In estrema sintesi il Protocollo Reale era l’insieme di cinque nomi che gli Egittologi moderni differenziano per la titolazione che li precede. Il loro studio è complesso: infatti, nel breve spazio disponibile, sono molto presenti le metatesi grafiche ed onorifiche e, spesso, le regole grammaticali non sono sempre così evidenti.
Perché studiare il Protocollo Reale? Semplice: perché l’insieme dei cinque nomi correttamente tradotti danno il PROGRAMMA POLITICO del sovrano. Con esso il re ci mostra il clero con il quale si è alleato e quali sono le direttive del suo governo.
Chi fosse interessato a questo argomento essenziale per lo studio corretto dell’Egittologia, non posso che consigliare lo studio del Quaderno di Egittologia nr 22 (QdE22) IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica, che potete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/
Supervisore dei portatori di sigillo[6]; nessun titolo secondo Gardiner e Weigall[7]
el-Assasif
XI dinastia (Montuhotep II)[8]; Gardiner e Weigall indicano tra la VI e la XII dinastia[9]
in alto sulla collina, a nord della valle; a est del sentiero verso Biban el-Moluk (la Valle dei Re)
Biografia
Uniche notizie ricavabili, i nomi dei genitori: Iku, il padre, e Nebti, la madre[10].
La tomba
TT240 è annoverata tra le tombe più antiche giacché risale a un periodo compreso tra l’Antico Regno[11] (seconda fase) e il Primo Periodo Intermedio.
L’ingresso della TT240, riutilizzata da monaci copti. Foto: P. Chudzik
Non se ne hanno planimetrie; è tuttavia noto che la camera sepolcrale fosse a forma di sarcofago e che sulle pareti fosse rappresentata una falsa porta con i Testi dei sarcofagi.
Una stele, risalente all’anno XLVI del re Montuhotep-Nebhepetre (Montuhotep II)[12], reca su cinque registri il defunto seduto e la datazione, nonché un testo di “indirizzo ai viventi”[13]; sul lato sinistro il defunto con il, padre Iku, sulla destra un uomo non identificabile; preti con offerte destinate al defunto e alla madre, Nebti, nonché portatori di offerte[14].
Una recente pubblicazione[15] precisa che alla tomba si accede da un cortile ricavato nella collina di el-Assasif ed è costituita da due corridoi che adducono alla camera sepolcrale in cui il sarcofago è scavato direttamente nel pavimento: mentre i corridoi sono privi di decorazione, la camera sepolcrale è decorata principalmente con testi sacri, alcune false porte, liste di offerte e la rappresentazione di una tavola per offerte.
Il sarcofago di Meru, scavato nel pavimento della camera sepolcrale. Il coperchio, andato perduto, chiudeva il sarcofago diventando parte del pavimento della camera stessa. Foto: M. Jawornicki
Fonti
Porter e Moss 1927, p. 330.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 38
Gardiner e Weigall 1913, pp. 38-39
Foto tratte da: Chudzik, Patryk. “Middle Kingdom tombs of Asasif: Archaeological activities in 2015.” Polish Archaeology in the Mediterranean XXV (2016): 289-302.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3] La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.
[4]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[5]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
collina settentrionale; a circa 10 m sopra e a nord-ovest della TT13
Biografia
Unica notizia ricavabile, il nome della moglie, Hetepti[5].
La tomba
Planimetricamente la tomba si sviluppa con forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo, ma in luogo del corridoio perpendicolare all’ingresso, oltre la sala trasversale, si trova una sala con quattro pilastri; scene parietali leggibili solo nella sala trasversale: (1 in planimetria[6]) il defunto e la moglie (?) seduti e frammenti di testo; sul lato corto e proseguendo sul lato adiacente (2-3), su tre registri, dinanzi ala re (?) personaggi siriani recanti tributi di vasi floreali, lingotti di metallo (tra gli altri, un uomo porta sulle spalle un bambino), e cavalli.
