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IL RESTAURO DEL TEMPIO DI ESNA

IL RECUPERO DELLA DECORAZIONE POLICROMA

Di Ivo Prezioso

Hisham el-Leithy, Christian Leitz e Daniel von Recklinghausen ci svelano gli straordinari rilievi recentemente restaurati di questo affascinante tempio greco-romano

Introduzione

Il tempio di Esna – situato nell’Alto Egitto, a circa 60 km a sud di Luxor – è uno dei più importanti esempi di architettura templare egizia del periodo greco-romano ancora oggi visibili. L’unica parte sopravvissuta del tempio, il pronao o sala ipostila, fu completata nel I secolo d.C. (presumibilmente durante il regno di Tiberio, 14-37 d.C., o poco più tardi), mentre i lavori di ornamento continuarono fino al regno di Traiano Decio (249-251 d.C.). Il tempio è famoso per la sua decorazione e in particolare per le iscrizioni geroglifiche. Le divinità principali sono il dio ariete Khnum e la dea Neith. Entrambi rappresentano un aspetto demiurgico: Khnum modella tutti gli esseri viventi sulla ruota del vasaio, mentre Neith* dà vita alla creazione con la semplice enunciazione dei suoi pensieri. La decorazione consiste in scene di offerta sulle pareti, con raffigurazioni degli imperatori romani al cospetto del pantheon locale, oltre a lunghe iscrizioni sulle colonne e a elementi astronomici sul soffitto. Le iscrizioni geroglifiche ci forniscono informazioni uniche sulla vita religiosa e sulla teologia del luogo nel periodo romano. Nella loro interezza, questi testi costituiscono l’ultimo corpus significativo di iscrizioni geroglifiche oggi conosciuto. Mostrano uno stile di scrittura geroglifica molto sofisticato e complesso.

Il Pronao

Le misure del pronao romano superano di gran lunga quelle dell’edificio templare tolemaico originario. Il tetto poggia su 24 colonne, di cui 18 autoportanti. Rispetto ad altri templi contemporanei, il modello di decorazione delle colonne è straordinario, poiché sono in gran parte coperte da iscrizioni. I testi descrivono con dovizia di particolari le feste tipiche del distretto, oltre a presentare inni e litanie in lode degli dei. Anche la disposizione dei capitelli è unica, poiché ogni capitello ha un disegno diverso. Le colonne autoportanti sono disposte su 3 file (3×6, da nord a sud – vedi sotto); sei architravi, orientati in direzione est-ovest, collegano ciascuna tre colonne con le pareti del pronao, in modo da sostenere il pesante tetto. Questi sei architravi suddividono il soffitto in sette zone. Il Tempio di Esna (Immagini nn. 1-2-3) si trova nel centro della città a circa 10 m sotto il livello della superficie odierna.

Immagine n. 1 Il fregio della parte superiore della colonna n. 7 dopo il restauro. Il cartiglio dell’imperatore Adriano (117-138 d.C.) è accompagnato e protetto da Khnum, signore di Esna (a sinistra), e dal falco Horo di Behedet (a destra).

E’ sfuggito alla demolizione nel XIX secolo (il destino di molti altri santuari faraonici) per il semplice motivo che fu ritenuto un deposito adatto per lo stoccaggio del cotone durante il regno di Muhammad Ali Pasha (1805-1848). Sebbene il tempio sia stato in parte liberato dalla sabbia e dai detriti, ampie porzioni dell’edificio sono rimaste sepolte.

Immagine n. 2 La facciata del pronao del tempio di Esna

Agli albori dell’egittologia, il pronao era piuttosto noto tra gli studiosi e i viaggiatori. Tuttavia, il tempio entrò nel mirino della ricerca scientifica solo quando l’egittologo francese Serge Sauneron (1927-1976) si rese conto della ricchezza della sua decorazione. Negli anni Cinquanta pulì la parete esterna sud, che già allora era parzialmente sepolta. Negli anni successivi ha curato meticolosamente l’edizione di tutte le iscrizioni (l’ultimo volume di testi è stato pubblicato postumo nel 2009). Dopo la sua morte prematura in un incidente stradale, i lavori a Esna si fermarono per molto tempo.

Immagine n. 3 Schema planimetrico del pronao di Esna che mostra la disposizione delle 18 colonne autoportanti. Disposte in tre file da sei, le colonne sono sormontate da architravi che corrono in direzione est-ovest (verticalmente pianta). Altre sei colonne formano la facciata del pronao (in basso nello schema).

* tra le varie cosmogonie egizie, c’è anche una divinità femminile in qualità di “taumaturgo”: quest’antichissima dea è originaria di Sais nel Delta

Un nuovo progetto

Un aspetto della decorazione, tuttavia, è stato finora ampiamente trascurato: la colorazione originale, ancora intatta in ampie zone del pronao. Ciò è comprensibile, in quanto la colorazione policroma era stata ricoperta da polvere, fuliggine ed escrementi animali, rimanendo così inosservata. Per recuperarla e garantirne la conservazione per le generazioni future, il Ministero delle Antichità egiziano (ora Ministero del Turismo e delle Antichità) e l’ Istituto Egittologico dell’Università di Tubinga nel 2018 hanno avviato un progetto congiunto per la conservazione, la documentazione e la ricerca della decorazione policroma. In precedenza, negli anni 2000, il Ministero aveva pulito parte della parete interna occidentale e il nuovo progetto ha offerto l’opportunità di riprendere i lavori su larga scala e con un’attenzione più ampia.

