Necropoli tebane

TT173 – TOMBA DI KHAY

Planimetria schematica dell’area di el-Khokha ed el-Assasif[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
KhayScriba delle divine offerte al Dio di Tebe[4]El-KhokhaXIX dinastia Casa di Awad Ali[5]; vicino alla casa dell’Omdeh[6], a nord-est della TT41

Biografia

Unica notizia ricavabile, il nome della moglie, Biathefu[7].

La tomba

La tomba non è rilevata planimetricamente; si è a conoscenza dei titoli del defunto riportati nell’ingresso e di una statue di epoca ramesside (di cui una distrutta) nella stanza più interna[8].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 281.
  4. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
  5. Gardiner e Weigall 1913, p. 33

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[6]      Con il termine omdeh si indica, in Egitto, il capo-villaggio.

[7]      Porter e Moss 1927,  p. 281.

[8]      Porter e Moss 1927,  p. 279.

Autentici falsi

IL RILIEVO DEL BROOKLYN MUSEUM

Il falso rilievo
Limestone Slab with Sunk Relief – Egyptian Dynasty XI style – modern. Limestone Brooklyn Museum, Charles Edwin Wilbour Fund, 67.222. Creative Commons-BY (Photo: Brooklyn Museum, CUR.67.222_NegA_print_bw.jpg)

I grandi musei sono spesso vittime di truffe, in alcuni casi ripetute ed eclatanti.

È questo il caso del Brooklyn Museum, prestigioso museo newyorkese, tra i più grandi degli Stati Uniti, che vanta ben 500.000 visitatori all’anno e che conta 2.000 reperti egizi.

Il Brooklyn Museum era considerato uno dei musei con la più grande collezione di arte copta al mondo, finché non furono sollevati alcuni dubbi sull’autenticità di alcuni reperti. Oggi si stima che almeno un terzo della collezione sia falsa.

Anziché cercare di limitare il caso, il museo optò per una scelta inusuale nel 2009, organizzando una mostra dal titolo “Unearthing the Truth: Egypt’s Pagan and Coptic Sculpture” in cui esponeva i falsi, quasi tutti provenienti dalla collezione donata da Michael Friedsam.

Il pezzo che vi mostro oggi appartiene sempre al Brooklyn Museum ma proviene da un’altra collezione, la Charles Edwin Wilbour Fund, donata al museo da uno dei figli di Charles Edwin Wilbour, giornalista ed “egittologo” (anche se non seguì degli studi specifici) statunitense di grande notorietà ed importanza.

È un rilievo in calcare nello stile della dinastia XI e rappresenta due ritratti di uno o due faraoni. Il rilievo si trova nell’archivio online del Museo, ma non in esposizione, e reca il numero d’inventario 67.222.

In casi come questo, è l’analisi stilistica che consente di determinare se un’opera sia falsa.

In questo rilievo, la testa a destra è stata modellata sulla testa autentica di Amenhotep I, della XVIII dinastia, conservata al Museum of Fine Arts, Boston, J. H. and E. A. Payne Fund, inv. 64.1470 (vedere foto del post) che si basa su millenni di convenzioni e si distingue per la sobrietà e semplicità dell’esecuzione.

Il rilievo autentico
AMEMHOTEP I, , XVlll Dinastia, calcare, 6.3 x 9.4 in.
Museum of Fine Arts, Boston,
J. H. and E. A. Payne Fund, 64.1470

Le differenze piuttosto marcate che si notano sono:

  • l’originale è in rilievo, mentre il falso è inciso.
  • Entrambi i volti del falso presentano un sorriso piuttosto inebetito, molto diverso dal sorriso distaccato e sereno dell’originale.
  • L’originale presenta un intaglio sottile e raffinato, con il leggero rigonfiamento sotto l’occhio e intorno alla bocca, che risultano assenti nel falso.

Benché il rilievo del Brooklyn Museum risulti elegante, ad un’analisi più accurata e confrontandolo con il rilievo di Boston si riesce a percepire la differenza sostanziale tra i due.

Patrizia Burlini

Fonti e approfondimenti

Kemet Djedu

LA STELE DI PANDUA

La stele di Pendua è dedicata da un artigiano di Deir el Medina che lavorava durante la XX dinastia alla dea Meretseger.

Foto: Museo Egizio di Torino

Mi permetto di allegare qui un commento filologico.

Come al solito ho aggiunto la pronuncia secondo la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora) studiati.

  
“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

ANTEFATTO – L’OBLIO

Caduto il potere degli ultimi Faraoni (anche se Macedoni), l’Egitto ormai provincia romana perse gradualmente il suo fascino. Saccheggiato dei suoi obelischi e trasformatosi nel granaio dell’Impero, pur mantenendo la sua importanza culturale con la biblioteca di Alessandria divenne oggetto di mere manovre politiche e quasi nessuno si interessò alla storia passata. Non senza danni, però.

Prima intervennero le dispute teologiche nell’ambito cristiano e le ondate iconoclaste; Ario era infatti presbitero ad Alessandria, e all’inizio del IV secolo lo scisma legato all’arianesimo fu di fatto il primo della storia cristiana, con relative conseguenze. Un secolo dopo, sempre ad Alessandria, l’assassinio di Ipazia da parte dei cristiani capitanati dal vescovo Cirillo (assurdamente ancora venerato come santo…) pose di fatto fine alla cultura “classica”, considerata ormai pagana. La conquista dell’Egitto da parte degli arabi nel VII secolo chiuse definitivamente l’epoca greco-romana in Egitto.

