Di Giuseppe Esposito
Derelitto, solo, abbandonato in un giardinetto a sua volta trascurato e circondato da bancarelle di librai; di notte rifugio di senzatetto che, delle misere aiuole che lo circondavano, facevano il loro bivacco. Parte di un paesaggio, tuttavia, di tutto rispetto: a pochi metri Piazza della Repubblica, ma tutti la conoscono come dell’Esedra, di fronte a una delle più belle rimanenze della Roma imperiale, le Terme di Diocleziano, trasformate nell’immensa Basilica di Santa Maria degli Angeli, e a pochi metri anche da un Museo, quello di Palazzo Massimo, sicuramente tra i più belli per gli appassionati dell’antica Roma…
Vabbè, vi starete chiedendo, ma di che parliamo? Sono certo che per la maggior parte dei lettori di questo gruppo non ci sia bisogno di presentazioni, ma per i pochi che non lo conoscessero, vi presento: l’Obelisco di Dogali.

Finalmente, però, anche questo obelisco che, rammento a me stesso, proviene dall’Iseo Campense, e ancor prima dal tempio di Ra di Heliopolis dove l’aveva fatto erigere Ramses II, finalmente, dicevo, anche l’obelisco Dogali ha riguadagnato la dignità che spetta agli antichi 13 obelischi di cui Roma vanta il possesso e che ornano alcuni dei luoghi più iconici (visto che va tanto di moda questa parola, tanto vale usarla, sia pure con parsimonia) della città. Non è certo un caso se un viaggiatore ottocentesco, Michelangelo Prunetti, scriveva, nel 1820, sia pur con riferimento ad altra dimenticata zona, il Celio: “…Il colpo d’occhio che vi si gode è veramente sorprendente; è uno de’ più magnifici che possa presentare all’uomo di genio e al Filosofo Antiquario…”
Durante i lavori per la stesura del mio libro sugli obelischi avevo fotografato anche il Dogali nella sua davvero squallida posizione, circondato da aiuole spelacchiate e incolte, provvedendo personalmente, per poter migliorare le inquadrature, a raccogliere un po’ di cartacce che lo assediavano, quasi invisibile agli occhi dei passanti più appassionati, figurarsi per chi non sapeva che esistesse.
Ma ora, come dicevo, le cose sono cambiate nettamente; restaurato l’obelisco e il suo piedistallo, su cui sono riportati i nomi dei quasi 500 caduti della battaglia di Dogali (a cui è dedicato il nome stesso della Piazza), chiuso da una recinzione il giardinetto (per entrare bisogna chiedere le chiavi al bar poco distante). Ma questo articolo non sarà tanto dedicato all’obelisco quanto alla storia cui è legato, storia recente, ma comunque interessante.

Il giardino recintato attuale è intitolato a Zerai Deres (1915-1945). Or, ne sono certo, vi starete chiedendo, come il Carneade manzoniano, “chi era costui”?
Ma facciamo un passo indietro, lo so che questo è un sito dedicato all’Antico Egitto, ma io credo che nella storia dell’antico Egitto debbano entrare anche le vicende, sebbene moderne, che in qualche modo a lui rimandano. Torniamo, perciò, all’obelisco e a Zerai Deres. Come sopra accennato, l’obelisco Dogali porta questo nome in memoria dei quasi 500 soldati italiani che furono uccisi in quella battaglia nel 1855 durante la tragica avventura coloniale italiana. Ri-scoperto nel 1883 (era già stato scoperto nel 1719 nei pressi dell’antico Iseo Campense), ovvero solo due anni prima, dal filosofo, matematico, ingegnere (queste erano in realtà le sue lauree) Rodolfo Lanciani, venne dapprima innalzato dinanzi alla Stazione Termini.

…poi, quando si decise di ampliare la Stazione (trasformandolo nel “mostro” attuale, non a caso ribattezzato “il dinosauro”), si optò per “nasconderlo” nel giardinetto cui ho sopra accennato (qualche male lingua vocifera che fu nascosto perché alla sua sommità si era optato per una laica stella, piuttosto che nell’usuale croce) e qui, praticamente, quasi dimenticato. Nel 1937, però, per glorificare l’Impero (quello moderno, s’intende) e quasi come sacrificio per i caduti, alla sua base venne posta una statua sottratta l’anno precedente, nel1936, all’Etiopia: il Leone di Giuda, opera dello scultore francese Georges Gardet per l’incoronazione, nel 1930, dell’Imperatore d’Etiopia Haile Selassiè.

…tranquilli, non ho perso di vista il povero Zerai Deres… ma prima vorrei ricordare che il “leone di Giuda” è un simbolo più che sacro per l’Etiopia, poiché deriva dalla leggenda secondo cui Giacobbe, nell’ultimo saluto ai propri figli, prima di morire, paragonò uno di questi, Giuda, proprio a un leone. Gli Etiopi si consideravano diretti eredi di Giuda e, non è certo un caso se già la sottrazione della statua era stata vista come un vero e proprio sacrilegio.
“Non sarà tolto lo scettro a Giuda / nè il bastone del comando tra i suoi piedi, / finché verrà colui al quale esso appartiene / e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli.” (Genesi 49: 9-11)
Altri racconti, relativi al rapporto tra Salomone e la regina di Saba, avvalorano la religiosità del simbolo.
Ed eccoci a Zerai Deres; era, costui, un interprete eritreo venuto in Italia, nel 1938, per coadiuvare il regime nei contatti con i Ras, alti dignitari, etiopi che erano stati “gentilmente” ospitati in Italia. Accadde però che un giorno, passando davanti alla statua, per lui sacra, del Leone di Giuda, vi si inginocchiò dinanzi e iniziò a pregare, subito redarguito, e possiamo immaginare in che modo, da un marinaio di passaggio per quel gesto giudicato decisamente contro il regime.

Ma la divisa di Zerai comprendeva anche una scimitarra che l’interprete non esitò a sguainare ferendo, lievemente (10-12 giorni di prognosi), tre passanti. Considerato pazzo, venne internato dapprima al manicomio di Santa Maria della Pietà di Roma, e poi all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto dove, nel 1945, dopo aver tentato continuamente di dimostrare la sua sanità mentale, morì non prima di aver chiesto al fratello, ancora in Etiopia, di restituire il titolo onorifico che gli era stato precedentemente conferito dal Governo Italiano.