LE CONCHIGLIE NELL'ANTICO EGITTO

LA CONCHIGLIA CAURI O CYPREA

Frammento del rilievo parietale della cappella funeraria annessa alla tomba della regina Ashait, moglie di Montuhotep II, ritrovata a Deir el Bahari (DBXI.17) nei pressi del tempio funerario del consorte, a fianco di quello di Thutmosis III e di Hatshepsut. La nobildonna indossa un largo girocollo di cauri. Credo si trovi al museo del Cairo.
FOTO A QUESTO LINK: https://hu.pinterest.com/pin/45739752455391465/ 

Un’altra conchiglia ampiamente utilizzata a scopo ornamentale era la cauri, o cypraea moneta, dal guscio lungo circa tre-quattro centimetri, stimata per la sua lucentezza e per la colorazione che varia dal bianco al giallo pallido.

Essa veniva usata come bene di scambio, come elemento decorativo nella gioielleria (anche la sua riproduzione in oro, corniola, lapislazzuli, diaspro rosso, quarzo o faience) e come amuleto propiziante la fertilità, in quanto la sua particolare forma ricorda l’organo genitale femminile; ancora oggi e per gli stessi motivi essa è molto apprezzata dalle donne africane.

Nell’antico Egitto, particolarmente durante l’XI e la XII dinastia, le giovani donne amavano indossare collane composte da perline inframmezzate da cauri, e cinture realizzate allo stesso modo che portavano appoggiate alle anche sul corpo nudo o sopra abiti velati quali augurio di fertilità e simbolo della sensualità femminile.

Tali ornamenti continuavano ad essere utilizzati durante la gravidanza per proteggere il nascituro e la madre, che doveva affrontare i pericoli del parto.

La regina Kawit, moglie di Mentuhotep II, mentre sta facendo la sua toilette quotidiana; ella indossa un vistoso girocollo di cauri. Rilievo dal sarcofago rinvenuto nella sua tomba a Deir el Bahari – ora al Museo del Cairo – n. JC 47397
FOTO A QUESTO LINK: https://www.meisterdrucke.it/…/Queen-Kawit-al-suo…

Talvolta all’interno delle cipree venivano sigillate delle palline in modo tale che producessero un lieve tintinnio quando chi le indossava si muoveva o danzava; per questo è possibile che potessero avere un ruolo apotropaico non strettamente legato alla fertilità e che servissero anche ad allontanare il malocchio così come i pendenti fallici in bronzo rinvenuti in tutto il mondo romano.

Queste cinture si trovano nelle tombe d’élite sia del Medio che del Nuovo Regno, ma nell’iconografia dell’epoca appaiano indossate anche da danzatrici e giovanissime ancelle; esse si trovano anche come decorazione di figurine femminili in legno o faience.

A far tempo dal Medio Regno si diffusero statuette come questa, raffiguranti donne con elaborate acconciature, nude e tatuate o con indumenti aderenti. Hanno gambe troncate al ginocchio ed indossano gioielli: questa indossa una cintura di cypree. Dimensioni: H. 13,7 cm., L. 4,7 cm., P. 2,8 cm. Musée du Louvre, Département des Antiquités égyptiennes, E 10942 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010007299https://collections.louvre.fr/CGU

La ciprea era talmente importante anche come moneta di scambio che anfore piene di queste conchiglie venivano sepolte insieme al defunto per garantirgli benessere nella vita ultraterrena.

Queste perline e il ciondolo in elettro (una lega di oro ed argento) provengono da Abydos e risalgono alla XII dinastia; probabilmente le perline hanno fatto parte di una cintura perché sono cave e contengono palline metalliche, che avrebbero tintinnato quando chi le indossava si muoveva.
Lungh. 25,4 cm – Largh. 1,59 cm – Prof. 0,95 cm.
https://www.penn.museum/collections/object/2747
Altro numero AES 1886

Le testimonianze relative all’utilizzo delle cauri come ornamento prezioso nel corso dell’XI dinastia sono esclusivamente documentali, in quanto sono raffigurate al collo di nobildonne defunte sui rilievi tombali e sui sarcofagi, ma non sono giunti fino a noi reperti fisici.

Per contro gli archeologi hanno rinvenuto esemplari notevolissimi di gioielli facenti parte parte dei corredi funerari delle principesse della XII dinastia (di cui parlerò nei prossimi post) ed anche più recenti, fino all’Egitto ellenistico, e imitazioni di bronzo sono state trovate in siti romani.

https://www.reddit.com/…/r2tnpf/mollusks_in_ancient_egypt/

Piccola Guida Turistica

“UNA BIBLIOTECA PER I POSTERI”

Anubi sorveglia l’accesso alla necropoli.
Foto di Silvia Vitrò

da “Memorie sull’Egitto e specialmente sui costumi delle donne orientali e gli harem”, di Amalia Sola Nizzoli, Milano, 1841

Amalia Sola Nizzoli mi era completamente sconosciuta prima di accingermi alla stesura di questo post, e meriterebbe maggior rilievo nella storia dell’Egittologia: ella fu una delle pochissime europee che nel XIX secolo vissero a lungo in Egitto lasciando traccia della sua esperienza in un memoriale e fu senz’altro la prima donna italiana a dirigere uno scavo, in un’epoca in cui le Due Terre erano un paese pericoloso, inospitale e frequentato non solo da studiosi ma soprattutto da filibustieri privi di scrupoli in caccia di tesori e di reperti.