Il linciaggio di Ipazia, illustrazione tratta dal libro Vies des savants illustres, depuis l’antiquité jusqu’au dix-neuvième siècle, di Louis Figuier, 1866

I danni li possiamo vedere ancora oggi: statue e dipinti mutilati, deturpati, distrutti; edifici e tombe riadattati a monasteri o abitazioni comuni (a volte come stalle…); totale disprezzo per la storia e la cultura faraonica, caduta nell’oblio.

Nel frattempo, alla fine del IV secolo (precisamente nel 394, sotto Diocleziano) viene incisa quella che è considerata l’ultima iscrizione in geroglifici. Nesmeterakhem (o Esmet Akhom, a seconda delle traduzioni), scriba del tempio di Iside a Philae (ultimo baluardo “pagano” sopravvissuto grazie alla popolarità del culto di Iside), incide una preghiera al dio nubiano Mandulis. Con la morte del suo autore, dopo più di tremila anni tutti i testi faraonici diventano solo figure disegnate, illeggibili.

L’ultima iscrizione in geroglifici nota: “Davanti a Mandulis, figlio di Horus, per mano di Esmet-Akhom figlio di Esmet (o Nesmeterakhem, figlio di Nesmeter, a seconda delle traduzioni), il Secondo Sacerdote di Iside, per tutti i tempi e l’eternità. Parole pronunciate da Mandulis, signore dell’Abaton, grande dio”. Tempio di Phiale, 24 agosto 394 CE

Per secoli l’Egitto diventa un luogo poco raccomandabile; meta solo di temerari pellegrini in viaggio per i luoghi biblici. La conoscenza dell’Egitto si limita al solo Delta o poco più. Le piramidi diventano “i granai di Giuseppe”, la Sfinge prende il nome arabo di Abol-Haul, “Il Padre del Terrore”, ed è solo “una testa che sporge dalla sabbia”, come scrive Abd al-Laṭīf al-Baghdādī, uno studioso arabo del XII secolo. 

Un gentiluomo europeo con i boccoli che spunta da un prato: così André Thevet, un frate francescano, nel 1556 rappresenta la Sfinge

In Europa arrivano poche e confuse notizie, a volte riportate da chi in Egitto non è proprio mai stato. Soprattutto la piana di Giza attira curiosità “adattata” allo stile occidentale. La Sfinge viene disegnata quindi come una donna europea, con tanto di seno che sporge dalla sabbia, oppure come un clamoroso busto colossale romano, come un Cesare conquistatore. André Thevet, un frate francescano, nel 1556 disegna la Sfinge come la testa di un gentiluomo francese, con tanto di boccoli.

Johan Helffrich (Lipsia) nel 1589 presenta la Sfinge con tanto di seno che emerge dalla sabbia. Per Helffrich la Sfinge rappresenta Iside e, notando una cavità sulla testa, immagina che i sacerdoti parlassero al popolo da quella cavità

Forse la prima testimonianza “diretta” europea è del 1610, ed è in un resoconto dei viaggi di George Sandy, un figlio minore dell’Arcivescovo di York il quale, fallito il tentativo di laurearsi a Oxford, decise di spendere allegramente parte del patrimonio di famiglia girovagando in Europa e Medio Oriente raccontando le sue imprese in quattro volumi illustrati. In uno di questi volumi quella testa, già senza naso, emerge davanti alle piramidi.

Nel 1610 Mr. Davis porta a casa un ricordo della piana di Giza e una prima realistica rappresentazione
Sempre intorno al 1610 il Civitates Orbis Terrarum (il primo Google Maps dell’epoca…) raffigura così sulla mappa del Cairo la Piana di Giza con le piramidi e la Sfinge

Un disegno molto più accurato è del 1757 (“Testa colossale con le tre piramidi” di Norden), mentre negli stessi anni Diderot, nella sua Enciclopedia, inopinatamente le rimette il naso e una sorta di ureo sulla fronte, forse immaginandone l’aspetto originale.

Il primo “vero” disegno della sfinge di Norden, 1757. I danni al volto sono molto evidenti 40 anni prima della campagna di Napoleone
La Sfinge dell’Enciclopedia di Diderot, con ureo e naso, che tante accuse porterà a Napoleone. Da notare la forma a punta delle Piramidi, forse considerandole ancora dei granai come da tradizione

Il conte Volnay, un altro che decide di spendere la sua eredità in viaggi, nel suo pensiero afrocentrico prende una svista colossale descrivendo nel suo “Voyage en Syrie et en Égypte” la Sfinge come “chiaramente di razza negroide” – un “peccato originale” che purtroppo semina frutti avvelenati tuttora.

La Sfinge “negroide” di Volnay

L’Illuminismo sta comunque sortendo i suoi effetti. Tutti questi resoconti, le Piramidi, i colossali obelischi, stanno facendo nascere la curiosità in tutta Europa. La Francia è al centro di questo inesorabile movimento. E un francese, che ha “mancato” per pochi anni la possibilità di essere italiano (anzi, genovese…) sta per accendere la miccia. Della guerra, sì, ma anche di quella che i francesi chiameranno “Égyptomanie“.

