Templi

IL TEMPIO SOLARE DI NIUSERRA

Di Grazia Musso

Questo monumento è situato a circa cinquecento metri a nord – ovest del tempio di Userkaf, ed è stato costruito da Niuserra, sesto re della V Dinastia.

Il tempio, scoperto da John Perring nel 1837 e conosciuto col nome “Piramide di Righa”, venne scavato tra il 1898 e il 1837 da una missione archeologica tedesca diretta da Ludwig Borchardt, Friedrich W. Von Bissing è Heinrich Shaffer.

Il tempio solare faceva parte di un complesso che comprendeva strutture diverse costituite da tre elementi principali :

  • Il tempio alto
  • La rampa processionale
  • Il tempio in valle

Il tempio alto o tempio solare propriamente detto, era costituito da un vestibolo che immetteva in un cortile che misurava 100 x 75 metri, circondato da un muro di pietra e dominato da un grande obelisco costruito con blocchi di pietra sopra a un basamento a forma di piramide tronca, alta oggi 15 metri, davanti al quale si trovava un altare sacrificale in alabastro dal diametro di circa 6 metri.

L’ obelisco simboleggia a il benben, la pietra sulla quale il sole, al momento della creazione del mondo, posò per la prima volta i suoi raggi.

Al fianco dell’obelisco, sul lato sud, vi era una cappella alla quale era annessa la cosiddetta ” camera delle stagioni” i cui bassorilievi, che si trovano in gran parte al Museo Archeologico di Berlino, celebrano la forza generatrice e procreatrice del dio solare sulla natura.

Infine, presso il muro di cinta all’angolo nord – est, si trovano delle aree destinate alla macellazione degli animali per i sacrifici, la cui presenza è indicata da una serie di 10 grandi bacili di alabastro e da una serie di magazzini.

Al di fuori del muro di cinta è ancora visibile una fossa naviforne di mattoni crudi, destinata a contenere una barca o a rappresentare essa stessa un simulacro di barca.

Fonte:

Le guide di Archeo – Piramidi d’Egitto – Alberto Siliotti – Edizioni White Star

Foto modello del tempio di Luisa Bovitutti

Templi

IL TEMPIO DI DEBOD

Di Francesco Alba

Il tempio di Debod – Fonte: Astelus “it.astelus.com

Il Tempio di Debod è il monumento più antico di Spagna costruito dalla mano dell’uomo. Ubicato in un sito panoramico a ovest della Plaza de España, giunse a Madrid nel 1968 come regalo del Governo Egiziano quale ricompensa per l’aiuto fornito dalla Spagna nel salvataggio dei templi nubiani.

L’edificio sacro si trovava in origine 15 kilometri a sud di Assuan, nella bassa Nubia. La cappella a camera singola dedicato al dio Amon fu eretta da Azekheramun, sovrano meroitico che regnò nella prima metà del terzo secolo a.C., sulle rovine di una struttura templare risalente al Nuovo Regno, presso l’antica Parembole.

Il tempio di Debod – Fonte: Wikimedia Commons

Il tempio fu costruito e decorato sulla base di un progetto similare relativo alla più recente cappella meroitica sulla quale è impostato il tempio di Dakka.

Successivamente, durante il regno di Tolomeo VI Filometore, Tolomeo VIII Evergete II e Tolomeo XII Aulete, esso fu esteso su tutti e quattro i lati per realizzare un tempietto (12 per 15 metri) dedicato a Iside di Philae. Alcune delle sue decorazioni risalgono all’epoca di Tiberio.

Planimetria del tempio di Debod (Fonte: D. Arnold. The Encyclopedia of Ancient Egyptian Architecture)

Partendo dalla banchina, una lunga via processionale conduce al muro di recinzione in pietra attraverso tre portali o piloni in blocchi lapidei ed infine, al tempio vero e proprio. Il pronao, che possedeva quattro colonne con capitelli compositi, crollò nel 1868 ed è andato perso. Dietro questo si trovava il santuario originale di Amon, la sala con la tavola per le offerte ed un più recente santuario con diverse camere laterali ed una scala che conduceva al tetto. Due naos in granito di Tolomeo VIII Evergete II e Tolomeo XIII erano ancora presenti nel santuario nel diciannovesimo secolo. Il tempio fu smantellato nel 1960 e ricostruito nel Parque de Rosales, al centro di Madrid, nel 1972.

Il tempio di Debod in una litografia di David Roberts (1838)

Il tempio di Debod è l’unico, dei quattro templi donati dall’Egitto a paesi stranieri, a trovarsi all’aria aperta, una condizione che lo ha purtroppo esposto, nell’ultimo cinquantennio, alle intemperie, alla contaminazione e al vandalismo.

I tre rimanenti templi di Ellesiya, Dendur e Taffa si trovano invece all’interno di strutture museali dedicate all’arte egizia, distribuite nel mondo. Il tempio di Ellesiya (Tuthmosi III – 1430 a.C.) è considerato una delle stelle del Museo Egizio di Torino e fu donato all’Italia nel 1965. Il tempio di Dendur (Epoca Romana – 15 a.C. circa) mostra i suoi rilievi raffiguranti Osiride e Horus presso il Metropolitan Museum of Art di New York. Il tempio di Taffa (Epoca Romana) fu concesso all’Olanda come riconoscimento per la preziosa opera dell’egittologo Adolf Klanses volta al salvataggio del patrimonio archeologico egiziano. Può essere ammirato presso il Museo Nazionale delle Antichità di Leiden.

