C'era una volta l'Egitto

GLI ULTIMI DUE SOVRANI EFFIMERI DELLA VI DINASTIA

Di Piero Cargnino

Come già più volte detto, per molti studiosi la VI dinastia, e con essa l’Antico Regno, si considera chiusa con Pepi II per quanto riguarda il potere centrale. Il Papiro Regio di Torino ne elenca ancora cinque oltre a due posti vuoti. Vediamoli nel dettaglio riportando quelle scarse notizie che possediamo.

MERENRE II DJEFAEMSAF

Secondo molti studiosi la VI dinastia si chiude con Pepi II, ciò è vero solo in parte. Sappiamo che dopo Pepi II salì al trono un figlio di Pepi II e della regina Neith, Merenra II (Merenra Djefaemsaf) il quale però non ha lasciato molto di se. A chiudere effettivamente la VI dinastia sarà poi la sua sorellastra Nitokerty, (Nitokris).

La fine della VI dinastia e con essa il tramonto dell’Antico Regno aleggiava già da tempo con la lenta, ma progressiva perdita di potere e autorità da parte del faraone a causa dell’aumentato potere dei nomarchi e del clero. Il decadimento dell’autorità centrale, ma soprattutto il regno straordinariamente lungo di Pepi II, avrebbe fatto si che l’erede al trono morisse prima del sovrano o che fosse giunto al trono in età avanzata e privo dell’energia necessaria a mantenere saldo il potere.

Con la morte di Pepi II al trono delle Due Terre salì suo figlio, Merenra II che si trovava già molto avanti negli anni a causa del lungo regno del padre. La durata del regno di questo sovrano, del quale  non si conosce praticamente nulla, fu sicuramente molto breve. Senza energia né una chiara visione politica, incapace di esercitare l’autorità di cui era investito e che tollerò la decadenza delle istituzioni e i disordini, favorì la tendenza centrifuga dei nomarchi dell’Alto Egitto che si rafforzò ulteriormente. La mancanza di interventi decisi, ove necessario, permise ai beduini del Sinai di riprendere le loro scorrerie nelle terre del Delta.

Secondo Erodoto Merenra II venne spodestato durante una congiura di palazzo organizzata da un gruppo di nobili forse guidati proprio dalla sorellastra dello stesso Merenra, Nitokerty, (Nitokris). Secondo archivi di età ramesside Merenra II regnò due anni, un mese e un giorno, anche se alcuni ricercatori gli assegnano un regno più lungo, dai sei ai dodici anni. Pare che la sua mummia si stata profanata già poco tempo dopo la sua morte. Il suo nome compare solo nella lista reale riportata sul Papiro Regio di Torino.

LA REGINA NITOKRIS

Fu la prima donna ufficialmente faraone ed assunse il potere verso il 2184 a.C.. Indubbiamente altre donne prima di lei esercitarono il potere supremo ma non vengono ricordate in nessuna lista reale. Al contrario della regina Khentkaus, della quale è stato ritrovato un monumento colossale, faraonico, ma non si ha notizia di alcun titolo esplicito, per Nitokris invece esiste la certezza del titolo reale ma ancora non è stato trovato alcun monumento.

Secondo Eratostene il nome Nitokris significava “Atena è vittoriosa” e non era lontano dalla realtà. In lingua egizia Nitokris significava “Neit-iqeret”, traducibile con “Neith eccellente”, (Neith è il modello egizio dell’Atena greca). Ancora una volta la dea Neith è la protettrice di una donna importante.

Di lei si conosce molto poco, non è menzionata in alcuna iscrizione originale dell’Egitto antico e non esistono monumenti col suo nome anche se alcuni studiosi ritengono che il suo nome corrisponda ad un nome, praticamente illeggibile, presente nella lista di Abydos. Secondo altri il suo nome potrebbe essere quello di “Nitokerty o Nitiqreti” che compare in un frammento del Papiro Regio di Torino, ascrivibile alla XIX dinastia, che sarebbe stato erroneamente collocato fra i re della VI dinastia. Sono state effettuate analisi microscopiche che confermerebbero trattarsi in realtà di una trascrizione imprecisa del nome Netjerkara, altrimenti chiamato Nitokerty Siptah, della VII dinastia presente nella lista di Abydos come successore di Merenra II. Altri egittologi propendono per il fatto che la regina Nitokris non sia mai esistita.

Rimane il fatto che Eusebio di Cesarea, riportando un testo di Manetone, racconta:

<< Una donna, Nitokris, regnò; aveva più coraggio degli uomini della sua epoca ed era la più bella di tutte le donne, bionda, con le gote rosa. Si dice che abbia fatto costruire la terza piramide >>.

Una bellezza similmente decantata ci porta agli altisonanti titoli delle regine dell’Antico Regno.

<<………..Grande nell’amore, dal bel viso incantevole, dal fascino sovrano, che soddisfa la divinità con la sua bellezza, dalla voce bellissima, colei il cui profumo riempie il palazzo, la Signora delle Due Terre ……….>>.

Una bellezza che supera quella della Regina d’Egitto, una bellezza che compete ad una Regina-Faraone. Sesto Giulio Africano, riportando una parte degli Aigyptiaka di Manetone, afferma che  Nitokris non solo sarebbe esistita ma addirittura sarebbe colei che fece costruire la “terza piramide” di Giza. Questa “terza piramide” viene identificata con quella di Micerino alla quale Nitokris prestò grande attenzione sino al punto da farla restaurare. Nulla di tutto ciò è provato.

Dove sia stata sepolta però rimane un mistero, una tradizione vuole che sia stata sepolta proprio nella “terza piramide” ed il suo corpo abbia riposato in un sarcofago di basalto blu.

Sulla sovrana circola una leggenda di epoca tarda, dovuta ad Erodoto, della quale però non esiste traccia nei documenti egizi. Secondo il racconto di Erodoto, Nitokris era la moglie di un re (Merenra II) che venne assassinato da dei cospiratori. Quest’atto spregevole però non permise loro di regnare; i cospiratori chiesero quindi, alla sventurata Nitocris di governare, in modo che la discendenza legittima non si interrompesse. La regina accettò e divenne quindi faraone, la sua sete di vendetta venne così agevolata dalla sua posizione di sovrana. Salita al trono Nitokris si apprestò a vendicare il marito e fratellastro, racconta Erodoto nelle sue “Storie”:

<< Successe al trono del fratello, re Merenra II, che fu assassinato. Per vendicarlo, insieme ai colpevoli, fu pronta a uccidere numerose persone innocenti >>.

Nitokris fece costruire una grande sala sotterranea ed appena ultimata la fece approntare ed offrì un sontuoso banchetto ai cospiratori per celebrare la loro vittoria. Nel bel mezzo del banchetto fece aprire un condotto che riversò acqua all’interno della camera fino a riempirla e i traditori morirono tutti annegati. In seguito Nitokris si suicidò chiudendosi in una camera dove c’erano numerosi bracieri e morì soffocata. Un drammatico racconto orientale privo però di qualsiasi fondamento storico. Con la morte di Nitokris termina ufficialmente la VI dinastia, termina anche l’età dell’oro dell’Antico Regno, dei grandi faraoni costruttori delle imponenti piramidi. Termina un lungo periodo di relativa tranquillità e si para all’orizzonte un periodo confuso di crisi istituzionale, quello che viene chiamato il “Primo Periodo Intermedio”.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Federico A. Arborio Mella – L’Egitto dei Faraoni – Mursia, 2012
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari 2008
  • Christian Jacq, “Le donne dei faraoni”, Mondadori, Milano 1997
  • Giulio Farina, “Il papiro dei re”, Editore G. Bardi, Roma, 1938 W. S. Smith, “Il regno Antico in Egitto e l’inizio del Primo periodo intermedio”, il Saggiatore, 1972
C'era una volta l'Egitto

LE PIRAMIDI DELLE REGINE DI PEPI II

Di Piero Cargnino

NEITH

Sicuramente era una caratteristica della famiglia dei Pepi quella di valorizzare le proprie mogli, ovviamente non tutte, ma almeno quelle che dovevano essergli più care.

Pepi II fu in un primo tempo ritenuto figlio di Pepi I in seguito al ritrovamento di vari sigilli reali della VI dinastia e blocchi di pietra (l’ultimo dei quali individuato nel Tempio funerario della regina Ankhesenpepi II, madre certa di Pepi II). Si pensa che la regina abbia sposato anche Merenre I, dopo la morte di Pepi I, questo emerge anche dall’elencazione dei titoli assegnati a Ankhesenpepi II: “Sposa del Re-della Piramide di Pepi I”, “Sposa del Re-della Piramide di Merenre”, “Madre del Re-della Piramide di Pepi II”. Pare dunque chiaro che Pepi II fosse figlio di Merenre I, quindi, nipote abiatico di Pepi I.

Come accennato nel precedente articolo andremo ora a visitare le piramidi minori delle mogli di Pepi II. Anche questo faraone volle costruire, per almeno tre delle sue mogli, non delle semplici piramidi ma dei veri e propri complessi piramidali corredati ciascuno da un tempio funerario e da una cinta muraria.

Il più antico dei tre complessi è quello della regina Neith sorella di Merenre. Forse figlia di Pepi I e della regina Ankhesenpepi I, in questo caso risulterebbe sorellastra e cugina di suo marito Pepi II, il nome Neith gli venne assegnato in onore dell’omonima dea della guerra, della caccia e della tessitura.

Neith fu una delle mogli principali di Pepi II e forse madre di Merenre II, Una leggenda racconta che sarebbe stata anche la madre dell’enigmatica regina Nitocris. La regina, in quanto principessa, poteva vantare numerosi titoli quali: “Figlia del Re”, “Prima Figlia del Re del Suo Corpo”, “Prima Figlia del Re del Suo Corpo di Mennefer Meryra”, “Principessa ereditaria”. In quanto sposa del faraone potè aggiungerne altri: “Sposa del Re”, “Amata Sposa del Re di Menankh-Neferkara”, “Grande di lodi”, “Grande dello Scettro-Hetes”, “Colei Che vede Horus e Seth”, “Attendente di Horus”, “Consorte e Amata delle Due Signore” (le dee Nekhbet e Uadjet), “Compagna di Horus”. Come Madre del Re significa che suo figlio divenne faraone.

Delle tre piramidi delle mogli di Pepi II, quella di Neith è la più grande. Il suo complesso funerario è ubicato nell’angolo nord-ovest della piramide di Pepi II, include un piccolo tempio funerario e una piramide accessoria. La piramide è formata da un nucleo di tre gradoni in tutto simile a quello della piramide reale. All’entrata del complesso si trovavano due obelischi completamente coperti di iscrizioni.

L’ingresso si trovava nel pavimento del cortile a metà della parete settentrionale della piramide. Anche qui un corridoio discendente terminava in uno sbarramento in blocchi di granito rosa per poi proseguire in orizzontale. Questo presentava un ulteriore sbarramento prima dell’ingresso alla camera funeraria posta in corrispondenza dell’asse verticale della piramide.

La camera funeraria aveva il soffitto piatto decorato con stelle, la parete del sarcofago era splendidamente decorata a facciata di palazzo mentre le altre tre pareti erano ricoperte con i “Testi delle piramidi”.

Come abbiamo avuto modo di dire in altra occasione, si tratta di una rarità trovare i Testi della piramidi nella camera sepolcrale di una regina in quanto erano prerogativa del sovrano, in assoluto la prima regina a fregiarsene fu la madre di Pepi II, la regina Ankhesenpepi II. Il sarcofago, in granito rosso, conteneva al suo interno alcuni resti della mummia della regina e la cassa con i vasi canopi. Ovviamente la tomba fu profanata fin dal passato e la mummia disfatta per recuperare i preziosi amuleti in essa contenuti, i pochi resti ritrovati furono conservati un tempo presso la Facoltà di Medicina di Kasr el-Aini. Nella camera furono rinvenuti inoltre numerosi frammenti di vasi in alabastro e diorite appartenenti al corredo funerario della regina. Un piccolo serdab si trovava ad est della camera.

Durante i suoi scavi l’egittologo Gustave Jéquier scoprì, in una fossa poco profonda all’angolo sud-est della piramide, sedici modelli lignei di imbarcazioni, sepolte fra la piramide di Neith e quella accessoria. Un ritrovamento eccezionale per quantità, varietà e stato di conservazione. Le barche, facenti parte del corredo della regina, erano legate al culto funerario ed all’idea del viaggio che il defunto doveva compiere per raggiungere l’aldilà.

IPUT II

Iput II, forse figlia di Merenre I, fu sorellastra e moglie di Pepi II. Data la sua appartenenza alla famiglia reale poteva fregiarsi dei titoli di “Figlia del Re” e “Prima figlia del Re” ai quali si aggiungeva quello di “Principessa ereditaria”. Divenuta regina moglie di Pepi II aggiunse i titoli di “Sposa del Re”, “Sposa del Re, sua amata”, “Amata sposa del Re Pepi Neferkara Menankh” e “Colei che vede Horus e Seth” (non dovrei averne dimenticato nessuno) infatti, stranamente, fra tutti i suoi titoli salta all’occhio un fatto curioso, mancava il titolo di “Regina madre”.

Durante la VI dinastia tutte le spose reali, anche se i loro figli non diventarono mai faraoni, ottennero una piramide per tomba con il proprio tempio sulle pareti del quale spiccavano i nomi ed i titoli della regina. Il complesso funerario di Iput II, che doveva ricalcare quella di Neith, comprendeva una piramide ed un Tempio sepolcrale annesso, eretto su un pozzo a forma di L nei pressi della piramide di Pepi II. Si accedeva attraverso una porta in granito rosa con ai lati due obelischi sempre di granito rosa sui quali erano riportati il nome e i titoli della regina.

Osservando il complesso oggi purtroppo ci si trova in presenza di un ammasso di macerie riconoscibile solo per le dimensioni limitate ed una parte del paramento della camera funeraria costruito con materiale di pessima qualità. La camera sepolcrale si presenta anch’essa con le pareti interamente ricoperte dai Testi delle piramidi mentre il sarcofago, forse realizzato in granito rosa, non è mai stato ritrovato.

