi comodi perché potrebbe essere lungo e, se volete un consiglio, leggetelo da PC e non sul telefonino perché non è poi così semplice… ma proseguiamo.

Il testo biblico, come abbiamo visto, fa derivare il nome “Mosè”, dalla radice Moshé (משה), un verbo connesso a un più vasto ragionamento semantico collegato al concetto di “estrarre dall’acqua”, in senso passivo, ovvero “colui che E’ ESTRATTO dall’acqua”. Altri studi, tuttavia, specie in area ebraica, interpretano la stessa parola in senso attivo, cioè “colui CHE ESTRAE dall’acqua” indicando così in Mosè il liberatore del popolo.

Di fatto, gli avvenimenti che vedono Mosè al centro di quanto narrato nella Torah e, quindi, ripresi dalla Bibbia, sarebbero stati codificati nel X secolo a.C. (c.d. fonte Jahvista[5]), poi rielaborati nell’VIII secolo a.C. (fonte Elohista[6]), per giungere alla versione definitiva nel VII secolo a.C. con la fonte Deuteronomista (il quinto libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana). In tale quadro rientrerebbero le vicende relative alla guerra che, nella primavera del 609 a.C., vide opposti gli Egizi del Faraone Necao (XXVI dinastia) agli Assiri e la parte avuta, nella sconfitta degli egizi, dall’alleato re ebraico Giosia[7], ma ci allontaneremmo troppo dall’argomento principale e allora… torniamo nei ranghi.

Se siete stati turisticamente in Egitto, avrete forse sentito dire da qualche guida del luogo, desiderosa di incrementare la propria mancia, che Mosè e Thutmose fossero la stessa persona… e che, quindi, un certo Re Thutmose sarebbe, di fatto, l’artefice della “fuga” (ma fu veramente tale?[8]) degli Ebrei dall’Egitto…

Prendiamo per buona, almeno per ora, questa notizia e poniamoci, intanto una prima domanda che sorge spontanea: quale Thutmose, visto che ce ne furono almeno quattro e che Thutmose era, peraltro, un nome alquanto frequente; a titolo di esempio, basti rammentare che anche l’autore del famoso busto di Nefertiti, oggi al Neues Museum di Berlino, si chiamava, a sua volta, Thutmose.

Siamo, comunque, nella XVIII dinastia[9], detta, appunto, dei Thutmosidi, quella cui appartenne il più famoso rivoluzionario religioso della storia egizia: Amenhotep IV, che cambiò il suo nome in Akhenaton e instaurò il culto enoteistico[10] (non moneoteistico, si badi bene) del Disco Solare: Aton.

La scelta di tale dinastia e del regno di Amenhotep III, padre di Akhenaton, per inserire la leggenda del Thutmose/Mosè potrebbe, ovviamente, non essere casuale: qualcuno, infatti, con abbondanti circonvoluzioni aeree, ha voluto vedere in Mosè addirittura proprio Akhenaton. Tuttavia, potremmo trovare anche qualche fondamento di verità considerando che, in origine, erede al trono era stato designato un primo figlio del Re e della sposa principale, Tye, proprio di nome Thutmose. Questi, però, “sparisce” dalla storia prima di poter assurgere al trono e viene sostituito dal fratello che diventa Sovrano, prima di cambiare nome, come IV degli Amenhotep. Nasce, quindi, il quesito: morte del primogenito o altra condizione per cui viene allontanato dalla Corte?

Una piccola digressione appare, tuttavia, necessaria per inquadrare il personaggio di Tye, Grande Sposa Reale di Amenhotep III.

Figlia di Thuya, Superiora dell’harem di Min e di Amon, Cantatrice di Hathor, e di Yuya, Profeta di Min, Luogotenente ai cavalli da combattimento del Re e Sovrintendente ai buoi di Min, proveniva da Akhmin (l’antica Khem), capitale del IX nomo dell’Alto Egitto.

Tye potrebbe essere, o forse è, tuttavia, una figura particolare proprio per la religiosità del periodo storico che comprende il regno dello sposo, Amenhotep III, e del suo successore Amenhotep IV/Akhenaton.

Si è, infatti, ventilato che proprio sotto la sua influenza sia iniziato quell’allontanamento dal sempre più incisivo culto di Amon che porterà, al suo massimo grado, all’”eresia amarniana” di suo figlio. Una prima fase sarebbe riscontrabile nello spostamento della sede reale da Waset, l’odierna Tebe, dalla riva orientale del Nilo, a quella occidentale nel sito di Malqata[11]; si sarebbe trattato, infatti, di un primo tentativo, non traumatico, di allontanamento dallo strapotere dei sacerdoti di Amon.

Il complesso, che copriva un’area di oltre 32 ettari, comprendeva  più palazzi (del re, della regina, dei figli della coppia regale[12]) ed installazioni (un tempio dedicato ad Amon, uno dedicato a Sobek, nonché alloggi per i funzionari di corte e per gli operai)[13]. L’impulso principale alla realizzazione dell’area di Malqata venne data, da Amenhotep III, prima della celebrazione della sua terza festa Heb-Sed, il Giubileo, ma l’area venne ampliata anche sotto il regno di Amenhotep IV/Akhenaton, prima che la capitale si trasferisse ad Akhetaton.