Nella prossima puntata: quaranta secoli vi guardano!

  • Federico A. Arborio Mella, L’Egitto dei Faraoni. Storia , civiltà, cultura, Milano, Mursia, 1976
  • Ceram, C. W. Civiltà sepolte: il romanzo dell’archeologia. Vol. 161. G. Einaudi, 1953.
  • Ceram, C. W., and Maria Grazia Locatelli. Civiltà al sole. 1958.
  • Curto, Silvio. L’antico Egitto. Unione tipografico-editrice torinese, 1981.
  • Braun and Hogenberg, Civitates Orbis Terrarum (1572-1617).
  • Andrews, Carol AR. The Rosetta Stone. London: British Museum Publications, 1981.
  • Diderot, M., ed. “L’encyclopédie de Diderot et d’Alembert” (1778).

Necropoli tebane

TT172 – TOMBA DI MENTIYWI

Mentiywi in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT172[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
MentiywiMaggiordomo reale, Figlio della nursery reale (?)El-KhokhaXVIII dinastia  (da Thutmosi III ad Amenhotep II ?)versante sud della collina, in alto; a breve distanza a nord-ovest della casa dell’Omdeh[5]

 

 

Biografia

Unica notizia ricavabile, il nome della madre, Hepu[6].

La tomba

TT172 presenta planimetria a “T” rovesciata tipica delle tombe del periodo. Da un cortile, un breve corridoio dà accesso ad una sala trasversale; sulle pareti: Il defunto offre libagioni su un braciere (1 in planimetria[7]) mentre portatori di offerte recano dolci e fiori; un uomo con incenso dinanzi al defunto seduto, nonché resti di scene di portatori di offerte. Sul lato corto occidentale una stele (2) con duplice scena del defunto in offertorio a Osiride e testi autobiografici. Oltre il corridoio che adduce alla sala perpendicolare, su due registri sovrapposti (4), il defunto e una figlia (?) praticano la pesca e l’uccellagione mentre due file di portatori recano prodotti delle terre del nord e vitelli. Sulla parete più corta orientale (3), su due registri, il defunto, con fiori, in offertorio dinanzi a un re (non ne è specificata l’identità); falsa porta con portatori di offerte sui lati.

Un corridoio immette in una sala perpendicolare alla precedente; sulle pareti: su tre registri (5-6) scene della processione funeraria verso Anubi e Osiride, portatori con le suppellettili funebri e prete lettore[8] con gli strumenti per eseguire la Cerimonia di apertura della bocca; sono presenti prefiche, donne nei pressi di un laghetto, conduttori di carro e macellai. Sulla parete opposta (7) il defunto a piedi pratica la caccia agli struzzi nel deserto e scene di aratura; poco oltre (8) su due registri, scene di vendemmia con pigiatura delle uve, immagazzinamento del vino e chiusura delle giare con offerte a Thermutis rappresentata in forma di serpente; un uomo offre grappoli d’uva al defunto. Seguono (9) scene del defunto che riceve da un uomo ghirlande per la festa del nuovo anno e, su tre registri, carpentieri, pesatori di oro e orafi; in altra scena il trasporto di grano e mucche che procedono a calpestare grano. Un uomo (10) in offertorio dinanzi al defunto e alla madre. Sul fondo, in una nicchia (11) due statue e, nella parte alta, il defunto inginocchiato dinanzi ad Anubi in forma di sciacallo; su quattro registri, scene di portatori di offerte e macellai. Il soffitto, a volta, è decorato con testi di offertorio[9]

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 279.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 279.
  5. Porter e Moss 1927,  p. 279.
  6. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
  7. Gardiner e Weigall 1913, p. 33

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Con il termine omdeh si indica, in Egitto, il capo-villaggio.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 279.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 279.

[8]      Era compito dei preti “lettori” l’organizzazione delle cerimonie e la recitazione ad alta voce, durante le cerimonie sacre, degli inni previsti. Proprio per tale conoscenza delle invocazioni giuste e corrette, i “lettori” venivano considerati detentori di poteri magici.

[9]      Porter e Moss 1927,  pp. 279-280.

Necropoli tebane

TT171 – TOMBA DI SCONOSCIUTO

Planimetria schematica della tomba TT171[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
sconosciutonon notoDra Abu el-NagaXVIII dinastiala successiva, a est della TT170

 

Biografia

Unica notizia ricavabile, il nome della moglie, Esi[5].

La tomba

Poche e molto danneggiate sono le rappresentazioni parietali: una stele all’ingresso (illeggibile) e il defunto e la moglie rappresentati sulle pareti del corridoio d’ingresso[6].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 279.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 279.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 31

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 278.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 279.

Amarna

IL BUSTO “GEMELLO” DI AKHENATON

Busto di Akhenaton ricomposto dal Museo di Berlino
Busto di Akhenaton frammentario, da Tell el-Amarna
Nuovo Regno, XVIII Dinastia – Ca.1351-1334 a.C.
Neues Museum Berlino, Inv. ÄM21360
Donato da James Simon (mecenate ebreo, finanziatore della spedizione di Borchardt)

IL BUSTO « GEMELLO » DEL BUSTO DI NEFERTITI A BERLINO

Mi è capitato recentemente di rivedere in rete un busto di Akhenaton molto noto ed importante.

