Non vi stupisca il fatto che troviamo Osorkon III quando abbiamo già trattato Osorkon IV in precedenza, non è un errore. Ciò è dovuto al fatto che per alcuni studiosi, tra cui Kenneth Kitchen, ritengono che Osorkon III fosse figlio di Sheshonq VI quindi la sua posizione dopo il padre comporterebbe per lui il numerale III ed andrebbe collocato dopo Sheshonq VI nell XXII dinastia, prima di Osorkon IV. Un’altra schiera di studiosi, come David Aston, invece pensa che fosse figlio di Takelot III e lo identificano con il già citato Osorkon B, “Sommo Sacerdote di Amon”. I sostenitori di questa seconda ipotesi fanno riferimento alle registrazioni del livello del Nilo presenti a Karnak dove si cita Osorkon III come figlio della “Grande Sposa Reale” Karomama Merytmut stessa cosa di Osorkon B, quindi figlio di Takelot III.
Usermaatre Setepenamun, Si-Ese Osorkon III risulta attestato dalla sua “Cronaca” che consiste in una serie di testi che documentano le sue attività a Tebe sul portale bubastite a Karnak. Oltre ai titoli regali, Osorkon III mantenne sempre quello di “Grande Capo dei Ma” per rimarcare le proprie origini libiche.
Gli epitomatori di Manetone, Sesto Africano ed Eusebio di Cesarea, forse sbagliando, gli attribuiscono, rispettivamente, otto e nove anni di regno. In realtà pare che abbia regnato per ventotto anni come Osorkon III nell’Alto Egitto. Fu un buon politico ed un abile nepotista, assegnò importanti cariche ai suoi figli sia nella regione da lui controllata che a Tebe.
Il figlio che gli succederà, Takelot III fu Primo Profeta di Amon mentre un altro figlio, Nimlot, divenne principe di Ermopoli, sua figlia Shepenupet I fu “Divina Sposa di Amon”, un ruolo di grande importanza che diventerà sempre più rilevante, come vedremo in seguito parlando della XV dinastia.
La sua Sposa principale fu Karoadjet che dette alla luce la figlia Shepenupet mentre una sposa secondaria, Tentsai (o Tentamun), era la madre di due dei suoi figli Takelot, che gli succederà e Rudamon che succederà al fratello chiudendo la XXIII dinastia.
Secondo quanto riportato dalle registrazioni del livello del Nilo a Karnak pare che Osorkon III abbia governato gli ultimi cinque anni del suo regno in coreggenza col figlio Takelot III. La coreggenza con il figlio pare sia dovuta più che altro al fatto che Osorkon III visse probabilmente fino a ottant’anni e sarebbe stato in cattive condizioni di salute, la sua fu l’ultima coreggenza reale attestata nella storia dell’antico Egitto, da allora in poi i vari sovrani non adottarono più questa usanza.
Fonti e bibliografia:
Caminos Ricardo Augusto, “La cronaca del principe Osorkon”, Roma, 1958
Donald B. Redford, “Osorko…..chiamato Eracle” JSSE, 1978
Robert Porter, “Osorkon III di Tanis: il contemporaneo di Piye?”, Gottinger Miszellen, 2011
Ohshiro Michinori, “The identity of Osorkon III”, The Revival of an Old Theory, 1999
Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, Warminster: 1996
Jurgen von Beckerath, “Das Verhältnis der 22. Dynastie gegenüber der 23. Dynastie”, 2003
L’esistenza di Hedjkheperre Setepenre, poi titolato Sheshonq IV, ci è pervenuta solo nel 1986 proposta dall’egittologo britannico David Michael Rolh il quale ha rivisto la cronologia di alcune civiltà, in particolare dell’Egitto e di Israele, dando vita ad una nuova cronologia alternativa non convenzionale. Suggerì che di Sheshonq ce n’erano due con lo stesso praenomen Hedjkheperre, uno era Sheshonq I, noto fondatore della XXII dinastia, l’altro era un faraone che si collocava nella seconda metà della dinastia, che Rolh chiamò Hedjkheperre Sheshonq B del quale non era conosciuta l’esatta collocazione all’interno della dinastia. Analizzando l’ipotesi di Rohl (suggeritagli per la prima volta da Pieter Gert van der Veen nel 1984), anche Aidan Dodson aderì alle teorie di Rolh confermandone la validità, concordano con lui anche altri egittologi quali Jurgen von Beckerath e Kennet Kitchen. Alcuni lo collocano tra Sheshonq III e Pami, circa un ventennio prima. Dodson sostenne che questo non era il precedente Hedjkheperre Sheshonq, il quale portava epiteti semplici nel suo titolo Sheshonq Meriamun, mentre quelli di quest’ultimo Sheshonq erano molto più complessi. Sheshonq IV, pur avendo lo stesso praenomen di Sheshonq I porta un nomen del tutto particolare, “Sasanq Meriamon Sa-Bast Neterheqauaset Neterheqaon” che stanno ad indicare che il sovrano è “Meriamon” (figlio di Amon), “Sa-Bast” (figlio di Bast) oltre che “Neterheqauaset Neterheqaon” (potente signore di Tebe, potente signore di Eliopoli). Sappiamo che dovrebbe essere salito al trono dopo Petubastis I ma non sappiamo a quale titolo ciò avvenne, sicuramente non per diritto ereditario. Pare che Sheshonq IV abbia regnato per sette anni, per quanto riguarda la sepoltura gli studiosi ritengono che sia stato sepolto nella stessa tomba di Sheshonq III, la NRT V (della quale abbiamo già parlato a proposito di Sheshonq III) dove sono stati rinvenuti due sarcofagi, uno riportava il nome di Sheshonq III mentre l’altro era anonimo ed era chiaro che era stato inserito nella tomba in un secondo tempo in base alla sua posizione nella tomba. Fra i numerosi frammenti di vasi canopi alcuni portavano il nome di Hedjkheperre-Setepenre Meriamon Sa-Bast Neterheqaon.
