Di Piero Cargnino

Non solo guerre.
Dove trovasse il tempo per sovrintendere a tutto è un mistero ma Ramses II non fu solo un grande guerriero, fu anche un abile ed instancabile costruttore. Costruì di tutto, da città a palazzi, templi e statue, quello che non costruì lui lo usurpò ai suoi predecessori, una statua di Amenhotep III con il dio Sobek, una statua colossale della regina Tiy che dedicò alla propria madre Tuia, ecc. Fece inoltre completare i monumenti fatti iniziare dal padre Seti I.
Il suo cartiglio fa bella mostra in tutto l’Egitto, dal Delta fino in Nubia su blocchi di pietra, sui templi, tra cui gli enormi templi di Abu Simbel per se e per la sua Grande Sposa Reale Nafertari, il Ramesseum nella necropoli di Tebe, ovunque iscrizioni ed immagini raccontano la sua grandezza ed esaltano le sue imprese formando un vastissimo repertorio, sia letterario che iconografico, in grado di fornirci molte informazioni sul suo regno. Per le sue costruzioni disseminate nell’intero paese non si fece scrupoli di demolire edifici più antichi e gran parte del materiale usato per le sue costruzioni proveniva dagli edifici costruiti nella città di Akhetaton.
Fece costruire la sua nuova capitale Pi-Ramses “Dimora di Ramses”, nella parte est del Delta nei pressi dell’antica capitale degli Hyksos, Avaris. La grande egittologa francese Christiane Desroches Noblecourt scrisse che con Ramses II “l’Egitto era stato trasformato in un grande cantiere”.
Parliamo ora di uno dei suoi più importanti monumenti, “il Ramesseum”. Le rovine che coprono un vasto territorio a Tebe, sulla riva sinistra del Nilo poco lontano da Gurna, non rendono merito a quello che fu il grande tempio funerario di Ramses II, “il Ramesseum”, così lo chiamò Champollion nel 1829 quando scoprì sulle mura del tempio i geroglifici che riportavano il nome ed i titoli del faraone, in origine il tempio si chiamava “Casa di milioni di anni di Usermaatra Setepenra che unisce la città di Tebe coi domini di Amon”. Il tempio fu il primo dei grandi cantieri inaugurati da Ramses II, Nel I secolo a.C. Diodoro Siculo, nella sua “Bibliotheca historica”, descrive con grande ammirazione questo tempio gigantesco che, secondo lui era la “Tomba di Ozymandias” (corruzione greca del praenomen di Ramses II “Usermaatra”).

Il Ramesseum copre una lunghezza totale di circa un chilometro per giungere al culmine del “Tempio di milioni di anni”, che non era destinato alla sepoltura del sovrano ma solo per formare il luogo ove si dovevano celebrare le cerimonie legate al suo culto dopo la sua morte.
Il Tempio vero e proprio, inserito nel Ramesseum, fu progettato ed edificato dall’architetto di fiducia di Ramses II, Penra che era anche l’architetto reale; copriva una lunghezza di 300 metri per 195 di larghezza ed era orientato lungo l’asse nord-est sud-ovest, come se non bastasse comprendeva una baia che serviva per l’attracco delle barche cerimoniali.
Due cortili precedevano il tempio principale, il primo di questi era delimitato da un enorme pilone con una sala ipostila per le celebrazioni, tre vestiboli, un santuario ed il palazzo reale situato a sinistra; una colossale statua del faraone assiso trovava posto nella parte posteriore, la statua era costruita in sienite, alta 17 metri e pesante più di 1000 tonnellate, oggi esistono solo più alcuni frammenti della base e del torso, di un’altra statua possediamo solo più la testa.

Sul pilone d’ingresso sono rappresentate scene di battaglia dove Ramses II appare trionfante, a capo del suo esercito, sugli Ittiti a Qadesh, nella sala ipostila è rappresentata la presa della fortezza di Dapur.

Nel secondo cortile, in quel che resta del pilone e del “Portico di Osiride”, compaiono ancora scene della battaglia con gli ittiti e, nella parte superiore, sono raffigurate scene che rappresentano una celebrazione in onore del dio Min, dio itifallico della fertilità e della virilità. Sul lato opposto enormi colonne e pilastri osiriaci stanno ancora a dimostrare la maestosità e grandiosità del monumento.

A nord del grande complesso Ramses II fece costruire due tempietti, uno per onorare la sua Grande Sposa Reale Nefertari, l’altro per sua madre Tuia e, tanto per non farsi mancare nulla, qui fece rappresentare il mito della sua nascita divina secondo cui sarebbe stato concepito in seguito ad una unione divina di Tuia con il dio Amon.

