C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

L’ESODO

Di Piero Cargnino

Ignoriamo tutto, non esistono prove storiche o archeologiche che possano supportare le notizie che ci troviamo a leggere solo sulla Bibbia. Ignoriamo il secolo in cui si sarebbero svolti i fatti, ignoriamo perfino se davvero il popolo ebreo sia mai stato in Egitto. Più approfondisco le mie ricerche e più mi rendo conto che, praticamente privi di prove archeologiche o storiche, ciascuno scrive un po’ quello che immagina a seconda della propria interpretazione, alcuni arrampicandosi sui vetri per scovare un indizio che, magari un po’ forzato se non addirittura manipolato, possa confermare la sua tesi.

La realtà è che a tutt’oggi, al di fuori della fede religiosa, non esiste l’ombra di una prova, e ripeto, storica o archeologica, che ci permetta di confermare con assoluta certezza che sia mai avvenuta la discesa in Egitto del popolo ebraico ed il conseguente Esodo, almeno come viene raccontato nella Bibbia.

Prima di arrivare al nocciolo della questione, ovvero: “Gli ebrei sono stati realmente schiavi in Egitto? e “L’Esodo è avvenuto davvero come ce lo racconta la Bibbia?”, vorrei iniziare prendendo l’argomento un po’ alla larga. Non vorrei immergermi in una diatriba religiosa dalla quale non se ne esce più, ma per rispetto alla storia dell’antico Egitto, almeno come la conosciamo noi, vedrò di seguire le diverse ipotesi che fior di studiosi hanno formulato. Ci terrei però ad esprimere anche le mie opinioni in proposito (da profano) ma non privo della capacità di ragionare.

Quello che per me è un punto fondamentale è quello di stabilire innanzitutto “Chi erano gli Ebrei?”. Si può parlare di ebrei come popolo prima che Giosuè fondasse Gerusalemme? Se riusciamo a risolvere questo enigma dopo, forse, sarà tutto più facile.

L’Enciclopedia Treccani alla voce Ebrei specifica:

E’ qui sorge un’altra domanda: “Che cosa s’intende per popolo?”. Faccio ancora ricorso all’Enciclopedia Treccani che definisce Popolo:

Bene a quanto risulta dalle testimonianze riportate nella Bibbia stessa, all’epoca della presunta discesa in Egitto e fino al successivo Esodo, non esisteva alcun complesso di individui accomunati dalla stessa fede religiosa o politica da potersi considerare “popolo ebraico”. Si può iniziare a parlare di un “popolo ebraico”, unito, però solo da un rapporto religioso anche se non ancora un’entità sovrana, solo al termine del presunto peregrinare attraverso il Sinai, quando Mosè riuscì finalmente ad affermare il Dio unico a coloro che lo seguivano (anche se in effetti coloro che lo seguivano erano ancora credenti in molti dei).

Molti studiosi sostengono che il termine “ebrei” lo si trova citato per la prima volta in un papiro risalente alla XIII dinastia e rinvenuto a Tebe, il cosiddetto “Papiro di Brooklin” n. 35.1446 nel quale viene riportato un lungo elenco di nomi di servitori della corte di Khutawy.

In esso si racconta che il visir Ankhu riceve in dono, per ordine del sovrano, del cibo da ripartire fra tutti i suoi collaboratori di molti dei quali vengono citati i nomi. L’interesse storico del papiro sta nel fatto che 45 nomi su 79, sono palesemente asiatici, cosa questa che confermerebbe la notevole presenza in Egitto di gente proveniente dalla Palestina prima ancora dell’invasione degli Hyksos. Privi di connotazioni etniche comuni e senza linguaggio comune; i loro nomi personali denunciavano una provenienza semitica, ma anche hurrita o indo-europea. Mi pare ovvio supporre che in Egitto dimorassero popolazioni di origine palestinese, siriana o cananea.

Nel papiro si parla inoltre della presenza di Hapiru (o Habiru o Apiru), nome principalmente usato nel II millennio a.C. per identificare gruppi di persone appartenenti ad una classe sociale inferiore, che vivevano ai margini della società. Un’altra citazione degli “Apiru” la troviamo su di una scena parietale, rinvenuta durante gli scavi di un monumento egizio risalente all’epoca della regina Hatshepsut e Tutmosi III (1470 a.C. circa). In essa sono rappresentati uomini che lavorano ad un pigiatoio per il vino. La didascalia sotto l’immagine porta scritto: “Estrazione del vino degli Apiru”.