Fonti e bibliografia:
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
George Goyon, “La scoperta dei tesori di Tanis”, Pigmalione, 2004
Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, Warminster: 1996
N.Dautzeberg, “Bemerkungen zu Schoschenq II., Takeloth II. und Pedubastis II”, Guttinger Miszellen, 1995
Aidan Dodson w Dyan Hilton, “The Complete Royal Families of Ancient Egypt”, Thames & Hudson, London 2004
Jurgen von Beckerath, “Das Verhältnis der 22. Dynastie gegenüber der 23. Dynastie”, 2003
Particolarmente importante la linea di discendenza di Khonsu Ta il cui bisnonno, Usermontu, era stato visir durante il periodo amarniano. Molti membri della famiglia sono rappresentati nei dipinti parietali della tomba; per altri personaggi non è stata possibile una identificazione[5]. Secondo alcuni egittologi la tomba sarebbe stata progettata per un tale Ta, alla fine della XVIII dinastia, e quindi usurpata da Khonsu nel Periodo ramesside; altri intendono invece, ed è questa la tesi più accreditata, che Ta e Khonsu siano nomi riferiti al medesimo individuo[6].
Khonsu e la sua famiglia
L’incarico principale esercitato da Khonsu era Primo Profeta (del culto funerario) di Men-Kheper-Ra (ovvero Thutmosi III), ma era anche “Primo Profeta di Montu, Signore di Tod”, “Supervisore del bestiame di Men-Kheperu-Ra (Thutmosi IV)[7]. Esiste dubbio se abbia ricoperto anche l’incarico di “Primo Profeta del culto funerario di Amenhotep II”, ricoperto certamente da suo padre Neferhotep.
I dipinti parietali della TT31 consentono di compilare un albero genealogico che vede:
padre: Neferhotep, Primo Profeta del culto di Amenhotep II;
nonno (?): Nebhemhyt[9] “portatore del gran reggimento di Neb-Maat-Ra (Amenhotep III)”;
bisnonno: Usermontu, che esercitò le funzioni di visir alla fine del periodo Amarniano, molto probabilmente sotto Tutankhamon. Tale personaggio, di cui portano il nome due figli di Khonsu, viene rappresentato più volte nella tomba, così come il fratello di Khonsu, Iuy, Primo Profeta di Thutmosi I;
prima moglie: Ruia, Cantatrice di Montu, che gli diede due, o forse tre, figli: Usermontu[10][11], Uiay[12] e Tjesy (?);
seconda moglie: Mutia (detta anche Maiay, o Maay), Cantatrice di Amon e Montu, che gli diede sette figli: Usermontu[13], Khemwaset[14], Ru[15], Nesnub[16], Ahaty[17], Tent[18], Ruy (?).
Altri venti personaggi sono rappresentati nei dipinti parietali di TT31, ma non esistono riferimenti su costoro e non è chiarito il rapporto con il titolare della tomba.
La tomba
TT31 era già nota a Karl Richard Lepsius ed Ernesto Schiaparelli, ma solo nel 1908 Arthur Weigall la dotò di una porta in ferro per proteggerne il contenuto artistico, e solo nel 1925 si procedette a lavori di consolidamento e restauro dei dipinti parietali. Durante tali lavori venne scoperta la cappella, molto ben preservata, e la TT31 venne complessivamente trattata da Norman de Garis Davies e Alan Gardiner nel 1948 in un loro testo riferito a sette tombe private della necropoli di Sheikh Abd el-Qurna.
L’ingresso della TT31
La tomba, con pianta a “T” rovesciata, ha orientamento sud-ovest/nord-ovest, con ingresso a sud e presenta stili dei dipinti differenti; all’ingresso, infatti, si possono notare stili tipici della tarda arte amarniana, mentre in altri dipinti lo stile amarniano è superato ed è palese lo stile del Periodo ramesside[19]. Tutte le camere della TT31, ed i relativi soffitti, sono dipinti, ma i danneggiamenti furono principalmente causati, nei millenni, dallo slittamento delle pareti e degli strati rocciosi data la scarsa qualità della roccia in cui la tomba venne scavata.