Il sito venne scavato all’inizio del XX secolo dall’archeologo svizzero Gustave Jéquier. Gli scavi interessarono anche il tempio funerario dove venne rinvenuto un sarcofago di granito che risultò essere appartenuto ad un’altra moglie di Pepi II, la regina  Ankhesenpepi III, la cosa suscitò molti interrogativi, primo fra tutti rimane il mistero se questa regina sia stata sepolta già in origine nel complesso di Iput II o se il suo sarcofago venne qui trasportato durante i torbidi del Primo Periodo Intermedio. Il coperchio del sarcofago mostrava tracce di un’iscrizione che sul momento apparvero illeggibili. Ricoverato al Museo del Cairo (JE 65908) venne per lungo tempo dimenticato. In epoca più recente gli archeologi Michel Baud e Vasil Dobrev sono tornati ad esaminare l’iscrizione sul reperto. Con l’utilizzo di una sofisticata tecnica fotografica sono riusciti a ricostruire parzialmente l’iscrizione. La sua traduzione si è rivelata particolarmente difficile e dubbia, ma una parziale decifrazione è stata compiuta con successo. Ancorché tutt’ora incerta, la decifrazione ha permesso di stabilire che Usekara regnò effettivamente all’inizio della VI dinastia,  la durata del suo regno fu di circa quattro anni, ma che il suo nome fu poi cancellato dai monumenti a causa di una damnatio memoriae all’epoca del faraone Pepi I.

UDJEBTEN

La terza moglie, per la quale Pepi II fece costruire un complesso funerario, fu la regina Udjebten la quale sicuramente rivestì un ruolo meno importante di altre, infatti gli venne riservato un complesso un po’ più piccolo dotato comunque di una piramide, un tempio funerario ed una piccola piramide cultuale.

Anche per lei non si lesinò certo nell’assegnargli titoli nobiliari, poteva vantare di essere “Colei che vede Horus e Seth”, “Grande dello Scettro-Hetes”, “Sposa del Re”, “Amata Sposa di Menankh Neferkara”, “Attendente di Horus”, “Consorte dell’Amato dalle Due Signore” (le dee Nekhbet e Uadjer). Anche per lei non compare mai il titolo di “Figlia del Re”, usuale per le figlie del faraone, ma semplicemente “Principessa ereditaria”. Se ne deduce pertanto che, pur appartenendo alla famiglia reale, non fu una sorella o sorellastra di Pepi II come Neith e Iput II.

Il complesso funerario della regina Udjebten includeva la piramide principale, un tempietto mortuario e una annessa piramide accessoria finalizzata al culto circondato da muri perimetrali. La struttura della sua piramide era in tutto simile a quella delle altre due piramidi delle regine. Lo stato di devastazione in cui la rinvenne Jéquier era tale che addirittura risultò difficile riconoscere il nucleo centrale. Tuttavia Jéquier riuscì a trovare un blocco del paramento che venne riconosciuto come quello su cui poggiava il Pyramidion. Grazie ad una circostanza fortunata scoprì nel tempio funerario un’iscrizione che attestava che il pyramidion in origine era rivestito con lastre di oro.

Tra le cose trovate c’era un enorme blocco di basalto che faceva parte della saracinesca di sbarramento. Ancorché neppure Udjebten vantasse il titolo di “Regina madre”, durante gli scavi Jéquier scoprì un frammento dell’iscrizione di un decreto che tutelava il culto della regina. Dai miseri resti della camera funeraria è emerso che le pareti erano ricoperte con i testi delle piramidi di cui sono rimasti 84 frammenti

Fonti e bibliografia:

  • Mark Lehner, ”The Complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson, 2008
  • Miroslav Verner,, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton editori, 1998
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza,  Bari, 2008
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Milano, Mursia, 1976; 2005
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Milano, Bompiani, 2003
  • Sergio Donadoni, “Testi religiosi egizi”, Milano, TEA, 1988
  • David Henige, “How long did Pepy II reign?”, in GM, 2009  Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, traduzione di Ginetta Pignolo, Milano, Einaudi, 1989
C'era una volta l'Egitto

LA PIRAMIDE DI NEFERKARA PEPI II

Di Piero Cargnino

Siamo quasi alla fine della VI dinastia ma ancor più alla fine del cosiddetto “Antico Regno”

Pepi II, (Neferkara, Phiopis, Piopi, Horo Netjerkhau), salì al trono dopo Merenre I. Figlio, secondo alcuni, di Pepi I e della regina Ankhesenpepi II. Ma qui esistono diverse interpretazioni, dagli annali registrati sulla “Pietra di Saqqara meridionale”, tenuto conto della durata del regno di Pepi I, risulterebbe che Pepi II sia nato 5 anni dopo la morte di Pepi I.

Da sigilli reali della VI dinastia e da blocchi di pietra, scoperti durante gli scavi del 1999-2000, provenienti dal Tempio funerario della regina Ankhesenpepi II, madre di Pepi II, si evince che la stessa regina sposò poi, in seconde nozze,  anche Merenre I. Da qui si potrebbe dedurre che Pepi II fosse figlio di Merenre I e nipote abiatico di Pepi I. Secondo Manetone quello di Pepi II fu il regno più lungo della storia,

<< Cominciò a regnare a sei anni e continuò fino a cento anni >>,

mentre il Canone Reale di Torino gliene attribuisce 90. Anche qui i pareri sono discordanti, la più antica fonte scritta risalente al regno di Pepi II è datata “Anno dopo il 31º censimento (del bestiame), 1° mese di Shemu, 20º giorno”, dal Graffito Hatnub n°7, (Spalinger, 1994), quindi, se è stata rispettata la cadenza biennale, corrisponderebbero a 62 anni di regno.

Alcuni egittologi ritengono che non abbia regnato per più di 64 anni. Secondo Jürgen von Beckerath, Manetone commise un errore nella lettura dei documenti a sua disposizione peraltro risalenti a due millenni prima, stessa cosa per il Canone di Torino, redatto sotto Ramses II, vissuto un millennio dopo Pepi II. L’egittologo austriaco Hans Goedicke,  pensava di aver ravvisato un “Anno del 33º censimento del bestiame” in un decreto di Pepi II per il culto funerario della regina Udjebten ma nel 1988 ebbe a ricredersi riscontrando che l’anno di riferimento in quel testo era il 24°. Secondo altri studiosi, discordi, il mancato ritrovamento, finora, di documenti posteriori a quelli già scoperti non esclude categoricamente che Pepi II abbia regnato più a lungo, dal momento che la fine del regno di Pepi II segnò un rapido tracollo delle fortune dei faraoni dell’Antico Regno che vennero subito dopo di lui.

Di Pepi II si parla nei “Testi delle piramidi”, formula n. 555,

<< È uscito Pepi da Buto. È abbigliato come Horus, è addobbato come le Due Enneadi. Si leva Pepi come re, si innalza egli come Upuaut………il suo scettro amaes è nel suo pugno………La madre di Pepi è Iside………E’ sano Pepi, è sana la sua carne, è sana la sua veste………Egli sale al cielo come Mentu…….>>.

Sfogliando un testo ho trovato un episodio riguardante Pepi II che, salito al trono in età giovanissima, come tutti i bambini si appassionava tantissimo nell’ascoltare i racconti di coloro che avevano compiuto viaggi in paesi lontani per tornare carichi di merci e oggetti preziosi. Un personaggio riuscì in modo particolare a stimolare la fantasia di Pepi, Harkhuf governatore di Elefantina. Harkhuf guidò almeno quattro spedizioni dall’Alto Egitto fino a Yam, ma ciò che più appassionò Pepi fu quando, di ritorno dalla quarta missione, riportò un “nano danzante” (un pigmeo). Pepi ne fu a tal punto entusiasta che inviò una lettera ad Harkhuf dicendo:

<<…….Torna alla corte subito, devi portare con te questo nano che hai preso……..per la danza del dio, per rallegrare ed allietare il cuore del Re dell’Alto e Basso Egitto Neferkara, che viva in eterno……..la Mia Maestà desidera vedere questo nano ancor più dei doni dal Sinai e da Punt……..la Mia Maestà farà per te una cosa più grande di quanto venne fatto al tesoriere del dio, Burded, al tempo di Isesi……..>>.

La cosa rappresentava un enorme onore per Harkhuf  il quale non mancò di riprodurla integralmente sulla facciata della propria tomba.

Pepi II, per il suo complesso piramidale, scelse un luogo ubicato sul bordo meridionale della necropoli di Saqqara e lo chiamò “La vita di Pepi è duratura”. Esso riveste un ruolo particolare nell’architettura egizia, fu l’ultimo ad essere costruito nella migliore tradizione dell’architettura dell’Antico Regno.

Gaston Maspero, seguendo sempre il cammino di Perring, entrò nella sottostruttura nel 1881, senza però approfondire più di tanto la sua ricerca. Chi approfondì lo studio del monumento fu Gustave Jéquier, egittologo svizzero, nelle sue campagne condotte tra il 1926 e il 1932. Fu lui a scoprire nelle vicinanze della piramide di Pepi II le piramidi delle mogli Neith, la madre del successore di Pepi II, Iput II e Udjebten. Solo queste tre mogli ebbero ciascuna una piramide minore e un tempio funerario accanto al complesso sepolcrale di Pepi II.

Nei pressi della rampa cerimoniale Jéquier portò alla luce una piccola piramide di un oscuro sovrano dell’VIII dinastia, Ibi, (tratteremo questa piramide in un articolo successivo). Anche la piramide di Pepi II era formata da piccoli pezzi di calcare cementati con malta argillosa mentre il paramento fu realizzato con pregiato calcare bianco.

Inspiegabilmente la piramide fu oggetto di un ampliamento successivo. A lavori ultimati venne aggiunta attorno alla piramide all’altezza del terzo strato di blocchi una fascia in muratura larga circa 7 metri, in questo modo la cappella nord fu inglobata e sparì. L’ingresso, come in uso fin dall’epoca di Djedkare, era a nord e dava accesso ad un cunicolo dapprima discendente che sbucava in un vestibolo nel quale sono stati rinvenuti frammenti di vasi in alabastro e diorite e la lama dorata di un piccolo coltello. Subito fuori dal vestibolo il cunicolo diventa orizzontale e dopo alcuni metri si trova una barriera composta da tre macigni di granito a caduta, le pareti della parte orizzontale del corridoio erano interamente ricoperte dai “Testi delle piramidi”, così pure le pareti dell’anticamera e della camera funeraria mentre sul soffitto, dalla classica forma a triplice capriata formata da enormi lastroni in calcare,  risplendevano le stelle.

Solo la parete occidentale dietro al sarcofago presentava una decorazione a facciata di palazzo. Sul sarcofago in granito nero una scritta in geroglifico riportava il nome ed i titoli del faraone. Il coperchio si trovava su due monconi in muratura fra il sarcofago e la parete, la mummia di Pepi II non è mai stata trovata. All’interno del recinto del complesso funerario si trova la piccola piramide cultuale in corrispondenza dell’angolo su-est. Appena fuori dalla cinta muraria del complesso si trovano: nell’angolo a nord-ovest la piramide della moglie reale Iput II ad ovest e quella dell’altra moglie reale Neith a nord. La piramide di un’altra moglie reale, Udjebten, si trova nell’angolo sud-est, verso sud quasi di fronte alla piramide cultuale.

Fonti e bibliografia:

  • Mark Lehner, ”The Complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson, 2008
  • Miroslav Verner,, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton editori, 1998
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza,  Bari, 2008
  • Sergio Donadoni, “Testi religiosi egizi”, Milano, TEA, 1988
  • David Henige, “How long did Pepy II reign?”, in GM, 2009 
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Milano, Mursia, 1976; 2005
  • George William Murray, “Harkhuf’s Third Journey”, The Geographical Journal, 1965 Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, traduzione di Ginetta Pignolo, Milano, Einaudi, 1989
C'era una volta l'Egitto, VI Dinastia

I VISIR DEL FARAONE TETI – KAGEMNI-MEMI

Di Piero Cargnino

Certo che il faraone Teti non lesinava nel distribuire cariche e titoli, ma anche nel distribuire le sue figlie. A Kagemni (Memi) dette in sposa “La figlia del re, la sua amata, (……) del suo corpo,  Sesheshet Nebtynubkhet” e lo nominò Capo della Giustizia e Visir, il posto più alto e ambito nella burocrazia dell’Antico Regno.

I titoli che poteva vantare erano numerosi, sulle pareti della sua tomba ne compaiono circa 50 di cui una parte meramente onorari altri invece corrispondono a funzioni reali come quello di “sorvegliante delle due case dell’oro, e dei due tesori”. Altri suoi titoli erano: “sorvegliante delle due camere di abbellimento del re”, “direttore dei palazzi delle corone bianca e rossa”, “custode delle decorazioni della testa” ed, in quanto visir era anche “sorvegliante degli scriba dei documenti reali, sorvegliante di tutti i lavori del re, e delle sei grandi corti”. Dal punto di vista religioso fu “Sacerdote Rituale in Capo”, “Gran Sacerdote di Eliopoli”, “Alto Sacerdote di Ra” e “Stolista di Min”.

Iniziò ad emergere sotto il faraone Djedkara Isesi poi il faraone Unas lo nominò giudice e nomarca ma fu sotto il regno di Teti che raggiunse l’apice della carriera quando venne nominato visir e capo di tutti i giudici del paese. Tra le sue numerose funzioni emerge anche quella di “Responsabile del culto di Teti e della sua piramide”, ovvero supervisione della costruzione della stessa. Kagemni riveste anche un ruolo decisamente importante dal punto di vista letterario, pare debbano attribuirsi a lui i famosi “Insegnamenti di Kagemni”, testo didattico che risale alla VI Dinastia, anche se fa riferimento ad un visir che aveva servito il re Snefru della IV dinastia.

Scritto come un libro di consigli per il figlio di un visir, gli “Insegnamenti“ ci sono pervenuti sul “Papiro Prisse” ma il testo non è integro, si è conservata solo l’ultima parte dove vengono riportate raccomandazioni e consigli su come stare a tavola. Kagemni suggerisce che bisognerebbe seguire un percorso di modestia e moderazione:

<<……..L’uomo umile prospera, ed è lodato colui che sta sempre eretto………>>

evitando gola e superbia:

<<……..Se ti trovi seduto in compagnia di altre persone, non desiderare il cibo, anche se lo volessi. Raccogli invece un momento per trattenere il cuore, e la sua ignobile ingordigia………>>.