Si tratta di un busto conservato al Neues Museum di Berlino, che reca il numero di inventario ÄM 21360.

Questo busto fu trovato poco prima di quello famosissimo della regina Nefertiti nell’officina dello scultore Djehutymose (o Tuthmose nella versione grecizzante), più precisamente nell’abitazione P47.2, in cui rividero la luce molte altre sculture magnifiche.

Borchardt descrisse così la scoperta nel suo diario: « Nella stanza d’angolo della casa, all’angolo NE, probabilmente la stanza accanto all’ampia sala, per il momento ancora senza numero, giace un busto colorato a grandezza naturale del re, rotto in 5 pezzi e non del tutto completo. Purtroppo il volto è piuttosto malconcio. Sono conservati il petto, parte del braccio, il collo, il viso e la parrucca”

Il busto del sovrano era l’unica scultura dipinta assieme a quella di Nefertiti e rappresenta , assieme a quella scultura, una coppia straordinaria. Era probabilmente anche l’unica scultura completa tra i vari calchi e modelli conservati nello studio dello scultore ed era ricoperta di foglia d’oro, che la rendeva un pezzo unico e prezioso, addirittura più prezioso ed elaborato del magnifico busto della regina, oggi a Berlino. Probabilmente la foglia d’oro fu asportata nell’antichità, e questo giustifica i danni e le abrasioni in alcuni punti, e il volto fu danneggiato volontariamente a causa della damnatio memoriae, il che rende ancora più incredibile il fatto che il busto di Nefertiti non abbia ricevuto lo stesso trattamento.

Busto di Akhenaton frammentario (prima della ricomposizione con o frammenti della bocca e dell’arcata sopraccigliare). Da Tell el-Amarna,
Nuovo Regno, XVIII Dinastia – Ca.1351-1334 a.C.
Neues Museum Berlino – Inv. ÄM21360
Donato da James Simon (mecenate ebreo, finanziatore della spedizione di Borchardt)

Sembra che il busto sia stato ulteriormente danneggiato durante la II guerra Mondiale, durante in trasporto in un luogo per proteggerlo dai bombardamenti.

Secondo gli esperti, nessuno dei due busti (del sovrano e della regina) era destinato ad un contesto funerario, bensì ad un tempio o ad un palazzo.

Il busto presenta molte similitudini con un altro busto di Akhenaton oggi conservato al Louvre, E11076. (https://collections.louvre.fr/en/ark:/53355/cl010006986 ). Anche quest’ultimo presenta ancora delle tracce di colore e nell’insieme il volto è meglio conservato. Per il busto di Berlino sembrerebbe certa la mano di uno scultore esperto come Djehutymose e non di un allievo. La bocca mostra infatti una maestria esecutiva unica (e, a mio parere, molte similitudini con la bocca in diaspro giallo conservata al MET inv. 26.7.1396 https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544514).

Busto di Akhenaton del Louvre I- nv E11076
Foto Wikipedia

A Berlino i vari pezzi del volto di Akhenaton sono stati ricomposti: 15 in totale, mentre 5 (parte dell’orecchio) non sono stati ancora assemblati.

Le immagini del busto sono presenti in rete in due versioni: (anche nel sito del museo) una antecedente al restauro e l’altra con la bocca e parte dell’arcata sopraccigliare di sinistra ricomposta.

Una possibile ricostruzione del busto di Berlino é stata proposta da Dimitri Laboury, Maud Mulliez, François Daniel in « Étude du buste d’Akhénaton du musée du Louvre par restitution 3D polychrome » https://hal.science/hal-03153335v1/document.

Confronto tra una ricostruzione 3D dei due busti di Berlino ÄL21360 (la foto presenta un refuso nel numero di inventario) e del Louvre E11076.. Da: Dimitri Laboury, Maud Mulliez, François Daniel in « Étude du buste d’Akhénaton du musée du Louvre par restitution 3D polychrome » https://hal.science/hal-03153335v1/document.

Se fosse attendibile, mostrerebbe che i busti di Berlino e di Parigi sono identici!

Fonti e Link di approfondimento:

Necropoli tebane

TT170 – TOMBA DI NEBMEHYT

Nebmehyt in geroglifici
Schematizzazione della necropoli di Dra Abu el-Naga (area sud) [1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Nebmehyt[5]Scriba delle reclute nel Ramsesseum nei possedimenti di AmonDra Abu el-NagaXIX dinastia  (Ramses II ?)abitazione di Bunna (una donna)[6], immediatamente a sud della casa dell’Omdeh[7]

Biografia

Nessuna notizia ricavabile[8].

La tomba

TT170 è impraticabile. In un vestibolo è noto esistano due stele: il defunto e la moglie dinanzi a Osiride e tre preti dinanzi al defunto e alla moglie con testi rituali[9].

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 279.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 279.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 31

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 279.

[6]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[7]      Con il termine omdeh si indica, in Egitto, il capo-villaggio.

[8]      Porter e Moss 1927,  p. 278.

[9]      Porter e Moss 1927,  pp. 278-279.

