Mai cosa simile fu fatta, Templi

IL TEMPIO DI EDFU

Il dio Horus di Behedet.
Il tempio di Edfu, l’antica Behedet, era dedicato al dio Horus, le cui statue prevedevano il pilone e la sala ipostila. Quelle statue sono più o meno rovinate, tranne una, quella della fotografia. Il Dio Horus, sotto forma di falco Indossa la corona dell’Alto e Basso Egitto. La statua si trova nel cortile, di fronte alla sala ipostila, sulla sinistra guardando la facciata.

Edfu era la Behedet degli Egizi: il suo nome si trova su molti monumenti e stele, associato a quello dell’Horus di Behedet.

La città fu infatti la sede principale del tempio di Horus.

Il dio Horus, in forma di falco in questa raffigurazione appare in un naos, che si trova nel tempio di Edfu.
Le convenzioni egizie raffigurano ciò che noi metteremmo in pianta con una visione frontale, dunque il sacrario di Horus sembra sul tempio e non al suo interno.

Il modo particolare in cui il santuario è collocato nel cuore del tempio non è un’invenzione dell’era greco-romana; in questo periodo l’idea già esistente, acquistò maggiore impiego, il visitatore del tempio di Edfu viene accolto in un mondo protetto dall’esterno, in cui l’ordine determinato dalla simmetria crea un’atmosfera di profonda quiete.

Lo scopo del tempio era mantenere, grazie ai riti quotidiani, l’equilibrio cosmico, e per fare ciò nulla doveva minacciare il santuario. La funzione delle mura perimetrali era questa: racchiudere e proteggere il santuario, riproduzione in terra del cosmo. Le due facce del corridoio che così si formava, quella interna del muro perimetrale e quella esterna del tempio, erano coperte da raffigurazioni di dei tutelari, Horus che sconfigge Seth, simboli protettivi. In alto le bocche di grondaia hanno la forma di leoni perché si supponeva che questi animali stessero di guardia contro i poteri di Seth, che si manifestavano in violenti temporali, proteggendo il luogo sacro

Soltanto dopo un lungo percorso dalla luce alla penombra, nel corso del quale il pavimento si eleva gradatamente, i soffitti diventano più bassi e le porte piu strette, si giunge nel cuore del tempio, al santuario, dove l’effige della divinità é collocata in un tabernacolo.

Qui vediamo il dio Seth come ippopotamo trafitto dalla lancia di Horus: la scena simbolizza la sconfitta del male.
Edfu parete interna del corridoio che circonda il tempio, muro esterno, lato ovest, faccia est, parte centrale.

Durante il percorso si attraversa l’ imponente portale del pilone e si entra nel grande cortile aperto che è circondato da un colonnato simmetrico che prosegue fino all’ingresso della sala esterna del pronao.

Il cortile è la sala ipostila.
Veduta del cortile e della facciata della sala ipostila del tempio di Horus dà un’idea della grandiosità del tempio. Il cortile è circondato da colonne su tre lati, peristilio, formando così dei portici le cui pareti sono coperte da raffigurazioni: tra le varie quelle delle feste di Horus, in cui la dea Hathor di Dendera faceva visita al dio Horus, è raffigurata la processione di navi che accompagnava la dea

Qui si apre lo spazio interno più grande del tempio, il cui soffitto è sostenuto da diciotto colonne, si entra nella sala ipostila interna, la “Sala dell’apparizione”, dove l’effige della divinità veniva mostrata in occasione della processione, lasciando così la penombra del santuario.

Il naos divino
Alla prima sala ipostila, ne segue una seconda più piccola e a questa seguono i due vestiboli, dei quali il primo è la camera delle offerte; infine si trova il santuario raffigurato in questa fotografia, che conserva il naos monolitico di granito grigio, alto 4 metri, di Nectanebo II e quindi appartenente al tempio che qui sorgeva prima della ricostruzione tolemaica. Il naos o sacrario, ne conteneva un altro in legno, dove era racchiusa la statua del dio

Seguono la sala delle offerte e la sala di collegamento al santuario.

Intorno ad esso corre un deambulatorio che si apre su otto cappelle, due delle quali danno accesso nuovamente a spazi più ampi.

Il grandioso pilone di Tolomeo XIII del tempio di Horus a Edfu.
Alto 36 metri, il pilone è largo 79 metri, è precede quello che, dopo Karnak, è il più grande santuario d’Egitto. In primo piano si vedono le rovine del mammisi. Foto: Marc Ryckaert

Il santuario circondato da cappelle su tre lati è un’unità architettonica a sé stante, che si ritrova in forma analoga in diversi templi dell’epoca greco – romana.

Il mammisi di Edfu. Di fronte al pilone del tempio di Horus si trovano le rovine del mammisi.
Questo piccolo tempio è costruito su un asse est – ovest, dunque è quasi ortogonale rispetto al tempio di Horus.
Il mammisi possedeva due cortili, di cui vediamo in primo piano le rovine, sullo sfondo si vede la parte più interna del tempio, consistente in due vestiboli e una cella. Il muro perimetrale che circonda il secondo vestibolo e la cella, che formano un corpo unico; il muro ha delle semicolonne con capitelli compositi a loro volta sormontati da un abaco ornato con la figura del dio Bes. L’interno è decorato da rilievi sulla nascita divina. Il tempio fu costruito da Tolomeo VIII Evergete II e decorato da Tolomeo IX Soter II. 