La sua famiglia nel 1819 si trasferì ad Assiut presso uno zio, medico personale di un importante funzionario ottomano; l’anno successivo, appena quattordicenne, Amalia sposò Giuseppe Nizzoli, diplomatico dell’Austria ad Alessandria ed appassionato collezionista di reperti archeologici (i 1400 oggetti raccolti dai coniugi a Menfi furono venduti agli Asburgo, al granduca Leopoldo II di Toscana ed al pittore Pelagio Palagi, e sono oggi esposti a Vienna, a Firenze e a Bologna) e si stabilì al Cairo dove visse per un decennio nel corso della sua breve esistenza conclusasi a soli 40 anni d’età (solo di recente sono stati ricostruiti i suoi ultimi anni ed è stata ritrovata la sua tomba).

Le sue Memorie coprono un periodo che va fino al 1828, ma gli scavi da lei diretti a Sakkara per incarico del marito, sempre assente per lavoro, si collocano nel 1820, quando aveva solo quindici anni: ella aveva imparato l’arabo, viveva nel sito in una tenda con la figlioletta e la servitù ed aveva l’autorevolezza e le risorse economiche necessarie per trattare alla pari con i “caporali” che gestivano la manovalanza locale e per dirigere le inaffidabili maestranze, che avevano la pessima abitudine di sottrarre i reperti rinvenuti e rivenderli in proprio o ad altri scavatori.

La prima edizione delle Memorie di Amalia Nizzoli.

Ella scalò le piramidi di Giza e di Sakkara, si avventurò all’interno di quella di Cheope con la sola assistenza di tre guide beduine che illuminavano il cammino con delle candele e la aiutavano nei passaggi più difficili (“era per me un sogno il trovarmi là dentro in mano di que’ ceffi, che potevano di me far ciò che più loro piacesse”) e visitò le mastabe ancora sepolte dalla sabbia, rimanendo impressionata dalla complessità di tali strutture e dalla vividezza dei rilievi parietali.

E’ sorprendente, poi, l’acume di una ragazzina autodidatta (si era formata sui libri della biblioteca dello zio e frequentando gli studiosi che si recavano in Egitto per le loro ricerche), che ha percepito il valore storico e filologico oltre che estetico (e venale) di quelle immagini, le quali, come ha affermato duecento anni dopo il dott. Peter Der Manuelian, egittologo del MBA di Boston e dell’Università di Tufts, “hanno contribuito a conservare ed esplorare un mondo scomparso secoli fa: nelle decorazioni di questi sepolcri si possono osservare meravigliose scene che illustrano ogni aspetto della vita nell’Antico Egitto – per cui questi monumenti non riguardano semplicemente gli aspetti connessi con la morte degli Egizi, bensì quelli vincolati alla loro esistenza terrena”.

In effetti Sakkara, sorta nel corso della I dinastia come necropoli della città di Menf,i fu ampiamente utilizzata dai sovrani e dalla nobiltà dell’Antico Regno e l’analisi delle sepolture permette di ricostruire molti aspetti della vita quotidiana dei titolari della tomba e delle persone comuni, rappresentate mentre lavorano sotto la supervisione del defunto che di solito aveva ricoperto importanti incarichi pubblici.

In seguito, pur coesistendo con la necropoli reale di Giza e con quella della Valle dei Re a Tebe, mantenne la sua importanza fino al periodo tolemaico e romano come luogo di sepoltura dell’élite menfita, e la presenza di sepolture di varie epoche consente di valutare l’evoluzione stilistica dell’architettura funeraria nei tremila anni della storia dell’Egitto.

La ricchezza e la vastità di questo sito, che occupa un vasto altopiano calcareo che domina la valle del Nilo, sono incredibili (16 kmq), e la visita completa non può certamente esaurirsi in una giornata, per cui occorre effettuare una selezione preventiva delle tombe e delle piramidi che si desiderano visitare, in modo che la guida possa tracciare il tragitto più breve ed acquistare i biglietti con la formula più conveniente.

La stretta striscia di campi coltivati tra il Nilo ed il deserto.
Foto da internet

Inoltre è importante tenere presente che il sito è in pieno deserto e che non vi sono nè palme nè punti di ristoro, per cui occorre munirsi di scarpe ed abbigliamento comodi, di un bel cappellino e di abbondante acqua.

Nei prossimi post descriverò l’itinerario che abbiamo seguito, dedicando maggiore spazio a zone per me nuove o di recente restauro, come l’interno della Piramide a gradoni e la tomba sud; l’unico rammarico in questa giornata memorabile è stata l’impossibilità di visitare il museo Imhotep, che in occasione della mia precedente visita ancora non esisteva e che stavolta, guarda un po’….. era chiuso!

Fondamentale per la buona riuscita dell’escursione comunque è stata la nostra bravissima guida Monalisa Karam, che ci ha fatto percorrere la necropoli in lungo ed in largo portandoci fuori dagli itinerari abituali (normalmente nei viaggi di gruppo si visitano solo il complesso di Djoser ed un paio di mastabe), e si è trattenuta con noi ben oltre il suo orario lavorativo per esaudire tutte le nostre infinite richieste: ancora grazie, cara Monalisa!