Della sua vita privata conosciamo ben poco, solo sua moglie Nebtynebukhet è stata individuata grazie al rilevamento del suo nome su una pietra indipendente. Per quanto riguarda i figli regna una certa confusione dovuta al fatto che alcuni personaggi non vengono nominati, per certo si conosce solo TetiAnkh.

Grazie al suo potere ed alle ricchezze accumulate organizzò per se stesso la costruzione di una sontuosa tomba nella necropoli di Saqqara, vicino alla piramide di Teti, a nord-est della piramide a gradoni di Djoser. Dalla qualità delle decorazioni coloratissime che troviamo sulle pareti della sua mastaba si può intuire che egli avesse potuto disporre delle migliori maestranze del paese. La mastaba fu scoperta da Karl Richard Lepsius nel 1843, ma fu solo nel  1905 che l’egittologo tedesco Friedrich Wilhelm von Bissing iniziò la pubblicazione delle stanze dalla IV alla VIII. Nel 1925 l’egittologo britannico Cecil Mallaby Firth effettuò ulteriori scavi ma il suo rapporto, circa le stanze dalla I alla III, non fu mai pubblicato, a tutt’oggi non esiste un rapporto che presenti il monumento nella sua interezza.

La mastaba presenta una forma a L il cui lato più lungo misura 32 metri, la parte esterna si trova in pessime condizioni ed è poco visibile, al contrario la parte sotterranea è ben conservata e le stanze sono rivestite di granito nero e decorate con geroglifici. La costruzione è in parte massiccia mentre l’altra parte è formata da vani con pilastri, una cappella con sei stanze, una sala colonnata, cinque magazzini e due grandi camere per contenere le barche solari. Questo privilegio che poté permettersi un visir, ma che era destinato solo ai faraoni, sta a testimoniare quanto fosse grande il potere dei più alti funzionari e quanto fosse evidente il declino dell’autorità regia.

L’ingresso si trova all’estremità sud della facciata che è rivolta ad est, sulla facciata sono iscritti nomi e titoli di Kagemni. Ai lati dell’ingresso sulle pareti sono presenti due figure del visir nell’atto di ricevere i visitatori, Kagemni e raffigurato ritto, con la mano destra regge lo scettro del potere Sekhem e con la sinistra il lungo bastone dell’ufficio, le figure sono completate da testi che ripercorrono la carriera di Kagemni e le azioni da lui compiute.

Dapprima parla dei servigi resi sotto Isesi e Unas:

<< Il Visir di Stato, Kagemni, dice: “Ero il favorito di Isesi. Ho ricoperto l’incarico di funzionario dello stato, al tempo di Unas. Sua Maestà mi ha ricompensato molto generosamente, e quando sono venuto alla Residenza, Sua Maestà mi ricompensò per questo molto generosamente……..>>.

Poi racconta come Teti lo ricompensò ulteriormente come valido collaboratore:

<<……Il Visir dello Stato, Kagemni, dice: “La maestà di Teti, mio Signore, colui che vive eternamente, mi ha nominato capo di tutti gli uffici, in servizio a qualsiasi ora (presso) la Residenza. La sua Maestà aveva fiducia riguardo a tutte le cose che Sua Maestà aveva ordinato di fare, perché ero capace, perché ero apprezzato da Sua Maestà………>>.

Seguono alcuni testi di stregoneria che però sono ridotti in uno stato piuttosto frammentario.

All’interno è inoltre presente un serdab, una falsa porta ed una scala per raggiungere il tetto. La sala d’entrata è interamente decorata con scene di vita quotidiana, tra cui una scena di danzatrici. Anche la sala colonnata si presenta decorata ma qui sono scene di pesca e di vita selvatica, con coccodrilli, libellule e rane, il visir Kagemni è raffigurato su una barca con al seguito un’altra piccola barca di papiro con tre uomini intenti alla pesca. Altri disegni rappresentano del bestiame con un uomo che trattiene un vitello che si allatta da una mucca.

In un’altra stanza si nota Kagemni con tre assistenti ed un elenco di molti dei suoi titoli. Sulla parete nord della IV stanza è rappresentata una scena tradizionale presente in numerose tombe dell’Antico Regno, la caccia all’ippopotamo. Animale inviso agli egizi e considerato pericoloso e malefico tanto da essere associato al dio Seth. Temuto in quanto era in grado di emergere improvvisamente dall’acqua e ribaltare un’imbarcazione per poi uccidere gli occupanti. Curiosamente non sappiamo se la sua carne venisse consumata dagli egizi.

Dalla cappella si accede alla camera sepolcrale, situata sul fondo di una buca, sulle pareti sono dipinte scene di offerte ed un ampio elenco di offerte gradite al defunto. Qui si trova un sarcofago in pietra interamente ricoperto di scritte, con il nome ed i titoli di Kagemni. Il coperchio del sarcofago è stato spostato dai saccheggiatori ma all’interno si trova una bara di legno contenente resti di bende e alcune ossa, la mummia di Kagemni è stata distrutta per recuperare gli amuleti e altri oggetti preziosi che conteneva. Nella camera furono trovati pochi resti di mobilio, alcune stoviglie e i vasi canopi frantumati. E qui mi fermo poiché è davvero impossibile elencare tutte le scene dipinte sulle pareti delle varie stanze.

Fonti e bibliografia:

  • Web, Osirisnet.net, “Le tombe dell’antico Egitto”
  • Christine Hobson, “Exploring the World of the Pharaohs”, Thames & Hudson Ltd., 1997
  • Alberto Carlo Carpiceci, “Arte e storia dell’Egitto”, Firenze, Bonechi Edizioni, 1994
  • Alessandro Roccati: “La littérature historique sous l’Ancien Empire Égyptien”, Ed du Cerf, 1982
  • Delia Pemberton, “Ancient Egypt, Gardenhouse”, (trad. di Antonia Lena), Milano, Garzanti, 1992
C'era una volta l'Egitto, VI Dinastia

I VISIR DEL FARAONE TETI – MERERUKA

Di Piero Cargnino

Parlando sempre e solo di faraoni e regine rischiamo di perdere la visione globale di questa stupenda e misteriosa civiltà. Visto che siamo entrati nel regno del faraone Teti, VI dinastia, seguiamo le vicissitudini che hanno accompagnato questo faraone, dispensatore di titoli e privilegi a suo discapito.

Come abbiamo visto in precedenza, non solo Teti non fece nulla per imporsi ed aumentare il suo potere frenando così l’ascesa strisciante (ma neanche troppo) dei suoi nomarchi, ma fece di tutto per garantirsi la tranquillità agevolando la classe dei nobili con politiche di alleanze, concedette privilegi e titoli agli uomini a lui più fedeli forse senza rendersi conto che in questo modo il suo potere si sminuiva sempre più a vantaggio della classe agiata. Sotto il suo regno furono molti che godettero dei suoi favori, mi sovvengono i nomi di quattro suoi visir: Mereruka, Kagemni, Ti e Merefnebef.

Le loro mastabe sono ancora oggi degli splendidi gioielli nella necropoli di Saqqara. Se andate sui siti dove se ne parla rimarrete stupiti dalla quantità e qualità degli affreschi in esse contenuti a tal punto da fare concorrenza con le tombe dei veri sovrani. Proviamo a visitarle e, per quanto possibile apprezzarne la bellezza.

Teti arrivò a concedere in sposa la propria figlia, Seshseshet Waatetkhethor, a uno dei suoi funzionari più in vista, Mereruka, la persona più potente in Egitto dopo il re stesso. Mereruka deteneva, oltre a quello di Visir, numerosi altri titoli quali: “Ispettore dei sacerdoti attaccato alla piramide di Teti”, “Governatore del palazzo”, “Capo lettore-sacerdote”, “Sovrintendente degli scribi reali” e “Direttore di tutte le opere del re”. Grazie alla sua posizione, ed ai favori che il sovrano continuava a dispensargli, il visir accumulò ricchezze tali da consentirgli di costruire una grande tomba per sé e la propria famiglia, degna di un personaggio così influente alla corte del faraone.

La sua tomba a Mastaba si trova nella parte settentrionale sella necropoli di Saqqara vicina alla piramide del faraone Teti. Fu l’archeologo Jacques de Morgan che la scoprì nel 1893, e ne rimase sorpreso, con quella di Ti, altro importante funzionario che operò sotto quattro faraoni: Neferirkara Kakai, Shepseskara, Neferefra e Niuserra della V dinastia, è una delle più belle e meglio conservate della necropoli.

La mastaba di Mereruka è enorme e molto elaborata, si compone di 33 stanze, di cui 16 decorate, tutte di grandi dimensioni. E’ lunga 41 metri, larga 23 e 4,5 metri di altezza, l’altezza del soffitto interno è di 4 metri. Comprende tre sezioni, la prima, dedicata a se stesso (camere A), consta di 21 stanze, quella della moglie Sesheshet Waatetkhethor (camere B) che ne conte 5 come quella del figlio Meriteti (camere C), altre 2 camere fungevano da deposito. Secondo gli archeologi, data la grandezza e la complessità dell’edificio, forse riproduceva la sua abitazione composta di tre sezioni, oltre alla sua anche quelle per la moglie e per il figlio.

L’ingresso avviene attraverso un vestibolo completamente dipinto che raffigura Mereruka in compagnia della moglie intento a pescare e cacciare uccelli con una lancia, intorno a loro alcuni uomini cacciano ippopotami con arpioni. Seguono diversi corridoi con dipinte scene di caccia, altre scene rappresentano artigiani intenti al loro lavoro, orefici, scalpellini, falegnami. In quella che si pensa sia la stanza da lavoro di Mereruka sono rappresentati altri uomini, forse contadini sottoposti a punizioni (forse per non aver pagato le tasse). Su altri dipinti sul muro d’ingresso della tomba, Mereruka è rappresentato mentre traccia col pennello le rappresentazioni delle tre stagioni dell’anno egiziano e, poco oltre mentre gioca a un gioco da tavolo.

Sulle pareti di altre tre sale compaiono scene di artigiani al lavoro che fabbricano mobili e oreficeria. Nella camera principale si trova una statua intatta del visir che si affaccia da una falsa porta. Nella sezione della moglie di Mereruka, a sinistra dell’ingresso della tomba, Sesheshet Waatetkhethor è raffigurata mentre riceve offerte “dovute alla figlia di un re, inclusa una selezione di mobili finemente intagliati”, in un’altra scena compare mentre si rilassa e osserva diverse ragazze che ballano, in un’altra ancora è ritratta con i suoi tre cani e una scimmietta. Nella stanza n. 7 sono rappresentati Mereruka, “seduto su un grande divano, mentre lei suona l’arpa per calmarlo”. Al centro della tomba una porta da su un cortile mentre poco oltre si trova la sala delle offerte con sei pilastri dipinti con colorazioni simili al granito e decorati con diverse immagini del defunto. Tra i pilastri si trova un anello in pietra dove venivano legati gli animali destinati a essere offerti al ka di Mereruka.

Sulle pareti della sala spicca la scena della processione funebre con davanti, su di una barca, il sarcofago mentre i presenti intonano dei versi che sono riportati sulla parete sopra di loro. Il sarcofago in granito misura esternamente circa 4 metri per 1,75 ed è alto 1 metro. La parte interna che accoglieva la bara del re si trova sfalsata verso il margine occidentale e  misura 2,25 metri per 0,8 ed è alta 0,8 metri. Il coperchio misura 3,5 metri per 1,75 per 30 centimetri di spessore. La parte superiore ed il lato est del coperchio e tutte e quattro le pareti interne del sarcofago sono iscritte per un totale di sei testi.

Le pareti di quasi tutte le stanze sono decorate con scene che si rifanno alla vita quotidiana in Egitto, le professioni, la caccia, la pesca, gli animali del Nilo, le stanze che non presentano decorazioni erano adibite a magazzini. Vicino ad una falsa porta, nella sala delle offerte, si accede attraverso un passaggio alla tomba del figlio Meriteti, anche qui le stanze presentano decorazioni ma di qualità decisamente inferiore rispetto a tutte le altre. L’accesso alla parte riservata alla moglie Sesheshet Waatetkhethor avviene da un lato del vestibolo, le stanze presentano scene agresti dove si nota una fattoria con del bestiame mentre alcuni contadini sono intenti a mungere.

Altre scene mostrano falegnami e scultori di vasi di pietra al lavoro, mentre Mereruka e sua moglie sono raffigurati mentre ispezionano un laboratorio di gioielliere dove alcuni degli operai sono nani. Descrivere tutto quello che presenta la mastaba è quasi impossibile, questo sta a dimostrare il potere che acquisirono i visir durante la VI dinastia.

Fonti e bibliografia:

  • Web, Osirisnet.net, “Le tombe dell’antico Egitto”
  • Christine Hobson, “Exploring the World of the Pharaohs”, Thames & Hudson Ltd., 1997
  • Alberto Carlo Carpiceci, “Arte e storia dell’Egitto”, Firenze, Bonechi Edizioni, 1994
  • Nagib Kanawati, “Mereruka and King Teti. The Power behind the Throne”, Il Cairo, S.C.A. 2007
  • Delia Pemberton, “Ancient Egypt, Gardenhouse”, (trad. di Antonia Lena), Milano, Garzanti, 1992
C'era una volta l'Egitto

IL CREPUSCOLO DELL’ANTICO REGNO

LA VI DINASTIA

Di Piero Cargnino

Adesso che abbiamo concluso il nostro giro delle oasi del deserto occidentale egiziano  dove abbiamo appreso che queste interessarono l’Egitto faraonico solo marginalmente e soprattutto in epoca più tarda, ripartiamo da dove eravamo rimasti, l’inizio della VI dinastia. Con la fine del regno di Unas (o Unis) Manetone, inspiegabilmente fa finire anche la V dinastia e Teti viene considerato il fondatore di una nuova dinastia la VI.

