C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio, XXV Dinastia

I FARAONI NERI – TANUTAMANI

Di Piero Cargnino

E siamo così giunti anche all’ultimo faraone nero con il quale si chiuderà la XXV dinastia kushita.

Dopo un anno di coreggenza, alla morte di Taharqa, sul trono dell’Egitto e del regno di Kush sale il nipote Tanutamani (Tanutamon) il cui nome di Horo era Wah-merut. Manetone non ne fa cenno ma il suo nome compare negli annali assiri.

Iniziò bene il suo regno, trovandosi l’esercito assiro lontano dall’Egitto, Tanutamon tentò il colpaccio, armò il suo esercitò e discese il Nilo fino a Tebe che raggiunse in breve e venne accolto con tutti gli onori dal governatore Montuemhat e dalla “Divina Sposa di Amon” Shapenewpet II.

Le principali notizie della suo campagna militare che sono giunte fino a noi provengono dalla stele nota come “Stele del Sogno”, scoperta a Gebel Barkal, eretta dal sovrano stesso, (da non confondere con la più nota “Stele del Sogno” di Thutmasi IV). L’etiope narra che nel suo primo anno di regno vide in sogno due serpenti, uno a destra e l’altro a sinistra, e il sogno gli fu interpretato con queste parole:

Grazie all’appoggio dei tebani, Tanutamani marciò col suo esercito verso nord con l’intento di riconquistare il Basso Egitto, iniziò una battaglia contro i principi egizi rimasti fedeli al sovrano assiro che sconfisse presso Menfi dove cadde pure Necao I di Sais che secondo alcuni viene considerato il fondatore della XXVI dinastia. Nella sua Stele del Sogno, Tanutamani descrive nei particolari come i principi sconfitti, guidati da Peqrur di Per-Soped, gli resero omaggio sottomettendosi. Stranamente nell’elenco dei principi non viene fatto alcun cenno a Psammetico I di Atribi, figlio di Necao I. E’ interessante il fatto che la battaglia sia stata raccontata anche da parte assira su di un cilindro scritto in cuneiforme anche se ovviamente dal loro punto di vista.

Possiamo immaginare con quale contrasto vengano esposte le due versioni, in quella etiope il vincitore fu Tanutamani, in quella assira ovviamente fu invece Ashurbanipal. Tanutamani partì dunque per Napata

dove giunse senza alcun problema. Qui fece celebrare una grande festa in onore di Amon-Ra al cui termine discese il Nilo e andò ad Elefantina a rendere omaggio al dio Khnum, da qui poi si recò a Tebe per onorare il dio Amon-Ra.

Tornato in Egitto Tanutamani si diresse subito verso Menfi, durante il tragitto il sovrano venne accolto ovunque con scene di giubilo, dopo aver preso Menfi e ringraziato con offerte Ptah e le altre divinità, ordinò che a Napata venisse costruito un grande portale in ringraziamento agli dei. Tanutamani scese ancora verso il Basso Egitto per combattere gli ultimi principi ribelli i quali però si ritirarono dentro le loro mura e non uscirono a combattere con lui. Anziché assediare le città, forse per scarsità di soldati, il sovrano tornò a Menfi, non passò molto tempo che i principi gli mandarono a dire, per bocca del principe di Pi-Sopd, che erano pronti a servirlo ed a diventare suoi vassalli.

Tanutamani riunì allora tutti i principi nel palazzo reale e qui li informò che la sua vittoria gli era stata promessa dal suo dio, l’Amon di Napata. Terminato il banchetto il principi tornarono alle loro città, e l’iscrizione termina qui bruscamente. Ma il trionfo non ebbe lunga durata, Ashurbanipal scese nuovamente in Egitto, dove il suo esercito sconfisse quello di Tanutamani, dopo di che riconquistò Menfi, scese fino a Tebe che saccheggiò e derubò del tesoro del tempio di Karnak. Procedette quindi a dividere tutto l’Egitto in piccoli territori che affidò a principi a lui fedeli. Nei testi cuneiformi non troviamo più citato il faraone etiope ed a quanto pare neppure il re assiro. Tanutamani fuggì per l’ennesima volta e si rifugiò a Napata, pur continuando a considerarsi faraone legittimo, e qui morì nel 656 a.C. e fu sepolto a Kuru.

Da questo momento i sovrani etiopi non entrarono più in Egitto limitandosi a governare la Nubia e spostando la loro sfera d’influenza più a sud, dove daranno vita a quello che sarà il regno di Meroe.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara, 2000
  • Gianpiero Lovelli, “Tanutamani, l’ultimo monarca della XXV dinastia”, da Strorie di Storia, 2020
  • R. William Gallagher, “Sennacherab’s campaign to Juda”, Boston, Brill Press, 1999
  • Marco Joshua J., “Esathaddon”, Enciclopedia della storia mondiale, (estratto), 2019
  • Radner Karen, “Antica Assiria: una brevissima introduzione”, Università di Oxford, 2015
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, 9ª ed., Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011 A. Kirk Grayson, Sennacherib in Anchor Bible Dictionary, New York, 1992
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio, XXV Dinastia

I FARAONI NERI – TAHARQA

Di Piero Cargnino

Non voglio indugiare oltre per scoprire se fu Shabaka o Shebitqo a regnare per ultimo ma proseguirò seguendo le linee accademiche in generale. Diciamo quindi che a Shebitqo successe il cugino Taharqa che per sua fortuna si trovò la strada spianata dalle campagne di successo di Pianki e Shabaka avviandosi a governare un prospero regno.

Per quanto riguarda la durata del regno di Taharqa la si evince dalla “Stele del Serapeum” (cat. 192) dove viene registrato che un toro Apis nato il “quarto mese della stagione di Akhet, giorno  9”, nell’anno 26 di Taharqa morì nel Anno 20 di Psammetico, “quarto mese di Shemu, giorno 20 dopo aver vissuto 21 anni”. Da ciò si deduce che Taharqa regnò almeno 26 anni.

Abbiamo già incontrato Taharqa quando, durante il regno del suo predecessore, guidò l’esercito egizio inviato a supporto della  coalizione anti-assira formata dal regno di Israele, da quello di Giuda e dalle città di Ascalon e Sidone, dove la coalizione fu sconfitta ad Ashod.

Rientrato in Egitto salì al trono dopo la morte di Shabaka o Shebitqo e lo descrive lui stesso esplicitamente nella stele di Kawa, riga 15:

Stranamente nella stele Taharqa non accenna mai chi fosse il Falco Reale. Pertanto rimane l’incertezza su chi dei due suoi predecessori abbia regnato per ultimo.