Su altra parete (4) parte lata molto danneggiata; in basso un uomo in offertorio ad un altro seduto; sul lato corto (5) imitazione di stele in granito con i resti di una doppia scena del defunto e della moglie dinanzi a divinità e un uomo che offre libagioni alla coppia. Poco oltre (6) resti di tre registri con piante, il defunto con una scorta militare e due barche a vela[7].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 36
Porter e Moss 1927, p. 330.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
Gardiner e Weigall 1913, p. 37
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Frammento del rilievo parietale della cappella funeraria annessa alla tomba della regina Ashait, moglie di Montuhotep II, ritrovata a Deir el Bahari (DBXI.17) nei pressi del tempio funerario del consorte, a fianco di quello di Thutmosis III e di Hatshepsut. La nobildonna indossa un largo girocollo di cauri. Credo si trovi al museo del Cairo. FOTO A QUESTO LINK: https://hu.pinterest.com/pin/45739752455391465/
Un’altra conchiglia ampiamente utilizzata a scopo ornamentale era la cauri, o cypraea moneta, dal guscio lungo circa tre-quattro centimetri, stimata per la sua lucentezza e per la colorazione che varia dal bianco al giallo pallido.
Essa veniva usata come bene di scambio, come elemento decorativo nella gioielleria (anche la sua riproduzione in oro, corniola, lapislazzuli, diaspro rosso, quarzo o faience) e come amuleto propiziante la fertilità, in quanto la sua particolare forma ricorda l’organo genitale femminile; ancora oggi e per gli stessi motivi essa è molto apprezzata dalle donne africane.
Nell’antico Egitto, particolarmente durante l’XI e la XII dinastia, le giovani donne amavano indossare collane composte da perline inframmezzate da cauri, e cinture realizzate allo stesso modo che portavano appoggiate alle anche sul corpo nudo o sopra abiti velati quali augurio di fertilità e simbolo della sensualità femminile.
Tali ornamenti continuavano ad essere utilizzati durante la gravidanza per proteggere il nascituro e la madre, che doveva affrontare i pericoli del parto.
La regina Kawit, moglie di Mentuhotep II, mentre sta facendo la sua toilette quotidiana; ella indossa un vistoso girocollo di cauri. Rilievo dal sarcofago rinvenuto nella sua tomba a Deir el Bahari – ora al Museo del Cairo – n. JC 47397 FOTO A QUESTO LINK: https://www.meisterdrucke.it/…/Queen-Kawit-al-suo…
Talvolta all’interno delle cipree venivano sigillate delle palline in modo tale che producessero un lieve tintinnio quando chi le indossava si muoveva o danzava; per questo è possibile che potessero avere un ruolo apotropaico non strettamente legato alla fertilità e che servissero anche ad allontanare il malocchio così come i pendenti fallici in bronzo rinvenuti in tutto il mondo romano.
Queste cinture si trovano nelle tombe d’élite sia del Medio che del Nuovo Regno, ma nell’iconografia dell’epoca appaiano indossate anche da danzatrici e giovanissime ancelle; esse si trovano anche come decorazione di figurine femminili in legno o faience.
A far tempo dal Medio Regno si diffusero statuette come questa, raffiguranti donne con elaborate acconciature, nude e tatuate o con indumenti aderenti. Hanno gambe troncate al ginocchio ed indossano gioielli: questa indossa una cintura di cypree. Dimensioni: H. 13,7 cm., L. 4,7 cm., P. 2,8 cm. Musée du Louvre, Département des Antiquités égyptiennes, E 10942 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010007299 – https://collections.louvre.fr/CGU
La ciprea era talmente importante anche come moneta di scambio che anfore piene di queste conchiglie venivano sepolte insieme al defunto per garantirgli benessere nella vita ultraterrena.