Gli Apiru sono inoltre citati in una lettera presente sul Papiro di Leiden, risalente all’epoca di Ramesse II (1250 a.C. circa), dove vengono impartite le seguenti disposizioni:

Come specificato in precedenza, molti studiosi hanno ritenuto di associare il termine Apiru o Habiru o Hapiru con Ebrei; questo in virtù di una presunta assonanza che passa attraverso il termine “Ivri” (o evriu) da cui Ebrei. Io penso che già non sappiamo di preciso come, a quei tempi, venisse pronunciata oralmente la parola Apiru, e forse neppure la parola Ebrei, che caso mai l’assonanza la intuiamo solo oggi.

L’argomento che stiamo affrontando è estremamente delicato per l’importanza che riveste nei confronti delle tre religioni monoteiste, Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Lungi da me l’idea di scoprire se la Bibbia, o meglio, l’Antico Testamento (Pentateuco), rappresenta un testo sacro storico-religioso o se in esso siano contenuti miti e leggende provenienti da un lontano passato e comuni a diverse antiche culture mediorientali. In linea di massima la maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che i testi biblici furono scritti a partire dal VII secolo a.C. anche se le date esatte della compilazione di queste scritture restano a tutt’oggi fonte di interrogativi.

Secondo alcuni studiosi la Bibbia, o almeno gran parte di essa, sarebbe stata composta durante il periodo successivo all’esilio babilonese (587 – 539 a.C.) e potrebbe rappresentare la base su cui un popolo oppresso intendeva affermare una propria identità storica e religiosa dopo oltre mezzo secolo di esilio.

Secondo il professor Eliezer Piasetzky, l’alfabetizzazione presente nelle fasi terminali del Regno di Giuda (600 a.C.), sarebbe stata tale da costituire il primo passo verso la redazione di molti scritti veterotestamentari. Sicuramente ci troviamo di fronte a successive riscritture di testi molto più antichi dai quali gli autori (quaranta secondo alcuni), hanno attinto, ma soprattutto a racconti e tradizioni tramandate più che altro oralmente dal popolo e solo più tardi, quando, in seguito all’“Editto di Ciro” (Esdra: 6:3-5), gli ebrei poterono tornare a Gerusalemme, i vari testi furono riuniti in libri ai quali fu dato un titolo ed in seguito integrati in quella che sarà la Bibbia.

Possiamo anche pensare che durante la cacciata degli Hyksos un gruppo, secondo alcuni sarebbero i famosi Hapiru (o Habiru), abbia scelto di andarsene per proprio conto senza seguire gli altri asiatici seguendo un personaggio di spicco tra di loro (Mosè?), il quale si era creato un unico Dio (chissà perche?) ed in suo nome abbia promesso ai suoi seguaci di portarli in una fantomatica “Terra Promessa”. La Bibbia stessa ci dice che i seguaci di Mosè non erano fedeli a quel Dio che veniva imposto loro e che loro manco ne avevano mai sentito parlare. Ma allora perché girovagare per 40 anni nel deserto del Sinai? Sempre la Bibbia ci dice che gli “Israeliti” non obbedirono al Dio di Mosè e infransero spesso i suoi comandamenti, furono perciò puniti con 40 anni di peregrinazione prima di giungere nella Terra Promessa.

La vicenda del Patriarca legislatore che attraversa il Mar Rosso, si dirige a sud nel Sinai dove vaga per 40 anni e riceve le tavole della Legge dal suo Dio, si può includere nel mito, sacro e nobile, della narrazione biblica. La quale narrazione biblica ci presenta una delle tante  contraddizioni, ci descrive il Monte Sinai non in Sinai ma in Arabia.

Questa è la teoria che colloca l’Esodo in concomitanza con la cacciata degli Hyksos, condivisibile? Personalmente la ritengo poco probabile.

Proviamo ora a guardare la vicenda da un altro punto di vista. Con Amenhotep III avviene il primo distacco vero e proprio della casa regnante dal centro cultuale per eccellenza del dio Amon a Karnak, il sovrano infatti fece costruire una nuova reggia oltre il Nilo, a Malqata, dove fece costruire anche il suo complesso funerario del quale oggi rimangono solo più gli enormi Colossi di Memmone.