Affidò subito l’amministrazione dell’Alto Egitto al Quarto Profeta di Amon presso Karnak, Montuemhat, al quale concesse i titoli di “Governatore di Tebe” e “Sovraintendente ai Distretti Meridionali”. Stabilì la sede della sua corte nel Basso Egitto in modo tale da avere l’opportunità di  seguire meglio le complesse vicende palestinesi, nel contempo sottomise i piccoli dinasti locali, di origine libica, che spadroneggiavano ancora in alcune zone del Delta del Nilo.

Intanto il re assiro Sennacherib venne assassinato in seguito ad un complotto, lo racconta Erodoto ed anche la Bibbia:

Non è detto che nell’uccisione di  Sennacherib Taharqa sia stato del tutto estraneo tanto che iniziò a coltivare alleanze con elementi in Fenicia disposti a rendersi più indipendenti dal potere assiro. Intraprese alcune campagne militari con successo ed invase la Palestina meridionale, come attestato dalla “lista dei principati asiatici conquistati” nel tempio Mut a Karnak e “popoli e paesi conquistati (libici, nomadi Shasu, fenici e Khor in Palestina) nel tempio di Sanam”.

Ma Taharqa aveva fatto male i conti, Esarhaddon succeduto a Sennacherib intraprese una campagna militare contro Khor (avamposto egiziano situato nel sud della Siria), distrusse Sidone e sottomise Tiro. si rivolse quindi all’Egitto, Taharqa fu sconfitto nel 677 a.C.; fuggì prima a Tebe poi, quando il governatore Montuemhat fu costretto a fare atto di sottomissione consegnando tutta la regione a Esarhaddon, dovette ritirarsi a Napata.  Esarhaddon invase e trasformò il Basso Egitto in una provincia assira, proseguì quindi, attraversando il deserto, fino a Menfi, che conquistò catturando la famiglia del faraone, le mogli reali ed il principe Nes-Anhuret che inviò in Assiria come ostaggi, impose tributi e poi si ritirò. Per la prima volta da secoli l’Egitto dovette subire un’invasione straniera.

Ma Taharqa tornò  portando truppe di riserva da Kush, come menzionato nelle iscrizioni rupestri e sconfisse gli Assiri nel 674 a.C., secondo i documenti babilonesi rioccupando Menfi ed il Delta. Secondo alcuni studiosi pare che questa sia stata forse una delle peggiori sconfitte dell’Assiria.

Nel frattempo l’improvvisa morte del re Esarhaddon fermò l’avanzata dell’esercito assiro, anche perché Ashshurbanipal, succeduto al padre, dovette accorrere in patria per risolvere una crisi politica scoppiata nel suo turbolento impero. Ne approfittò subito Taharqa che, tornato a Tebe riuscì in breve a formare una nuova alleanza con dinastie locali che avevano fatto atto di sottomissione all’occupante; alla coalizione aderì anche Necho, principe di Sais che fonderà la XXVI dinastia.

Ashshurbanipal, risolta la crisi interna, rientrò appena possibile in Egitto, sconfisse nuovamente Taharqa e avanzò fino a Tebe, ma non stabilì un controllo assiro diretto, nominò suo vassallo sovrano in Egitto Necho I e tornò in patria. Pochi anni dopo i sovrani di Sais, Mendes e Pelusium tornarono a complottare contro gli assiri cercando di attirare con loro Taharqa che si trovava a Kush. Assurbanipal scoprì quello che si tramava ai suoi danni, scese nuovamente col suo esercito e sconfisse i ribelli giustiziandone molti e deportando Necho I a Ninive. Ancora una volta Taharqa si rifugiò nella sua terra d’origine dove di li a poco morì.

Va riconosciuto a questo faraone che, nonostante un regno in continuo conflitto con la potenza assira, fu anche in grado di garantire un prospero periodo di rinascita sia in Egitto che nel suo paese Kush. Favorito da una eccezionale inondazione del Nilo, che permise un raccolto molto abbondante a tutto vantaggio della popolazione, il governo centrale fu particolarmente efficiente da sostenere molte  risorse intellettuali e materiali, la religione, le arti e l’architettura furono riportate alle loro gloriose forme dell’Antico, Medio e Nuovo Regno.

Taharqa e la XXV dinastia fecero rivivere la cultura egiziana, dalle numerose iscrizioni si riscontra che il sovrano fece grandi donazioni d’oro sia al tempio di Amon di Karnak che a quello di Kawa. Sotto Taharqa, l’integrazione culturale dell’Egitto e di Kush raggiunse un punto tale da non poter essere annullata, nemmeno dopo la conquista assira. L’impero della Valle del Nilo tornò grande come lo era stato nel Nuovo Regno.

Taharqa fu anche un grande costruttore, restaurò templi e ne costruì di nuovi, fece delle enormi aggiunte ai templi di Karnak e di Kawa oltre che al tempio di Jebel Barkal, la cui somiglianza con quello di Karnak costituì un punto centrale per i suoi costruttori.

Taharqa costruì anche insediamenti militari presso i forti di Semna e Buhen e il sito fortificato di Qasr Ibrim. All’ingresso del palazzo di Ninive furono trovate tre statue colossali di Taharqa,  probabilmente portate come trofei di guerra da Esarhaddon con altro bottino.

Taharqa morì a Tebe ma a differenza dei suoi predecessori non fu seppellito a el-Khurru ma nella sua piramide a Nuri, (piramide NU 1) anche se è nota una seconda piramide di dimensioni modeste, a lui dedicata e situata a Sedeinga. La piramide NU 1 di Taharqa è la più grande e meglio conservata, misura circa 52 metri per lato ed è alta 67 metri con un’inclinazione di 69 gradi, è la più elaborata tomba rupestre kushita.

La camera funeraria è una replica dell’Osireion di Seti I ad Abydos, ha sei colonne che sostengono un tetto a volta. Nella sua tomba furono deposti oltre 1070 ushabti di varie dimensioni fatti di granito, ankerite verde e alabastro.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • R. William Gallagher, “Sennacherab’s campaign to Juda”, Boston, Brill Press, 1999
  • Marco Joshua J., “Esathaddon”, Enciclopedia della storia mondiale, (estratto), 2019
  • Radner Karen, “Antica Assiria: una brevissima introduzione”, Università di Oxford, 2015
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, 9ª ed., Roma-Bari, Biblioteca Storica Laterza, 2011
  • A. Kirk Grayson, Sennacherib in Anchor Bible Dictionary, New York, 1992
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I FARAONI NERI – SHEBITQO

Di Piero Cargnino

A Shabaka succede il fratello Shebitqo (o Shebitku), entrambi figli di Pianki.