TT31 si articola in:
cortile di accesso[20], in cui restano scarse tracce di decorazione;
facciata in cui si apre l’ingresso alla tomba fiancheggiata da due stele (1 e 2 in planimetria) tagliate direttamente nella roccia[21];
passaggio di entrata (3):
a sinistra entrando, due Anubi accucciati sovrastano Khonsu che veste una pelle di pantera ed è rappresentato come prete “sem”[22]; è seguito da sua madre Tawseret, da suo figlio Usermont e dalla seconda moglie Mutia; un altro personaggio, a causa dei danni, non è identificabile;a destra i rilievi sono gravemente danneggiati; è possibile individuare Khonsu, con il cranio rasato che ne indica la funzione sacerdotale, mentre altri personaggi sono troppo danneggiati e non identificabili;
il soffitto è decorato con voli di uccelli di un tenue blue, con tracce di bianco e rosso, su sfondo giallo;
La madre di Khonsu, Tawseret, seguita dal figlio del defunto, Usermontu, e dalla seconda moglie di Khonsu, Mutia. Foto: osirisnet.net
camera trasversale (a creare il braccio traverso della “T” capovolta)[23]:
il soffitto è completamente perso; corridoio sinistro (sud) (4-5-6 in planimetria): i dipinti sono alquanto danneggiati, specie nella parte bassa; tutte le pareti sono suddivise in registri sovrapposti (ed alcuni di questi a loro volta suddivisi in sotto-registri), sono rappresentate processioni per il dio Montu[24] in cui il titolare della tomba, Khonsu, svolge ruoli particolarmente preminenti;
Osiride con la ricostruzione dei frammenti danneggiati. Foto: osirisnet.net
corridoio destro (nord)(7-8-9): i dipinti sono meglio preservati di quelli del lato sinistro e le scene parietali, tutte connesse al culto di Osiride, sono disposte su un unico registro. Anche in questo caso l’officiante è da identificarsi in Khonsu anche se non esiste riferimento testuale in tal senso. Una delle scene, speculare a quella del corridoio sinistro, rappresenta la processione fluviale della statua del faraone Thutmosi III sulla sua barca sacra;
accesso alla camera longitudinale della “T” capovolta[25]: la porta è in asse con l’ingresso della tomba (10); le pareti laterali hanno perso i dipinti che le decoravano ancora visibili solo sull’architrave. Il soffitto geometrico è ben conservato ed è ripartito in scacchi bianchi e blu, questi ultimi contengono grappoli d’uva alternati con tralci di vite rappresentati da linee in rosso;
camera longitudinale[26] e in buone condizioni, con disegno geometrico di linee sinusoidali affiancate, di colore nero, giallo, rosso e bianco. I dipinti superstiti sulle pareti (11-12-13), benché danneggiati, si presentano in buone condizioni e rappresentano scene di riti religiosi;
Il rito della pesatura del cuore. Foto: osirisnet.net
passaggio per l’anticamera[27]: le pareti (14) hanno quasi completamente perso i dipinti, fatte salve le tracce di due donne, sedute, una per ciascun lato, rivolte verso l’ingresso della tomba.
soffitto: in ottime condizioni. Papaveri rossi si distaccano dal fondo bianco su cui si innalza un volo di anatre sui propri nidi in cui si distinguono le uova e alcuni piccoli. Intervallate alle anatre, volano alcune locuste. Sono ben riconoscibili i canoni particolari dell’arte amarniana della XVIII dinastia;
Tra i dipinti della tomba vi è anche la rappresentazione della tomba stessa e del sarcofago del defunto insieme a quella (presumibilmente) della moglie Ruia, molto realistici. Di fronte a loro piangono la seconda moglie Mutia e la figlia Uiay. Foto: osirisnet.net
anticamera[28]: è stata tagliata rozzamente nella roccia e le pareti sono state ricoperte da un intonaco di colore giallo privo di decorazioni. sul fondo, in posizione assiale rispetto all’ingresso, si apre una nicchia/cappella mentre nella parete sinistra si apre la porta di accesso alla camera funeraria sotterranea;
nicchia/cappella[29]: scoperta, perché murata, solo durante i lavori di consolidamento e restauro del 1925, presenta i dipinti parietali più belli e meglio conservati della TT31.
soffitto: è diviso in due parti da una linea gialla longitudinale mediana, affiancata da scacchiere contenenti alternatamente fiori stilizzati a quattro petali neri, con centro rosso, e rossi, con centro nero;parete di fondo (15): nella parte bassa, fasce colorate in giallo, rosso, nero e bianco. Al centro della parete, Osiride, a sinistra, seduto su un trono cubico con decorazione “a facciata di palazzo”; alle sue spalle, in piedi, Anubi. Dinanzi alle due divinità, in piedi, vestito con una pelle di leopardo e con ai piedi sandali di colore bianco, il titolare della tomba, Khonsu, porge, con la mano sinistra, un incensiere mentre, con la destra, versa acqua, da un vaso in forma di ankh su un cespuglietto di fiori di loto;parete destra: Khonsu, titolare della tomba, rende omaggio alla dea Imentet, riconoscibile dal geroglifico che reca sul capo, protettrice della necropoli;
Osiride sulle pareti della cappella. Foto: osirisnet.net
parete sinistra: il re Nebhepetre (Montuhotep II), della XI dinastia, che, specularmente con quanto è rappresentato sulla parete opposta, viene omaggiato da Khonsu[30];
Montuhotep II. Foto: osirisnet.net
camera sotterranea: un corridoio discendente, intervallato da gradoni, porta ad una camera sotterranea, non decorata, in cui, salvo 22 ushabty, null’altro fu rinvenuto.
Fonti
Porter e Moss 1927, pp.47-49.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, , p. 115.
Jiro Kondo (n. 1951), egittologo giapponese.
Davies e Gardiner 1948, pp. 31-41
Kampp 1996
Davies 1924, tav. X
Davies 1924, tav. XIV
Davies e Gardiner 1948, tavv. XVII-XX
[1] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 44.
[2] La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[3] le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4] Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] TT31 è una della poche Tombe dei Nobili oggi visitabili dal pubblico turistico. I dipinti parietali, particolarmente belli e ben conservati, sono tuttavia stati protetti, per evidenti motivi di conservazione e sicurezza, da pannelli in vetro che consentono una visione poco chiara degli stessi specie a causa dei riflessi.
[6] Nella tomba si trovano riferimenti anche a Tjay; anche in questo caso, si ritiene che possa trattarsi di una variante di Ta.
[7] È probabile che tale incarico sia stato ricoperto da Khonsu agli inizi della sua carriera poiché nelle scene che vi fanno riferimento è affiancato dalla prima moglie Ruia.
[8] Particolarmente forte doveva essere il legame con la madre data l’enfasi con sui viene rappresentata nei dipinti parietali.