LA FESTA DELLA VITTORIA

Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete occidentale del muro di cinta.

In questa scena la festa della vittoria raggiunge il suo culmine.

A sinistra si vede il dio che dà da mangiare a un’oca, un gesto rituale che simboleggia tra l’altro il trionfo sui nemici.

Al centro è raffigurato il prete llettore, il divinizzato Imhotep, che legge dal libro rituale, mentre a destra c’è il macellaio che esegue il suo lavoro, che tuttavia non è affatto sanguinario, in quanto l’uccisione rituale dell’avversario viene compiuta sul simulacro di pasta dolce.

Successivamente gli dei ottengono ciascuno una parte del corpo dell’ippopotamo da mangiare per partecipare così alla distruzione di Seth.

È Iside che indica al figlio Horus la giusta spartizione: ” Dai la sua zampa anteriore a tuo padre Osiride […]. Fai portare a Ermopoli la sua spalla per Thot […]. Dai i suoi zoccoli a Horus, il primigenio […]. A me però spettano la parte anteriore è la parte posteriore, perché sono tua madre […].”

Il testo si conclude con formule di trionfo da ripetere ciascuna quattro volte.

Una di queste recita:

LE SCENE DEL MITO DI HORUS

Scene dal mito di Horus, Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete interna occidentale del muro di cinta.

La scena presenta il settimo e l’ottavo episodio del rituale dell’arpione.

Il re, in piedi sulla terra, solleva le braccia in gesto di preghiera.

Davanti a lui, su entrambe le barche, Horus uccide con una lancia l’ippopotamo che tiene legato a una corda; questa termina con un arpione che è stato infilzato in precedenza nel corpo dell’animale

Alle spalle di Horus vigila un dio protettore, armato di lancia e coltello.

Edfu, tempio di Horus, corridoio interno, parete interna occidentale del muro di cinta.

A differenza della leggenda consacrata, in cui gli dei erano tra di loro, ora il re partecipa attivamente ai festeggiamenti. Qui lo si vede sulla sinistra della scena.

Horus, sulla barca solare a lui dice: “Vogliamo infilzare il quel vigliacco [ Seth ] con i nostri due arpioni“.

Alle spalle di Horus Iside alza una mano in gesto protettivo e dice: “Io do forza al tuo cuore, Horus, figlio mio, cattura l’ippopotamo, il nemico di tuo padre!

Thot legge ad alta voce dal rotolo celebrativo: “O bel giorno di Horus, il signore del paese, figlio di Iside, prediletto da tutti, signore del trionfo, erede di Osiride […]“.

Alle spalle di Thot si trovano Horus di Edfu che regge gli arpioni e sua madre Iside.

La duplice raffigurazione di una divinità nella medesima scena è un fenomeno che si incontra spesso.

In questi casi vengono di solito evidenziati ogni volta aspetti diversi dello stesso dio.

Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete interna occidentale del muro di cinta.

Il re sostiene il cielo sotto il dio del sole, che appare come scarabeo alato.

Le sue parole “Il cielo appartiene a te, [Horus] Behedet, dal piumaggio variopinto!” racchiudono la quintessenza dell’intero mito, la vittoria annuale del dio del sole contro i suoi nemici.

Il santuario sulla destra, che si trova sulla terraferma, riproduce il tempio di Edfu con le sue divinità principali, Horus Behedeti e Ra-Harakhty; quello di destra, che si trova a bordo della barca pronta a salpare, raffigura le stesse divinità, con la differenza che ora Ra-Horakhty è definito “Re dell’Alto e Basso Egitto”.

Qui si riallaccia l’inizio della narrazione, “Nell’anno di regno 363 del re dell’Alto e del Basso Egitto Ra-Horakhty. Sua maestà si trovava allora in Nubia […].” Scoppia una rivolta, non a caso proprio in quello stesso giorno (l’anno di regno del dio del sole era formato da un giorno), perché nel trecento sessantatreesimo giorno dell’anno era nato Seth.

Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete occidentale del muro di cinta.

Nel corso della marcia trionfale verso nord, si è giunti nel Medio Egitto, nei pressi di Eracleopoli, un’importante località consacrata ad Osiride.

Questo è raffigurato sulla sinistra del tabernacolo, davanti a lui c’è Iside, “La magica […], che respinge il nemico a Naref [ località sacra]“.

Al centro si vedono Horus di Edfu e Harsieses che insieme infilano il nemico.

Entrambi gli dei hanno le medesime fattezze, segno quello che il locale Horus di Edfu era identificato con Harsieses : quest’ultimo era il figlio di Iside e Osiride venerato in tutto il paese.

A destra è raffigurata la barca solare, ormeggiata a riva, con Ra assiso in trono.

Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete interna occidentale del muro di cinta.

I nemici in fuga hanno raggiunto il Delta orientale.

Qui dimora a Horus di Mesen, che combatteva i nemici in forma di un leone.