Questo allontanò ulteriormente la casa reale dalle interferenze dei sacerdoti del dio Amon i quali erano sempre più invadenti verso il potere politico del sovrano. Come abbiamo accennato in precedenza, già con Thutmosi IV iniziarono ad affermarsi nuove idee e proposte religiose dal contenuto spirituale e sociale profondamente innovativo, si nota un certo distacco dal culto di Amon in favore di quello che con Akhenaton troverà una piena affermazione, Aton, ovvero il “disco solare”.

Il padre della psicanalisi, Sigmund Freud scrive in proposito:

Particolarmente evidente è  la forte influenza della cultura e della religione enoteistica del dio Aton (Adonai per gli “ebrei”) sulla cultura ebraica ed il suo monoteismo (notare però che Adonai è plurale e significa “Miei Signori”).

Importante notare che non esiste alcuna rappresentazione antropomorfa di Aton. Il pensiero vola alla Bibbia:

Cogliendo le somiglianze tra la visione religiosa del faraone eretico e gli insegnamenti di Mosè, Sigmund Freud è stato il primo a sostenere che Mosè era in realtà un egiziano. Ora Ahmed Osman, con recenti scoperte archeologiche e documenti storici, sostiene che Akhenaton e Mosè fossero la stessa persona. In una splendida rivisitazione della storia dell’Esodo, Osman dettaglia gli eventi della vita di Mosè/Akhenaton:

Un po di fantasia non guasta mai. Oltre Freud, anche gli egittologi Arthur Weigall e Jan Assmann, dell’Università di Costanza, e molti altri hanno posto in evidenza le numerose analogie tra Mosè, adoratore di Adonai e Akhenaton adoratore di Aton.

Un’ulteriore analogia la troviamo nelle moltissime similitudini tra “L’Inno ad Aton”, scritto sulle pareti della tomba inutilizzata del visir Ay, con quelle contenute nel Salmo biblico n. 104. La tesi secondo cui Mosè sarebbe lo stesso Akhenaton è però contestata da molti i quali affermano che il faraone sarebbe morto in Egitto prima dell’eventuale Esodo. A questo punto si potrebbe ipotizzare che Mosè sia stato un seguace di Akhenaton, fedele all’Aton, e che, con il fallimento della rivoluzione religiosa e la probabile persecuzione contro i fedeli atoniani da parte del clero di Amon abbia deciso di scappare dall’Egitto con i suoi adepti.

Mosé, secondo gli antichi egizi significava “figlio di” poi la tradizione ebraica lo ha fatto derivare dal termine “Masciah” che significa “salvato dalle acque”; secondo i più si tratta di un nome decisamente egiziano che diversi faraoni portarono. Mosè quindi deve aver vissuto fin dall’inizio la deriva in favore del culto atoniano e l’educazione che ricevette nella corte del faraone fu tale per cui venne iniziato al culto di Aton. Nato probabilmente sotto Amenhotep III divenne poi un cortigiano di Akhenaton e come lui seguace del culto di Aton. D’altronde la Bibbia, nella Genesi, parla sempre di un dio che non è conosciuto da tutti, egli è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e, anche di Giuseppe, sono loro che parlano con il dio, il popolo non viene mai coinvolto se non per interposta persona.

Con la morte di Giuseppe cala il silenzio, un silenzio che dura fino all’avvento della schiavitù ad opera del faraone:

Da quel momento gli ebrei sarebbero diventati schiavi in Egitto. In Genesi 15:13, Dio dice ad Abramo:

cosa che viene confermata dallo stesso Mosè in Esodo 12:40-41 quando afferma:

A questo punto possiamo immaginare che dopo quattro secoli qualcuno ancora si ricorda del dio di Abramo? Tanto meno Mosè che, indipendentemente da come si vuol considerare la sua nascita, è a tutti gli effetti un egiziano e come tale la sua vita si svolge alla corte del faraone.

Manetone scrive che Mosè divenne sacerdote del Sole in Egitto per un periodo di tredici anni. In realtà egli parla di una figura semi leggendaria che chiama Osarseph (altro nome di Mosè secondo Manetone, il quale specifica che tale nome deriva da Osiride e che la parte finale seph è una variante di Seth). Anche Giuseppe Flavio, nel suo “Contra Apione” associa Osarseph al profeta ebraico affermando che fu un alto sacerdote del clero di Osiride della città di Eliopoli durante il regno del faraone Amenhotep senza precisare quale.