Monalisa insieme a me ed a mia figlia

FONTI

Necropoli tebane

TT238 – TOMBA DI NEFERWEBEN

Planimetria schematica della necropoli di el-Khokha ed el-Assasif [1] [2] [3]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
NeferwebenMaggiordomo reale dalle mani nette
El-Khokha
XVIII dinastiaversante meridionale, vicino alla sommità della collina; sopra e a ovest della TT204

 

Biografia

Nessuna notizia ricavabile[6].

La tomba

Nessuna notizia se non che sul soffitto dell’anticamera sono riportati il nome e il titolo del defunto.

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 36
  4. Porter e Moss 1927,  p. 330.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 37

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]              Porter e Moss 1927,  p. 330.,  p. 330

Necropoli tebane

TT237 – TOMBA DI UNNEFER

Planimetria schematica della necropoli di Dra Abu el-Naga [1] [2] [3]

Epoca:                                   XIX – XX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
UnneferCapo dei Preti lettori[6]Dra Abu el-NagaXIX-XX dinastiaversante meridionale della collina; a est della TT236; abitazione di Abd er Rahman Raga[7]

Biografia

Nessuna notizia ricavabile[8].

La tomba

Nessuna notizia se non che il sarcofago, iscritto, si trovava nella camera funeraria[9].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 36
  4. Porter e Moss 1927,  p. 330.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 37

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]      Era compito dei preti “lettori” l’organizzazione delle cerimonie e la recitazione ad alta voce, durante le cerimonie sacre, degli inni previsti. Proprio per tale conoscenza delle invocazioni giuste e corrette, i “lettori” venivano considerati detentori di poteri magici.

[7]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[8]      Porter e Moss 1927,  p. 330.

[9]      Gardiner e Weigall 1913, pp. 36 e Porter e Moss 1927,  p. 330

Piccola Guida Turistica

LA PIRAMIDE ROSSA

La piramide rossa come appare avvicinandosi dalla strada; sul lato visibile si nota il percorso che conduce all’ingresso, posto più o meno a metà della sua altezza e protetto da una tettoia di legno
Foto: Silvia Vitrò.

La Piramide Settentrionale di Snefru è più nota come Piramide Rossa a causa del particolare colore dell’arenite con la quale fu realizzato il suo nucleo; essa è in perfetto stato nonostante in epoca medievale sia stato rimosso e riutilizzato il rivestimento in pregiato calcare, una modesta porzione del quale è ancora oggi ancora visibile alla base del lato est.

Essa, costruita su terreno ben solido, rappresenta il massimo grado di evoluzione dell’architettura egizia dell’epoca, e condensa in sé tutte le conoscenze fino ad allora acquisite nella tecnica di costruzione delle piramidi, tant’è che non presentò mai problemi di statica e fu presa a modello dai successori di Snefru per la realizzazione delle piramidi di Giza.

L’inclinazione delle sue pareti è identica a quella della parte terminale della piramide a doppia pendenza e raggiungeva i 104 metri di altezza (oggi ridotti a 99 per l’asportazione del rivestimento); probabilmente fu l’ultima dimora di Snefru ma non possiamo averne la certezza in assenza di un sarcofago reale e considerato che i resti umani ivi rinvenuti nel 1952 risalgono ad un’epoca molto più recente.

L’intero complesso si ispirava a quello della piramide romboidale, in quanto gli scavi effettuati nel secolo scorso accertarono l’esistenza di una rampa processionale lunga 400 metri che conduceva ad un tempio a valle, mai investigato.

Per informazioni più dettagliate sulla piramide, guardate sul nostro sito gli articoli ai seguenti link:

La piramide è raggiungibile dopo una bella camminata sotto il sole del deserto lungo una stradina lastricata che corre sulla sabbia; giunti alla base dell’edificio, bisogna arrampicarsi su di una ripida scaletta che conduce all’ingresso, posto a circa 28 metri dal suolo.

L’ingresso della piramide

Anche qui lo stretto cunicolo interno a sezione rettangolare (m. 1,00 x 1,20) è piuttosto ripido, illuminato artificialmente, dotato di corrimano a destra e a sinistra e lastricato con assi di legno e traversine antisdrucciolo.

Il corridoio discendente. Foto: Silvia Vitrò

Esso affonda subito nel cuore dell’edificio per una sessantina di metri ed alla fine, dopo aver raggiunto la linea di base della piramide, diventa orizzontale e sbuca nella prima anticamera priva di iscrizioni, dal soffitto alto più di dodici metri ed aggettante, realizzato con lastroni in calcare scolpiti e connessi in modo perfetto; questa camera si trova ESATTAMENTE sotto la cuspide dell’edificio, in corrispondenza del suo asse verticale.

Il soffitto della prima anticamera; si notino le iscrizioni lasciate dai primi visitatori ottocenteschi. Foto: Jon Bodsworth
La parte terminale del soffitto della prima anticamera. Foto: Silvia Vitrò

Per proseguire la visita occorre infilarsi in una stretta apertura situata nell’angolo inferiore destro della parete della camera posta di fronte a quella d’entrata e percorrere il corto budello che sbuca all’imboccatura di una rampa di scale in legno che consente di scendere sul pavimento della seconda anticamera, posto più o meno otto metri più in basso.