Queste perline e il ciondolo in elettro (una lega di oro ed argento) provengono da Abydos e risalgono alla XII dinastia; probabilmente le perline hanno fatto parte di una cintura perché sono cave e contengono palline metalliche, che avrebbero tintinnato quando chi le indossava si muoveva. Lungh. 25,4 cm – Largh. 1,59 cm – Prof. 0,95 cm. https://www.penn.museum/collections/object/2747 Altro numero AES 1886
Le testimonianze relative all’utilizzo delle cauri come ornamento prezioso nel corso dell’XI dinastia sono esclusivamente documentali, in quanto sono raffigurate al collo di nobildonne defunte sui rilievi tombali e sui sarcofagi, ma non sono giunti fino a noi reperti fisici.
Per contro gli archeologi hanno rinvenuto esemplari notevolissimi di gioielli facenti parte parte dei corredi funerari delle principesse della XII dinastia (di cui parlerò nei prossimi post) ed anche più recenti, fino all’Egitto ellenistico, e imitazioni di bronzo sono state trovate in siti romani.
Anubi sorveglia l’accesso alla necropoli. Foto di Silvia Vitrò
Troppo avrei a dire, se narrar volessi ciò che ho veduto coi miei proprii occhi, intorno alle maravigliose cose che lasciarono quelle antiche generazioni… si vedono qua e là sparsi sulla superficie tutta calcarea molte piramidi e mausolei di varie grandezze, la più parte però rovinate… Quivi gli antichi Egiziani conservavano i loro morti: penetrando in quei luoghi consacrati alla quiete sepolcrale di quelle spente generazioni, si vedono ricchi tempietti e gallerie coi muri quasi tutti colorati di geroglifici e figure scolpite e dipinte a vivissimi colori. Là si trovano come in una biblioteca pei posteri dipinte le arti e gli usi di quel classico popolo.
da “Memorie sull’Egitto e specialmente sui costumi delle donne orientali e gli harem”, di Amalia Sola Nizzoli, Milano, 1841
Amalia Sola Nizzoli mi era completamente sconosciuta prima di accingermi alla stesura di questo post, e meriterebbe maggior rilievo nella storia dell’Egittologia: ella fu una delle pochissime europee che nel XIX secolo vissero a lungo in Egitto lasciando traccia della sua esperienza in un memoriale e fu senz’altro la prima donna italiana a dirigere uno scavo, in un’epoca in cui le Due Terre erano un paese pericoloso, inospitale e frequentato non solo da studiosi ma soprattutto da filibustieri privi di scrupoli in caccia di tesori e di reperti.
La sua famiglia nel 1819 si trasferì ad Assiut presso uno zio, medico personale di un importante funzionario ottomano; l’anno successivo, appena quattordicenne, Amalia sposò Giuseppe Nizzoli, diplomatico dell’Austria ad Alessandria ed appassionato collezionista di reperti archeologici (i 1400 oggetti raccolti dai coniugi a Menfi furono venduti agli Asburgo, al granduca Leopoldo II di Toscana ed al pittore Pelagio Palagi, e sono oggi esposti a Vienna, a Firenze e a Bologna) e si stabilì al Cairo dove visse per un decennio nel corso della sua breve esistenza conclusasi a soli 40 anni d’età (solo di recente sono stati ricostruiti i suoi ultimi anni ed è stata ritrovata la sua tomba).
Le sue Memorie coprono un periodo che va fino al 1828, ma gli scavi da lei diretti a Sakkara per incarico del marito, sempre assente per lavoro, si collocano nel 1820, quando aveva solo quindici anni: ella aveva imparato l’arabo, viveva nel sito in una tenda con la figlioletta e la servitù ed aveva l’autorevolezza e le risorse economiche necessarie per trattare alla pari con i “caporali” che gestivano la manovalanza locale e per dirigere le inaffidabili maestranze, che avevano la pessima abitudine di sottrarre i reperti rinvenuti e rivenderli in proprio o ad altri scavatori.