Prima di addentrarci nella VI dinastia proviamo a dare un’occhiata al resto del paese. Come abbiamo visto in precedenza in Egitto andava accentuandosi la dispersione del potere a favore dei nomarchi locali che andavano via via assumendo maggiore importanza che prescindeva dal potere centrale, il faraone Unas non fece nulla per contrastare questa tendenza, cosa che non fecero neppure i faraoni che seguirono e che segnerà inevitabilmente l’inizio della decadenza che porterà al Primo Periodo Intermedio e, dopo oltre una secolo e mezzo alla successiva riunificazione delle Due Terre sotto Mentuhotep I.

Vediamo ora come si evolve la VI dinasti, arbitrariamente creata da Manetone, che però non denota sostanziali cambiamenti nella linea politica della precedente e di cui gli antichi egizi non percepirono sicuramente alcun cambiamento. Forse Manetone nell’ipotizzare una nuova dinastia venne fuorviato dal fatto che Unas probabilmente non lasciò eredi maschi, infatti Teti acquisterà il diritto al trono per aver sposato Iput, figlia di Unas che scelse il Nome di Horus di “Seheteptaui”, ovvero “Colui che pacifica le Due Terre”.

Il nome scelto mette in evidenza la volontà di attuare una politica di pacificazione la quale dette buoni risultati. E’ pressappoco in questo periodo che si manifesta in pieno l’importante trasformazione avvenuta nel carattere del regno egizio, sia sotto il profilo politico che sotto il profilo religioso. Con la VI dinastia assume maggiore importanza, nel medio Egitto, il culto della dea Hathor di Dendera prendendo le distanze dal culto eliopolitano praticato nel Delta. Finita l’estrema centralizzazione del potere dei periodi precedenti, quando la più alta ambizione di un cortigiano era quella di ottenere una tomba all’ombra della piramide regale, la generosità del faraone riceveva ora un’ingrata ricompensa; le sue ricchezze incominciano a esaurirsi mentre quelle dei nobili sono talmente aumentate che essi possono quasi gareggiare con lui in potenza e importanza. Ovunque nelle vicinanze dei maggiori centri delle province erano sorti bellissime necropoli dove non solo i principi del luogo ma anche i loro dipendenti di grado più elevato cercavano di conferire alle proprie mastabe e alle tombe scavate nella roccia qualcosa dello splendore della capitale. Tuttavia benché avesse già preso salde radici tutta un’aristocrazia provinciale, non si deve supporre che il potere dei faraoni si fosse in alcun modo indebolito durante la VI dinastia. Essa al contrario conta fra i suoi sovrani alcuni dei più grandi nomi della storia egizia, a giudicare dal numero dei cartigli sparsi in tutto il reame e dall’eco, giunta fino a noi, delle loro imprese e del loro energico spirito d’iniziativa.

Alcuni faraoni intrapresero campagne militari nell’area siro-palestinese e l’esercito egiziano, agli ordini del generale Uni, tornò vittorioso:

<<……. questo esercito ritornò in pace dopo aver raso al suolo il paese degli Aamu che abitano la sabbia……..>>.

Horkuf,  governatore di Elefantina, riuscì a rendere sicure le vie carovaniere verso il sud e la Nubia. Ma le loro azioni prescindevano dal potere esterno che godeva della più ampia autonomia. E’ vero però che i monumenti alla loro memoria non possono stare alla pari come livello artistico con quelli della generazione precedente, e dimostrano anche scarsa originalità. L’esecuzione tecnica è scadente tanto che la maggior parte delle piramidi è crollata riducendosi a mucchi informi di rovine.

E anche scomparso quel religioso fervore che aveva indotto la V dinastia a dedicare quasi tutte le proprie risorse alla glorificazione del dio sole. I Testi delle Piramidi che coprono le pareti delle camere sepolcrali delle loro tombe mirano solo ad assicurare nell’oltretomba il benessere del re defunto, identificato con Osiride. Grande è l’abbondanza di documenti della VI dinastia giunti sino a noi. Da questi si deduce la tendenza generale al decentramento perché, anche se nominava a governatori delle province, o nomarchi, i più influenti personaggi provinciali (come Ibi nel nomo della Montagna della Vipera), il faraone continuava a voler partecipare alla costruzione dei templi locali e ad arrogarsi il diritto di esentarne i dipendenti dagli obblighi più gravosi.

Il Canone di Torino enumera, in accordo con gli altri elenchi, cinque faraoni (Teti, Userkara, Pepi I, Merenre I, Pepi II e Merenre II) dal regno più o meno lungo (fino ai 90 anni di Pepi II), ma a differenza delle altre liste, il Canone di Torino ne cita altri di cui però solo tre sono leggibili: Neferka, Nefer e Ibi giungendo alla cifra totale di 181 anni per l’intero periodo iniziatosi con Teti.

Di questi successori di Pepi II, oltre ai nomi leggibili rimane lo spazio per altri nomi per una lunghezza totale di cinque regni su otto, il tutto ammonta a non più di dieci anni. Sembrerebbe così che la VI dinastia termini con questa serie di effimeri sovrani, se Manetone non avesse preferito concluderla con una regina, Nitòcris, che, al pari di Sebeknofru, ultima sovrana regnante nella XII dinastia, riuscì a conquistare con la violenza il trono dei faraoni. E’ evidente come, alla morte del vecchio re Pepi II, seguirono immediatamente intrighi dinastici dai quali, come poi accadde durante la XII dinastia, trasse momentaneo vantaggio una regina. Ma vediamo ora nel dettaglio come agirono i faraoni della VI dinastia.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” Bompiani, Milano, 2003
  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia” Oxford University Press, 1961 (Einaudi, Torino 1997
  • W. S. Smith, “Il Regno Antico in Egitto e l’inizio del Primo Periodo Intermedio”, Il Saggiatore, Milano, 1972
  • John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”,onaco di Baviera 1961 (Arnoldo Mondadori, Milano 1967
  • Nicolas Grimal, “ Storia dell’antico Egitto”, V ed., Roma, Bari, 2003
  • Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, Novara, 2005
  • Alessandro Roccati, “Egittologia”, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 2005 
  • Cyril Aldred, “Gli Egiziani – tre millenni di civiltà”, Roma, Newton & Compton, 1966
  • Sergio Donadoni, “L’Egitto”, Torino, UTET, 1982
  • Pascal Verrus e Jean Yoyotte, “The Book of the Pharaohs”, Cornell University Press, 2003
Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

LE OASI NELL’ANTICO REGNO

A cura di Piero Cargnino

Localizzazione delle Oasi in Egitto

Con la fine del regno di Unas Manetone, inspiegabilmente, fa finire anche la V dinastia e Teti viene considerato il fondatore di una nuova dinastia, la VI. Prima di addentrarci nella VI dinastia proviamo a dare un’occhiata al resto del paese.

C’era una volta l’Egitto, la splendida Valle del Nilo, si però c’erano anche le oasi.

Nell’immenso deserto occidentale dell’Egitto, lontano dalla valle del Nilo, circondate dalla distesa sabbiosa del deserto. incontriamo delle zone, più o meno grandi, dove abbonda una fiorente vegetazione e soprattutto l’acqua. Sono le oasi che dai tempi dei faraoni venivano considerate angoli di paradiso oltre a rivestire una grande importanza strategica.

Come abbiamo detto all’inizio parlando della preistoria, il deserto del Sahara non era quella distesa sabbiosa e inospitale che oggi conosciamo, in luogo della sabbia scorrevano fiumi ed erano presenti laghi, sorgenti di acqua fresca che caratterizzavano il territorio, una immensa savana dove vivevano animali di varie specie. Un ambiente che aveva permesso l’insediamento, durante il Neolitico, di vari gruppi umani di nomadi di cacciatori-raccoglitori. Con il passare del tempo però subentrarono notevoli cambiamenti climatici che causarono la desertificazione della savana. Ciò causò la migrazione delle popolazioni le quali iniziarono a spostarsi sempre più verso oriente fino a giungere sulle sponde fertili del Nilo. Questi popoli divennero stanziali e da essi, con ogni probabilità, discende la prima civiltà faraonica. L’acqua, che prima era presente in abbondanza sparì, fiumi e laghi si disseccarono ma grazie alla particolare geomorfologia nel sottosuolo rimase una grande quantità di acqua che nei punti di maggiore depressione era presente anche in superficie.

Oasi di Siwa – (Ph by Volker Scherl)

Fu grazie anche all’azione delle popolazioni locali che, scavando dei pozzi, incrementarono l’afflusso di acqua in superficie dando origine alle oasi, alcune più piccole ma altre molto estese. Le più importanti, presenti ancora oggi, sono cinque distribuite da nord a sud della vasta distesa desertica, esse sono: Siwa, Bahariya, Farafra, Dakhla e Kharga oltre alla grande depressione del Fayyum. Kharga, dopo il Fayyum, è la maggiore, con un’estensione di circa 3000 kmq che ospita numerosi villaggi dove vivono oggi circa 100.000 persone. La più piccola di esse, Farafra di circa 500 kmq situata ai margini del Deserto Bianco, conta circa 5000 abitanti. Pur facendo parte, a tutti gli effetti, del territorio amministrato dai faraoni, gli antichi egizi non le consideravano molto ad eccezione di Dakhla e Kharga che costituivano stazioni di rifornimento per le spedizioni verso il sud che si recavano alla ricerca di beni pregiati.

Oasi di Baharyya – (Ph. by Volker Scherl)

Per quanto riguarda Siwa, Bahariya e Farafra, che si trovavano nei territori occupati dalle tribù libiche, le vestigia più antiche trovate risalgono al massimo alla XXVI dinastia nonostante siano state integrate sotto il dominio egizio durante la XVIII dinastia. Ma dobbiamo arrivare al Medio Regno perché i faraoni si rendano conto che era necessario controllare questi luoghi nel deserto in quanto si trovavano lungo le strade carovaniere.

Oasi di Farafra – (Ph. by Roland Unger)

In un primo tempo venne affidata la gestione delle oasi al nomarca di Abidos anche se la cosa durò ben poco. Con Tuthmosis III (1490-1436 a.C.) si riscontra un notevole cambiamento, ciascuna oasi viene posta sotto la giurisdizione di un proprio governatore appositamente nominato, dopo alcune generazioni la carica di governatore diventa ereditaria pur continuando ad essere oggetto di un controllo amministrativo esercitato dal faraone. La vita tranquilla nelle oasi attrasse a poco a poco molte persone, nacquero città e fortezze, di conseguenza furono costruite lussuose tombe per i vari funzionari delle oasi.

Oasi di Dakhla – (Ph. by C. Sappa, DEA)

Non sono presenti nelle oasi molti resti archeologici di qualche importanza ma da vari testi si apprende che erano in essere stretti contatti tra queste fertili zone e la valle del Nilo. Troviamo un riferimento alle oasi in una delle opere cardine della letteratura antica in prosa, la “Storia dell’oasita eloquente” nella quale si narrano le sventure di un contadino dell’oasi di Farafra (detta “l’ Oasi del sale”) che si reca con i suoi asini a Eracleopoli per vendere i suoi prodotti consistenti principalmente nelle “canne di Farafra”, un tipo di canna coltivata nell’oasi, utilizzata per la costruzione di mobili o canne da pesca. L’oasita viene derubato dei suoi asini e della merce che trasportava. Si reca quindi a portare lagnanza all’intendente Rensi, durante il regno del faraone Kheti III, ultimo re della IX dinastia, dal quale, dopo un lungo colloquio, ottiene giustizia. E’ un piacevole racconto molto lungo, il cui scopo principale è quello di mettere in evidenza le nove orazioni con le quali l’eloquente oasita chiede giustizia,  di cui vi raccomando la lettura.

Oasi di Kharga – (Ph. by Kenneth Garrett)

Le oasi rivestivano comunque una notevole  importanza sia dal punto di vista commerciale che strategico, in modo particolare durante il Secondo Periodo Intermedio (1786-1633 a.C.) epoca in cui le popolazioni asiatiche degli Hyksos invasero il Delta assumendo il potere nel nord dell’Egitto. Sono stati ritrovati vari reperti quali due stele di Karnak e la tavoletta Carnarvon, che descrivono il ruolo attivo delle oasi nella guerra fra il re tebano Kamose (1555-1550 a.C.) e il principe Hyksos Apope o Apophis. Pur trovandosi sotto il controllo che il faraone esercitava sulle oasi del nord, durante il Nuovo Regno, in epoche di crisi del potere centrale diventava assai difficile governare queste aree.

Oasi del Fayyum – (Ph. by Gabe Martini)

Durante gli scontri con i nubiani e i popoli del mare, che tentarono di penetrare in Egitto dall’Asia e dalla Libia, sia il faraone Merneptah (XIX dinastia) che Ramses III (XX dinastia) molto probabilmente utilizzarono le oasi di Bahariya e Farafra come postazioni militari. Maggiore importanza rivestirono le oasi del sud in quanto utilizzate come punti di rifornimento per le rotte carovaniere dirette verso l’ Africa centrale. Una delle rotte più importanti partiva da Abydos e raggiungeva l’oasi di Kharga e da qui si dirigeva a sud e terminava all’oasi di Selima, in pieno deserto nubiano, all’altezza di Kerma (Sudan). L’importanza di questa via era tale che fu citata da Erodoto che la chiamò la “via dei quaranta giorni”, in arabo viene chiamata Darb el-Arbain.

L’OASI  DI KHARGA

Dall’oasi di Kharga partiva un’altra via carovaniera che raggiungeva l’oasi di Dakhla nella quale sono stati effettuati dei ritrovamenti presso il sito di Ayn Asil dai quali è possibile dedurre che l’oasi raggiunse la sua massima estensione durante il regno di Pepi II. Recenti scavi hanno messo in evidenza la residenza degli amministratori del faraone le cui sepolture si trovano in grandi mastabe nella vicina necropoli di Qila el-Dabba.

Rilievo del tempio di Amon a Hebit, nell’oasi di Kharga

Un documento molto interessante che ci parla dei percorsi carovanieri delle oasi da parte degli egizi lo troviamo nelle iscrizioni autobiografiche rinvenute sulle pareti della tomba di Harkhuf (o Hirkhuf o Horkhuef) a Qubbet el-Hawa, presso Assuan. Harkhuf fu un nomarca di alto rango sotto i regni dei faraoni Merenre I e Pepi II (VI dinastia), esperto in grandi spedizioni, venne incaricato da Pepi II di avanzare nel deserto verso la Nubia. Qui Harkhuf incontrò il governatore di uno Stato africano intenzionato a  distruggere una tribù libica, dopo averlo convinto a desistere lo seguì nella sua terra ove soggiornò alcuni mesi tornando poi carico di doni di quella terra.