Per questo l’Horus di Edfu si trasforma ” in leone col volto di uomo, apparso con la corona hemhem, il cui artiglio era come un coltello”.

Egli dilaniava i nemici esattamente come è raffigurato sul piedistallo al centro della scena.

A sinistra si vede uno dei cacciatori con gli arpioni che salpa trainando la barca del dio del sole.

Questo si trova a destra nel suo tabernacolo, con davanti Thot e Horus di Edfu sulla prua.

Thott era l”accompagnatore fisso nel viaggio e, in qualità di dio onniscente, è colui che spiega in molti punti gli avvenimenti.

In questa scena pronuncia formule magiche per placare le acque, in modo che la flotta di Ra possa navigare senza inconvenienti.

Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete interna occidentale del muro di cinta.

Il re uccide l’ippopotamo dalla riva del fiume.

Dietro di lui si avvicinano “i figli del re, la progenie di Horus, i ramponieri del Signore di Mesen [ Horus], i forti cacciatori con gli arpioni di Horus Behedeti, che spingono per farla finita con tutti i suoi nemici, […]“.

Essi dicono:” Avanti lasciaci andare al [sacro] lago-di-Horus, affinché vediamo il falco sulla barca da battaglia […].

Sulla prua della nave è inginocchiata Iside che partecipa attivamente alla lotta e nel frattempo incoraggia il figlio: “Persevera, Horus! Non fuggire davanti agli animali d’acqua ostili! Non temere i nemici che si trovano tra i flutti. Non cedere, quando lui [Seth] implora la grazia!

Iside stessa è anche la barca da battaglia :

Horus figlio mio, perché io sono la balia che conduce Horus sull’acqua, che lo nasconde nel legname scuro delle sue assi.

La barca viene descritta come segue “[…], perché il remo perfetto si muove sul suo sostegno come Horus nel grembo di sua madre Iside. Gli scalmi sono fermi su entrambi gli attacchi come il visir nella residenza. L’albero è solido sul suo piede come Horus, quando ha preso possesso di questo paese. Questa barca perfetta ha il colore luminoso di Nut [ la dea del cielo], la Grande, che partorisce gli dei […] I remi percuotono i suoi fianchi come i soldati quando combattono coi bastoni. Le assi sono amici stretti, non si allontanano le une dalle altre […] “.

Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete interna occidentale del muro di cinta.

Questa scena si svolge a Edfu

Horus aveva reso i nemici ciechi e sordi, in modo che si uccidessero tra di loro.

A Ra viene chiesto di visitare il campo di battaglia insieme alla dea guerriera Astarte, “padrona dei cavalli, signora del carro da guerra”, entrambi sono raffigurati a destra.

Sulla barca si trovano, davanti a Ra in trono, la dea Hathor di Dendera e Horus di Edfu suo sposo.

Sulla riva si vede uno dei ramponieri e compagno di battaglia di Horus.

La sala delle offerte

Tolomeo IV ( a destra) porta a Horus dei pani e un bastone formato da fiori intrecciati.

Davanti a lui il dio dalla testa di toro Mnevis che invita Horus, a nome del sovrano a mangiare i pani caldi posati sul tavolo delle offerte : ” Su, vieni, o dio, affrettati al tuo pasto ancora caldo! […] Sul tavolo delle tue offerte sono posti ogni giorno gustosi pani, potrai saziartene e assaggiarli […].

Il re descrive il bastone floreale rivolgendo al dio le seguenti parole:” […] fiori che spuntano nei prati, che crescono grazie al tuo sudore [acqua] e vivono grazie ai raggi del sole […].

Il dio risponde al sovrano:” […] sono lieto dei doni che mi hai portato, e ti concedo che L’Egitto presenti a te i suoi doni |…].

Ti do grandi quantità di cose buone [cibo], affinché tu le distribuisce tra i vivi.”

Tolomeo VIII Evergete incoronato dalle dee Usdjet e Nekhbet, nel tempio di Horus.

Rilievo a incavo.

I sovrani della Dinastia Tolemaica non erano egizi, ma discendenti di Tolomeo.

Sulle pareti dei Templi i Tolomei si fecero però rappresentare come faraoni egizi.

In questo rilievo Tolomeo VIII Evergete II è incoronato da Nekhbet, a destra, e da Uadjet, a sinistra.

Nekhbet era la dea della città di Nekheb, odierna Elkab, nell’Egitto meridionale, mentre Uadjet era Associata alla città di Buto, odierna Tell El-Farain, nel Delta.

Le due dee sono spesso presenti sulla fronte dei Re come avvoltoio, Nekhbet, e cobra Uadjet.

Mentre Nekhbet Indossa la corona bianca dell’ Alto Egitto, Uadjet Indossa la corona del Basso Egitto.

I re egizi indossavano una corona che combinava entrambe.

Le due dee hanno corporatura snella e seni abbondanti, caratteristici dell’età Tolemaica.

Le spalle sono strette, come se fossero viste di tre quarti, mentre le braccia sono innaturalmente lunghe, in modo che la mano di Nekhbet sia visibile dietro al collo del sovrano e la mano di Uadjet sulla sua spalla sinistra

Muro di cinta del tempio di Horus

“Colui-che-muggisce-forte” suona il nome del dio che minaccia punizione a tutti i nemici che cercheranno di scavalcare il muro di cinta del tempio di Horus.