Il breve ed angusto passaggio che unisce la prima e la seconda anticamera. Foto: Silvia Vitrò

Nell’angolo a sud di questa seconda camera, del tutto analoga alla prima, si trova un’altra rampa di scale che permette di accedere ad un passaggio lungo circa sette metri e poi alla camera sepolcrale che si erge sopra il livello del suolo, all’interno della struttura della piramide.

 La seconda anticamera della piramide rossa: giunti alla sommità della rampa di scale si affronta il passaggio verso la camera sepolcrale, visibile solo dall’alto. Foto: Silvia Vitrò

Questa camera, più ampia delle altre ed alta circa 15 metri, è inagibile in quanto le pietre del pavimento sono state divelte per uno spessore di circa quattro metri dagli antichi tombaroli alla vana ricerca di altri passaggi.

La voragine aperta dagli antichi tombaroli nel pavimento della camera sepolcrale. Foto: Silvia Vitrò
Il soffitto della camera sepolcrale.: osservate la perfezione degli enormi blocchi di calcare e degli aggetti. Foto: Silvia Vitrò
Particolare di uno dei blocchi del soffitto: si noti la levigazione ottenuta attraverso scalpellatura. Foto: Silvia Vitrò

Le prime due camere sono allineate lungo l’asse nord-sud, mentre la terza è disposta perpendicolarmente sull’asse est-ovest.

La pianta delle camere funerarie

Sul lato est della piramide si trovano pochi resti del tempio funerario ed il pyramidion, trovato in frantumi e ricostruito.

Il pyramidion della piramide rossa così come ricostruito, collocato all’interno dei resti del tempio funerario. Foto: Silvia Vitrò

E’ d’obbligo un elogio al magnifico lavoro svolto dal governo egiziano anche in questa piramide: il nuovo sentiero che porta all’ingresso è in perfetta sintonia con l’ambiente; sono state tolte le orribili impalcature sopra l’accesso; tutte le strutture in legno interne sono state rinnovate e rinforzate per la sicurezza dei visitatori; è stata effettuata la completa disinfestazione dai pipistrelli che vent’anni fa abitavano stabilmente i soffitti; le pareti sono state perfettamente ripulite dalle loro deiezioni il cui pungente odore di ammoniaca rendeva l’aria quasi irrespirabile; tutto il sito circostante è perfettamente pulito.

La vista dall’ingresso della piramide rossa: in primo piano la zona militare, in secondo piano la piramide a gradoni sulla sinistra, quella di Pepi II sulla destra e al centro, credo, quella di Merenre. Foto da drittediviaggio.it

La visita è un’esperienza notevole, anche se quella alla piramide romboidale è decisamente più impegnativa ed emozionante; inoltre l’asetticità del luogo, la solidità delle scale e l’aumentato flusso turistico hanno un poco appannato la sensazione di avventura che ti prendeva in passato, prima dei lavori di restauro, quando in perfetta solitudine scendevi nelle viscere della piramide, ti arrampicavi su scale scricchiolanti e penetravi in ambienti popolati da pipistrelli che sembravano quasi inviolati da millenni….

FONTI: oltre a quelle già citate sul sito di Dahshur, ho consultato:

https://www.drittediviaggio.it/nelle-viscere-della…/

Necropoli tebane

TT236 – TOMBA DI HARNAKHT

Planimetria schematica della necropoli di Dra Abu el-Naga [1] [2] [3]

Epoca:                                   XIX – XX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
HarnakhtSecondo Profeta di Amon; Supervisore del tesoro di AmonDra Abu el-NagaXIX-XX dinastiaversante sud del lato meridionale della collina; proprio dietro e più in alto della TT15; abitazione di Abd el-Glel Raga[6]

Biografia

Nessuna notizia ricavabile[7].

La tomba

Nessuna notizia se non che il sarcofago, iscritto, si trovava nella camera funeraria[8].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 36
  4. Porter e Moss 1927,  p. 329.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 37

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[7]      Porter e Moss 1927,  p. 329.

[8]      Gardiner e Weigall 1913, pp. 36.

Necropoli tebane

TT235 – TOMBA DI USERHAT

Planimetria schematica della necropoli di Qurnet Murai [1] [2] [3]

Epoca:                                   XX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[4]Dinastia/PeriodoNote[5]
UserhatPrimi Profeta di MonthuQurnet MuraiXX dinastiaa breve distanza sopra, e a nord, della TT222; abitazione di Muhamed Hasan[6]

Biografia

Nessuna notizia ricavabile[7].

La tomba

Nessuna notizia se non il ritrovamento, nella camera funeraria, del sarcofago in granito[8]

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 36
  4. Porter e Moss 1927,  p. 329.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 37

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[4]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[5]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[6]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[7]      Porter e Moss 1927,  p. 329.

[8]      Gardiner e Weigall 1913, pp. 36.

LE CONCHIGLIE NELL'ANTICO EGITTO

LE CONCHIGLIE DELLE PRINCIPESSE

Le conchiglie in oro con inciso un cartiglio reale trovate nelle sepolture delle principesse del Medio Regno.

