Arte militare, Età Tarda

L’ARMATA PERDUTA DI CAMBISE

Di Luisa Bovitutti

“Nel deserto occidentale, a tratti, il vento porta con se’ un suono lugubre. Secondo la leggenda, e’ il lamento dei 50.000 soldati persiani inghiottiti dal nulla 2500 anni fa”.

Il re persiano Cambise II, figlio di Ciro il Grande, nel 525 a. C. sconfisse l’esercito egizio nei pressi di Pelusio, catturò il re Psammetico III che poi si suicidò, si impadronì di Menfi e dilagò fino a Tebe, facendosi proclamare faraone; Erodoto, lo dipinge come un folle, dispotico e crudele, colpevole di aver distrutto numerosi templi, di aver fatto assassinare il fratello e la sorella, di aver massacrato la precedente élite egizia e di aver ucciso il sacro toro Api.

Nella primavera del 524 a.C. Cambise inviò un esercito di circa 50.000 uomini all’oasi di Siwa, sede dell’oracolo di Amon, dove era asserragliata una guarnigione egizia, per conquistarla e distruggerla ed impadronirsi di un ricco ed importante caposaldo del traffico commerciale carovaniero tra l’Africa nera ed il Mediterraneo, nonche’ di quello costiero est-ovest.

Da Tebe, luogo di partenza della spedizione, l’oasi distava 880 chilometri in linea d’aria, da percorrere attraverso il deserto chiamato il Grande Mare di Sabbia, battuto dal violento vento khamsin, secco e terribilmente caldo, che soffia a 150 Km/h, tinge il cielo di un arancio scuro e rende l’aria carica di sabbia; al suo passaggio l’umidità crolla sotto il 5%, la temperatura si innalza sopra i 45 C e si formano slavine mortali di sabbia fine.

Guerrieri persiani appartenenti al corpo d’élite definito degli “Immortali” (rilievo proveniente da Susa)

Dopo sette giorni di viaggio in difficili condizioni l’armata giunse nei pressi dell’oasi di El-Kharga ma da lì se ne perse ogni traccia. Secondo Erodoto, si trovò ad affrontare una violentissima tempesta che si protrasse per molti giorni e che decretò la fine di uomini ed animali, soffocati dalla sabbia, disidratati dal calore e dalla mancanza d’acqua, storditi dalla mancata visibilità ed alla fine sepolti per sempre da una coltre spessa di sabbia che ricopriva il teatro della tragedia.

Da oltre due secoli archeologi, esploratori e geografi cercano resti, notizie e tracce dell’armata scomparsa, ma fino ad oggi non è stato trovato nessun riscontro archeologico definitivo.

Nel 2009 gli archeologi varesini Angelo ed Alfredo Castiglioni hanno pubblicato un documentario che mostra i risultati delle spedizioni effettuate nel deserto alla ricerca dell’esercito di Cambise, che ritenevano non avesse seguito la tradizionale “via delle oasi”, presidiata dagli Egizi, ma che partendo da El Kharga, si fosse diretto verso occidente, all’altopiano roccioso di Gilf El Kebir, passando per il Uadi Abd el Melik, e puntando poi a nord verso Siwa per sorprendere il nemico alle spalle.

Lungo questo tragitto “alternativo” hanno rinvenuto degli alamat (cumuli di pietre per orientarsi), sorgenti oggi prosciugate ed un deposito di centinaia di anfore per l’acqua datate a 2500 anni fa e sepolte nella sabbia, che avrebbero reso possibile una marcia nel deserto; inoltre hanno portato alla luce nei pressi di una caverna abbastanza vicino a Siwa numerose ossa umane e piccoli oggetti di epoca achemenide che potrebbero riferirsi all’Armata perduta (punte di freccia, un pugnale, parte dei finimenti di un cavallo, un orecchino e le perle di una collana).

L’egittologo prof. Olaf Kaper dell’Università di Leida sostiene invece che l’esercito non scomparve ma venne semplicemente sconfitto in battaglia dopo essere caduto in un’imboscata mentre cercava di riconquistare parte del paese che gli Egizi, sotto la guida del nobile Petubasti III, proclamato faraone, avevano sottratto al dominio persiano. Dario I, successore di Cambise, alla fine soffocò nel sangue la rivolta egizia, e per non offuscare la gloria di quest’ultimo attribuì la disfatta dell’esercito ad una calamità naturale.

