Kemet Djedu

UN TAVOLO OFFERTORIO… MODELLINO

Di Livio Secco

Idy fu un antico Egizio che visse durante il periodo della VI dinastia (ca 2305-2118 (+25) a.C.) ricoprendo l’incarico di nomarca. Potremmo associare questa funzionalità alla carica di governatore di un nomo o provincia. Nella sua tomba e con il suo corredo funerario si auto celebra anche con i titoli di “Tesoriere Reale” e “Sacerdote ritualista”.

Tra i reperti della sua sepoltura c’è un oggetto particolarmente curioso. Si tratta di un tavolo offertorio fatto in rame, quindi decisamente costoso.
Il tavolo ha una forma particolare e su ben due lati assume il profilo del geroglifico ḥtp [hetep] che, appunto, significa “offerta”. Il tavolo è completamente accessoriato di tutto il vasellame necessario alla sua funzionalità e quindi è dotato di ben tredici diversi tipi di vasi per ogni tipologia di impiego, utili ad una corretta esecuzione dei riti offertori.

Sul profilo del mobile c’è un’iscrizione che ci parla del defunto.

Qual è la particolarità del tavolo? La fotografia ci tradisce. In realtà è molto piccolo. Non è un vero tavolo ma soltanto un … modellino.
Si trova al British Museum di Londra e porta il numero di catalogo EA5315.

Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far pronunciare il geroglifico anche a chi, purtroppo per lui, non si è ancora messo a studiarlo!

Kemet Djedu

LA TEOGAMIA DI HATSHEPSUT

Di Livio Secco

Un evento particolare della vita di questa regina – faraone è la rappresentazione della sua teogamia.

Hatshepsut, figlia del defunto Thutmose I, è sposa di Thutmose II e, quindi, è regina d’Egitto. Alla morte prematura del coniuge, padre di Thutmose III generato con una regina secondaria, diventa tutrice del nuovo re poiché è un fanciullo di circa sei anni. L’Egitto è, perciò, governato dalla coreggenza della matrigna Hatshepsut con il figliastro Thutmose III.

Volendo proseguire la sua permanenza sul trono, ma non essendo più la sposa del re in carica, decide di affermarne la miracolosa predestinazione.
Dai Racconti di re Cheope deriva la mitologia del dio Ra che ingravida la sposa di un sacerdote di Ra facendole partorire i primi tre re della V dinastia. Da quel momento i re titoleranno il Quinto Protocollo Reale come Figlio di Ra.
Hatshepsut, supportata dal clero amoniano di Karnak, replica l’unione carnale di un dio, questa volta Amon, con la Grande Sposa Reale Ahmose di Thutmose I per generare Hatshepsut stessa che, in questo modo, resterebbe sul trono d’Egitto per eredità divina. La nascita è raffigurata sulle pareti del tempio di Deir el Bahari.

COME FA L’AMORE UN DIO

Il dio Amon decide di procreare una figlia. Per far ciò ha bisogno di una regina. Perciò invia il dio Thot a prendere informazioni su di Ahmose, grande sposa del re Thutmose I.
Questi ritorna dicendo che è una donna bellissima.

Nel rilievo epigrafico tratto dalla tavola 47 del volume 2 di Naville, si può vedere Thot che, per mano, accompagna di notte Amon nelle stanze private della regina. Poi lo lascia solo con lei che dorme.

Per non spaventarla Amon prende le sembianze del re e si avvicina ad Ahmose. Ma il profumo del dio è particolare ed è molto intenso. L’aroma si diffonde immediatamente nella stanza buia e la regina si sveglia.

Come al solito ho aggiunto la pronuncia secondo la codifica IPA in modo che anche coloro che non hanno studiato filologia egizia possano pronunciare la scrittura geroglifica.

UN’ANNUNCIAZIONE… EGIZIA

Il dio Amon, dopo aver ingravidato la regina, fa comunicare ad Ahmose il suo stato. L’incarico è dato a Thot, dio del linguaggio e della scrittura.

Quello a cui assistiamo è una vera e propria ANNUNCIAZIONE.
Qui si tratta di quello che, tecnicamente, chiamiamo annunciazione muta, cioè non viene comunicato nulla di preciso a parole. E’ sufficiente, infatti, analizzare le figure. Thot è davanti alla regina con il braccio alzato per eloquenza, mentre Ahmose sembra irrigidita e sorpresa di quando Thot le sta rivelando.