Infatti, sul punto più alto della recinzione, ha preso posizione Urhemhem, in forma di falco con la testa di toro.

La sala 24 del tempio di Horus

Edfu, Epoca Tolemaica, regno di Tolomeo IV.

Tolomeo IV riceve “l’attestato della casa”.

Il re è inginocchiato sotto l’albero sacro Ima e “riceve dalla mano del padre” Horus Behedeti il documento che attesta la legittima acquisizione del potere.

La dea Nekhbet ( sulla destra) gli concede un tempo infinito “come sovrano sul trono di Horus”.

Horus e Nekhbet stringono in mano una pannocchia di palma come simbolo dell’infinito successione degli anni.

Sulla punta ricurva di ciascuna infiorescenza è fissato il geroglifico per “giubileo di regno”.

Hathor abbraccia il faraone Tolomeo IV.

La dea reca sora la lunga parrucca Il copricapo a forma di avvoltoio e la corona, composta da corna di vacca con in mezzo il disco solare.

La raffigurazione traduce in immagine esattamente il contenuto dei testi: “Re Tolomeo IV, prediletto di Hathor, la Grande, la Signora di Dendera”.

Il mammisi di Edfu

Di fronte al pilone del tempio di Horus si trovano le rovine del mammisi.

Questo picco tempio è costruito su un asse est-ovest, dunque è quasi ortogonale rispetto al tempio di Horus.

Il mammisi possedeva due cortili.

Sullo sfondo si può vedere la parte più interna del tempio, consistente in due vestiboli e una cella, un muro perimetrale circonda il secondo vestibolo e la cella, che fanno corpo unico.

Il muro ha delle semicolonne con capitelli compositi a loro volta sormontati da un abaco ornato dalla figura di Bes

L’interno è ornato da rilievi sulla nascita divina.

Il tempio fu costruito da Tolomeo VII Evergete II e decorato da Tolomeo IX Soster II.

Mammisi è il termine in cui, secondo la denominazione in copto data da Champollion, si designa il santuario dedicato alle nascite sacre.

In generale questi monumenti sono decorati da figure delle divinità preposte alla nascita, come Hathor e Bes.

È chiara l’implicazione politica delle nascite divine di sovrani (Theogamia) che volevano essere legati il più possibile agli dei

Fonte e fotografie

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubiane – Maurizio Damiano – Appia – Mondadori

Fonte e fotografie

  • Egitto la terra dei faraoni – Regine Schultz e Matthias Seidel – Konemann
  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa
  • Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon
Necropoli tebane

TT168 – TOMBA DI ANY

Any in geroglifici
Schematizzazione della necropoli di Dra Abu el-Naga (area sud) [1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
AnyPadre divino dalle mani nette; Lettore[5] scelto del Signore degli deiDra Abu el-NagaXIX dinastiaabitazione di Muhammed Abdullah[6], versante meridionale della collina, lato est; a breve distanza da TT15

Biografia

Unico dato ricavabile; il nome della moglie Merynub, Cantatrice di Amon[7].

La tomba

TT168 è impraticabile e non ne è nota la planimetria; si è solo a conoscenza della presenza di fregi testuali e di pareti dipinte[8].

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 278.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 278.
  5. Porter e Moss 1927,  p. 278.
  6. Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31
  7. Gardiner e Weigall 1913, p. 31

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Era compito dei preti “lettori” l’organizzazione delle cerimonie e la recitazione ad alta voce, durante le cerimonie sacre, degli inni previsti. Proprio per tale conoscenza delle invocazioni giuste e corrette, i “lettori” venivano considerati detentori di poteri magici.

[6]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[7]      Porter e Moss 1927,  p. 278.

[8]      Porter e Moss 1927,  p. 278.

Necropoli tebane

TT167 – TOMBA DI SCONOSCIUTO

Planimetria schematica della tomba TT167[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
sconosciutotomba incompiutaDra Abu el-NagaXVIII dinastiasopra e a nord della TT13

 

Biografia

Nessun dato ricavabile; il nome del titolare è ormai perso[5].

La tomba

TT167 presenta una planimetria a “T” con portico anteriore e quattro pilastri. La tomba, non ultimata, presenta poche e molto danneggiate rappresentazioni parietali. Un lungo corridoio immette in una sala perpendicolare alla precedente. Solo nel passaggio di accesso alla sala trasversale sono presenti sulle pareti i resti di alcuni testi; nella sala trasversale è ancora leggibile una lista di offerte[6].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 278.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 278.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 31

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 278.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 278.

Necropoli tebane

TT166 – TOMBA DI RAMOSE

Planimetria schematica della tomba TT166[1] [2]

Epoca:                                   XX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
RamoseSupervisore dei lavori a KarnakDra Abu el-NagaXX dinastiasulla collina settentrionale; circa 50 passi a nord e più in basso della TT148

Biografia

Ipy, Capo dei Profeti di Thot, fu il padre mentre Hati, Superiora dell’harem di Thot, fu la madre. Tay, a sua volta Superiora dell’harem di Thot, fu la moglie[5].