FOTO N. 1 – Pendente in oro e corniola a forma di conchiglia con il cartiglio di Senwosret II (Kha-Kheper-Ra), oggi al MET di New York, ritrovato forse a Dahshur
Dimensioni: L. 2,5 cm. – Numero di adesione: 26.7.1353
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/549518

Pendenti a forma di conchiglie di ostrica con iscritto un cartiglio reale realizzati in oro o lega di oro ed argento sono attestate con i nomi di Senwosret II (FOTO N. 1) e Senwosret III (FOTO N. 2 – Manchester Museum).

FOTO N. 2 – Ciondolo in oro a forma di conchiglia con il cartiglio recante il nome di intronizzazione di Senwosret III (Kha-kau-re) saldato in filo d’oro e un ureo su ciascun lato del cartiglio, ritrovato da Petrie nella tomba n. 124 della necropoli A a el- Riqqa, nel Medio Egitto. Il retro del pendente è liscio, con un piccolo anello di sospensione. Il gioiello è stato analizzato scientificamente con metodiche non invasive nell’ambito del progetto “Study of Bronze Age Egyptian Gold Jewellery” (CNRS PICS 5995) ed è emerso che la conchiglia, in electron ricco d’argento, fu realizzata mediante martellatura mentre il motivo a fili della decorazione è stato creato mediante laminazione di una striscia d’oro e granulazione e fissato con la tecnica di saldatura a caldo con rame. In tutti i gioielli di Riqqa sono state osservate inclusioni di elementi del gruppo del platino, caratteristiche dell’uso di depositi d’oro alluvionali
Dimensioni: 2,0 x 2,1 cm. – Ora al Manchester museum – N. inventario 5968
Foto: akhenatenator
FONTI:
Lore Troalen, Maria Filomena Guerra, Margaret Maitland, Matthew Ponting, Campbell Price. The Gold Working of Riqqa, Egypt: Analysis and Comparison. Between the 12th and 18th Dynasties. Bibliothèque générale (64), Institut français d’archéologie orientale, pp.221-232, 2022, Science of Ancient Egyptian Materials and Technologies, 978-2-7247-0931-5. ffhal-03855458f https://cnrs.hal.science/hal-03855458/document

Furono altresì rinvenuti, ma senza incisioni, nelle sepolture delle principesse reali della fine della XII dinastia, più precisamente di Mereret, Khenmet (o Khnumit), Sathathor e Nubhetepti-khered a Dahshur e di Senebtisi a Lisht.

E’ probabile che queste riproduzioni preziose fossero state realizzate per i membri della famiglia reale secondo una moda che coinvolgeva anche le persone comuni, che dovevano tuttavia ripiegare su versioni meno costose.

FOTO N. 3 – Pendente in forma di conchiglia d’ostrica oggi al British Museum di Londra.
Esso è stato realizzato con una sottile lamina d’oro battuta su uno stampo e porta inciso il nome Senwosret in un cartiglio. L’interno è fortemente concavo.
Dimensioni: h: 5 cm.(con anello) – N. di inventario EA65281
Il curatore del Museo osserva che è molto probabile che il cartiglio sia stato iscritto molti anni dopo la creazione del pendente, in quanto l’esame microscopico mostra che le linee, nitidissime, sono state create mediante incisione, una tecnica non in uso all’epoca di Senwosret.
https://www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA65281

Era inoltre usuale che le principesse della seconda metà della XII dinastia portassero gioielli con funzioni di amuleto che avrebbero conferito loro poteri magici utili a supportare il sovrano, il cui nome era spesso iscritto sul gioiello stesso, nel suo ruolo di garante dell’ordine divino sulla terra.

FOTO N. 4 – Conchiglia d’oro con il cartiglio di Senakhtenra/Seqenenra Taa (1560 a.C. circa),
2° Periodo Intermedio – oggi al Petrie Museum.
Questo faraone, appartenente alla XVII dinastia, iniziò l’offensiva contro gli Hyksos per riconquistare il Nord del paese, conclusa vittoriosamente dal figlio Ahmose, e morì trucidato dalle asce nemiche (la sua mummia, esposta nella galleria del National Museum of Egyptian Civilization mostra i segni delle spaventose ferite infertegli).
https://www.ancient-egypt.co.uk/…/Petrie%20Museum%20… 

Piccola Guida Turistica

LA PIRAMIDE SATELLITE

ED IL TEMPIO FUNERARIO DELLA PIRAMIDE ROMBOIDALE

La piccola piramide satellite; è ancora visibile il primo corso del rivestimento originale in calcare; l’ingresso è posto sulla destra, protetto da una piccola tettoia. Foto: Silvia Vitrò.

La nostra visita al sito piramidale prosegue lungo il suo perimetro esterno; essa era racchiusa da un ampio recinto quadrato, con lato di m. 299 circa, del quale sopravvivono solo tracce; sul lato sud, a m. 52 di distanza sorge una piramide satellite con rivestimento in calcare bianco oggi praticamente scomparso, sebbene il nucleo dell’edificio sia ancora in buone condizioni.

I resti della rampa processionale nei pressi della piramide.Foto: Silvia Vitrò.

Essa doveva essere alta m. 26,00 ed aveva una base quadrata con lato di m. 52,80; era destinata al culto o forse alla sepoltura della regina Hetepheres, moglie di Snefru, poi probabilmente traslata con il suo sontuoso corredo funerario in una tomba accanto alla piramide del figlio Cheope a Giza.