La prima edizione delle Memorie di Amalia Nizzoli.
Ella scalò le piramidi di Giza e di Sakkara, si avventurò all’interno di quella di Cheope con la sola assistenza di tre guide beduine che illuminavano il cammino con delle candele e la aiutavano nei passaggi più difficili (“era per me un sogno il trovarmi là dentro in mano di que’ ceffi, che potevano di me far ciò che più loro piacesse”) e visitò le mastabe ancora sepolte dalla sabbia, rimanendo impressionata dalla complessità di tali strutture e dalla vividezza dei rilievi parietali.
E’ sorprendente, poi, l’acume di una ragazzina autodidatta (si era formata sui libri della biblioteca dello zio e frequentando gli studiosi che si recavano in Egitto per le loro ricerche), che ha percepito il valore storico e filologico oltre che estetico (e venale) di quelle immagini, le quali, come ha affermato duecento anni dopo il dott. Peter Der Manuelian, egittologo del MBA di Boston e dell’Università di Tufts, “hanno contribuito a conservare ed esplorare un mondo scomparso secoli fa: nelle decorazioni di questi sepolcri si possono osservare meravigliose scene che illustrano ogni aspetto della vita nell’Antico Egitto – per cui questi monumenti non riguardano semplicemente gli aspetti connessi con la morte degli Egizi, bensì quelli vincolati alla loro esistenza terrena”.
In effetti Sakkara, sorta nel corso della I dinastia come necropoli della città di Menf,i fu ampiamente utilizzata dai sovrani e dalla nobiltà dell’Antico Regno e l’analisi delle sepolture permette di ricostruire molti aspetti della vita quotidiana dei titolari della tomba e delle persone comuni, rappresentate mentre lavorano sotto la supervisione del defunto che di solito aveva ricoperto importanti incarichi pubblici.
In seguito, pur coesistendo con la necropoli reale di Giza e con quella della Valle dei Re a Tebe, mantenne la sua importanza fino al periodo tolemaico e romano come luogo di sepoltura dell’élite menfita, e la presenza di sepolture di varie epoche consente di valutare l’evoluzione stilistica dell’architettura funeraria nei tremila anni della storia dell’Egitto.
La ricchezza e la vastità di questo sito, che occupa un vasto altopiano calcareo che domina la valle del Nilo, sono incredibili (16 kmq), e la visita completa non può certamente esaurirsi in una giornata, per cui occorre effettuare una selezione preventiva delle tombe e delle piramidi che si desiderano visitare, in modo che la guida possa tracciare il tragitto più breve ed acquistare i biglietti con la formula più conveniente.
La stretta striscia di campi coltivati tra il Nilo ed il deserto. Foto da internet
Inoltre è importante tenere presente che il sito è in pieno deserto e che non vi sono nè palme nè punti di ristoro, per cui occorre munirsi di scarpe ed abbigliamento comodi, di un bel cappellino e di abbondante acqua.
Nei prossimi post descriverò l’itinerario che abbiamo seguito, dedicando maggiore spazio a zone per me nuove o di recente restauro, come l’interno della Piramide a gradoni e la tomba sud; l’unico rammarico in questa giornata memorabile è stata l’impossibilità di visitare il museo Imhotep, che in occasione della mia precedente visita ancora non esisteva e che stavolta, guarda un po’….. era chiuso!
Fondamentale per la buona riuscita dell’escursione comunque è stata la nostra bravissima guida Monalisa Karam, che ci ha fatto percorrere la necropoli in lungo ed in largo portandoci fuori dagli itinerari abituali (normalmente nei viaggi di gruppo si visitano solo il complesso di Djoser ed un paio di mastabe), e si è trattenuta con noi ben oltre il suo orario lavorativo per esaudire tutte le nostre infinite richieste: ancora grazie, cara Monalisa!
Nessuna notizia se non che sul soffitto dell’anticamera sono riportati il nome e il titolo del defunto.
