C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio

LA XXII DINASTIA

Di Piero Cargnino

Non a torto Manetone fa finire la XXI dinastia con Psusennes II anche se non si sa in base a quale linea dinastica i faraoni che lo hanno preceduto siano saliti al trono.

Ora però con Sheshonq I si apre una dinastia del tutto estranea all’Egitto, la XXII dinastia dei faraoni di origini libiche. Attenzione però a non pensare ad una occupazione libica dell’Egitto, Sheshonq I come quasi tutti i libici che vivevano in Egitto non erano stranieri nel vero senso della parola. Essi erano gli eredi dei Mashwesh libici che furono respinti con tanta difficoltà prima da Merenptah poi da Ramses III quando tentarono di invadere il Delta e che poi finirono per scegliere di rimanere in Egitto integrandosi. Scelsero per modo di dire, direi piuttosto che accettarono di essere inviati nelle oasi per ripopolarle. Altri entrarono nell’esercito come mercenari ricevendo in cambio dai faraoni delle terre sulle quali si stanziarono e si integrarono creando delle vere e proprie enclave sotto la guida di un capo che si faceva chiamare “capo dei Ma”, dove Ma stava ad indicare Mashwash.

Va detto che in precedenza i Mashuash erano perennemente in conflitto con lo stato egizio anche se poi, durante la XXI dinastia, giunsero in numero sempre più numeroso insediandosi nella regione occidentale del Delta del Nilo della quale si impossessarono al tempo di Osorkon il Vecchio. Costoro, come abbiamo detto, adottarono abitudini e costumi degli egizi e ambivano ad apparire egizi di nascita senza però cambiare i loro nomi e continuando ad ornarsi il capo con delle piume che erano sempre state una caratteristica del loro costume, proprio in virtù di questa usanza gli egiziani usavano chiamarli “Gente che porta la doppia piuma”.

Che i Mashuash fossero di origini libiche lo apprendiamo anche dalla Stele di Pasenhor (detta anche Stele di Harpeson nella letteratura più antica); la stele risale all’anno 37 del regno di Sheshonq V (XXII dinastia) e venne rinvenuta nel Serapeo di Saqqara da Auguste Mariette nel 1851. Nella stele il sacerdote di Ptah e profeta di Neith, Pasenhor, descrive il rito al quale è chiamato ad officiare in occasione della morte di un toro Apis, con l’occasione riporta sulla stele la propria genealogia, risalendo per sedici generazioni, e sottolineando il fatto che il titolare della stele, (se stesso) è un discendente di “Buyuwawa il libico”. Esaminando poi i loro nomi, che come abbiamo detto sopra non cambiarono mai (Osorkon, Takelot, Nimlot, Sheshonq, ecc) non si può che prendere atto della loro reale provenienza libico/berbera.

Per quanto riguarda Sheshonq va detto che la sua famiglia era ormai da generazioni in Egitto e sicuramente aveva già superato quel processo di assimilazione della cultura egizia pur sentendosi legata alle origini. Stabilitisi nella regione di Heracleopolis, da sempre zona libica per eccellenza, i Sheshonq avevano servito i faraoni come capi militari ed in seguito come sacerdoti e fu grazie a questo titolo che Sheshonq di Heracleopolis ottenne da Psusennes II il permesso per instaurare un culto funebre, ad Abydos, in onore di suo padre Nemrod (o Nimlot), come pure l’ereditarietà dei titoli paterni.

Sheshonq I, alla morte di Psusennes II assunse il potere e  rafforzò il suo diritto a regnare facendo sposare a suo figlio, e futuro successore, una figlia di Psusennes II, Maatkara. Certo è che questa presa di potere da parte dei libici non fu ben vista e fu anche causa di disordini in tutto l’Egitto. Pare anche possibile, nonostante non esistano prove, che una parte del clero di Amon si esiliò volontariamente in Sudan.

Questo è uno dei periodi più oscuri della decadenza egizia, certo i sovrani libici mantennero un  carattere assai simile a quello della XXI dinastia, lasciarono la capitale a Tanis o a Bubastis anche se i sacerdoti di Amon a Tebe continuavano ad esercitare un indiscusso potere religioso, nonostante i rapporti tra le due parti del paese si trovavano in un clima fra l’amicizia e l’ostilità. Lo stato stesso di un’epoca così confusa non è certo di aiuto agli studiosi i quali non dispongono che di scarse fonti.

Forse l’unico sussulto dei sovrani libici per far sentire la presenza dell’Egitto in Palestina fu una spedizione organizzata da Sheshonq I con la quale attaccò e prese Gerusalemme saccheggiandone il tempio. Non si trattò di una conquista vera e propria ma semplicemente di un atto inspiegabile che però fruttò un ricco bottino per i templi egiziani.

Per quanto riguarda le successioni nulla era cambiato rispetto a prima, al sud l’influenza del clero di Amon era sempre molto forte. Per contrastare questa tendenza, nella ricerca di diminuire l’influenza della casta sacerdotale, i sovrani crearono un nuovo titolo religioso, quello di “Sposa del dio” o di “Divine adoratrici di Amon”; il titolo veniva dato alle principesse. Certo il risultato non fu quello sperato, col tempo si formò una vera e propria dinastia delle “Divine adoratrici di Amon” le quali acquisirono altrettanto potere di quello dei grandi sacerdoti, in particolar modo nella XXV dinastia, senza però essere più fedeli al re.

