III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DI AMENOFI I

   

Legno di cedro dipinto, lunghezza cm 203
Tebe Ovest, tomba della regina Inhapy (TT 320)
Scavi del Servizio delle Antichità 1881
Museo Egizio del Cairo – CG 61OO5

Il sarcofago con il nome di Amenofi I non era stato realizzato per questo faraone, ma fu utilizzato per racchiudervi la mummia quando nel corso della XXI Dinastia, il sommo sacerdote di Amon Pindujem II decise di mettere al sicuro le spoglie di sovrani e sacerdoti tebani nella tomba della regina Inhapy.

Il riutilizzo è documentato da una doppia iscrizione ieratica , databile proprio all’epoca di Pindujem II, tracciata con inchiostro nero sul coperchio, in corrispondenza del petto.

Si tratta di una delle rare testimonianze dell’ultimo grande saccheggio nella necropoli tebana, che indusse il clero a riseppellire le mummie di faraoni e sacerdoti nella cosiddetta Cachette di Deir El-Bahari.

Il sarcofago e la mummia di Amenofi I in un disegno all’epoca della scoperta

Il sarcofago è mummiforme e subì alcune modifiche per poter ospitare degnamente la salma del sovrano.

Il coperchio è formato da più parti unite per mezzo di elementi in legno e strisce di cuoio.

La parrucca era originariamente decorata con strisce gialle e nere, ma in seguito fu uniformemente dipinta di nero aggiungendo l’immagine di un avvoltoio giallo sulla sua sommità e inserendo sulla fronte un cobra reale con il corpo diviso in tre parti di colore blu, rosso e nero.

Il volto è dipinto di giallo e su di esso risaltano i grandi occhi e le sopracciglia.

Le labbra accennando un tenue sorriso e sono contrassegnate da una linea rossa, che sottolinea anche le piccole fossette sul mento, da cui pende la barba posticcia.

La superficie del coperchio un tempo era completamente dipinta di bianco, ma la vernice è stata poi eliminata, lasciando visibile il colore naturale del legno.

Sul petto era originariamente dipinta una collana circolare multicolore cancellata anch’essa allorché si decise di destinare il sarcofago a contenere la salma di Amenofi I.

Fu invece conservata l’immagine della dea Nekhbet in forma di avvoltoio con le ali spiegate, dipinta sul petto.

  

Al di sotto dell’avvoltoio si trova una colonna di geroglifici contenenti la formula d’offerte dedicata ad Amenofi I di cui è anche indicato il nome di incoronazione: Djeserkara, “Santo è il ka di Ra”.

L’iscrizione è intersecata da tre bande di geroglifici per parte che riportano i nomi di Anubi, Osiride e i quattro figli di Horus, dei protettori della salma.

Sotto i piedi del coperchio è raffigurata la dea Nephty, inginocchiata e con le braccia sollevate dalle quali pendono i segni ankh.

Originalmente anche le superfici dell’alveo del sarcofago dovevano essere dipinte, ma la vernice è stata asportata al momento dell’usurpazione, come è avvenuto per il coperchio.

Su entrambi i lati, all’altezza delle spalle, è raffigurato un occhio udjat al di sopra di un piccolo santuario con la porta rossa.

La restante superficie delle pareti laterali è suddivisa in quattro sezioni per mezzo di iscrizioni verticali ormai poco leggibili dentro ad ognuna di esse si trovava l’immagine di una divinità.

L’interno del sarcofago è interamente ricoperto di vernice nera.

Il colore originale e le tracce degli altri particolari obliterati al momento del riutilizzo inducono a datare la produzione del sarcofago alla prima parte della XVIII Dinastia.

Quello di Amenofi I, quando la sua salma fu prevata per essere nascosta, era forse stato distrutto dai ladri nel tentativo di asportare la lamina d’oro che sicuramente lo ricopriva.

Si provvide allora a trovare uno di fortuna che però, come per gli altri sovrani, risalisse approssimativamente all’epoca in cui il re era vissuto.