E’ da tener presente, per inquadrare ancora una possibile provenienza, o anche solo influenza, estera del culto atoniano, che l’anatomista Grafton Elliot Smith (1871-1937), che esaminò la mummia di Yuya, padre della Regina, riscontrò che costui era di altezza superiore alla media egizia. Perplessità destò negli egittologi anche il suo nome che, nella tomba KV46, era trascritto e letto in vari modi, tutti presentavano, tuttavia, il geroglifico generalmente impiegato per indicare uno straniero: un uomo che si porta la mano alla bocca[14]. Considerando anche il particolare incarico di responsabile della cavalleria reale, si è supposto che Yuya potesse essere di provenienza mitannita così giustificando, in qualche modo, una possibile derivazione estera anche di un particolare culto, magari meno noto nell’area egizia.     

Chiediamoci a tal punto se, ipotizzando il Thutmose figlio di Tye come iniziatore di una nuova religione, Mosè non potesse, di fatto, essere qualcuno di ben diverso dal biblico personaggio figlio di un’ebrea… Come abbiamo sopra visto, potrebbe esserci qui, intanto, una prima sorpresa, poiché Yocheved e Amram, i presunti genitori, erano nati in Egitto (Numeri 26, 59). Ne consegue che il nome potrebbe ben derivare non dall’ebraico, ma proprio dall’egiziano antico visto che “Mose” (senza accento) significava semplicemente, “bambino“, o anche “discendente“, ma anche “figlio“.

E si potrebbe qui ricollegare la leggenda del Thutmose proposta dalla guida moderna, giacché il nome significa “figlio di Thot“, ma con questa logica, si badi, anche Ramose (figlio di Ra) potrebbe corrispondere, o anche Kha-Mose (figlio del Kha -che era una delle cinque “anime”-).

Ma tralasciamo, per un momento, il personaggio biblico e leggiamo quest’altro testo, originariamente in lingua neo-assira, risalente all’VIII secolo a.C.[15]:

1.    «Io sono Sargon, il re potente, re di Akkad[16].

2.    Mia madre era una sacerdotessa-enetum, mio padre non lo conosco,

3.    il fratello di mio padre vive sulla montagna;

4.    la mia città è Azupiranu che si trova sulla riva dell’Eufrate.

5.    Mia madre, la sacerdotessa, mi concepì e mi partorì di nascosto,

6.    mi mise in un cesto di canne, ne calafatò l’apertura con bitume

7.    e mi affidò al fiume, che non mi sommerse.

8.    Il fiume mi portò e mi condusse da Aqqi, il portatore d’acqua:

9.    Aqqi, il portatore d’acqua, gettando il suo secchio mi prese su,

10.   Aqqi, il portatore d’acqua, mi fece suo figlio e mi crebbe,

11.   Aqqi, il portatore d’acqua, mi mise nel suo mestiere di giardiniere.

12.   Nel mio mestiere di giardiniere Ishtar mi amò

13.   e per 54 anni ho davvero esercitato la regalità,

14.   davvero ho governato e guidato le Teste Nere.

…omissis…

22.   Chi diventerà re dopo di me,

23.   [che egli eserciti la regalità per 54 anni],

24.   governi le Teste Nere,

25.   tagli con picconi di bronzo possenti montagne,

26.   salga più volte sui monti superiori,

27.   [attraversi più volte i monti inferiori],

28.   per tre volte il giro dei paesi del mare,

29.   [Dilmun si sottometta a lui]!

30.   Che egli salga sulle grandi mura del cielo (e) della terra (e) [ne rimuova le pietre]![17]»

Interessante vero? …si tratta della nascita di Sargon di Akkad e il testo risale a circa mille anni prima del “nostro” Mosè (circa il 2300 a.C.). Ma anche il “Mahabharata” (IV secolo a.C.) parla dell’eroe indiano Karna che nasce dall’amore tra il Dio Sole (Surja) ed una principessa vergine che affida il bimbo alla corrente; un carrettiere lo trova e provvede ad allevarlo.

E, senza andare molto lontano, come la mettiamo con Romolo e Remo, o con Edipo, con Ercole?

Di fatto, la struttura della storia sembra fatta apposta, alla stessa stregua di un algoritmo matematico, per legittimare un’ascesa al trono consentendo, in qualsiasi momento, di far derivare l’eroe da un qualsivoglia Dio[18]

Se si analizza la leggenda di Mosè (nato da famiglia modesta e poi diventato figlio del faraone), però, ci rendiamo conto che il suo diventare figlio adottivo del Re, di fatto, non porta nessun vantaggio alla storia per come la conosciamo. Più semplice sarebbe stato costruire la leggenda al contrario (come peraltro negli altri casi che abbiamo sopra visto): la figlia del faraone ha un figlio e un oracolo predice che questo scalzerà il re dal trono; il faraone padre decide allora di uccidere il bambino; la figlia lo protegge mettendolo in una cesta e affidandolo al fiume. Qui una famiglia ebrea di umili origini lo salva e, in seguito, sarà proprio Mosè a “trarre fuori” il “suo” popolo dall’Egitto. …scorrerebbe meglio, non trovate?

E invece no, la costruzione è diversa! Perché? Forse proprio perché “Mose(senza accento, s’intende) è egiziano di nascita, ed è proprio un Principe? Forse il suo nome, originariamente, era diverso e aveva una componente teofora ben precisa, ad esempio, come abbiamo sopra visto, Thut-mose?

