Piccola Guida Turistica

IL TRAGITTO VERSO DAHSHUR – L’EGITTO RURALE

Accompagnati da Monalisa e dal nostro fido autista dedichiamo l’intera giornata alla visita del sito di Dahshur, che di solito non fa parte degli itinerari proposti dai Tour operators ma che merita una visita a passo lento, per immergersi nel silenzio e nella solitudine del deserto, camminare sulla sabbia, cercare ciottoli di selce o di alabastro forse scalpellati dagli antichi frequentatori della necropoli o cocci di ceramica, miseri resti di sontuosi corredi tombali trafugati da antichissimi ladri.

Insieme alla mia famiglia ci ero già stata vent’anni orsono, ed ero rimasta impressionata dalla magica atmosfera del luogo, che mi ha indotta a tornarci nuovamente; non ne sono rimasta delusa, ed anzi, questa volta ho potuto visitare anche l’interno della piramide a doppia pendenza e della sua piccola piramide satellite che in passato erano chiuse al pubblico e trattenermi a chiacchierare con una delle guardie addette alla sorveglianza del luogo, che trascorrono la loro giornata lavorativa sotto il sole feroce, intrappolati in una divisa con pantaloni e basco di panno caldissimo e con pesanti scarpe nere con i lacci, dalle spesse suole di gomma.

Il sito si trova a circa 45 km. a sud ovest del Cairo, di fronte ai resti dell’antica città di Menfi, subito dopo le necropoli di Abusir (ora purtroppo chiusa per lavori in corso) e di Sakkara.

Il pur breve viaggio è una piacevole esperienza: abbandonata la fatiscente periferia del Cairo, percorriamo una strada asfaltata ad una sola corsia che attraversa la verdeggiante campagna lungo il Nilo, sulle cui rive si estendono fitti palmeti che offrono abbondanti raccolti di datteri e prati verdissimi nei quali brucano liberi cavalli, bufali, pecore e capre.

Qui il tempo sembra essersi fermato: gli unici edifici sono rare casette rurali di mattoni di fango nei cui cortili becchettano liberi dei polli; per ripararsi dal sole che dardeggia inesorabile già a metà mattina, nei campi sono state costruite tettoie rettangolari di rami di palma sorrette da un’intelaiatura di tronchi, sotto le quali trovano ristoro animali e fellahin, i quali, a differenza dei loro antenati egizi che lavoravano nudi o con un minuscolo perizoma, indossano lunghe galabye in cotone, grigie, marroni o azzurre e proteggono il capo con un cappellino morbido a forma di tamburello oppure con lo shesh, una lunga striscia di stoffa avvolta in più giri attorno alla testa a formare un turbante.

La grande fertilità della Valle del Nilo e le particolari condizioni climatiche garantiscono fino a tre raccolti all’anno, ed infatti l’erba è rigogliosa e le coltivazioni di tabacco, ortaggi, canna da zucchero, mais appaiono lussureggianti; molti contadini non usano macchine agricole, ma zappe ed aratri trainati da cavalli o da bufali; i prodotti vengono caricati sulla groppa degli asinelli oppure su carretti a due ruote dotati di stanghe alle quali vengono aggiogati muli o cavalli.

Abbandonata la zona coltivata rimaniamo sulla riva occidentale e ci addentriamo nel deserto al margine dell’altopiano libico, una piatta distesa di sabbia beige mista a ciottoli che si estende a perdita d’occhio; in occasione della mia precedente visita il sito di Dahshur era raggiungibile solo percorrendo una pista sterrata nel deserto, mentre oggi è stata creata una strada asfaltata che per non alterare la particolare atmosfera del luogo si interrompe fortunatamente a debita distanza dalle piramidi, raggiungibili solo a piedi.

La monotonia del paesaggio è interrotta solo dalle vestigia dei complessi piramidali appartenuti ai grandi del passato: in un’area di circa Km. 5 x 3 (tanto misura la necropoli) in origine ne sorgevano ben undici, cinque delle quali appartenute a Faraoni ed almeno due temporalmente anteriori a quelle di Giza in quanto edificate da Snefru, padre di Cheope.

Esse sono ben conservate in quanto furono costruite con blocchi lapidei provenienti dall’altopiano libico; per contro quelle che i sovrani della XII dinastia Amenemhat II, Sesostris III e suo figlio Amenemhat IIIscelsero di edificare accanto a quelle del loro grande predecessore per condividerne la gloria si trovano in condizioni deplorevoli dal momento che il nucleo centrale, costituito da mattoni crudi, si è rapidamente deteriorato dopo l’asportazione del rivestimento di pietra, utilizzato per altre costruzioni.

L’area comprende anche sepolture di nobili ed un villaggio di operai e funzionari non aperti al pubblico, e promette significativi ritrovamenti archeologici perchè i faraoni della IV e V dinastia amavano essere circondati dalla propria corte anche da morti, e consentivano ai nobili ed ai funzionari più fedeli di costruire le proprie mastabe nei pressi delle loro piramidi.