La tomba

TT166 presenta una planimetria a “T” rovesciata tipica delle tombe del periodo.

Un corridoio dà accesso ad una sala trasversale sulle cui pareti, molto danneggiati, un uomo e una donna, con mazzi di fiori e sistri, dinanzi a tre divinità. Pooco oltre linee di testo con i nomi di Supervisori ai lavori di vari templi.

Un passaggio, sulle cui pareti il defunto e la moglie offrono a Osiride e adorano Anubi e sono riportati brani che menzionano la festa di Sokar, immette in una sala perpendicolare alla precedente sulle cui pareti restano solo pochi e illeggibili frammenti di decorazione[6].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 277.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 277.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 31

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]              Porter e Moss 1927,  p. 277.

[6]              Porter e Moss 1927,  pp. 277-278.

Necropoli tebane

TT165 – TOMBA DI NEHEMAWAY

Planimetria schematica della tomba TT165[1] [2]

Epoca:                                  XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
NehemawayOrafo e scultore di ritrattiDra Abu el-NagaXVIII dinastia  (Thutmosi IV ?)sulla collina settentrionale, vicino alla TT20

Biografia

Unica notizia biografica ricavabile dalle rappresentazioni parietali è il nome della moglie, Tentamentet, detta Kay[5].

La tomba

L’accesso alla TT165 è possibile da una corte, in cui si apre anche quello alla TT20. La TT165 è costituita da un’unica sala sulle cui pareti: (1 in planimetria[6]) il defunto offre incenso su un braciere in presenza di portatori di offerte; su due registri (2) immagini di banchetto in presenza del defunto e della moglie, scene del pellegrinaggio ad Abydos e della processione funeraria con una barca trasportata da preti che precedono il defunto e la moglie; sulla parete di fondo (6) scene solo abbozzate: tre fanciulle e riti sulla mummia. Poco oltre (5), su due registri, un figlio (?) offre mazzi di fiori e liste di offerte al defunto e alla moglie mentre servi recano cibi; poco oltre (4), il defunto e la famiglia praticano la pesca e l’uccellagione e scene solo abbozzate di preparazione della cacciagione, pulizia del pesce, vendemmia e pigiatura dell’uva; due uomini (3) offrono libagioni e abiti al defunto[7].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Porter e Moss 1927,  p. 277.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 277.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 31

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 274.

[6]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 30.

[7]      Porter e Moss 1927,  p. 277.

Kemet Djedu

SENNEDJEM, IL TIMPANO EST

  

La scena dipinta sul timpano est della tomba TT1 di Sennedjem raffigura una barca sacra. Ci sono anche due babbuini. Poiché l’immagine è dipinta sul timpano orientato ad Est, il babbuino di sinistra è quello esposto a Nord e saluta il sole tramontante, mentre l’altro è esposta a Sud e quindi saluta il sole sorgente.

Per gli Egizi i versi e la gestualità dei babbuini al sorgere del sole erano saluti, preghiere e lodi che essi indirizzavano alla divinità. In realtà, molto più semplicemente, gli zoologi lo spiegano come una gestualità intesa al riscaldamento muscolare dopo una fredda nottata del deserto.

Ci determiniamo, in questo modo, anche la direzione della barca che sta risalendo la corrente procedendo da Nord a Sud.

Sulla prua della barca c’è una rondine, molto rara in questo genere di raffigurazioni, praticamente repertata solo a Deir el Medina con un significato di rigenerazione.

La divinità assisa sulla barca regge sulla testa un surdimensionato disco solare dotato a sua volta di un ureo. La divinità è un sincretismo di Ra, Harakhty (Horus dell’Orizzonte) e Atum. Ricordiamo che il sole nasce come Khepri, trasformandosi in Ra a mezzogiorno e tramontando in qualità di Atum alla sera.

La scena possiede tre didascalie delle quali facciamo qui l’analisi filologica.

Autentici falsi

LA STATUA DI «SÉSOSTRIS III»

DELLA COLLEZIONE FRANÇOIS PINAULT

Lo studio della statuaria reale del Medio Regno, la cui epoca d’oro fu collocata durante i regni del re SESOSTRIS III e di suo figlio AMENEMHAT III (intorno al 1900-1800 a.C.), rivela capolavori di scultura molto complessa e difficile da imitare.

La statuaria di questo periodo ispira tuttavia largamente i falsari. È tuttavia necessario distinguere tra copie di oggetti realizzate per i turisti e quelle con pretese antiche, destinate a ingannare personaggi in cerca di buoni reperti, talvolta venduti a prezzi elevati a ricchi collezionisti o musei pubblici e non, in cerca di oggetti attraente per la loro collezione.

La storia dei falsi oggetti antichi egizi mostra che mercanti d’arte senza scrupoli collaborano con alcuni egittologi istituzionali senza scrupoli, legittimando, attraverso le loro parole e i loro scritti, queste fucine. Quale argomento migliore infatti, per rassicurare un acquirente, che mostrargli “un certificato di garanzia” firmato da un egittologo addetto ad un grande museo pubblico o ad un’università statale!

