E' un male contro cui lotterò

ANESTESIA E SEDAZIONE

MITI E REALTÀ

Di Andrea Petta e Franca Napoli

La possibilità di usufruire di anestetici ed analgesici è stato un requisito fondamentale per la chirurgia moderna. Da molto tempo gli studiosi disquisiscono su quali sostanze potessero essere utilizzate nell’antichità e fin dove si potessero spingere gli antichi chirurghi.

Uno dei rilievi più famosi di Amarna: mandragora o persea? (Pergamon Museum di Berlino)

Si pensa che gli egizi conoscessero la mandragora ed i suoi effetti, legati al contenuto di atropina e scopolamina. La rappresentazione (forse) del suo frutto in diversi dipinti ci fa presupporre che l’azione narcotica ed allucinogena fosse sfruttata, ma l’identificazione del frutto non è né certa né tantomeno universalmente accettata – non solo non è originaria dell’Egitto, ma il termine egizio che la identifica – rermet – non viene mai menzionato nei papiri medici.

Il frutto della mandragora; probabilmente un esempio di come gli studiosi si lascino suggestionare da conoscenze “moderne” (la mandragora contiene almeno tre alcaloidi, ma l’abbiamo scoperto solo nel secolo scorso).

In più, la somiglianza dei suoi frutti con la persea (Mimusops laurifolia) che, al contrario della mandragora, cresceva in Egitto fin dal periodo predinastico, fa sì che diversi studiosi lo ritengano uno “scambio di pianta”. L’ennesimo mistero che abbiamo incontrato.

Qui invece il frutto della persea, molto più probabile come oggetto delle raffigurazioni egizie

Esiste invece un florilegio di termini – piante, fiori, frutti – indicati nei papiri medici come “rimedi per il dolore” e che non sappiamo assolutamente a cosa corrispondano.

Abbiamo quindi un “aaut”, forse un mollusco marino, usato nella mialgia (Papiro Hearst, 8.17), una pianta “djareet” usata per i dolori addominali e le nevriti (Hearst 2.15) e, particolarmente interessante, l’erba “senutet”. Questa erba è descritta così:

“…i suoi fiori sono come il loto. I suoi germogli sono come il legno bianco. Se la si raccoglie e la si strofina sull’inguine, il dolore si allevia immediatamente. I suoi semi, impastati in una torta, vengono dati per alleviare il dolore”.

Si tratta probabilmente di una specie di convolvolo, il Convolvolus hystrix oppure il C egyptiacus, di cui ci sono reperti paleobotanici in Egitto e dal potente effetto sedativo.

Il C. hystrix e il C. Egyptiacus, presumibilmente l’erba “senutet” dei papiri medici egizi

E gli oppiacei?

Il Papaverum somniferum era già noto in Mesopotamia all’inizio del Nuovo Regno, ma le prove che fosse conosciuto ed usato in Egitto sono molto indiziarie. Diodoro Siculo fa risalire all’Egitto il primo utilizzo sedativo dell’oppio, ma non è per niente certo. La presenza di oppio fu inizialmente dimostrata in alcuni contenitori di olii vegetali dalla tomba di Kha e Merit, ora conservati al Museo Egizio del Cairo. Tale dimostrazione, effettuata nel 1925 all’Università di Genova fu successivamente smentita da analisi più moderne, lasciando un alone di mistero.

La capsula del papavero, dentro la quale maturano i semi e da cui si estrae il lattice ricco di oppio incidendola

Il ritrovamento di alcuni vasi ciprioti a forma di capsule di papavero (i cosiddetti base-ring) e le analisi effettuate negli anni ’90 su alcuni reperti rendono estremamente probabile la presenza di oppio in Egitto all’inizio del Nuovo Regno, ma non esistono prescrizioni o medicamenti che lo utilizzino nei papiri medici.

Un “base ring” di origine cipriota, la cui forma richiama la capsula del papavero rovesciata (Museo Egizio di Torino)

Non ci sono inoltre pervenute “istruzioni” sul fatto di incidere le capsule per estrarne il lattice, da cui si ricava il principio attivo.  Nello sforzo però di immaginare gli egizi incalliti fumatori d’oppio, soprattutto gli studiosi inglesi hanno voluto forzatamente vedere in alcuni oggetti raffigurazioni delle capsule di papavero – l’esempio più famoso riguarda gli orecchini della regina Tausert, moglie di Sethi I.

Gli orecchini di Tausert, in cui alcuni studiosi hanno visto le capsule di papavero invece dei frutti della ninfea o del melograno – forse sotto l’effetto del papavero stesso…

Possiamo quindi affermare che l’oppio fu effettivamente introdotto in Egitto durante il Nuovo Regno, ma che non fu mai utilizzato in ambito medico.

Gli studiosi sono invece concordi sulla presenza di cannabis (C. sativa) in Egitto, ma purtroppo anche in questo caso non ne furono riconosciuti gli effetti sul sistema nervoso centrale. Da notare che dopo lo “scandalo del tabacco” (identificato erroneamente sulla mummia di Ramses II, che era invece stata trattata con spennellamenti a base di tabacco per conservarla in tempi moderni), tutti i ritrovamenti di polline di cannabis o di tracce di oppiacei sono stati pesantemente contesati e, in linea di massima, quantomeno dubbi.

Un capitolo a parte lo merita il “loto”, su cui è stata fatta molta confusione. Il loto (Nelumbo nucifera) non è mai arrivato in Egitto prima della dominazione persiana. Quelli rappresentati nell’arte egizia sono fiori di NINFEA (Nymphaea caerulea o N. lotos a seconda del colore dei fiori). La ninfea contiene ben quattro alcaloidi narcotici, concentrati nei fiori e nei rizomi. È stato proposto che i boccioli di ninfea venissero aggiunti al vino come stupefacenti; le scatenate ragazze del papiro erotico di Torino vengono rappresentate con un fiore di ninfea sopra la loro testa ad indicare che erano sotto il loro effetto.

Ricostruzione del papiro satirico-erotico di Torino: si noti il fiore di ninfea disegnato sopra la testa delle “danzatrici”, forse ad indicare l’effetto dei suoi semi

Non avrebbe invece avuto alcun effetto stupefacente annusare i fiori di ninfea, come viene spesso mostrato dei dipinti egizi.

Keti e Senet con due fiori di ninfea di cui odorano il profumo in una rappresentazione tipica della pittura egizia (https://laciviltaegizia.org/2023/05/13/stele-per-keti-e-senet/)

Da non dimenticare che, infine, l’alcool era molto conosciuto ed abbondantemente “sfruttato” anche in campo medico (il Papiro Ebers nomina almeno 17 tipi di birre diverse usate nelle prescrizioni).

Tra gli analgesici di effetto MOLTO dubbio segnaliamo infine tra le pieghe del Papiro Ebers i topi e le ali degli scarabei.