Necropoli tebane

TT169 – TOMBA DI SENENA

Senena in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT169[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Senena[5]Hry-tp nby n Imn
Capo degli orafi di Amon
Dra Abu el-NagaXVIII dinastia  (Amenhotep II ?)[6]casa di Muhammed Khalifah[7],  versante meridionale della collina, lato est; a nord e molto vicina alla TT168

Biografia

Sensonb fu il nome del padre, Tanub la madre, mentre Maatka, Divina Adoratrice di Amon, fu il nome di sua moglie[8].

La tomba

TT169 si struttura, planimetricamente, con una sala trasversale da cui una sala perpendicolare alla precedente adduce a una seconda sala trasversale a simulare una “I”. Molto danneggiata presenta sulle pareti della sala perpendicolare resti di scene e testi; scene di preti officianti la Cerimonia di apertura della bocca sulla mummia; il defunto e la moglie con una figlia (?), che reca lo stesso nome della madre Maatka, con arpisti e liutisti in offertorio ai genitori[9].

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 278.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 278.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 278.

[6]      Gardiner e Weigall 1913, p. 31.

[7]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[8]      Porter e Moss 1927,  p. 278.

[9]      Porter e Moss 1927,  pp. 278-279.

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MERI-HATHOR

Le mani, grondanti acqua, si riappoggiarono su quella massa informe, umida e maleodorante premendola e lisciandola; affondarono in essa spremendone l’acqua e scivolarono trasformandola lentamente in esseri splendenti di vita.

Khnum, il Grande Vasaio, sorrise di certo guardando quel suo discepolo del mondo umano, lui, dio primevo che plasmava continuamente l’uomo sul suo tornio, non poteva che riconoscere la sua scintilla. Che plasmasse l’argilla, o picchiasse il suo mazzuolo sulla durissima diorite o sul granito, Thutmosi, scultore di Akhetaton, sapeva che suo compito era estrarre dalla materia ciò che essa certo già conteneva e che era lì, in paziente attesa di essere portata alla luce.

Sulle larghe mensole del laboratorio si allineavano, in buon ordine, piccole statue di ushabti, alcune di minor valore, altre in quella pasta azzurra che tanto lavoro comportava in fase di cottura… quante volte la temperatura troppo alta aveva vanificato giorni e giorni di lavoro, e quante volte gli apprendisti, troppo indaffarati a guardare le cosce delle lavandaie del vicino fiume, avevano fatto raffreddare il forno costringendo il maestro ad attendere che raggiungesse la temperatura giusta. Certo, mentre la temperatura del forno saliva, Thutmosi non aveva sprecato il suo prezioso tempo e aveva colto l’occasione per misurare le spalle dei suoi apprendisti con un flessibile giunco. Ma, sarà perché in quei casi ci vedeva poco (in realtà così non sembrava quando dipingeva minutamente le sue opere), sarà perché, a sua volta, era stato apprendista e ben ricordava le sode parti posteriori delle belle donne di Kemi, nessuno rammentava le staffilate che, spesso, colpivano il sacco su cui il malcapitato era sdraiato piuttosto che il fondo schiena. 

Thutmosi, burbero individuo sempre però pronto a perdonare o a far finta di non vedere, era stato allievo del grande Bak e quest’ultimo, a sua volta, era stato allievo dello stesso Akhenaton che gli aveva insegnato quel suo concetto di arte che così grandemente aveva scandalizzato l’aristocrazia reale e clericale: la rappresentazione umana non doveva essere l’idealizzazione dell’uomo, ma doveva essere l’uomo stesso con le sue paure, i suoi dolori, i suoi difetti. Di questa regola Thutmosi aveva fatto la propria ragion d’essere e da questa regola faceva scaturire la sua arte.

Lavorava lentamente, senza fretta, perché riteneva che solo accarezzando la sua argilla, o strappando alla pietra piccole schegge, avrebbe potuto individuare, nelle pieghe delle materie utilizzate, le vere linee che avrebbero fatto del suo lavoro un’immagine vivente. Era presuntuoso Thutmosi, sapeva che la sua arte era quanto di più prossimo potesse esistere alla capacità degli Dei di creare l’uomo e se Khnum, da parte sua, era un po’ invidioso dello scultore, Thutmosi lo era ben di più del Dio, perché non era ancora riuscito ad infondere la vita nella sua opera più importante che, ora, troneggiava su una delle mensole di un piccolo studiolo il cui accesso era precluso a tutti. Il busto  era gelosamente ricoperto da un pesante panno di cui conosceva ogni piega: non avrebbe tollerato che qualcuno lo sollevasse.

Il suo studio si trovava in una traversa laterale della Grande Strada Regia che attraversava Akhetaton ed era separato dalla casa dove viveva, da solo, da un piccolo giardino ove un ombroso sicomoro allargava i suoi rami fin quasi a coprirlo per intero. Quante volte, la sera, lo scultore si era sdraiato sulla panca, che aveva disposto strategicamente sotto quell’albero, e guardava l’immenso cielo stellato che s’intravedeva tra i rami. Quante volte la Dea Iside, la Luna, si era rivolta a lui con la sua dolce voce accarezzandolo e mostrandogli interminabili strade, che si perdevano nel nulla, lungo le quali egli avrebbe voluto incamminarsi conversando della sua arte con un discepolo che, però, non esisteva poiché sembrava quasi che la razza stessa degli scultori di Akhetaton si stesse spegnendo con lui.