Oltre all’aspetto religioso, il Ramesseum rappresentava anche un centro di vita quotidiana, trovavano posto residenze, botteghe e magazzini, in più, per volontà del sovrano era stata istituita la cosiddetta “Casa della Vita”, una scuola per apprendisti scribi dove gli alunni avevano il compito di commemorare le imprese del sovrano a scopo di propaganda. Gran parte del Ramesseum fu costruito riutilizzando parti di monumenti più antichi ma, ironia della sorte, la casa di milioni di anni di Ramses II non durò così a lungo, col passare dei secoli venne anch’essa smantellata e le pietre riutilizzate per le costruzioni dei suoi successori.
Il Tempio nel quale Ramses II volle ostentare tutta la sua grandezza e potenza, facendosi rappresentare non in una ma in ben quattro colossali statue, è senza dubbio il tempio di Abu Simbel, a sud di Assuan, il “Tempio di Ramses amato da Amon”, il più grande dei sei templi scolpiti nella roccia, esso si può considerare il più imponente e il più bello di quelli costruiti in Nubia durante il suo regno.

Il tempio fu costruito sulle vestigia di un precedente tempio dedicato a Horus che venne completamente demolito. Quella doveva essere la rappresentazione della sua grandeur e mettere in soggezione i nubiani e gli altri popoli del sud dell’Egitto rimarcando ancor più la supremazia della religione egizia. Ramses II lo dedicò agli dei Ra-Harakhti, Amon e Ptah oltre (ovviamente) che a se stesso. L’egittologo italiano Sergio Donadoni lo definì:
<<……un barocco senso di scenografia raggiunge il suo apice in questo tempio fiabesco……>>.

Ad Abu Simbel Ramses non dimenticò di certo la sua amata Sposa Reale, fece scavare nella roccia della montagna due templi, uno “ovviamente maggiore” che dedicò a se stesso ed uno minore per Nefertari.
Il tempio grande, che si trovava quasi completamente sepolto dalla sabbia depositatasi nel corso dei secoli, come quello più piccolo della regina, furono scoperti nel 1813 dall’archeologo svizzero Johann Ludwig Burckhardt il quale si limitò a visitare la parte emergente. Fu solo nel 1817 che Giovanni Battista Belzoni, già famoso per altre imprese memorabili, come il trasporto dell’obelisco di File e di un busto colossale di Ramses II, che anni prima i componenti della spedizione napoleonica avevano tentato invano di rimuovere senza riuscirci, decise di disseppellire il tempio grande.

Si trattava di un’impresa titanica, riuscire a rimuovere tonnellate di sabbia, mobile e sfuggente, in grado di franare ogni momento, per di più il lavoro doveva svolgersi sotto un sole cocente a temperature che a volte superavano i cinquanta gradi. Belzoni ci volle comunque provare, e non fu cosa da poco, anche solo il gestire una manodopera riluttante e non troppo convinta, ma alla fine, con la sua tenacia, ci riuscì e fu il primo ad entrarvi dopo millenni.

La facciata si presenta con un’altezza di 33 metri ed una larghezza di 38 metri sulla quale sono state scolpite nella roccia quattro colossali statue del faraone alte 20 metri, Ramses II compare assiso con indosso il pschent, ossia la Doppia Corona dell’Alto e Basso Egitto, con il copricapo nemes, il cobra sulla fronte e l’immancabile barba posticcia.
Tra le sue gambe, di dimensioni molto minori, vi sono le statue della madre Tuia, della Grande Sposa Reale Nefertari oltre a quelle di alcuni figli, le principesse Nebettaui, Isinofret II, Bintanath, Baketmut, Meritamon e Nefertari II e dei principi Amonherkhepshef e Ramses.
Sul frontone sopra le statue del faraone troneggiano 14 statue di babbuini che guardano ad est dove sorge il sole per adorarlo; si pensa che in origine i babbuini fossero 22 quante sono le province dell’Alto Egitto, secondo altri erano 24 come le ore del giorno.

Al centro sopra l’ingresso in una nicchia c’è la statua del dio Ra-Harakhti, il dio poggia una mano sullo scettro “user” (forza) e l’altra sulla dea Maat, il tutto per evidenziare il nome di incoronazione di Ramses II “User-Maat-Ra”, il tempio è dedicato a Ra (….. ma anche a me).