Nel momento in cui decide, però, di seguire gli ebrei nella loro “fuga”, o esserne egli stesso l’artefice, accettando la nuova religione (o magari proponendola egli stesso) si trova in una particolare condizione: il dio degli ebrei non ha nome; si rende perciò necessario cancellare la parte teofora del proprio nome egizio per presentarsi ai suoi nuovi correligionari (o ai suoi seguaci) solo come “Mose”, cioè semplicemente “figlio”!

Torniamo, perciò, alla teoria secondo cui un “Thutmose” sarebbe da identificare con Mosè, sopra avanzata. Come visto, non esiste, intanto, riferimento storico-archeologico di una tale situazione… tuttavia i Thutmosidi appartengono alla XVIII Dinastia durante la quale, come detto, nasce, prospera e scompare quella che sarà poi definita “eresia amarniana” con la quale un re (Amenhotep IV/Akhenaton) abolirà il politeismo per instaurare il culto di Aton quale Dio preminente, non rappresentabile antropomorficamente (come era stato per gli Dei precedenti).

E la mancanza di trasposizione antropomorfica di Aton può essere anche fisicamente giustificabile: Aton è l’accecante disco solare, che non si può guardare, e che è perciò privo di forma, genera la vita e protegge tutti i popoli indistintamente.

L’inno ad Aton, scritto dallo stesso Re Akhenaton, forse, una delle più belle preghiere conosciute recita, infatti:

«…Tu che produci l’ovulo nelle donne, che crei il seme negli uomini, che nutri il figlio nel grembo di sua madre e lo calmi perché non pianga, che dai l’aria per mantenere in vita tutto ciò che hai creato…»

e, più avanti

«…Come sono numerose le tue opere! Sono nascoste alla vista (degli uomini), o Dio unico, a cui nessuno è uguale…»[19].

Può essere interessante notare che, dopo Akhenaton, nella XVIII dinastia, e in quelle a venire, non si ha notizia di alcun altro Thutmose. E se si trattasse di una sorta di damnatio memoriae?

Sulla “egizianità” di Mose potrebbe esistere ancora un’altra prova indiretta: come sopra visto, dice la Bibbia che «…un uomo della casa di Levi prese per moglie una figlia di Levi…» il che innegabilmente ci porta a dire, se volessimo credere alla nascita ebraica, che Mosè era un Levita!

Bene, biblicamente i Leviti erano la tribù eletta del popolo scelto da Dio, gli eletti tra gli eletti, tanto che dai leviti provenivano tutti i sacerdoti…

Dopo quarant’anni di peregrinazione, finalmente raggiunta la Terra Promessa, fu necessario stilare un “Nuovo censimento all’uscita dal deserto”. Nessuna delle dodici tribù d’Israele venne ovviamente tralasciata nel conteggio delle famiglie e degli individui, anche perché questo censimento doveva servire a procedere, anche, alla suddivisione della stessa Terra di Canaan.

51 I figli d’Israele di cui si fece il censimento erano dunque seicentunmilasettecentotrenta.

52 Il Signore disse a Mosè: 53 «Il paese sarà diviso tra di loro, per essere loro proprietà, secondo il numero delle persone. 54 A quelli che sono in maggior numero darai in possesso una porzione maggiore; a quelli che sono in minor numero darai una porzione minore; si darà a ciascuno la sua porzione secondo il censimento. 55 Ma la spartizione del paese sarà fatta a sorte; essi riceveranno la rispettiva proprietà secondo i nomi delle tribù paterne…» (Numeri 26, 51-55)

Ultimi nel computo, e stranamente dopo il totale riportato al 51:

57 Ecco i Leviti dei quali si fece il censimento secondo le loro famiglie:

… omissis…

E Cheat generò Amram. … 

59 Il nome della moglie di Amram era Yocheved, figlia di Levi che nacque a Levi in Egitto; ed essa partorì ad Amram Aaronne[20], Mosè e Maria loro sorella[21]

…omissis…

62 Quelli dei quali si fece il censimento furono ventitremila: tutti maschi, dall’età di un mese in su. Non furono compresi nel censimento dei figli d’Israele, perché non fu loro data alcuna proprietà tra i figli d’Israele. (Numeri 26, 57-62)

Come si vede, il numero dei Leviti era tutt’altro che esiguo, erano ben ventitremila calcolando i soli maschi. Poco importa se i numeri fossero effettivamente questi, ma quel che colpisce è che, pur trattandosi della tribù eletta da Dio, pur essendo coloro che fornivano al popolo i sacerdoti, «…non fu loro data alcuna proprietà…»

Perché un trattamento palesemente iniquo e perché la precisazione «…Non furono compresi nel censimento dei figli d’Israele …»?  

Forse perché, di fatto, non erano ebrei e pertanto, secondo la parola di Jahvè, nulla spettava loro!

È pertanto ipotizzabile che, ancor prima della partenza, si trattasse di sacerdoti[22] del nuovo Dio poiché costituivano, ad esempio, il seguito (egiziano) di colui che aveva insegnato la nuova religione agli ebrei o, anche, che aveva fornito le sole risorse, umane e fisiche, per poterla attuare.