Il testo di Thot, in realtà, potrebbe essere semplicemente andato perso. Infatti la colonna 1 è stata abrasa in precedenza ed è stata poi riscolpita con una didascalia amoniana che non è pertinente alla situazione. Anche le colonne 5 e 7 sono corrotte a metà e avrebbero potuto recare qualche testo dettagliato in merito all’annunciazione.

Qui vi riporto le colonne didascaliche di Ahmose (1, 2 e 3).

Il tema dell’Annunciazione non è una caratteristica della religione cristiana – cattolica. Come si è visto è molto più antico.
C’è da specificare però che gli artisti europei ne hanno diversificato la rappresentazione. Gli storici dell’arte hanno assegnato a loro delle terminologie latine che provo ad illustrarvi con degli esempi.

Per tornare a Thot e ad Ahmose: quale secondo voi è la tipologia cristiana per la nostra annunciazione… egizia?


Per coloro che volessero affrontare questa stupenda GINNASTICA INTELLETTUALE non posso che consigliare il seguente strumentario pressoché completo:

Grammatica primo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica secondo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica terzo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Dizionario egizio-italiano: https://www.amazon.it/Dizionario-egizio…/dp/8899334129…

Kemet Djedu

UNA RAGAZZA DI NOME TAURET

Di Livio Secco

Questa statuetta di 17 cm di altezza, collezionata dal Metropolitan Museum of Art di New York, raffigura una donna. Poiché ella stringe in mano un fiore di NINFEA ancora chiuso in bocciolo, ci deriviamo l’informazione che in realtà si tratti di una ragazza, non sposata e che viveva ancora in famiglia. La commissione della statuetta non può che essere stata fatta dai suoi genitori per un solo motivo specifico: la ragazza è venuta a mancare all’affetto del padre e della madre che in questo modo continuano, emotivamente, a tenerla insieme a loro.

Sul retro dell’immagine c’è una brevissima colonna di geroglifici. Proviamo ad analizzarla insieme.

Come al solito ho aggiunto anche la pronuncia secondo la codifica IPA per permettere a coloro che non conoscono la scrittura geroglifica di poter pronunciare la litania.

 Il manufatto possiede però anche un’iscrizione sulla base sul lato sinistro.

Ovviamente ci eravamo già fatti l’idea che i commissionari della statua fossero stati i parenti, ma l’iscrizione che abbiamo precedentemente trascurato potrebbe rivelarci qualcosa di più.
Proviamo ad analizzarla insieme.

Per coloro che volessero accettare la sfida di questa stupenda ginnastica intellettuale che è la filologia egizia, non posso che consigliare uno strumentario pressoché completo:

Grammatica primo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica secondo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica terzo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Dizionario egizio-italianohttps://www.amazon.it/Dizionario-egizio…/dp/8899334129…

Kemet Djedu

AMENHOTEP II E MERETSEGER

Di Livio Secco

La statua di Amenhotep II custodita presso il Museo Egizio del Cairo con il numero di catalogo JE39394 rappresenta il Faraone protetto dalla dea Meretseger. È in piedi con la gamba sinistra protesa in avanti, indossa la corona bianca Hedjet dell’Alto Egitto e con un ureo che emerge dalla fronte. Entrambi i piedi poggiano sull’immagine dei nove archi, che rappresentano i nemici dell’Egitto. Il cartiglio con il nome Amenhotep II è inciso sulla fibbia della sua gonna. Dietro di lui, la dea tebana Meretseger sotto forma di cobra si avvolge attorno a lui e lo protegge.

Io mi permetto di aggiungere solo un commento filologico relativo al Protocollo Reale del sovrano. Lo studio del Protocollo Reale è purtroppo non semplice perché, per gli spazi brevi, non sempre è evidente la grammatica e siamo in presenza di metatesi grafiche ed onorifiche. Nonostante ciò lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché indica il programma politico del sovrano.

Per chi volesse approfondire l’argomento non posso che consigliare la lettura del Quaderno di Egittologia nr 22 – IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica che potete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/

Kemet Djedu

RAMESSE… L’AMERICANO

Di Livio Secco

Questo reperto egizio è attualmente al Walters Art Museum di Baltimora, in America (ecco la motivazione del titolo!).

Nella parte posteriore della statua si notano delle iscrizioni geroglifiche. Ed è su queste che faremo un commento filologico.