Sui lati dell’ingresso è raffigurato il dio Nilo Hapy mentre lega insieme fiori di papiro e di loto per dimostrare l’unione del paese; sotto al dio da un lato ci sono prigionieri legati con corde terminanti con il fiore di papiro, dall’altro lato prigionieri africani legati con corde terminanti con il fiore di loto.



Delle quattro statue colossali che ornano la facciata una di queste è spezzata e crollata all’altezza del torso a causa di un terremoto, avvenuto già in tempi antichi, ora la testa e il torso giacciono ai piedi del colosso.

Il tempio si sviluppa in profondità nella roccia per circa 55 metri; dall’ingresso si accede ad un breve corridoio superato il quale si presenta una grande sala il cui soffitto è sorretto da otto pilastri ai quali è addossata una statua di Ramses II con le sembianze di Osiride. Sono statue alte 11 metri, il soffitto è decorato con disegni incompiuti che rappresentano la dea Mut che, con le sue ali spiegate, protegge il tempio. La parete di destra è interamente ricoperta con scene che rappresentano la vittoriosa campagna di Ramses II nella battaglia di Qadesh contro l’esercito ittita, l’insieme delle raffigurazioni formano il famoso poema di Pentaur.

Sulla parete di sinistra sono rappresentate le scene delle altre varie battaglie condotte dal sovrano in Siria, Libia e Nubia. Dalla sala delle colonne si accede ad una più piccola, detta la “Sala dei Nobili” con quattro pilastri quadrati coperti di rilievi di divinità, sulle pareti sono rappresentati Ramses II e Nefertari mentre offrono incenso e profumi alla barca di Amon.
La parete di fondo si apre sul Santuario. Il punto più interessante del tempio è il santuario stesso dove, sul fondo, si trovano quattro statue, tre sono gli dei che all’epoca costituivano le divinità più importanti: Ptah, Amon-Ra, Ra-Harakhti l’altra è lo stesso Ramses II.

Nel santuario avviene qualcosa di straordinario, calcolato e voluto dagli architetti di Ramses, due volte l’anno, il 20 febbraio ed il 20 ottobre il sole entra nel santuario e si fissa sulla statua del faraone e, parzialmente anche su Amon-Ra e Ra-Harakhti, in questo modo i raggi del sole avrebbero ravvivato l’energia del sovrano, Ptah, dio delle tenebre, non viene mai illuminato. Oggi, dopo lo spostamento del tempio avvenuto negli anni 60, il fenomeno si verifica il 22 febbraio e il 22 ottobre.

Come noto, negli anni 60, a causa della costruzione della grande Diga di Assuan, si è formato un immenso lago che ha preso il nome del presidente egiziano Nasser, questo avrebbe sommerso numerosi monumenti egizi tra cui quelli di Abu Simbel. Grazie all’intervento dell’UNESCO, 113 paesi, tra cui l’Italia, si attivarono per salvare almeno i monumenti più importanti. L’impresa italiana Impregilo, con l’ausilio di oltre duemila uomini ed un gruppo di esperti cavatori di marmo di Carrara, Mazzano e Chiampo, provvide a smontare il tempio di Ramses II tagliando la roccia che costituiva il tempio ed a rimontarlo 65 metri più in alto e 300 metri più indietro evitando così che venisse sommerso; il tutto rispettando l’originale orientamento rispetto agli astri e al sole, in modo da consentire (seppur con lo sfalsamento di un giorno) il fenomeno del sole che illumina il faraone. Lo sforzo tecnologico senza precedenti costò in totale circa 40 milioni di dollari.

Fonti e bibliografia:
- Silvio Curto, “L’arte militare presso gli antichi egizi”, Torino, Pozzo Gros Monti S.p.A, 1973
- Franco Cimmino, “Ramesse II il Grande”, Milano, Tascabili Bompiani, 2000,
- Sergio Pernigotti, “L’Egitto di Ramesse II tra guerra e pace”, Brescia, Paideia Editrice, 2010
- Kenneth Kitchen, “Il Faraone trionfante. Ramses II e il suo tempo”, Bari, Laterza, 1994,
- Edda Bresciani, “Ramesse II”, Firenze, Giunti, 2012
- Cyril Aldred, “I Faraoni: l’impero dei conquistatori”, Milano, Rizzoli, 2000
- Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
- Manfred Claus, “Ramesse il Grande”, Roma, Salerno Editrice, 2011
- Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Bari, Laterza, 1990
- Henry James, “Ramesse II”, Vercelli, White Star, 2002
- Claire Lalouette, “L’impero dei Ramses”, Roma, Newton & Compton, 2007)