L’Egitto conobbe una divisione senza precedenti, più volte Tebe si ribellò al re del nord; con gli ultimi re della XXII dinastia si era in piena anarchia in modo particolare nella zona del Delta del Nilo. Il tutto, secondo Manetone, durò 120 anni ma gli studiosi sono propensi ad attribuirle due interi secoli. Vediamo ora nel dettaglio i nove faraoni di questo brutto periodo.  

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Nicholas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • George Goyon,  “La scoperta dei tesori di Tanis”, Pigmalione, 2004
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio, XXI Dinastia

IL FARAONE PSUSENNES II

Di Piero Cargnino

Titkheperura Setepenra è il praenomen dell’ultimo faraone della XXI dinastia e significa “Immagine della trasformazione di Ra, scelto da Ra”. Il suo nomen era Pasebakhaenniut-Meriamon col significato di “La stella che appare nella città di Tebe, amato da Amon”. Nomi così altisonanti per un sovrano che Manetone, secondo Sesto Africano, chiama semplicemente Psusennes e del quale conosciamo ancora meno che dei suoi immediati predecessori.

Pasebakhaienniut meriamon

Non risulta da alcune fonti l’esistenza di eventuali legami di parentela col suo predecessore Siamon; la sua legittimazione al trono potrebbe derivare da un matrimonio con una rappresentante della famiglia reale. Manetone gli attribuisce un regno di 14 anni ma tale periodo non trova concorde l’egittologo Rolf Krauss il quale gliene attribuisce 24 in più di quanto dato da Manetone. La sua ipotesi si fonda sull’interpretazione delle iscrizioni riportate sulla “Stele di Dakhla”, scritta in geroglifico e datata al tempo del faraone Sheshonq I, dove viene citato che i pozzi dell’oasi, unitamente ai terreni, furono regolarmente accatastati dal sovrano Psusennes II e Sheshonq chiede all’oracolo di Seth di sedare una disputa sulla proprietà dell’acqua di un pozzo.

  

E’ stata avanzata da alcuni l’ipotesi che Psusennes II sia il sovrano al quale il principe libico Sheshonq di Heracleopolis, futuro Sheshonq I, abbia chiesto il permesso per instaurare un culto funebre, ad Abydos, in onore di suo padre Nemrod (o Nimlot). Psusennes II, dopo il parere favorevole dell’oracolo di Amon, diede il permesso concedendogli pure l’ereditarietà dei titoli paterni.

Una figlia di Psusennes II, Maatkara, andò in sposa ad Osorkon che succederà poi al padre Sheshonq I sul trono.

Parlando del faraone precedente, Siamon abbiamo accennato al fatto che, secondo l’egittologo britannico Kenneth Kitchenn, Siamon sarebbe lo sconosciuto faraone che avrebbe concesso in sposa la figlia al re di Giuda e Israele Salomone, (I Re; 3:1). Altri egittologi sostengono che fu invece un’altra principessa, figlia di Psusennes II, ad andare in sposa a Salomone. Come al solito, finché non sarà possibile dimostrare chi ha ragione noi prendiamo atto di entrambe la teorie.

A complicare ulteriormente questo già confuso periodo salta fuori un secondo Psusennes, “Primo Profeta di Amon” discendente da Heritor, convenzionalmente identificato dagli storici moderni con l’ordinale III. E qui saltano fuori gli egittologi che normalmente non sono mai d’accordo tra di loro. Secondo Karl Jansen Winkeln, che interpreta un graffito proveniente dal tempio di Abydos, dove sarebbe contenuta la titolatura di questo sovrano che viene citato come “Primo Profeta di Amon” e “Supremo comandante militare”,  da ciò si dedurrebbe che Psusennes III sia stato re a Tanis e sacerdote a Tebe contemporaneamente avendo quindi di fatto il controllo su tutto l’Egitto. Questo porta a credere che ci siano stati due Psusemmes il II ed il III. Altri studiosi però, allineati con l’egittologo tedesco Jurgen von Beckerath, ritengono che ci si riferisca alla stessa persona che  dopo aver ricoperto il ruolo di “Primo Profeta” abbia esteso il suo potere fino al Basso Egitto autoproclamandosi sovrano dell’intero Egitto.

  

Un graffito in ieratico scoperto nel tempio di Ptah ad Abydos identifica Pasebakhaenniut come Re dell’Alto e Basso Egitto, Alto sacerdote di Amon-Ra (non Primo Profeta) e capo dell’esercito. Ovviamente la controversia se Psusennes II e Psusennes III siano la stessa persona rimane ancora aperta. Non  si sa dove Psusennes II abbia fatto costruire la sua tomba e dove sia realmente sepolto anche se il ritrovamento di un sarcofago contenente una mummia nell’anticamera della tomba tinita di Psusennes I farebbe pensare che gli appartenga.

Con Psusennes II finisce così la XXI dinastia e finiscono i faraoni egiziani, la XXII dinastia vedrà sul trono delle Due Terre i faraoni libici anche se quasi completamente integrati nella cultura egizia.  

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Nicholas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • George Goyon,  “La scoperta dei tesori di Tanis”, Pigmalione, 2004
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio, XXI Dinastia

IL FARAONE SIAMON

Di Piero Cargnino

Stando quindi a Manetone, Sesto Africano colloca questo faraone come successore di Amenemope che però viene chiamato Psinaches, con ogni probabilità è lo stesso Siamon al quale vengono attribuiti 9 anni di regno.