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LAME E BISTURI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

In questo campo dobbiamo necessariamente affidarci ai papiri medici, tenendo conto che purtroppo non ci sono pervenuti strumenti chirurgici con l’etichetta e la descrizione – quindi in molti casi gli studiosi si basano sulla descrizione e sul contesto per cercare di identificare gli strumenti stessi.

Sappiamo quindi che i chirurghi egizi avevano a disposizione lame diverse per i tipi diversi di interventi che dovevano effettuare. Abbiamo già visto il coltello peseskhef utilizzato per recidere il cordone ombelicale (vedi: https://laciviltaegizia.org/…/la-nascita-e-i-riti-del…/), ma in questo caso si trattava di un oggetto rituale più che uno strumento chirurgico. Si tratta comunque del primo strumento chirurgico “specialistico” conosciuto.

Coltello peseskehf della IV Dinastia, collezione privata

La lama che veniva usata per rimuovere frammenti di oggetti dalla ferita o tessuto devitalizzato (sbrigliamento chirurgico, lo chiameremmo oggi) era chiamata “khepet”, e da come viene descritta era a lama sottile, adatta sia al taglio che alla rimozione dei corpi estranei o frammenti ossei della ferita. Un paragone moderno potrebbe essere un bisturi con lama di tipo 11.

Una moderna lama da bisturi tipo 11, simile probabilmente alla lama “khepet”, a confronto con uno dei “coltelli” della collezione Petrie.

L’incisione invece di un ascesso o di un tumore avveniva con la lama “des”, con ogni probabilità a lama curva ed estremamente affilata, equivalente – ma non uguale – ai nostri bisturi moderni tipo 22 con la curvatura ancora più pronunciata.

E una moderna lama da bisturi tipo 22, “erede” della lama “des”. Attenzione, però: la lama “des” era probabilmente molto più panciuta, con forma a semi-foglia

La lama des veniva usata anche per allargare i bordi di una ferita, ad esempio per estrarre una freccia. Il recupero dei frammenti rimasti all’interno della ferita stessa poteva avvenire anche con uno strumento definito “henweh”, presumibilmente pinze a punta sottili, o con una sorta di forcipe per l’estrazione delle punte di freccia.

Tra le “pinzette” catalogate da Petrie c’è anche questo curioso oggetto, una sorta di piccolo forcipe a tre braccia, uno degli “indiziati” per essere il famoso “henweh” – in attesa di nuove scoperte

Un ulteriore tipo di lama menzionata, “shash” non ha invece una descrizione associata, se non che fosse usata per “asportare un gonfiore/tumore”; quindi si presume fosse quella a lama più lunga.

Purtroppo i reperti specifici del campo medico/chirurgico non hanno mai destato grande entusiasmo negli archeologi “classici”. Accade così che l’unica opera di classificazione degli strumenti da taglio sia tuttora quella di Flinders Petrie del 1917. Al buon Petrie, però, non poteva importare di meno della parte medica della sua collezione, tanto che le lame chirurgiche – se ci sono – sono mescolate agli altri coltelli ed utensili.

Una delle raccolte di lame e rasoi catalogati da Petrie: si nasconderanno qui alcuni degli strumenti descritti nei papiri medici? Gli esperti ritengono che sia probabile

Si considera comunque generalmente che queste lame fossero inizialmente in selce e monouso, ma già dall’Antico Regno si diffusero gli strumenti in metallo.

Non va dimenticato infine che tra gli attrezzi chirurgici dovremmo inserire – se li conoscessimo – quelli utilizzati per la trapanazione del cranio (trefinazione) di cui ci sono alcune evidenze tuttora oggetto di accesi dibattiti tra gli studiosi.

La possibile prima evidenza di trapanazione del cranio, la mummia C2 – un uomo di 40-50 anni vissuto durante la IV Dinastia e ritrovato a Giza nella necropoli occidentale della piramide di Cheope, ora all’Istituto di Anatomia dell’Università del Cairo

Questo cranio frantumato, ritrovato a Megiddo e vissuto all’epoca della XVII Dinastia egizia, mostra un foro di forma quadrangolare attribuito ad una trapanazione del cranio (da: Kalisher, Rachel, et al. “Cranial trephination and infectious disease in the Eastern Mediterranean: The evidence from two elite brothers from Late Bronze Megiddo, Israel.” Plos one 18.2 (2023): e0281020)
Il cranio ritrovato nella tomba Primo Profeta di Amon Horsaset (XXII Dinastia) mostra i segni di quella che potrebbe essere stata una trapanazione del cranio. Da: Pahl, Wolfgang Michael. “Altägyptische Schädelchirurgie.” G Fischer, Stuttgart Jena New York (1993), fotografia del Dr. Douglas Derry
L’ipotesi di Wolfgang Pahl, che identifica in uno degli attrezzi mostrati a Kom Ombo (vedi: https://laciviltaegizia.org/2023/07/08/chirurgia-egizia/) un attrezzo per la trapanazione del cranio. Da: Pahl, Wolfgang Michael. “Altägyptische Schädelchirurgie.” G Fischer, Stuttgart Jena New York (1993).
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LA NASCITA DELLA CHIRURGIA: IL CAMPO DI BATTAGLIA

Di Andrea Petta e Franca Napoli

È opinione comune tra gli esperti che il primo “motore” che spinse il progresso della chirurgia siano stati gli eventi bellici che hanno costellato la storia. Basti pensare alle qualifiche mediche militari dei Romani, dal medicus castrensis a salire.

L’Egitto Protodinastico è stato indubbiamente un periodo ricco di scontri militari per stabilire l’egemonia faraonica; questo voleva dire ferite da taglio da ricucire e fratture da ricomporre, comprese probabilmente quelle fratture craniche che derivavano dall’uso di mazze ed asce nei combattimenti. Non per niente, il Papiro Edwin Smith istruisce sul come curare ferite penetranti da taglio alla testa e lacerazioni a naso, orecchie, gola.

L’esempio più famoso delle ferite di guerra: il Faraone Seqenenra Tao (XVII Dinastia), caduto sul campo di battaglia o giustiziato subito dopo uno scontro con gli Hyksos

Il fatto che sia il Papiro Edwin Smith che il papiro Ebers NON citino mai l’estrazione di una freccia, ed essendo entrambi antecedenti al Nuovo Regno, ha fatto ipotizzare che al contrario l’arco, pur essendo noto ed utilizzato fin dal periodo predinastico, non sia mai stato usato strategicamente in guerra fino allo scontro con gli Hyksos.

Si pensa che l’arco ebbe inizialmente un utilizzo limitato in battaglia, essendo l’arco semplice egizio molto lungo (più di due metri) e con una gittata relativamente corta, intorno ai 60-70 metri (vedi anche: https://laciviltaegizia.org/…/11/11/larco-semplice-egizio/). Solo con l’invasione Hyksos verrà introdotto l’arco composito, formato da legno e corno, con una lunghezza inferiore ed una potenza/gittata molto superiore; nel Nuovo Regno diventerà arma iconica egizia.