E’ però buona norma analizzare qualsiasi oggetto proveniente dal mercato dell’arte. Il confronto con oggetti provenienti da scavi ufficiali, l’analisi stilistica e lo studio dei materiali effettuato in modo professionale lasciano normalmente poche possibilità di falsificazioni. Attenzione in più si deve prestare per gli oggetti non provenienti da scavi ufficiali e certificati .

Nel 1998 una statua intitolata al re Sesostri III, apparve sul mercato parigino. Prima della vendita, Madame Elisabeth Delange, curatrice del Museo del Louvre, ha consegnato una valutazione favorevole di questo pezzo a F. Pinault interessata al suo acquisto. L’oggetto è stato acquistato all’asta il 10 novembre 1998 per una somma di cinque milioni di franchi.

Allertato dopo la vendita da un articolo di Vincent Noce su Libération, che riporta l’opinione del professore tedesco Dietrich Wildung che ritiene questa statua sospetta, Pinault , si rifiuta di onorare il suo acquisto, innescando quello che viene comunemente chiamato “l’affare Sesostris III”.

Una perizia effettuata dalla sig.ra Christiane Desroches-Noblecourt e dalla sig.ra Elisabeth Delange nel marzo 2000 ha concluso che la scultura del faraone seduto a nome di SESOSTRIS III, oggi di proprietà della sig.ra Pinault con queste parole: “Poiché questa statua si differenzia dalle altre effigi conosciute, viene avanzata una nuova teoria, ovvero che la statua sia stata realizzata post mortem, alla fine della XII o all’inizio della XIII dinastia”.

La statua, dopo una seconda perizia effettuata nel febbraio 2002, viene ritenuta un falso. Un’analisi di laboratorio confermerà successivamente questa seconda opinione nel luglio 2002.

Da qui ha inizio la questione giudiziaria. Per più di 20 anni questa statua è stata oggetto di prese di posizioni di diversi studiosi. La statua è passata dalla Svizzera, poi in Germania e negli Stati Uniti prima di trovare un acquirente in Francia nel 1998. Negli Stati Uniti sembra che solo Madame Edna Russmann del Brooklyn Museum credesse nella sua autenticità, In Germania ci credeva il professor Hans Wolfgang Müller del Museo di Berlino, in Belgio, Claude Vandersleyen, che all’inizio del 2002, si espresse a favore dell’autenticità della statua senza altro argomento se non la sua profonda convinzione.

Non mi dilungo nella questione giudiziaria trattata molto compiutamente in un articolo del LeParisien, di cui al link:

https://www.leparisien.fr/…/francois-pinault-et-la…

Crediti fotografici e informazioni da: Grepal

C'era una volta l'Egitto, Età Tarda

IL FARAONE PSAMMETICO II  

(NEFERIBRA PSAMETEK)

Di Piero Cargnino

Come abbiamo detto in precedenza, Necao II non provò più ad assoggettare la Palestina, non si mosse dall’Egitto dove morì. Gli successe sul trono il figlio Psammetico II (Neferibra Psametek).

Per quanto riguarda la durata del suo regno siamo propensi a credere a quanto raccontano Erodoto e Sesto Africano che gli assegnano sei anni (dal 595 al 589 a.C.), contrariamente ad Eusebio di Cesarea il quale afferma che regnò diciassette anni.

Dopo poco più di un anno dal suo insediamento, volle subito imitare il nonno Psammetico I facendo adottare sua figlia Ankhnasneferibra dalla “Divina Adoratrice di Amon” in carica, che era Nitocris, in qualità di sua erede nel titolo. Pare che nel frattempo le sia stato assegnato anche il titolo di “Primo Profeta di Amon”, mai accordato ad una “Sposa del Dio”, ma lei non accettò quest’ultimo uffizio.

Il seppur breve regno di questo faraone ha portato spesso a sottovalutarne l’importanza nonostante i monumenti che lo riportano siano di molto più numerosi di quelli dei suoi due predecessori.

Psammetico II si trovò subito a dover affrontare i nubiani, governati dai discendenti della XXV dinastia. Armò un esercito composto prevalentemente di mercenari libici e nel 592 a.C. partì da Elefantina e, raggiunta la terza cateratta, si scontrò con l’esercito del re Anlamani (secondo alcuni era invece il fratello Aspelta) che sconfisse per poi ritirarsi nuovamente a nord della 1ª cateratta. In realtà questa spedizione è molto dibattuta e desta particolare interesse in proposito.

Dell’evento ce ne parla un’epigrafe facente parte di un gruppo d’iscrizioni greche incise su uno dei colossi di Ramses II ad Abu Simbel dove si legge:

E’ stato effettivamente riscontrato che Potasimto e Amasis ricoprirono cariche militari durante il regno di Psammetico II. Si parla di questa spedizione in Nubia anche su due stele trovate a Tanis ed a Karnak, le stele sono molto rovinate ma è possibile leggere su di una la data dell’anno 3 in cui un re indigeno fu vinto e le sue truppe massacrate, la seconda riporta che la spedizione raggiunse Pnubs.