Purtroppo essa è ancora in larga parte non investigata perchè nel 1967 è stata dichiarata zona militare e gli scavi sono stati vietati per trent’anni; nel 1996 è tornata in parte accessibile, ma ancora oggi un ampio settore è recintato ed è off limits per i civili senza che si sappia perchè, per cui almeno al momento continuerà a custodire gelosamente i propri segreti.

FONTI:

fotografie da Alamy

Necropoli tebane

TT234 – TOMBA DI ROY

Planimetria schematica della tomba TT234[1] [2]

Epoca:                                  XVIII – XIX Dinastia

 

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
RoySindaco (nome della località andato perso)Dra Abu el-NagaXVIII-XIX dinastialato meridionale del wadi che delimita la parte settentrionale della collina; circa 50 passi a ovest e sullo stesso livello della TT154

 

Biografia

Unica notizia ricavabile il nome della moglie, Ani[7].

La tomba

A un corridoio di accesso, sulle cui pareti sono ancora leggibili solo poche scene, (1 in planimetria[5]) uomini con abiti funebri e (2) il defunto e la moglie seduti, segue una sala trasversale; nel corridoio di accesso (3) il nome del defunto[6].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 36
  4. Porter e Moss 1927,  p. 329.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 37

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]              La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 318.

[6]              Porter e Moss 1927,  p. 329.

Necropoli tebane

TT233 – TOMBA DI SAROY

E AMENHOTEP- HUY

Planimetria schematica della tomba TT233[1] [2]

Epoca:                                  Periodo Ramesside

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Saroy (Amenhotep-Huy)Scriba reale della tavola delle offerte del Signore delle Due TerreDra Abu el-NagaPeriodo Ramessideversante nord della collina; più in alto e a circa 40 m a nord della TT148

 

Biografia

Nessuna notizia biografica ricavabile secondo il testo di Porter e Moss nell’aggiornamento del 1970[5].

Recenti scavi, tuttavia[6], hanno consentito di appurare che la tomba venne predisposta per Saroy e per il suo assistente Amenhotep-Huy che, in una scena parietale, viene indicato come “suo figlio” e che vanta lo stesso titolo del titolare principale[7] [8]

A Saroy, tuttavia, sono ascrivibili ulteriori e importanti titoli:

  • Scriba reale dei pasti del re;
  • Custode dei documenti reali in presenza del re;
  • Scriba reale nella Casa dei Rituali del Signore delle Due Terre;
  • Scriba reale del smA.y (archivio?) del Signore delle Due Terre[9] [10];
  • Maggiordomo del pane;
  • Maestro delle cerimonie;
  • Contabile del bestiame nel dominio di Amon;
  • Supervisore dei cacciatori di Amon;
  • Consigliere, amato dal suo Signore.

La tomba

TT233 era ridotta alla sola sala trasversale[11], si riteneva, perciò, che seguisse lo sviluppo planimetrico a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo. Dal 1988 è stato attivato il Macquarie Theban Tombs project[12], con l’intento di procedere all’attività di studio, rilevazione epigrafica, svuotamento, catalogazione, conservazione e restauro di alcune Tombe dei Nobili, tra cui la TT147 e la TT148[13]  [14].

Si è così potuto appurare che TT233 ha uno sviluppo ben più complesso di quanto previsto e segnalato da Porter e Moss[15]: da un cortile (A in planimetria) si accede infatti alla sala trasversale (B) in cui sono presenti alcune scene parietali: su tre registri sovrapposti (1 in planimetria secondo la numerazione di Porter e Moss[16]) scene della processione funebre con il defunto e parenti; dolenti dinanzi alla mummia nei pressi della piramide tombale e il defunto e la moglie ricevuti da Hathor e dalla dea dell’occidente (Mertseger); uomini con buoi che trainano il sarcofago e resti di partecipanti alla processione.

Poco oltre (2) su tre registri, brani dal Libro delle Porte con Horus in colloquio con Osiride.

Un lungo testo (3) circonda preti che offrono incenso e cibo; sull’entrata a una sala più interna (C), resti di scena non leggibile. E’ noto, poiché citate da Ernesto Schiaparelli, che nella tomba si trovassero scene del Cerimoniale di apertura della bocca, nonché di adorazione di statue di divinità[17].

Planimetria di TT233 come riportata in Porter e Moss[18]

Nell’angolo sud-est della sala trasversale (B), là ove si trovava l’accesso alla TT233, è stata in realtà rinvenuta una seconda tomba, nota come “Kampp 183”[19] [20] che, da frammenti testuali rinvenuti all’ingresso, si suppone fosse la sepoltura di Amenhotep-Huy; questa presenta la struttura tipica a “T” rovesciata delle sepolture della XVIII dinastia tanto da far ritenere che si sia trattato di un riuso[21].