Raffigurazione di quattro arcieri dell’Antico Regno (tre in piedi ed uno inginocchiato). Ognuno di loro impugna un arco lungo semplice ed apparentemente non usano faretre, tenendo due frecce di scorta nella mano destra più quella incoccata. Risalente alla IV Dinastia, regno di Cheope o Chefren, questo frammento conservato al Met Museum è una delle prime testimonianze di battaglie pervenuteci.

Non mancano comunque le evidenze delle ferite da freccia nelle mummie pervenuteci a partire dal Medio Regno. Non dimentichiamoci inoltre che proprio il simbolo della freccia (Gardiner T11) identificava il medico (“sinw”)

Il cadavere di questo soldato della XI Dinastia ci mostra ancora nell’orbita sinistra la freccia che lo ha ucciso
Un altro soldato della XI Dinastia è stato invece colpito al torace, con la freccia ancora conficcata nella scapola

È invece un chiaro indizio dell’origine bellica della chirurgia egizia il fatto che il Papiro Edwin Smith parli chiaramente ed estesamente di fratture del cranio da impatto, anche con la descrizione dei frammenti ossei che penetrano all’interno del cranio (come nel Caso 5) o della spaccatura della volta cranica (Caso4).

Tutti i primi dieci casi presentati dal Papiro Edwin Smith riguardano fratture del cranio più o meno gravi ed estese, quindi – pur considerando una certa quota di incidenti nei cantieri reali – si considera questo papiro una sorta di manuale per i chirurghi di guerra.

I danni procurati dalle mazze da guerra su altri due soldati della XI Dinastia

Nonostante la mancanza di evidenza paleopatologica (presente solo sulle mummie, dove ovviamente la ferita per estrarre i visceri non poteva guarire), la descrizione delle suture effettuabili con i materiali di allora ci mostrano che non solo venivano usati aghi e punti di sutura in filo di lino, ma che esistevano anche delle strisce adesive, precursori delle nostre steri-strip e similari.

Le suture effettuate dagli imbalsamatori su una mummia della XXI Dinastia. Se le usavano gli imbalsamatori, non c’è ragione di dubitare che fossero usate anche con maggiore perizia da parte dei chirurghi

L’applicazione di carne fresca sulla ferita era consigliata per velocizzare la cicatrizzazione (Caso 3: “…dopo aver suturato la ferita, applicherai della carne fresca il primo giorno…lo medicherai ogni giorno con miele e grasso, fino a quando non si riprenderà del tutto”).

Era anche nota l’utilità della cauterizzazione delle ferite; dai testi medici sembra che esistessero due strumenti specifici, diversi fra di loro, da utilizzare a seconda dell’estensione della ferita.

Rimane invece molto incerta la pratica delle amputazioni terapeutiche.

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CHIRURGIA EGIZIA

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Introduzione

La chirurgia egizia è un affascinante rompicapo. Si pensa che la pratica chirurgica vera e propria potesse essere effettuata dai sacerdoti (“wab”) di Sekhmet ma si tratta di una speculazione finora non comprovata, e diversi altri vocaboli sono stati associati alla professione del chirurgo.

Nonostante i famosi rilievi di Kom Ombo, che mostrano quelli che sarebbero strumenti medici e chirurgici, non ci è pervenuto nessuno di tali strumenti (a differenza dei reperti greci dello stesso periodo), e – attenzione! – il tempio di Kom Ombo risale al periodo romano, quindi non rappresenta necessariamente strumenti utilizzati in epoca faraonica.

La parete nord delle mura esterne del tempio di Kom Ombo con quelli che appaiono come strumenti medici e chirurgici su una tavola di offerta, purtroppo senza “didascalie”
Una delle interpretazioni degli strumenti medici di Kom Ombo. Alcuni oggetti hanno dei corrispettivi negli strumenti greco-romani, altri rimangono avvolti dal mistero (modificato da Nunn, Ancient Egypt Medicine)

Eppure la capacità tecnica era sicuramente già stata sviluppata nel Nuovo Regno. Un oggetto considerato una pinzetta trovato nella tomba di Kha e Merit, ma la cui funzione non è mai stata realmente comprovata, ed un altro dello stesso periodo conservato al Maet Museum lo mostrano chiaramente.

Quest’oggetto proveniente dalla tomba di Kha e Merit, considerato con molti punti interrogativi una pinzetta per i capelli, dimostra l’abilità degli Egizi nel produrre oggetti utili per le operazioni chirurgiche nel Nuovo Regno
Un oggetto, sempre della XVIII Dinastia, simile alla “pinzetta” di Meryt e conservato al Met Museum di New York. Quest’oggetto non è ovviamente uno strumento chirurgico, ma testimonia della capacità egizia di produrre oggetti estremamente fini, in questo caso con un movimento a perno, richiesti dalla pratica chirurgica.

Nei papiri egizi ci sono molti riferimenti a trattamenti da effettuare “con il coltello” e diversi vocaboli per indicarli, a far supporre l’utilizzo di strumenti differenti a seconda del caso. Si è ipotizzato che i chirurghi egizi usassero inizialmente lame di selce, facilmente ottenibili al momento e affilatissime, e che queste lame venissero buttate dopo l’uso – precursori dei bisturi monouso odierni.

Purtroppo, dall’altro lato, ci mancano evidenze paleopatologiche: le mummie finora esaminate non mostrano tracce di cicatrici chirurgiche; ma è estremamente difficile riscontrare anche quelle delle ferite riportate in battaglia, a meno che non abbiano coinvolto anche le ossa e siano quindi riscontrabili radiologicamente.

Come abbiamo visto, il testo più ampio in questo campo è il Papiro Edwin Smith, un vero e proprio libro di testo sui traumi che coinvolgono la parte superiore del corpo (vedi: https://laciviltaegizia.org/…/07/01/il-papiro-edwin-smith/). Anche il Papiro Ebers ha una parte dedicata alla chirurgia (863-877), con quelli che sono stati interpretati come trattamenti per una forma di tumore solido e di ernie ombelicali o epigastriche (Ebers 863-864), che sono state anche raffigurate in alcune decorazioni tombali della VI Dinastia.

Tra le indicazioni menzionate nei papiri medici ci sono i “gonfiori dei metu”, rotondi e rigidi sotto le tue dita” oppure “che formano dei nodi”, una patologia da trattare con una lama rovente per diminuire la perdita di sangue. L’emorragia è una preoccupazione costante (“non toccare mai questi gonfiori con la mano!” Ebers 872-873). Gli studiosi hanno individuato quindi questi “gonfiori” negli emangiomi, emangiomi cavernosi nel secondo caso. Vengono descritti anche dei lipomi, anch’essi da asportare chirurgicamente. Ricordiamoci però sempre che le traduzioni sono estremamente difficili per i termini tecnici; la mancanza di altri riscontri e la forte tentazione di “modernizzare” la medicina egizia sono sempre dietro l’angolo.