A questo punto, se la spedizione è giunta più a sud di quanto si pensasse, è impensabile che si trattasse solo della risposta di Psammetico II ad un attacco da parte degli etiopi per riconquistare l’Egitto che avevano perso dopo la fuga di Tanutamani da Tebe. E’ invece probabile che sia stato un atto di ostilità verso l’Etiopia da parte dei Saiti, lo si deduce anche dal fatto che il nome di Taharqa e dei suoi predecessori è stato sistematicamente cancellato dai loro monumenti.

Da un papiro scritto in tardodemotico si apprende che Psammetico II intraprese una spedizione in Fenicia; questa però non sembra essere una spedizione militare ma una visita pacifica allo scopo di ampliare i commerci, tanto che vi parteciparono pure i sacerdoti di vari templi. Qualcuno avanza l’ipotesi che, più che commerciale, lo scopo principale fosse quello di tentare di recuperare parte dell’influenza perduta dopo la sconfitta del suo predecessore da parte dei Babilonesi.

Psammetico II non perse tempo, celebrò il suo giubileo dopo pochi anni di regno e per l’occasione fece erigere ad Eliopoli due obelischi di granito alti circa 30 metri dove il faraone è raffigurato in forma di sfinge con i consueti titoli onorifici.

Tra i tredici obelischi presenti a Roma, uno di questi è di Psammetico II; venne fatto trasportare a Roma dall’Imperatore Ottaviano Augusto nel 10 a.C.. Inizialmente collocato  in Campo Marzio come gnomone di un orologio solare, tra il IX e l’XI secolo l’obelisco crollò, forse a causa del terremoto dell’849 o in seguito al sacco di Roma del 1084, e  progressivamente, si interrò. Sul finire del ‘700 Papa Pio VI lo fece recuperare ed iniziò a farlo restaurare e ad erigerlo come orologio solare. Completamente restaurato venne eretto in Piazza Montecitorio dove si trova attualmente.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
C'era una volta l'Egitto, Età Tarda

IL FARAONE NECAO II

(WAHEMIBRA NEKAU)

Di Piero Cargnino

A questo punto la storia egizia risente dell’influenza delle popolazioni straniere, si fonde col tempo con la storia del Medio Oriente e della Grecia per cui, oltre alle solite fonti egizie, che troviamo nei testi geroglifici, dobbiamo rivolgerci ad altre fonti principali.

Ci vengono in aiuto i testi cuneiformi, lo stesso Erodoto come pure Giuseppe Flavio nonché la Bibbia (Antico Testamento). In questo periodo dobbiamo rivolgere la nostra attenzione a due fatti interconnessi, il crescente influsso straniero che investe tutto il paese ed il sorprendente arcaismo che troviamo nell’arte e nei testi religiosi. E’ come se, quanto più si mescolavano gli abitanti, più cresceva la nostalgia dei tempi passati, l’Antico Regno rinasceva nelle sculture, nei rilievi e nelle iscrizioni tombali che venivano ricavate dai testi delle piramidi.

Da parte loro i greci avevano dato un forte contributo ai vari eserciti egiziani ricevendo in cambio terre. Non c’è da stupirsi che ad un certo punto questi fossero più propensi a coltivare le loro terre piuttosto che fare la guerra. Esagerando e travisando la realtà, Erodoto afferma che a questi greci, chiamati “machimoi” (guerrieri), ad un certo punto venne imposto il divieto di apprendere altri mestieri che non fossero quelli delle armi, cosa ritenuta impossibile. Va comunque detto che Psammetico I ebbe sempre per i greci un occhio di riguardo sia per i militari che per i contadini, agevolò gli scambi commerciali per cui giunsero in Egitto commercianti dalla Grecia e dalla Dodecapoli ionia. Grande importanza rivestiva anche la notevole esperienza marinara dei coloni greci che con le loro navi trasportavano grano egiziano al loro paese d’origine che pagava in argento.

Alla morte di Psammetico I sul trono dell’Egitto sale il figlio, Wahemibra Nekau (Necao) che, secondo Erodoto, ci rimase per circa 16 anni, dal 610 al 594 a.C., mentre sia Eusebio di Cesarea che Sesto Africano gliene attribuiscono solo sei.

Necao II non fu meno intraprendente del padre. Sul fronte interno, forse a causa dei numerosi impegni, non eccelse in costruzioni di monumenti che sono tutt’ora molto scarsi e quasi privi di informazioni. Sempre nell’intento di incrementare lo sviluppo commerciale intraprese, già allora, un coraggioso tentativo di ampliare un canale per collegare il Mar Rosso al Nilo, precursore del futuro Canale di Suez, che però venne abbandonato e mai ultimato.

Fece costruire navi a Corinto potenziando le flotte del mediterraneo e del Golfo Persico. Fondò la città di “Per Temu Tjeku” (casa di Atum Tjeku) la moderna Tell-el-Maskhuta, presso Ismailia.