Vista la presenza di ben due cartigli possiamo affermare che si tratta di una titolazione reale. Grazie ad essa, infatti, è stato possibile identificare il sovrano rappresentato.

Come spesso mi accade in questa sede, vi ricordo che lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché indica quale programma politico il sovrano voleva perseguire al momento della sua intronizzazione. Per chi fosse interessato all’argomento posso consigliare la lettura del Quaderno di Egittologia nr 22 IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica che è possibile trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/

Purtroppo lo studio dell’onomastica regale non è semplice. Il breve spazio dei cartigli e le metatesi onorifiche e grafiche impongono spesso che la scrittura sia difettiva e non segua sempre la corretta sequenza degli elementi grammaticali.

Ne fa esempio il Quinto Protocollo proprio di Ramesse II. Vi ricordo che per convenzione internazionale i testi geroglifici vanno riportati per studio in linee orizzontali da sinistra a destra. In questo caso il reperto li mostra verticali con lettura da destra a sinistra. Questo è il motivo per il quale ho ribaltato le immagini sul piano orizzontale, esattamente per facilitare il lettore a confrontare il reperto con la grafia informatica.

Ci tengo a far notare come nel Quinto Protocollo, esista una metatesi grafica del canale posto a metà del cartiglio in modo da dividerlo in due zone: in quella superiore sono posate le due divinità (per giunta affrontate), mentre nella parte inferiore c’è il resto dell’antroponimo regale. Nell’analisi ho preferito lasciare i segni al loro posto. Per recuperare la fase grammaticale ho aggiunto la corretta disposizione degli elementi sull’ultima riga.

Tutto ciò è anche una dimostrazione della valenza decorativa della scrittura geroglifica. Cosa che gli Egizi dimostrarono di saper sfruttare perfettamente rendendo la scrittura un’immagine

Kemet Djedu

L’ETNONIMO ISRAELE SULLA STELE DI MERENPTAH

Di Livio Secco

La stele di Merenptah, nuovo nome di un manufatto precedentemente chiamato Stele di Israele, è stato descritto QUI.

Io mi permetto di aggiungere soltanto un piccolo contributo avendo tradotto la stele durante il mio XII Laboratorio di Filologia Egizia svolto nel 2017.

Per fare le cose semplici allego una serie di cinque immagini che commento qui di seguito:

IMMAGINE 1: visualizzazione della stele esposta al Museo Egizio del Cairo di Piazza Tahrir. Durante un certo periodo di tempo, quando la relazione con lo stato ebraico sfociò in una lunga serie di guerre arabo-israeliane, la stele rimase esposta nel Museo ma si doveva andare a cercarla.

IMMAGINE 2: rilievo epigrafico della stele intera. Si riconosce la classica suddivisione in centina, con la raffigurazione degli dèi e del re, e testuale. Questa parte è formata da ventotto registri densi di scrittura geroglifica con lettura da destra a sinistra e dall’alto al basso. In corrispondenza della ventisettesima riga ho evidenziato l’etnonimo che indica il popolo ebraico.

IMMAGINE 3: grafia del sostantivo interessato. Come spesso era d’uso da parte degli Egizi, i toponimi e gli antroponimi stranieri erano scritti con l’uso dei monolitteri. Non significando nulla per gli Egizi, questi replicavano il suono della parola straniera cercando di riprodurlo con dei fonemi di base. Ovviamente la scrittura si arricchiva di ulteriori segni usati come determinativi per meglio specificare la semantica del lemma.
In nero ho evidenziato i suoni monolitteri, in blu la traslitterazione moderna.

IMMAGINE 4: traduzione di tutto il registro 27. La parte finale della stele elenca tutta una serie di territori che Merenptah ha distrutto durante la sua campagna militare in Asia. I regni stranieri sono accuratamente indentificati singolarmente.
Per quanto riguarda Israele è significativa l’indicazione che “non esista più il seme suo”. Questa terminologia si associa alle evirazioni imposte al nemico in epoca precedente con il palese significato che il ribelle non solo era stato ucciso ma era stato eliminato etnograficamente dalla faccia della terra.