[9] Nebhemhyt viene citato con l’epiteto “suo padre”, ma non è specificato di chi e il termine “jt” designa genericamente un antenato, forse un nonno.
[10] Prete “wab” di Montu e Primo Profeta di Sobek.
[11] I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.
[19] Il lungo periodo di regno di Ramses II, unitamente al vasto programma di costruzioni posto in essere dal re, fece sì che si giungesse ad un impoverimento della resa artistica e ad una forte standardizzazione dei soggetti e degli stili che appaiono spesso copiati da un sito a un altro confermando, peraltro, l’esistenza di botteghe specializzate.
[20] In cui si apre peraltro l’accesso alla TT301 di Hori, Scriba della tavola del Signore delle Due Terre nel dominio di Amon.
[21] La notevole differenza di dimensioni e forma tra le due stele, peraltro illeggibili, nonché i danni subiti nel tempo, sono da imputarsi alla scarsa qualità della roccia. Esiste anche la possibilità che la seconda stele sia stata creata, successivamente, per il titolare della TT301 il cui accesso si apre nello stesso cortile.
[22] Il “sem” era il prete, o l’erede, cui competeva la cerimonia di apertura della bocca per consentire al defunto di vivere pienamente della Duat.
[23] Circa 7,50 m x 1,75 x 2 di altezza, orientata sud (corridoio sinistro lunghezza 3,20 m) – nord (corridoio destro lunghezza 3,50).
[24] In speciale evidenza il trasporto della statua del dio Montu su una piccola barca sacra dal tempio di Armant, l’antica On, a quello di Tod, l’antica Djerty.
[25] Circa 0,80 m di larghezza x 1,30 di profondità x 1,50 di altezza.
[26] circa 3,80 m di profondità x 1,60 di larghezza x 1,70 di altezza all’ingresso, che diventano 2 m verso la fine della camera;il soffitto si presenta leggermente curvo
[27] Circa 1,10 di larghezza x 1,00 di profondità x 1,50 di altezza.
[28] Circa 2,30 m di larghezza x 2,60 di lunghezza x 1,60 di altezza.
[29] 1,00 m di larghezza x 0,70 di profondità x 1,40 di altezza.
[30] La presenza di tale sovrano della XI dinastia, non legato alla famiglia del defunto, né per qualche motivo connesso al culto funerario, si giustifica con la presenza, nella piana di Deir el-Bahari, del suo tempio funerario. Benché affiancato, nella XVIII dinastia, da quello di Hatshepsut, il tempio di Montuhotep II veniva considerato di particolare importanza come forma di culto alle divinità dell’occidente, ovvero dell’aldilà. La stessa Hatshepsut fece costruire il suo tempio sullo stile proprio di quello di Montuhotep considerandolo un esempio della vera architettura egizia, prima della parentesi Hyksos da cui proprio la XVIII dinastia aveva tratto il Paese.
Si conoscono solo il nome della moglie, Henutenkhunet, e di un figlio, Khensnakht.
La tomba
La posizione della TT30 rispetto alle tombe adiacenti. Da: Kampp, F. 1996. Die thebanische Necropole
La tomba è incompleta ed è costituita, sostanzialmente, da un’ampia anticamera con quattro colonne da cui una scala avrebbe verosimilmente dovuto addurre all’appartamento funerario, solo abbozzato. In un angolo dell’anticamera si apre un accesso alla TT31.
L’ingresso della TT30
Dalla scala di accesso, sulle cui pareti (1 in planimetria) i resti di alcuni testi e immagini del defunto dinanzi a un dio (?), si accede all’anticamera colonnata; su più registri (2) il Libro delle Porte, nonché rappresentazioni della processione funeraria e del defunto in ginocchio dinanzi ad una barca sacra. Preti operano sulla mummia la cerimonia di apertura della bocca.
L’anticamera della TT30. In alto Khonsmose inginocchiato davanti alla barca sacra ed ai quattro figli di Horus
In altre scene (3-4), portatori di offerte e il defunto accompagnato dal figlio; segue scena (5) su tre registri sovrapposti del defunto con due donne in adorazione di Ra-Horakhti e di alcune dee, il defunto e la moglie Henutenkhunet dinanzi ad una tavola di offerte. seguono scene varie del defunto (6), di una falsa porta (7), su due registri (8) Osiride e (9) il defunto e la moglie. Sul soffitto, la barca di Ra adorata da babbuini e sciacalli, mentre il defunto adora Ra-Horakhti e uccelli volano sopra nidi in cui sono rappresentate le rispettive uova. Un corridoio di accesso alla camera più interna (10) reca i titoli del defunto.
Fonti
Porter e Moss 1927, pp.46-47.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 18-19.
Porter e Moss 1927, p. 46.
Porter e Moss 1927, pp. 46-47.
[1] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 44
[2] La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[3] le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4] Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
lato est; sul lato a sud della collina, sotto la TT95
Biografia
Amenemipet Pairy fu figlio di Ahmose, detto Humay (TT224), e Nub; fratello di Sennefer (TT96) la cui moglie si chiamava Sentnay. Sua moglie si chiamava Weretmaatef ed aveva un figlio di nome Paser. A lui è inoltre assegnata anche la tomba KV48 della Valle dei Re[5]
La posizione della TT29 di Amenemipet rispetto a quella della TT96 del fratelle Sennefer
La tomba
L’ingresso della TT29
Un breve corridoio, sulle cui pareti sono rappresentati il defunto e la moglie in atto di offrire incenso e unguenti al dio Ra, consente l’accesso ad una camera trasversale, non ultimata, con quattro pilastri.