Palazzo del governatore e necropoli dell’oasi di Dakhla

Dalle iscrizioni nella sua tomba si apprende che Harkhuf organizzò almeno quattro spedizioni dall’Alto Egitto fino a Yam, dalle quali tornò ogni volta carico di merci per il faraone. Nella sua autobiografia incisa sulla parete della sua tomba rupestre, Harkhuf racconta che scrisse al faraone che gli avrebbe portato in dono un nano ballerino.  L’iscrizione riporta pure la risposta di Pepi II:

<< Tu hai detto in questa lettera che hai portato un nano danzante del dio dalla terra degli spiriti di Yam , simile al nano che il tesoriere del dio, Burded, portò da Punt  ai tempi di Isesi…….Torna alla corte subito, devi portare con te questo nano che hai preso vivo, prospero ed in salute…….danzerà per rallegrare ed allietare il cuore del Re dell’Alto e Basso Egitto Neferkara (Pepi II), che viva in eterno…….>>.

Col tempo i faraoni pensarono che, data la loro lontananza, le oasi erano il posto ideale per esiliare i nemici liberandosi così della loro presenza senza ricorrere alla pena di morte. Si sa che tra la fine della XX dinastia e l’inizio della XXI, a cavallo dei regni di Ramesse XI e Smendes I, il profeta di Amon a Tebe Pinedjem I, grazie al potere ormai acquisito dal clero, decise di affidare l’incaricodi profeta di Amon al proprio figlio Masuharte (1055 a.C.), dopo di che si attribuì titoli regali.

Ovviamente il faraone si oppose e questo provocò una specie di rivolta che si protrasse per 10 anni fino al 1045 a.C. e che si concluse con la deportazione di tutti i capi dell’opposizione nell’oasi di Kharga. L’evento è riportato nella “Stele dell’esilio” fatta erigere dal gran sacerdote di Amon Menkheperra, sulla stele viene rappresentato il dio Amon davanti al suo tempio mentre ascolta le suppliche del sacerdote per gli esiliati dell’oasi di Kharga. 

L’OASI  DI EL-FAYYUM

Vediamo ora come si presentavano le oasi, partendo dal nord incontriamo quasi alla stessa altezza Siwah e el-Fayyum.

Come oasi el-Fayyum (in arabo Wahet el-Fayyum) copre un’area che si estende tra i 1.270 e i 1.700 kmq nel deserto libico a circa 130 km a sud-ovest del Cairo e prende il nome dalla vicina città di Medinet el-Fayyum. Occupa una posizione poco distante dal Nilo e consiste in una vasta area coltivabile i cui campi vengono irrigati  attraverso uno o più canali del Nilo, particolarmente importante è il Bahr Yussef lungo 24 km. Al centro della depressione chiamata Birket Qarun che si trova a circa 45 metri sotto il livello del mare, si estende il lago Qarun, un tempo chiamato Meride il lago era molto più grande, oggi, purtroppo, il lago si è ritirato molto anche se misura ancora più di 200 kmq con una profondità massima di circa 8 metri.

Purtroppo il livello di sale nelle acque del lago sta crescendo e ricopre le spiagge di cristalli di sale rendendolo inadatto al nuoto. Data la relativa vicinanza alla valle del Nilo el-Fayyum era già molto apprezzata fin dall’antichità, il faraone Amenernhat III fece costruire una serie di canali che consentirono un ampliamento della zona coltivabile. In epoca più tarda divenne uno dei luoghi preferiti dai faraoni che si recavano a trascorrere momenti di svago. Grazie alle fiorenti coltivazioni di frutta e verdura, il paesaggio si mostra così lussureggiante che ancora oggi è considerato il “giardino dell’Egitto”.

Sulla sponda settentrionale del lago Qarun ci troviamo di fronte ad un misterioso fenomeno decisamente inspiegabile, la costa presenta una miriade di strani buchi nel fango, allineati in modo abbastanza regolare. In quelli che emergono dall’acqua nidificano i gabbiani anche se è improbabile che siano stati gli uccelli a scavarli.

All’estremità occidentale del lago si trova il tempio di età tolemaica di Qasr Qarun, dedicato al dio-coccodrillo Sobek, in epoca antica le paludi vicine erano piene di coccodrilli. Dopo il restauro effettuato nel 1956 è possibile visitare il tempio anche negli ambienti sotterranei (con molta prudenza per la presenza di serpenti), è inoltre possibile salire sul tetto per ammirare il paesaggio del deserto circostante.

Il tempio di Qasr Qarun riserva uno spettacolo ai turisti che si trovano al suo interno il 21 dicembre quando, in concomitanza con il solstizio d’inverno e l’inizio della stagione più fredda, i raggi del sole penetrano all’interno dell’edificio e vanno ad illuminare  la parte più interna che è sempre al buio, il sancta sanctorum con le statue del dio Sobek, proprio come avviene due volte l’anno nel Tempio Maggiore di Abu Simbel.

Presso la più grande città greco-romana del Fayyum, Kiman Faris, l’antica Crocodilopolis (Arsinoe), è stato recentemente (2015) inaugurato il museo all’aperto del centro dedicato al culto di Sobek, il centro fu fondato da Tolomeo II Filadelfo (285-246) come sede dei mercenari del suo esercito.

All’estremità orientale del Fayyum si trova la necropoli di Fag el-Gamous dove gli archeologi statunitensi dell’Università di Provo, Utah, che scavano il sito da oltre trent’anni, hanno scavato più di 1700 sepolture. Utilizzata in epoca romana e bizantina fino al VII secolo d.C. era destinata in modo particolare alla gente comune, i corpi sono sepolti senza bare e senza corredi è la mummificazione è naturale grazie al clima secco della zona.

Rimane un mistero il fatto che la necropoli sia così vasta quando il vicino villaggio è troppo piccolo per giustificare una simile estensione e la città di Filadelfia (da Tolomeo II Filadelfo) possiede già una sua necropoli.

Altra importante area archeologica è Kom Aushim, che custodisce le rovine di Karanis, una città sorta nel III secolo a.C, all’estremità orientale del bacino.

Esistono anche testimonianze di epoca cristiana come il Monastero dell’Arcangelo Gabriele a Naqlun.

Altra località nel Fayyum è Medinet Madi (Narmouthis in greco) ove si trovano i resti di un tempio tolemaico, modificato in epoca romana. All’interno del tempio si trova l’unico esempio di edificio di culto risalente al Medio Regno (XII dinastia) riportato alla luce nel 1935 dall’egittologo italiano Achille Vogliano.

A sud est di  Medinet Madi si trova il sito archeologico di Tebtynis (Tepten in greco, Oumm el-Baraga in arabo) fondato durante la XIII dinastia, fu abitato fino al XIII secolo d.C., qui sono stati scoperti gli archivi sacerdotali, in geroglifico e demotico, oltre a papiri di epoca tolemaica e romana, sono state rinvenute anche diverse mummie di coccodrillo. Scavi risalenti ad epoche precedenti hanno portato alla luce diverse chiese decorate con affreschi.

Di rilevante interesse è il “Labirinto di Meride” una costruzione annessa al tempio funerario di Amenernhat III. Scoperto da Flinders Petrie nel 1888 che rinvenne i nomi di Amenernhat III e della figlia Sebeknofru venne citato da molti storici antichi, Manetone racconta:

<<…..egli costruì il Labirinto nel nomo di Arsinoe, come tomba per sé……>>. Divenne molto conosciuto grazie alla descrizione di Erodoto: <<…….stabilirono, poi, anche di lasciare un monumento a ricordo del comune dominio……..costruirono il Labirinto, che si trova un po’ sopra il lago Meri, press’a poco all’altezza di quella che è detta la «città dei coccodrilli…….>>.

Strabone lo descrive proprio alla stregua di un labirinto: <<……. si aprono numerose e lunghe gallerie sotterranee, collegate fra loro da tortuosi passaggi; sicché senza guide per nessun visitatore è possibile entrare e uscire…….>>. Anche Pitagora visitò il sito: <<……Il mio interprete mi condusse nel labirinto all’estremità del lago Meride……..in virtù del sigillo reale, che ne apriva l’ingresso……… >>. Gardiner ebbe a dire che era del tutto simile a quello di Cnosso.

Di notevole importanza sono i “Ritratti del Fayyum”, circa 600 ritratti funebri risalenti all’epoca tolemaica, principalmente sotto Tolomeo II Filadelfo, ed all’epoca romana (vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2021/11/06/i-ritratti-del-fayyum/). I dipinti sono realizzati  per lo più su tavole lignee e ricoprivano il volto delle mummie mettendo in evidenza la loro immagine.

L’OASI  DI SIWA

Spostiamoci ora verso occidente per andare a visitare l’Oasi di Siwa. Si, spostiamoci ma non in linea retta, non abbiamo la tempra dei beduini e per evitare spiacevoli inconvenienti è meglio se prendiamo la strada che dal Cairo porta a Marsa Matruh poi di li ci dirigiamo verso Siwa, sono solo 750 km. in tutto, circa 8 ore e 21 minuti di viaggio.

Siwa è il nome berbero dell’oasi più occidentale dell’Egitto. Si trova nel Governatorato di Matrouh quasi al confine con la Libia, via strada è collegata con Marsa Matrouh e con l’oasi di Bahariya. L’oasi si trova in una depressione di circa 18 metri sotto il livello del mare ed è molto ricca di acqua, pare (da verificare) che un’impresa italo-egiziana imbottigli parte di quest’acqua che poi viene  commercializzata in gran parte dell’Egitto.

L’enorme presenza di acqua dell’oasi è spesso fonte di gravi problemi in quanto se il livello aumenta troppo c’è il rischio che vengano allagati i terreni coltivati ma non solo, si potrebbe verificare che l’acqua raggiunga le grandi distese di sale e quindi spargendosi renda sterili i campi. Per ovviare a questo inconveniente è necessario tenere sotto controllo la situazione ed agire con una costante opera di drenaggio delle acque. Il fatto che la sua posizione è molto spostata verso occidente fa si che i suoi abitanti (circa 15.000) siano tutti berberofoni in quanto la lingua parlata è il berbero.

Sono stati ritrovati strumenti fabbricati in selce che testimoniano che Siwa era già abitata nel Paleolitico e nel Neolitico. I primi documenti storici risalgono al Medio e Nuovo Regno anche se, vista la distanza dal centro del potere, è molto improbabile che i faraoni ed i loro governatori abbiano realmente governato su Siwa, ne è una prova la mancanza di edifici risalenti a questo periodo.

Il nome Siwa deriva dall’arabo Wahat Siwah, che significa “Protettore del dio del sole egiziano Amon-Ra”. L’oasi è famosa per il tempio dedicato al dio sole a testa di ariete Amon-Ra, che nel 700 a.C. circa, ospitava un oracolo divino la cui fama era diffusa nel Mediterraneo orientale. Erodoto ci racconta che le tribù che abitavano Siwa nei tempi antichi erano gli Ammonii. Ancora oggi, come un tempo le costruzioni dell’abitato di Siwa, che si stende ai piedi dell’antica cittadella (Shali), presenta un’architettura molto suggestiva e del tutto particolare, le abitazioni sono costruite con materiali ricchi di salinità presi sul luogo, con l’umidità tendono a sciogliersi, per cui ogni pioggia richiede frequenti restauri.

La società tradizionale di Siwa coltivava usanze del tutto particolari, esisteva la casta dei nullatenenti (zaggala) ai quali era imposto il divieto di sposarsi prima di una certa età, lavoravano come braccianti nei campi ed erano costretti a vivere all’esterno dell’abitato, conducevano una vita promiscua ed erano frequenti veri e propri “matrimoni omosessuali”. Oggi queste usanze  sono quasi del tutto scomparse e gli zaggala sono noti per le loro canzoni che vengono anche riprodotte su cassette e diffuse nel paese.

Molto nota la storia che ci riporta lo storico Erodoto sull’Armata perduta di Cambise. Il re Cambise di Persia, figlio di Ciro il Grande, nel 524 a.C., dopo aver conquistato l’Egitto venne a sapere che l’oracolo di Siwa aveva predetto che le sue conquiste in Africa avrebbero presto vacillato, come in effetti fecero. Colmo di rancore nei confronti dell’oracolo, Cambise inviò un’armata di 50.000 uomini a Siwa per distruggere l’oracolo. L’intera armata però non raggiunse mai Siwa, di essa non se ne seppe più nulla, forse inghiottita per sempre dalle sabbie del deserto come racconta Erodoto:

<<………transitata l’armata dall’oasi (di Kharga), di essa nessuno seppe più alcunché, ma quando aveva ormai percorso circa la metà del tragitto che la divideva dalla meta (Siwa), mentre erano intenti gl’uomini al pasto, soffiò contro di loro un vento del sud insolitamente impetuoso e trascinando vortici di sabbia li seppellì, ed essi scomparvero in questo modo. Gli Ammonii dicono che questo è avvenuto di tale spedizione……..>>.

Recenti scoperte archeologiche ad opera dei fratelli Angelo e Alberto Castiglioni parrebbero confermare la versione tramandata dallo storico greco. Ma un altro condottiero famoso decise di consultare l’oracolo di Amon a Siwa, Alessandro Magno, il macedone. Dopo aver sconfitto il re persiano Dario nella battaglia di Issus nel 333 a.C. Alessandro viene proclamato faraone d’Egitto. Due anni sopo, nel 331, Alessandro lascia la città che aveva appena fondato, Alessandria, con l’intento di andare a consultare l’oracolo di Siwa ma lui non fece l’errore dell’armata di Cambise, non puntò direttamente sull’oasi ma si diresse prima a Marsa Matruh e di qui, come avviene ancora oggi, marciò verso Siwa lungo la strada del deserto. Non si sa con certezza ma con ogni probabilità Alessandro fece il viaggio a Siwa poiché tutti i faraoni della XXVIII dinastia si erano recati a Siwa per essere riconosciuti come figli di Amon-Ra dall’oracolo del  tempio, infatti da allora tutti i faraoni sono raffigurati con le corna di ariete di Amon sulla loro testa. Forse fu la brama di veder legittimato il potere divino a portare Alessandro a Siwa. Secondo molti erano talmente grandi i vincoli che univano il conquistatore macedone all’oracolo che egli abbia deciso di farsi seppellire

L’acqua dell’oasi di Siwa – (foto propria)

L’OASI  DI BAHARIYA

Come promesso partiamo per una nuova escursione nelle oasi egiziane e, scendendo verso sud-ovest del Cairo, nel deserto occidentale, dopo circa 400 km. arriviamo all’oasi di Bahariya (in arabo al-Wahat al-Bahariyya, spesso solo Bahariya che significa “Marina”).