IMMAGINE 5: l’analisi dei determinativi è relativa solo al ventisettesimo registro, ma è estensibile a tutta la stele e, più in generale, alla toponomastica egizia.
Quando gli Egizi volevano indicare un paese o comunque una nazione straniera usavano il geroglifico con i tre rilievi montuosi con il significato di “deserto” e, appunto, “terra straniera / paese estero”. Molto spesso questo geroglifico veniva accompagnato dal bastone da lancio che noi troviamo spesso raffigurato nelle pitture che rievocano la caccia in palude. In realtà il bastone da lancio era una vera e propria arma per la fanteria leggera. Sovente viene indicato come “boomerang” ma, dal punto di vista oplologico, si tratta di un’associazione assolutamente errata.
Come ultimo esempio ho messo in evidenza un altro modo con il quale gli Egizi indicavano i toponomi, cioè la mappa della città, una superficie circolare con due strade che s’incrociano perpendicolarmente (curioso che non esista nessuna città egizia con una simile mappatura). Il senso è che l’Egitto era ricco di città sia nel Delta che nella Valle, ecco perché il determinativo è raddoppiato.
Il senso generale del tutto è che nel Tardo Bronzo quelli che per gli antropologi sono i primi gruppi etnici che daranno origine agli Apiru, Habiru (Ebrei) non sono una nazione vera e propria, ma solo delle popolazioni nomadi e non stanziali.
Gli Apiru sono documentati anche da altre civiltà coeve (mesopotamiche) sempre con l’indicazione di gruppi mobili e comunque altamente inaffidabili formate da fuggiaschi che per vari motivi avevano abbandonato il loro paese.
Poiché all’epoca vigevano, tra i regni maggiori, accordi di estradizione, questi fuggiaschi si raggruppavano e vivevano in zone particolarmente impervie da raggiungere. Non concordo sul fatto che fossero utilizzati come mercenari. La loro elevatissima indisciplina sociale non ne permetteva un uso proficuo in tal senso. Spesso erano impiegati come manovalanza edile e cantieristica.

Kemet Djedu

LA PORTA DI SENNEDJEM

(lato esterno, primo registro)

Di Livio Secco

La porta che chiudeva la camera funebre della tomba TT1 di Sennedjem. è stata descritta QUI.

Non mi dilungherò su di essa, ma come consuetudine mi limiterò ad un commento filologico del manufatto che è stato oggetto di una traduzione completa (facciata esterna ed interna) come uno dei soggetti del mio XVII LABORATORIO DI FILOLOGIA EGIZIA 2022-2023.

Sul lato esterno la porta presenta due registri dotati di una figura e di una didascalia geroglifica. Prendiamo in esame il primo in alto.
Come abitudine ho aggiunto la fonia italiana secondo il codice IPA per far leggere i geroglifici a chi non li ha studiati.

Per coloro che volessero intraprendere questa stupenda ginnastica intellettuale non posso che consigliare il seguente strumentario completo creato per gli autodidatti:

Grammatica primo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica secondo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica terzo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Dizionario egizio-italianohttps://www.amazon.it/Dizionario-egizio…/dp/8899334129…

Kemet Djedu

FILOLOGIA DELLA REGINA NIMAATHAP

Di Livio Secco

La regina della seconda dinastia Nimaathap, è stata descritta QUI.

Come consueto mi permetto di presentare l’analisi filologica dell’antroponimo della sovrana e della titolatura assegnata alla regina.

Come ormai siamo abituati a riscontrare, anche in questo caso si tratta pienamente di scritture difettive con conseguente difficoltà per una corretta traslitterazione e traduzione.
Ogni egittologo ha dato e darà la sua personale interpretazione dei segni.

Mi permetto solo di richiamare l’attenzione dei membri del Gruppo alle iscrizioni geroglifiche che sono presenti su Wikipedia. Se da un lato è apprezzabile e pregevole il gesto di offrire al consultatore una interpretazione degli antroponimi e delle titolature, molto spesso riscontro traduzioni non corrette oppure “vecchie”.
Spesso si tratta di traduzioni prese da testi stranieri che definire classici e indubbiamente positivo, ma sovente sono testi sorpassati.

Come spesso scrivo la filologia egizia è un divenire. Gli studi filologici si aggiornano di continuo e, ad esempio, una grammatica come quella del Gardiner (sulla quale si sono formati fior di egittologici di tutti i continenti) è ormai da considerare desueta e impraticabile a fronte di pubblicazioni più recenti ed autorevoli.

Kemet Djedu

LE CORONE EGIZIE

Di Livio Secco

LE CORONE EGIZIE DI BASE

Nonostante i Musei Egizi del mondo siano colmi di reperti nessuno di essi è in grado di mostrarci una corona egizia semplicemente perché mai nessuna è stata ritrovata. Il che la dice lunga sulla tipologia di materiali che le componevano: evidentemente molto deperibili.