Che strano, gli stessi apprendisti che lavoravano nel suo laboratorio, maschi e femmine, gli erano stati affidati dai propri genitori timorosamente e, di fatto, erano più manovali che veri e propri apprendisti: nessuno di loro era interessato alla scultura, ad esempio, salvo a comprendere l’uso del mazzuolo e degli scalpelli di bronzo, quasi che nel loro futuro ci fosse un incarico da scalpellino, piuttosto che uno studio d’artista. Anche gli altri, quelli che più s’interessavano a manipolare le argille, somigliavano a costruttori di mattoni di fango e solo uno, la giovane Meri-Hathor, aveva dimostrato un barlume di interesse per la scultura, un barlume che era, però, durato lo spazio di pochi giorni giacché, improvvisamente, si era dedicata esclusivamente al suo lavoro manovale anche se, e Thutmosi lo aveva notato, di sottecchi guardava le mani del maestro correre sull’argilla con un interesse a stento mascherato sotto le lunghe ciglia nere.

Perché?” la interrogò Thutmosi un pomeriggio quando, andati via tutti gli altri, Meri-Hathor si era attardata per rassettare lo studio, “perché!” ripetè lo scultore e la giovane lo fissò negli occhi con i suoi velati palesemente dalle lacrime. Thutmosi vi lesse un misto di rimorso, vergogna, desiderio di fornire la risposta, paura… e proprio quella paura fu più eloquente di ogni altra giustificazione: le era proibito imparare quell’arte blasfema, che spingeva gli artisti a svilire gli esseri umani, a renderli simili a caricature, ad accentuare, addirittura, i difetti.

Un Dio, ed il Re era tale, non poteva essere rappresentato come un uomo qualsiasi. Come avrebbe potuto elevarsi al di sopra degli altri, imporre il proprio potere e giustificare il suo poter colloquiare direttamente con gli Dei se era così vicino alla terra? Come poteva mantenere la Maat sulle Due Terre se la sua mano poteva indebolirsi e lasciar cadere anche uno scettro? O se il suo collo diventava troppo sottile per reggere il peso delle corone?

Thutmosi non ripeté la sua domanda e, poggiata la sua larga mano sul capo della giovane allieva, la invitò a tornare a casa per non far stare in pensiero sua madre. Da quel giorno, Thutmosi non intervenne più verso la giovane apprendista, ma cercò ogni pretesto perché fosse presente mentre egli lavorava e, invitandola ora a porgergli l’acqua, ora a ricoprire di un telo bagnato l’argilla perché non asciugasse, cominciò discretamente a insegnarle tutto quello che sapeva della sua arte.

Un giorno, con la discrezione che gli era ormai abituale, Thutmosi porse a Meri-Hathor un gran pane di ottima argilla, “gettala, le disse, non riesco a ricavarne niente di buono e certo il dio Bes, l’ignobile nano, abita in quell’argilla e mai mi permetterà di trarne un’opera degna di questo nome…” la giovane si inchinò come prevedeva la sua posizione dinanzi al maestro e tentò una timida difesa dell’incolpevole argilla “maestro, esordì, non  mi sembra che questa argilla sia poi così cattiva, e la tua vena artistica non è certo la colpa del tuo insuccesso… ti ho visto lavorare questa mattina e le tue mani correvano sul tornio elevando vasi di incomparabile bellezza…

Ti ho detto di portarla via, Meri-Hathor, non voglio più vederla, fanne quello che ti pare…

L’argilla, come Thutmosi voleva, finì in casa di Meri-Hathor ed il maestro continuò nelle sue lezioni silenziose, anzi le intensificò poi, un giorno, mentre stava rifinendo un busto particolarmente bello: “…per Seth ed il suo animale misterioso, devo consegnare questo al nobile Ptahneb per la Corte del Re e mi fa male una delle corde della mano; non riesco a spingere sull’argilla con la giusta forza e rischio di deformare il viso di questa splendida fanciulla… eppure dovrò rinunciare all’incarico e reimpastare l’argilla per non farla seccare… perderò un ottimo cliente e certo la voce si spargerà… nessuno più vorrà avere a che fare con me, mi ridurrò ad ubriacarmi nella taverna del Coccodrillo, e finirò presto a faccia in giù in un fosso…

Se Meri-Hathor, che era lì accanto, considerasse quello sfogo quanto meno esagerato, certo non lo diede a vedere, avrebbe voluto dirgli che non sarebbe mai accaduto, che la sua arte le era dentro, che ogni piccolo particolare delle sue mani le era caro, che avrebbe voluto essere quell’argilla per essere da lui accarezzata, che solo lui poteva estrarre dalla materia informe le forme della bellezza,  ma si limitò a seguirlo con lo sguardo mentre lasciava il laboratorio. Una lacrima rotolò sulla guancia che ora si era imporporata per un misto di rabbia e vergogna, rabbia per non aver saputo mai dire al suo Maestro del suo amore, vergogna per non avere il coraggio di essergli vicino quando era triste e solo. Fu così che, mentre le lacrime rendevano sempre più incerta la sua visuale, Meri-Hathor si avvicinò alla statua di argilla… la sua mano sottile accarezzò la fronte di quella splendida donna, poi scese lungo il naso perfetto e si soffermò su labbra che non potevano non parlare e che, Meri-Hathor ne era certa, improvvisamente si sarebbero aperte per far sentire una voce calda e sensuale che le avrebbe portato via il suo amore.