I latini la conoscevano come “Oasi Parva” (Piccola oasi). Strabone la chiama la ‘Seconda Oasi’. Eccoci arrivati, ci troviamo in una depressione quasi ovale di circa 2.000 kmq e siamo circondati da montagne che ci offrono numerose sorgenti di acqua fresca. Sita nel governatorato di Giza, Bahariya, l’oasi comprende diversi villaggi il maggiore dei quali, che è pure il centro amministrativo, è Bawiti, non molto lontano troviamo il villaggio di Qasr el-Miqisba del tutto simile a Bawiti. Dieci km ad est si trovano i villaggi di Mandishah e al-Zabu ed a metà strada da Bawiti si incontra il piccolo villaggio di Aguz Harrah che è anche il villaggio più orientale. E ancora un ultimo villaggio el-Haiz, che però non sempre viene considerato come parte dell’oasi, data la distanza da Bahiti di circa 50 km.

Ad el-Haiz si trova un insediamento preistorico dove sono stati rinvenuti resti di macine, punte di freccia, raschietti, scalpelli e gusci d’uovo di struzzo. Per secoli Bahariya è stata considerata tappa obbligatoria per le carovane provenienti dal nord dell’Africa e dirette alla Mecca. Da Bahariya partono strade che la collegano alle altre oasi, Siwa, el-Fayyum, Farafra oltre al Cairo.

Abitata fin dal paleolitico, durante il Medio Regno fu un centro commerciale e culturale. Si trattava di un centro agricolo importante, i prodotti dell’oasi consistevano in guava, mango, datteri e olive, ma soprattutto era la produzione di vino che veniva esportava in grandi quantità nella Valle del Nilo. Secondo molti egittologi, nel periodo greco-romano vantò un notevole aumento demografico, la popolazione in quel periodo contava oltre mezzo milione di individui.

Gli abitanti dell’oasi sono detti Wahati (oasiti in arabo) e sono discendenti dalle tribù nomadi che abitavano l’oasi nell’antichità, provenienti  principalmente dalla Libia, e da altre tribù che provenivano dalla Valle del Nilo. Tra i monumenti più importanti a Qarat el-Toub troviamo una vecchia struttura consistente in una fortezza militare di epoca romana, segue un gruppo di due o tre tombe ed un tempio di Amon-Ra risalente alla XXVI dinastia.

A Qasr el-Miqisba si trovano le rovine di un tempio greco eretto in onore di Alessandro Magno, nel 332 a.C. Alcuni egittologi ritengono che il conquistatore greco sia passato da Bahariya di ritorno dall’oracolo di Ammon a Siwa.

Due miglia a sud di Bahariya, nel 1900 Giorgio Steidorff scoprì il sito di Garet-Helwa, che si trova vicino alla tomba di Amenhotep, chiamato Huy eretta in Qarat Hilwah alla fine della XVIII dinastia. L’oasi comprende una delle delle più importanti necropoli d’Egitto risalente all’epoca tolemaica situata nell’area desertica a circa 6 km da El-Bawiti, a sud del tempio di Alessandro Magno.

Nel 1996 una spedizione archeologica guidata dal Dr. Zahi Hawass mentre stava effettuando scavi nella necropoli successe una cosa strana, uno degli operai stava trasportando materiale con un mulo quando l’animale rimase impigliato in una buca con una zampa, scavando attorno per liberarlo si rivelò una tomba. Allargando lo scavo emerse una tomba contenente diversi corpi imbalsamati in modo naturale accatastati alla rinfusa. I corpi, in ottimo stato di conservazione, si presentavano ricchi di decorazioni e interamente ricoperti d’oro. Con sorpresa venne rinvenuto il corpo imbalsamato di una madre con quello del figlio stretto al petto. Gli scavi continuarono in quelle “tombe di famiglia” nelle quali furono trovate 142 mummie con tutt’intorno scarabei, collane, orecchini di corniola, braccialetti d’argento ed accanto immagini del dio della fertilità, Bes. Gli scavi continuano e si stima che vi si possano trovare circa 10.000 mummie le cui sepolture risalirebbero al I e II secolo d.C. La località venne battezzata la “Valle delle Mummie d’Oro” e venne istituito in loco un piccolo museo dove sono state sistemate le mummie d’oro.

I riti funebri di quel tempo avevano subito una  profonda trasformazione, i corpi non venivano più imbalsamati e le viscere del defunto non venivano più estratte e riposte nei vasi canopi, si nota anche la scarsa presenza di sarcofagi. La mummia veniva avvolta in coperte e sul capo veniva posta una maschera di cartonnage con dipinta l’immagine del defunto, come abbiamo visto nel Fayyum. Nei pressi del centro dell’oasi sono emerse anche due tombe precristiane che si trovano in un tumulo, quella di Zed Amun Ef Ankh e del proprio figlio Banentu.

Il sito dove si trovano le due mummie è estremamente interessante in quanto si presenta del tutto integro, non saccheggiato e trafugato da sciacalli, le immagini presentano ancora un colore quasi del tutto integro e i geroglifici che le corredano non hanno nulla da invidiare a quelli delle tombe della Valle dei Re, altro aspetto interessante è che le mummie denunciano la loro appartenenza a tutti gli strati sociali. Attualmente nella necropoli sono in corso gli scavi e quindi l’intera zona è interdetta al pubblico. Anche gli altri siti archeologici, la necropoli e le rovine del tempio di Ra non sono visitabili, ma e probabile che il sito denominato “Valle delle Mummie” diventi presto un grande museo all’aperto.

Nel maggio del 2000 vennero effettuate ulteriori indagini, alcune delle quali vennero riprese in diretta da un noto canale televisivo, che portarono alla luce la tomba di Djedkhonsuefankh il cui nome significa “Khonsu parla ed egli vive” (1045 a.C. circa), la tomba si trova a Karet el-Salim, vicino al cenotafio dello sceicco Soby, nei pressi della città di El Bawiti. Djed-Khonsu-Ef-Ankh, che rivestì la carica di Profeta di Amon durante la XXVI dinastia. Già conosciuto dagli archeologi che lo cercarono per decenni, Djedkhonsuefankh fu il più potente governatore di Bahariya nel Nuovo Regno. Potrebbe essere il figlio di Pinedjem I morto durante la ribellione scoppiata nella Tebaide contro la dinastia dei Primi Profeti di Amon.

All’interno della sua tomba, gli archeologi hanno trovato un sarcofago in pietra calcarea, all’interno del quale è stata scoperta una bara di alabastro che conteneva la mummia. Sia i greci che i romani, affascinati dalle pratiche e dai riti funerari degli egizi, li adottarono anch’essi, ciò si evince dalle iscrizioni nelle tombe che attestano la provenienza non solo egizia ma anche greca e romana.

Finiamo con due curiosità, nel 1934 il paleontologo tedesco Ernst Stromer rinvenne nell’oasi di Bahariya i resti della “lucertola di Bahariya” dinosauro datato circa 95 milioni di anni fa; nel 1944, in piena Seconda Guerra Mondiale un team americano guidato dal paleontologo Joshua Smith trovò i resti di un dinosauro della specie “Paralitian stromeri” (gigante della marea) risalente a circa 100 milioni di anni fa. Lasciamo ora i dinosauri per scendere verso sud-est e ci dirigiamo all’oasi di Farafra distante circa 200 km.

L’OASI  DI FARAFRA

Incamminiamoci ora per l’oasi di Farafra. Incamminiamoci si fa per dire nel senso che, magari a bordo di un fuoristrada, percorriamo i circa 180 Km di tragitto attraverso il deserto e località suggestive quali il Deserto Nero, la valle di El Agabat e la montagna di Cristallo. Dopo un paio d’ore eccoci giunti alla più piccola oasi del deserto occidentale, a metà strada tra Dakhla e Bahariya.

L’oasi di Farafra si trova a nord-ovest di El Dakhla, presso le rovine di Kasr El Farafrah, di Kasr Abou Monkara e del cimitero di El Bagawat. L’insediamento maggiore, Qasr Farafra, è costruito attorno a una fortezza ora in rovina, ci vivono circa 5.000 abitanti la maggior parte dei quali sono beduini che abitano in piccole case di terra, per la maggior parte dipinte di blu per allontanare, secondo una credenza, gli spiriti maligni, sono famosi per il loro fervore religioso e la fedeltà alle tradizioni.

La scarsità dei pozzi presenti nell’oasi è sempre stato un  ostacolo per gli insediamenti, in tempi più recenti il governo egiziano ha costruito edifici in cemento per attirare nella zona nuovi abitanti. Principale occupazione è la coltivazione, l’oasi è interamente coltivata a ulivi e albicocchi oltre ai datteri che la natura fornisce. Nell’antichità l’oasi era famosa come la “terra delle vacche dei faraoni”. Studi recenti hanno appurato che qui, come in altre località in Egitto, si svilupparono le prime forme di agricoltura durante le fasi culturali di Badari e Naqada (V-IV millennio a.C.).

Vicino a Farafra si trovano le sorgenti calde di Biʾr Sitta e il lago di al-Mufīd e, un poco più lontano verso nord, si trova il “Deserto Bianco” (al-Ṣaḥrāʾ al-Bayḍāʾ), formato da numerosi faraglioni di calcari fossiliferi, erosi dal vento in forme bizzarre che emergono dalle sabbie gialle del deserto.

La particolarità di questo deserto consiste nella crosta di calcare formatasi quando l’intera area era coperta dal mare, forma un paesaggio unico al mondo dall’aspetto quasi lunare; in esso è presente una gran quantità di fossili e coralli incastonati nella roccia.

Pur risalendo ai tempi dei faraoni, a Qasr Farafra non vi sono monumenti, viene citata su alcune stele rinvenute nella Valle del Nilo come importante tappa per il rifornimento d’acqua di carovane ed eserciti che transitavano nel deserto. Una strana casa di mattoni ospita il Museo Badr dove sono esposte le opere del figlio più illustre di Farafra, l’artista Badr, un artista che nei suoi quadri e nelle sue sculture ritrae gli abitanti del villaggio nelle loro occupazioni quotidiane.

Tra il VII e il VI millennio a.C. si formò nel Deserto Occidentale una vera cultura delle Oasi, Farafra rappresenta oggi lo scenario più completo e articolato. I piccoli villaggi di Hidden Valley e di Sheikh el Obeiyid nella parte nord della depressione mostrano la nascita di una cultura neolitica caratterizzata da insediamenti semi-sedentari in villaggi. Un paio di chilometri a nord della grotta di Hidden Valley sono state rinvenute incisioni e pitture rupestri che denotano un ruolo rituale e di culto per coloro che transitavano nell’area. Nell’oasi troviamo l’unica chiesa cristiana del deserto occidentale, la chiesa di San Giorgio del V secolo d.C., è considerata uno dei monumenti cristiani più importanti delle oasi.

L’OASI  DI DAKHLA

Adesso alziamoci di buon’ora e con una jeep partiamo attraverso il deserto. Un tour già predisposto con partenza da Baharia ci porta verso Farafra, senza dimenticare di passare da Abu Tuyur, un luogo stupendo, con formazioni che confrontate con quelle del Deserto Bianco sono meno sagomate ma più imponenti. Dopo aver pranzato a Farafra ed esserci bagnati nelle vasche d’acqua pulita dei canali d’irrigazione proseguiamo per strada asfaltata e, dopo un breve tragitto fuori strada attraverso le dune di sabbia della zona, raggiungiamo Dakhla.

L’oasi di Dakhla fa parte del Governatorato di Wadi al Jadid e si trova a circa 350 km dalla Valle del Nilo quasi a metà strada tra le oasi di Farafra e Kharga, ha una lunghezza di circa 80 km e larghezza da nord a sud di circa 25 km.. La depressione ha un’area di 410 km2 (dei quali 107 sono occupati da due oasi molto fertili), ospita giacimenti di fosfati. Sono presenti anche industrie del Musteriano evoluto, del Paleolitico medio e del Neolitico antico.

Recenti ricerche indicano che Dakhla era già abitata sin dalla preistoria. Durante la tarda epoca faraonica l’oasi assunse una notevole importanza per la ricchezza dei suoi pozzi che furono regolarmente accatastati dal sovrano Psusenne unitamente ai terreni. E’ formata da un gruppo di piccoli e pittoreschi villaggi in mattoni di fango tra frutteti e campi rigogliosi che si allungano da est ad ovest lungo la strada principale e comprende più di 600 sorgenti e laghetti naturali. I suoi 70.000 abitanti sono distribuiti nei vari villaggi di cui il più caratteristico dei quali è El Qasr. Costruito in età medievale sui resti del villaggio romano di Al Balat e il tempio di Deir El Hagar. Presenta inoltre le vestigia di alcuni antichi palazzi oltre ad un’interessante moschea del XII secolo e una madrasa del X secolo.

Come detto sopra tutte le case sono costruite con mattoni di fango e si trovano una vicino all’altra per ripararsi dal sole, le viuzze tortuose a volte sono coperte formando degli spazi silenziosi avvolti nell’ombra e sulle case si trovano degli architravi in legno dal disegno assai elaborato. Percorrendo una pista che parte da El Qasr, dopo circa 3 km si arriva alle tombe di El-Muzawaka di eta romana. Le due più belle sono quelle di Petosiris e Sadosiris, dipinte con bellissimi colori splendenti, mentre una terza contiene quattro mummie. Più a ovest, isolati nel deserto, sorgono i resti del tempio di Deir al-Hagar che l’imperatore Nerone fece costruire nel primo secolo d.C..