La salma di Amenofi I come fu scoperta all’interno del sarcofago

Fonte e fotografie

Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Silvia Einaudi – fotografie di Araldo De Luca – Edizioni White Star

III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta, Tombe

LE TOMBE DELLA XIX E XX DINASTIA

Tomba di Roy (TT 255)

Spesso ritenute più ordinarie delle tombe dipinte dell’inizio del Nuovo Regno, le tombe tebane ramessidi sono criticate per i colori piatti e le figure pesantemente contornati , ma, di fatto, queste pitture rappresentano una consistente varietà e alcuni di esse denotano un’ottima decorazione, con caratteristiche interessanti.

Tomba di Pashedu (TT 3) – vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2023/02/17/pashedu-tt3/

Alcune scene che descrivono giardini o attività agricole (come nella tomba di Sennedjem) sono vivaci e ricche di particolari: volatili e animali sono disegnati con la massima cura.

Tomba di Sennedjem (TT 1)

Certo, nelle stesse scene le figure umane sono talvolta quasi caricaturale, rapidamente tracciate, con gambe troppo lunghe per i corpi sottili e abiti e gioielli così elaborati da rasentare il cattivo gusto.

Mentre alcune scene mostrano spiccata individualità e creatività, altre propongono una tale enfasi nei temi religiosi che sembrano aver soffocato ogni aspirazione dell’artista a oltrepassare le convenzioni.

Tomba di Khonsu (TT 31)

Entrambe le estremità di questo spettro si riscontrano nelle tombe di Roy e Shuroy a Dra Abu el-Naga: la prima possiede dipinti di buona fattura, ricchi di particolari suggestivi e innovativi, la seconda appare sbrigativa, addirittura trascurata, e priva di inventiva.

Tomba di Nefersekheru (TT 296)

Fonte

I tesori di Luxor e della Valle dei Re – Kent R. Weeks – Edizioni W Hite Star

Fotografie

  • Patrizia Burlini
  • Giusy Antonaci
  • Dal libro citato.
III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta

VASI CANOPI DI WAH-IB-RA

Alabastro – Altezza 36,5 cm
Museo Egizio di Torino – Collezione Drovetti, C 3208

I casi canopi prendono il loro nome dalla città di Canopo, nel Delta egizio, dove era venerato il dio Osiride che qui aveva la forma di un vaso panciuto sormontato da una testa umana.

I vasi canopi, presenti sempre nel numero di quattro nei corredi funerari, sono infatti forniti da coperchi che, dalla fine della XVIII Dinastia, assunsero l’aspetto di teste umane e animali.

La comparsa di questi particolari recipienti è legata alo sviluppo delle pratiche di imbalsamazione.

Il loro scopo era infatti quello di contenere le viscere del defunto asportare prima della fase di bendaggio del cadavere.

Gli organi, una volta prelevati, subivano un trattamento volto a garantirne la conservazione e ciascuno di essi veniva infine deposto in un determinato vaso canopo posto sotto la tutela di uno dei quattro figli di Horus :Hamset proteggeva il fegato contenuto nel vaso a testa umana, Hapi i polmoni contenuti nel vaso a testa di babbuino, Duanutef lo stomaco contenuto nel vaso a forma di sciacallo e infine Khebesenuef proteggeva gli intestini conservati nel vaso a testa di falco.

Sul corpo di ciascun vaso si trova in genere un’iscrizione in colonne che riporta il nome del dio associato a quello di una divinità femminile corrispondente, oltre al nome e alla titolatura del defunto che, nel caso di questi raffinati esemplari in Alabastro del Museo torinese, era il dignitario Wah-ib-Ra.

Fonte

I grandi musei, il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta

ALVEO DEL SARCOFAGO MUMMIFORME DI DJEDHOREFANKH

Legno dipinto; lunghezza cm 203, larghezza cm 61
Tebe ovest, Qurna, Scavi di Theodore Davies 1916
Inizio della XXII Dinastia
Museo Egizio del Cairo – TR 24.11.16.2

Il sarcofago, privo di coperchio, apparteneva al sacerdote Djedhorefankh, soprintendente agli altari nel tempio di Amon-Ra a Karnak, e risale agli inizi della XXII Dinastia, quando l’Alto Egitto costituiva un stato teocratico autonomo, sotto il dominio del potente clero tebano.