Curiosamente, non viene mai menzionata la sutura delle ferite dopo questi “interventi con la lama”; probabilmente era considerato superfluo raccomandarlo, perché la sutura delle lacerazioni è ben descritta del papiro Edwin Smith.

È interessante invece notare che questi antichi chirurghi, pur non potendo avere nessuna nozione di microbiologia e utilizzando solo l’osservazione empirica, tentavano in tutti i modi di evitare le infezioni. Le prescrizioni per le medicazioni dopo un intervento comprendono infatti:

  • Il miele
  • Un minerale chiamato imru, purtroppo ad oggi sconosciuto ma che si considera fosse un astringente (forse l’allume di rocca?)
  • Il salice (una sorta di proto-aspirina per diminuire l’infiammazione)
  • Soluzioni contenenti ammoniaca (ovviamente derivata dalle urine) oppure sali di rame (“polvere di pigmento verde”).

La medicina moderna ha scoperto che non solo il miele è un potente antibatterico naturale, efficace sia contro i batteri Gram-positivi che Gram-negativi grazie ad un enzima chiamato inibina, ma che favorisce anche la cicatrizzazione grazie alla sua ipertonicità e al suo basso pH.

Notevole infine il fatto che tutte le medicazioni usassero la fibra di lino per fasciare le ferite. Solo in tempi estremamente recenti è stato dimostrata l’efficacia della fibra di lino nel favorire la cicatrizzazione aumentando la capacità di replicazione delle cellule e permettendo una migliore riparazione del DNA cellulare.

L’incremento della produzione in vitro di fibroblasti (fondamentali per la cicatrizzazione) rispetto al controllo utilizzando diverse fibre di lino. Quella indicata come “Nike” è quella naturale; le altre sono geneticamente modificate. Da notare che la fibra naturale ha sempre un effetto positivo sulla proliferazione cellulare, anche ad alti dosaggi. (da: Gębarowski T et al. Were our Ancestors Right in Using Flax Dressings? Research on the Properties of Flax Fibre and Its Usefulness in Wound Healing. Oxid Med Cell Longev. 2020 Nov 24;2020:1682317.)
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IL MISTERO DELL’INFIBULAZIONE FARAONICA

Di Andrea Petta e Franca Napoli

INTRODUZIONE a cura di Giuseppe Esposito

Esistono vari gradi di infibulazione: la più innocua (e la meno praticata) è la cosiddetta “As-Sunna” (tradizione), che comporta la fuoriuscita di 7 rituali gocce di sangue.

Il secondo tipo è la clitoridectomia vera e propria, chiamata anche “Tahara” (purificazione).

Il terzo tipo, e siamo arrivati al punto, è “l’infibulazione o escissione faraonica”. Fra le tre è la più brutale e violenta ed è in questa che, oltre la clitoridectomia vera e propria si ha la “cucitura”.

La moderna classificazione medica delle mutilazioni dei genitali femminili, dal tipo 1 (clitoridectomia parziale o totale) al tipo 2 (escissione, con l’asportazione delle piccole labbra) al tipo 3, la “infibulazione faraonica”

Ma la domanda che mi ponevo allora, e che ancora mi pongo, è chi abbia deciso che il metodo più cruento si chiamasse “faraonico”? e perché?

Non è facile rispondere a questa domanda. Per moltissimi anni l’argomento è stato trascurato e sottovalutato. Si intrecciano motivi culturali, religiosi, sociali e medici in questa cappa di “omertà scientifica”.

Oggi si sa (o meglio, si ipotizza sulla base della diffusione) che la pratica dell’infibulazione, o comunque della mutilazione dei genitali femminili, sia nata tra le sponde occidentali del Mar Rosso ed il Sudan ai tempi della civiltà meroitica (quindi non prima del IX secolo BCE), e da lì si sia diffusa inizialmente in Africa per poi migrare in Asia.

L’attuale diffusione delle mutilazioni dei genitali femminili ed i flussi di diffusione ipotizzati a partire dal Corno d’Africa

Il primo a riferire dell’infibulazione in Egitto è il solito Erodoto, che parla di “circoncisione di ragazzi e ragazze” in Egitto nel V secolo BCE. Un papiro greco del 163 BCE, ora al British Museum, parla di un’operazione che doveva essere condotta su una ragazza di Menfi, tale Tathemis, al momento di ricevere la propria dote, e Strabone ne parla come un’usanza diffusa ai tempi di Augusto. Di lì in avanti ne ritroveremo traccia solo nel XVIII secolo, prevalentemente per la mancanza di scambi culturali tra le diverse regioni del mondo.

Strabone, geografo e storico greco del I secolo BCE. Nel suo “Geographika” (17.2.5) scrisse che “Questa è una delle usanze seguite in maniera più zelante da parte loro [gli Egiziani]: allevare ogni bambino che nasce, circoncidere i maschi ed escidere le femmine”

Ma non tutto è così semplice. Un antico incantesimo dei Testi dei Sarcofagi, quindi risalenti al Medio Regno, fa riferimento sia ad un uomo che ad una donna “non circoncisi”. In questo caso, però, il termine usato (“amat”) potrebbe fare riferimento ad una ragazza ancora non mestruata, quindi prima del menarca – uno dei tanti termini di cui la traduzione esatta è incerta.

La parte dell’Incantesimo 1117 del Libro dei Sarcofagi con evidenziato il riferimento alla donna “amat” (= circoncisa? = non mestruata?). Da Adriaan De Buck e Sir Alan Gardiner. The Egyptian coffin texts. Vol. VII. University of Chicago Press, 1961

Elliott Smith, che abbiamo incontrato innumerevoli volte nell’esame delle mummie egizie, non riporta casi di infibulazione accertata, ma riporta casi in cui le grandi labbra sono state ritrovate accostate verso il perineo in maniera simile all’infibulazione – senza specificare se sia stato un intervento pre- o post-mortem e soprattutto senza traccia di sutura delle labbra stesse. Nessuna possibilità invece di verificare eventuali clitoridectomie per le deperibilità dei tessuti molli. Barclay nel 1964 riportava che non esisteva traccia di infibulazione nelle mummie esaminate.

È stata avanzata l’ipotesi che quanto ritrovato da Elliott Smith fosse una pratica per prevenire profanazioni del corpo della defunta nelle case per la mummificazione, ma sembrerebbe estremamente improbabile (chi l’avrebbe fatto? I parenti della defunta? Un sacerdote “addetto”?). SI ritiene invece che fosse pratica più comune consegnare i cadaveri alle case della mummificazione diversi giorni dopo la morte come “deterrente”.

Riassumendo: l’ipotesi della infibulazione come pratica comune nell’Egitto Faraonico non sembra avere riscontri almeno fino all’Età Tarda o al Periodo Tolemaico; anzi è altamente improbabile che venisse effettuata prima di questo periodo. Le osservazioni di Erodoto e più tardi di Strabone hanno probabilmente indotto una distorsione nella percezione di questa pratica, da loro intesa come praticata da tempo immemore ed invece introdotta molto più recentemente lungo le sponde del Nilo.