Dagli scavi effettuati nel sito di Beer El-Shaghala sono emerse altre due tombe di epoca romana con pareti dipinte di colori vivaci. Mostafa Waziri, segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità egizie spiega che la prima tomba presenta una scalinata di 20 gradini interamente rivestita di intonaco attraverso la quale si giunge in una stanza di mattoni di fango con il soffitto a volta in parte distrutto. Sul lato nord si trovano due camere funerarie contenenti teschi e scheletri umani, lampade e vasi in terracotta.

A Dakhla è stata trovata la famosa Stele, risalente ai tempi del faraone Sheshonq I, la “Stele di Dakhla” che narra di una richiesta all’oracolo del dio Seth in merito ad una disputa sulla proprietà dell’acqua di un pozzo. Gli scavi, nel 2014, hanno inoltre portato alla luce una scuola romana sulle cui pareti era presente un brano scritto in greco dell’Odissea di Omero.

Le ricerche di una missione locale hanno portato alla scoperta di un tesoretto di monete d’oro. Si tratta di un piccolo vaso ancora chiuso da un coperchio d’argilla contenente 10 solidi aurei risalenti al regno di Costanzo II (337-361), figlio di Costantino il Grande.

Altro centro abitato e Mut, un villaggio cosparso di piccole casette che ospita un Museo Etnografico che espone sculture dell’artista locale Mabrouk. L’oasi è ricca di sorgenti calde sulfuree, a circa 3 km da Mut si trova quella più vicina, Mut Talata. Percorrendo la strada che conduce da Mut a Kharga si incontra il villaggio di Balat, costruito in epoca medievale sulle rovine di un insediamento dell’Antico Regno che commerciava con Kush (l’antica Nubia), poco oltre si incontra il villaggio di Bashandi che possiede un bellissimo centro storico.

L’OASI  DI KHARGA

Partiamo ora da Dakhla per raggiungere la più meridionale delle oasi del deserto occidentale, Kharga o el-Kharga, che in arabo significa “l’esterna”, (Oasi Magna per gli antichi).

L’Oasi, o per meglio dire il gruppo di oasi che compongono Kharga, ha una forma allungata, si estende per circa 180 km da nord a sud con una larghezza variabile da 20 a 80 km ed una superficie di circa 1500 kmq e si trova a 200 km dalla Valle del Nilo, l’oasi copre una depressione di circa -18 metri, va però detto che le vere e proprie oasi occupano oggi solo poco più che 19 kmq, un tempo al suo interno si trovava un lago oggi scomparso. Si arriva da Dakhla percorrendo la strada che attraversa il deserto fino ad Asyut,

Kharga, conta circa 10.000 abitanti dediti principalmente alla coltivazione di orzo, grano e cotone. Un tempo era conosciuta come “Oasi del sud” e costituiva  un punto di riferimento per le carovane in arrivo dalla regione subsahariana che, attraverso la “via dei quaranta giorni”, principale via di transito per il traffico degli schiavi nel periodo della dominazione araba, arrivava alla Valle del Nilo. Capoluogo dell’oasi e El-Kharga, nel governatorato della New Valley Egiziana, modesta città oasita, l’oasi offre un paio di hotel, un Museo Archeologico nel quale sono esposti notevoli reperti archeologici provenienti da Kharga e Dakhla e conserva materiale proveniente da scavi locali e i cui reperti di maggiore spicco sono costituiti da una collezione di utensili preistorici.

I più antichi resti conosciuti risalgono all’Acheuleano evoluto (400.000 anni fa). Dopo aver attraversato un periodo molto arido, intorno ai 50.000-10.000 anni fa, l’oasi si riformò e fu nuovamente abitata agli inizi dell’Olocene, con complessi litici classificati come ‘epipaleolitici’. Si possono visitare numerosi luoghi di interesse archeologico nei quali sono stati effettuati ritrovamenti che testimoniano l’importanza raggiunta da Kharga in passato, antichi templi, roccaforti e villaggi. Ancora molto evidenti sono le tracce della via carovaniera che raggiungeva il Sudan. V

icino a Kharga, si trova la fortezza romana di Qasr el Labeka, il Museo etnico dell’oasi, il Tempio Romano di Hibis, e il cimitero cristiano con le sue cappelle dipinte.

Non molto lontano dal  centro abitato si trova il Tempio di Hibis, fatto erigere dall’imperatore persiano Dario nel VI secolo a.C, dedicato alla triade tebana, composta da Amon, Mut e Khonsu.

Quasi di fronte al tempio, in una posizione un po’ rialzata, sorgono le rovine del Tempio-Fortezza di an-Nadura, costruito dall’imperatore Antonino Pio nel 138 d.C,

Salendo verso nord si incontra la  suggestiva Necropoli di el-Bagawat dove si trovano centinaia di tombe costruite con mattoni di fango nel IV-VI secolo d.C. che si presentano con cupole decorate da affreschi copti. Le tombe sono costituite da una camera con soffitto a cupola e da un’abside. In alcune di esse è presente anche un’anticamera.

Si trovano anche due mausolei, uno dedicato all’Esodo ed uno alla Pace arricchiti da pitture di argomento biblico. Una pista dietro la necropoli conduce alle rovine di Deir el-Kashef, uno dei primi monasteri copti.

Dirigendosi verso sud si incontrano i resti di due fortezze, Qasr el-Ghueita, all’interno della quale si trova un tempio di età tolemaica ancora in buone condizioni e, nei pressi di un moderno villaggio, Qasr el-Zaiyan, fatta edificare dai romani.

L’oasi di Baris è la seconda per dimensioni nell’area di Kharga. Nella prima metà del secolo scorso vennero realizzate delle abitazioni nel tipico stile nubiano, disegnate dall’architetto Hassan Fathy. Non furono però gradite dagli abitanti per la loro somiglianza a tombe e non sono mai state abitate, i locali si sono cercati altre case causando così l’arresto dell’espansione della cittadina.

Interessante è il Tempio di Dush, dedicato alla Dea Iside e Serapis, nell’Oasi di Baris. Il nome che venne assegnato al tempio risente dell’assonanza con quello di Kush, antica capitale sudanese. Sono in corso ulteriori scavi che stanno rinvenendo l’antica citta di Kysis. Dagli scavi è emerso un ingegnoso sistema di tubazioni in argilla nel sottosuolo ed il ritrovamento di una chiesa cristiana, testimoniano il destino della città quando le sue fonti sotterranee si prosciugarono. La data esatta di questo evento rimane pero ancora un mistero.

Nei dintorni di Baris si incontrano le rovine del tempio di al-Ghueita, risalente alla XXV dinastia. Il tempio si compone di quattro sezioni: un cortile, una sala ipostila con quattro colonne, un vestibolo e tre camere interne, di cui solo la sala centrale è decorata. Sulla facciata e sugli stipiti del portale d’ingresso si trovano scene e iscrizioni di Tolomeo III Evergete I in rilievo. Sono inoltre presenti le più imponenti rovine dell’area, la fortezza romana di Qasr ed-Dush.

Fonti e bibliografia:

  • National Geographic, “Le oasi”, Articolo di José Miguel Parra, 2021
  • M. Lichtheim, “Ancient Egyptian Literature: A Book of Readings”, Vol. 1, Berkeley, 1973
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Miriam Lichtheim, “Ancient Egyptian Literature: A Book of Readings”, Vol. 1, Berkeley, 1973
  • George W. Murray, “Harkhuf’s Third Journey, in The Geographical Journal”, vol. 131, n. 1, 1965
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol.I, Ananke, 2004
  • Ahmed Fakhri, “Siwa Oasis”, American University in Cairo Press, Cairo, Egitto
  • Alain Blottière, “L’Oasis”, éditions Payot, (Petite Bibliothèque Payot / Voyageurs), 2002
  • Ahmed Fakhri, “Bahariya and Farafra”, AUC Press, reprinted 2003
  • Arthur Verhoogt, “The Tebtunis Papyri at The Bancroft Library”, Bancroftiana,1994
  • Mattia Mancini, “Inaugurato il museo all’aperto di Kiman Faris (Fayyum)”,  Articolo su Djed Medu, 2015
  • Martin Gray, “Guida mondiale di pellegrinaggio”
  • Damell J.C., “The Antiquity of Ghueita Temple”, Göttinger Miszellen, 2007
  • G. Caton-Thompson, “Kharga Oasis in Prehistory”,  Londra, 1952
  • Henry P. Colburn, “Kharga Oasis”, edizione online, 2017 H. Onishi, “A Kushite Temple in a Western Oasis?”, Oxford, 2005
C'era una volta l'Egitto, Testi

IL LIBRO DELLE DUE VIE

LA PERGAMENA PIU’ ANTICA DEL MONDO

A cura di Piero Cargnino

Ad agosto 2015, in occasione dell’ultimo Congresso Internazionale di Egittologia, tenutosi a Firenze, è stato annunciato il ritrovamento da parte dell’archeologo Wael el-Sherbiny, associato all’università di Lovanio (Belgio), un rullo di pergamena di circa 2,5 metri di lunghezza, interamente coperto sulle sue due facce di geroglifici delicati e di illustrazioni colorate.

Questo testo la cui lunghezza totale era di 5 m, vecchio di 4000 anni, è apparso tra centinaia di vecchi frammenti di papiro e manoscritti conservati al Museo Egizio del Cairo. Sembra che sia il più vecchio e lungo manoscritto su cuoio mai trovato in Egitto. Il documento, decorato di divinità e di entità sovrannaturali dai potenti poteri magici, risalirebbe infatti al tempo del Medio Regno (2000-1780 a.C.), ovvero 100 anni prima del testo finora considerato il più antico di tutti i documenti egizi: il Libro dei Morti, risalente all’inizio del Nuovo Regno (1500 a.C.).

La mappa degli inferi trovata in una bara egiziana è fatta VIRAL – (Fonte FayerWayer)

Secondo l’egittologo el-Sherbiny, l’origine del documento, che è presente nelle raccolte del Museo del Cairo da 70 anni, non è potuta essere precisamente stabilita. Pare sia stato acquistato da un antiquario locale dall’Istituto Francese di Archeologia Orientale intorno alla Prima Guerra mondiale, restituito poi al Museo Egizio del Cairo, appena prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale.

“Molte illustrazioni che decorano questa pergamena non erano mai stati visti prima d’ora”, spiega l’egittologo francese Pascal Vernus, ex direttore alla scuola Pratique des Hautes Etudes (EPHE).

Sarcofago con il Libro delle due vie – (Ph. by larazzodeltempo

La pergamena riporta una versione estesa di una composizione di testi risalenti al Medio Regno (XI e XII dinastia) e che solitamente decoravano il fondo delle bare lignee rettangolari provenienti dalla necropoli di Deir el Bersha ed in quanto tali vengono chiamati “Testi dei Sarcofagi”. Si tratta del cosiddetto ‘Libro delle Due Vie”, il cui contenuto comprende formule funerarie e rituali magico-religiosi, è un testo molto oscuro, sembra sia molto grande, appare come una sorta di carta topografica del Duat che indicizza i vari luoghi dell’Aldilà, con i suoi pericoli, i suoi custodi e la lista delle formule magiche da pronunciare per superare tutte le prove lungo il tragitto.

Sono solo sei gli altri testi dello stesso tipo che sono giunti fino a noi, ma solo sotto forma di papiri, conservati nelle sabbie del deserto grazie al clima secco, mai di pergamena, essendo questa un supporto molto più fragile e meno resistente nel tempo. 

Il Libro delle Due Vie

Noi ora seguiremo la descrizione del “Libro delle Due Vie” attingendo all’opera di Mario Tosi (cit. in fonti). In esso viene descritto il viaggio del defunto attraverso due strade che conducono all’Aldilà collegando l’Oriente con l’Occidente.

Le “Due Vie” sono due strade sorvegliate da guardiani paurosi e sono ben divise l’una dall’altra, quella superiore, dipinta in turchino, rappresenta un canale che si estende sinuoso toccando parecchie località dove compaiono figure ostili e geni del fuoco per raggiungere infine la “Campagna della Felicità” il cui sovrano è Osiri. Il defunto percorre la via, identificato con il dio Thot-luna, “Occhio di Horo”. Il viaggio si presenta come una traversata del cielo notturno, da notare l’assenza di barche in questa via d’acqua. Quella inferiore, dipinta in nero, si presenta come una via di terra che attraversa le distese liquide popolate da guardiani minacciosi. Il defunto la percorre stando sulla barca solare del dio Ra, al quale poi si assimila. In questo caso il tragitto si presenta come una traversata del cielo diurno. La meta finale è il territorio di Horo l’anziano, “il signore del cielo il cui occhio destro è il Sole ed il sinistro la Luna”.

Superate le numerose curve le due vie si incontrano nella prima tappa del percorso del defunto, “Rosetau”, ovvero la necropoli in generale dove entrerà in contatto con il mondo sotterraneo. Qui dove le due vie si incontrano, all’ingresso di Rosetau, sono presenti i “mastiu” (cioè accovacciati), ovvero geni con in mano dei serpenti. Il defunto, recando con se Maat che qui assume la forma di Iside che dalla prua guida la barca durante il viaggio, in compagnia di Ra, nella notte, attraverso una porta monumentale, entra in una grande sala detta “Il Castello della Luna”. Intanto sulla barca “il Sole che brilla nella notte” inizia a fare capolino sotto forma di scarabeo. Segue un inno alla gloria di Maat.

Continua intanto il viaggio del defunto che ora dovrà attraversare sette porte (in seguito citate anche nel “Libro dei Morti” al capitolo 144), che sono difese da terribili guardiani. Superate le prime quattro, il defunto si ritrova in un vestibolo dove tre porte conducono a tre stanze parallele destinate ciascuna a tre diverse entità. La prima a sinistra è riservata a colui che è posto nel “Luogo del refrigerio del cielo”, “l’akh purificato, immortale e dio”. Quella a destra appartiene ad Osiri dove il dio compare su un’isola con la sua barca detta “Colei la cui vita è duratura”, ossia il dio millepiedi Sepa. Su di un’altra isola compaiono le membra di Osiri disperse da Seth, non è chiaro il significato ma si suppone che le membra sparse del dio facciano riferimento a tutti i distretti d’Egitto.