Scrive Sigmund Freud (Ebreo a sua volta), che a Mosè ha dedicato il suo studio “Der Mann Mose[23]:

«…non si può pensare che un gran signore come Mose, originario del medesimo paese, si sia recato da solo presso un popolo straniero. Avrà certamente preso con sé i più fedeli seguaci, gli scribi e i servi e questi costituirono il nucleo iniziale dei leviti… a sostegno…ci sono i nomi egiziani che solo i Leviti più tardi portarono…»

Tornando ancora alla domanda iniziale. Se volessimo credere ancora al “Thutmose” quale “liberatore” degli ebrei dovremmo inquadrare la vicenda in un ottica meno “sacra” e più “politica” e, in tal caso, si sarebbe trattato di una vera e propria secessione in seno al popolo egiziano, una sorta di guerra civile incruenta che avrebbe di certo, però, lasciato ampie tracce nella storia dell’Egitto mentre, geroglifici ed evidenze archeologiche alla mano, non se ne ha traccia alcuna[24].


[1]    Se siete interessati all’argomento, in questo stesso sito:

[2]  sui Faraoni dell’Esodo, posso rimandarvi alla sezione omonima della voce “Storia dell’Antico Egitto” di Wikipedia; https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_dell%27antico_Egitto#I_faraoni_dell’esodo

[3]    Esodo 1, 7-8

[4]    Amram (Imran nel Corano), della tribù di Levi, marito e nipote di Yocheved, genitori di Mosè, Miriam e Aronne. Secondo studi esegetici, sia Amram che Yocheved dovrebbero essere nati in Egitto e, secondo studi riguardanti l’albero genealogico di Levi (vedi semplificato qui sotto), Yocheved dovrebbe essere stata la minore dei figli di Levi e, quindi coetanea di Amram, pur essendone zia, nato a sua volta da Kohat, figlio di Levi e fratello di Yocheved.

[5]    Considerata la fonte primaria del “pentateuco”, ovvero dei cinque libri che compongono la Torah (datata intorno al IX-X secolo a.C.). Si caratterizza per l’uso ricorrente del nome “Jahvè” per indicare Dio.

[6]    Fonte caratterizzata, anche in questo caso, dal ricorrente uso della parola “El” per indicare Dio, molto spesso, però, usata al plurale “Ĕlōhīm”, ovvero Dei. Interessante notare quanti e quali nomi ebraici abbiano in se una componente teofora che comprende proprio il termine “El”: Dani-el; Ab-el; El-ijah; Ezeki-el; Gabri-el; Immanu-el; Micha-el; Shemu-el, o la stessa Isra-el. 

[7]    “Secondo Libro dei Re”, 22 e 23 [VI-V sec. A.C. fonte Deuteronomista]; “Secondo libro delle Cronache”, 34 e 35.

[8]    Per chi volesse saperne di più sull’Esodo e sulla sua presumibile data, o su chi fu/furono il /i Faraone/i dell’Esodo, rimando a un altro articolo da me scritto in altro sito: https://www.fattiperlastoria.it/fake-news-antico-egitto/ 

[9]    Principali Re della XVIII dinastia (si noti la ricorrenza del suffisso “mose” di molti dei nomi): Ahmose, Amenhotep I, Thutmose I, Thutmose II, Hatshepsut, Thutmose III, Amenhotep II, Thutmose IV, Amenhotep III, Amenhotep IV/Akhenaton, Smenkhara, Tutankhamon, Ay, Horemhab.

[10] L’enoteismo prevede la preminenza di una divinità sulle altre che compongono un dato pantheon, così da catalizzare tutto il culto. Viene considerata una forma intermedia tra il politeismo e il monoteismo vero e proprio, in cui la venerazione è incentrata su una singola divinità, senza tuttavia negare l’esistenza di altre, di cui però di solito è sottolineata l’inferiorità.

[11] L’antica Per-Hay, la “casa della felicità”, ma anche “Palazzo dell’Aton Splendente”, chiamata Malqata (“luogo delle cose ritrovate”) all’atto della  scoperta, nel 1888, da Georges Daressy (1864-1938), oggi meglio nota come Kom el-Hetan. Scavi sono in corso in quello che era il complesso templare e abitativo più grande di cui si abbia conoscenza, e di cui restano, come uniche vestigia visibili i cosiddetti Colossi di “Memnone”.

[12]  Thutmosi, erede al trono; Amenhotep, divenuto re con il nome di Amenhotep IV, poi Akhenaton; Sitamon, divenuta Grande Sposa Reale del padre intorno al trentesimo anno di regno; Isis; Henuttaneb; Baketaton e, verosimilmente, Smenkhara, successore effimero (avrebbe regnato per meno di un anno) di Akhenaton, prima dell’assunzione del trono di Tutankhaton (Joyce Tyldesley, “Chronicle of the Queens of Egypt”, Thames & Hudson). 

[13] Ad est del palazzo del re si apriva un enorme lago cerimoniale (3.700 braccia per 600) della cui inaugurazione restano alcuni scarabei commemorativi (lavori iniziati il «…1° giorno del terzo mese dell’inondazione, mese di Athir della stagione di Akhet…» e terminati  dopo soli 15 giorni «…il 16° giorno di Athir…»). 

[14] Theodore Davis, Gaston Maspero ed altri “The tomb of Iouiya and Touiyou : the finding of the tomb” Archibald Constable and Co. Ltd, 1907.

[15] Il testo è stato ricostruito ricomponendo tre tavole, rinvenute alla metà del XIX secolo, tra i resti della biblioteca del palazzo reale di re Assurbanipal (Aššur-bāni-apli = Ashur Creatore di un Erede) d’Assiria, a Ninive, più altri frammenti di altre provenienze.