Forse non è errato pensare che la figura di Mosè, magari non proprio come lo descrive la Bibbia, sia realmente esistita. Indipendentemente dalla sua nascita ed infanzia quale gli viene attribuita nella Bibbia, Mosè visse presso la corte del faraone e:

Manetone parla di lui citandolo come Osarseph che Giuseppe Flavio, nel suo “Contra Apione”, in seguito associa ad un alto sacerdote del clero di Osiride. Sempre Giuseppe Flavio, nelle “Antiquitates Iudaicae”, aggiunge che Mosè fu mandato dallo stesso faraone a guidare l’esercito egiziano contro gli etiopi, che erano avanzati da sud impossessandosi di molte città, per cui divenne un potente generale dell’esercito egiziano.

Di lui la Bibbia dice che, seppur formatosi presso la famiglia reale, ad un certo punto non condivise più i metodi disumani coi quali venivano trattati gli ebrei “schiavi” e decise di aiutarli ad uscire da quella situazione. Fin qui il racconto della Bibbia e di alcuni storici antichi dei quali non si nutre piena fiducia.

Ma vediamo prima quando Giuseppe e con lui Giacobbe (Israele) sarebbero scesi in Egitto. Come ho detto in precedenza Dio dice ad Abramo che i suoi discendenti:

CHI ERA MOSE’?

Penso che, nonostante le molte contraddizioni ed inesattezze storiche e bibliche, un personaggio quale Mosè deve essere sicuramente esistito. Secondo alcuni Mosè altri non era se non lo stesso Akhenaton. L’identificazione del faraone ribelle Akhenaton col Mosè biblico dell’esodo ebraico, appare estremamente logica. Sono infatti facilmente rintracciabili le numerose analogie storiche, circostanziali e cronologiche tra i due personaggi. Particolarmente evidente è  la forte influenza della cultura e della religione enoteistica del dio Aton (Adonai per gli “ebrei”) sulla cultura ebraica ed il suo monoteismo. La cosa potrebbe essere verosimile poiché non si sa più nulla di lui da un certo periodo in poi, la damnatio memoriae cui fu soggetto, principalmente durante il regno del faraone Horemheb fu talmente meticolosa da cancellare quasi completamente il suo ricordo.

Arriviamo dunque al momento in cui Akhenaton prende coscienza che l’opposizione nel paese, sobillata soprattutto dal clero di Amon, si fa sempre più forte assumendo anche caratteri di rivolta. Come abbiamo già detto in Egitto e parte del Medio Oriente, pare si sia verificata un’epidemia molto grave la cui natura resta in gran parte sconosciuta. Forse proprio a causa di questa epidemia nella famiglia reale avvennero molte morti, dapprima la regina madre Tiy (intorno al 13º anno di regno) seguita dopo poco dalle giovanissime principesse Setepenra e Neferneferura. Queste morti furono precedute, intorno al 12º anno di regno, dalla morte della secondogenita, Maketaton (morta forse di parto). Tutti questi lutti dovettero colpire duramente il sovrano già provato dalla delusione dovuta alla consapevolezza  dell’ormai imminente fallimento del suo culto atoniano. A complicare ulteriormente le cose pare che intorno al dodicesimo anno di regno, la sposa reale Nefertiti esca di scena, di lei non si sa più nulla, secondo alcuni cadde in disgrazia, ma potrebbe anche essere morta. In un edificio situato a sud della città di Akhetaton, detto Maruaten, il nome di Nefertiti è stato cancellato ed al suo posto compare quello della figlia maggiore Merytamun che pare sia poi andata sposa a Smenkhara, successore di Akhenaton.

In una tomba di Amarna Akhenaton e Nefertiti sono rappresentati insieme mentre offrono dell’oro al defunto ma inspiegabilmente al posto dei loro cartigli compaiono quelli di Smenkhara e Merytamun, questo porterebbe a pensare che Akhenaton non era più presente ad Akhetaton prima che il nuovo faraone lasciasse Amarna per Tebe. A questo punto non ci sono che due spiegazioni, o Akhenaton era morto oppure aveva già lasciato Amarna con i suoi seguaci per dirigersi in Palestina sotto le spoglie di Mosè.