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 36
Porter e Moss 1927, p. 330.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
Gardiner e Weigall 1913, p. 37
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3] La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.
[4]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[5]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Nessuna notizia se non che il sarcofago, iscritto, si trovava nella camera funeraria[9].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 36
Porter e Moss 1927, p. 330.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
Gardiner e Weigall 1913, p. 37
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3] La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.
[4]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[5]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[6] Era compito dei preti “lettori” l’organizzazione delle cerimonie e la recitazione ad alta voce, durante le cerimonie sacre, degli inni previsti. Proprio per tale conoscenza delle invocazioni giuste e corrette, i “lettori” venivano considerati detentori di poteri magici.
[7] Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.
La piramide rossa come appare avvicinandosi dalla strada; sul lato visibile si nota il percorso che conduce all’ingresso, posto più o meno a metà della sua altezza e protetto da una tettoia di legno Foto: Silvia Vitrò.
La Piramide Settentrionale di Snefru è più nota come Piramide Rossa a causa del particolare colore dell’arenite con la quale fu realizzato il suo nucleo; essa è in perfetto stato nonostante in epoca medievale sia stato rimosso e riutilizzato il rivestimento in pregiato calcare, una modesta porzione del quale è ancora oggi ancora visibile alla base del lato est.
Essa, costruita su terreno ben solido, rappresenta il massimo grado di evoluzione dell’architettura egizia dell’epoca, e condensa in sé tutte le conoscenze fino ad allora acquisite nella tecnica di costruzione delle piramidi, tant’è che non presentò mai problemi di statica e fu presa a modello dai successori di Snefru per la realizzazione delle piramidi di Giza.
L’inclinazione delle sue pareti è identica a quella della parte terminale della piramide a doppia pendenza e raggiungeva i 104 metri di altezza (oggi ridotti a 99 per l’asportazione del rivestimento); probabilmente fu l’ultima dimora di Snefru ma non possiamo averne la certezza in assenza di un sarcofago reale e considerato che i resti umani ivi rinvenuti nel 1952 risalgono ad un’epoca molto più recente.
L’intero complesso si ispirava a quello della piramide romboidale, in quanto gli scavi effettuati nel secolo scorso accertarono l’esistenza di una rampa processionale lunga 400 metri che conduceva ad un tempio a valle, mai investigato.
Per informazioni più dettagliate sulla piramide, guardate sul nostro sito gli articoli ai seguenti link:
La piramide è raggiungibile dopo una bella camminata sotto il sole del deserto lungo una stradina lastricata che corre sulla sabbia; giunti alla base dell’edificio, bisogna arrampicarsi su di una ripida scaletta che conduce all’ingresso, posto a circa 28 metri dal suolo.
L’ingresso della piramide
Anche qui lo stretto cunicolo interno a sezione rettangolare (m. 1,00 x 1,20) è piuttosto ripido, illuminato artificialmente, dotato di corrimano a destra e a sinistra e lastricato con assi di legno e traversine antisdrucciolo.
Il corridoio discendente. Foto: Silvia Vitrò
Esso affonda subito nel cuore dell’edificio per una sessantina di metri ed alla fine, dopo aver raggiunto la linea di base della piramide, diventa orizzontale e sbuca nella prima anticamera priva di iscrizioni, dal soffitto alto più di dodici metri ed aggettante, realizzato con lastroni in calcare scolpiti e connessi in modo perfetto; questa camera si trova ESATTAMENTE sotto la cuspide dell’edificio, in corrispondenza del suo asse verticale.
Il soffitto della prima anticamera; si notino le iscrizioni lasciate dai primi visitatori ottocenteschi. Foto: Jon Bodsworth
La parte terminale del soffitto della prima anticamera. Foto: Silvia Vitrò
Per proseguire la visita occorre infilarsi in una stretta apertura situata nell’angolo inferiore destro della parete della camera posta di fronte a quella d’entrata e percorrere il corto budello che sbuca all’imboccatura di una rampa di scale in legno che consente di scendere sul pavimento della seconda anticamera, posto più o meno otto metri più in basso.