[16]  Sargon (Sa-Rugi = Vero Re legittimo), fondatore e primo re dell’Impero Accadico, šarru kibrat ‘arbaim = Re dei Quattro Angoli (del cielo o del mondo).

[17] Traduzione di Giuseppe Del Monte, Iscrizioni reali dal Vicino Oriente Antico, Università di Pisa, 2004, p.16.

[18] Si pensi anche alla regina Hatshepsut che, avendo usurpato il trono al figliastro Thutmosi (quello che poi sarà il III di questo nome), farà derivare la sua nascita dall’unione tra la madre, la bellissima regina Ahmasi, e lo stesso Dio Amon.

[19]  “Quanto sono grandi, Signore, le tue opere! Tutto hai fatto con saggezza, la terra è piena delle tue creature.” (Salmi 104, 24)

[20] Una curiosità egittologica riguarda il luogo in cui Aaronne morirà, come Mose, prima di giungere alla Terra Promessa e in cui verrà sepolta Miriam, sorella dei due. Secondo la Bibbia la località era Meribah che alcuni traduttori antichi esplicitamente indicano come “Qadesh degli Hittiti” (Numeri 20, 1).

[21] Attenzione poiché qui si ripete la genealogia di Mose e si sottolinea come Amram e Yocheved fossero nati in Egitto.

[22] Può essere interessante, a proposito dei Leviti, sapere che in tedesco “Leviten lesen” (letteralmente “leggere i Leviti”) è sinonimo di “sgridare”, “fare una ramanzina”, una “lavata di capo” e sapete perché? nel 760 d.C. il Vescovo di Metz (Chrodegang) per migliorare moralmente con la penitenza i religiosi (che pare fossero alquanto licenziosi), li costrinse a leggere il “Levitico” –terzo libro del Pentateuco- che contiene le leggi destinate, appunto, ai sacerdoti;

[23]  “Der Mann Moses und die monotheistische Religion” fu scritto da Freud (1856-1939) tra il 1934 e il 1938 e pubblicato nel 1939, pochi mesi prima della sua morte. Già precedentemente Freud aveva scritto “il Mosè di Michelangelo”, pubblicato anonimo nel 1914 sulla rivista “Imago”. 

[24] Per chi volesse approfondire l’argomento consiglio: “Mosè l’egiziano, nella Bibbia e nella leggenda” di Johannes Lehmann –ed. Garzanti- 1982.

Arte militare, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL CARRO DI THUTMOSIS IV

A cura di Francesca Benelli

Il National Museum of Egyptian Civilization presso il Cairo, dopo un laborioso restauro, espone il carro del Faraone Thutmose IV.

Ritrovato nella sua tomba in pessime condizioni, in legno , gesso e lino.

È come sfogliare un libro perché racconta delle sue battaglie e dei suoi nemici con immagini ricche di particolari. Le immagini provengono dal museo. Dinastia XVIII. La sua tomba è la KV 43. Scavata nel 1904. Sir Howard Carter la conosce bene!!

Didascalie a cura di Patrizia Burlini

Nuovo Regno, Storia egizia, XVIII Dinastia

LA BATTAGLIA DI MEGIDDO

A cura di Giuseppe Esposito

Iblis, il Diavolo del deserto

…avvolto nel suo tezzefe[1], che si confondeva con il buio della notte, el-Aurans Iblis si proteggeva dagli attacchi degli spiriti della solitudine, che infestano il deserto, coprendo il volto con il kel asuf che lasciava scoperti solo gli occhi di un profondo colore azzurro… ai suoi lati, come lui nascosti tra le dune e mimetizzati nella notte, oltre 400 uomini aspettavano un suo ordine mentre, sbuffando nella notte, la locomotiva arrancava sulla linea che congiungeva Damasco a Medina. La sua mano si abbassò sulla leva, l’impulso si trasmise lungo il filo raggiungendo l’innesco e la vampa illuminò la notte seguita, una frazione di secondi dopo, dal boato dell’esplosione. Poi iniziò l’attacco vero e proprio al convoglio! Anche quella notte i rifornimenti non avrebbero raggiunto le truppe turche.

Thomas Edward Lawrence[2], per i suoi alleati, beduini del deserto, più semplicemente el-Aurans Iblis, “Lawrence il Diavolo”; ma, tra il 1916 e il 1918, le sue imprese eroiche nella lotta contro le forze dell’impero ottomano che occupavano la penisola araba, non avrebbero sortito l’effetto desiderato se non supportate economicamente da un altro personaggio che, ai fini del nostro racconto, sarà importante giacché, come noi, appassionato della storia dell’Antico Egitto: il Generale Edmund Henry Hynman Allenby[3] che, comprendendo le potenzialità strategiche delle forze irregolari raccolte da Lawrence (circa settantamila uomini), provvide a sovvenzionarlo con l’astronomica cifra, per l’epoca, di duecentomila sterline mensili.

Già, vi chiederete, ma perché se siamo in un sito di egittologia, stiamo parlando della Prima Guerra Mondiale? Un attimo e, se avrete la pazienza di seguirmi, ci arriveremo…

ALLENBY, THUTMOSI III E MEGIDDO

Lasciato Lawrence alle sue scaramucce e alla conquista del porto di Aqaba[4], torniamo ad Allenby, a sua volta figura leggendaria nella conquista della Palestina e della Siria durante il primo conflitto mondiale. Accompagniamolo, perciò in una delle sue più importanti vittorie, resa tale, tuttavia, anche dalle azioni di disturbo poste in essere da el-Aurans Iblis: la Battaglia di Megiddo del settembre 1918.