Piano, senza fretta, con dolcezza, Meri-Hathor si trovò a premere sempre più sull’argilla e, quasi che le mani fossero indipendenti dalla sua volontà, si rese conto che stava proseguendo il lavoro di Thutmosi; dapprima timidamente, poi con sempre maggior coraggio, la fanciulla vide le sue dita proseguire e fondersi con la materia inerte, diventare la materia stessa e capì che nessun divieto, nessuna minaccia potevano allontanarla da Thutmosi, ne’ da quella sua arte che era entrata in lei con così abile dolcezza da non lasciarle più alcuno scampo!

Frattanto, dal suo studiolo, Thutmosi ammirava soddisfatto le mani affusolate della giovane fanciulla che proseguivano nell’opera da lui interrotta; da giorni aveva studiato il suo piano e, mentre da solo attendeva che il sonno venisse a cancellargli il ricordo del dolce viso della ragazza,  aveva studiato con ogni cura la posizione in cui avrebbe appoggiato il suo tornio per proseguire la sua nuova, grande opera. Gli era stata commissionata dal grande Ptahneb, dignitario di corte e preposto agli abbellimenti della reggia, ma derivava da un espresso desiderio del Re Akhenaton in persona.

Nessun altro può realizzare il mio sogno!” queste erano le parole del Re che Ptahneb gli aveva riferito, queste erano lo sprone a realizzare quanto mai egli era riuscito a creare, a dare vita alla vita, a lottare con Khnum nel suo stesso campo, in un blasfemo tentativo di superare il Dio Vasaio nella sua stessa arte.

Meri-Hathor lavorava assorta e nell’argilla prendeva vita la struttura di base che, lo sapeva bene, Thutmosi avrebbe ricoperta del sottile strato di gesso che avrebbe poi dipinto dei colori più vividi; Thutmosi, nel suo buio osservatorio, era combattuto dal desiderio di guardare la ragazza o il suo lavoro ed entrambi non si accorsero dell’ombra nera che, stagliatasi per un istante sul muro del laboratorio, si era poi dileguata e si era diretta, ombra tra le ombre della via, verso una casa poco distante da quella dello scultore.

Erano passate le ore e il cielo, come solo nella terra di Kemi accade, era passato dall’azzurro, al rosso, al viola, al nero, ma Meri-Hathor sembrava non rendersene conto, continuava a lavorare quasi senza vedere… Thutmosi si agitò nel suo nascondiglio e causò, volontariamente, un piccolo rumore che ricordasse alla fanciulla che egli poteva tornare da un momento all’altro, scivolò poi, non visto, fuori dallo studio e si recò in casa ove prese una lucerna accesa e ritornò verso lo studio come se non vi mettesse piede da tempo.

C’è nessuno?” chiese al buio poi, senza neanche aspettare risposta, si voltò e sparì nel cortile; qui sollevò il palo che la richiudeva ed aprì la porta che dava sulla strada, quindi si allontanò e rientrò in casa lasciandola inspiegabilmente aperta.

Meri-Hathor comparve sulla porta dello studio poco dopo, si guardò intorno e si avvicinò alla porta del cortile… non riusciva a distogliere i pensieri dal lavoro che aveva appena sospeso ne’, principalmente, dal suo Maestro che sapeva, solo, sulla sua stuoia. Non poteva tenersi dentro tutto quell’amore, non poteva, ancora una volta, nascondere a se stessa che il suo respiro era niente se mancava dell’altra metà costituita da quello del suo maestro…

Meri-Hathor si soffermò sulla soglia e guardò la strada che si perdeva tra le case di Akhetaton, poi richiuse la porta del giardino, riabbassò il paletto che poco prima Thutmosi aveva sollevato ed entrò nella casa buia dello scultore…

Il mattino seguente, Khepri, il sole dell’alba, seppe che mai nessun amore era stato più dolce, mai nessun amante era stato più delicato, mai le parole avevano saputo narrare amore più grande ed eterno… Thutmosi era seduto sotto il frondoso sicomoro e guardava verso l’abitazione aspettando che ne uscisse il motivo stesso del suo sguardo. A che servivano gli occhi se non per ammirare l’amore? Davanti a lui, a terra, era disteso un largo pezzo di fine papiro su cui lo scultore aveva tracciato splendidi geroglifici; aveva iniziato alle prime luci dell’alba, anzi, quando era ancora notte ed il cuore gli aveva fatto capire che la gabbia del suo petto era troppo piccola per contenerlo.