Di riuso, risalenti al Terzo Periodo Intermedio, sono inoltre due pozzi funerari (5-6 in planimetria) rispettivamente nell’angolo nord-est del cortile (A) e nell’angolo sud-ovest della sala trasversale (B)[22]. Un’anticamera (D), nell’angolo nord-ovest della sala trasversale immette, attraverso una scala, nell’appartamento funerario sotterraneo che termina (E) con la camera funeraria in cui vennero rinvenuti frammenti di un sarcofago in arenaria intestato a Saroy; altri frammenti del sarcofago vennero rinvenuti tra i detriti che ostruivano i locali, nonché in altre aree della tomba, ivi compreso il cortile esterno. Benché pochi siano stati i reperti rinvenuti, la fattura stessa del sarcofago nonché una base di statuetta in steatite blu con iscrizioni geroglifiche, hanno consentito di ipotizzare un corredo funerario particolarmente ricco data l’importanza del personaggio[23] [24].

TT233: il sarcofago di Saroy ricostruito dai frammenti rinvenuti nella tomba

Altri frammenti di statuette e suppellettili sono state rinvenute in altre aree della TT233, nonché nel cortile, ivi compreso un portatore di stele con inno al sole, amuleti in amazzonite e, in cera, la raffigurazione dei Figli di Horo. Le tracce di un fuoco nel cortile, risalente alla fine del Nuovo Regno, indicano molto verosimilmente il luogo in cui vennero fusi oggetti o foglie d’oro da parte dei primi razziatori della tomba[25]; tra i detriti, infatti, sono state rinvenute tracce di oro, nonché pezzi in legno di ebano pertinenti a nacchere con rappresentazioni della dea Hathor, ushabti in faience intestati a Saroy, frammenti di uno scarabeo in cristallo di rocca e tracce di decorazione di un coperchio di sarcofago con la rappresentazione del dio Thot[26].

Anche sotto il profilo testuale TT233 si è rivelata essere la sepoltura di un alto funzionario di Corte: sono infatti attestate selezioni estese di brani dal Libro dei Morti[27], nonché testi inusuali per una tomba privata[28]. La tomba, infine, venne impiegata come ricovero per una comunità copta tra il VII e il IX secolo, come peraltro attestato dai numerosi ostraka e frammenti di papiro rinvenuti all’interno e nel cortile antistante l’accesso.

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 36
  4. Porter e Moss 1927,  p. 328.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 37


[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 329.

[6]      Binder 2009,  pp. 234-243.

[7]      Scriba reale della tavola delle offerte del Signore delle Due Terre.

[8]      Esiste tuttavia difficoltà di interpretazione dei rapporti di parentela giacché una stessa parola viene usata per indicare, invece, differenti legami. A titolo di esempio la parola “senet”, traducibile con “sorella”, viene spesso utilizzata per indicare la moglie, mentre la parola per “fratello” talvolta indica un cugino.

[9]      il termine traslitterato in smA.y è stato ipotizzato essere un archivio particolare ed ha consentito la connessione tra il Saroy della TT233 e due statue, intestate allo stesso nome, rinvenute in un nascondiglio di Karnak e oggi al Museo Egizio del Cairo (cat. CG42168 e CG42167) e recanti su una spalla il cartiglio di Ramses II. Il personaggio rappresentato, Saroy, porta al collo, inoltre, un collare decorativo che lo indica come destinatario, da parte del re, dell’Oro al Valore, la massima onorificenza concessa per azioni militari. Ciò indicherebbe, inoltre, che Saroy era alle dirette dipendenze del re il che, unitamente ai titoli, ne fa uno dei funzionari più importanti di Palazzo.

[10]     Ockinga 2002,  pp. 873-884.

[11]     Porter e Moss 1927,  p. 329.

[12]     Ockinga 2012.

[13]     I lavori sono stati agevolati dalla demolizione, eseguita nel 2006, del villaggio di Gurna che da centinaia d’anni ricopriva l’area delle Tombe dei Nobili con il trasferimento degli abitanti in Gurna Gedida, ovvero “Nuova Gurna”. Questo ha consentito, inoltre, il rinvenimento di ulteriori tombe fino ad allora sconosciute perché coperte, oppure occupate, dalle case del villaggio.

[14]     Ockinga 2012.; Choat 2015; Binder 2009,  pp. 234-243.

[15]     Porter e Moss 1927,  p. 329.

[16]     La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 326.

[17]     Porter e Moss 1927,  p. 329.

[18]     Porter e Moss 1927,  p. 326.

[19]     Friederike Kampp-Seyfried (Mosbach 1960), archeologo tedesco, da agosto 2009 Direttore del Museo Egizio di Berlino (Ägyptisches Museum und Papyrussammlung), che ha catalogato evidenze archeologiche della Necropoli Tebana secondo una numerazione costituita, e riconosciuta, dalla sigla “Kampp” seguita da un numero progressivo.

[20]     Kampp 1996.

[21]     Binder 2009,  p. 237.

[22]     Binder 2009,  p. 238.

[23]     Tra gli altri oggetti: frammenti di ushabti in faience con la dedica di tale Ky-Nefer “Scriba reale della tavola delle offerte”, altri in steatite rossa, nonché ushabti “supervisori” e “operai” risalenti alla XXI dinastia con la dedica di Amon-Kha “Prete di Amon”

[24]     Binder 2009,  pp. 239-240.

[25]     Binder 2009,  p. 241.

[26]     Binder 2009,  p. 242.