Shebitqo, almeno inizialmente, si appropria di un ruolo di prestigio nella politica internazionale in modo particolare nel Medio Oriente. Il suo praenomen o nome del trono, Djedkare, significa “perseverare è l’anima di Ra”; sua moglie era una sorellastra figlia di Pianki, Arty – tanto si evince da un frammento della statua JE 49157 del Sommo Sacerdote di Amon Haremakhet, figlio di Shabaka, rinvenuta nel tempio di Mut a Karnak.

Shebitqo regnò forse dodici anni (Sesto Africano gliene attribuisce quattordici, Eusebio di Cesarea dodici, in realtà la data attestata più alta a livello archeologico è il 3° anni di regno).

In politica estera, Shebitqo, dovette sostenere il difficile confronto con la potenza assira che per la seconda volta si rivolse contro Israele alla cui richiesta di aiuto il faraone nero non poté sottrarsi. La vicenda della difesa di Gerusalemme è avvolta dall’alone della leggenda: sembra infatti che Shebitqo non si sia mai congiunto con le truppe nubiane del fratello Taharqa richiamate per l’occasione ed inviato in aiuto delle città fenice contro re Sennacherib che assediava Gerusalemme. L’assedio si concluse inverosimilmente con la fuga precipitosa dell’esercito assiro, causata da un avvenimento che le fonti tramandano come miracoloso. La Bibbia parla dell’intervento di un angelo sterminatore, Erodoto di un esercito di topi che avrebbe reso inservibili le armi dei nemici. Resoconti ambedue inverosimili; secondo gli storici si trattò forse di un’improvvisa pestilenza.

Certo è che Gerusalemme si salvò, ma non grazie a Shebitqo. E qui va detto che l’egittologo Brunet, prima e Baker poi, hanno fatto notare che i regni di Shabaka e Shebitqo andrebbero invertiti. Michael Bányai nel 2013 ha pubblicato, in una rivista mainstream, molti argomenti a favore di tale inversione. Dalle prove archeologiche evidenziate nel 2016/2017 appare chiaro che Shebitqo regnò prima di Shabaka; ciò risulta evidente nel bordo superiore dell’iscrizione sulla stele di Karnak.

Baker, e poi Frederic Payraudeau scrissero che la “Divina Adoratrice di Amon” Shepenupet I, l’ultima Adoratrice libica, era ancora in vita durante il regno di Shebitqo perché compare in atto di eseguire riti, descritta come “vivente” sul muro ed all’esterno della cappella Osiride-Héqadjet costruita durante il suo regno. All’interno, Amenirdis I, sorella di Shabaka, è rappresentata come Adoratrix con un nome di incoronazione.

Pertanto Sepenupet I successe a Amenirdis I come “Divina Adoratrice di Amon” durante il regno di Shebitqo; questo dettaglio dimostra che Shabaka non può precedere Shebitqo.

Una delle prove più evidenti che Shabaka governò dopo Shebitqo è stata dimostrata dalle caratteristiche architettoniche delle piramidi reali kushite a El Kurru. Solo nelle piramidi di Pianki (Ku 17) e Shebitqo (Ku 18) le camere funerarie sono strutture a taglio aperto con un tetto a sbalzo, mentre le sottostrutture delle camere funerarie completamente scavate si trovano nelle piramidi di Shabaka (Ku 15), Taharqa (KU 1) e Tantamani (KU 16). L’evidenza del design della piramide mostra anche che Shabaka deve aver governato dopo, e non prima, Shebitqo. Ciò favorisce anche una successione Shebitqo-Shabaka nella XXV dinastia.

Va detto inoltre che nella statua del Sommo Sacerdote di Amon, Haremakhet, figlio di Shabaka, si definisce

Da notare che sulla statua di Haremakhet non viene fatto assolutamente cenno a Shebitqo, che dovrebbe aver governato tra Shabaka e Taharqa. L’assenza di questo re è strana poiché l’intento del testo della statua era quello di rendere una sequenza cronologica dei re che regnarono durante la vita di Haremakhet. Questa sarebbe un’ulteriore prova a sostegno del fatto che fu Shebitqo a regnare per primo e Shabaka gli succedette. Una possibile spiegazione per l’omissione di Shebitqo dalla statua di Haremakhet era che Shebitqo era già morto quando Haremakhet nacque sotto Shabaka.

Per concludere vorrei evidenziare il fatto che da parte della loro patria nubiana ci siano giunte ben poche tracce sia di Shabaka che di Shebitqo, a parte le piramidi di Kurru ed un cimitero di cavalli sempre a Kurru. Su di una stele al Museo Egizio di Torino sono raffigurati Shabaka e Shebitqo seduti insieme (Shebitqo è seduto dietro Shabaka) di fronte ad un tavolo delle offerte. Secondo William J. Murnane questa è una prova che ci sia stata una coreggenza reale tra questi due re. Il Museo di Torino, prima, poi Robert Morkot e Stephen Quirke, hanno analizzato la stele ed hanno confermato che l’oggetto è un falso. Per la maggior parte degli studiosi non ci fu alcuna coreggenza tra Shabaka e Shebitqo.

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Frédéric Payraudeau, “Retour sur la succession Shabaqo-Shabataqo”, 2014
  • Robert Morkot, “The Black Pharaohs: Egypt’s Nubian Rulers”, The Rubicon Press, 2000 Henry Breasted, “The Philosophy of a Memphite Priest”, Leipzig, 1901
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio, XXV Dinastia

I FARAONI NERI – SHABAKA

Di Piero Cargnino

Succeduto al fratello Pianki, Shabaka Neferkara-Meriamon marciò verso nord e sconfisse definitivamente gli avversari completando così la conquista dell’Egitto lasciata incompleta, dal fratello. Manetone racconta che:

Autoproclamatosi faraone legittimo, il primo vero “faraone nero”, Shabaka procedette alla restaurazione degli antichi culti, cosa che vedrà la completa realizzazione solo con la XXVI dinastia.

A Menfi tornò il culto di Ptah, venne redatto il “Testo di teologia menfita”, la più articolata cosmogonia della tradizione egizia.

Alla sorella di Shabaka, Shepenupet, fu assegnato il titolo di “Divina Sposa di Amon” mentre il figlio di Shabaka, Harmakis, assunse il titolo di “Primo Profeta di Amon” con valenza prettamente teologica.

Shabaka si dedicò presto alla politica estera con particolare riguardo verso l’Assiria che minacciava i confini egizi, senza indugi provvide ad inviare doni a Sargon II per accattivarselo ma visto che la cosa non funzionava si fece promotore di una coalizione di stati palestinesi che si trovavano nelle stesse condizioni dell’Egitto minacciati dagli assiri.