I reperti si trovano ora presso il Museo Castiglioni di Varese, dal cui sito sono tratte le immagini.

FONTI:

Età Tarda, Gioielli

IL COLLARE DELLA MOGLIE DI SHEBITKA

Di Patrizia Burlini

Uno straordinario collare che sembra appena uscito da un atelier d’alta moda.

Apparteneva ad una regina sconosciuta del re nubiano Shebitka, periodo Napata, 723-698 b.C.

Realizzato in elettro (lega di oro e argento ), è un collare a cerniera in lamiera con bordi decorati internamente ed esternamente con filo perlato. Al centro è applicata una figura di divinità alata in ginocchio che porta un disco solare. Al centro della schiena c’è uno scarabeo. Su ciascun lato vicino alla parte posteriore, c’è una cerniera con il perno ancora presente.

Diam. 17 cm

Trovato al El-Kurru Sudan, nel 1919 in una campagna di scavi condotta dalla Harvard University e il MFA di Boston a cui è stata assegnata nel 1921.

Purtroppo non è in esposizione.

https://collections.mfa.org/objects/143573

Età Tarda, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DI PEFTJAOENEITH

Di Grazia Musso

Questo sarcofago appartiene a Peftjaoeneith, un ispettore delle proprietà dei templi nel delta del Nilo.

Il sarcofago è realizzato in legno insolitamente spesso, ed è splendidamente dipinto.

Il coperchio mostra varie figure di divinità e testi del libro dei morti.

Peftjaoeneith è raffigurato con il viso verde, colore che simboleggia la vita e la resurrezione.

La parrucca e la barba si riferiscono al fatto che, il defunto, come il dio Osiride, ha già vinto la morte.

All’interno del sarcofago è raffigurata la diffusione a Nut, il cui corpo è dipinto di nero e cosparso di stelle, a lato sono rappresentate le immagini delle dodici ore del giorno e della notte .

Decorazione dell’interno del sarcofago con la raffigurazione della dea Nut
La mummia

Dimensioni 36 x 63 x 240 cm

Materiale legno

Periodo XXVI Dinastia

Origine Sakkara (?)

Acquisizione gennaio 1829, numero di inventario AMM 5 -e

https://www.rmo.nl/…/tops…/mummiekist-van-petfnaoeneith/

http://magicamentecolibri.it/capolavori-egiziani-in…/

Età Tarda

IL SARCOFAGO DI IBI

A cura di Giusi Colledan/Andrea Vitussi

Coperchio del sarcofago di Ibi, sovrintendente del Sud, sovrintendente dei sacerdoti di Tebe e grande intendente della Divina Adoratrice Aba.

Epoca Tarda, XXVI dinastia, regno di Psammetico I (664-610 a C.), Grovacca (pietra), h. 195 cm –

Provenienza: Tebe, Assasif, tomba tebana 36. Collezione Drovetti (1824)

La qualità di quest’opera, scolpita finemente in una pietra durissima, è commisurata all’altissimo rango del proprietario: la Divina Adoratrice di Amon, Nitokris, figlia di Psammetico I, era infatti la massima autorità religiosa di Tebe, e Ibi ne amministrava il patrimonio.

L’alto funzionario è raffigurato come Osiride, con le mani che emergono dal sudario a stringere il pilastro djed, che gli permette di rialzarsi dopo la risurrezione.

Tre fori praticati sotto la barba e un altro nello scettro dovevano facilitare le operazioni di spostamento dell’oggetto, che pesa oltre mezza tonnellata.

Torino, Museo Egizio

Età Tarda

IL SARCOFAGO DI GEMENEFHERBAK

A cura di Giusi Colledan

Questo sarcofago di basalto, di forma antropoide, risalente alla XXVI dinastia, apparteneva al visir Gemenefherbak, che nel VII secolo a.C. C ha svolto un ruolo paragonabile a quello di un primo ministro.

Sembra essere stato scolpito nel metallo e non nella pietra, e infatti questo materiale è chiamato metagnovacca, una roccia che ha una lucentezza metallica. In Egitto era chiamata “pietra di bekhen” ed era estratta da cave nel deserto orientale, nella regione di Wadi Hammamat.

Museo Egizio Torino.