[27]     Capitoli 1, 17, 18, 68, 69, 71, 125, 130 e 175.

[28]     Un testo rituale, dalla parete ovest della sala trasversale, è attestato unicamente nel tempio di Medinet Habu di Ramses III, mentre di un altro, una litania a Osiride, pur essendo un testo spesso ripetuto nei templi, è nota solo un’altra trascrizione in contesto privato nella TT65 di Nebamun, Supervisore dei granai di Amon durante il regno di Hatshepsut.

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I TESORI DI BUBASTIS

Questa brocca, come gli altri oggetti esposti, veniva probabilmente utilizzata per servire il vino in occasione della grande festa annuale in onore della dea Bastet; è un reperto eccezionale, in quanto è realizzato in argento, all’epoca rarissimo in Egitto.
Essa ha il manico a forma di capra rampante, è alto cm. 16,8 e risale al regno di Ramses II; la parte inferiore globulare è decorata con cuori e con testi augurali per Atumentaneb, il probabile offerente, mentre il collo è inciso con una doppia fascia di scene naturalistiche che presentano anche elementi decorativi tipici del vicino oriente.
Il bellissimo calice lotiforme reca il cartiglio di Tausert, moglie di Sethi II, la quale alla morte del figliastro Siptah assunse prerogative e titolatura reali. Esso è alto appena dieci centimetri; la coppa è costituita da un fiore di loto (simbolo dell’Alto Egitto), il piede ha invece la forma di ombrello di papiro rovesciato (simbolo del Basso Egitto).

L’attrattività del museo è enfatizzata da una serie di reperti preziosi prodotti in varie epoche storiche dagli abilissimi artigiani egizi, insuperabili nella lavorazione dell’oro, dell’argento e delle pietre dure.

Questo bracciale, facente parte di una coppia, è in oro massiccio e lapislazzuli e reca il cartiglio del nome di intronizzazione di Ramses II (User Maât Rê Setep en Râ); potrebbero quindi essere stati donati dal re in persona.
Essi sono costituiti da due semicerchi incernierati; la parte superiore è decorata con due anatre appaiate, con teste e coda in oro ed il corpo in lapislazzuli. La parte in oro è finemente decorata con motivi geometrici a granulazione; con la stessa tecnica e con l’applicazione di fili in oro sono state rese anche le piume e la coda dei due volatili.

Una bacheca è interamente occupata dai tesori rinvenuti a Bubastis, una città nel Delta ove sorgeva un importantissimo tempio di Bastet, visitato da numerosi pellegrini che lasciavano offerte votive anche di notevole valore, molte delle quali sono giunte fino a noi.

Il vasetto d’oro sulla destra (solo 11 cm. di altezza) ha la forma di un melograno, i cui chicchi sono stati resi a sbalzo. Il collo del vaso è decorato con quattro registri di motivi di foglie, fiori ed uva. Esso fu realizzato nel Terzo periodo intermedio. L’altro vaso d’oro (XIX dinastia) è decorato con tre fasce di foglie lanceolate, di grandi gocce e di cerchi con rosette stilizzate. Il corpo del vaso è inciso con una ghirlanda di foglie a forma di collare da cui pende un fiore di loto affiancato da due uccelli con ali spiegate. Si vede anche l’incisione di un gatto.

Nelle didascalie delle foto (quelle dei vasi e della coppa sono state scattate da @Silvia Vitrò, quella dei bracciali proviene da internet) troverete brevi informazioni sui manufatti, ampiamente descritti nel sito, ove sono pubblicati anche svariati articoli su Bubastis e le ricostruzioni virtuali della città realizzate dal nostro Francesco Volpe, a questi link:

https://laciviltaegizia.org/…/il-palazzo-del-medio-impero/

https://laciviltaegizia.org/…/bubastis-ed-i-suoi…/

https://laciviltaegizia.org/…/bubastis-ed-i-suoi…/

https://laciviltaegizia.org/…/30/una-triade-sconosciuta/

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SENNEDJEM ED IL SUO CORREDO FUNERARIO

Il sarcofago interno di Sennedjem ha forma antropoide e conteneva la sua mummia; esso lo rappresenta nei suoi abiti abituali, ossia un lungo gonnellino di lino bianco, il collare e la parrucca. Il coperchio del sarcofago esterno è invece decorato con scene funerarie di dee protettive tratte dal Libro dei Morti e di dee dell’albero che nutrono Sennedjem.
Fotografia di Silvia Vitrò
Per maggiori informazioni sul sarcofago esterno, vedi sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/il-sarcofago-di-sennedjem/ 

I reperti di questa tomba trovata intatta sono veramente strepitosi; gli oggetti del corredo funerario di Sennedjem, mirabilmente conservati anche nei loro colori vivaci, tratteggiano la vita quotidiana di un artigiano specializzato sorvegliante della necropoli reale che viveva a Deir el-Medinah con la sua famiglia al tempo della XIX dinastia.