Il tempio di Debod – Fonte: Astelus “it.astelus.com

Riferimenti:

  • M. Español. El Templo de Debod: un valioso y descuidado monumento regalado por los egipcios.
  • Egiptología 2.0 N.26 – Mayo de 2022
  • D. Arnold. The Encyclopedia of Ancient Egyptian Architecture. Princeton University Press. 2003
Donne di potere, Ramses II, Templi

IL TEMPIO MINORE DI ABU SIMBEL

A cura di Grazia Musso

Abu Simbel è uno dei siti archeologici più belli e interessanti di tutto l’Egitto.

Si trova presso il governatorato di Assuan, sulla riva occidentale del Lago Nasser, località della Bassa Nubia in cui si trovano i due celebri templi di Ramses II.

Il nome di Abu Simbel fu registrato fino al secolo scorso come Ibsambul, Ebsambul, Abusambul.In egizio il sito era chiamato Meha.

Un tempietto di Horus di Meha che si trovava in situ fu completamente distrutto nella costruzione del Tempio Maggiore, che fu chiamato Per-Ramesses-Miamon. Nella collina di un sito più a nord, noto come Abeshek, fu scavato il Tempio Minore.

L’intero sito fu scoperto nel 1813 dallo svizzero Burkhardt, ma fu Battista Belzoni che lo liberò dalla sabbia e vi entrò nel 1817.

Il Tempio Minore dedicato alla sposa di Ramses II, la regina Nefertari, e a Hathor di Abeshek, cui la regina fu qui associata.

La facciata è alta 12 metri e larga 28 e davanti si trovano sei statue alte 10 metri, le statue raffigurano 4 volte Ramses e due Nefertari. Ai lati del faraone si trovano le statue dei figli, in dimensioni minori, mentre ai lati delle statue della regina vi sono raffigurate le figlie.

All’interno si trova la sala ipostila con sei pilastri hathorici decorati dal sistro Hathorico, sul “manico” del quelle è iscritta la formula d’offerta, due colonne laterali recano invece i cartigli di Ramses II e di Nefertari. Il passaggio assiale dell’ipostila ha ai lati pilastri raffiguranti, oltre a Nefertari e Ramses II, diverse divinità. Il pronaos introduce al naos, in cui si trova una statua di Hathor in forma di vacca.La regina, all’interno del tempio é ritratta frequentemente con il sistro Hatorico e bouquet di fiori, la sua fronte è ornata dal così detto ureo hathorico e dalla testa di avvoltoio.

I due templi sono stati salvati dalle acque del lago Nasser con un colossale lavoro frutto di un progetto svedese finanziato da fondi UNESCO e USA, con la collaborazione di specialisti italiani. Tagliate in immensi blocchi le statue delle facciate, le colline sono state scavate fino a staccare le pareti degli edifici dalla roccia. Le 15.000 tonnellate di roccia che costituivano i templi sono quindi state rimontate in due grandi cupole di cemento armato e ricoperte da colline artificiali, 210 metri più indietro e 65 metri più in alto del sito originario.

Questa veduta raffigura il passaggio assiale dell’ipostila del Tempio Piccolo di Abu Simbel.Sui lati dei pilastri sono raffigurate, oltre a Nefertari e Ramses II, diverse divinità.

All’interno del Piccolo Tempio di Abu Simbel, la regina Nefertari è ritratta frequentemente con il sistro hathorico e bouquet di fiori. La sua fronte è ornata dal cosiddetto ureo hathorico e dalla testa di avvoltoio.

Fonti:

  • Dizionario Enciclopedico dell’antico Egitto è delle civiltà Nubiane – Maurizio Damiano – Mondadori
  • Le Regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli – Edizioni W Hite Star
  • http://www.egitto.it.siti archeologia.
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IL TEMPIO DI HATHOR A DENDERA

A cura di Patrizia Burlini

Il tempio di Hathor a Dendera è famoso per I bellissimi colori, ancora più evidenti dopo il restauro – e per il soffitto astronomico.

Nella sala ipostila esterna è rappresentato il viaggio diurno di Ra durante le ore del giorno.

Nell’immagine qui sotto, è presente il dettaglio della IV ora.

A destra, la dea della IV ora indossa il disco solare, sulla prua della barca sacra di Ra si notano un uccello Ba, dalla testa umana, e il dio Montu (testa di falco, poeta il disco solare con due piume) che arpiona Apophis – di cui ha diffusamente parlato Luisa Bovitutti- che in questo caso, anziché essere rappresentato come un serpente, ha le sembianze umane di un nemico asiatico.

Il segno dell’Ariete dal soffitto astronomico della grande sala ipostila.
I segni zodiacali avevano origine babilonese-greca e non si trovano in Egitto prima della conquista di Alessandro Magno, avvenuta nel 332 a. C.
Foto: Mick Palarczyck
Il segno del Toro– Foto: Mick Palarczyck
Il segno dei Gemelli, rappresentato dai gemelli divini Shu, a sinistra, e Tefnut, a destra.
Shu era il simbolo dell’aria e Tefnut quello dell’umidità. Con i figli Nut (cielo) e Geb (terra), rappresentavano i quattro elementi primordiali.
Foto: Mick Palarczyck
I segni di Vergine e Bilancia – Foto: Mick Palarczyck
Il segno del Capricorno – Foto: Mick Palarczyck

Donne di potere, Hatshepsut, Templi

DJESER-DJESERU – LA TERRAZZA SUPERIORE


Da sottolineare il fatto che l’ultimo piano del tempio fu adattato alle esigenze di un monastero copto, dedicato a San Phoibammon, fondato probabilmente alla fine del VI secolo. I saloni del monastero furono costruiti sulla terrazza superiore mentre l’accesso ai visitatori esterni probabilmente avveniva nel cortile sottostante. Il monastero è stato utilizzato per più di due secoli, ma deve essere stato ricordato per molto più tempo poiché il nome del luogo “Deir el-Bahari” significa appunto “Monastero settentrionale”.