Vista d’insieme dell’ala nord-est della sala trasversale che mostra il cattivo stato di conservazione delle pitture murali. Sulla parete destra si trova il testo dei “Doveri del Visir”. Da: Bavay L e Dimitri L. “Dans l’entourage de Pharaon. Art et archéologie dans la nécropole thébaine.” (2012).
Nell’ingresso della tomba sono rappresentate sei scene:
Amenemipet e Weretmaatef in offertorio dinanzi a Ra;
il defunto in offertorio dinanzi al kha del re Amenhotep II;
testi recanti gli incarichi del visir;
Amenemipet che amministra la giustizia come visir;
altre due scene contenenti principalmente testi.
Dettaglio della TT29 con un dipinto non terminato. Da: Bavay L e Dimitri L. “Dans l’entourage de Pharaon. Art et archéologie dans la nécropole thébaine.” (2012).
Un corridoio, in cui sono riportati specialmente testi, dà accesso ad un secondo e più lungo corridoio in cui Amenemipet è rappresentato con suo fratello Sennufer e con suo figlio Paser. In altre scene, il defunto amministra la giustizia, o assiste ad un concerto di arpisti e liutisti.
Arpista proveniente dalla TT29. Rilievo di Nina de Garis Davies
Su una parete il corteo funebre cui prendono parte, tra gli altri, preti e macellai che recano animali sacrificali tra cui tori e oche. Sul fondo della camera/corridoio, la decorazione è in parte distrutta, ma si può intuire il defunto in atto di adorazione e di offertorio a Osiride.
E’ stata utilizzata la tecnica della luce radente per studiare le tecniche di pittura della TT29. Da: Bavay L e Dimitri L. “Dans l’entourage de Pharaon. Art et archéologie dans la nécropole thébaine.” (2012).
Fonti
Porter e Moss 1927, pp.45-46.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 18-19.
Porter e Moss 1927, p. 43.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5]Le ridotte dimensioni della KV48, e il fatto che sia del tutto priva di decorazioni, ha fatto supporre che quest’ultima, di cui si erano perse le tracce e ritrovata solo negli anni ’80 del ‘900, fosse solo un cenotafio.
Il soffitto della parte sud della tomba. Da: Yaseen, Fathi. ” Court of Priests” in the North Asasif necropolis. Diss. lmu, 2022.
Di forma irregolare, rispetto alle altre dello stesso periodo, è costituita da un ampio locale suddiviso in due parti. Poco accentuata e danneggiata la pittura parietale che è costituita da un’immagine del defunto dinanzi a un re, da testi in ieratico riferiti all'”anno terzo”, ma non è indicato di quale sovrano, da rappresentazioni del dio Anubi quale sciacallo e da resti di testi recanti elenchi di offerte.
Nicchia con le statue del defunto e la moglie (?). Da: Yaseen, Fathi. ” Court of Priests” in the North Asasif necropolis. Diss. lmu, 2022.
Sul soffitto uno scarabeo alato e le dee Iside e Nefti adorate da babbuini e dallo stesso defunto in ginocchio[5].
Il soffitto della parte nord della tomba. Da: Yaseen, Fathi. ” Court of Priests” in the North Asasif necropolis. Diss. lmu, 2022.
Fonti
Porter e Moss 1927, pp.43-45.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 18-19.
Porter e Moss 1927, p. 45.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Capo amministratore della Principessa Ankhnesneferibre “divina adoratrice del dio”
el-Assasif
XXVI dinastia (Psammetico II)
Quasi completamente incendiata; nell’avvallamento a ovest delle costruzioni orientali, non lontano dall’area coltivata
Biografia
Sheshonq, figlio di Harsiesi, che prima di lui aveva ricoperto la carica di ciambellano della Divina adoratrice e di Capo dei Segreti della Sposa del dio, Nitokris I, e di Tahibet (come risultante da un cono funerario), fu capo amministratore della Divina adoratrice di Amon, la principessa Ankhnesneferibre, durante i regni dei faraoni Apries e Amasi. Non noto il nome della moglie; Harsiesi, a sua volta ciambellano della Divina adoratrice, fu suo figlio.
Sheshonq davanti al padre Harsiesi
La tomba
L’ingresso alla TT27
La tomba[5] era inaccessibile[6]. Solo negli anni ’90 del ‘900 si è proceduto allo svuotamento e alla rilevazione epigrafica di TT27 a cura di una missione italiana. La sovrastruttura della tomba è costituita da un recinto con muro a “facciata di palazzo”, con rientranze e sporgenze, che presenta un pilone di accesso (A in planimetria) cui segue un cortile (B) chiuso da un muro (C) da cui, attraverso un breve corridoio, si accede ad un secondo cortile (D) in cui si apre un “pozzo di luce” che affaccia su un cortile con portici (I) della parte sotterranea della tomba.
La TT27 dall’alto. Foto: Bruce Allardice
Poco discosta dal muro di recinzione, nel’angolo sud-ovest, si erge quanto resta di una piramide in mattoni crudi (E) mentre di una seconda piramide si ha solo menzione in atti risalenti agli anni ’30 del ‘900 [7][8].
Come appare oggi l’interno della TT27
L’ingresso alla parte sotterranea è sul lato nord e presenta un suo pilone (F), ai lati del quale si trovavano due statue del titolare, cui segue una scala (G) [9] che immette in un vestibolo (H)[10] in cui si apre un piccolo corridoio (H1)[11]. Dal vestibolo un breve corridoio dà accesso al “pozzo di luce” (I), fiancheggiato a est e a ovest da due porticati, in cui si trovano tavole per offerte funerarie rivolte verso un “nicchione” (K)[12]. Un corridoio adduce dal “nicchione” ad una sala a pilastri (L)[13]; in un angolo della sala, a sud-ovest, si apre un pozzo funerario di circa 7 m di profondità completamente riempito di materiali resi compatti dall’acqua che risale dal fondo[14] ; sul fondo, a sud, si apre una cappella a pianta quasi quadrata (M)[15] che conteneva una statua di Osiride e le cui pareti erano ricoperte di testi oggi crollati o illeggibili[16].