Particolare del sarcofago esterno.
Foto di Silvia Vitrò

Deir el-Medinah era uno dei villaggi sorti durante la XVIII dinastia sulla Riva Occidentale del Nilo di fronte a Tebe, nella zona che gli antichi Egizi chiamavano Oasi, e fino alla XX dinastia fu la residenza degli artigiani e degli scultori responsabili di scavare e decorare le tombe nella Valle dei re.

Particolare dei due sarcofagi.
Foto di Silvia Vitrò

Sennedjem, figlio di Kabekhnet e di Tahennu visse nel villaggio sotto Seti I e Ramses II e morì attorno al 20′ anno di regno di quest’ultimo; egli ereditò dal padre il ruolo di decoratore delle tombe reali e dei nobili ed entrambi ricevettero il titolo di “Servi nel luogo della Verità”; con il tempo egli fu elevato a “sorvegliante della necropoli dei re” come dimostra, una scena parietale nella sua tomba che lo ritrae mentre impugna uno scettro sekhem simbolo di potere.

Sennedjem preparò per sé e per la propria moglie Iyneferti la tomba contrassegnata dalla sigla TT1 scavandola nella falesia che si erge nella zona occidentale del villaggio vicino alla sua abitazione; essa è di modeste dimensioni, ma le decorazioni interne sono state certamente realizzate dalle maestranze specializzate che lavoravano per la nobiltà e per il Faraone.

Ceramiche trovate nella tomba.
Foto di Silvia Vitrò

La tomba fu scoperta intatta il 31 gennaio 1886 dagli operai egiziani supervisionati da Maspero; essa conteneva ancora tutto il corredo funerario, costituito da molti ushabtis, dai vasi canopici, da numerosi oggetti di uso comune e da venti mummie dei familiari di Sennedjem, in quanto essa era in uso da tre generazioni (per ulteriori informazioni ed immagini sulla tomba si veda sul nostro sito l’articolo di Franca Loi a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/06/24/la-tomba-di-sennedjem/ e quello di Giuseppe esposito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2023/12/12/tt1-tomba-di-sennedjem/.

Tra coloro che trovarono qui l’ultimo riposo c’è anche Khonsu, figlio di Sennedjem, sepolto in un fenomenale sarcofago, oggi al MET di New York, del quale ci ha parlato Grazia Musso: potrete trovare le immagini e l’articolo sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2023/06/20/il-sarcofago-di-khonsu/

Molti oggetti furono venduti a vari collezionisti intorno al mondo, ma i più significativi si trovano al Cairo, a New York ed a Berlino.

Parte del corredo funerario di Sennedjem: una serie di ushabti con le cassette destinate a contenerli, la sedia recante il nome del figlio, due casse canopiche. Fotografia di Silvia Vitrò

La tomba di Sennedjem si distingue per lo splendore dell’esecuzione dei dipinti parietali, molto realistici e dai colori vividissimi; quelli che circondano la camera sepolcrale rappresentano scene tratte dal Libro dei Morti per supportare Sennedjem nel suo viaggio verso il regno di Osiride e riunirsi alla moglie ed agli altri familiari.

LA MASCHERA FUNERARIA DI SENNEDJEM E DI SUA NIPOTE ISIS

Le maschere di Sennedjem (a sinistra) e di Isis (a destra)

Queste due maschere sono definite “ad elmetto” perchè coprivano completamente la testa del defunto; questa tipologia comparve con l’VIII dinastia e rimase in uso fino all’epoca ramesside per poi tornare di moda nel periodo tolemaico.
Sennedjem, la moglie Iyneferti, il figlio Khonsu e la figlia di quest’ultimo di nome Isis furono sepolti con tali maschere: le due raffigurate nell’immagine appartennero a Sennefer e ad Isis, e sono le uniche conservate al Cairo, mentre le altre due si trovano al MET di New York.
La maschera di Sennedjem (a sinistra) ha la tipica parrucca maschile, realizzata in rilievo e con le treccine incise; essa è circondata da una ghirlanda decorata con petali di ninfea; tre boccioli di questo fiore cadono sulla fronte; il volto tondeggiante è di colore rosso molto scuro, le orecchie ben modellate presentano fori per gli orecchini dipinti in colore nero.
Il collare ampio e coloratissimo è formato da giri di frutti di mandragora, di petali di ninfea, di piume stilizzate, di perline a forma di goccia, ed ancora di petali di ninfea; la chiusura ha la caratteristica forma del fiore di ninfea come quelli più antichi.
La maschera di Isis presenta una parrucca lavorata ed una particolare composizione dell’ampio collare che la differenzia dalle altre della medesima tomba: tra le falde anteriori della parrucca, infatti, vi sono due fascie, una decorata con geroglifici nefer e occhi wadjet ed un’altra con una ghirlanda di petali di ninfea; al di sotto delle falde della parrucca i seni sono coperti con una rosetta.
Sebbene siano noti solo sei esemplari di maschere funerarie ramessidi, è possibile affermare che esse coesistettero sempre con il sarcofago antropoide e rappresentano una evoluzione rispetto a quelle della XVIII dinastia, che erano usate solo in alternativa ad esso ed in abbinamento solo con il sarcofago rettangolare.
Le maschere più antiche inoltre erano dotate di un pannello anteriore e di uno posteriore di varia lunghezza con fori alle estremità inferiori tramite i quali venivano assicurate al corpo del defunto con cordicelle: in quelle ramessidi invece manca il pannello posteriore che proteggeva la schiena del defunto e questa evoluzione stilistica preannuncia le cosiddette maschere “a coperchio” perchè coprivano solo la parte anteriore del viso della mummia.
Inoltre i pannelli delle maschere della XIX dinastia sono più ampi di quelli antecedenti e presentano motivi e tecniche decorative che li impreziosiscono: i frutti di mandragora, i pigmenti colorati, il motivo a scacchiera, la lavorazione a rilievo delle parrucche e l’assenza di foglia d’oro.