Il terzo portico corona la facciata del tempio, in origine con 26 statue di Hatshepsut erette contro i pilastri e le estremità orientali delle pareti laterali, tutte distrutte a parte qualche testa sopravvissuta alla damnatio. La parete ovest era decorata con 110 colonne di testo che descrivono eventi miracolosi evidenziando la volontà di Amon-Ra che sua figlia fosse incoronata re delle Due Terre. Dopo la morte di Hatshepsut le colonne furono sostituite da Thutmosis III con scene figurali.

Dal portico si accede alla cosiddetta “wshyt Hbyt = Corte della Festa“, con una corte centrale circondata su tutti i lati da un colonnato oltre il quale si aprono una stanza con finestra non meglio identificata, le cappelle funerarie di culto di Hatshepsut e Thutmosis I, il santuario principale di Amon, due cappelle di Amon ai lati nord e sud oltre ad un altare del sole e la cappella superiore di Anubi.che abbiamo già visto.

Per dare un’idea della devastazione subita dal tempio, il portale in granito che conduce alla Corte della Festa era l’unica parte visibile ai primi visitatori nel XVIII secolo.

La stanza con finestra potrebbe essere una “Stanza delle Apparizioni” come verrà mostrata ad Akhetaton (con Akhenaton che assegna l’Oro dell’Onore), ma le opinioni sono discordanti.

La “Corte della Festa” si riferisce alla “Bella Festa della Valle” e le scene della processione in occasione della festa occupano molto spazio della decorazione della terrazza superiore.

Il lato ovest, che conduce al Santuario di Amon, era decorato da nicchie con statue di Hatshepsut, di cui rimangono solo alcune parti.

AI lati dell’ingresso del Santuario di Amon, due figure di Ahmose, la madre di Hatshepsut (ma originariamente probabilmente di Neferure che accoglie, come erede designata, la madre Hatshepsut e Hathor).

Cappella meridionale di Amon: l’unica rappresentazione sopravvissuta di Hatshepsut (anche se con i cartigli di Tuthmosis II)

La Cappella meridionale di Amon contiene l’unica immagine sopravvissuta di Hatshepsut – anche se i cartigli sono stati cambiati con quelli di Thutmosis II.

LE CAPPELLE FUNERARIE DI CULTO DI HATSHEPSUT E THUTMOSIS I

Alle cappelle di culto di Hatshepsut e di suo padre, Thutmosis I, si poteva accedere dalla terrazza superiore attraverso un vestibolo. Entrambi gli ingressi alle cappelle si trovano nella parete occidentale del vestibolo. Due piccole nicchie erano state costruite nel muro orientale del vestibolo, una di queste era stata decorata con il capitolo 148 del Libro dei Morti. Questo capitolo garantiva l’approvvigionamento di cibo nell’aldilà grazie alla conoscenza dei nomi delle 7 mucche celesti.La parete occidentale della cappella era stata decorata con una grande falsa porta in granito rosso.Essendo la zona del tempio dedicata al culto della regina, è possibile che la statua di Hatshepsut conservata al Met di New York fosse posizionata qui.

IL SANTUARIO DI AMON

Attraverso un grande portale in granito si accede alla prima stanza del santuario principale di Amon dove veniva portata la statua del dio durante la “Festa della Valle”. La stanza ha un tetto a volta e due statue di Hatshepsut in forma di Osiride.Nel solstizio d’inverno il sole sorgeva esattamente sulla linea dell’asse del tempio. Così, i raggi del sole entravano nel santuario attraverso la finestra esterna illuminando le statue di Amon e del re ivi collocate. Purtroppo l’allineamento è andato perso nel corso del tempo (lavori, terremoti).La cappella originale dedicata ad Amon è stata smantellata nel periodo tolemaico e sostituita da un santuario dedicato ad Amenhotep.

L’ALTARE DEL SOLE

Il complesso del culto solare è costituito da un vestibolo coperto e un cortile aperto con l’altare solare. L’elemento predominante del cortile è il grande altare all’aperto per Ra-Horakhty eretto al centro e dotato di scale che conducono sul lato occidentale fino alla piattaforma.

A parte la distruzione delle rappresentazioni e dei nomi di Hatshepsut sotto Thutmosis III, in seguito i nomi e le figure di Amon-Ra e gli dei dell’equipaggio della barca solare furono distrutti – ad eccezione di Ra-Horakhty e Atum – durante il periodo di Amarna.

Le figure distrutte e i nomi degli dei furono restaurati – molto probabilmente sotto Horemheb.

Hatshepsut, Templi

IL DJESER-DJESERU

Il tempio di Deir El-Bahari è oggi uno dei siti più celebri di Tebe ed è uno dei luoghi più suggestivi che sorge all’interno di un immenso anfiteatro roccioso formato da una parete verticale che s’innalza per 200 metri circa e si apre verso la pianura niolitica.

Il celebre tempio di Hatshepsut fu noto agli Egizi come Djeser-Djeseru (Santi tra i santi), termine che indica quanto di più splendido e sacro ci fosse. L’edificio ha tre livelli successivi: un vasto cortile e due terrazze , la seconda più piccola della prima; si passa dal cortile dal cortile della prima terrazza e da questa alla seconda mediante delle rampe. I dislivelli sono occupati da portici che fanno da sfondo sia al cortile sia alla prima terrazza. Fra le splendide raffigurazioni parietali ricordiamo la teogamia che consacra Hatshepsut come figlia di Amon, la “cronaca” della celebre spedizione navale dell’anno 9, diretta al Paese di Punt, il trasporto da Assuan e l’erezione nel tempio di Amon a Tebe degli obelischi in onore del dio.