E qui, se fossimo in un documentario televisivo, potremmo tranquillamente sfumare e sovrapporre allo “swagger stick”, il bastoncino tipico degli Ufficiali inglesi, il flagello e, al berretto di Allenby, la khepresh, la corona blu degli antichi re egizi.

Con un salto temporale che solo le immagini possono permettere, o la capacità di trasformare un testo in immagini con gli occhi della fantasia, torniamo indietro di almeno… 3500 anni…

L’anno è il XXII del regno di Men-Kheperu-Ra, il giorno è il XXV del IV mese dell’Inverno[5].

Ma il Nesw-Bity, o prae-nomen, potrebbe complicare il comprendere di chi si tratti e, perciò, sarà meglio chiamarlo con il titolo Sa-Ra, figlio di Ra, della sua titolatura: Thutmosi e, per semplificarne ancora l’individuazione, aggiungiamo che è il III re[6] della XVIII dinastia a portare tale nome[7]; un nome a sua volta declinato, specie dagli studiosi di storia militare come il Generale Allenby, in “Napoleone d’Egitto”.

Ben giustificato, apparirà questo soprannome se si considera che a lui si debbono 17 campagne militari[8] nonché soluzioni politico-militari-diplomatiche di valore, come vedremo, certo innovativo.

Proprio nell’ambito della prima di queste campagne s’inserisce quello di cui vorrei parlarvi.

Un brano degli “Annali di Thutmosi III” nel Tempio di Karnak

IL “NAPOLEONE D’EGITTO” E LA I CAMPAGNA

Da sempre l’Egitto è stato circondato dai suoi nemici, dalle sabbie della Libia con le sue tribù, alle popolazioni Nubiane del profondo sud, agli “odiati” Sethiu: gli Asiatici. Tutte insieme, queste etnie, costituivano “i nove archi[9]”, cioè i popoli nemici dell’Egitto che il Re calpestava ad ogni passo dato che proprio nove archi erano riportati sotto i suoi sandali o sul poggiapiedi del suo trono.

Sfinge bronzea di Thutmosi III sdraiata sui “nove archi”

Ma il Principe di Qadesh, una città che ricorrerà spesso negli annali dell’Egitto faraonico, decide di opporsi al Re Thutmosi riuscendo a catalizzare attorno a se oltre 200 principi asiatici che operano al confine causando non pochi danni alle popolazioni alleate del “Grande Re”. L’esercito egizio è intervenuto già per operazioni di frontiera tentando di difendere gli alleati, ma si rende necessaria un’azione più decisa ed ecco che, in quel famoso anno XXII[10], giorno XXV del IV mese[11], Thutmosi inizia la propria campagna militare.

Dieci giorni e 200 chilometri dopo, proprio nel giorno di inizio del suo XXIII anno di regno, Thutmosi ed il suo esercito hanno attraversato il deserto e si trovano in una località che, successivamente, i Filistei[12] chiameranno Gaza. Altri dieci giorni e l’esercito si accampa ad Aruna, ai piedi della catena montuosa (che poi si chiamerà “del Carmelo”) che bisogna superare per raggiungere la piana di Megiddo in cui, vista l’avanzata nemica, si è schierato l’esercito dei  Principi della confederazione asiatica.

Attorno al tavolo dello Stato Maggiore, nella tenda del Re, si affaccendano i suoi Generali: motivo del contendere è la scelta della strada da seguire per raggiungere la città nemica. Tre, infatti, sono i percorsi possibili: due sono agevoli, ampi e consentiranno all’esercito, secondo i Generali, di poter procedere con il minimo rischio e di potersi schierare nella piana di Megiddo con rapidità ricostituendo i ranghi rapidamente per fronteggiare il nemico. Il terzo percorso, più breve, è però disagevole, passa per strette gole di montagna in cui addirittura lo stesso carro del Re passerebbe a stento e l’esercito si dipanerebbe in uno stretto e lungo serpentone che difficilmente potrebbe manovrare in caso di attacco nemico; basterebbe un uomo a tenere in scacco un intero esercito!

Ma il Re è irremovibile, proprio perché quel sentiero tra i monti è così disagevole, così “tatticamente” errato, il nemico non lo presidierà in forze o, magari, non lo presidierà affatto, e proprio per quel sentiero dovrà passare l’intero esercito della Terra di Kemi (giacché questo era il vero nome dell’Egitto).

Il carro del Re si trova spesso sull’orlo di baratri di cui non si scorge il fondo o, al contrario, alla base di rupi altissime da cui anche un solo sasso, lanciato, potrebbe causare gravi danni; Thutmosi, girandosi, non riesce a vedere la fine di quella lunga fila di uomini che lo seguono fiduciosi poiché egli è come il Dio della Guerra alla testa dei suoi eserciti[13].

Ma ogni percorso, anche il più disagevole, è destinato a terminare ed il Re, preceduto dalla sua avanguardia, giunge nella piana di Megiddo, alle spalle dello stesso nemico che, come previsto, è pronto a fronteggiare proprio gli sbocchi dei due percorsi più agevoli.