In quel periodo, di sacerdoti di Amon-Ra venivano sepolti in variopinti sarcofagi mummiformi ammassati in tombe comuni ben nascoste, al sicuro dai saccheggi.

Le superfici dei sarcofagi presentano un repertorio iconografico simile a quello che in precedenza tornava le pareti degli ipogei che, in quest’epoca , non vengono mai decorate.

L’interno dell’alveo del sarcofago di Djedhorefankh mostra una decorazione suddivisa in registri, nei quali le scene dai brillanti colori risaltano sul fondo giallo.

La parte superiore è dipinta a imitazione di una tenda, come i soffitti delle tombe tebane, e nella lunetta sottostante è rappresentata la barca solare, con la la prua e la poppa terminati in fiori di papiro, su cui si trova il disco solare, tra due urei, che sorge all’orizzonte.

Al centro del registro è raffigurata la personificazione, dell’amuleto tit , il nodo isiaco: ha un volto femminile e ha le braccia alzate e sostiene il corso d’acqua su cui naviga la barca.

Ai lati dell’amuleto si trovano due sciacalli accovacciati su un santuario.

Il registro sottostante riporta due cartigli sormontati dal disco solare : in quello di sinistra si legge “il dio grande, signore del cielo, governatore dell’eternità”, mentre quello a destra reca la sequenza di segni men ( stabile), Kheper (apparire), ra ( il dio Ra).

L’interpretazione di tale sequenza, in questo contesto è problematica.

Menkheperra corrisponde infatti al nome di incoronazione di Thutmosi III, al nome di un grande sacerdote tebano che governò l’Alto Egitto alla fine del XI secolo a. C., o a un modo di scrivere in forma di rebus il nome di Amon-Ra.

Sulla base di criteri stilistici, il sarcofago può essere datato a un ristretto periodo della XXII Dinastia, ciò porterebbe a escludere le prime due ipotesi e renderebbe assai verosimile che Menkheperra sia usato come forma crittografica del nome Amon-Ra di cui Djedhorefankh è sacerdote.

Il cartiglio di sinistra cita indirettamente il nome di Osiride.

Tra i due cartigli si trova un elemento decorativo khaker da cui si ergono due cobra con l’amuleto tit al collo.

Alle due estremità del registro, dinanzi a ceste con offerte, si trovano due volatili con teste femminili che portano le mani al volto nel tipico gesto di cordoglio.

Il registro sottostante è diviso i due scene quasi identiche: a sinistra una sacerdotessa offre papire e incenso al dio Ptah, a destra si trova un sacerdote di nome Djedkhonsu.

La scena successiva è raffigurata sotto una tenda: sopra un letto dove è stesa la mummia del defunto che il di Anubi sta terminando di preparare

I quattro vasi canopi, sono posti sotto il letto funebre.

L’ultima scena, sormontata da un fregio di urei con il disco solare sul capo, è la più grande :vi appare la mummia del defunto inghirlandata, di fronte alla quale si trova un sacerdote sem che, identificato dalla pelle di leopardo che copre la veste bianca, compie fumigazioni di incenso.

La funzione di questo sacerdote era quella di ridare vita al corpo mummificato del defunto durante la “cerimonia dell’apertura della bocca”.

Tra le due figure si si trova una tavola di offerte sormontata da un fiore di ninfea, mentre una seconda ninfea è disegnata in basso, dietro a una donna inginocchiata che in segno di dolore si strappa i capelli.

Le pareti laterali del sarcofago sono divise in due registri: il alto si trova il cartiglio affiancato da due sciacalli distesi sopra due santuari e protetti dagli occhi udjat, le due scene sottostanti, separate tra loro da una riga di geroglifici, mostrano un sacerdote che porge rispettivamente un mazzo di fiori e due coppe a una figura in trono che impugna i simboli del potere.