Come già accennato in precedenza non esiste alcuna notizia di eventuali legami di parentela con il suo predecessore Osorkon il Vecchio.  In seguito alla scoperta di un’iscrizione sul frammento 3B righe 3-5 degli Annali dei sacerdoti recante la data “anno 17 mese shemu…….” (il giorno non è indicato), dove viene riportata l’iniziazione di Hori, figlio di Nespaneferhor, al sacerdozio, ha portato gli egittologi a pensare che gli anni fossero in realtà 19. In quella iscrizione compare per la prima volta il titolo di “faraone” che viene attribuito direttamente al sovrano.

Secondo l’egittologo tedesco Rolf Krauss l’anno citato dovrebbe corrispondere al 970 a.C.. Da ciò si deduce che Siamon avrebbe regnato dal 986 a.C. al 967 a.C.

In quanto a costruttore dobbiamo riconoscere che Siamon fu piuttosto attivo in modo particolare nel Basso Egitto, a Tanis si dedicò al tempio di Amon dove compì lavori significativi come pure nel tempio di Horo di Mesen. La sua attività si estese anche a Eliopoli, Pi-Ramses ed in particolare a Menfi dove fece eseguire lavori in favore del clero di “Amon dei lapislazzuli” e di Ptah. Scarsa, o quasi nulla, ogni documentazione di suoi eventuali interventi nella Tebaide.

Tra i pochi oggetti a lui attribuiti ci è pervenuta  una piccola sfinge in bronzo con niellatura in oro oggi conservata al Museo del Louvre.

Nel periodo in cui regnò Siamon il saccheggio delle tombe aumentò notevolmente tanto che nel decimo anno del suo regno, con l’ausilio dei sacerdoti di Amon, venne deciso di recuperare il maggior numero di sarcofagi e mummie possibile e collocarle in un ambiente dove fosse più possibile sorvegliarle, venne deciso di collocarle in quella che oggi chiamiamo DB320, la cachette di Deir el-Bahari che verrà poi scoperta da Gaston Maspero nel 1881.

Statua di Siamon, Met Museum

Rimane oscuro invece il motivo per cui decise di trasferire i resti di un suo predecessore, Amenemope, nella camera funeraria della regina Mutnodjemet, nella tomba di Psusennes I la NRT III.

Siamon stesso venne ritrovato in quella tomba, precisamente nell’anticamera, identificato grazie ad alcuni ushabti. La sua tomba originale non è mai stata trovata.

  

L’egittologo britannico Kenneth Kitchen ha formulato un’ipotesi interessante e quanto meno curiosa, secondo lui Siamon sarebbe da identificare con l’anonimo faraone citato nella Bibbia che avrebbe concesso in sposa la figlia al re di Giuda e Israele Salomone, (I Re; 3:1); Kitchen cita a sostegno della sua tesi un rilievo rinvenuto a Tanis.

In effetti durante il regno di Siamon l’Egitto, o forse solo il Basso Egitto, manteneva ancora interessi, e probabilmente relazioni commerciali con i popoli asiatici. Stando sempre al racconto biblico del Libro dei Re Siamon potrebbe essere sempre lui il faraone citato in I Re; 11:19 che diede in sposa la sorella di sua moglie, Tacheperes, al principe edomita Hadad rifugiato in Egitto. Ovviamente si tratta di supposizioni, non è semplice far coincidere la Bibbia con l’Egitto.  

  

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Nicholas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • George Goyon,  “La scoperta dei tesori di Tanis”, Pigmalione, 2004
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio, XXI Dinastia

IL FARAONE OSORKON IL VECCHIO

Di Piero Cargnino

Conosciamo questo oscuro faraone solo grazie al solito Manetone, secondo la versione di Sesto Africano, anche se per un certo periodo gli studiosi pensarono ad una svista da parte degli epitomatori dello storico greco che lo avessero confuso con uno degli Osorkon della XXII dinastia.

Grazie agli studi di Eric Young sugli annali di Karnak nel 1963 si scoprì il resoconto dell’investitura di un sacerdote di nome Nespaneferhor avvenuta durante il regno di un certo Aakheperra-setepenra  e, nella generazione successiva, l’investitura del figlio di Nespaneferhor nel 17º anno di regno di Siamon, da ciò si deduce che Siamon doveva essere il successore di Aakheperra-setepenra che, secondo Young, sarebbe il praenomen dell’Osorkon manetoniano.

All’epoca però l’ipotesi venne contestata da molti studiosi. In seguito si pensò che questo Osorkon fosse un figlio di Sheshonq il Vecchio, “Grande Capo dei Ma(shuash)” e di sua moglie Mehetenweshkhet. La conferma arrivò nel 1976 da Jean Yoyotte che interpretò un documento genealogico dove era citato un re di origine libica di nome Osorkon figlio di Sheshonq la cui sposa  Mehetenweshkhet portava il titolo di “Madre del Re”. Poiché non è conosciuto nessun altro Osorkon che sia figlio di una Mehetenweshkhet non ci sono dubbi che si tratti proprio di Aakheperra-setepenra Osorkon al quale è stato attribuito l’epiteto “il Vecchio” per non confonderlo con il suo pronipote Osorkon I.

Chiarito di quale Osorkon stiamo parlando non siamo però in grado di descrivere gli avvenimenti del suo regno perché non sappiamo nulla. Accettiamo per buono quello che ci riporta Sesto Africano il quale gli assegna 6 anni di regno e lo colloca tra Amenemope ed un certo Psinaches, probabilmente Siamon. Stando a Yoyotte, che parla di un re di origine libica, e non conoscendo il rapporto di parentela col suo successore Siamon, si può pensare che la sua ascesa al trono preluda alla XXII dinastia che vedrà sul trono egizio faraoni di origine libica. 