Shabaka rinforzò il suo esercito, ormai composto per la maggior parte di mercenari, col quale affrontò l’esercito assiro. Le sorti purtroppo non furono favorevoli alla coalizione che venne sconfitta nella battaglia di Raphia. Fortunatamente per l’Egitto l’Assiria era travagliata da problemi interni per cui Sargon II non ebbe modo di sfruttare la vittoria.

Riguardo alla durata del regno di Shabaka le fonti dissentono, la data più alta registrata è il 15º anno di regno, Manetone gli assegna 14 anni, mentre per i suoi epitomi, Giulio Sesto Africano, sarebbero solo otto, per Eusebio di Cesarea sarebbero dodici. Nonostante avesse posto la sua capitale a Menfi, sono state rilevate alcune testimonianze anche a Tebe, Karnak e Medinet Habu dove si trovano alcune sue cappelle.

Fu sepolto nella necropoli nubiana di El-Kurru. Verso la fine del 1700, il conte George John Spencer, primo Lord dell’Ammiragliato britannico, noto mecenate e cultore di letteratura dell’epoca entrò in possesso di una stele, realizzata intorno al 710 a.C. per ordine del faraone Shabaka, che contiene la copia di un testo molto più antico, il cui incipit risale a periodi di molto anteriori, (2780 – 2260 a.C.). Sfuggita alle varie ricerche archeologiche in quanto, in epoca post-faraonica, essa fu utilizzata dai contadini come pietra per mulino. Lord Spencer ne fece poi dono al British Museum di Londra nel 1805.

Chiamata comunemente “Pietra di Shabaka”, consiste in una stele di granito nero di forma rettangolare, leggermente smussata agli spigoli, di 1,37 x 0,92 m., ove sono riportate delle iscrizioni in corsivo geroglifico molto rovinate, in un’area ristretta al centro del reperto di cm. 132 x 69.

Essa riveste grande importanza soprattutto nell’ambito della storia del pensiero filosofico. In detto reperto vengono infatti esposti i principi della cosmogonia menfita incentrata sul concetto del nous e logos, principi che, come acutamente osservò l’archeologo e storico statunitense James Henry Breasted, rappresentano uno dei pilastri, delle fondamenta su cui poggia la speculazione filosofica dei grandi pensatori greci. Una prima pubblicazione dell’iscrizione fu fatta da S. Sharpe nel 1837, dopo di che la stele finì chiusa nei magazzini del British Museum come in una specie di dimenticatoio, vi rimase per circa un secolo senza destare particolare interesse da parte degli studiosi.

Sarà poi solo a fine 800 che Breasted intraprese lo studio dell’iscrizione in maniera approfondita che pubblicò col titolo “The Philosophy of a Memphite Priest”, Leipzig, 1901. L’iscrizione inizia con un prologo dove viene precisato che si tratta della copia di un documento molto più antico, trascritto sulla pietra per essere conservato. Dal linguaggio arcaico utilizzato si presume che la stesura del testo debba essere fatta risalire all’antico regno, nel quale vediamo l’affermarsi di tre importanti centri religiosi: Eliopoli, Menfi ed Ermopoli.

Onde evitare di tediarvi eviterò di descrivere le differenze tra le tre teologie, che i più già conosceranno, ma rimarrei nella descrizione dell’iscrizione della Pietra di Shabaka. Breasted elaborò una ricostruzione dei vari geroglifici tracciando un particolare disegno che ne facilitasse la lettura. La scrittura si snoda nell’iscrizione come segue: dapprima appaiono due linee orizzontali per l’intera lunghezza nella parte introduttiva, seguono poi 61 colonne a raggiera che si dipanano dal centro, oltre alla linea n. 48 di breve lunghezza. In tutto 64 tra linee e colonne. Lo scritto è composto da tre parti, nella prima, (linee 1 e 2), viene citato a ricordo dei posteri la volontà del sovrano Shabaka di far copiare una antica iscrizione, notevolmente rovinata a quell’epoca, nella quale erano tracciati i principi della Teologia Menfita. Dalle linee 3 a 47 incluse viene raccontata la storia della unificazione dell’Alto e Basso Egitto dove Geb, in un primo momento assegna a Seth il Basso Egitto e l’Alto Egitto a Horus, salvo poi assegnare, in un secondo tempo, l’intero paese a Horus ritenendo che, in quanto figlio del proprio figlio primogenito Osiris, ne avesse  maggior diritto. Nella terza parte (dalla linea 48 alla colonna 64), quella più importante, vengono esposti i principi fondamentali della cosmogonia menfita.

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Mario Menichetti, “Teologia menfita – La Pietra di Shabaka”,  Gubbio 29 maggio 2007
  • Joshua J. Bodine, “The Shabaka Stone”, Studia Antiqua, vol. 7, 2009
  • Henry Breasted, “The Philosophy of a Memphite Priest”, Leipzig, 1901)
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I FARAONI NERI – PIANKI (PIYE)

Di Piero Cargnino

In alcune liste lo troviamo al terzo posto dopo Alara e Kashta, ma dalla maggior parte degli studiosi viene a ragione, considerato il vero fondatore della XXV dinastia, Pianki è colui che per primo dette inizio all’espansione della Nubia fino a riunificare quasi tutto l’Egitto.

Pianki (Piye) era un re kushita, figlio del suo predecessore Kashta e di sua moglie Pebatjma, governò sempre dalla sua capitale Napata nel profondo sud della Nubia, oggi Sudan.

Prese tre o quattro mogli, Abar che gli generò il successore Taharqa, oltre a Tabiry, Peksater e forse anche Khensa.

Approfittando del disordine che regnava in Egitto a causa della litigiosità dei governanti locali, Pianki discese il Nilo estendendo il suo potere oltre Tebe nel Basso Egitto. Abbiamo già accennato alla coalizione dei sovrani libici organizzata da Tefnakht di Sais che assediò Heracleopolis il cui re, Peftjauawybast chiese aiuto a Pianki. Pianki si trovava nel suo 20° anno di regno e colse subito la palla al balzo, Forte di un grande esercito invase il Medio e Basso Egitto arrivando fino a Tebe in tempo per partecipare alla grande festa dell’Opet.

A fornirci una documentazione sugli avvenimenti del suo regno ci ha pensato lui stesso facendo erigere una stele, la “Stele delle Vittorie”, scoperta a Gebel Barkal da un ufficiale dell’esercito del Pascià d’Egitto nel 1862, ora al Museo del Cairo. Sulla stele viene descritta la sua vittoria sulla coalizione, non viene però riportato il motivo che lo spinse, dopo la vittoria, a fermare la sua avanzata verso il Basso Egitto ed a ritirarsi a Napata lasciando al loro posto i principi sconfitti accontentandosi di un semplice atto di vassallaggio.