Dietro al trono è raffigurato Anubi.

Nell’ultimo registro si trovano i quattro figli di Horus rappresentati mummiformi.

Fonte e fotografie

I tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Silvia Einaudi – fotografie di L’Araldo De Luca – Edizioni White Star

III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta

L’AMPLIAMENTO DEL SANTUARIO DI KARNAK E IL FIORIRE DEI TEMPLI

Il portico dei Bubastidi nel primo cortile del tempio, Karnak

Il santuario di Karnak fu ampliato durante il regno di Sheshonq I, il sovrano originario di Bubasti che diede inizio alla XXII Dinastia : si deve a lui il cortile, ornato da portici a nord e a sud, che ingloba completamente un piccolo tempio della fine della XIX Dinastia e la parte anteriore di quello di Ramses II, che formavano il “viale” di mezzo, furono rimosse e sistemate ai lati, come tutt’ora si vede.

Tempio di Iside, Philae, oggi trasferito sull’isola di Agilikia

Il pilone, l’ingresso del tempio, forse fu iniziato durante la XXX Dinastia, (tutto il complesso fu circondato da un muro con grandi portali), ma non fu mai completato.

Nel suo lungo regno il sovrano Taharqa realizzò un edificio per il culto di Amon connesso con il lago sacro, e un grande chiostro per la barca processional proprio nel cortile, con eleganti colonne a papiro aperto, collegate in basso da transenne.

Tempio di Iside, colonne con capitelli con volti volti di Hathor – Iside
Oggi trasferito sull’isola di Agilikia

L’attività edilizia fu ovunque intesa, ma non sempre il tempo ha risparmiato realizzazioni anche imponenti, sopratutto nel Delta, sicché la nostra conoscenza è lacunosa.

La città di Saus, capitale della XXVI Dinastia, ma di antiche origini, doveva possedere un grande tempio per la dea Neith, nel quale stavano le cripte sepolcrali dei sovrani, come a Tanis, ma oggi si può appena indicare il luogo in cui sorgeva la città.

Tempio di Iside, colonnato del primo pilone.
Oggi trasferito sull’isola di Agilikia

Migliore la situazione a Bubasti, dove è possibile che già Cheope avesse iniziato qualche struttura, per la dea Bastet, qui sono riconoscibili i progetti dell’epoca tarda, dei faraoni Bubastidi, e fino all’ultimo, Nectanebo II

(XXX Dinastia)

L’isolamento ha favorito la conservazione di un piccolo tempio di Amon nell’oasi di Kharga, che potrebbe essere stato costruito nella tarda XXVI Dinastia, ma fu poi decorato dal “faraone” persiano Dario I, nella XXVII Dinastia.

Tempio di Ibis, Oasi di Kharga

La costruzione originaria presenta alcune novità : un proanos di colonne papiro formi unite da transenne, quindi una sala colonnata su cui si trovano il santuario e cappelle laterali e le scale per salire sul tetto.

Chiostro di Traiano II.
Oggi trasferito sull’isola di Agilikia

Durante la XXI Dinastia fu aggiunta, sul davanti, un’altra sala colonnata e Nectanebo I come aveva fatto a Karnak, realizzò il muro di cinta, con un chiostro di accesso, le cui colonne, come quelle dell’interno, esibiscono capitelli del tipo composito, con molteplici decorazioni (papiro e palmette), su una forma di base a campana.

Sarà questo il tipo che incontrerà il successo nelle grandi costruzioni successive in Egitto, di età greco-romana.

Tempio di Amon-Ra, chiostro di Taharqa davanti al secondo pilone, Karnak

Fonte e fotografie

L’arte Egizia – Alice Carocci, Gloria Rosati – Giunti

III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta

IL LIBRO DEI MORTI DI PINDUJEM I

Papiro – Altezza cm 37, Lunghezza cm 450
Tebe Ovest, Tomba della regina Inhapy – Scavi del Servizio delle Antichità Egiziano 1881
XXI Dinastia, Pontificato e regno di Pindujem I
Museo Egizio del Cairo – SR VIII. II488.