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Nicholas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • George Goyon,  “La scoperta dei tesori di Tanis”, Pigmalione, 2004
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio, XXI Dinastia

IL FARAONE AMENEMOPE

Di Piero Cargnino

Per maggiori dettagli sui tesori di Amenemope vedi anche: L’ORO DI TANIS

Probabilmente Amenemope Usermaatre era un figlio di Psusennes I e della Grande sposa Reale Mutnodjrmet, anche se non c’è la certezza, e come lui si proclamò Primo Profeta di Amon a Tanis e la sua autorità era pienamente riconosciuta anche a Tebe. Questa fu una prerogativa che questi due sovrani adottarono per ribadire la supremazia del faraone su Tebe.

In questo periodo Tebe era governata dal Sommo Sacerdote di Amon Smendes II al quale successe il fratello Pinedjem II. In questa giungla di faraoni e profeti che si succedono e spesso si accavallano non è sempre facile riportare le scarse notizie di cui si dispone, ma da esse è interessante interpretarne il significato, forse Amenemope non ebbe grandi meriti ma sicuramente dovette possedere la saggezza. In un suo detto afferma:

Da Sesto Africano apprendiamo che Manetone lo chiama Amenophithis e gli assegna 9 anni di regno. Oggi gli studiosi concordano con questa durata me c’è stato un periodo in cui regnava il dubbio, ciò era dovuto al ritrovamento di una benda di lino sulla quale compariva il suo nome abbinato ad una eccessiva ed improbabile durata di 49 anni di regno. Gli studiosi sono piuttosto propensi ad attribuire tale durata al Primo Profeta di Amon Menkheperre che morì all’epoca dell’incoronazione di  Amenemope.

Ebbe sicuramente una certa attenzione verso l’attività edilizia, sappiamo che contribuì, proseguendo con la decorazione della cappella di Iside “Maestra delle Piramidi di Giza”, attività che era già stata iniziata dal padre, da cui proviene un blocco recante il suo cartiglio e fece un’aggiunta a uno dei templi di Menfi. Non risulta che abbia avuto mogli ne figli.

E’ decisamente impossibile stabilire una linea di parentela tra Amenemope ed i suoi due successori, Osorkon il Vecchio e Siamon. Il primo potrebbe essere stato il figlio di Sheshonq il Vecchio; di Siamon sappiamo che fece trasferire la mummia ed il corredo funerario di Amenemope dalla sua tomba originale , TT41, a quella di Psusenne I nella camera funeraria che fu di sua madre la regina Mutnedjemet.

E’ appunto nella tomba NRT III che Pierre Montet trovò il corredo funerario ed un sarcofago che recava il nome di Amenemope. Il sarcofago ligneo interno era decomposto da tempo, a causa dall’umidità dei sotterranei e presentava solo più le parti dorate. Grazie a queste parti è stato possibile ripristinare la maschera del sarcofago che possedeva occhi di ossidiana ed un ureo d’oro massiccio intarsiato con corniola e lapislazzuli. All’interno una mummia ormai ridotta ad uno scheletro con indosso la stupenda maschera dorata oltre a vari ushabti e diversi gioielli.

La maschera si presenta molto semplice, sulla fronte l’ureo presenta un lungo corpo sinuoso che discende dal copricapo e si avvolge su se stesso prima di sollevare la testa. La sua tomba originaria, TT41 scavata sempre da Montet si rivelò del tutto vuota tranne un sarcofago esterno in quarzite decorato e riportante il nome del re, il coperchio in granito risultò essere un’architrave risalente all’Antico Regno. Secondo l’analisi del suo scheletro, eseguita dal dottor Douglas Derry,  si è potuto stabilire che il faraone era claudicante e morì in età avanzata a causa di una meningite.

Fonti e bibliografia:

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Nichelas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Erik Hormung, “La Valle dei Re”, trad. di Umberto Gandini, ET Saggi, Torino, Einaudi, 2004
  • Henri Stierlin, “Egitto, un’arte per l’eternità” , Ed. Milano, 2003 
  • George Goyon,  “La scoperta dei tesori di Tanis”, Pigmalione, 2004
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio, XXI Dinastia

IL FARAONE PSUSENNES I

Di Piero Cargnino

Per maggiori dettagli sui tesori di Psusennes I vedi anche: L’ORO DI TANIS

Alla morte di Amenemnesut gli succede Pasibkhanu (o Pasebakennu) che significa “L’Astro è apparso sulla città [di Tebe]” che Manetone ellenizza in Psusennes.

Il terzo faraone della XXI dinastia assume il nome regale di Akheperra-Setepenamon “Grandi sono la manifestazioni di Ra-Scelto da Amon”. Suo padre era il Primo Profeta di Amon Pinedjem I il quale aveva preso in moglie la figlia di Ramses XI e della regina Tentamon, Henuttaui. Sua Grande Sposa Reale fu la sorella Mutnodjemet.

Per quanto tempo abbia regnato Psusennes I non ci è dato a sapere con precisione, unico riferimento sono le Aegyptiaka di Manetone, tramandateci dai suoi epitomi che però sono discordanti variando da 41 a 46 anni. Secondo alcuni egittologi la durata del regno di Psusennes I sarebbe invece di una cinquantina d’anni, questo in base a iscrizioni coeve che fanno riferimento ad un 48º e un 49º anno di regno di un sovrano anonimo nell’Alto Egitto.