Eccezionale per la conservazione e gli smaglianti colori sono il santuario dedicato alla dea Hathor, cui il sito di Dei El-Bahari era tradizionalmente sacro ed il santuario del dio Anubis, connesso al rituale funerario.

Ricostruzione del tempio di Hatshepsut, a Deir El Bahari. (Tebe Ovest). In primo piano si vede il grande cortile cintato in fondo al quale si elevano le ampie terrazze e i portici che ospitavano splendidi rilievi e varie cappelle. Alle spalle del tempio si eleva la ripida scarpata della montagna tebana, che forma lo splendido paesaggio in cui il tempio si inserisce armonicamente. I lavori di restauro ne hanno oggi restituito la struttura e gli scavi hanno portato alla luce molte delle statue che ne ornavano corti e viali, nonché rivelato la presenza di piccoli bacini e giardini dedicati al dio Amon che ravvivano l’arido paesaggio desertico.

Militari in festa, da Deir El-Bahari.

Nella fotografia sono raffigurati dei soldati in festa con foglie di palma, armi e stendardi; il dettaglio fa parte di una scena in cui i militari seguono il battello della dea Hathor durante la navigazione in suo onore.

Da Deir el-Bahari, Tempio funerario di Hatshepsut, sala ipostila della cappella di Hathor, parete di nord-est. XVII Dinastia.

Donne di potere, Hatshepsut, Templi

DJESER-DJESERU – IL SANTUARIO SUPERIORE DI ANUBI

Nella parete nord del piano superiore del tempio è ubicata invece una piccola cappella composta da due stanze chiamata Cappella Superiore di Anubi o Cappella di Tuthmosis I. Vi si accede dal piccolo tempio solare a cielo aperto recentemente restaurato.

Questa cappella è stata parzialmente scavata nella roccia ed è composta da due stanze, la decorazione è simile a quella delle stanze della Cappella Inferiore di Anubi.

La cappella è lunga 5,26 m, ma larga solo 1,57 m, quindi è molto stretta. Sebbene le decorazioni di entrambe le stanze della cappella siano state distrutte nell’antichità, i resti che sono stati conservati sono di alta qualità, soprattutto nella colorazione delle iscrizioni.

Sulle pareti della cappella, oltre alle raffigurazioni scolpite della regina, si potevano vedere suo padre Tuthmosis I e di sua madre Seniseneb (sulla parete nord della seconda stanza). Anche tutte le pareti laterali della cappella erano decorate a colori.

Secondo gli studiosi le raffigurazioni di Hatshepsut distrutte sarebbero state di rituali con diverse divinità: la Regina offre incenso ad Amon-Ra, natron ed olio consacrato ad Anubi, svolge riti di purificazione con Osiride e Sokar, dedica un santuario a Ptah e riceve vita da una Dea (Hathor?) non meglio identificata.

Donne di potere, Hatshepsut, Templi

DJESER-DJESERU – IL SANTUARIO INFERIORE DI ANUBI

Venne realizzato all’estremità settentrionale del porticato intermedio a Deir El Bahari.

È formato da una sala ipostila a 12 colonne che conduce al santuario vero e proprio con due sale ed una nicchia disposte ad angolo retto l’una rispetto all’altra, secondo il principio che doveva celare ai profani i misteri del Dio. Solo la sala ipostila è accessibile ai visitatori.

Le immagini di Hatshepsut sono tutte mutilate a causa della damnatio memoriae, ma le raffigurazioni delle divinità e delle offerte sono rimaste pressoché intatte con colori che sono ancora freschi e brillanti.

La sala ipostila è lunga circa 11 metri e larga poco meno di 7 metri mentre il soffitto, a quasi 6 metri di altezza, è decorato con un cielo stellato.

Sulla parete sinistra Hatshepsut viene raffigurata con diverse divinità, con Anubi, con Nekhbet (a cui evidentemente la Regina era molto legata) e Ra-Horakhty. La munificenza di Hatshepsut è rappresentata da enormi tavole di offerte, organizzate in ben otto registri. Sulla parte destra è invece Tuthmosis III ad offrire del vino a Sokar, una cui statua era probabilmente contenuta nella nicchia della parete (quella opposta dedicata ad Amon), mentre Hatshepsut ed Anubi sono mostrati di fronte ad un’altra divinità a testa di canide.

Presumibilmente doveva essere dedicata ai riti funebri collegati alla mummificazione ed al “ba” della Regina

Donne di potere, Hatshepsut, Templi

LA CAPPELLA ROSSA DI HATSHEPSUT

A cura di Luisa Bovitutti

La Cappella Rossa di Hatshepsut, il cui nome originario è “Luogo dell’amore di Amon”, risale alla XVIII dinastia; probabilmente sorgeva nei pressi del quinto pilone e serviva da luogo di sosta per la barca sacra di Amon; alla morte della sovrana fu completata da Thutmosis III, che aggiunse probabilmente le ultime due file di blocchi nei quali è rappresentato da solo e che in seguito decise di smantellarla e di sostituirla con una cappella propria.

I blocchi furono utilizzati da Amenhotep III come materiale di riempimento del terzo pilone e per ristrutturazioni interne; la cappella è stata ricostruita riassemblando quelli rinvenuti ed integrandoli con altri moderni del medesimo materiale.