Thutmosi potrebbe sbaragliare immediatamente la coalizione nemica, capeggiata dai Principi di Qadesh e di Megiddo, ma deve aspettare l’arrivo anche dell’ultimo uomo, ed anche quando la retroguardia ha raggiunto il piano, il Re decide che si deve aspettare un giorno fausto e fa accampare i suoi uomini. Passano tre giorni poi, dopo una splendida notte con la luna nuova, al mattino del terzo il Re scatena il suo esercito, ormai riposato e riorganizzato, che ha immediatamente ragione del nemico che ripiega disordinatamente sulla città fortificata di Megiddo.

La fuga è così precipitosa che lo stesso Principe di Qadesh, per entrare nella città che ha ormai già chiuso le porte, deve farsi issare sulle mura con le funi[14].

Il Re vorrebbe immediatamente approfittare dello strapotere, ma il suo esercito si ferma a saccheggiare il ricchissimo accampamento nemico[15]. È gioco forza, così, dover procedere all’assedio di Megiddo, un assedio che durerà ben sette mesi e che si concluderà con la caduta della città e la cattura di oltre cento dei Principi asiatici ribelli, delle loro mogli, dei loro harem e, soprattutto, dei loro figli.

Eppure, in un’epoca in cui la guerra è brutalità pura, Thutmosi III inizia una politica lungimirante ed accorta che ben giustifica, peraltro, proprio quel soprannome di “Napoleone d’Egitto” che sopra abbiamo visto. L’esercito confederato è ormai smembrato, la riunificazione sotto un unico comando è fallita e cessa, pertanto, di essere un pericolo per l’Egitto, la lega stessa si è dispersa ed è ormai frammentata nei molteplici regni iniziali, con piccoli eserciti, e piccoli principi, più facilmente controllabili. Thutmosi può dirsi soddisfatto della sua vittoria e, magnanimamente, non solo libera i principi presi prigionieri a Megiddo, ma li reinsedia sui rispettivi troni facendo loro giurare che mai e poi mai rivolgeranno nuovamente le armi contro l’Egitto.

Il Re tuttavia, per diritto di “bottino”, potrebbe far sue le mogli o le concubine degli sconfitti, potrebbe ucciderne i figli per non perpetuare le stirpi dei nemici, ma ben altro è il suo progetto. I figli dei Principi, infatti, saranno suoi ospiti presso la Corte egizia in una sorta di Accademia militare, il “Kep”, in cui verranno educati, acquisiranno usi e costumi egizi apprezzandoli e costituendo, quando torneranno sui troni dei padri, una futura classe politica “amica”. Questo non volendo citare, s’intende, il ben valido deterrente costituito dalla loro presenza “a casa” del Re contro le eventuali idee di ribellione dei rispettivi genitori.

…e la linea del tempo, che ci aveva portati oltre 1400 anni prima dell’era volgare, ora scivola in avanti e ci porta lontano da quel XXIII anno di regno di Thutmosi: l’anno, questa volta, è il 1918 d.C. e, nella stessa zona, si combatte la Prima Guerra Mondiale.

Comandante delle forze dell’Impero Britannico nell’area è il Generale Sir Edmund Allenby e di fronte ha le forze dell’Esercito Ottomano che sono schierate nella piana di Megiddo, o meglio in quella che è intanto diventata Tell al-Mutesellim, nel territorio del futuro Israele.

Ma, ricordate? Sir Allenby è un cultore di egittologia, conosce bene la storia di Thutmosi III e decide di seguirne le orme: nuovamente l’espediente di percorrere il disagevole sentiero tra i monti si dimostra una mossa vincente!

Per chi avesse la curiosità di sapere quale è la fonte del racconto della “Campagna di Megiddo”, preciso che questa è narrata negli “Annali di Thutmosi III”, in un lungo rilievo che circonda il sacrario del Dio, nel Tempio di Amon a Karnak, nonché su una stele eretta a Napata, oltre la quarta cateratta del Nilo e perciò in pieno territorio nubiano, verosimilmente per servire da monito a quelle popolazioni magnificando le capacità guerriere del Re.

Potenza della propaganda!

Un’altra piccola digressione, finale, riguarda ancora Megiddo: secondo la religione ebraica, infatti, proprio nella valle prospiciente la città avrà luogo l’Armaghedòn (letteralmente Monte di Megiddo), ossia lo scontro finale tra le forze del bene e quelle del male.

VII pilone del Tempio di Karnak: Re Thutmosi III tiene per i capelli un gruppo di Principi asiatici e leva in alto la mazza da guerra per colpire

10/11/2021


[1]    Il vestiario dei Tuareg comprende l’”akerbas” camicia lunga dotata di maniche, molto simile alla “djallabiah”, l’”ekerbay”, pantalone, il “tagalmust”, il classico velo che ricopre il capo (che può essere anche chiamato “ă alil”, se è quello indossato giornalmente, meno elaborato), il “kel asuf”, il velo che copre il volto e che serve per proteggere dalla sabbia, ma principalmente dai demoni del deserto. L’abito è detto “aselsou”, o anche “telesse”; se nero è, invece, un “tezzefe”, se bianco, di lana, “abror”. Un abito di lusso è un “iloumar”, se di poco prezzo “akoulil”.