  

Con questo faraone possiamo dire che l’Egitto godette di una certa stabilità politico-economica in un’epoca caotica come il Terzo Periodo Intermedio. Durante il suo lungo regno Psusennes I fece circondare la necropoli di Tanis da una grande cinta muraria oltre ad edificare tre templi dedicati a Khonsu, Mut e Amon. Psusennes I si fece costruire la tomba nella necropoli di Tanis, la NRT III. Si tratta di un’enorme tomba che accoglie, oltre al faraone, anche la Grande Sposa Reale Mutnodjemet, che probabilmente proveniva dall’Assiria, lo testimonia un collare in lapislazzuli, i figli Amenemope e Ankhefenmut oltre al generale Uendjebauendjed. Nella stessa tomba furono trasferite in seguito anche le mummie di Psusennes II e Siamon oltre al sarcofago di Sheshonq II.

  

Scoperta nel 1939 da Pierre Montet, la tomba NRT III è tra le poche sepolture ritrovate intatte, non presentava alcun segno di effrazione. E’ delimitata da un vasto perimetro formato da enormi lastre di granito che costituiscono la parte principale della struttura mentre la parte nord-occidentale è formata da lastre più piccole disposte perpendicolarmente all’asse generale.

Il pozzo di accesso alla tomba è coperto con altre piccole lastre. Rimosse le lastre il pozzo sembra essere riempito con della terra accumulata nei secoli, rimossa la terra sotto appare un tampone formato da grossi blocchi ammucchiati e impastati con sabbia. Al di sotto si trova la porta murata ma completamente intatta, liberata dai detriti la porta, dopo un breve corridoio, da accesso all’anticamera. La stanza è decorata con rilievi che riportano i nomi di Psusennes I ed è interamente occupata da corredi funerari provenienti da diverse tombe ammucchiati senza pretese per preservarli dai ladri.

Su di una piattaforma composta da grandi blocchi di granito che denotano una sistemazione frettolosa, poggia un massiccio sarcofago ieracocefalo d’argento massiccio; si scoprirà poi che apparteneva al faraone Sheshonq II e conteneva ancora la mummia del re ormai ridotta ad uno scheletro, ma ancora ricoperta di tutti i gioielli che erano stati posti sul corpo e tra le fasce mancanti. Sul volto di Sheshonq II era stata posta una maschera d’oro massiccio; ai piedi della piattaforma c’erano i vasi canopi contenenti quattro piccoli sarcofagi in argento massiccio che in passato avevano ospitato le sue viscere. Intorno ad esso i resti di tre sepolture secondarie ormai decomposte nel tempo e per le cattive condizioni di conservazione. Due sarcofagi in legno un tempo dorato, contenevano al loro interno due mummie ridotte a scheletri dei quali, grazie ai loro ushabti è stato possibile stabilire che i due erano Siamon e Psusennes II, uno dei quali era ancora in possesso del suo “scarabeo del cuore”.

  

Intorno sono ammucchiati centinaia di gioielli, bracciali, copridita, collane, pettorali, piatti, bastoni, vasi canopi, ushabti ed altri resti delle dotazioni funerarie rinvenute dai saccheggi di altre tombe e riposti qui per preservarli. Purtroppo il clima umido del Basso Egitto non è certo adatto a conservare i reperti, la maggior parte di quelli deperibili era ormai scomparsa o estremamente danneggiata. Attraverso un passaggio si accede ad altre tre stanze, quella del figlio di Psusennes I Ankhefenmout, quella dello stesso Psusennes I ed infine quella di sua moglie, la regina Moutnedjemet; In quest’ultima stanza verrà sistemato in seguito l’effimero re Amenemope.

  

La camera funeraria di Psusennes I consiste in una stanza di cinque metri per due, costruita interamente in granito, in fondo alla quale si trova il massiccio sarcofago reale, intatto. La camera si presenta interamente occupata da una montagna di stoviglie in metallo prezioso, centinaia di ushabti, quattro vasi canopi e vasi di alabastro. Lo studio di questi reperti ha dimostrato che molti oggetti risalivano a tempi molto precedenti al regno di Psusennes I, su di un braciere in bronzo era evidente il cartiglio di Ramses II.

Il massiccio sarcofago esterno in granito era appartenuto a Merenptah, figlio e successore di Ramses II, provenendo quindi dalla Valle dei Re. Prova questa che i faraoni della XXI, ma forse già della XX dinastia non avevano disdegnato di riutilizzare questo patrimonio saccheggiando le tombe dei loro predecessori. All’interno del primo si trovava un secondo sarcofago usurpato ad un nobile del Nuovo Regno il cui nome era stato cancellato e sostituito con quello di Psusennes I.

L’intera mummia era ricoperta da una corazza che proteggeva il busto, il bacino e le gambe ed era stata realizzata con foglia d’oro cesellata col nome del re. Intatta era la sua maschera funeraria d’oro massiccio e lapislazzuli con occhi e sopracciglia in vetro nero e bianco, di rara maestria ed eleganza, è stata definita “uno dei capolavori del tesoro di Tanis”; a differenza di quella di Tutankhamon non porta iscrizioni; è alta 48 centimetri e larga 38, oggi è conservata al Museo Egizio del Cairo.