Sono stati repertati, invece, diversi diademi perché la loro costituzione metallica li ha preservati dalle ingiurie del tempo.

Quante sono le corone egizie?

Nel mio Quaderno di Egittologia numero 11 scrivo che sono calcolate intorno al centinaio. Ovviamente nessuno crede che siano state tutte reali. Molte erano semplicemente “grafiche” e non veri e propri manufatti.

Una cosa certa è che tutto il centinaio di corone avesse cento differenti motivazioni e significati per esistere. Infatti le corone sono dettagliatamente diversificate le une dalle altre.

Tutte le cento corone egizie si possono ricondurre a OTTO modelli base che proverò ad elencarvi con l’aiuto di alcune diapositive di una mia conferenza sull’argomento. Poiché la grafia dei nomi delle corone è sulla diapositiva, qui di seguito le nominerò usando la codifica IPA in modo da poterle far pronunciare anche a coloro che non hanno studiato i geroglifici.

DIAPO 1: titolo della conferenza

DIAPO 2: la [deʃeret] è la CORONA ROSSA dell’Alto Egitto, la [heʤet] è la CORONA BIANCA del Basso Egitto.
Messe insieme queste due corone base ne formano una composta, la [sekem.ti]. Essa è importantissima perché dimostra che il re è il Signore delle Due Terre [neb taui] e governa sull’intero Egitto riunificato.
È molto interessante che della [sekem.ti] esistano due tipi: il primo mostra le due corone base assemblate con un effetto tridimensionale, mentre il secondo tipo sembra mostrarcele come se fossero in sezione.

DIAPO 3: la terza corona base è la [atef]. Una delle sue varianti più conosciute è la [hemhem] la quale triplica o quadruplica l’elemento centrale.

DIAPO 4: la quarta corona base è la [ʃu.ti] cioè “le due piume”. Non fatevi ingannare dalla prospettiva bidimensionale egizia: le due piume erano frontali e non in serie come sembrerebbe dalla resa parietale.

DIAPO 5: la quinta corona base è la [seʃed] cioè il “diadema” nato indubbiamente come una fascia per capelli.

DIAPO 6: la sesta corona base è la [nemes]. Ne avevamo parlato quando discutemmo dei filmacci hollywoodiani. Si tratta indubbiamente della corona egizia più famosa. Era un tessuto opportunamente sagomato. Le scenografie cinematografiche la fanno indossare a tutti. Invece è una corona e quindi la può indossare solo il re (neppure la regina).

DIAPO 7: la settima corona base è la [kat]. Anch’essa in tessuto.

DIAPO 8: l’ottava corona base è molto conosciuta. Si tratta della [kepreʃ] identificata spessissimo come “corona di guerra”. Assolutamente no. Non era certamente un elmo. È stata nominata in quel modo perché spesso la vediamo sulla testa del re in trionfo. L’interpretazione è, però, sbagliatissima.

DIAPO 9: a questi otto modelli base possiamo aggiungere ancora la Corona di Amon formata da due piume frontali divise in sette parti ognuna. Esse sono montate su una base che si chiama modio.

DIAPO 10: ulteriori tipi di corone erano formate con elementi aggiuntivi che si sommavano alle otto corone di base. Queste facevano da elemento supplementare ad ulteriori composizioni. Gli elementi aggiuntivi più importanti sono:
– Il cobra reale (dea Uadjiet),
– il disco solare (dio Ra),
– le corna di ariete,
– le corna di vacca,
– le penne (dio Shu),
– il cartiglio,
– elementi vegetali,
– la testa di avvoltoio (dea Nekhbet),
– il crescente lunare (dio Khonsu),
– il nastro,
– le corna amoniane,
– la testa di ariete (animale sacro ad Amon),
– il falco (dio Horus),
– la testa di sciacallo (dio Anubi),
– la [kabet] (spirale).

Tutti questi accessori si aggiungevano quindi alla composizione formata da una corona base che, a sua volta, poteva assemblarsi ad altre corone base per formare corone sempre più complesse.

Ripeto: tutto il centinaio di corone egizie aveva un significato molto preciso e recava un messaggio molto importante. Quale fosse non è facile da ricostruire da parte degli egittologi. Come al solito non esistono documentazioni originali o sono di dubbia interpretazione.