Essa è realizzata in quarzite rossa salvo il basamento e le porte che sono in granodiorite grigia; è lunga m. 17,54, larga m. 6,17 ed alta m. 5,64, termina con modanatura a gola egizia ed è composta da un vestibolo a cielo aperto nel quale è posta una vasca, in origine parte di un piedistallo per la barca sacra e da un santuario anch’esso a cielo aperto con due piedistalli, accessibili tramite brevi rampe su entrambi i lati e comunicanti grazie ad una porta interna.

L’esterno della Cappella

E’ probabilmente il primo “prefabbricato” in pietra della storia, in quanto i blocchi misurano tutti un cubito di altezza ed erano assemblati mediante tacche e tenuti insieme con code di rondine; inoltre, ognuno di essi era concepito come un elemento decorativo indipendente, che presenta uno o più scene complete ed è stato decorato prima del montaggio.

Nelle immagini, l’interno del monumento ed uno schizzo di H. Chevrier che illustra il montaggio e l’ancoraggio dei singoli blocchi

UN’ANALISI ICONOGRAFICA

La base in granodiorite della cappella rossa di Hatshepsut reca un fregio di divinità simili ad Hapi e di fanciulle che portano offerte ad Amon dai distretti dell’Egitto (la cosiddetta “passeggiata geografica”, foto a sinistra in basso).

I rilievi sui lati esterni mostrano l’innalzamento degli obelischi della regina nel tempio di Karnak (foto al centro in basso), la corsa rituale e le danze in occasione della festa del suo giubileo (foto in alto), la processione della bella festa della valle e della festa di Opet (in basso a destra).

LA BELLA FESTA DELLA VALLE E LA FESTA DI OPET

I rilievi sui lati esterni della cappella rossa mostrano, come già sottolineato, la processione della bella festa della valle e della festa di Opet: più in particolare sono rappresentati la regina e Thutmosis III che compiono le celebrazioni ed i sacerdoti che trasportano su piattaforme sostenute da lunghi pali il tabernacolo nel quale era custodita la statua del dio.

Esso era a forma di piccola barca, caratterizzata da una polena sia a prua che a poppa; la barca di Amon aveva teste di ariete, Mut la testa di una donna con la doppia corona e Khonsu la testa di falco con mezzaluna e dischi lunari.

In svariati punti l’immagine di Hatshepsut è stata scalpellata (si veda, ad esempio, l’immagine in basso): alcuni sostengono che Thutmosis III abbia voluto condannare all’oblio la regina che lo aveva vessato per anni; altri pensano semplicemente che abbia voluto usurpare la cappella cercando di sostituire la propria immagine a quella della matrigna, senza riuscire nell’intento a causa della durezza della quarzite, che non ha consentito di ottenere un nuovo rilievo là dove era stato abraso quello preesistente. Nella pagina dedicata ad Hatshepsut nella rubrica “Donne di potere sulle rive del Nilo”, cercheremo di capire se damnatio memoriae vi fu e perché.

Prof. Damiano, Templi

DEIR EL BAHARI DA MONTUHOTEP II AD HATSHEPSUT

TESTO DEL PROF. MAURIZIO DAMIANO

© testi, piante, disegni e foto: Archivio CRE/Maurizio Damiano.

GENERALITA’ SU DEIR EL BAHARI

Il nome Deir el Bahari significa “convento del nord”, perché nel tempio funerario di Hatshepsut, in epoca cristiana, s’insediò una comunità religiosa. È uno dei luoghi più suggestivi della riva occidentale tebana, in cui l’immenso anfiteatro naturale è formato da una parete rocciosa verticale che s’innalza per 200 m. circa sulla valle sottostante; le falesie poi creano due ali a destra e sinistra, quasi a voler proteggere l’immenso spazio che si apre verso la pianura nilotica.

Ai piedi della splendida scarpata si trovano le rovine dei templi funerari di Montuhotep II (11a dinastia), Hatshepsut e Tuthmosis III (18a dinastia). Gli architetti di Montuhotep II furono colpiti dalla grandiosità spettacolare del sito, e lo proposero per il tempio del sovrano; ricordiamo che gli Egizi guardarono sempre alla natura, che aveva per loro immensi significati simbolici nei suoi spazi e nelle sue forme, come una sorta di immenso “medw netjer”, geroglifico, linguaggio divino, dei messaggi dagli Dèi (si vedano a tal proposito i miei post sulle pareidolie – che pubblicheremo in seguito n.d.r.-).

Il primo tempio del sito, questo di Montuhotep II, ebbe il merito di armonizzare l’architettura nel paesaggio con una concezione di un gusto e una perfezione armonica rara ai nostri giorni; il secondo, di Hatshepsut, che fu costruito mezzo millennio più tardi, traeva ispirazione dal primo e ne superò grandiosità e perfezione, con le sue terrazze e le raffigurazioni di altissima qualità artistica; il tempio di Tuthmosis III è molto più piccolo e cerca di armonizzarsi con i due precedenti.

Il tempio di Montuhotep a Deir El Bahari: a sinistra pianta dell’insieme dell’area dalla valle alla falesia: a destra pianta dei gruppi templari di Montuhotep, Thutmosis III ed Hatshepsut.

Pianta dell’insieme di quella parte dell’area tebana che, fra i campi coltivati e la falesia, comprende le zone chiamate Khokha, Assasif e Deir el Bahari; andando dai campi verso la falesia troviamo il Tempio in Valle di Hatshepsut (2), la rampa monumentale un tempo bordata di sfingi (3) e, a Deir el Bahari, ai piedi della falesia, i gruppi templari di Montuhotep II, Tuthmosis III e Hatshepsut.