LA PORTA D’INGRESSO DELLA TOMBA DI SENNEDJEM

Fotografia di Silvia Vitrò.

Porta d’ingresso della tomba di Sennedjem, recante scene tratte dal capitolo 17 del libro dei morti.
E’ in legno di sicomoro dipinto di giallo, che è il colore dominante di tutta la decorazione parietale della tomba. Esso richiamava l’oro, legato all’eternità in quanto incorruttibile, e per il suo colore legato alla divinità solare.

Pannello interno della porta della tomba di Sennedjem, che raffigura i coniugi che giocano a senet, e i due sgabelli trovati nella tomba.
Foto di Silvia Vitrò
Il gioco del senet trovato nella tomba.
Foto di Silvia Vitrò


Per ulteriori informazioni sul questo reperto: https://laciviltaegizia.org/…/porta-della-tomba-di…/
Chi è interessato alla filologia, troverà sul nostro sito a questo link l’analisi dei testi di Livio Secco https://laciviltaegizia.org/…/06/21/la-porta-di-sennedjem/

Fonti:

PER UNA BELLISSIMA VISITA VIRTUALE DELLA TOMBA, ANDATE A QUESTO LINK: https://describingegypt.com/…/sennedjem/burial_chamber…

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TT232 – TOMBA DI THARWAS

Planimetria schematica della tomba TT232[1] [2]

Epoca:                                  Periodo Ramesside

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
TharwasScriba del divino sigillo del tesoro di AmonDra Abu el-NagaPeriodo Ramessideversante nord della collina; sopra e a ovest della TT20

Biografia

Unica notizia ricavabile il nome del padre, Washebamunheref[5].

La tomba

Si ritiene che la tomba sia stata originariamente realizzata agli inizi della XVIII dinastia per Minmonth, detto Senires, Primo Profeta di Amon durante il regno di Ahmose I, i cui coni funerari, nonché alcune suppellettili a lui intestate, sono stati rinvenuti poco distante dall’ingresso[6]; la stessa sarebbe perciò successivamente stata usurpata, in periodo ramesside, da Tharwas, probabilmente non egizio.

Planimetricamente TT232 si sviluppa partendo da un portico con dieci pilastri e due paraste; da questo si diparte un corridoio ortogonale al portico il cui soffitto è sorretto da dieci pilastri. Scarse sono le rimanenze pittoriche parietali: un’architrave (1 in planimetria[7]) reca i resti di un fregio rappresentante il defunto in adorazione di una sfinge e, ai lati del corridoio di accesso (2-3) resti di fregio con il defunto in adorazione di una sfinge su un pilone templare.

Un breve corridoio dà accesso ad una sala più interna con soffitto astronomico: all’esterno la barca divina, più al centro la dea Nut sorregge il disco solare con babbuini adoranti su entrambi i lati e due divinità; poco oltre la dea ippopotamo Tueris con due altre divinità tra i resti di rappresentazione delle costellazioni settentrionali[8].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.
  3. ^ Gardiner e Weigall 1913, p. 36
  4. ^ Porter e Moss 1927,  p. 328.
  5. ^ Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
  6. ^ Gardiner e Weigall 1913, p. 37

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 328.

[6]      In uno dei dipinti parietali una barca reca il nome di Ahmose I.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 326.

[8]      Porter e Moss 1927,  p. 329.

Necropoli tebane

TT231 – TOMBA DI NEBAMUN

Planimetria schematica della tomba TT231[1] [2]

Epoca:                                  XVIII Dinastia

 

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
NebamunScriba contabile del grano di Amon nei granai delle divine offerteDra Abu el-NagaInizi della XVIII dinastia circa 9 m a nord-ovest e più in alto della TT17

 


Biografia

Unica notizia ricavabile il nome della moglie, Nefertere[5].

La tomba

TT231 non è ultimata; planimetricamente si sarebbe sviluppata secondo la forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo. Nella sala trasversale è leggibile solo una stele (1 in planimetria[6]) recante, su due registri sovrapposti, il figlio, la figlia e la moglie, in alto e il defunto seduto in basso con liste di offerte[7].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 36
  4. Porter e Moss 1927,  p. 328.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 37

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]              Porter e Moss 1927,  p. 328.

[6]              La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 318.

[7]              Porter e Moss 1927,  p. 328.