Il defunto, superata l’ultima porta si ritrova nel territorio della luce, il “Cielo signore di ogni Cielo”, le tenebre sono sparite perché egli “ha rischiarato la notte” e può contemplare la perfezione di Ra. Qui il signore supremo è Horo l’anziano, identificato con Ra, la sua barca è preceduta da varie divinità che con archi e giavellotti respingono il serpente Apopi. Il tutto simboleggia la lotta finale contro lo spirito del male alla quale il defunto partecipa con Ra (il Sole) e Thot (la Luna). Le “Due vie” sono separate da un lago di fuoco assolutamente insuperabile.

Dal “Libro delle Due Vie”, durante il Nuovo Regno, prenderanno lo spunto due rituali, il “Libro dell’Amduat” ed il “Libro dei Morti”.

Fonti:

Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle Divinità dell’Antico Egitto”, Ananke 2004 Web – Scienze e Futuro n° 821 – luglio 2015

C'era una volta l'Egitto

NIUSERRA INI

Di Piero Cargnino

Torniamo nella linea di successione della V dinastia dove, raggiunta la maggiore età, Niuserra salì al trono. Niuserra Ini, il cui nome significa “Colui che appartiene al Potere di Ra”, era il figlio minore del faraone Neferirkara Kakai e della Sposa Reale Khentkaus II e fratello di Neferefra.

Di lui si parla in tre liste di re risalenti al Nuovo Regno, la “Lista di Karnak” compilata all’epoca di Tutmosi III, (1479 a.C.), la lista di Abydos, dove occupa il trentesimo posto, commissionata da Seti I, (1290 a.C.), e nella ventiduesima riga della terza colonna del Canone di Torino, dell’epoca di Ramesse II, (1279 a.C.). Di lui non si parla invece nella Lista di Saqqara. Ne parlano invece Sesto Giulio Africano ed Eusebio di Cesarea, che riportano gli “Aegyptiaca” di Manetone, dove compare col nome di Rathurês, probabile forma ellenizzata di Niuserra.

Dal Papiro di Torino la durata del suo regno non è chiara, pare 11 o 34 anni, mentre Manetone gliene assegna 44. Niuserra non fu un grande faraone dal polso fermo, non gli riuscì di frenare l’inarrestabile perdita d’influenza da parte del potere centrale in favore  del clero e dei burocrati statali. Si venne a creare un’inflazione nella burocrazia con la creazione di nuove cariche ed un inevitabile moltiplicarsi dei titoli, cosa che venne a discapito del faraone pur rimanendo egli il dio vivente per il popolo.

Ascrivibili al regno di Niuserra sono i più antichi annali reali dell’Antico Regno che riportano dettagli dei faraoni fin dalla I dinastia, ad oggi sono pervenuti solo frammenti che sono però molto danneggiati.

Si pensa che Niuserra abbia avuto due spose reali, ciò lo si deduce da quello che resta delle due piccole piramidi situate presso il confine meridionale della piana di Abusir conosciute come Lepsius XXIV e Lepsius XXV (di cui parleremo nel prossimo articolo). Il nome delle spose non certo, una di esse potrebbe essere stata la regina Reptynub, nota per una statuetta di alabastro rinvenuta  nel tempio funerario del faraone, molto probabilmente la madre della principessa Khamerernebty.

Non deve essere stato facile per lui scegliere il luogo per la sua sepoltura. Neferefre era già stato costretto a spostarsi in un punto avanzato nel deserto per rientrare nell’asse principale della necropoli. Non fu facile neppure dal punto di vista economico, si trovava a dover completare il complesso del padre, della madre e del fratello maggiore, oltre al suo. Sceglie l’unica, anche se inconsueta, ubicazione possibile ed ancora libera, vicino alla parete nord del tempio funerario di Neferirkare.

L’insieme di tutte queste circostanze hanno condizionato la costruzione del suo complesso che si presenta del tutto originale. Il primo a visitare il suo complesso fu Lepsius il quale riportò semplicemente i resti della piramide nella carta della regione. Così pure le ricerche di Perring si limitarono al superficiale, fu solo agli inizi del XX secolo che Borcherdt condusse una ricerca più approfondita.

A questo punto vorrei fare un accenno ad un ritrovamento avvenuto nella zona a est della piramide di Niuserra, anche se non ha nulla a che vedere con la piramide. Nel 1902 il governo egiziano decise di costruire una piccola ferrovia verso Halde, durante i lavori di scavo fu rinvenuta occasionalmente la più antica opera greca in Egitto, il poema di Timeo, un dialogo scritto da Platone intorno al 360 a.C. dove si parla della battaglia di Salamina, (480 a.C.), il reperto è oggi conservato nel Museo Egizio di Berlino.

Torniamo alla piramide di Niuserra, il cui nome era: “Eterni sono i luoghi di Niuserra”, questa si presenta con un nucleo formato da sette gradoni di calcare proveniente dalle cave ubicate a metà strada fra le piramidi di Abusir e la piramide a gradoni di Djoser a Saqqara. L’ingresso era situato sotto il livello del suolo a metà della parete nord, il quel punto avrebbe dovuto comparire la cappella votiva che però non fu trovata, anche se, ad onor del vero, Borchardt non l’ha neppure cercata. L’ingresso dava accesso ad un corridoio rivestito di fine calcare bianco con rinforzi di blocchi di granito rosa all’inizio e alla fine. Circa a metà del corridoio si trovava uno sbarramento formato da due blocchi di granito a caduta. Il corridoio aveva un andamento irregolare, scendeva fino ad un vestibolo, poi girava leggermente verso est assumendo una maggiore pendenza. Alla fine sbucava nell’anticamera e, da questa, alla camera funeraria.

Il soffitto delle due camere era formato secondo il metodo predominante a quell’epoca, tre strati sovrapposti di massicci blocchi di calcare sistemati a capriata. Particolare interessante è che questa volta venne usata una tecnica diversa, tra uno strato e l’altro era stata stesa una falda, più o meno regolare, di schegge e pietrisco, probabilmente per distribuire meglio la pressione o, forse, per servire da ammortizzatore in caso di terremoti, quest’ultima ipotesi è tutta da provare e non si sa se l’intenzione fosse proprio quella. L’anticamera e la camera funeraria erano situate appena sotto il livello della base in corrispondenza dell’asse verticale della piramide. Lo stato di devastazione lasciato dai saccheggiatori era tale per cui non è stato possibile ipotizzare una ricostruzione dell’architettura.

Dagli scavi effettuati tra le rovine non è emerso alcun reperto o resti di sepoltura. Il cortile del complesso fu lastricato in calcare e la piramide cultuale, che in un primo momento Borchardt attribuì erroneamente alla regina, era situata vicino all’angolo sud-est. Anche se non fa parte del complesso piramidale di Niuserra ad Abusir mi piace ricordare che questo faraone è noto soprattutto grazie all’esplorazione del suo Tempio Solare ad Abu Gurab posto a circa un chilometro più a nord.

Fonti e bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
  • Mario Tosi,”Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke
  • Mark Lehner,  “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975
  • Grimal Nicolas, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari 2008
  • Martin Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia, 1977 John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”, Arnoldo Mondadori, Milano 1967
C'era una volta l'Egitto

LA “QUARTA PIRAMIDE DI GIZA”

LA TOMBA DELLA REGINA KHENTKAUS  I

Di Piero Cargnino

La piramide di Kemtkaus

Visto che ci siamo facciamo ancora un giretto nell’immensa necropoli di Giza. Qui, per gli appassionati della storia egizia antica, ci sarebbe da passare una vita intera (e molti lo hanno fatto). Noi non ci passeremo la vita ma mentre ci troviamo qui vediamo se scopriamo ancora qualcosa di interessante.

Dalla piramide di Chefren scendiamo verso oriente spostandoci dai resti della rampa processionale verso sud, poco prima del tempio della valle di Chefren notiamo una costruzione a due gradoni costruita per la regina madre Khentkaus I (o Khentkawes).

Ubicazione della piramide

Si tratta di una piramide singolare, quando la scoprì, nell’immensa distesa sabbiosa, vicino al tempio a valle di Micerino, l’egittologo John Shae Perring la definì la “quarta piramide di Giza”. trattandosi di una tomba a due gradini risalente alla IV dinastia. Diversamente la pensava Richard Lepsius che la annoverò tra le tombe private. Holscher e Reisner la ritennero invece la piramide incompiuta  di Shepseskaf, ma le indagini più accurate condotte da Selim Hassan nel 1932 permisero di attribuirla effettivamente alla regina madre Khentkaus I vissuta a cavallo della IV e V dinastia.

Ma chi era in effetti Khentkaus I? Si presume fosse figlia di Micerino, (molte prove supportano il concetto anche se ancora vengono sollevati dubbi), sposa di Shepseskaf, prima, poi di Userkaf, (fondatore della V dinastia). Come moglie di Userkaf gli viene attribuita la maternità di Sahure e Neferirkare Kakai, anche se una sepoltura così imponente ci porta a supporre che il personaggio abbia avuto un’importanza superiore a quello di una regina sposa.

Secondo Miroslsv Verner, è probabile che Khentkaus sia stata per un breve periodo, reggente al trono per l’altro figlio Thampthis. Secondo Manetone, Menkaure e Thampthis regnarono nella quarta dinastia, ma essendo Khentkaus I la madre di Sahure è di fatto legata anche alla V dinastia. A lei veniva attribuito il titolo di “mwt nswt bity nswt bity”, che Ventikiev tradusse con “La madre dei due re dell’Alto e Basso Egitto”.

Vista però l’imponenza del complesso funerario, con tanto di città piramidale, secondo l’egittologo tedesco Hermann Junker questo andava attribuito sicuramente ad un personaggio molto più importante,  suggerì quindi che il titolo andava letto come “il re dell’Alto e Basso Egitto e la madre del re dell’Alto e del Basso Egitto”. Sono state avanzate molte altre ipotesi ma io mi fermerei qui, per chi fosse interessato ad approfondire esistono numerose pubblicazioni in proposito.

Torniamo dunque alla piramide, questa pare costruita in due fasi coincidenti con i suoi due gradini. Nella prima fase, attorno ad un blocco quasi quadrato di roccia, residuo di cava dove vennero estratte le pietre per le altre piramidi, venne costruita la tomba per ospitare il corpo della regina Khentkaus I, successivamente fu rivestita di bianco calcare di Tura.

La seconda fase, consistette in un ampliamento mediante la costruzione di una grande struttura in pietra calcarea sopra al blocco esistente, Verner suggerisce che nell’intenzione degli architetti ci fosse l’idea di trasformare la tomba in una piramide, idea poi abbandonata per problemi di stabilità delle fondamenta. L’insieme del  complesso funerario di Khentkaus I lascia trasparire una regalità insolita per una semplice moglie del re, i suoi titoli sono di difficile comprensione, se però consideriamo anche il fatto che su una porta viene rappresentata con  tutti i simboli della regalità, inclusa la falsa barba del re, tutto porta a pensare che regnò come re verso la fine della quarta dinastia.

Il suo complesso funerario comprende la  piramide, un tempio della valle, una città piramidale, un serbatoio d’acqua e granai, il tutto è stato catalogato da Lepsius come LG100. Sul lato sud-ovest della piramide, è stata rinvenuta una fossa di circa 30 metri di lunghezza e 4 di profondità, tagliata interamente nella roccia, trova posto la sua barca solare, il riferimento potrebbe essere alla barca notturna, detta “Mesketet”, del dio sole Ra. A questo punto si può ipotizzare l’esistenza anche di un’altra fossa con la barca diurna, detta “Mandet”. L’insieme delle due barche veniva chiamato “Maaty” ed era riferito alla Maat, il principio dell’ordine cosmico. Al momento non mi risulta che sia mai stata cercata. La sovrastruttura della piramide è costituita da due gradoni con una pianta quadrata orientata nord-sud, le pareti sono arricchite da nicchie, ad imitazione di false porte. Alla piramide si accedeva attraverso una maestosa porta in granito rosa, che riportava la titolatura ed il nome di Khentkaus I, da qui un passaggio scende dal pavimento della cappella interna e conduce alla camera funeraria.

Un ritratto della regina Khentkaus I su un blocco di granito dalla sua tomba.

Le pareti della cappella erano coperte di rilievi che oggi si presentano molto danneggiati. Il cunicolo, che scende al di sotto della struttura della piramide, conduce anch’esso, dopo 5,6 metri alla camera funeraria, entrambi sono rivestiti di granito rosa. La camera, che come dimensioni ricorda quella di Shepseskaf a Saqqara, doveva contenere un sarcofago di  alabastro del quale sono stati ritrovati pezzi nella sabbia che riempiva la camera. E’ stato rinvenuto anche un piccolo scarabeo di calcare marrone attribuibile però alla XII dinastia, cosa che fa pensare ad un eventuale riutilizzo della tomba in epoca successiva. La città piramidale si trova ad est della piramide e comprende parecchie strade che separano gruppi di case tutte provviste di granai. Costruite in mattoni crudi, probabilmente ospitavano i sacerdoti e i servitori del complesso piramidale. Attraverso una strada rialzata si giungeva al tempio della valle che si trova nei pressi di quello di Micerino quasi a rimarcare una stretta relazione del sovrano con la regina Khentkaus I. Il tempio della valle, simile a quello di Micerino, era costruito in mattoni crudi rifiniti con calcare bianco e alabastro. L’ingresso si trova sul lato nord e dava accesso ad un vestibolo il cui tetto era sostenuto da quattro colonne. Al suo interno sono stati ritrovati resti di una statua di re ed il corpo di una statua di sfinge. Non ho trovato notizie circa la possibilità di visite da parte dei turisti.

Fonti e bibliografia:

  • Verner Miroslav. “Ulteriori pensieri sul problema di Khentkaus.”, 1997
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Aidan Dodson e Dyan Hilton, “Le famiglie reali complete dell’antico Egitto”,  2004
  • Miroslav Verner, “Il complesso piramidale di Khentkaus”, Praha, 1995
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”,  Vol.I – Ed. Ananke, 1012
  • Hassan Selim, “Scavi a Giza (1932-33)”, Il Cairo: Facoltà di Lettere dell’Università egiziana. 1943 Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini – Novara 1993