  

Questo conteneva un terzo sarcofago mummiforme, nel quale era riposta la mummia di Psusennes I, dove il sovrano compariva in stile rishi con il nemes ed un ureo d’oro, il sarcofago, creato appositamente per lui era interamente in argento massiccio con inserti in oro inciso e inscritto con il nome del re. Ora, poiché in Egitto l’argento era assai più raro dell’oro, sorprende che in un simile periodo di declino dell’Egitto si sia fatto sfoggio di cotanta ricchezza.

La mummia di Psusennes I fu esaminata nel 1940 dall’anatomista e antropologo britannico Douglass Derry, e dallo scheletro ritenne che il sovrano sia morto in età avanzata. Fu subito evidente, come per la gran parte degli egiziani, che la dentatura si presentava molto cariata con un ascesso che aveva lasciato un buco nel palato, emerse anche  una grave artrite che negli ultimi anni lo lasciò quasi paralizzato. L’egittologo statunitense Bob Brier, che ha esaminato a fondo la mummia di  Psusennes I, così la descrive:

Fonti e bibliografia:

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Nichelas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Erik Hormung, “La Valle dei Re”, trad. di Umberto Gandini, ET Saggi, Torino, Einaudi, 2004
  • Bob Brier, “The Encyclopedia of Mummies”, Checkmark Books, 1998
  • Henri Stierlin, “Egitto, un’arte per l’eternità” , Ed. Milano, 2003 
  • George Goyon,  “La scoperta dei tesori di Tanis”, Pigmalione, 2004
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio, XXI Dinastia

IL FARAONE AMENEMNESUT

Di Piero Cargnino

Per molto tempo nulla si sapeva di un faraone che, secondo Sesto Africano, Manetone porrebbe al terzo posto della XXI dinastia e lo chiama Nephercheres, chiaramente una traslitterazione greca del nome di Neferkara e gli assegna una durata di regno di quattro anni.

Premesso che del suo regno non si conosce nulla quindi Manetone dixit, ma in effetti non è così, è stato rinvenuto un rilievo dove un sacerdote della XXII dinastia scrive che un suo antenato di 15 generazioni precedenti visse ai tempi di Amenemnesut mentre un altro di una generazione successiva visse sotto Psusennes I. Di fronte a questa affermazione non si può far altro che pensare che Manetone, come spesso gli succede, abbia sbagliato l’ordine delle successioni portando quindi a credere che Amenemnesut sia stato il secondo, e non il terzo sovrano della XXI dinastia.

Secondo alcuni  Amenemnesut sarebbe stato il figlio di Smendes I, secondo altri potrebbe essere stato il figlio del Primo Profeta di Amon Herithor e di sua moglie Nodimet. Supposizioni che al momento non trovano riscontri.

L’enigma per questo faraone stava anche nel fatto che per il periodo indicato non risultava nessun faraone con quel nome. Ma come si sa l’Egitto è pieno di sorprese; nel 1940 l’egittologo Pierre Montet scoprì la tomba di Psusenne I e, frugando tra i vari reperti contenuti  all’interno di essa, gli capitarono tra le mani due guaine d’oro, di quelle che vengono poste alle estremità di un arco. Le guaine riportavano su di esse, oltre ai cartigli del titolare della tomba anche quelli di Neferkara-Hekauaset Amenemnesut-Meriamon, ciò permise quindi di identificare Amenemnesut con il Nephercheres citato da Manetone. In base al fatto che i loro cartigli compaiono appaiati sugli oggetti aurei prima citati, qualcuno ha suggerito che tra Amenemnesut e Psusennes I ci sia stata una coreggenza; anche qui si tratta di pure supposizioni.     

Fonti e bibliografia:

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Nichelas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Erik Hormung, “La Valle dei Re”, trad. di Umberto Gandini, ET Saggi, Torino, Einaudi, 2004
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio, XXI Dinastia

IL FARAONE SMENDES I

Di Piero Cargnino

Io continuerò a chiamarli pomposamente faraoni in segno di rispetto per quello che fu l’Egitto ma costoro non sono faraoni, due potentati divisi ma che non si combattono, uno a nord ed uno a sud, mentre una pletora di piccoli reucci, visir, governanti o sommi sacerdoti si contrappongono per contendersi un pezzo di terra dove potersi sentire quasi indipendenti.

Questo periodo della storia egizia si manifesta in un modo totalmente nuovo e inatteso, in quanto vige un fondamentale dualismo. In mancanza di descrizioni della fase iniziale del Terzo Periodo Intermedio ci viene in aiuto il citato “Papiro di Mosca 120” (o Papiro Puixkin 120) scritto in ieratico, nel quale è riportato “Il viaggio di Wenamun”, lo sventurato messaggero. Si parla di due capitali distinte che si dividevano l’Egitto, Tebe a sud e Tanis a nord in perfetta armonia e spirito di collaborazione. Certo che l’assenza di un vero faraone non poteva essere tollerata a lungo per cui Nesbanebdjed, che significa “Colui che appartiene all’Ariete di Djede” (Djede era l’importante città di Mendes), si decise ad agire.

I cartigli di Smendes I 

Manetone, secondo Sesto Africano, lo chiama Smendes (corruzione greca dell’egiziano Nesbanebdjed) nome che parrebbe suggerire la sua provenienza dalla città di Mendes nel Delta e lo pone come precursore della XXI dinastia dei sovrani di Tanis. Potente visir del Basso Egitto durante il regno di Ramses XI regnava a Pi-Ramses e governava su questo territorio con l’approvazione del clero tebano, ormai più influente del sovrano stesso.