All’inizio del Terzo Periodo Intermedio, L’Egitto meridionale era governato di fatto dai sommi sacerdoti di Amon.

Pindujem I non fece altro che ratificare una situazione già consolidata, quando, nella seconda parte del suo lungo pontificato, decise di assumere la titolatura faraonica.

Il suo nome racchiuso nei cartigli compare su questo pregiato esemplare del Libro dei Morti, il cui ritrovamento è legato a una delle più clamorose scoperte della storia dell’egittologia : nel 1881, a Deir el-Bahari, sulla riva occidentale del Nilo di fronte a Karnak, furono rinvenute le mummie dei più grandi faraoni del Nuovo Regno, che erano state nascoste dai sacerdoti di Amon nella tomba rupestre della regina Inhapy, nel tentativo di sottrarle alla devastazione dei ripetuti saccheggi delle sepolture reali.

Insieme agli antichi sovrani, erano sepolti anche alcuni membri del clero di Amon, fra cui Pinudjem I; la sua mummia, deposta nel sarcofago appartenuto a Thutmosi I, era in parte sbendata e custodiva fra le gambe un rotolo di papiro contenente alcuni capitoli illustrati del Libro dei Morti.

Questo testo funerario, i primi esemplari del quale risalgono alla fine della XVIII Dinastia, consiste in una raccolta di formule magico-religiose destinate ad accompagnare il defunto nel suo viaggio.

Destinato in un primo tempo al sovrano e ai membri della famiglia reale il Libro dei Morti si diffuse ben presto fra i ceti più abbienti; veniva sistemato nel sarcofago, sotto le mani o fra le gambe del defunto, oppure riposto in un vano nella parete della tomba.

I testi, scritti con inchiostro nero e rosso, erano incorniciati in alto e i basso da linee orizzontali colorate, illustrati da raffinati disegni dipinti in colori vivaci.

I papiri erano di dimensioni variabili, perché diverso era il numero delle formule e delle immagini a seconda delle possibilità economiche del committente.

I capitoli non avevano una successione prestabilita, solo durante la XXVI Dinastia venne fissata la sequenza delle 165 formule canoniche, alle quali ne vanno aggiunte altre 30 recentemente individuate.

Il Libro dei Morti è stato convenzionalmente diviso dagli egittologi in 5 sezioni che comprendono:

  • I testi relativi alla sepoltura (Capitoli 1-30)
  • L’allontanamento dei nemici e l’invocazione di alcune divinità (Capitoli 31-63)
  • L’uscita dalla tomba e l’assunzione di forme diverse per agevolare gli spostamenti nell’aldilà (Capitoli 64-92)
  • L’attraversamento nel cielo sulla barca solare e l’ arrivo al cospetto di Osiride, dio dei morti (Capitoli 93-125)
  • La descrizione dell’Oltretomba (Capitoli 126-165)

Nel capitolo 125, punto cruciale del testo, il defunto deve affrontare il giudizio di un tribunale costituito da 42 divinità e presieduto dal dio Osiride, Anubi e Horo procedendo alla pesatura del cuore e Thot che registra il risultato: se il giudizio è negativo il cuore viene dato in pasto ad Ammut, se positivo, il defunto vivrà felicemente nelle fertili campagne dell’Oltretomba.

La scena che accompagna questo capitolo compare frequentemente sui papiri.

Il Libro dei Morti di Pindujem contiene i Capitoli 23, 27, 30, 71, 72, 110, 135 e 141.

Le raffigurazioni rappresentano: Pinudjem in adorazione al cospetto di Osiride, l’uscita dalla tomba, la pesatura del cuore, Ra emergente all’oceano primordiale con Mehet-uret ( la Grande Inondazione) e Thot dalla testa di Ibis; una serie di divinità ripartite in registri all’interno di una cornice naos sormontata da un fregio di piume, emblemi della dea Maat; i campi di Iaru, regno dei beati, nel quale il defunto è intento a occupazioni agresti; i 42 giudici del tribunale di Osiride, davanti a due divinità femminili assise, Maat, la giustizia, e Maaty, la doppia giustizia.