La terminologia “infibulazione faraonica” potrebbe derivare quindi da una facile associazione Egitto (in cui nel XVIII era pratica generale) – Faraoni nata in piena epoca coloniale senza alcun riferimento concreto con le mummie ritrovate – anche perché, a quell’epoca, non era ancora d’uso una ricerca scientifica così approfondita su quei “corpi neri” che venivano trattati alla stregua di oggetti.

Nulla vieta, perciò, che il procedimento semantico nulla abbia a che vedere con le mummie su cui, solo successivamente, sia eventualmente stata riscontrata un’analoga usanza – decisamente non generalizzata e sorta in epoca molto tarda, altrimenti se ne sarebbe scritto per ogni mummia di sesso femminile rinvenuta.

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CIRCONCISIONE

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Scena di circoncisione rituale, tempio di Mut a Luxor, Nuovo Regno

Per parlare della circoncisione, per una volta partiamo dagli…errori. Per molto tempo si è creduto che tutti gli egizi maschi venissero circoncisi da neonati per motivi igienici e che questa abitudine fosse stata traslata tal quale agli ebrei, che l’avrebbero mantenuta dopo l’Esodo. Gran parte di questa idea viene dai primi studi sulle mummie dei nobili, da una stele che riporta un uomo di nome Wha circonciso con altri 120 uomini (vedi foto) e da un famosissimo rilievo che mostra questa pratica.

La stele di Wha (o Uha). Una parte del testo recita “Io sono stato circonciso insieme a 120 uomini, non ho colpito, nessuno mi ha colpito, non ho graffiato e nessuno mi ha graffiato”, una frase interpretata indicando che la circoncisione era una pratica volontaria e che i ragazzi sono stati coraggiosi durante l’intervento

Questo rilievo proviene dalla tomba di Ank-ma-hor, Visir e sovrintendente del Faraone Teti (VI Dinastia), e mostra effettivamente una pratica chirurgica, ma metà della scena è stata male interpretata e l’altra metà sottovalutata per molto tempo.

La figura al centro sembrerebbe un “hem-ka”, un sacerdote, e l’azione descritta con le parole incise sopra la sua testa indicherebbero che stia circoncidendo (seb) il suo paziente mentre esorta il suo assistente a tenerlo stretto, mentre una seconda scena a destra sembrerebbe la stessa operazione effettuata su un secondo paziente, anche se le frasi riportate sono molto più controverse. In questa seconda scena, infatti, il “medico” dice “Lo renderò piacevole (comodo, liscio) per te”, mentre il paziente risponde “strofinalo (passalo) bene in modo che possa essere efficace”.

Il rilievo della tomba di Ankh-ma-hor con i “fumetti” delle frasi pronunciate dai protagonisti

La scena ha generato nel tempo dotte e feroci discussioni tra gli studiosi.

La frase del medico della seconda scena (“lo renderò piacevole…”) ha fatto supporre che i medici egizi conoscessero gli anestetici, un’ipotesi quantomeno azzardata visto che la cocaina ed i suoi derivati, ad esempio, non sarebbero arrivati in Egitto che quattro millenni dopo.

Non solo: anche il senso della scena in una tomba è controverso. Ankh-ma-hor ha voluto che fosse immortalata la sua stessa circoncisione? O voleva che fosse praticabile nell’aldilà per se stesso ed i suoi familiari? E perché viene effettuata da un sacerdote e non da un medico?

La parte più controversa del rilievo, la descrizione dell’azione compiuta dal “chirurgo”. Trattandosi di una scrittura difettiva (i segni sono stati ridotti al minimo per ragioni di spazio) esistono più interpretazioni possibili:
– Il sacerdote hem-ka sta circoncidendo
– Circoncisione. Il sacerdote hem-ka (meramente descrittiva)
– Il sacerdote hem-ka viene circonciso

Diverse interpretazioni delle iscrizioni hanno portato all’ipotesi moderna che il sacerdote menzionato non stia effettuando l’operazione, ma che sia uno dei figli di Ankh-ma-hor e che sia egli stesso il paziente circonciso in una cerimonia di iniziazione. La scena di destra diventerebbe quindi un rituale di rasatura del pube del figlio di Ankh-ma-hor prima della circoncisione.

La realtà dei fatti mostra che la circoncisione NON veniva effettuata su tutti i maschi, e NON da bambini. Ahmose I non era circonciso, e probabilmente neanche Tutankhamon. Dagli esami effettuati sulle mummie, nonché da alcuni dipinti e statue pervenuteci, emerge che la circoncisione venisse comunque effettuata tra i 10 ed i 14 anni di età. Non solo: veniva anche effettuata in maniera diversa da quella ebraica: non veniva reciso ed asportato il prepuzio, ma solo praticata un’incisione sul lato dorsale del pene per liberare il glande.

Statua di Merire-hashetef, vissuto durante la VI Dinastia. Merire-hashetef viene mostrato in età adolescenziale, già circonciso

La circoncisione sarebbe quindi una sorta di rito di passaggio all’età adulta (però non universalmente effettuato) o forse richiesto da qualche pratica sacerdotale. Un indizio lo abbiamo da un antico mito secondo cui Ra avrebbe generato Hu e Sia (il verbo creatore e il potere della conoscenza) auto-circoncidendosi. Potrebbe anche essere cambiato nel tempo, passando da pratica tribale arcaica (universale) a rito iniziatico (limitato). Diverse raffigurazioni mostrano comunque persone “normali” circoncise, escludendo, quantomeno fino al Nuovo Regno, l’ipotesi che fosse una pratica limitata al sacerdozio.

Un contadino circonciso porta un bovino al macello, dimostrando che la circoncisione non fosse una pratica esclusiva del sacerdozio. Mastaba di Ptah-Hotep e Akhti-Hotep, V Dinastia (Antico Regno)

Esiste anche l’ipotesi che la mancata circoncisione di alcuni Faraoni sia invece una pratica specifica di alcune caste sacerdotali o addirittura un segno di ribellione contro un rito religioso e quindi legato all’influenza dei sacerdoti.

NOTA 1

Quella che vedete è considerata la prima rappresentazione di uomini circoncisi in Egitto.

La prima descrizione della paletta (da Capart, Jean. Primitive art in Egypt. H. Grevel, 1905. – pag. 240)

Si trova sulla cosiddetta “Paletta del campo di battaglia” una paletta predinastica (ne ha parlato Luisa Bovitutti qui: https://laciviltaegizia.org/…/19/le-palette-predinastiche/) che oggi, spezzata, si trova conservata al British Museum ed all’Ashmolean Museum.

In questa paletta, del periodo Naqada III (3100 BCE circa), vengono mostrati prigionieri barbuti e circoncisi divorati da avvoltoi e da un leone, presumibilmente simboli del potere nilotico. Da notare che le persone rappresentate circoncise non sono egiziane. Sono stranieri, nemici del Faraone che, nelle vesti di un fiero leone, li stermina mentre gli avvoltoi si cibano dei loro cadaveri.