In politica estera proseguì l’azione del padre Psammetico I adoperandosi militarmente in Palestina, a fianco degli assiri, per contrastare l’ascesa della coalizione che si era costituita tra i Media e i Caldei di Babilonia. L’esercito egizio e assiro però non riuscirono ad evitare la caduta di Harran ultimo avamposto assiro. Necao II si rivolse dunque alla Palestina, il re di Giuda, Giosia, gli andò incontro:

I realtà Necao II non voleva assalire Giuda infatti disse a Giosia;

Il popolo di Giuda prese quindi Ioacaz, figlio di Giosia, lo unse e lo proclamò re al posto di suo padre. Necao II non approvò la scelta, imprigionò Ioacaz a Ribla, in seguito lo deportò in Egitto, ove morì. Al suo posto nominò re Eliakim, figlio di Giosia, e gli cambiò nome in Ioiakìm. A Giuda impose un gravame di cento talenti d’argento e di un talento d’oro che Ioiakìm, dopo aver tassato il paese, consegnò al faraone Necao.

Necao II riuscì a prendere la piazzaforte di Kadesh  sconfiggendo i Babilonesi, fu il primo faraone, dopo Thutmosi III, ad attraversare l’Eufrate.

Il successo di Necao durò solo quattro anni, succeduto al padre Nabopolassar, Nabucodonosor II attaccò l’esercito egiziano sconfiggendolo a Carchemish, prima poi ad Hamat in Siria (605 a.C.). Ma fu solo grazie al ritorno in patria di Nabucodonosor II che Necao II riuscì a tornare in Egitto coi resti del suo esercito.

Cita la Bibbia:

Intanto il re di Giuda e Israele Ioiachim si ribellò a Babilonia, Nabucodonosor lo sconfisse e lo catturò con tutta la sua famiglia ed i suoi beni e lo deportò a Babilonia. Al suo posto nominò suo zio Mattania al quale cambiò nome in Sedechia. (II Re: 24;16-17). Ma anche Sedechia si ribellò e fu così che, nell’ottavo anno del suo regno Nabucodonosor cinse d’assedio Gerusalemme che resistette per circa undici anni quindi cadde e fu invasa. Le sue case furono date alle fiamme, le mura abbattute ed il Tempio distrutto:

Alla morte di Nabucodonosor II sul trono di Babilonia salì il figlio Amel Marduk (in ebraico Ewil Merodak).

<<……..nell’anno trentasettesimo della deportazione di Ioiakìm, re di Giuda, nel decimosecondo mese, il venticinque del mese, Ewil-Merodak re di Babilonia, nell’anno della sua ascesa al regno, fece grazia a Ioiachim re di Giuda e lo fece uscire dalla prigione……….>> (Geremia).

Nel 601 a.C. un contingente babilonese cercò di introdursi nel Paese delle Due Terre, ma fu bloccato alla frontiera orientale del delta del Nilo e successivamente Necao II rioccupò il centro abitato di Gaza, ma non provò più ad assoggettare la Palestina.

(1) – Per concludere la storia di questo faraone è opportuno citare quanto narra Erodoto nel libro IV delle Storie, Necao II:

Proprio il fatto che Erodoto trova maggiormente incredibile, cioè l’affermazione secondo cui nel navigare attorno all’estrema punta dell’Africa avevano visto il sole alla loro destra, dà un forte senso di verosimiglianza al racconto, perché questo, per un greco di quei tempi, era davvero piuttosto difficile da credere. Chi è sempre vissuto a nord dell’equatore è abituato a vedere il sole a sud, perciò dirigendosi a ovest vede il sole alla propria sinistra. Ma in realtà, al Capo di Buona Speranza, che si trova a sud dell’equatore, a mezzogiorno il sole è a nord, quindi a destra di chi viaggia verso ovest, ed è difficile pensare che un fatto del genere possa essere stato inventato ed azzeccato per caso.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
  • Gianpiero Lovelli, “Necao II : il faraone che sconfisse Giosia (monarca di Giuda)”, 2016
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • La Bibbia, Watchtower bible and tract society of New York, 1967
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
Necropoli tebane

TT164 – TOMBA DI ANTEF

Antef in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT164[1] [2]

Epoca:                                  XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
AntefScriba delle reclute[5]Dra Abu el-NagaXVIII dinastia  (Thutmosi III)a nord della TT161

Biografia

Antef a caccia. Foto Alexander Ilin-Tomich

Nessuna notizia biografica ricavabile dalle rappresentazioni parietali[6].

La tomba

L’ingresso della TT164. Foto Alexander Ilin-Tomich

L’accesso a TT164 si apre in un cortile in cui (1 e 2 in planimetria[7]) si trovano due stele con il defunto in adorazione e inni sacri.

le iscrizioni nel cortile della TT164. Foto Alexander Ilin-Tomich

Una sala trasversale, tipica delle planimetrie a “T” capovolta delle sepolture del periodo, presenta sulle pareti: resti (3-4) di immagini del defunto e della moglie seduti e di figli che portano frutta e animali (non sono ricavabili i nomi, probabilmente nelle parti crollate); sul lato corto una stele (5) con inno a Amon-Ra-Horakhti[8] e testo autobiografico (?).

La stele con inno a Ra-Horakhti. Foto Foto Alexander Ilin-Tomich

Poco oltre (6) il defunto arpiona un ippopotamo e testi rituali/magici e il defunto che pesca e pratica l’uccellagione[9].

Portatori di offerte. Foto Alexander Ilin-Tomich

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 276.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 276.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 31

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 276.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 274.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 272.

[8]      Inno identico si trova nella TT110.

[9]      Porter e Moss 1927,  pp. 276-277.