  • A. Valle dei Re.
  • B. KV 20, tomba di Hatshepsut.
  • C. Tempio ramesside (iniziato da Ramses IV).
  • D, E. Antichi canali, oggi scomparsi.
  • F. Antico canale che connetteva il Nilo al Tempio in Valle di Hatshepsut.
  • N. Assasif.
  • O. Khokha.
  • Q. Tombe del 1° Periodo Intermedio a Deir el Bahari.
  • R. Templi di Deir el Bahari.
  • 1. Antico bacino e imbarcadero del Tempio in Valle di Hatshepsut.
  • 2. Tempio in Valle di Hatshepsut .
  • 3. Rampa d’accesso al tempio alto, bordata di sfingi.
  • 4. Accesso al muro di cinta del tempio di Hatshepsut.
  • 5. Tempio di Hatshepsut.
  • 6. Tempio di Montuhotep II.
  • 7. Tempio di Tuthmosis III.
  • 8. Cachette reale (DB 320, nella Valle della Cachette).

IL COMPLESSO DI MONTUHOTEP II

Cominciamo dunque la nostra escursione a Deir el Bahari dal complesso del Medio Regno. Prima di Montuhotep II le tombe dinastiche degli Antef si trovavano, sempre a Tebe Ovest, nel sito di El Tarif ed erano del tipo “a saff”, ossia vaste corti che sprofondavano nel versante di una collina e che terminavano in fondo con gli appartamenti funerari sotterranei.

Le scelte di Montuhotep II rispecchiano la sua maggior potenza e le differenti fasi della sua storia personale e politica; il re innanzi tutto sceglie questa località dallo scenario degno della sua grandezza. Gli scavi hanno chiarito come la costruzione sia stata portata avanti in quattro tappe. Probabilmente il primo progetto consisteva in una tomba a saff, di cui rimangono solo le tombe a pozzo dette “delle sei principesse”, con magnifici sarcofagi in calcare; altra modifica del progetto è la creazione di un santuario contro la montagna; le iscrizioni vi menzionano la festa sed del re; alla stessa data del 30° anno possono corrispondere l’erezione delle statue del re in costume giubilare lungo la rampa d’accesso e la statua seduta in fondo alla camera sotterranea cui si accede da Bab el Hosan (v. parte terza); all’epoca della sua costruzione il santuario era dedicato ad Amon; Montuhotep cambia i progetti e crea un complesso di nuova concezione; esso riuniva elementi e concezioni della tomba a saff, della mastaba dell’Antico Regno e del tumulo primevo. Il complesso funerario consta di più parti, così descritte da N. Grimal: il “complesso funerario riprende la struttura di quelli dell’Antico Regno: un tempio di accoglienza, una rampa monumentale e un tempio funerario. La sola differenza è che la sepoltura non è più costituita da una piramide, ma inclusa nell’insieme”. Il Tempio in Valle è oggi coperto dalle terre coltivate e deve essere scavato, ma è noto il percorso della via monumentale, che montava al tempio “per più di 950 m. ed era fiancheggiata, circa ogni 9 metri, da statue del re rappresentato come Osiris”. Questa via portava alla grande spianata del cortile antistante il tempio. L’architetto reale ha anticipato di millenni il concetto di “architettura vegetale”: “Il fondo della corte è delimitato da un doppio portico, al centro del quale una rampa bordata da 55 [in realtà gli scavi ne hanno rivelato 44] tamerici e due file di quattro sicomori che riparavano ognuno una statua assisa del re in costume della festa-sed, dà accesso alla terrazza”.

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A SINISTRA: pianta in dettaglio del complesso di Montuhotep II con ulteriori dettagli del nucleo principale. Legenda:

  • 1. Resti dei giardini.
  • 2. Rampa e, nel sottosuolo, la galleria del cenotafio.
  • 3. Portici.
  • 4. Terrazza con tre lati a colonne e spazio quadrato centrale circondato da colonne e dominato dalla piramide tronca (5).
  • 6. Corte intermedia.
  • 7. Accesso alla galleria della tomba.
  • 8. Sala ipostila. Nel sottosuolo, galleria della tomba.
  • 9. Santuario di Mentuhotep e Amon-Ra.
  • 10. Galleria che porta alla vera sepoltura.

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A DESTRA, così che sia possibile compararlo alla pianta, il tempio come appare oggi: si notino, sullo sfondo, le buche dell’antico giardino, riportate alla luce dagli scavi archeologici. Si vedono poi molto bene i resti della struttura centrale, ciò che fa comprendere come sia difficile ricavarne la forma originale; fra le tre ipotesi (piramide, piramide tronca, tumulo con o senza alberatura) oggi la maggior parte degli archeologi propende (sulla base di numerosi indizi, ma ancora nessuna prova diretta) piuttosto per la piramide tronca. In primo piano è possibile vedere ciò che resta di: Corte intermedia (6); accesso alla galleria della tomba (7). Sala ipostila (8). La foto è stata scattata con teleobbiettivo, dall’alto della falesia.

LA CORTE, LA BAB EL HOSAN ED IL CENOTAFIO DEL SOVRANO

Del complesso di Montuhotep fa parte anche un cenotafio con la statua del re; questo fu “scoperto dal cavallo” di H. Carter che, nella corte, inciampò in una depressione che fece scoprire all’archeologo l’ingresso della galleria che porta al cenotafio reale, ciò che ha valso al monumento il suo nome arabo: “Bab el Hosan”, la “Porta del Cavallo”.

Questo accesso, ancora sigillato, portava ad un “lungo corridoio di 150 metri scavato nella roccia verso ovest, ad una camera a volta situata sotto la piramide. In questa camera, una statua reale anonima in arenaria dipinta, rappresentante il sovrano in costume della festa-sed e un sarcofago, anonimo anch’esso, accompagnato da qualche offerta” (Grimal).