Lasciò a Tebe la propria sorella Amenardis con il titolo di “Divina sposa di Amon”, titolo che per importanza e potere aveva superato quello di “Primo Profeta di Amon”; dell’importanza e del potere assunto dalle “Divine spose di Amon” a Tebe parleremo in seguito.

Nella stele una scena rappresenta i principi e i re delle città egiziane di fronte a Pianki in atto di sottomissione mentre il re si proclama faraone. Il testo seguente descrive la vittoriosa campagna militare del re in tutto l’Egitto, offrendo una panoramica dello stato del paese in quel momento e in particolare delle principali città conquistate.

Per Pianki quella era una Guerra Santa, ordinava ai soldati di purificarsi ritualmente prima di ogni battaglia mentre lui faceva offerte al grande dio Amon. L’esercito nubiano marciò verso nord conquistando dapprima Heracleopolis poi Menphis. Assediò poi Hermopolis che cadde dopo cinque mesi di assedio e li ricevette la sottomissione dei sovrani ribelli del Delta, Iuput II di Leontopolis, Osorkon IV di Tanis mentre Nimlot, di Heracleopolis Magna, fuggì su un’isola del Delta rifiutandosi di rendere una sottomissione diretta, infatti inviò una lettera al re nubiano in cui accettava la sconfitta. Dopo aver ottenuto la sottomissione dei principi vinti, Pianki li lasciò al loro posto e scese a Tebe per poi tornare a Napata.

Nonostante la sua vittoria, quello che Pianki lasciò cambiava qualcosa solo a nord di Tebe fino alle oasi del deserto occidentale e ad Herakleopolis dove a governare era rimasto Peftjauawybast in qualità di vassallo della Nubia. Nel Basso Egitto la situazione era sempre la stessa dove Tefnakht e gli altri sovrani continuavano a regnare indisturbati.

La data più alta trovata per il regno di Pianki è quella che compare su una stele rinvenuta nel tempio Sutekh di Mut el-Kharab, nell’oasi di Dakhla dove viene citato “anno 24, III Akhet, giorno 10”. Stando però ai rilievi del Grande Tempio di Gebel Barkal questi rappresentano Pianki intento a celebrare la festa Heb Sed, se è stata rispettata la tradizione che voleva che la festa Heb Sed si celebrasse nel trentesimo anno di regno del sovrano, Pianki avrebbe regnato almeno trent’anni. Va però detto che non sempre questa tradizione veniva rispettata per cui non abbiamo alcuna certezza. Kennet Kitchen, basandosi su una stele di donazione riferita all’anno 8 del re Tefnakht, ritiene di poter dire che Pianki regnò 31 anni. Olivier Perdu, nel 2002, ha sostenuto che questa stele potrebbe riferirsi ad un eventuale Tefnakht per cui non sarebbe da prendere in seria considerazione.

Anche Pianki venne sepolto in una piramide a el-Kurru vicino a Jebel Barkal, oggi nel Sudan settentrionale. Alla piramide si accede attraverso una scala di 19 gradini rivolta ad est, da qui si entra nella camera funeraria scavata nella roccia e coperta da un tetto in muratura a sbalzo. All’interno della camera, su di una piattaforma di pietra, posta al centro, sulla quale era sistemato il letto fu sistemato il corpo del sovrano (non ho trovato se era stato imbalsamato o meno). Pianki fu il primo re a ricevere una sepoltura del genere in più di 500 anni. In seguito altri sovrani kushiti vennero sepolti in questo sito.

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
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LA XXV DINASTIA

Di Piero Cargnino

I  FARAONI NERI – ALARA e KASHTA

Con la XXV dinastia si concluderà finalmente, dopo oltre 400 anni, quel triste periodo della storia egizia che va sotto il nome di “Terzo Periodo Intermedio”. Iniziato infatti con la XXI dinastia che vide al potere in Egitto i principi libici discendenti di quelle genti libiche che erano entrate in Egitto come prigionieri di Ramses III e che si facevano chiamare “Grandi Capi dei Ma”, nome derivato da Mashuash, una delle più importanti tribù libiche.

Per quanto riguarda la XXV dinastia Manetone parla semplicemente di

Come detto più volte Manetone, o i suoi epitomi, vanno presi con le molle. In realtà i sovrani furono parecchi di più, la lista alla quale mi rifaccio ne riporta ben sette. Altra osservazione è che i re non erano etiopi, e, contrariamente a quanto si crede non erano neppure nubiani (o kushiti) anche se la loro provenienza è quella. Essi erano i discendenti dei sacerdoti tebani di Amon che erano fuggiti da Tebe all’epoca dell’anarchia rifugiandosi in Nubia, a Napata all’epoca della XXII dinastia.

In quel periodo i successori di Herithor resero ereditaria la carica di “Primo Profeta di Amon” che veniva sempre assegnata ai successori della stessa famiglia; i sacerdoti vennero allontanati dal potere da Sheshonq I. Pur col passare degli anni ed i vari matrimoni misti con le famiglie nobili locali, gli esiliati avevano fondato un regno egizianizzato, furono conservatori e tradizionalisti e veneravano Amon di Tebe in un tempio che era una copia di quello di Karnak. Da come li vediamo rappresentati nei dipinti e nelle sculture è evidente che ormai avevano assunto le fattezze  delle genti dell’Africa Subsahariana, carnagione scura, labbra e nasi carnosi ed i capelli ricci.

Il primo sovrano nubiano ad entrare in Egitto fu il già citato Pianki (o Piye), che sarà poi il vero fondatore della XXV dinastia, Il quale, come abbiamo già detto in precedenza, dopo aver sconfitto una coalizione che vedeva uniti  sovrani delle XXII, XXIII e XXIV dinastie, improvvisamente si ritirò a Napata dove poco tempo dopo morì. Vediamo dunque chi sono questi “faraoni neri”.

Questo sovrano viene considerato da alcuni come il diretto precursore della XXV dinastia anche se in realtà non era un re egizio; durante il suo regno non controllò mai alcuna regione dell’Egitto.

Alara era sicuramente un sovrano del regno di Kush, termine con cui gli egizi indicavano la Nubia, che si era formato in seguito al progressivo ritiro delle guarnigioni egizie durante la XXI dinastia e come tale fu il fondatore della dinastia reale Napatan. Non è chiara la ragione per cui viene inserito come il primo sovrano della XXV dinastia egizia.