Piccola Guida Turistica

IL CORREDO FUNERARIO DELLA PRINCIPESSA NEFERUPTAH

Collare della principessa Neferuptah in feldspato blu-verde, corniola, oro e pasta di vetro (per gli intarsi delle gocce terminali).
Per una più ampia descrizione del reperto si veda il nostro sito a questo link:
https://laciviltaegizia.org/…/05/la-collana-di-neferuptah/

Neferuptah era una principessa della XII dinastia, figlia di Amenemhat III e sorella della famosa donna Faraone Sobekneferu (o Neferusobek), salita al trono dopo la morte di Amenemhat IV.

La principessa è definita “membro dell’élite”, “grande di favore”, “grande di lode” e “amata figlia del re del suo corpo” ma non fu “sposa reale” in quanto morì prima che il suo ipotizzato consorte, il fratello Hor-au-ib-re, venisse associato al trono dal padre; forse in ragione del fatto che era destinata a diventare regina, dopo la sua morte il suo nome venne iscritto in un cartiglio.
Amenemhat III le aveva fatto preparare una sepoltura accanto a sé nella sua piramide ad Hawara, nel Fayyoum, ma quando ella morì fu inumata in una piccola piramide eretta a circa tre chilometri di distanza.

Grembiule funerario della principessa; esso aveva scopo decorativo ed era destinato ad essere allacciato alla vita della mummia come una cintura; la chiusura è in oro.
Fotografia di Silvia Vitrò.


La piramide, costituita da mattoni crudi rivestiti di calcare, è stata quasi completamente smantellata nel corso dei secoli, ma la camera funeraria è rimasta intatta ed inviolata, e fu individuata nel 1936 da Labib Habachi ma scavata solo nel 1956 da Naguib Farag.
La sua mummia fu collocata all’interno di un sarcofago antropoide in legno coperto di lamina d’oro e decorato, a sua volta inserito in un sarcofago rettangolare di legno che fu inserito in un terzo sarcofago di granito (oggi al museo del Cairo) sul quale è incisa una breve formula di offerta.

Dettaglio della chiusura del grembiule funerario.
Foto di Heidi Kontkanen, su Flickr


Con il passare dei secoli il legno e la mummia si sono decomposti a causa delle infiltrazioni d’acqua nella camera sepolcrale in occasione delle periodiche inondazioni del Nilo, ma inglobati nello spesso strato di detriti e fango depositatosi sul fondo del sarcofago esterno furono rinvenuti i gioielli che adornavano la mummia, ancora nella posizione originaria.

Intarsi appartenuti al sarcofago della principessa ormai distrutto.
Fotografia di Merja Attia


Sono stati rinvenuti e riportati al loro aspetto originario un collare in oro, corniola e perline, un altro collare largo, un paio di braccialetti e un paio di cavigliere, una cintura di perle a disco con un pendente a forma di falco ed un grembiule funerario di maiolica e perle di faience blu.

Ricostruzione di un frammento del sarcofago perduto: la decorazione in pietra dura è stata realizzata con le piccole tessere originali, trovate in loco.
Fotografia di Silvia Vitrò

Nella camera sepolcrale furono trovati altresì tre vasi per libagioni in argento, materiale all’epoca più prezioso dell’oro in quanto doveva essere importato dall’estero.

I vasi d’argento per le cerimonie di purificazione del defunto con l’acqua (n. reg. al Museo del Cairo JE 90152, JE 90153, JE 90154). Il defunto al momento della sepoltura veniva purificato per essere come Ra, che alla fine del suo viaggio notturno nell’altro mondo si purifica nell’orizzonte orientale prima di risplendere in cielo, dove Horus signore del nord, Seth signore del sud, Dewen-anwy signore dell’est e Thoth signore dell’ovest versano su di lui l’acqua della vita e del potere dai quattro angoli dell’universo. Tutte le iscrizioni sui vasi recano i cartigli di Nerferuptah e di suo padre Amenemhat III.
Fotografia di Merja Attia, su Flickr

Potrete trovare maggiori informazioni su Neferuptah , sulla sua tomba e sul suo corredo funerario sul nostro sito, al seguente link: https://laciviltaegizia.org/…/la-tomba-della…/

Gli amanti della filologia troveranno l’analisi dei testi iscritti sul sarcofago e sui vasi per la purificazione sul nostro sito ai seguenti link: https://laciviltaegizia.org/…/neferuptah-iscrizione…/

Bracciali e cavigliere della principessa.
Fotografia di Merja Attia, da Flickr

FONTI:

  • FARAG N., La scoperta di Neferuptah, a questo link: http://www.fayoumegypt.com
  • DODSON A., HILTON D., The complete ROYAL FAMILIES of Ancient Egypt, Il Cairo, 2004.

Piccola Guida Turistica

IL TRONO PERDUTO DELLA REGINA HETEPHERES

Il trono ricostruito

Questo trono non è esposto al NMEC e ne esiste solo una riproduzione, ma vale la pena di parlarne per apprezzare il lavoro incredibile effettuato dagli studiosi per restituirci questo capolavoro dell’antichità unico nel suo genere.