Fonte

I Tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Per le fotografie ringrazio Nico Pollone per la sua disponibilità.

III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta

IL III PERIODO INTERMEDIO E L’ARTE

Il colosso di Ramses II usurpato da Pinodem nel tempio di karnak ” la statua riconoscibile davanti alle sue gambe è quella di Nefertari”

Con la morte di Ramses XI, ultimo dei ramessidi, il basilare dualismo della Terra Dei Faraoni si spezza in due in modo inaspettato e nuovo. Solamente i primi tre ramessidi si distinguono per gesta degne di menzione, gli altri otto anni si possono considerare spettatori più o meno passivi della disgregazione del loro paese.

Collier in oro appartenente a Pinodem I
Parigi Museo del Louvre.

La decadenza dell’Egitto è dovuta principalmente al progressivo frazionamento dell’Alto Egitto “in grandi feudi sacerdotali” e al fatto di avere abbandonato il regno all’oligarchia che ha distrutto a proprio profitto la potenza regia.

Triade in oro e lapislazzuli di Osorkon II – Parigi Museo del Louvre
Le piccole e effigi di Osiride, Iside e Horus testimoniano la perizia artistica degli orefici dell’epoca.

Si crea “una specie di “feudalesimo sacerdotale” e il potere in mano ai sacerdoti si cristallizza sempre più in un immobilismo ereditario”.

Statua in granito del Visir Hor, Il Cairo Museo Egizio.
La posizione del personaggio è ispirata a modelli statuari dell’Antico Regno.
Il contrappunto tra le superfici lisce e iscritte, la testa calva e i tratti idealizzati rispondono invece a canoni artistici del terzo periodo intermedio.

Smendes successore di Ramses Xi inaugura una “nuova monarchia”.

Smendes, governatore di Pi Ramses, ribattezzata Tanis, sposando Tentamon, una ramesside, sale al trono del basso Egitto. Smendes, pur possedendo solo il delta, da Manetone viene messo in testa alla XXI dinastia. La dinastia ramesside condivide di fatto il potere con i re sacerdoti “che governano Tebe e aree limitrofe, con il benestare del faraone, a cui erano spesso uniti da un legame parentale”. In questo periodo di crisi interna, nel Basso Egitto i generali eleggono uno di loro sovrano. “E poiché l’esercito era per la maggior parte composto di mercenari libici, e libici ne erano i capi, anche i re furono libici”.

A destra: la magnifica maschera funeraria di Psusennes I è in oro e lapislazzuli, con occhi e sopracciglia in vetro nero e bianco; a differenza di quella di Tutankhamon, non reca iscrizioni.
Definita “uno dei capolavori del tesoro di Tanis”, oggi si trova nel Museo egizio del Cairo.
È larga 38 centimetri e alta 48 centimetri.
«Le dita delle mani e dei piedi [del faraone] furono coperte da ditali d’oro, e fu sepolto con sandali d’oro ai piedi. I ditali delle mani sono i più elaborati mai scoperti, con unghie scolpite. Ogni dito recava un elaborato anello d’oro con lapislazzuli o altre pietre semi-preziose.» (Bob Brier)
A sinistra: parte superiore del sarcofago in argento di Psusennes I. Il sarcofago esterno e quello mediano di Psusennes I furono riciclati da sepolture precedenti nella Valle dei Re, attraverso una spoliazione delle ricchissime tombe del Nuovo Regno attuata normalmente dai regnanti durante il Terzo periodo intermedio. Un cartiglio sul robusto sarcofago in granito indica che tale oggetto conteneva originariamente la salma di Merenptah, tredicesimo figlio e immediato successore di Ramses II. La salma di Psusennes I fu infine rinchiusa in un sarcofago, creato appositamente per lui, interamente in argento con inserti d’oro. Dal momento che in Egitto l’argento era assai più raro dell’oro, il feretro argenteo di Psusenne I costituisce una sontuosa sepoltura di grande ricchezza negli anni del declino dell’Egitto.
Dettaglio del sarcofago argenteo di Psusennes I, Museo egizio del Cairo.