L’INCORONAZIONE DI AMENHOTEP III

Vedi: https://laciviltaegizia.org/2023/06/14/il-tempio-di-luxor/

La corona del re è una Atef ed è formata essenzialmente da tre componenti: un corpo centrale ai cui lati sono associate due piume. Nella diapositiva aggiunta la vediamo accessoriata di due dischi solari alla base e alla sommità. La Atef poteva anche presentarsi multipla di tre o quattro elementi centrali. Dava così origine alla Hemhem che qui vediamo accessoriata di tre dischi solari alla sommità, tre alla base, due cobra reali ai lati con dischi solari e dalle corna di ariete.
La diapositiva raffigura: a sinistra, Osiride con la corona atef originale (dalla QV66 di Nefertiti). A destra, Tolomeo XII Aulete che indossa una Hemhem, cioè una triplice Atef (tempio di Kom Ombo).

La corona del dio è, ovviamente, una Corona Amoniana, così chiamata dagli egittologi per la divinità a cui era associata. Questa corona è formata da due altissime piume fissate sopra una base chiamata modio. Ogni piuma era divisa in verticale in due parti e in orizzontale in sette. Figurativamente le due piume amoniane dovevano vibrare mosse dal vento del quale Amon era il dio. In questo modo la divinità si rivelava essendo invisibile appunto come il vento. Infatti l’antroponimo Amon significa “il nascosto”. La statuaria dimostra che le piume erano posizionate frontalmente. Nelle pitture, invece, la loro raffigurazione è ruotata sul piano nella tipica grafica dell’iconografia egizia che ribalta la terza dimensione interpretando in questo modo la funzione prospettica.


La diapositiva raffigura: una statua in diorite nera di Amon (da Karnak, Louvre Parigi). Poi si vedono due immagini da Abido, dal tempio di Sethy I: a sinistra Amon e poi il faraone con una elaboratissima corona amoniana. In basso c’è il busto di Tutankhamon con il solo modio, cioè la base della corona di Amon (KV62, Museo Egizio al Cairo).

A coloro che fossero interessati alla tematica non posso che consigliare il Quaderno di Egittologia numero 11 – ALLA TESTA DEL RE – Le corone nell’antico Egitto che potete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/623283/alla-testa-del-re/

Kemet Djedu

GLI ORECCHINI DI TAUSERT

Di Livio Secco

Gli orecchini di Tausert, repertati nella KV56 nel 1908 da Theodore Davis, ed oggi custoditi al Museo Egizio del Cairo, sono stati descritti QUI.

Tausert era la regina di Sethy II. Nelle immagini si vede benissimo come i gioielli siano decorati con il Protocollo Reale del sovrano. Proviamo ad analizzarli.

Innanzi tutto il nome del sovrano è teoforo, cioè contiene il nome di una divinità. Nella creazione dell’antroponimo il nome del dio Seth è stato trasformato in una nisba con l’aggiunta del suffisso “y” il quale indica un concetto di appartenenza. Quindi l’antroponimo Sethy ha come significato “Colui che appartiene a Seth”.

In modo molto spesso superficiale questa divinità è presentata come negativa e, per associazione con il cristianesimo, è qualificata come il diavolo. Niente di più sbagliato.

Seth è il dio del Caos.
Mentre Maat è la dea dell’ordine cosmico, dell’equilibrio, della giustizia e della verità, Seth è la divinità dove tutto ciò non esiste. Non per questo egli è un dio negativo.
Semplificando all’estremo, nel mondo esiste l’ordine e il disordine. Seth è il sovrano di quest’ultimo.

Il fatto che un sovrano egizio porti il nome “Colui che appartiene a Seth” ci fa lo stesso effetto del prossimo papa che si faccia chiamare Lucifero. Eppure quest’ultimo antroponimo è semplicemente bellissimo volendo significare “Portatore di luce”.

Qual è allora il significato vero di Sethy?

Se il re appartiene a Seth allora vuol dire che il sovrano può dominare il dio.
Il re è così potente da dominare addirittura il caos.
Il re è il garante che l’Egitto non subirà mai un disordine cosmico, uno sconvolgimento sociale e la conseguente dissoluzione della propria civiltà.

Ricordo che lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché rappresenta il programma politico del re. Purtroppo non è di facile soluzione poiché la grafia presenta spesso iscrizioni fortemente difettive con sintassi grammaticali non sempre evidenti.

Per chi volesse approfondire l’argomento posso consigliare il Quaderno di Egittologia 22 IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica che è possibile trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/