Questa costruzione fu inventariata da Lepsius come LVII ed è da poco visitabile in quanto il cunicolo interno è stato liberato dalla sabbia che vi era filtrata nel corso dei millenni; naturalmente Silvia ed io non ci siamo fatte sfuggire l’occasione e siamo scese lungo il corridoio che arriva sotto il livello del suolo per poi risalire e sbucare in una modesta camera a volta aggettante alta m. 7, all’interno della quale gli archeologi trovarono solo cocci di vasi.

Il corridoio discendente della piramide satellite. Foto: Silvia Vitrò.
La volta aggettante della piccola camera interna alla piramide satellite. Foto: Silvia Vitrò.

Sul lato nord della piramide principale sorgeva un luogo di culto di cui restano pochissime vestigia; ad est, invece, è ben riconoscibile la pianta del tempio funerario, costituito da una cappella per le offerte e da alcuni locali annessi circondati da un muro di mattoni crudi; qui terminava la rampa processionale che iniziava al tempio a valle.

Particolare di un mattone crudo delle pareti esterne del tempio funerario, costituito di fango e paglia sminuzzata, ben visibile. Foto: Silvia Vitrò.

All’interno della cappella si elevavano due stele in calcare alte almeno nove metri iscritte con la titolatura del sovrano, oggi ridotte all’altezza di un paio di metri; tra di esse si trova un altare in calcare, sotto il quale c’è ancora la tavola per le offerte in alabastro con la forma del geroglifico hotep.

I resti della cappella del tempio funerario; si notano al centro l’altare fiancheggiato dalle due stele ed ai lati le vestigia più scure che facevano parte delle pareti esterne della cappella e delle stanze adiacenti, costruite in mattoni crudi. Foto: Silvia Vitrò.
La base dell’altare è costituita da una tavola per le offerte con la forma del geroglifico htp, costituito da una stanghetta orizzontale sormontata da una forma ovale che rappresenta un pane, qui leggermente incavato. Foto: Silvia Vitrò.

Ci ha suggerito una delle guardie che sorveglia l’area di inginocchiarci sulla tavola appoggiando in modo reverente la fronte sull’incavo che rappresenta il pane, perché questo semplice rito ci avrebbe portato fortuna…. a noi non so, a lui certamente sì, perché poi ci ha regalato in gran segreto un pezzetto di alabastro, si è soffermato a chiacchierare con noi e si è guadagnato un buon bakshish, che lo aiuterà a mantenere i suoi tre bambini.

All’orizzonte del tempio funerario di Snefru, a circa un chilometro di distanza, si staglia la cosiddetta “Piramide nera”, qui ritratta molto ingrandita. Essa fu edificata da Amenemhat III della XII dinastia e prende il nome dal colore dei mattoni crudi che costituiscono il suo nucleo, unica parte superstite dell’edificio originario che era rivestito con lastre di calcare ed aveva un pyramidion in basalto finemente iscritto, oggi custodito al museo del Cairo. Si tratta di un cenotafio, in quanto il sovrano fu seppellito più a sud, in un’altra piramide che si era fatto costruire ad Hawara, nel Fayyum. Foto: Silvia Vitrò.
Per ulteriori notizie, leggete sul nostro sito il bell’articolo di Grazia Musso, a questo link: https://laciviltaegizia.org/?s=piramide+di+amenemhat+III
L’attuale aspetto della “Piramide nera”. Foto: Silvia Vitrò.

Oltre a quelle già citate nel primo post su Dahshur, ho consultato le seguenti fonti:

FOTOGRAFIE di Silvia Vitrò

Piccola Guida Turistica

LA PIRAMIDE A DOPPIA PENDENZA O ROMBOIDALE

La piramide a doppia pendenza, che presenta ancora quasi tutto il suo rivestimento originale anche se in epoca recente sono stati necessari puntelli esterni per contenere il rischio di crolli.
Essa infatti venne costruita con blocchi di pietra molto grandi ed irregolari, ed il rivestimento venne “cementato” sulla superficie per rendere più solide le pareti a rischio cedimento e per lisciarle; l’asportazione delle lastre di calcare diventava quindi molto difficoltoso e fonte di pericolo perché la struttura avrebbe potuto cedere. Foto: Silvia Vitrò

La perfezione della Grande Piramide di Giza si fonda sulle conoscenze acquisite sul campo dagli architetti di Snefru, primo faraone della IV dinastia e padre di Cheope, i quali, prima di raggiungere un buon risultato con la piramide rossa di Dahshur, incontrarono ben due fallimenti, edificandone una a Meidum crollata in breve tempo, ed un’altra di cui parlerò ora, sempre a Dahshur, che li costrinse a correggere in corso d’opera l’inclinazione delle pareti laterali, rivelatesi inidonee a garantire la stabilità dell’edificio che sorgeva su di un terreno friabile e che fin da subito iniziò a presentare pericolose crepe.

Un angolo della piramide che si sta sgretolando. Foto: Silvia Vitrò

E così la piramide, che nel progetto originario avrebbe dovuto raggiungere l’altezza di m. 128,5, arrivò alla fine a m. 104,71 per una superficie di base pari a m. 188,6.