Secondo altri studiosi Akhenaton morì intorno al suo diciassettesimo allo di regno ma Akhetaton non fu abbandonata subito, a succedere al trono salì dunque Smenkhara, sarà lui a lasciare Amarna abbandonando l’eresia dell’Aton. Una testimonianza ci arriva da un graffito in ieratico trovato a Qurna e risalente al terzo anno di regno di Smenkhara dove un certo Pwah innalza un inno al dio ancestrale:

E’ evidente che l’eresia era già stata abbandonata. Certo Akhenaton potrebbe essere morto ma non dimentichiamo il generale Thutmose che Manetone cita come Osarseph ripreso anche da Giuseppe Flavio nel suo “Contra Apione”. Nato forse durante il regno di Amenhotep III o addirittura di Thutmosi IV, con molta probabilità da genitori egiziani facenti parte della corte se non addirittura da una sposa secondaria di uno dei due faraoni citati sopra, [Thut] Mose fu partecipe a pieno titolo della vita di corte e con questa condivise le nuove tendenze religiose ormai orientate verso l’Aton. Quasi certamente affiancò Amenhotep IV nella sua rivoluzione religiosa, che porterà il faraone a mutare il suo nome in Akhenaton, e con lui partecipò alle sorti dell’Egitto incluso il trasferimento della capitale ad Akhetaton.

Come abbiamo già accennato in precedenza Flavio Giuseppe, nelle “Antiquitates Iudaicae”, identifica Mosè con il generale Thutmose, a parziale conferma di ciò, su vari testi egiziani è attestato che il faraone Akhenaton fece sedare un’insurrezione nubiana, nell’odierno Sudan e questo avvenne nel suo dodicesimo anno di regno, a guidarla fu il generale Thutmose. Possiamo quindi immaginare una collaborazione molto stretta fra il faraone e Mosè entrambi adoratori dell’Aton.

Alla morte di Akhenaton sale al trono Smenkhara che cede al clero di Amon e cancella l’eresia atoniana. Mosè raccoglie i seguaci di Aton e con essi parte per cercare una nuova terra dove professare il suo credo. Certo non erano molti come ci racconta la Bibbia:

Coloro che seguirono Mosè non erano quindi gli schiavi biblici bensì normali cittadini di Amarna, magari pure benestanti, che se ne andavano portandosi dietro tutti i loro averi, oro, argento, gioielli e vestiti oltre a rifornimenti per il viaggio. Non credo che se si fosse trattato di schiavi, liberati dal faraone dopo le dieci piaghe, questi gli avrebbe pure dato:

Certamente Mosè si vide costretto a cambiare qualcosa del credo atoniano, in quanto enoteista il credo ammetteva la presenza, seppur marginale di altri dei, prima fra tutti la Maat. Mosè fonda perciò un nuovo credo, monoteista, che vede un unico dio che non ha nome:

Riguardo a quest’ultima parte viene solo ribadito quello che già esisteva nel credo dell’Aton infatti non esiste alcuna rappresentazione antropomorfa del dio atoniano, Aton rappresenta solo il disco solare.

Un’ultima considerazione che mi pare doveroso fare perché ci troveremo tra poco a dover affrontare è che, mentre tutto ciò che riguardava Amarna per quanto possibile fu cancellato dalla damnatio memoriae, così come i personaggi che non seguirono Mosè ma che erano coinvolti nell’amministrazione, un personaggio molto influente alla corte di Akhenaton non solo mantenne la sua posizione ma la migliorò diventando in seguito faraone, fu il maestro dei cavalli Ay, forse per il fatto di essere imparentato con la regina e, come tale, avere una grande influenza negli affari di stato in quanto il faraone che seguirà Smenkhara, ovvero Tutankhamon, era ancora un fanciullo.

Fonti e bibliografia:

  • Sigmund Freud, “L’uomo Mosè e la religione monoteistica”, Bollati Boringhieri, Torino 2002.
  • Johannes Lehmann, “Mosè l’egiziano” Garzanti, Milano 1987
  • Flavio Barbero, “La Bibbia senza segreti”, Grosseto : Magazzinidelcaos, 2008
  • Giovanni Garbini, “Storia e ideologia nell’Israele antico”, Brescia, 1986
  • Edda Bresciani, “Letteratura e poesia dell’Antico Egitto”, Torino, Einaudi, 1969
  • Pietro Rossano ed altri, “Nuovo Dizionario di Teologia Biblica”, Milano, edizioni Paoline, 1996
  • Martin McNamara, “I Targum e il Nuovo Testamento”, Bologna, 1978
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, 1961
  • Mario Liverani, “Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele”, Roma-Bari, Laterza, 2003
  • Werner Keller, “La Bibbia aveva ragione”, Garzanti, 1956
  • Carlos Alberto Bisceglia, “Alla ricerca del libro di Yahweh”, Cassandra 2, 2019
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke, 2013
  • Charles Conroy, “The “Israel Stela” of Merenptah”
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