La spaccatura dell’Egitto non determinò lo spezzarsi della tradizione, l’arte rimase tipicamente egiziana. Lo stato del Nord proseguendo la tradizione monarchica ramesside si ispira alle sue forme e al suo stile per il desiderio di immortalarne i fatti. Entra largamente in uso la pratica di attribuirsi opere di predecessori, grazie alla apposizione del proprio nome; Tanis in particolare viene arricchita di pietre di statue di monumenti di epoca ramesside, sottratti al basso Egitto.

Il sarcofago d’argento a testa di falco di Shoshenq II (XXII dinastia) fu scoperto a Tanis nel 1839 da Pierre Montet.
Pettorale di Shoshenq II

Una certa influenza del Vicino Oriente si riscontra nelle opere di alta oreficeria e nelle suppellettili in metallo e pietre preziose rinvenute nelle tombe reali di Tanis da Pierre Montet. Questi tesori Oggi sono esposti al Museo Egizio del Cairo.

VEDI ANCHE: L’ORO DI TANIS

Statua della principessa Karomama. La divina adoratrice di Amon, Karomama, era nipote di Osorkon I.
Il suo titolo la poneva a capo delle più alte gerarchie religiose e le assicurava un potere enorme, specie, nell’area tebana. La sua preziosa statua è un esempio delle nuove tecniche della lavorazione del metallo nel terzo periodo intermedio; si sviluppano Infatti sia la fusione del bronzo che le incrostazione di metalli preziosi.
Probabilmente da Karnak XXII dinastia Parigi Louvre.

È al sud però che inizia a svilupparsi un più originale linguaggio artistico: l’aristocrazia tibana da inizio a un certo gusto arcaizzante che si svilupperà e si diffonderà a partire dalla venticinquesima dinastia. Dopo la morte di Akhenaton, l’arte dei primi ramessidi seppe conservare la delicatezza che aveva ereditato; ma in tutto ciò che accade dopo non si sarebbe ritrovata quella sensibilità che, salvo poche eccezioni, era stata una caratteristica dei passati splendori.

Statua di Meresamon (Berlino, Agyptsches Museum).
La bocca atteggiata a un lieve sorriso è una caratteristica convenzione artistica del terzo periodo intermedio, mentre i seni pronunciati precorrono il modellato del corpo femminile delle epoche successive

FONTI:

  • SERGIO DONADONI-ARTE EGIZIA-GHIBLI
  • MAURIZIO DAMIANO-ANTICO EGITTO-
  • ELECTA
  • STORIA DELLE CIVILTÀ DELL’ANTICO EGITTO-JACQUES PIRENNE-SANSONI
  • L’ANTICO EGITTO-LEONARDO ARTE
  • WIKIPEDIA
III Periodo Intermedio, Sarcofagi, XXI Dinastia

IL SARCOFAGO DI PAUGIMAIU

A cura di Grazia Musso

Terzo Periodo Intermedio, XXI – XXII Dinastia

Legno, tela stuccato, pittura bianca, rossa, gialla, verde, azzurra e nera – Lunghezza cm 180, larghezza cm 50

Provenienza e acquisizione: Tebe, Spedizione Franco-Toscana 1828- 1829

Inv. N. 2163 Museo Egizio di Firenze.

Il sarcofago, di forma antropoide, presenta l’immagine del defunto con parrucca tripartita, striata a fasce nere e gialle, sormontata da uno scarabeo con disco solare, sul volto è attaccata la barba posticcia rituale.

Sotto un ampio collare usekh decorato con l’immagine di un uccello con testa di ariete e disco solare, ad ali spiegate.

Il coperchio del sarcofago è suddiviso in vari riquadri che racchiudono le immagini di divinità, fra cui si riconoscono Anubi, Thot, Khnum, Iside, Nefis e i quattro figli di Horo, che fiancheggiano la raffigurazione della mummia del defunto distesa sopra il letto funebre; brevi iscrizioni indicano i nomi delle divinità.