Parte delle iscrizioni della TT27. Il nome di Sheshonq è visibile in basso a destra
Dalla sala (L) un breve corridoio dà accesso ad un primo annesso (N), della cui decorazione resta ben poco, da cui si accede ad un secondo (O) in cui si apre un pozzo funerario di circa 2 m di lato che, completamente invaso dall’acqua della sottostante falda freatica e perciò stesso non esplorabile, è stato identificato, in base ai rilievi del secondo annesso (O) come il principale al fondo del quale doveva trovarsi il corpo del defunto. Sulle pareti del secondo annesso[17], danneggiate pesantemente, brani del Libro delle piramidi
Parte delle iscrizioni con il cartiiglio del Faraone Amasis Sa-Neith
La TT27 era completamente decorata nella parte ipogea con testi sacri, tra cui il Libro dei Morti, e immagini in corso di analisi a cura della missione archeologica italiana.
Reperti
Sono provenienti dalla TT27 due stipiti di porta[18], uno di riuso recante il nome Menkheper, Sindaco di Tebe sotto Amenhotep III della XVIII dinastia, e l’altro con iscrizioni dedicatorie per il defunto del figlio Harsiesi. Pure dalla TT27 proverrebbe un altare in granito di Ramses II. Appartenne inoltre a Sheshonq, a riprova anche dell’importanza della sua carica, un sigillo in oro massiccio, oggi al British Museum di Londra (cat. BM EA 68868).
Il sigillo in oro di Sheshonq, British Museum
La stele di Seshen-Nefertem, non appartenente al proprietario della tomba ma ivi ritrovata dalla spedizione dell’Università La Sapienza di Roma tra il 1976 ed il 1988.
Fonti
Porter e Moss 1927, pp.43-45.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 18-19.
Porter e Moss 1927, p. 43.
AAVV: Tomba Tebana 27 di Sheshonq all’Asasif -III rapporto preliminare- Vicino Oriente n.ro 9/1993 (Roma 1994).
Porter e Moss 1927, pp. 43-45.
Contardi e Roccati 2010.
Contardi e Roccati 2010, p. 86.
Contardi e Roccati 2010, p. 86.
Contardi e Roccati 2010, p. 86.
Contardi e Roccati 2010, pp. 89-97.
Contardi e Roccati 2010, pp. 87-89.
Porter e Moss 1927, pp. 45.
Contardi e Roccati 2010, p. 83.
[1] La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2] Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3] le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4] Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] La pag. 44 di Porter e Moss 1927 è costituita da planimetrie delle tombe 26, 28-32, 35 e 38, manca la TT27
[6] Inaccessibilità confermata anche in Porter e Moss, ed. 1970, p. 43.
[7] Egittologo statunitense Herbert Eustis Winlock (1884-1950).
[8] Le due piramidi, per quanto è dato di rilevare, avevano un lato di base di circa 5 m e si ergevano, in tombe del medesimo periodo, in corrispondenza dei pozzi funerari; tale disposizione planimetrica è confermata anche nella TT27 in cui la piramide ancora “leggibile” sovrasta il pozzo funerario della sala a pilastri (L), e la piramide “scomparsa” sovrastava il secondo annesso (O), in cui si apre quello che è stato indicato come il pozzo funerario principale.
[10] Lunghezza 7,70, larghezza 2,80, altezza 2,40 m.
[11] Durante l’antico scavo della tomba, in quest’area venne intercettato il corridoio di una preesitente sepoltura; questo venne murato con blocchi di calcare; svuotato dalla missione italiana degli anni ’90 del ‘900, venne utilizzato come deposito dei materiali repertati.
[12] Originariamente il “nicchione” (K), e la successiva sala a pilastri (L) erano sotterranei, ma un antico incendio causò il crollo del soffitto e, nel caso della sala, lo schiacciamento dei pilastri.
[13] Lunghezza 10,80 m, 7 di larghezza e 2,20 di altezza.
[14] Il livello della falda acquifera sottostante, nel 2008, raggiungeva 1,5 m dall’imboccatura del pozzo.
[16] La cattiva qualità delle pareti in roccia calcarea friabile venne mitigata dagli antichi operai che la integrarono con blocchi di calcare o con stucco tuttavia molto fragile.
[17] Completamente pieno di detriti all’atto dello scavo a cura della missione italiana del Prof. Contardi.
[18] Oggi al Metropolitan Museum of Art (cat. 36.3.272) di New York e al Museo egizio del Cairo(cat. 66284)
Supervisore del tesoro del Ramesseo nei domini di Amon
el-Assasif
XIX (Ramses II)
circa 50 iarde (circa 40 m) dalla TT36, e nei pressi delle TT189 e TT196
Biografia
Khnumemheb fu Supervisore del tesoro del Ramesseum durante il regno di Ramses II; Meryesi (o Mery-Isis) fu sua moglie.
La tomba
L’ingresso della TT26
La tomba presenta una facciata con due stele: su una, oltre un inno ad Amon-Ra, il defunto è rappresentato in adorazione di Ra-Horakhti e Maat; sull’altra, oltre i resti di un inno a Osiride, il defunto adora Osiride e la dea dell’Occidente (Hathor).