I documenti nubiani che ci sono pervenuti parlano di un re che regnò molto a lungo, tanto che i suoi successori pregavano di avere un regno lungo come il suo. Alara era una figura molto riverita nella cultura nubiana ed è stato il primo re della Nubia di cui si conosce il nome. Fu un grande re per Kush, unificò tutta la Nubia da Meroe alla terza cateratta e fece di Napata la capitale religiosa della Nubia. Secondo la tradizione nubiana  il successore del sovrano in carica avveniva tra fratello e fratello, poi eventualmente da padre in figlio. In effetti il successore di Alara sarà il fratello Kashta che sarà il vero fondatore della XXV dinastia egizia.

La sua sepoltura ebbe luogo nel cimitero reale di El-Kurru nei pressi di Napata.

  

Alla morte di Alara il fratello Kashta gli succede sul trono di Kush ed in breve estende l’influenza nubiana su Elefantina e, forse a Tebe nonostante non sia possibile affermarlo con sicurezza.

Subito si attribuì il titolo di “Signore dell’Alto e Basso Egitto” fondando, di fatto, secondo Manetone, la XXV dinastia egizia (anche se a tutti gli effetti il vero fondatore fu Pianki). Se non conquistò realmente Tebe esercitò comunque una grande influenza in quella regione tanto che riuscì a far adottare una delle proprie figlie, Amenardis, dalla Divina Sposa di Amon, Shepenupet I, in modo tale che, succedendo a questa nella carica, avrebbe acquisito il più alto titolo sacerdotale e politico della regione tebana.

  

Alla sua morte Kashta fu sepolto a el-Khurru in una piramide nubiana.

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio

I FARAONI TEFNAKHT E BOCCORIS

Di Piero Cargnino

Vediamo ora nel dettaglio gli unici due sovrani della XXIV dinastia, gli ultimi di stirpe libica, anche se per quanto riguarda Tefnakht esistono dubbi sulla sua reale attribuzione alla stirpe libica.

TEFNAKHT

Shepsesra Tefnakht, come abbiamo già accennato in precedenza, era un principe che si era instaurato a Sais succedendo ad un oscuro Osorkon, del quale non si sa nulla. Manetone non cita questo sovrano, secondo alcuni perché era considerato un usurpatore; personalmente non lo credo, Manetone ha citato ben altri usurpatori che citare Tefnakht avrebbe fatto poca differenza.

Di lui abbiamo già parlato nel capitolo che trattava la XXIV dinastia quando, a capo di una  coalizione alla quale parteciparono diversi principi si oppose all’avanzata di Pianki. Sconfitto, ma non perseguitato dal suo avversario, Tefnakht  riorganizzato il suo esercito e riconquistò quasi tutti i territori perduti nella guerra. Fu forse in questo periodo che decise di assumere un titolo regale cambiando il suo praenomen in quello di Shepsesra.

Recentemente è stata scoperta una statua che Tefnakht fece costruire dedicandola ad Amon-Ra, sulla statua sono riportati numerosi dettagli sulle sue origini. Apprendiamo che Tefnakht era figlio di un certo Gemnefsutkapu e nipote di Basa, sacerdote di Amon nei pressi di Sais. Poiché Basa fu un sacerdote egizio pare ovvio supporre che le origini di Tefnakht fossero più probabilmente egizie piuttosto che libiche nonostante lui si considerava il “Capo dei Ma” e dei Libu”.

  

Quando ancora era principe a Sais, durante il regno di Sheshonq V, fece erigere due stele di donazione. Nella sua stele, dell’anno 38 di regno di Sheshonq V,  Tefnakht non pecca certo di umiltà, per indicare se stesso usa l’epiteto piuttosto eccessivo di “Gran Capo dell’intera Terra”, ma non guarda troppo nel sottile anche per i titoli religiosi dove si identifica come “Profeta di Neith, Edjo e la Signora di Imay”.

Le ulteriori vicende di questo sovrano si intrecciano con sovrani di dinastie precedenti e con altri successivi confondendosi in un guazzabuglio di ipotesi più o meno valide nelle quali preferisco non immergermi. Se poi aggiungiamo i dubbi sull’autenticità delle notizie che ci vengono riportate dagli epitomi di Manetone, direi che per quanto riguarda Tefnakht l’essenziale lo abbiamo detto.

BOCCORIS

Wahkara Bakenrenef Boccoris era un figlio di Tefnakht; successe al padre ma il suo regno fu breve – cinque o sei anni al massimo, la data più alta dove è citato si trova su una stele nel Serapeo di Saqqara e riporta l’anno sesto di regno. Ovvio che gli anni che gli assegna Eusebio di Cesarea, 44, sono da ritenere del tutto assurdi.

Diodoro Siculo e Plutarco lo definiscono un sovrano accorto ed innovatore, particolarmente per quanto riguarda i contratti relativi alla piccola proprietà fondiaria. In quanto alla situazione che si trovava a gestire non era certo delle più invidiabili, da sud i sovrani nubiani della XXV dinastia premevano nel tentativo  di riunificare nuovamente l’Egitto, da est facevano capolino gli Assiri di Sargon II.

Approfittando del fatto che dopo la sconfitta della coalizione guidata da suo padre Pianki si era ritirato a Napata e non costituiva più un problema almeno nell’immediato. Boccoris si rivolse dunque a est cercando di esortare alcuni principi palestinesi a ribellarsi al giogo assiro ed a formare una coalizione per combattere il nemico. Nacque così una sorta di coalizione rinforzata forse da un contingente egiziano ma il tentativo fallì e le truppe ribelli furono sconfitte a Qarqar. A questo punto, si mossero i nubiani, guidati dal figlio di Pianki, Shabaka, lasciata Tebe salirono a nord e, senza grande fatica, sconfissero definitivamente l’esercito egiziano. L’esito della battaglia ci viene riportato da Sesto Africano in poche parole:

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, Warminster: 1996
  • Aidan Dodson w Dyan Hilton, “The Complete Royal Families of Ancient Egypt”, Thames & Hudson, London 2004
  • Jurgen von Beckerath, “Das Verhältnis der 22. Dynastie gegenüber der 23. Dynastie”, 2003
  • Dan’el Kahn, “La transizione dal governo libico a quello nubiano in Egitto: rivisitare il regno di Tefnakht”. Egyptologische Uitgaven Leiden 2009
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio

LA XXIV DINASTIA

Di Piero Cargnino

Prima di aprire la XXIV dinastia, per correttezza, voglio citare alcuni nomi che ho trovato scorrendo tutte le liste reali della XIII dinastia, anche le meno affidabili, tolto Iuput II, del quale abbiamo accennato in precedenza, di quelli che seguono oltre a non trovarli citati in nessuna lista più o meno ufficiale, nella lista dove li ho trovati non viene descritto nulla tranne i nomi.