In effetti, benché la sala fosse effettivamente intatta e sigillata, conteneva un sarcofago vuoto e, accanto, avvolta come una mummia, si trovava la statua nella posizione in cui avrebbe dovuto trovarsi un corpo posto nel sarcofago, che però era troppo piccolo per la statua stessa. L’intera struttura doveva essere un cenotafio reale. Non esistono foto della sala al momento della scoperta, e la sola testimonianza è l’acquerello di Carter.

Pianta e sezione del complesso di Montuhotep II, con le gallerie che portano rispettivamente al cenotafio e alla tomba regale.

  1. Grande corte del complesso.
  2. Viale centrale, fiancheggiato da piante di sicomoro.
  3. Giardino di 44 tamerici.
  4. “Bab el Hosan”.
  5. Galleria del cenotafio.
  6. Rampa centrale.
  7. Doppio portico.
  8. Terrazza della piramide tronca.
  9. Corte intermedia, con accesso alla galleria della tomba.
  10. Sala ipostila e santuario di Montuhotep e Amon-Ra.
  11. Galleria (150 m.) che porta alla vera sepoltura, nel cuore della montagna tebana.

LA BAB EL HOSAN – UN TUFFO NEL PASSATO

In alto veduta dall’alto della BAB EL HOSAN, “Porta del Cavallo”, scoperta da Carter nel 1898, che dà accesso alla galleria del cenotafio, in una foto recente (a sinistra) e in una foto d’epoca (a destra). In basso, foto d’epoca che la raffigura al momento della scoperta (a sinistra), il muro di mattoni crudi che sigillava il corridoio della galleria sotterranea (al centro) e la parte interna con soffitto a volta, oltre il muro di mattoni (a destra).

IL CENOTAFIO DI MONTUHOTEP II

  • LA FOTOGRAFIA: ©Archivio CRE/Maurizio Damiano.
  • L’ACQUARELLO: (©: da ASAE, 2, 1901, tav. II; tratto da: Reeves, Nicholas; Taylor, John H.; Howard Carter before Tutankhamun; British Museum Press, Londra, 1992; pag. 65).

Qui vediamo l’unica testimonianza visiva della sala al momento della scoperta: l’acquarello di Carter, che mostra il sarcofago vuoto e la statua avvolta dalle sue protezioni. A sinistra, la famosa statua rinvenuta nella sala di fondo. Raffigura il faraone Montuhotep II in abito giubilare: indossa la Corona Rossa e il manto bianco che lo avvolge come una crisalide della rigenerazione. La colorazione nera della pelle inizialmente, e per decenni, fece fantasticare su origini kushite del re, ma in realtà il nero era il colore dato spesso a faraoni defunti o divinità ctonie, essendo il colore della rigenerazione. Museo Egizio del Cairo (JE 36195).

LA PARTE INTERMEDIA DEL COMPLESSO TEMPLARE DI MONTUHOTEP II

Abbiamo già visto come una rampa tagliasse il vestibolo inferiore; essa portava ad una terrazza di cui tre lati erano interamente coperti da colonne. Il portale anteriore permetteva di accedere ad uno spazio quadrato circondato da colonne su tutti i lati, formando così una grande sala ipostila al cui centro un basamento sosteneva quella che per lungo tempo gli archeologi hanno supposto (con molti dubbi) fosse una piramide. In realtà, è stato appurato che con Montuhotep la piramide sparisce, ma rimane il concetto del tumulo primevo, qui reso da una piramide tronca che troneggiava al centro del complesso. Questa terrazza a colonne ricopre un precedente stadio costruttivo inglobando le sepolture con cappelle di sei regine-sacerdotesse di Hathor che sono, da nord verso sud, quelle di Mayt, Ashayt, Sadhe, Kauit, Kemsit e Henhenit.

Dalla terrazza si accede all’ultima parte del complesso, ove un colonnato introduce ad una corte da cui si accede ad una sala ipostila dai muri decorati con scene d’offerta.

Veduta del monumento centrale circondato dalla corte con resti delle colonne. In basso, la pianta, rovesciata perché corrisponda all’orientamento della foto.

  • Legenda:
  • 2. Viale centrale, fiancheggiato da piante di sicomoro.
  • 3. giardino di 44 tamerici.
  • 4. “Bab el Hosan”.
  • 5. Galleria del cenotafio.
  • 6. Rampa centrale.
  • 7. Doppio portico.
  • 8. Terrazza della piramide tronca.
  • 9. Corte intermedia, con accesso alla galleria della tomba.
  • 10. Sala ipostila e santuario di Montuhotep e Amon-Ra.
  • 11. Galleria (150 m.) che porta alla vera sepoltura, nel cuore della montagna tebana.

LA PARTE INTERNA DEL COMPLESSO TEMPLARE DI MONTUHOTEP II

Infine, “la parte (del complesso templare) in contatto con la scarpata comprende la tomba e le installazioni cultuali reali che associano Montuhotep e Amon-Ra, prefigurando così le “Dimore dei Milioni di Anni”, vale a dire i templi funerari del Nuovo Regno” (Grimal).

Il complesso, mezzo millennio più tardi, fu fonte di ispirazione per Senenmut e gli altri architetti che concepirono il vicino complesso di Hatshepsut.

Nella fotografia: veduta della parte superiore, e più interna, del tempio di Montuhotep II; in fondo, la piramide tronca; poi si vede la corte intermedia, dominata dall’accesso alla galleria del sepolcro e, in primo piano, la sala ipostila.