Thutmosi aveva allora raccolto il rotolo di papiro, i suoi pennelli più belli, i colori e, silenziosamente per non svegliare Meri-Hathor, se ne era andato in giardino, ove ancora si trovava, ed aveva iniziato a dipingere così, quasi meccanicamente. E i segni si erano trasformati in parole, e le parole in frasi, e le frasi in quello che ora si trovava di fronte a lui e che egli avrebbe fatto leggere a Meri-Hathor. Avrebbero poi bruciato quel papiro e il fumo, salendo al cielo, avrebbe portato al Dio Aton, al Globo Solare, il loro amore che nessuno mai avrebbe potuto dividere:

Da quel giorno Meri-Hathor visse nella casa di Thutmosi e visse nel suo cuore… il bel busto, cui i due artisti lavoravano ora a turno, diventava sempre più splendido, ma, improvvisamente, gli altri apprendisti cominciarono a disertare lo studio e a nulla valsero gli sforzi di Thutmosi per capire cosa stesse succedendo.     

Era la solita storia, era chiaro che da ormai sei o sette anni la città stava morendo. Dapprima qualche Funzionario si era fatto destinare ad incarichi particolari presso la splendida Ipet-Eswe e qualcuno era tornato all’antica Men-Nefer. I più fortunati si erano fatti assegnare ad incarichi diplomatici; fu poi la volta degli artigiani, dapprima si trattò di incarichi di lavoro che richiedevano il loro intervento lontano dalla capitale, da Akhetaton, poi i lavori si erano prolungati sempre più e nei giardini avevano cominciato a spuntare alte erbacce, poi era giunto il desiderio di apprendere nuove tecniche e gli artigiani non avevano più fatto rientro.

Al loro posto erano giunti altri artigiani dai capelli stranamente corti e Thutmosi, quando ne aveva conosciuto qualcuno, era rimasto colpito dalla superficiale conoscenza della materia di cui avrebbero dovuto essere maestri e, quasi sempre, dalla totale assenza di quei calli che, soli, potevano essere ornamento delle mani dei veri artigiani. Sembrava più che si trattasse di mani abituate a reggere l’alto bastone di un Dio, o i vasi delle offerte, …o il pugnale del sicario.

I nuovi giunti, che avevano occupato le case degli artigiani che erano partiti, sembravano in apparenza sconosciuti l’uno all’altro, ma fecero rapidamente, forse troppo, conoscenza tra loro tanto che non si mescolarono alla variopinta folla della città preferendo incontri nelle rispettive abitazioni. Qualche mala lingua raccontò di una statua d’oro del Dio nascosto, di Amon, che veniva conservata in una delle abitazioni e che, giornalmente, riceveva le previste attenzioni, ma nessuno seppe mai se questo corrispondesse alla verità ne’ la cosa suscitò curiosità eccessiva poiché mai e poi mai il Faraone Akhenaton aveva proibito il culto delle divinità.

Vero è che nella sua furia iconoclasta aveva chiuso il grande tempio di Ipet-Eswe, ed il clero del “Nascosto” si era, in gran parte, disperso nelle province di Kemi, ma questa dispersione rispondeva più a timori ingiustificati e al tentativo di mantenere, tra gli ignoranti, il potere ormai acquisito che non ad ordini perentori del Re. Si sparsero voci d’incontri notturni in cui il simulacro del Re eretico veniva trafitto da pugnali dopo lunghe litanie, ma anche questo non trovò riscontro.

Fu proprio in quel periodo che anche gli ultimi apprendisti lasciarono lo studio di Thutmosi e fu in quel periodo che la ragazza divenne più cupa e meno felice; più di una volta, ormai, aveva trovato nel giardino teste di serpente, gettate dall’esterno, che aveva fatto immediatamente sparire perché non turbassero Thutmosi, poi, un giorno, mentre lui era assente, accadde…

Thutmosi rientrò dal suo impegno a Corte,… mancavano solo piccolissimi dettagli al busto cui stavano lavorando e, in particolare, si era recato al Palazzo portando nella sua sacca il secondo degli  occhi di alabastro che aveva realizzato per la sua opera. Il primo era già stato montato, ma, in un ripensamento dovuto alla perfezione cui sempre tendeva, lo scultore voleva verificare che corrispondesse, in bellezza, a quello del modello.

Giunto davanti alla porta che dava sul giardino Thutmosi si rese subito conto che qualcosa non andava: la porta era semiaperta e nello spiraglio si intravedeva, a terra, il paletto spezzato; gettò in un angolo la sacca che conteneva l’occhio del busto incompiuto e subito si precipitò in casa.

Meri-Hathor giaceva nello studio, mentre tutte le mensole che contenevano le sue opere erano spezzate e centinaia di frammenti di argilla erano sparsi per la stanza. La donna aveva opposto una resistenza estrema e Thutmosi si rese conto che la sua difesa aveva scatenato le ire degli aggressori che non erano, però, riusciti ad entrare nello studiolo sulla cui mensola si trovava ancora il meraviglioso busto cui Meri-Hathor ed egli stesso stavano lavorando… quello della Grande Regina Nefertiti il cui unico occhio ora sembrò fissare il suo pianto disperato…

Thutmosi raccolse la piccola Meri-Hathor tra le braccia e la portò in casa; qui la depose delicatamente sulla stuoia, le lavò le ferite mortali e, con una sottile catena d’oro unico ricordo della madre, le legò al collo l’occhio di alabastro perché la guidasse nei sentieri dell’Occidente poi, presala tra le braccia, si avviò lungo la strada, stranamente vuota, verso la periferia della città, proseguendo lentamente verso il deserto amico da cui non ritornò mai più!