The head with its distinctive features confirms that this statue represents the Roman Emperor Caracalla.
He is known for granting Roman citizenship to all free inhabitants of the Empire, including Egypt.
His furrowed eyebrows, high cheekbones, and short moustache are easily recognisable. His curly locks and short and equally curly beard are typical of Caracalla’s time.
The body is sculpted in traditional pharaonic fashion. Both arms are pinned to the body and each hand contains a cylindrical object. Caracalla is wearing a shendyt kilt and a nemes headdress.
Unlike ordinary citizens, emperors were allowed to have their images in public and military places, as a means of propaganda or to stand in for the emperor to encourage loyalty.
Cult statues, such as this one, were placed in temples to emphasise the emperor’s divinity.
Roman, reign of Caracalla
AD 211-217,
Quartsite
Mendes, inside the temple enclosure of Banebdjedet.
The golden throne was a symbol of status and authority as well as power.
It enforces the fact that Tutankhamun was high in power , wealthy and also that he was an important part in ancient Egyptian society.
The golden throne of Tutankhamun was predominantly made out of wood and it is entirely covered in a layer of pure gold as well as partial areas of silver included in the throne.
Features of the throne included tiles of coloured semi-precious stones, coloured glass in addition to faience.
“Lasciato il villaggio alle spalle, proseguiamo attraverso un lungo palmeto dopo l’altro … È un viaggio lungo e senza riparo dalle palme al deserto; ma alla fine arriviamo alla meta, salendo proprio su un alto pendio sabbioso … Qui il bordo dell’altopiano si alza bruscamente dalla pianura in una lunga catena di basse scogliere perpendicolari forate da oscure bocche di sepolcri scavati nella roccia … E ora, smontati dagli asinelli … la prima cosa che osserviamo è il curioso miscuglio di detriti sotto i piedi. A Ghîzeh si calpesta solo sabbia e ciottoli; ma qui a Sakkârah l’intero altopiano è fittamente cosparso di frammenti di ceramica rotta, pietra calcarea, marmo e alabastro; scaglie di smalto verde e blu; ossa sbiancate; brandelli di lino giallo; e grumi di una sostanza marrone scuro dall’aspetto strano, come una spugna secca … sebbene la sabbia sia piena di detriti, è stata setacciata così spesso e con tanta attenzione dagli arabi che non contiene più nulla che valga la pena cercare. E poi, con uno shock … scopriamo all’improvviso che queste ossa sparse sono umane – che quei brandelli di lino sono brandelli di bende – che quei grumi marroni dall’aspetto strano sono frammenti lacerati di ciò che una volta era carne viva! E ora per la prima volta ci rendiamo conto che ogni centimetro di questo terreno su cui ci troviamo, e tutte queste collinette, cavità e pozzi nella sabbia, sono tombe violate. AMELIA B. EDWARDS, A thousands miles up the Nile, Londra, 1877
Una fotografia di Amelia Edwards
Questa fu la reazione che centocinquant’anni fa ebbe l’intrepida Amelia Edwards, egittologa inglese pioniera dei viaggi di esplorazione, autrice di numerose cronache delle sue avventure e di romanzi, quando si inoltrò per la prima volta sull’altopiano di Sakkara alla scoperta di quel mondo misterioso ed ancora in gran parte sepolto sotto la sabbia.
Confessò successivamente l’esploratrice che ci volle ben poco perchè l’eccitazione della scoperta avesse la meglio sull’orrore provato per la profanazione delle tombe di coloro che erano stati pietosamente sepolti lì nei millenni precedenti, tanto che insieme ai suoi compagni di avventura iniziò a frugare senza remore ogni anfratto, dichiarando di comprendere in pieno questa “insensibilità universale così contagiosa” e la “passione per la caccia alle reliquie così travolgente” che coglie la maggior parte dei viaggiatori portandoli a dimenticare ogni scrupolo e a far di tutto per impossessarsi delle “spoglie dei morti”.
Una delle prime edizioni del libro di Amelia Edwards nel quale racconta la cronaca del suo viaggio in Egitto.