Nei primi riquadri il defunto è raffigurato in abito da vivente di fronte al dio Osiride.In corrispondenza dei piedi sono dipinte sette colonne di iscrizione geroglifici con invocazione e formula dell’offerta per il defunto che, senza indicazione di titoli, è definito solo figlio di Mutirrugi.

Mediante otto tenoni il coperchio del sarcofago, che non presenta decorazioni all’interno, si incastra nella cassa, che all’esterno è dipinta di bianco: sul retro è decorata con una grande immagine del pilastro ged, sormontato dalla corona atef, con urei e disco solare. Ai lati simmetricamente è raffigurato il feticcio di Abido seguito da un serpente.

Fonte : Le mummie del museo egizio di Firenze a cura di Maria Cristina Guidotti – GiuntiBibliografia: Rosellini, Breve notizia, p. 78, n. 98 M. C. G.

III Periodo Intermedio, Sarcofagi, XXI Dinastia

IL SARCOFAGO DI TABAKENKHONSU

A cura di Grazia Musso

XXI Dinastia

Legno stuccato e dipinto – Lunghezza coperchio 182 cm. – Lunghezza cassa 178 cm. – C 2226; collezione Drovetti – Museo Egizio di Torino.

L’utilizzo dei sarcofagi risale ai primordi della storia egizia, allorquando comparvero i primi esemplari lignei di forma rettangolare, inizialmente piuttosto corti in quanto dovevano contenere i corpi in posizione rannicchiata, poi più lunghi per la sepoltura dei corpi distesi.

Il passo successivo fu dato dall’introduzione dei così detti sarcofagi mummiformi che a seconda delle epoche, si differenziano per decorazione e stile.

Per i personaggi più abbienti era consuetudine possedere diversi sarcofagi da disporre uno dentro l’altro a protezione della mummia in essi contenuta e in epoca tarda, si diffuse tra le classi ricche anche l’uso del “falso coperchio” : una tavola lignea sagomata come un corpo, da adagiare direttamente sulla mummia.

Il sarcofago appartenuto alla cantatrice di Amon-Ra Tabakenkhonsu mostra lo schema figurativo tipico della XXI Dinastia, dominato da un senso di horror vacui per cui tutto lo spazio a disposizione è riempito da scene e iscrizioni policrome di chiara valenza magico-religioso.

Il volto della defunta, con grandi occhi scuri, è impreziosito da due orecchini a rosetta ed è cinto da una parrucca ornata con fasce decorate e fiori di loto.

Sopra il petto si trova un’ampia collana a più fili di perle sulla quale sono distese le mani scolpite.

La parte mediana del coperchio è dominata dall’immagine di uno scarabeo, emblema del dio Khepri e simbolo di rigenerazione, e da una grande figura della dea del cielo Nut ad ali spiegate, pronta ad accogliere la defunta.

Come da consuetudine, gli occhi della defunta, qui sormontati da folte sopracciglia, sono riprodotti con grande realismo e vivacità, in modo da risaltare sul volto di colore giallo, dall’espressione impassibile.

Fonte : I grandi musei : Museo Egizio di Torino – Electra.

III Periodo Intermedio, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DI NESPAWERSHEFYT

A cura di Patrizia Burlini

Dettaglio del Coperchio del sarcofago, di Nespawershefyt.

Legno dipinto, ca 1000 a.C. – XXI-XXV dinastia, III periodo intermedio. © The Fitzwilliam Museum, Cambridge.

Il Capo degli scribi del tempio di Amun Ra, Nespawershefyt, è chiamato anche Nes-Amun. Il sarcofago, dipinto in stile ‘giallo’, è riccamente decorato con scene religiose e strisce di testo. Il set di sarcofagi è eccezionalmente conservato.

Sulla superficie sono state trovate le impronte digitali degli artigiani che hanno realizzato questo prezioso manufatto, segno che il coperchio fu spostato prima che la vernice si fosse asciugata.