La stele dell’adorazione di Osiride e Hathor
Un breve corridoio, sulle cui pareti sono riportati i titoli del defunto nell’anno quinto di Sethy I e la moglie, Meryesi, in atto di suonare il sistro, si accede ad un corridoio trasversale, con planimetria che richiama lo stile delle tombe del periodo, sulle cui pareti il defunto e la moglie sono rappresentati in adorazione di Osiride e Anubi, brani del Libro delle Porte, l’adorazione, da parte del defunto, di un toro e di sette vacche sacre.
La stele con il defunto in adorazione di Ra-Horakhty
Altre scene, che appaiono incompiute, rappresentano il defunto e la moglie in presenza di Osiride, Iside e Nephtys, nonché Anubi e Horus (?) ed offertori agli dei Shu, Ra-Horakhti, Nut, Atum, Maat e ad altre divinità non identificabili.
Osiride e Hathor (particolare)
Fonti
Porter e Moss 1927, pp.43.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 18-19.
Porter e Moss 1927, p. 43.
Porter e Moss 1927, p. 43.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Prima di iniziare con i sovrani della XXIII dinastia, apro una parentesi per citare un sovrano che non è menzionato in nessuna delle liste dei re, Peduast II (o Padibastet).- Ne fanno menzione in pochi tra i quali Aidan Dodson e Dyan Hilton nel loro libro del 2004, “The Complete Royal Families of Ancient Egypt”. Essi lo collocano intorno agli anni 743-733 a.C., tra i regni di Sheshonq V e Osorkon IV, quindi come penultimo re della XXII dinastia. Diversamente Jurgen von Beckerath lo colloca nel regno di Pianki, XXV dinastia, circa 736-731 a.C.
Potrebbe essere stato un figlio di Iuput II, allora nomarca ad Athribis, questa è una deduzione che fa riferimento ad una lista dei re di Pianki che colloca accanto a Osorkon IV un Pedubas chiamandolo principe di Athribis. Peduast II, con il suo nome reale Sehetepibenre compare su alcuni blocchi di pietra nel Delta dove è definito come re di Tanis.
L’egittologo Kennet Kitchen lo colloca addirittura all’epoca dell’invasione assira da parte di Esarhaddon, ed in seguito da Assurbanipal intorno al 660 a.C.. L’incertezza che circonda la linea temporale e la figura di questo “re” è tale per cui si può pensare che probabilmente si trattava di un signorotto locale che occasionalmente è apparso alla ribalta.
PETUBASTIS I
(Da non confondere con Peduast II descritto sopra)
La situazione in cui si trova l’Egitto con la XXIII e XXIV dinastia rispecchia in parte la situazione italiana all’epoca dei Comuni e delle Signorie, smembrato in una costellazione di staterelli spesso limitati alla sola città in cui risiedono i governanti. Un cupo medioevo in cui risulta quasi impossibile districarsi. Quelli che pomposamente Manetone chiama faraoni altro non sono che signorotti locali, principalmente libici, che si elevano al rango di sovrani senza avere alcun titolo dinastico. Come ho detto in altra occasione io seguo la storia egizia seguendo una lista di faraoni tratta da fonti storiche quali le “liste reali egizie” e dagli ultimi studi storici sull’argomento, ma non va trascurato il fatto che altri studiosi hanno prodotto liste diverse, particolarmente per questo periodo, che non sarebbe corretto trascurare. In alcuni casi si è pensato di inserire nomi non considerati, magari sovrani effimeri che non sarebbero neppure da citare, io riporterò tutti quelli che ho trovato nelle mie ricerche cercando di essere il più chiaro possibile.
Per quanto riguarda il primo sovrano della XXIII dinastia il nome di Petubastis I compare su tutte le liste. Petubastis, Petubates, Usimara-Setpenamun Pedubast-Meramun è poco conosciuto, di lui ce ne parla Sesto Africano chiamandolo Petubastes e gli assegna 40 anni di regno, diversa è l’opinione di Eusebio di Cesarea che lo chiama Petubates e riduce il suo regno a 25 anni; dai ritrovamenti archeologici, lo troviamo citato in varie iscrizioni sul molo di Karnak dove la data più alta per il suo regno è il 23° anno. Le varie cronologie considerano come durata del suo regno da 25 a 30 anni a seconda della collocazione di altri sovrani nella linea di successione. Incerto è anche il periodo in cui ha governato, qui lo troviamo nella XXIII dinastia intorno all’800 a.C., altri, tra cui David Aston, lo collocano nella XXII dinastia, tra Iuput e Takelot I intorno all’890 a.C..
Fratello, forse, di Sheshonq III e suo vassallo, fu principe di Leontopolis; ad un certo punto si attribuì i titoli della regalità divenendo così il primo sovrano della XXIII dinastia che, per un certo periodo, regnerà contemporaneamente alla XXII.
Vi chiederete come sia possibile che uno decida che da domani sarà un sovrano e si crei un regno. Ma a tutto c’è una spiegazione: Petubastis, d’accordo con il Primo Profeta di Amon di Karnak, ottiene da questi il riconoscimento ufficiale ed in cambio concede al Primo Profeta, che all’epoca era Horsaset II, il diritto di iscrivere il suo nome in un cartiglio reale.
Il fatto che Petubastis si sia proclamato sovrano non destò le ire degli altri sovrani della XXII dinastia anzi i rapporti rimasero buoni anche perché tutti i sovrani delle due dinastie erano imparentati tra loro.