Il breve ed angusto passaggio che unisce la prima e la seconda anticamera. Foto: Silvia Vitrò
Nell’angolo a sud di questa seconda camera, del tutto analoga alla prima, si trova un’altra rampa di scale che permette di accedere ad un passaggio lungo circa sette metri e poi alla camera sepolcrale che si erge sopra il livello del suolo, all’interno della struttura della piramide.
La seconda anticamera della piramide rossa: giunti alla sommità della rampa di scale si affronta il passaggio verso la camera sepolcrale, visibile solo dall’alto. Foto: Silvia Vitrò
Questa camera, più ampia delle altre ed alta circa 15 metri, è inagibile in quanto le pietre del pavimento sono state divelte per uno spessore di circa quattro metri dagli antichi tombaroli alla vana ricerca di altri passaggi.
La voragine aperta dagli antichi tombaroli nel pavimento della camera sepolcrale. Foto: Silvia Vitrò
Il soffitto della camera sepolcrale.: osservate la perfezione degli enormi blocchi di calcare e degli aggetti. Foto: Silvia Vitrò
Particolare di uno dei blocchi del soffitto: si noti la levigazione ottenuta attraverso scalpellatura. Foto: Silvia Vitrò
Le prime due camere sono allineate lungo l’asse nord-sud, mentre la terza è disposta perpendicolarmente sull’asse est-ovest.
La pianta delle camere funerarie
Sul lato est della piramide si trovano pochi resti del tempio funerario ed il pyramidion, trovato in frantumi e ricostruito.
Il pyramidion della piramide rossa così come ricostruito, collocato all’interno dei resti del tempio funerario. Foto: Silvia Vitrò
E’ d’obbligo un elogio al magnifico lavoro svolto dal governo egiziano anche in questa piramide: il nuovo sentiero che porta all’ingresso è in perfetta sintonia con l’ambiente; sono state tolte le orribili impalcature sopra l’accesso; tutte le strutture in legno interne sono state rinnovate e rinforzate per la sicurezza dei visitatori; è stata effettuata la completa disinfestazione dai pipistrelli che vent’anni fa abitavano stabilmente i soffitti; le pareti sono state perfettamente ripulite dalle loro deiezioni il cui pungente odore di ammoniaca rendeva l’aria quasi irrespirabile; tutto il sito circostante è perfettamente pulito.
La vista dall’ingresso della piramide rossa: in primo piano la zona militare, in secondo piano la piramide a gradoni sulla sinistra, quella di Pepi II sulla destra e al centro, credo, quella di Merenre. Foto da drittediviaggio.it
La visita è un’esperienza notevole, anche se quella alla piramide romboidale è decisamente più impegnativa ed emozionante; inoltre l’asetticità del luogo, la solidità delle scale e l’aumentato flusso turistico hanno un poco appannato la sensazione di avventura che ti prendeva in passato, prima dei lavori di restauro, quando in perfetta solitudine scendevi nelle viscere della piramide, ti arrampicavi su scale scricchiolanti e penetravi in ambienti popolati da pipistrelli che sembravano quasi inviolati da millenni….
FONTI: oltre a quelle già citate sul sito di Dahshur, ho consultato:
Nessuna notizia se non che il sarcofago, iscritto, si trovava nella camera funeraria[8].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 36
Porter e Moss 1927, p. 329.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
Gardiner e Weigall 1913, p. 37
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3] La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.
[4]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[5]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[6] Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.
Nessuna notizia se non il ritrovamento, nella camera funeraria, del sarcofago in granito[8]
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 36
Porter e Moss 1927, p. 329.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
Gardiner e Weigall 1913, p. 37
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3] La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.
[4]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[5]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[6] Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.