Per salvaguardare la buona reputazione degli architetti egizi, mi preme sottolineare l’estrema complessità dell’opera, che doveva essere realizzata partendo dall’interno e quindi dalla realizzazione delle tre camere funerarie: la più bassa che rappresentava il mondo sotterraneo, quella intermedia che segnava l’assunzione al cielo del Sovrano, quella superiore che rappresentava il suo nuovo mondo.

Questa prima operazione prevedeva lo scavo di un pozzo delle dimensioni di m. 7 x 7 e profondo 22,5; il “guscio” di pietra veniva aggiunto in seguito e costruito prevedendo i corridoi d’accesso, che avevano anche la funzione di consentire l’ascesa diretta del re defunto fino alle stelle circumpolari.

La pianta della prima parte dell’interno della piramide: il corridoio giunge nelle viscere della terra da destra e sbuca nell’anticamera; a metà altezza dell’anticamera vi è l’ingresso alla camera inferiore, in faccia al quale vi è il “camino”. Quasi in cima alla volta si apre il “budello”. Le varie aperture sono oggi raggiungibili tramite torri di scale.

A questi link https://laciviltaegizia.org/…/27/la-piramide-romboidale/ e https://laciviltaegizia.org/…/la-piramide-romboidale…/ troverete interessanti articoli di Grazia Musso e Piero Cargnino su questo monumento, che segna una tappa fondamentale nel processo evolutivo che condusse dalla piramide a gradoni a quella a facce lisce.

Snefru, per la prima volta nella storia, introdusse importanti modifiche nel complesso piramidale: ne modificò l’orientamento dall’asse nord-sud, tipico della III dinastia, a quello est-ovest perchè in quel periodo cominciò ad affermarsi l’associazione tra il faraone ed il disco solare, che nasce a est e tramonta ad ovest, per poi risorgere il giorno successivo; lo arricchì con un tempio funerario ed un tempio a valle collegati da una rampa processionale; fece edificare una piramide satellite per il culto o, secondo alcuni, per la propria regina, la grande Hetepheres.

La pianta dell’interno della piramide: a sinistra la camera inferiore, dalla quale si diparte il “budello di pietra”, ossia quel serpentone che sbuca nel corridoio che conduce alla camera superiore, posta a destra. Assolutamente particolari sono quelle due costruzioni perpendicolari al corridoio, poste una prima ed una dopo il budello: si tratta di spesse saracinesche di pietra destinate a scendere diagonalmente dopo la sepoltura del Faraone ed a sigillare definitivamente la camera sepolcrale.
Il disegno della saracinesca di pietra: dopo la sepoltura sarebbe stato tolto il perno visibile sulla sinistra ed il lastrone di pietra sarebbe scivolato verso il basso incastrandosi perfettamente nel suo alloggiamento e sigillando la camera sepolcrale.

La piramide romboidale, chiusa al pubblico nel 1965 e finalmente riaperta nel 2019, ha due ingressi, uno sul lato ovest ad oltre 32 metri dal livello del suolo, che conduce alla camera sepolcrale superiore ed attualmente chiuso, ed uno su quello nord che porta a quella inferiore e da lì a quella superiore tramite un cunicolo forse scavato dagli antichi ladri; esso è posto a circa m. 12 di altezza ed è accessibile grazie una scala esterna.

Il corridoio che porta nel cuore della piramide è lungo m. 79,53 ed affonda nel sottosuolo per m. 25; esso è illuminato, dotato sia a destra che a sinistra di comodi corrimano ed è lastricato con assi sulle quali a distanza regolare sono inchiodate orizzontalmente barre di legno che impediscono di scivolare.

Peraltro è impossibile percorrerlo eretti, perchè ha sezione quadrata con lati di un metro, ed occorre procedere piegati a 90° prestando attenzione a non sbattere la testa sul soffitto e facendo una gran fatica: per questo ho preferito camminare all’indietro guardandomi i piedi ed ancorandomi ai corrimano, come si fa scendendo da una scala a pioli, risparmiandomi mal di schiena e capocciate.

Il corridoio discendente dell’ingresso sul lato nord: ho messo questa foto con la mia immagine per darvi un’idea delle dimensioni: io sono alta m. 1,60 e qui sto scendendo, applicando la tecnica “alpinistica” di cui vi ho parlato. Foto: Silvia Vitrò

Alla fine di questo corridoio il tragitto comincia a salire tramite una stretta e ripida scala di legno che immette in un vestibolo sotterraneo non rifinito con base di m. 6 x 5 metri e che si estende in altezza per m. 12; a circa m. 7 dal suolo si trova l’ingresso della camera sepolcrale inferiore, raggiungibile tramite scale di legno moderne, posizionate per facilitare i visitatori.