Petubastis designò quale suo successore il proprio figlio Iuput nominandolo coreggente nel suo 15° anno di regno con il diritto di inscrivere il proprio nome nei cartigli reali. Iuput non arrivò mai a governare in modo autonomo in quanto premorì al padre. C’è molta incertezza nello stabilire chi gli successe, la lista alla quale faccio riferimento mi da un Sheshonq IV, secondo alcuni andrebbe invece collocato Sheshonq VI, un sovrano la cui esistenza è molto contestata in quanto il suo nome è riportato solo sul nilometro di Karnak, secondo altri non è mai esistito.
Fonti e bibliografia:
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
George Goyon, “La scoperta dei tesori di Tanis”, Pigmalione, 2004
Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, Warminster: 1996
N.Dautzeberg, “Bemerkungen zu Schoschenq II., Takeloth II. und Pedubastis II”, Guttinger Miszellen, 1995
Aidan Dodson w Dyan Hilton, “The Complete Royal Families of Ancient Egypt”, Thames & Hudson, London 2004
Jurgen von Beckerath, “Das Verhältnis der 22. Dynastie gegenüber der 23. Dynastie”, 2003
Le dinastie si susseguono, ed ancor peggio si accavallano, pur se poco o nulla cambia nella penosa situazione in cui si trova l’Egitto.
Per quanto riguarda la XXIII dinastia ci troviamo sempre nella stessa situazione, le fonti sono poche, lacunose e spesso poco affidabili. Manetone per mezzo dei suoi epitomatori ci fornisce notizie contrastanti, Sesto Africano parla di
<<……….quattro re di Tanis……che regnarono 89 anni…….>>,
Eusebio da Cesarea ne riporta solo tre attribuendo diverse data di regno. Da quanto si è potuto ricavare dai dati archeologici si può pensare che fossero quattro o otto, a seconda di come si collocano alcuni reperti.
Coloro che governano (altrove ho già detto che chiamarli faraoni è un eufemismo) sono ancora, come per le due dinastie precedenti, di origini libiche di Mashwesh, che regnano in modo indipendente su parti dell’Alto Egitto. Ancora oggi si dibatte molto su dove era situato il centro di potere della XXIII dinastia, Herakleopolis Magna, Hermopolis Magna o Tebe. La precedente XXII dinastia, proveniva da Bubastis e, dopo aver preso sia Tanis che Menphis le mantenne quasi fino alla fine della loro dinastia.
La XXIII Dinastia, che viene considerata una propaggine della XXII, è considerata una dinastia Tanita, in quanto originaria di Tanis, anche se non regnò mai da lì. Nonostante ciò la maggior parte degli storici fanno affidamento sulla stele di Pianki che riporta che Iuput II governava da Leontopolis. Ma secondo altri studiosi Iuput II non dovrebbe essere inserito nella XXIII dinastia in quanto questa non ha mai governato da Leontopolis, la stele ci riporta solo che Iuput II ha governato da qualche parte nel Delta, questo dimostrerebbe che la stele di Pianki non costituisce una prova del fatto che Leontopoli fosse la capitale della XXIII dinastia.
Altro motivo di confusione, che genera nuovi dibattiti, è il fatto che oltre ai vari conflitti tra Alto e Basso Egitto, il Delta stesso era un groviglio di conflitti locali, la maggior parte dovuti a lotte di successione. Va poi tenuto conto che, siccome i Sommi Sacerdoti di Amon, durante la XXI dinastia, da Tebe governarono efficacemente l’Alto Egitto pur senza essere considerati una dinastia e quando, dopo la XXI dinastia persero gran parte del loro potere rimasero pur sempre persone potenti e influenti tanto che i matrimoni nella famiglia reale non erano una rarità.
Questa è la ragione per cui non sono pochi i regni all’interno della XXII e della XXIII dinastia che si sovrappongono. E qui ci troviamo tra due fuochi, ovvero opinioni diverse tra gruppi di studiosi, alcuni sostengono che la XXIII dinastia sia iniziata con Takelot II mentre Petubastis I sarebbe una parte separata ed indipendente di quella dinastia, per altri invece sarebbe Takelot II una parte indipendente separata della ventiduesima dinastia mentre Petubastis I sarebbe il primo della XXIII dinastia. E questa dinastia fu accettata senza condizioni sia a Tebe che ad Hermopolis, Leontopolis, Heracleopolis e Tanis.
A Tebe c’erano pure le donne, Divine Spose di Amon, una di queste era la figlia di Osorkon III della XXIII dinastia. Queste donne rivestivano una posizione molto elevata che garantiva la successione nella dinastia; non si potevano sposare, in quanto già Spose di Amon, e la successione avveniva quindi regolarmente anche via adozione. La situazione in cui si trova l’Egitto è molto complessa, ci sono contemporaneamente più sovrani che pensano solo a rivendicare la legittimità del potere disinteressandosi delle questioni interne e dei rapporti con i paesi confinanti indebolendo sempre più il paese che si viene a trovare esposto a minacce di invasione.
Priva di alcun controllo la Nubia e parte dell’attuale Sudan si organizzano in una potente monarchia sotto il governo dei re di Napata i quali si sono posti sotto la protezione del dio Amon e gradualmente conquistano la Bassa Nubia influenzando, con la loro ingerenza, i vicini settentrionali fino ad arrivare in seguito a creare una nuova dinastia, la XXV, la “Dinastia dei Faraoni Neri”.
Fonti e bibliografia:
Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
George Goyon, “La scoperta dei tesori di Tanis”, Pigmalione, 2004
Jurgen von Beckerath, “Osorkon IV = Eracle”, Gottinger Miszellen, 1994
Dodson Aidan, “L’arrivo dei kushiti e l’identità di Osorkon IV”, Editoria Cambridge Scholars, 2014
Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996