Smendes non tardò a pretendere i suoi diritti, che in realtà non possedeva, ma probabilmente col suo forte carattere riuscì, senza colpo ferire, ad imporsi ed a farsi accettare (almeno formalmente) come l’unico sovrano legittimo. Questo avvenne forse anche in virtù di uno strano collegamento con Tentamon il cui nome compare sempre collegato al suo nel racconto di Wenamun, sicuramente fu lei l’anello di congiunzione fra Tebe e Tanis.

Appare però alquanto strano che Tebe, dove ora il Primo Profeta di Amon era Pinedjem I, abbia accettato così supinamente la supremazia di Tanis. Questo forse fu dovuto al fatto che Pinedjem I ricevette in sposa la principessa Henuttawy, figlia di Smendes. Pinedjem I rinunciò, per il momento, ad attribuirsi una titolatura reale e da allora i documenti redatti a Tebe non vennero più datati alla “Ripetizione delle nascite” istituita da Herihor.

Del regno di Smendes rimane un’iscrizione ormai deteriorata su di un pilastro nella cava di Gebelein dove si racconta che questo sovrano, mentre si trovava a Menfi, decise di farsi onore con un atto di amicizia verso il sud, Informato che un porticato costruito da Tutmosi III a Luxor veniva spesso sommerso da inondazioni che raggiungevano il tetto ed alcuni altri edifici necessitavano di lavori di restauro, inviò una spedizione di 3000 uomini alle cave di Gebelein per estrarre le pietre necessarie ai restauri.

Durante il regno di Smendes  Pinedjem si dedicò per oltre una quindicina di anni ad effettuare lavori  di restauro di numerose mummie reali che vennero poi riposte nella tomba KV35 di Amenhotep II.

Nel 16° anno di regno di Smendes improvvisamente  Pinedjem abbandonò la carica di Primo Profeta di Amon, che lasciò al figlio Masuharte, ed assunse i titoli regali, i suoi cartigli sono stati rinvenuti un po’ ovunque in Egitto compresa Tanis. Peggiorarono in questo periodo i rapporti già tesi con i  principati semi-indipendenti, di origine libica che occupavano alcune oasi del deserto occidentale. Sesto Africano, che riporta il solito Manetone, attribuisce a Smendes un regno di circa 26 anni che parrebbe confermato da riscontri archeologici.

Della sua morte non si sa nulla, non è mai stata trovata la sua tomba né la mummia. A questo punto parlare di successione si fa sempre più arduo, possiamo dire che la sua posizione fu quasi sicuramente occupata da Amenemnesut, forse suo figlio.

Fonti e bibliografia:

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Nichelas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Erik Hormung, “La Valle dei Re”, trad. di Umberto Gandini, ET Saggi, Torino, Einaudi, 2004
C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio

IL TERZO PERIODO INTERMEDIO

Di Piero Cargnino

LE  DINASTIE  XXI, XXII, XXIII, XXIV e XXV

Forse non è eccessivo dire che a questo punto l’Egitto precipita in un periodo di oltre quattro secoli dove al posto del potere centrale regna il caos più totale.

Il Terzo Periodo Intermedio si sviluppa su un arco di tempo che va dal 1070 a.C. al 656 a.C. e abbraccia cinque dinastie dalla XXI alla XXV. Ma come se ciò non bastasse si inseriscono pure delle dinastie del tutto anomale, la dinastia dei Primi Profeti di Amon di Tebe, che continua di fatto a governare la regione tebana indipendentemente ed in modo autonomo dal “potere centrale” delle dinastie XXI e XXII, che con la XXIV  sembrano essere contemporanee.

Mentre durante la XXV dinastia si forma anche il centro di potere delle “Divine Spose di Amon” le quali si autogestiscono in modo del tutto indipendente. Se a questa frammentazione politica e territoriale si aggiunge la presenza sempre più insistente di popolazioni straniere all’interno del territorio egiziano, cosa che procura continui scontri, penso che ci siano tutti gli elementi distintivi che caratterizzano questa fase storica.

In questo periodo le Due Terre non esistono più, l’unificazione, tanto perseguita in passato e mantenuta per millenni (salvo qualche breve periodo) è soltanto più un lontano ricordo, nessuno pare ricordare più la Maat.

Con la XXI dinastia troviamo un Egitto praticamente diviso in tre parti, il Basso Egitto, il Medio Egitto e l’Alto Egitto, ciascuna con un proprio governante che spesso era imparentato con gli altri due la qual cosa permetteva, almeno, di evitare in parte scontri tra le tre zone.

L’Alto Egitto era governato parallelamente, ma sempre separato, dai profeti di Amon, discendenti di Herihor, a Tebe presso il tempio di Karnak. Con la XXIII dinastia assistiamo al risorgere di uno spirito patriottico, ma, intendiamoci, solo in campo artistico e culturale. Vengono recuperate le forme artistiche tradizionali, ci si dedica allo studio di testi di letteratura antiche che vengono riscritti e ne vengono prodotti di nuovi. L’Egitto si trova ad affrontare due importanti minacce, sul confine orientale premono gli Assiri mentre da sud iniziano le minacciose pretese nubiane di conquistare tutta la valle del Nilo con la pretesa di essere i veri discendenti della tradizione egizia.

Con il fondatore della XXV dinastia Piankhi ha inizio l’espansione del regno nubiano, espansione che quasi riuscirà a riunificare l’Egitto. Manetone descrive l’inizio della XXV dinastia come il periodo dei “tre sovrani etiopici”, in realtà questi erano di origini nubiane ma di cultura egiziana; forse erano i discendenti del clero tebano che si rifugiarono a sud della I cateratta per sfuggire al faraone Sheshonq I dopo il fallito colpo di stato contro lo stesso faraone.