IL TEMPIO DELLA REGINA HATSHEPSUT – GENERALITÀ INTRODUTTIVE

Il tempio della celebre regina – faraone donna a Deir el Bahari è oggi uno dei siti più celebri di Tebe; come abbiamo visto, il suo nome significa “convento del nord”, perché nel tempio visse una comunità religiosa cristiana (“deir” vuol dire “convento”).

Il celebre tempio di Hatshepsut fu noto agli Egizi come Djeser-Djeseru, termine che accosta i concetti di quanto di più splendido e sacro ci fosse. Ne fu architetto principale Senmut. L’autore “firmò” l’opera, rappresentando sé stesso oltre 70 volte nei rilievi. Che egli o la sua committente si siano ispirati all’antico edificio di Montuhotep II è indubbio.

L’edificio ha tre livelli successivi: un vasto cortile e due terrazze, la seconda più piccola della prima; si passa dal cortile alla prima terrazza e da questa alla seconda mediante delle rampe (per comodità, conviene chiamare tutti e tre questi ampi spazi “corti”, dalla prima alla terza, quella superiore).

I dislivelli sono occupati da portici che così fanno da sfondo sia alla prima che alla seconda corte. Fra le splendide raffigurazioni ricordiamo la rappresentazione della theogamia che consacra Hatshepsut come figlia di Amon, la “cronaca” della celebre spedizione navale dell’anno 9, diretta al paese di Punt, il trasporto da Assuan e l’erezione nel tempio di Amon a Tebe degli obelischi, l’una e l’altra impresa in onore del “padre Amon”. Eccezionali per la conservazione degli smaglianti colori sono il santuario dedicato alla dea Hathor, cui il sito di Deir el Bahari era tradizionalmente sacro, e un santuario del dio Anubis, connesso al rituale funerario.

La terza terrazza presenta una facciata con porticato a pilastri “osiriaci”, ossia raffiguranti la regina Hatshepsut in guisa crisaliforme, avvolta nella guaina di Osiris (o dei defunti in generale) simbolo della gestazione in attesa della rinascita; tale rinascita collegata al ciclo solare è suggerita dagli attributi che le statue tengono nelle mani incrociate sul petto: assieme agli abituali scettri heka (il “pastorale”) e nekhakha (il “flagello”) la regina stringe i simboli (qui trasformati in scettri) ankh (“vita”) e was (“potere”); questi due simboli tuttavia, quando associati insieme non indicano (solamente) “vita” e “potere”, ma simbolizzano i due gemelli Shu e Tefnut, scaturiti dal demiurgo, il sole delle origini, Atum; a loro volta tali divinità in questo particolare contesto simbolizzano il “latte solare”, ossia il nutrimento del sovrano alla placenta divina; tale simbologia si evolve a partire dal simbolo del cerchio con il punto centrale, che foneticamente dà il nome del sole, Ra, ma che rappresenta in realtà un seno visto frontalmente, come appare evidente nei rilievi. Lo stesso simbolismo si esprime più chiaramente nelle statue di Hatshepsut che stiamo esaminando e poi si evolverà in immagini sempre più chiare sotto Akhenaton (i simboli ankh e was nelle mani alla fine dei raggi solari) e nelle raffigurazioni del faraone allattato dalla divinità, che può essere Hathor come vacca celeste o altra divinità in forma di donna che porge il seno. Questa simbologia si ricollega alla nascita divina dei sovrani, così bene espressa proprio a Deir el Bahari nelle scene del “portico della theogamia” che verranno riprese dai faraoni successivi (ricordiamo la “stanza della theogamia” di Amenhotep III nel tempio di Luxor o mammisi quali quelli di Nektanebo e quello di Augusto a Dendera).Superato il portico a pilastri osiriaci si è introdotti nella corte antistante il santuario; a destra la corte dà adito alla parte dedicata al padre celeste, il Sole, con un santuario solare dominato dall’altare nella corte a cielo aperto. A sinistra della corte centrale si trova invece la parte dedicata al padre terreno di Hatshepsut, Tuthmosis I. La grande corte centrale fu fortemente rimaneggiata in epoca tolemaica poiché il santuario centrale fu dedicato ai due personaggi divinizzati, Imhotep (l’antico architetto del faraone Djoser) e Amenhotep figlio di Hapu, vissuto sotto Amenhotep III e uno degli artefici del tempio di Luxor. Entrambi i personaggi furono visti come dei patroni della medicina e guaritori. Le pareti della corte, ormai in rovina in epoca tolemaica, furono usate come cave di pietra e molti blocchi furono reimpiegati, volti a faccia in giù, nella nuova pavimentazione della corte.

Il santuario rimaneggiato in epoca tolemaica reca le consuete immagini sacre che però, in questo caso, hanno rivelato l’eccezionale conservazione di minuti frammenti di foglia d’oro, svelando dunque il vero aspetto della parte più intima di questo e senza dubbio degli altri templi: uno sfolgorante rivestimento aureo rinviava la luce delle torce nella parte più intima dei templi.

L’ASPETTO ORIGINARIO

Veduta ricostruttiva del complesso di Hatshepsut; il viale di sfingi che portava dal Tempio in Valle era formato da coppie di sfingi di arenaria raffiguranti la regina con il nemes. Superato il pilone un altro viale di sfingi connetteva l’ingresso con la prima rampa; le grandi sfingi raffiguravano la regina con il khat, e probabilmente se ne trovavano sette paia. Nella seconda terrazza altre sfingi, almeno quattro, forse sei, erano in granito di Assuan e raffiguravano Hatshepsut con il nemes e la larga barba posticcia regale. Un paio di sfingi raffiguranti la regina con volto umano e criniera leonina fiancheggiavano la parte alta della prima rampa.