Fu proprio la presa di coscienza dell’atteggiamento ottusamente predatorio ed irriverente di molti suoi contemporanei, spesso privi della preparazione necessaria per condurre uno scavo e interessati solo ai guadagni che potevano derivare loro dalla vendita dei reperti, che indusse Amelia a finanziare scavi di tasca propria e ad impegnarsi attivamente a favore della conservazione dei monumenti egizi, contribuendo a fondare nel 1882 l’Egypt Exploration Fund (diventato poi Egypt Exploration Society) insieme a Reginald Stuart.
Per essere all’altezza del compito ella studiò da sola i geroglifici e divenne un’egittologa esperta al punto da pubblicare articoli sulle maggiori riviste accademiche; oggi il suo busto in marmo fa bella mostra di sé al Petrie Museum di Londra, anche se, purtroppo, i posteri non le hanno tributato tutta la dovuta ammirazione.
Una foto d’epoca di Sakkara, come doveva apparire agli occhi dei primi visitatori: la piramide a gradoni e una distesa desertica punteggiata da montagnette, dove probabilmente i tombaroli avevano scavato.
Sono passati decenni dall’età d’oro dell’egittologia, e Sakkara continua a restituire sarcofagi e mummie a ritmo incessante (d’altra parte si tratta di una necropoli rimasta in uso per tremila anni), mantenendo sempre un fascino indiscutibile anche se ben diverse sono le sensazioni che offre al visitatore moderno.
Foto d’epoca alla piramide a gradoni scattata dalla piramide di Unas; Archivio fotografico del Museo Egizio, Torino (CC0)
Oggi non è più un cimitero devastato, ed anche se nei luoghi meno frequentati si trovano ancora molti cocci di terracotta resti di antiche depredazioni, gli accurati restauri delle mastabe e dei complessi piramidali hanno ripristinato l’ordine restituendo al sito la sua dignità.
Sebbene le più significative vestigia dell’antico Egitto abbiano carattere funerario e religioso e le solenni costruzioni di Sakkara furono edificate come tombe per il Faraone e la sua corte, non hanno nulla di lugubre e dopo che i miseri resti umani lasciati in loco dai tombaroli hanno ricevuto (si spera) adeguata inumazione altrove, sono tornate ad essere quello per cui gli antichi Egizi le avevano concepite: non l’ultima dimora per un corpo destinato a finire in polvere, quanto un luogo di rigenerazione dove il defunto, rappresentato eternamente giovane e prestante, sarebbe rinato ad una nuova vita nella quale avrebbe continuato a svolgere le attività che più gli piacevano insieme alla sua famiglia ed ai suoi servi.
La piramide a gradoni oggi. Foto Farncisco Anzola
Nel prossimo post comincerò insieme a voi la visita del sito. Preparatevi ad una bella scarpinata!
TT244 si sviluppa con più camere in sequenza; pochi i resti di scene parietali: il defunto in adorazione (1 in planimetria[9]); sull’architrave di un passaggio che adduce a “Kampp 268”[10] (2) il defunto e la moglie (di cui non è leggibile il nome), inginocchiati, adorano Anubi. In altro passaggio (3) il defunto e la moglie offrono mazzi di fiori a una divinità e la moglie che offre fiori a un’altra divinità. Una breccia nella seconda sala adduce verso la TT192[11].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 38-39
Kampp 1996.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[9] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 326.
[10] Friederike Kampp-Seyfried (Mosbach 1960), archeologo tedesco, da agosto 2009 Direttore del Museo Egizio di Berlino (Ägyptisches Museum und Papyrussammlung), che ha catalogato evidenze archeologiche della Necropoli Tebana secondo una numerazione costituita, e riconosciuta, dalla sigla “Kampp” seguita da un numero progressivo.
accessibile dallo stesso cortile della TT244; a poca distanza dalla costruzione in mattoni
Biografia
E’ noto solo il titolo, ma non il nome, del padre: Profeta e prete hekenu della On del sud[8]. Analogo titolo aveva il nonno di Pemu: Zementhelankh[9][10].
La tomba
Si accede alla TT243 da un cortile in cui si apre l’accesso anche alla TT244.