  

Saranno dunque i faraoni della XXV dinastia che si assumeranno l’onere di affrontare il problema assiro e difendere i confini dell’impero. Il regno che fondarono i “faraoni etiopi” era in realtà un regno molto egizio, viveva nel pieno rispetto della civiltà egizia, praticava il culto del dio Amon molto apprezzato anche dai nubiani.

Sul fronte libico sorge la XXII dinastia formata dai diversi principati libici, i loro capi vengono chiamati “Grandi Capi dei Ma”, derivato da Mashuash, la più importante tribù libica che si era estesa verso ovest del Delta e nel Medio Egitto guidata dal principe Petubastis I in qualche modo legato alla famiglia reale. Quello che in questo periodo dovrebbe essere l’Egitto dovette pure difendere in qualche modo le rotte commerciali e le vie di comunicazione, il tutto ovviamente subendo la perdita di importanti fette di territorio.

Con l’avvento al trono del faraone Shabaka i principati libici vennero definitivamente assoggettati al potere centrale creando così la speranza che, piano piano, si arrivasse alla quasi completa riunificazione di tutto l’Egitto. Ma non tutto era detto, la prova peggiore che dovette affrontare l’Egitto fu la guerra  contro l’impero assiro che, dopo decine di anni si concluse con la sconfitta degli egiziani che subirono la perdita di numerosi territori del Basso Egitto.

Con l’ultimo faraone della XXV dinastia Tenutamon, assistiamo ad un estremo tentativo  di scacciare gli invasori, tentativo fallito che si conclude con la conquista ed il saccheggio di Tebe, Tenutamon è costretto a fuggire ed a  rifugiarsi in Nubia. Proseguiremo ora esaminando tutti i vari faraoni, o pseudo tali, per entrare più nel dettaglio di questo periodo decisamente brutto per l’Egitto del quale ne sminuisce quella che fu la sua grandezza.

  

Fonti e bibliografia:

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Nichelas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Erik Hormung, “La Valle dei Re”, trad. di Umberto Gandini, ET Saggi, Torino, Einaudi, 2004
III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta, Sarcofagi

I SARCOFAGI DELLA XXV DINASTIA

Coperchio del sarcofago interno di Renpetnefret

Legno

Altezza 176 cm

Museo Egizio di Torino

C. 2231/1

  

Coperchio del sarcofago interno di Tapeni

Legno

Altezza 191 cm

Museo Egizio di Torino

C. 2215/1

Coperchio del sarcofago interno di Tamit

Legno

Altezza 173 cm

Museo Egizio di Torino

C. 2218/01

I sarcofagi della XXV Dinastia hanno chiari elementi distintivi che possiamo riconoscere negli esemplari delle tre sorelle, Tapeni, Tamut e Renpetnefret, figlie del sacerdote di Amon Ankh-Khonsu.

Le tre mummie sono conservate in un sarcofago antropoide, a sua volta contenuto in un sarcofago rettangolare a colonnette. (qeresu).

La decorazione dei sarcofagi riproduce l’ambiente della camera sepolcrale, con le dee Iside e Nefti ai piedi e alla testa dello stesso, un arcaismo che lega questi sarcofagi ai modelli del Medio e Nuovo Regno, una fila di divinità disposte intorno alla mummia.

La raffigurazione della dea Nut sul petto, anche questo motivo ripreso dal Nuovo Regno, è il pilastro djed sulla schiena connettono il sarcofago con la terra e il cielo, la dea Nut, e il mondo ultraterreno, il pilastro djed simbolo del dio Osiride.

Diminuiscono la dimensione e la varietà dei dipinti, mentre aumentano i testi sacri tratti dal Libro dei Morti.

I testi sono disposti in bande diversi colori, arancione, giallo e verde.

Tra le bande di testo sono raffigurate divinità stanti e occhi udjat sopra i piedi.

Sarcofago esterno di Renpetnefret
Legno, larghezza 207 cm.
Museo Egizio di Torino - C. 2232

L’alveo del sarcofago esterno imita la tomba del dio Osiride, come conferma la presenza del fregio khekeru, elemento decorativo della parte superiore delle pareti in struttura architettoniche a partire all’antico Regno, e il motivo serekh, decorazione a linee verticali e orizzontali che imita la faccia di un palazzo.

Sui lati corti corti sono raffigurati, a una estremità le dee Iside e Nefti, il disco solare adorato da due babbuini, all’altra estremità il geroglifico neferet che indica la dimora di Osiride o del defunto, situata a Occidente.

  

Il coperchio, bombato, raffigura il cielo identificato con la dea Nut ed è diviso in due parti da una colonna di testo: una metà raffigura il viaggio notturno, l’altra metà raffigura il viaggio diurno dell’imbarcazione del Sole.

Entrambi le barche sono trainate con corde da divinità, personificazione di corpi celesti.

I testi sono costituiti principalmente dalla forma canonica di offerta in cui si supplica il dio affinché protegga il defunto.

  

La cassa esterna è così contemporaneamente rifugio per le defunto durante la veglia notturna e santuario dove si potranno risvegliare a nuova vita per ascendere al cielo in modo da unirsi al dio sole e partecipare con lui al suo eterno e ciclico viaggio.

Fonte

Museo Egizio di Torino – Fondazione del Museo delle Antichità Egizie di Torino – Franco Cosimo Panini Editore.