[2]    Thomas Edward Lawrence (1888-1935), ma anche T.E. Smith. T.E. Shaw, John Hume Ross, militare, agente segreto, archeologo, scrittore (suoi sono “I sette pilastri della saggezza), più noto con il leggendario nome di “Lawrence d’Arabia”

[3]    Edmund Henry Hynman Allenby (1861-1936), generale dell’Esercito britannico, che, tra il 1917 e il 1918, condusse la forza di spedizione egiziana nella conquista della Palestina e della Siria.

[4]    6 luglio 1917: Lawrence occupa il porto di Aqaba, sul Mar Rosso, dopo una traversata del deserto di quasi 600 miglia (circa 950 km), capeggiando un esercito di circa 5.000  costituito, in maggior parte da appartenenti al clan Howeytat.

[5]    Date le possibili datazioni discordi, siamo in un periodo compreso tra il 1457 e 1482 a.C.

[6]    Si sarà di certo notato che non è stato usato il termine “Faraone” ma quello di Re, e questo perché questo termine, derivante da “Per-Aa”, ovvero “Grande Casa”, entrerà nell’uso comune per indicare i Re dell’Antico Egitto proprio ed a partire dal Regno di Thutmosi III.

[7]    Titolatura completa:

Nome di Horus:                                Ka nekhet kha em uaset

Titolo Neb-Ty (le Due Signore:          Wahnesytmireempet

Nome Horus d’oro:                           Djeser khau

Titolo Nesw-Bity:                              Men-Kheperu-Ra

Sa-Ra (figlio di Ra):                          Dhutmose

[8]    Dalla 1ª alla 7ª : campagne “punitive” e di assestamento del potere regale, con la conquista dell’area siro-palestinese; dalla 8ª alla 17ª: scontri con il regno di Mitanni (regno breve ma intenso, nato dalla distruzione di Babilonia, situato nella zona tra l’attuale Kurdistan e l’Eufrate. Alla morte di Hammurapi (1180 a.C.), infatti, s’insediano nell’area nuove etnie tra cui, appunti, i Mitanni con una aristocrazia indo-europea. Affini agli Hittiti, i Mitanni avranno, però, vita molto più effimera e breve;

[9]    Normalmente con il termine “nove archi” erano indicati i nemici maggiori dell’Antico Egitto; è bene tuttavia tener presente che i nove “nemici” non erano consolidati nel tempo e costantemente individuabili, ma variavano a seconda del periodo storico. Del resto, chi era nemico “ieri” può non esserlo “oggi”, ad esempio per la stipula di trattati di pace, e viceversa.

[10] Gli anni di regno citati da Thutmosi III sono calcolati, lo si rammenta, dalla morte del padre, Tuthmosi II, e non da quella di Hatshepsut, diretto predecessore sul trono, in questo secondo caso si tratterebbe, perciò, del 1-2° anno di regno.

[11] L’anno egiziano era calcolato su 365 giorni esatti e si basava su tre stagioni di quattro mesi, da 30 giorni, ciascuna; ma 30  x 12  = 360 giorni, cui si aggiungevano 5/6 giorni “epagomeni”, che venivano, cioè, aggiunti con una certa cadenza per avvicinare la durata dell’anno del calendario a quella dell’anno solare. Giacché l’interno ciclo era in funzione delle piene nilotiche, il primo giorno era in funzione dell’arrivo, a Ineb-Hedji (la greca Menfi) della prima ondata di piena, intorno al 15-20 di giugno. Quanto ciò comportasse imprecisione è facile immaginare, tanto che venivano usati anche altri “calendari”, talvolta sfalsati tra loro, per cercare di far “quadrare” il periodo annuale. Orientativamente, Akhet, la prima stagione dell’inondazione, andava da luglio a novembre; Peret, stagione della germinazione, da novembre a marzo; Shemu, stagione del raccolto, da marzo a luglio. I Mesi, fino al periodo ellenistico, quando furono assegnati nomi a ciscuno, venivano indicati con numeri (I, II, III mese di Akhet, ad esempio). In ogni caso, anche per gli studiosi, esistono notevoli difficoltà ad indicare una corrispondenza con il calendario gregoriano, oggi vigente.

[12] L’area è quella fenicia, ma il termine greco “Fenicio”, con riferimento alla produzione della porpora, si associa a tale zona del Vicino Oriente solo dopo le invasioni dei Popoli del Mare (di varia origine, in cui è possibile, forse, riconoscere civiltà più note: gli Sherdana, forse Sardi; gli Akijawa, forse gli Achei; i Filistei, e altri).

[13] “…Ecco, si diede ordine all’intero esercito di muoversi; sua Maestà procedeva su un carro di oro fino, equipaggiato con le sue insegne di guerra, come Horus dal braccio possente, signore dei riti, come Montu di Tebe, mentre suo padre Amon rendeva forti le sue braccia. …” dagli “Annali di Thutmosi III” nel Tempio di Karnak;

[14] “…Ed essi [i nemici] videro, invero, sua Maestà prevalere e corsero precipitosamente verso Megiddo, con visi terrorizzati, dopo aver abbandonato i loro cavalli e i loro carri d’oro e d’argento. Li tirò su, issandoli per le loro vesti, in questa città; infatti la popolazione aveva sbarrato questa città contro di loro, ma avevano calato delle funi per issarli su…” dagli “Annali di Thutmosi III” citato;

[15] “…Furono allora catturati i loro cavalli e i loro carri d’oro e d’argento, come facile bottino, (mentre) le loro truppe giacevano prostrate come pesci in un’ansa della rete…” dagli “Annali di Thutmosi III”.