Planimetricamente si sviluppa con una serie di camere e corridoi; tra le poche scene parietali sopravvissute, (1 in planimetria[11]) i titoli del defunto e (2), nel passaggio tra una la camera II e la III, il defunto che adora la vacca sacra, i titoli del defunto quale scriba sacro e alcune divinità celesti[12].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 38-39
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[10] Il titolo del padre, nonché il nome del nonno, a causa delle condizioni delle iscrizioni, sono stati ricavati da un appunto di Alan Gardiner e N. de Garis Davies.
[11] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 326.
Pedeamunnai fu suo padre, Mutardais sua madre e Tadepanehep fu sua moglie.
Psammethek, a sua volta Ciambellano della moglie del Dio, e Pedehorresnet (detto anche Harpemai) furono suoi figli[8].
La tomba
La recinzione dal complesso (oggi quasi completamente scomparsa) copriva un’area di circa 9.900 m² e la sola parte sotterranea è iscrivibile in un quadrato di 68 x 45 m per una superficie percorribile calcolata in 1.062 m²; lo sviluppo dei corridoi supera i 320 m e le pareti decorate, gran parte delle quali molto danneggiate, coprono un’area di oltre 2.600 m² [9].
Sebbene la TT33 fosse già nota a Richard Pococke nel corso della sua visita alla Necropoli tebana del 1737[10], questa venne più compiutamente scavata e studiata a partire solo dal 1881 da Johannes Dümichen[11] dell’Università di Strasburgo[12].
Da un primo cortile esterno si accede ad un II cortile con pilastri in cui si aprono gli accessi alle tombe TT33 e TT388[13].
L’ingresso a TT242 si trova a sud e la sepoltura si sviluppa planimetricamente come un lungo corridoio che, per un buon tratto, corre parallelo al secondo cortile con andamento ovest-est e si conclude con una camera funeraria. Scarsi sono i resti pittorici parietali: nel corridoio di accesso (1 in planimetria[14]) i figli del defunto, Psammethek e Pedehorresnet (detto anche Harpemai), offrono fiori al defunto e alla madre; sulla parete che fronteggia l’ingresso (2) una falsa porta recante, in alto, il defunto (?) in adorazione del cartiglio di Osiride tra Harsiesi e Anubi a loro volta adoranti; più in basso, un falco ad ali spiegate, Osiride e Nephtys, nonché due colonne di testo dedicatorio[15].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 38
Gardiner e Weigall 1913, pp. 38-39
Porter e Moss 1927, pp.50-56.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[9] Claude Traunecker, egittologo francese, Le Palais Funéraire de Padiaménopé redécouvert (TT33), in “Egypte Afrique & Orient”, 2008 n. 51, pp. 15-48.
[10] Date le dimensioni e la struttura architettonica, Pococke la definì “un palazzo sotterraneo”.
[11] Johannes Dümichen (1833-1894), egittologo tedesco.
versante est; immediatamente al di sopra della TT48
Biografia
Unica notizia ricavabile, il nome della moglie, Ahmosi[7].
La tomba
La sala trasversale della TT241, unico locale censito, presenta dipinti parietali: (1 in planimetria[7]) in due scene il defunto esegue ispezioni ai granai e al raccolto; preti in offertorio al defunto e alla moglie; scene di aratura e semina.
Sul lato corto (2), il defunto e la moglie in adorazione di Osiride; poco oltre (3) un uomo in offertorio al defunto e alla moglie (con un’oca sotto la sedia), mentre si esibiscono cantanti, nonché suonatori maschi di liuto e arpisti, e suonatrici di nacchere e cantanti con tamburelli e flauti. Su altra parete (4), in due scene, preti in offertorio al defunto e alla moglie e altri preti che compiono atti di purificazione sul defunto e la moglie. SUl lato corto (5) i resti di scene di caccia del defunto e della moglie appiedati. Seguono scene del defunto della moglie intenti alla caccia e alla pesca, con uomini che procedono alla pulitura del pescato e della cacciagione[8].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 38
Gardiner e Weigall 1913, pp. 38-39
Porter e Moss 1927, p. 331.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
In estrema sintesi il Protocollo Reale era l’insieme di cinque nomi che gli Egittologi moderni differenziano per la titolazione che li precede. Il loro studio è complesso: infatti, nel breve spazio disponibile, sono molto presenti le metatesi grafiche ed onorifiche e, spesso, le regole grammaticali non sono sempre così evidenti.