Secondo gli studiosi, questa paletta rappresenta la prova che la circoncisione NON sia nata in Egitto; anzi, nel periodo predinastico è una delle caratteristiche degli stranieri, considerati rozzi barbari che il potere del Faraone deve distruggere.

La paletta oggi al British Museum, numero di inventario EA20791

Presto cambierà tutto: una scoperta relativamente recente riempie un altro piccolo tassello della storia.

NOTA 2

Tra gli anni ’40 e gli anni ’80 del secolo scorso, una serie di spedizioni direttamente gestite dal Ministero delle Antichità egiziano ha svolto degli scavi a Saqqara, purtroppo con scarse pubblicazioni e molti reperti non sono stati resi pubblici per molto tempo.

Una decina di anni fa, frugando tra i reperti del complesso funerario di Djedkara (fine V Dinastia, circo 2350 BCE) è stata fatta una scoperta molto interessante. Un piccolo rilievo (circa 11×15 cm) rappresenta due bambini (si intuisce dalla postura del braccio di uno dei due, probabilmente ritratto con il dito in bocca come d’uso) su cui si sta chiaramente praticando la circoncisione del pene. Il rilievo sarebbe quindi antecedente, forse di un paio di secoli, rispetto a quello che abbiamo visto di Ankh-ma-hor.

Il rilievo identificato come n° 426, scavi di Fakhry degli anni ’50. Foto M. Megahed
Il rilievo identificato come n° 426, scavi di Fakhry degli anni ’50. Disegno M. Megahed

Le possibili interpretazioni della scena ritratta sono:

  • Una scena di circoncisione dei bambini della famiglia reale come parte della normale routine della crescita;
  • La circoncisione del Faraone e del suo “ka” nell’ambito di una raffigurazione della nascita divina del Faraone stesso; in questo caso con ogni probabilità la figura dietro ai due bambini raffigurava una divinità, come forse anche il “chirurgo”.
Possibile ricostruzione dell’intera scena, disegno H. Vymazalová

Nonostante la leggera differenza di statura dei due bambini, la seconda ipotesi è quella ad oggi più accreditata. In ogni caso, si evince che alla fine della V Dinastia, la circoncisione non era più qualcosa di legato agli stranieri, ai nemici dell’Egitto, come abbiamo visto ieri ma una pratica diffusa anche nella famiglia reale.

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BIMBI E BALIE

Di Andrea Petta e Franca Napoli

La prima rappresentazione di un divino allattamento: Nekhbet (in forma umana) allatta il Faraone Sahura (V Dinastia) – Tempio mortuario di Sahura

Si pensa che dopo la nascita, mamma e neonato rimanessero isolati per un paio di settimane. Da un punto di vista medico (moderno) aveva senso per una minore esposizione del bambino agli agenti patogeni dovuti al contatto con altre persone e per far riprendere la mamma dalle fatiche del parto, ma all’epoca era soprattutto una “protezione” da entità e spiriti (demoni) che avrebbero potuto aggredire madre e figlio in un momento così delicato della vita.

Dai papiri pervenutici, sappiamo che l’apprensione per la sorte del neonato era sempre in agguato; per questo esistevano dei veri e propri “test” per capire la salute del neonato, in maniera simile a come viene effettuato al giorno d’oggi con l’Indice di Apgar. Se però l’Indice di Apgar considera frequenza cardiaca, respirazione, tono muscolare, riflessi e colorito, al tempo degli Egizi il test veniva effettuato tritando un pezzettino della sua placenta e facendoglielo bere mescolato al latte: se lo avesse inghiottito, il piccolo sarebbe sopravvissuto; altrimenti la sua sorte era segnata.

Un secondo, ancora più curioso test, era basato sui primi vagiti del neonato (Ebers 838): se avesse pianto con un verso descritto come “ny” avrebbe vissuto, mentre un pianto descritto come “mebi” era un presagio nefasto, come anche il primo vagito fatto con il viso rivolto in basso.

Weretkau, la balia divina di Tutankhaton, raffigurata su un pendente del Faraone mentre lo allatta (Museo del Cairo, JE 61952)

Maia, la vera balia di Tutankhaton, ritratta nella sua tomba a Saqqara (a destra ritratta con il Faraone)

Ogni neonato, maschio o femmina, era sempre il benvenuto – anche se il primogenito maschio godeva comunque di particolari attenzioni – e l’abbandono del figlio era considerato una mostruosità: la Vita era sacra sempre. Abbiamo visto che, secondo gli Egizi, il figlio era originato dal solo sperma del padre, che trasmetteva al figlio parte del suo ba e del suo akh (vedi anche: https://laciviltaegizia.org/filosofia-egizia/), ma – attenzione! – il cuore, sede della personalità e del pensiero della persona, derivava esclusivamente dalla madre. In Età Tarda il papiro Jumilhac ci spiega che le ossa del nascituro provengono dal seme paterno, mentre la carne e la pelle dal nutrimento materno.

Il nutrimento con il latte materno durava fino ai 3 anni; frequente era il ricorso a balie, che mantenevano una grande importanza nella famiglia, quasi a livello della madre naturale. Balie famose sono, ad esempio, Maia (che allattò Tutankhaton e la cui tomba fu scoperta nel 1996 a Saqqara) e Sitra, la balia di Hatshepsut identificata come la mummia KV60B), ma anche Thutmosis III sposò Satiah, la figlia della sua balia Ipu. Nell’iconografia egizia, inoltre, spesso il Faraone viene mostrato bambino allattato da una divinità.

Satiah ritratta alle spalle di Thutmosis III

Non sappiamo esattamente da quando venne preso nota del giorno della nascita, ma si crede sia successo molto presto nella storia dinastica. I primi riferimenti indiretti certi risalgono però al Nuovo Regno, quando agli artigiani della Valle dei Re veniva concesso un giorno di ferie per celebrare il proprio compleanno; prima si trovano riferimenti solo all’anno di nascita (ricordiamoci sempre che gli anni venivano misurati dall’ascesa al trono di ogni singolo Faraone, e che gli Egizi non ebbero mai una data “spartiacque” come la fondazione di Roma o la nascita di Cristo).

Hathor protegge Tuthmosis III mentre allatta suo figlio Amenhotep II (Museo del Cairo, JE 38574)

Amenhotep II allattato da Hathor (particolare) – Museo del Cairo, JE 38574

A partire dal Periodo Tolemaico si iniziò a tenere dei registri con i dati anagrafici nelle Case della Vita.

Una curiosità: in campo artistico, durante l’Antico Regno i bambini venivano ritratti nudi, a volte con piccoli seni od un pube accentuato per le bambine mentre i maschietti sono mostrati con un dito in bocca; presto comparve l’usanza di ritrarli con la treccia laterale tipica dell’infanzia – inizialmente solo per i maschietti ma, a partire dalla V Dinastia, anche per le femminucce.