IUPUT II

Secondo alcuni sarebbe da identificare con un sovrano riportato da Sesto Africano come Zet che avrebbe regnato per 34 anni. Potrebbe aver aderito alla coalizione promossa da Tefnakht contro il nubiano Piankhi. In questo caso sorvolerei non ritenendo degna di nota alcuna teoria avanzata.  

Sono state formulate ipotesi circa altri sovrani da inserire nella XXIII dinastia ma come detto sopra di costoro ho solo i nomi, probabilmente si tratta di nomi che compaiono su qualche reperto ma di cui non si sa nulla.

  

Altri successori o solo governanti locali.

PEFZEUAUIBAST, ZEUTIEMHAT, NEMALOT, PADINEMTI

Così si chiude definitivamente la XXIII dinastia

LA XXIV DINASTIA

Siamo giunti alla penultima dinastia del Terzo Periodo Intermedio e l’ultima dei sovrani libici. Comprende solo due faraoni dei quali solo uno, Boccoris, viene citato da Manetone.

Bisogna dire che ad accrescere la confusione in cui ci stiamo muovendo c’è il fatto che, è quasi assodato che la XXIII dinastia sia stata fondata prima dell’estinzione della XXII così che per un breve periodo le due dinastie regnarono parallele. Ma ad intricare ancor più questo groviglio sembra che le dinastie locali si siano moltiplicate, al nord, fino all’avvento della XXIV dinastia.

Siamo intorno al 730 a.C. e la situazione si fa ancora più confusa: nel Delta governano da una parte i faraoni della XXII e quelli della XXIII dinastia, dall’altra si trovano gli usurpatori sempre libici che fondano la XXIV dinastia.

A fondare la XXIV dinastia ci pensa il già citato Tefnakht che pone la sua capitale a Sais nel Delta. Durante il regno di Sheshonq V si formò nei pressi della città di Sais una signoria indipendente retta da uno sconosciuto Osorkon. Ad un certo punto, ma non sappiamo quando, il governo di Sais passò nelle mani di Tefnakht. Questi dette subito inizio ad  una politica espansionistica allargando il suo territorio a scapito di altre piccole signorie nel Delta arrivando a conquistare anche Menfi.

Pochi anni dopo Tefnakht reggeva lo stato più potente fra tutti quelli in cui era diviso l’Egitto. In un primo periodo Tefnakht pur essendo di fatto un sovrano indipendente non assunse i pomposi titoli regali ma continuò ad essere solo il “Capo dei Libu” e di “Gran Signore dell’Ovest” derivanti dalla sua discendenza dalle stirpi libiche anche se, pur considerandosi libico in effetti pare non fosse di origine libica. Tefnakht operò per tentare la riunificazione del Basso Egitto, da sud si mosse Pianki che, lasciata Napata si mosse verso nord ed in breve conquistò Tebe e la regione circostante.  Tefnakht organizzò subito una coalizione che vide partecipi Iuput II di Leontopolis, Osorkon IV di Bubastis, Nimlot di Ermopolis e Neferkara Payeftjauembastet di Eracleopoli fronteggiando l’esercito di Pianki.

La guerra si concluse con la vittoria di Pianki che giunse fino a Menfi, Osorkon IV ed i governatori si sottomisero a Pianki mentre Tefnakht fuggì nelle paludi del Delta. Non si conoscono le ragioni per cui Pianki non continuò nella sua conquista, quel che si sa è che tonò nella sua Napata dove qualche anno dopo morì. Tutti gli sconfitti tornarono nei loro territori mentre Tefnakht, dopo aver riorganizzato il suo esercito, marciò sui territori occupati riuscendo a recuperarne una gran parte. Fu a questo punto che probabilmente si attribuì i titoli regali assumendo il praenomen di Shepsesra. 

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, Warminster: 1996
  • Aidan Dodson w Dyan Hilton, “The Complete Royal Families of Ancient Egypt”, Thames & Hudson, London 2004
  • Jurgen von Beckerath, “Das Verhältnis der 22. Dynastie gegenüber der 23. Dynastie”, 2003
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio

AI CONFINI DELL’EGITTO

Di Piero Cargnino

Direi che per meglio comprendere gli avvenimenti che seguiranno, in modo particolare quello che succederà nella XXV dinastia, sarebbe il caso di farci un giro attorno, non a noi stessi ma a quello che fu un tempo l’impero egizio.

Mentre nelle Due Terre regna il caos, il paese è ormai diviso in un grande numero di principati, in preda ad altrettanti governanti che si attribuirono titoli regali inesistenti, il loro potere si estende talvolta solo sulla città che governano, si stuzzicano ogni tanto con qualche scaramuccia senza senso. Intanto il popolo langue, la Maat non esiste più, a fatica cerca di sopravvivere come se nulla fosse ma nell’aria aleggia una cupa atmosfera, diffuso ovunque è quel senso di paura di cosa succederà e nel contempo la nostalgia di quando l’Egitto era una potenza che incuteva timore solo a nominarla.

I grandi Montuhotep, Tutmosi, Ramses che avevano donato a questo popolo benessere e rispetto che andava ben oltre i confini dell’impero, dove sono? I nuovi padroni libici ormai pensavano solo a se stessi e non si preoccupavano minimamente delle sorti del paese. Ma altre potenze invece, ben consce di quello che accadeva in Egitto attendevano solo il tempo giusto per farsi sotto.

  

In oriente era ormai una realtà la potenza assira dove Asarhaddon, succeduto al padre Sennacherib, continuava la sua espansione, sconfitti i Cimmeri ed i Medi si rivolse poi alla zona occidentale della Fenicia, conquistò e saccheggiò Sidone, invase il regno di Giuda e catturò il re, Manasse, deportandolo a Babilonia come cita la Bibbia:

Nei confronti dell’Egitto per il momento i contrasti sono limitati ad alcuni scontri di frontiera ma ce li troveremo in Egitto tra poco più di un ventennio all’epoca del faraone Taharqa, XXV dinastia.

Visto l’inesorabile e lento declino dell’Egitto anche la Nubia iniziò ad alzare la testa. Il regno di Kush da tempo ambiva all’indipendenza, già fin dal 1320 a.C. aveva iniziato una lenta espansione verso settentrione, nell’attuale regione di Abu Simbel, intorno al 1000 a.C. occupò la zona di File e di Elefantina.