Perché studiare il Protocollo Reale? Semplice: perché l’insieme dei cinque nomi correttamente tradotti danno il PROGRAMMA POLITICO del sovrano. Con esso il re ci mostra il clero con il quale si è alleato e quali sono le direttive del suo governo.
Chi fosse interessato a questo argomento essenziale per lo studio corretto dell’Egittologia, non posso che consigliare lo studio del Quaderno di Egittologia nr 22 (QdE22) IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica, che potete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/
Supervisore dei portatori di sigillo[6]; nessun titolo secondo Gardiner e Weigall[7]
el-Assasif
XI dinastia (Montuhotep II)[8]; Gardiner e Weigall indicano tra la VI e la XII dinastia[9]
in alto sulla collina, a nord della valle; a est del sentiero verso Biban el-Moluk (la Valle dei Re)
Biografia
Uniche notizie ricavabili, i nomi dei genitori: Iku, il padre, e Nebti, la madre[10].
La tomba
TT240 è annoverata tra le tombe più antiche giacché risale a un periodo compreso tra l’Antico Regno[11] (seconda fase) e il Primo Periodo Intermedio.
L’ingresso della TT240, riutilizzata da monaci copti. Foto: P. Chudzik
Non se ne hanno planimetrie; è tuttavia noto che la camera sepolcrale fosse a forma di sarcofago e che sulle pareti fosse rappresentata una falsa porta con i Testi dei sarcofagi.
Una stele, risalente all’anno XLVI del re Montuhotep-Nebhepetre (Montuhotep II)[12], reca su cinque registri il defunto seduto e la datazione, nonché un testo di “indirizzo ai viventi”[13]; sul lato sinistro il defunto con il, padre Iku, sulla destra un uomo non identificabile; preti con offerte destinate al defunto e alla madre, Nebti, nonché portatori di offerte[14].
Una recente pubblicazione[15] precisa che alla tomba si accede da un cortile ricavato nella collina di el-Assasif ed è costituita da due corridoi che adducono alla camera sepolcrale in cui il sarcofago è scavato direttamente nel pavimento: mentre i corridoi sono privi di decorazione, la camera sepolcrale è decorata principalmente con testi sacri, alcune false porte, liste di offerte e la rappresentazione di una tavola per offerte.
Il sarcofago di Meru, scavato nel pavimento della camera sepolcrale. Il coperchio, andato perduto, chiudeva il sarcofago diventando parte del pavimento della camera stessa. Foto: M. Jawornicki
Fonti
Porter e Moss 1927, p. 330.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 38
Gardiner e Weigall 1913, pp. 38-39
Foto tratte da: Chudzik, Patryk. “Middle Kingdom tombs of Asasif: Archaeological activities in 2015.” Polish Archaeology in the Mediterranean XXV (2016): 289-302.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3] La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.
[4]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[5]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
collina settentrionale; a circa 10 m sopra e a nord-ovest della TT13
Biografia
Unica notizia ricavabile, il nome della moglie, Hetepti[5].
La tomba
Planimetricamente la tomba si sviluppa con forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo, ma in luogo del corridoio perpendicolare all’ingresso, oltre la sala trasversale, si trova una sala con quattro pilastri; scene parietali leggibili solo nella sala trasversale: (1 in planimetria[6]) il defunto e la moglie (?) seduti e frammenti di testo; sul lato corto e proseguendo sul lato adiacente (2-3), su tre registri, dinanzi ala re (?) personaggi siriani recanti tributi di vasi floreali, lingotti di metallo (tra gli altri, un uomo porta sulle spalle un bambino), e cavalli.
Su altra parete (4) parte lata molto danneggiata; in basso un uomo in offertorio ad un altro seduto; sul lato corto (5) imitazione di stele in granito con i resti di una doppia scena del defunto e della moglie dinanzi a divinità e un uomo che offre libagioni alla coppia. Poco oltre (6) resti di tre registri con piante, il defunto con una scorta militare e due barche a vela[7].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 36
Porter e Moss 1927, p. 330.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
Gardiner e Weigall 1913, p. 37
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.