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LE COMPLICAZIONI DELLA GRAVIDANZA E DEL PARTO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Nonostante la benevolenza delle divinità ed i riti espletati, non sempre tutto filava liscio durante gravidanza e parto. D’altra parte, la mortalità legata al parto e nella prima infanzia diminuirà in maniera sensibile soltanto a partire dal XIX secolo (in Italia agli inizi del ‘900 la mortalità entro i 5 anni sfiorava comunque ancora il 30%…).

Gli esempi più famosi risalenti all’Antico Egitto sono ovviamente i due feti morti trovati nella tomba di Tutankhamon (per la precisione un aborto al quinto mese di gestazione ed un feto nato morto), ritenuti unanimemente figlie di Ankhesenamon.

Neanche le famiglie reali erano quindi immuni; anche un famoso rilievo dalla Camera Gamma della tomba reale di Amarna descriverebbe la morte di un membro della famiglia reale (ipotizzato dagli studiosi come Maketaton o Nefertiti) dopo il parto e la nascita di un principe (Tutankhaton?) mostrato in braccio ad una nutrice.

Il rilievo della Camera Gamma della tomba reale di Amarna. Secondo alcune interpretazioni, nel registro in basso Akhenaton e Nefertiti piangerebbero la morte di Maketaton dopo il parto che ha visto la nascita di Tutankhaton (mostrato nel registro mediano in braccio ad una nutrice). Ricordiamo che in questo caso si tratta di ipotesi.

Molto famoso in tempi recenti è diventato anche il feto di sette mesi scoperto nel corpo di una mummia conservata al Museo di Varsavia (“Mysterious Lady”), ritenuta in passato il sacerdote di Horus Hor-Djehuty dalle iscrizioni sul sarcofago che la conteneva, ma non sappiamo ad oggi se la morte della mamma sia stata dovuta alla gravidanza.

Le immagini del feto ritrovato nel corpo di una mummia dell’Età Tolemaica conservato a Varsavia.
Il feto era tra la 26esima e la 30esima settimana di gestazione, ed al momento non si sa se la morte della mamma sia stata legata alla gravidanza.

Come per la placenta, spesso i bambini nati morti o abortiti venivano seppelliti all’interno delle abitazioni, probabilmente come scaramanzia per la successiva gravidanza oppure affinché lo spirito del bambino deceduto potesse rientrare nel corpo della mamma al successivo concepimento (una pratica diffusa in Egitto fino all’inizio del XX secolo).

Dal Papiro Ebers sappiamo che, anche con la posizione accovacciata, potevano avvenire delle lacerazioni del perineo trattate con impacchi di olii emollienti (Kahun 4), e da altri passaggi danneggiati del Papiro Kahun si pensa che potessero essere eventualmente suturati. Non sappiamo invece se venisse praticata l’episiotomia chirurgicamente.

Sappiamo però che venivano preparati dei tamponi con acqua di carrube, miele, latte ed una misteriosa pianta kheper-wer per favorire la contrazione dell’utero dopo il parto al fine di ridurre l’emorragia ed eventualmente favorire l’espulsione della placenta.

Tra le complicazioni citate nei papiri medici troviamo il prolasso uterino (da trattare con un “ibis di cera” da far sciogliere sul fuoco per fumigare la vagina, una pratica molto più magica che medica) e le fistole vescico-vaginali, per cui non viene però indicato una terapia.

Mummia predinastica di una donna deceduta presumibilmente per il prolasso uterino ancora evidente. Museo di Antropologia di Torino

Derry descrisse nel 1930 tre casi di fistole e di prolassi intestinali interpretati su mummie femminili appartenenti alla XI Dinastia (regno di Montuhotep II, 2050 BCE circa) come prova di parti molto difficili e probabilmente con esito infausto. Soprattutto quella della regina Henhenit, sepolta con un prolasso intestinale di ancora visibile, è stato sicuramente mortale.

L’esame della principessa Henhenit della XI Dinastia con i segni di una fistola vescico-vaginale con conseguente infezione, probabilmente mortale, della mucosa

Alcuni studiosi individuano in un passaggio del papiro Kahun, in cui la paziente deve mordere un legnetto durante il parto per non mordersi la lingua, una descrizione dell’eclampsia, ma si tratta di ipotesi prive di qualunque evidenza.

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LA NASCITA E I RITI DEL PARTO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

La nascita rappresentata nel tempio di Kom Ombo

Che la posizione per il parto fosse quella accucciata lo sappiamo dalle varie rappresentazioni pervenute fino a noi. Anche il simbolo Gardiner B3 che significa “nascita” rappresenta una donna accucciata da cui spuntano testa e braccia del neonato.

La nascita rappresentata nella Sala del Tesoro del tempio di Edfu

Il Papiro Westcar, risalente al Secondo Periodo Intermedio e che ci racconta la nascita divina di Cheope e dei faraoni successivi, ci fornisce un’idea di come probabilmente si svolgeva il parto. La partoriente è infatti assistita da quattro dee: Heqat, Iside, Nephtys e Meshkenet, una simbologia che si cercava di ripetere ad ogni nascita.

Di conseguenza, le donne che assistevano al parto avevano funzione magica, oltre che levatrici: una di fronte alla partoriente ad accogliere il neonato simboleggiava Iside, una dietro (Nephtys) a sorreggere la partoriente, una di lato (Heqat) a guidare il travaglio. Meshkenet era ovviamente rappresentata dai mattoni della nascita. È possibile che la partoriente si orientasse in direzione ovest-est o nord-sud per favorire il fato del nascituro, ma non ci sono prove documentate al riguardo. Non ci sono invece prove che esistessero levatrici di mestiere.

Il neonato, come oggi, veniva lavato subito dopo il taglio del cordone ombelicale e posto su un cuscino di forma quadrata, come quadrata era la disposizione dei mattoni della nascita secondo i punti cardinali.

Sicuramente il taglio del cordone era un passaggio di grande importanza. Fino a quel momento il nascituro non è “vivo” nel pensiero egizio, non è un essere a sé stante. Si pensa che il taglio avvenisse – soprattutto nell’Antico Regno – con il coltello psš-kf (“peseshkef”, “ciò che divide e toglie” – grazie a Livio Secco per la consulenza sul termine) che si biforca (divide) a doppia ansa in cima con la parte interna concava tagliente.

Coltello peseshkef protodinastico in selce; British Museum

Nei Testi delle Piramidi il coltello peseshkef, coinvolto anche nel rito dell’apertura della bocca del defunto, “rende forte la mandibola”: dopo il taglio del cordone veniva mostrato al neonato, sporco di sangue, ad indicare che ora era separato dalla madre e che doveva avere la forza di succhiare il latte dal seno materno per crescere. Alcuni peseshkef predinastici sono stati ritrovati con ancora tracce di colore rosso, simbolo del rito in cui erano utilizzati.