Ma fu solo nel 784 a.C., durante i regni di Sheshonq IV o di Osorkon III che raggiunse la piena indipendenza dall’Egitto. Il regno di Kush visse un periodo fiorente e sviluppò commerci con altri stati, secondo alcuni studiosi Kush sarebbe il biblico territorio di Ofir dove avevano sede le famose “Miniere di re Salomone” dalle quali la regina di Saba traeva l’oro che inviava a Salomone:

(trovo perlomeno curioso il fatto che il numero 666, o “Numero della Bestia”, ricorra tre volte nella Bibbia, due nel Vecchio Testamento ed una nel Nuovo).

Ma ora torniamo alla Nubia (o Kush), passati i restanti “presunti sovrani” della XXIII dinastia, con la XXIV si chiude il periodo libico e, quella che segue, la XXV, che vedrà sul trono delle Due Terre i sovrani provenienti da Kush, è chiamata appunto la “Dinastia dei Faraoni Neri”.

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, Warminster: 1996
  • Aidan Dodson w Dyan Hilton, “The Complete Royal Families of Ancient Egypt”, Thames & Hudson, London 2004
  • Jurgen von Beckerath, “Das Verhältnis der 22. Dynastie gegenüber der 23. Dynastie”, 2003
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I FARAONI TAKELOT III E RUDAMON

Di Piero Cargnino

Rilievo rappresentante il faraone Takélot III, Tempio di Osiride a Karnak – (Ph. by Neithsabes)

TAKELOT III

Usermaatre Setepenamun Takelot Si-Ese era il figlio del suo predecessore Osorkon III con il quale pare abbia governato, come Takelot III, i primi cinque anni in coreggenza col padre secondo quanto si deduce dal Nile Quay Text n. 13 dove è indicata la concomitanza dell’anno 28 di Osorkon III con quella dell’anno 5 di Takelot III.

Prima della coreggenza fu Primo Profeta di Amon a Karnak. Si pensava che il suo regno fosse durato 7 anni facendo riferimento ad un graffito sul tetto del tempio di Khonsu fino a quando, nel 2005, una spedizione archeologica della Columbia University, rinvenne  una stele ieratica tra le rovine del tempio di Ahmeida, nell’oasi di Dakhla, dove viene citato un suo tredicesimo anno. La stele si compone di cinque righe e la  data della stele riporta appunto l’anno 13 del regno di Takelot III oltre al nome del dio Toth e di Sa-What, la divinità locale. Il testo della stele riporta una donazione di terre al tempio da parte del governatore locale, un capo tribù libico citando in conclusione il nome di ben undici sacerdoti beneficiari di questa donazione. La cosa interessante è che il governatore viene menzionato come Nes-Djehuti (o Esdhuti) che, oltre a comparire sulla stele citata compare anche su di una stele più piccola che risale al 24° anno di regno di Pianki (terzo faraone della XXV dinastia). Da ciò si potrebbe dedurre che Takelot III abbia regnato quasi contemporaneamente a Pianki.

Diversi sono i documenti che citano questo faraone, su di una stele di donazione trovata a Gurob viene chiamato “Il Primo Profeta di Amon-RA, generale e comandante Takelot”, a Heracleopolis, su di un blocco di pietra è citato come “il capo di Pi-Sekhemkheperre; viene inoltre citato nel  Nile Quay Text n. 13, come detto sopra, e nel Quay Text n. 4 che si riferisce al suo sesto anno.

Takelot III sposò la principessa Irtiubast che compare sul sarcofago del loro figlio Osorkon come “Figlia del re” (non si sa quale re) ed ebbe tre figli, Osorkon appunto,principe e Sommo Sacerdote, Ihtesamun, noto per la stele di suo nipote Ankhfenmut nella Biblioteca Centrale di Croydon ed il Secondo Profeta di Amon Djedptahefankhche è riportato sulla statua di Tubinga 1734 e nella stele della pronipote Nakhtbasteru CG 41006.

Alla morte di Takelot III gli successe il fratello Rudamon, la cosa appare piuttosto insolita poichè l’usanza tradizionale egizia prevedeva che a succedere al re fosse sempre un figlio. Questo suggerisce due cose: che Takelot III abbia raggiunto un’età avanzata per essere sopravvissuto a tutti i suoi figli oppure che i suoi figli siano morti in giovane età.

RUDAMON

Usermaatre Setepenamun, Rudamun Meryamun sale al trono dopo la morte del fratello, Takelot III, e governò da Leontopoli la regione circostante. Quel poco che ci è pervenuto di lui proviene tutto dall’Alto Egitto; ricordiamo alcune iscrizioni in una cappella a Karnak dedicata ad Osiride.

I pochi reperti che si riferiscono a questo sovrano sono alcune decorazioni eseguite nel Tempio di Osiride Heqadjet, il suo nome compare inoltre su  diversi blocchi di pietra a Medinet Habu e su di un vaso.

  

Per quanto abbia regnato questo sovrano non è chiaro in quanto i pareri degli egittologi sono discordanti e riguardano l’interpretazione di un graffito rinvenuto a Uadi Gasus; nel graffito viene citato il 19° anno di regno di un sovrano che per alcuni sarebbe Rudamon mentre per altri sarebbe il suo successore Iuput II. Secondo l’egittologo Kennet Kitchen avrebbe regnato non più di due o tre anni.

Con questo sovrano che, a differenza del padre e del fratello rinuncia agli epiteti Si-Ese o Netjer-Heqawaset, si conclude la XXIII dinastia.

Da alcune recenti scoperte si deduce che, durante il suo breve regno, l’Alto Egitto, da Herakleopolis Magna a Tebe, abbia vissuto un periodo di pace. Alla sua morte il suo regno si frammentò in diverse città-stato governate da signorotti locali. Parlare di successioni ora non ha alcun senso in quanto non è possibile stabilire chi succede a chi ma soprattutto dove. Rudamon regnò su Leontopolis; dopo di lui troviamo Shepsesra Tefnakht, fondatore della XXIV dinastia, che governò da Sais nel Delta, ma non bisogna dimenticare un altro sovrano che governò nell’Alto Egitto per ben 34 anni, Iuput II che  aderì alla coalizione promossa da Tefnakht contro un’altro sovrano Piankhi.

In questo groviglio di “faraoni” ci infileremo in seguito parlando di ciascuno di loro. Nulla ci è dato a sapere del luogo in cui fu sepolto Rudamon.

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, Warminster: 1996
  • Aidan Dodson w Dyan Hilton, “The Complete Royal Families of Ancient Egypt”, Thames & Hudson, London 2004
  • Jurgen von Beckerath, “Das Verhältnis der 22. Dynastie gegenüber der 23. Dynastie”, 2003