Alla fine del corridoio discendente, nella roccia che costituisce il basamento naturale della piramide è stato scavato questo lungo e stretto corridoio ascendente che conduce all’anticamera incompiuta, con volta aggettante; per agevolare i visitatori, è stata collocata una scalinata in legno. Foto: Silvia Vitrò
La torre di scale che permette di salire verso la cuspide della camera inferiore; guardando con attenzione si notano i lastroni aggettanti, che sporgono l’uno da quello precedente di circa quindici centimetri. Foto: Silvia Vitrò

Essa, di forma rettangolare, arriva alla notevole altezza di m. 17,30 ed è caratterizzata dalla presenza di un pozzo verticale alto m. 14 detto “il camino”, il cui uso è tuttora sconosciuto; a m. 12 dal pavimento si apre il famoso cunicolo claustrofobico non rifinito, lungo circa m. 18 e con un dislivello di 5, che la mette in comunicazione con il corridoio proveniente dall’ingresso sul lato ovest che raggiunge la camera funeraria superiore.

Il “budello di pietra” rozzamente scavato che congiunge la camera sepolcrale inferiore al corridoio che conduce a quella superiore. Foto: Leon Petrosyan
Per darvi un’idea delle dimensioni del corridoio che immette nella camera sepolcrale superiore. Foto: Leon Petrosyan

Sia l’anticamera che le camere sepolcrali hanno pareti aggettanti, ossia costituite da lastroni sovrapposti progressivamente sporgenti che costituiscono il soffitto, perché gli Egizi non conoscevano l’arco e la volta, introdotti secoli dopo dagli Etruschi; questo limite, tuttavia, non deve indurre a sminuire le loro capacità architettoniche: basti pensare che anche i Maya, la cui civiltà nacque e fiorì duemila anni dopo Snefru, si avvalevano della medesima tecnica.

L’ultima parte del corridoio che dalla facciata ovest conduce alla camera sepolcrale superiore, nella quale sbuca il “budello di pietra”. Foto: Silvia Vitrò

La camera superiore oggi è molto danneggiata e sembra quasi una grotta, in quanto i tentativi esperiti nell’antichità per alleggerire le pareti assottigliandole e la cattiva qualità della pietra utilizzata hanno fatto sì che i lastroni aggettanti si sgretolassero nel corso dei secoli.

La scalinata che permette di raggiungere il punto più alto della camera sepolcrale superiore. Foto: Silvia Vitrò

Essa, alta m. 14, era occupata da un grande catafalco in pietra recante i cartigli di Snefru e da numerose travi in legno di cedro dall’uso sconosciuto, probabilmente appartenenti al carico che il sovrano importò dal Libano al quale si fa cenno sulla Pietra di Palermo.

L’interno della camera sepolcrale superiore che ospita un catafalco in pietra (quei lastroni chiari a forma di parallelepipedo posti a sinistra).
Gli architetti provvidero a rinforzare la struttura con le grosse travi di cedro che sono ancora oggi in loco. Foto: Silvia Vitrò

La cuspide del soffitto della camera superiore; i lastroni aggettanti sono stati ridotti di spessore, si sono spezzati per il peso e si sono in più parti frantumati, al punto che la volta ha perso completamente il suo elegante aspetto originario. Per evitare crolli gli egizi avevano posizionato anche quel grosso palo di cedro che si nota al centro ed avevano in più punti riparato le crepe con la malta. I costruttori di Snefru avevano fatto un buon lavoro, visto che i rattoppi sono ancora in essere dopo 4.500 anni, ma il sovrano preferì non fidarsi della solidità dell’edificio e dispose che si costruisse una nuova piramide…. immagino il disappunto degli architetti e delle maestranze, ammesso che siano riusciti a sfuggire all’ira del Faraone! Foto: Silvia Vitrò

Un’ampia crepa nella struttura puntellata con l’utilizzo delle solite travi di cedro. Foto: Leon Petrosyan

Tuttavia nella piramide non sono stati rinvenuti resti di sepoltura, per cui gli studiosi tendono ad escludere che sia stata utilizzata in quanto troppo instabile e piena di crepe dovute all’assestamento del terreno, stuccate con malta gessosa ed ancora oggi visibili.

La visita alle camere funerarie è molto suggestiva ma sinceramente non alla portata di tutti, perché è faticosa (non dimentichiamo, oltre al numero esagerato di gradini, il caldo e il minimo ricambio d’aria), i cunicoli che permettono di raggiungerla sono molto bassi e un tratto è claustrofobico perché si restringe al punto che bisogna quasi procedere carponi: non avrei rinunciato per niente al mondo, ma quando mi sono trovata davanti a quel buco….avrei voluto pesare una ventina di chili in meno!

Una turista inglese entrata con noi è stata presa dal panico al momento di uscire e si è bloccata nella piazzola antistante quel budello di pietra senza trovare il coraggio di entrarvi; per fortuna siamo riuscite a calmarla e con pazienza, un passo alla volta, l’abbiamo scortata fino a quando non ha ripreso sicurezza vedendo la luce del sole alla fine del tunnel.

Ad ogni modo, se appena il fisico ve lo consente e non soffrite negli ambienti chiusi, portatevi abbondanti scorte d’acqua e non perdetevi questa avventura quasi in solitaria: le emozioni che si provano rispetto alla visita delle piramidi di Cheope e Chefren, al cui interno si creano due file ininterrotte di turisti in entrata ed in uscita, sono decisamente differenti.

FONTI:

FOTOGRAFIE di Silvia Vitrò e Leon Petrosyan

PIANTINE da https://it.wikipedia.org/wiki/Piramide_romboidale

DISEGNO DELLA SARACINESCA DI PIETRA da https://commons.wikimedia.org/…/Category:Interior_of…