Madre e figlio sono ora “divisi da ciò che è diviso”.

LA PLACENTA

Gli Antichi Egizi conoscevano abbastanza bene la funzione della placenta; sapevano che nutrisse il feto e la ritenevano la parte di sangue materno non utilizzata dal feto stesso, una sorta di riserva a cui attingere. Ma la sua funzione nel pensiero egizio non era solo fisiologica. Nelle rappresentazioni nel colonnato della nascita di Hatshepsut, infatti, il dio Khnum non crea UN bambino sul suo tornio: ne crea DUE e Meshkenet li pone ENTRAMBI nel grembo materno.

In questo rilievo di Deir el-Bahari, che abbiamo già visto la settimana scorsa, si vede chiaramente che Khnum forgia non solo Hatshepsut ma anche il suo ka. Entrambi verranno posti da Meskhenet nel grembo della regina Ahmose

L’altro “bambino” sarebbe il “ka” del nascituro, e sarebbe la sua placenta che lo avvolge (“le braccia del tuo ka sono davanti a te e dietro di te”). “Ka” deriverebbe infatti da “kaw” = cibo, nutrimento. Il coltello peseshkef ha diviso anche il neonato dal suo ka, e sono ora due entità distinte.

Si pensa che la placenta del Faraone, soprattutto in era protodinastica, fosse conservata in un involto speciale e mostrata in circostanze speciali; potrebbe essere rappresentata anche nella celeberrima paletta di Narmer, portata in processione davanti al Faraone.

La Tavolozza di Narmer: il primo stendardo è un fagotto da cui fuoriesce una “coda”; secondo alcuni studiosi sarebbe il “sacco della Vita” contenente la placenta del faraone

Quella dei comuni mortali veniva invece seppellita sotto il pavimento della stanza del parto o nel giardino di casa, da dove proteggeva il neonato nell’avventura della Vita che stava iniziando.

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LA GRAVIDANZA NELL’ANTICO EGITTO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Il “Libro della Terra” dipinto nella camera sepolcrale di Ramses VI

In un mondo la cui filosofia è un continuo riferimento al ciclo vitale, all’eterna morte e rinascita, è ovvio che il momento della gravidanza e del parto fosse carico di significati esoterici legati alla creazione. Addirittura, tutto il cosiddetto Libro della Terra (non ha un nome egizio noto), dipinto anche sulla camera sepolcrale di Ramses VI, descrive la creazione della Terra ed è stato visto dagli studiosi come l’evoluzione di una nuova vita dalla procreazione alla nascita. Il mondo è visto come un utero che genera l’umanità fecondata dalla luce celestiale del sole, e lo vedremo meglio separatamente perché merita delle riflessioni.

Secondo Renggli, questa figura del Libro della Terra rappresenterebbe i genitali femminili, protetti da Apophis (i due serpenti grandi) mentre il serpente piccolo rappresenterebbe il cordone ombelicale ed il coccodrillo il liquido amniotico. La sfera nella mano destra e Hathor nella sinistra rappresenterebbero l’essenza maschile e femminile uniti nel nascituro

I rischi maggiori durante la gravidanza (parto prematuro o aborti spontanei) erano quindi “combattuti” prevalentemente con l’aiuto di amuleti e la benevolenza delle divinità, come abbiamo già visto. Oltre all’onnipresente Iside giocano un ruolo fondamentale la sorella Nepthys (nel Libro dei Morti è la balia di Horus) e Taweret, la dea-ippopotamo (si veda al riguardo https://laciviltaegizia.org/…/lippopotamo-femmina-la…/).

Si pensa che Taweret venisse invocata perché la gravidanza dell’ippopotamo dura quasi quanto quella umana e la dea è rappresentata con parti del corpo di ippopotamo, coccodrillo e leonessa, tutti animali ferocemente protettivi nei confronti dei loro piccoli.

Bes e Taweret (in basso) presenti alla nascita di Hatshepsut, colonnato della nascita di Deir el-Bahari

Anche Heqat, la dea-rana che emerge dalle acque del Nilo, era molto popolare. Sia Taweret che Heqat, insieme a Bes, sono rappresentate alla nascita divina di Hatshepsut a Deir el-Bahari.

La durata della gravidanza era ovviamente nota e si poteva prevedere il periodo approssimativo del parto. Esistevano prescrizioni per evitare un parto prematuro, mentre ci si riferiva alla nascita come alla “apertura del grembo”, un concetto che secondo diversi studiosi si ripete nel rito della “apertura della bocca” del defunto come nuova nascita nell’aldilà.

Diverse prescrizioni per favorire le contrazioni al momento della nascita contengono i datteri, ed è molto interessante perché questi frutti contengono una sostanza naturale simile all’ossitocina che può favorire le contrazioni dell’utero e ridurre l’emorragia post-parto.

Non si sa se una stanza della casa fosse dedicata al momento del parto; sappiamo dal villaggio degli artigiani della Valle dei Re che spesso la prima stanza entrando in casa aveva decorazioni del dio Bes e – forse – potrebbe essere stata usata per questo scopo. I cosiddetti “mammisi” (https://laciviltaegizia.org/2021/02/10/il-mammisi/) non erano invece dedicati alla nascita o un reparto di ostetricia, quanto un luogo consacrato per le celebrazioni delle nascite sacre (teogamia).

La posizione del parto era accucciata e la partoriente poggiava i piedi su quelli che erano chiamati “mattoni della nascita”. La posizione, con l’uso dei mattoni, aiutava con la gravità il parto e forniva uno spazio per il liquido amniotico e l’espulsione della placenta. Una testimonianza indiretta di questa usanza ci viene anche dalla Bibbia: “Quando assistete le donne ebree durante il parto, osservate bene tra le due pietre: se è un maschio, fatelo morire” (Esodo, 1:16)

La partoriente sui “mattoni della nascita” assistita da Hathor. Dendera, Età Tolemaica

Ma i mattoni hanno anche un profondo significato simbolico. Rappresentano la dea Meskhenet, colei che crea il ka del bambino e ne determina il destino (“meskhen” è anche il nome dei mattoni stessi). Meskhenet è spesso raffigurata come un mattone con la testa di donna; quando è raffigurata come donna ha invece il simbolo dell’utero sulla testa.

Meskhenet raffigurata come un mattone con la testa di donna

Accompagna tutta la vita del nascituro: spesso è raffigurata sopra la bilancia che pesa il cuore del defunto nel rito della psicostasia. Per questo motivo i mattoni erano conservati e posti nella tomba del defunto, simbolo di (ri)nascita.

Meskhenet (al centro, sotto il braccio della bilancia) presente alla pesatura del cuore del defunto (Papiro di Ani, British Museum)

La protezione del neonato era affidata anche alle bacchette apotropaiche (https://laciviltaegizia.org/…/le-bacchette-apotropaiche/), probabilmente sia in questa vita che nell’aldilà visto il numero di bacchette trovate nelle tombe.

Siamo pronti al momento cruciale: il parto