Oltre alla sedia della quale abbiamo già parlato, il corredo funerario di Hetepheres ne comprendeva un’altra, detta “sedia II”, quasi completamente distrutta, in quanto la sua esistenza venne desunta solo dal ritrovamento di quattro gambe identiche a quelle della sedia I.

Gli archeologi cercarono quindi di recuperare gli intarsi e le parti sopravvissute del manufatto che si trovavano in un’area coperta da una coltre di detriti alta circa quindici cm., che per ben due mesi venne pazientemente scandagliata e documentata strato per strato attraverso fotografie e disegni.

In seguito i frammenti ritrovati vennero deposti su vassoi, esaminati e registrati con tutti i metadati rilevanti, ed emerse che facevano parte non di una semplice sedia ma di un raffinato trono.
L’estrema complessità del lavoro di ricostruzione ha fatto sì che esso non venisse mai realizzato; una decina di anni fa tuttavia, il team del Giza Project dell’Università di Harvard, muovendo dagli oltre 1600 frammenti e dai diari di scavo dell’epoca ne ha creato una riproduzione in scala reale utilizzando gli stessi materiali dei quali si erano serviti gli artigiani egizi: legno di cedro, piastrelle in maiolica blu brillante, lamina d’oro, gesso, sedili in cordame e rame.

Il team ha creato un modello digitale 3D della tomba e del suo contenuto, quindi ha intagliato le parti in legno del trono con una fresatrice a cinque assi controllata da computer ed ha fabbricato e posizionato a mano i singoli inserti, ottenendo il risultato spettacolare che potete vedere nell’immagine.

La seduta era costituita da un quadrato di corda intrecciata inserito in un’intelaiatura costituita da quattro barre di legno; i braccioli, decorati con scanalature orizzontali, si appoggiavano ad un sostegno verticale intarsiato su più lati con rosette stilizzate alternate a sbarrette riproducenti il disegno di una stuoia, collegato ad angolo retto ad un analogo elemento collocato sul lato esterno della seduta; le quattro gambe erano dotate di piedini in rame rivestiti di pietra calcarea.

Il falcone prima dell’inserimento degli inserti in maiolica

Le varie parti venivano tenute insieme da incastri a mortasa e tenone e le giunture erano rinforzate con strisce di cuoio.
Le due aperture quadrate laterali, sotto i braccioli, erano riempite con un’immagine traforata del dio falcone Horus ad ali spiegate, poggiato su di una colonna palmiforme, finemente intarsiato con inserti di maiolica.
La parte posteriore dello schienale era decorata con quattro emblemi di Neith, una delle dee più venerate nell’Antico Regno, costituito da frecce incrociate su di uno strano oggetto composto da due ovali, dal quale si diparte una coppia di nastri.

La maggior parte degli studiosi ritiene che esso rappresenti il dorso degli scarabei bilobati (Agrypnus notodonta Latr), disegnato fin dalla prima dinastia con scanalature e poi trasformatosi in un ampio ovale a far tempo dalla quinta, ma non è chiaro il legame che esso aveva con la dea.
Ognuno di questi emblemi era issato sul suo stendardo rivolto verso il centro.

Una parte della decorazione originale della sedia

Sotto l’emblema di Neith c’era un fregio di sedici motivi intarsiati simili alla barba posticcia divina o reale, e l’insieme era incorniciato da rosette e piccole barre.
Sul retro della sedia continuava la medesima decorazione, che era riprodotta anche su di una striscia centrale verticale, ai cui lati si trovavano due più grandi emblemi di Neith su di uno sfondo di piastrelle di maiolica azzurra disposte a zig – zag.
Le dimensioni della seduta inducono a ritenere che il trono dovesse essere imbottito con dei cuscini, per consentire alla regina di stare comoda arrivando a toccare terra con i piedi o comunque a piegare le ginocchia.

FONTI:

DER MANUELIAN P., The Lost Throne of Queen Hetepheres from Giza: An Archaeological Experiment in Visualization and Fabrication, a questo link: https://gizamedia.rc.fas.harvard.edu/…/manuelian_jarce…

https://solarey.net/queen-hetepheres-throne/ articolo e fotografie di Caroline Cervera

Immagini tratte dall’articolo del dott. Der Manuelian

Necropoli tebane

TT230 – TOMBA DI MEN (?)

Planimetria schematica della tomba TT230[1] [2]

Epoca:                                  XVIII Dinastia

 

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
sconosciuto, forse MenScriba dei soldati del Signore delle Due TerreSheikh Abd el-QurnaXVIII dinastiaversante est della collina; leggermente più in alto e a sud della TT101

 

Biografia

Nessuna notizia ricavabile se non, da un cono funerario, il titolo di Scriba dei soldati del titolare[5].

La tomba

TT230 non è ultimata; planimetricamente si sarebbe sviluppata secondo la forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo. Nella sala trasversale su due registri, resti di scene di banchetto con una pila di vasi, obelischi e un padiglione (?) con tre donne. Sulla parete seguente di nord-est, più corta, Osiride sotto in padiglione[6].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 36
  4. Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
  5. Gardiner e Weigall 1913, p. 37

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]              Porter e Moss 1927,  p. 327.

[6]              Porter e Moss 1927,  pp. 327-328.