Il lavoro più importante è il restauro dei colori antichi. Nelle stagioni 2018-2020, un team di restauratori locali, guidati dal conservatore capo Ahmed Emam, ha ottenuto risultati molto promettenti. Nella parte settentrionale dell’interno del pronao, il colore originale su parti del soffitto, delle pareti e delle colonne è stato nuovamente riportato alla luce.

Prima che i restauratori potessero iniziare il loro difficile compito, è stato necessario analizzare le condizioni attuali e cercare i metodi di conservazione appropriati. È emerso che diversi agenti esterni potevano potenzialmente causare gravi danni alla decorazione antica, ed era imperativo sviluppare una strategia di trattamento che riducesse il loro impatto sia sulla struttura muraria che sulla decorazione. Una delle principali preoccupazioni era il livello di umidità relativamente alto, che provoca il movimento di sale dall’interno dei blocchi di pietra verso gli strati esterni, causando l’accumulo di efflorescenze sulle superfici iscritte. Questi cristalli di sale possono causare la scheggiatura delle superfici e lo sbiadimento dei colori dei rilievi dipinti. Un notevole strato di fuliggine ricopre la maggior parte della superficie decorata, forse come risultato delle attività svolte quando il pronao fu utilizzato come deposito. La fuliggine ha causato un notevole deterioramento dei pigmenti blu e verdi, soprattutto nelle zone del soffitto. Accumuli di polvere ed escrementi di uccelli erano presenti su tutte le pareti del tempio, causando un ulteriore scolorimento delle aree dipinte e insozzando ampie zone.

Una volta recuperata e conservata una sezione della decorazione, si procede quanto prima alla documentazione fotografica. Le foto mostrano scene in cui la decorazione è stata restaurata, ma anche parti che devono ancora essere lavorate (Immagini n. 4-5), dimostrando chiaramente l’efficacia degli sforzi dei conservatori.

Immagine n. 4 Riemergono i colori di un’iscrizione geroglifica sulla colonna n. 7
Immagine n. 5 Lavori di restauro in corso sulla colonna n. 2

Il lavoro di post-elaborazione della decorazione sulla base del materiale fotografico viene condotto presso l’Università di Tubinga e comprende un’analisi dell’impatto della colorazione all’interno dello schema decorativo antico. A questo punto, con solo una piccola parte degli ornamenti rivelati, è evidente che uno studio della colorazione offra un approccio raro e innovativo nella ricerca sulla decorazione dei templi del periodo greco-romano. L’analisi combinata dei materiali, delle figure e dei testi in rilievo e/o dipinti, così come l’evidenza testuale, mostra che tutti facevano parte di un unico schema decorativo. Grazie all’impegno dei restauratori nelle stagioni 2018-2020 (che hanno lavorato anche durante la pandemia di Covid19), gran parte del soffitto e delle colonne sono stati riportati a qualcosa di molto vicino al loro stato originale: la decorazione policroma del tempio. La ricchezza dei decori, un tempo vivacemente colorati, è visibile nelle immagini fotografiche (Immagine n. 6).

Immagine n. 6 Il pronao (sala ipostila) del Tempio di Esna con le impalcature per i lavori di restauro. Si noti la varietà dei capitelli, con disegni diversi, utilizzati per colonne adiacenti.

Nuove iscrizioni

Oltre alla ricostruzione della decorazione policroma, è stato portato alla luce un gran numero di iscrizioni finora sconosciute. Queste iscrizioni sono solo dipinte sulla superficie, non incise. Poiché erano coperte da fuliggine e polvere, nessuno ne conosceva l’esistenza prima del processo di pulizia.

Tutti i testi “nascosti” si trovano nella zona del soffitto e risalgono a un periodo piuttosto tardo della decorazione complessiva (fine del II secolo d.C. circa). Finora queste iscrizioni sembrano limitate a tre contesti:

1. Didascalie di costellazioni e di fenomeni celesti nelle zone del soffitto

2. L’incorporazione di nomi e titoli reali (in cartigli) in iscrizioni in rilievo già esistenti.

3. Testi completi sulle facce inferiori delle architravi

Mentre le didascalie nelle zone del soffitto sono eseguite solo in pigmento rosso (e in modo un po’ goffo), le altre decorazioni mostrano uno stile elaborato e policromo. Ciò è particolarmente vero per le facce inferiori degli architravi , vale a dire la zona tra due colonne. Quello che una volta era uno strato nero di fuliggine (Immagine n. 7) si è rivelato essere un’iscrizione di due testi separati in quattro colonne, che elogiavano Khnum e Neith (Immagine n. 8). 

Immagini n. 7-8 Il cartiglio dell’imperatore Traiano (98-117 d.C.) sul lato settentrionale dell’abaco della colonna n. 1 prima e dopo il trattamento conservativo

I segni sono dipinti con precisione e vivacità e sembrano mostrare una scelta deliberata del colore per alcuni geroglifici. Un caso piuttosto particolare è quello dei passaggi lasciati in bianco nelle iscrizioni laterali degli architravi. Sauneron usava il termine “non scolpito” per questi passaggi, ma ora sappiamo che è presente del testo. Questi “spazi vuoti” sono attestati abbastanza spesso nei testi di architravi pubblicati da Sauneron e, per la maggior parte, compaiono verso la fine di un passaggio testuale. Finora sono venuti alla luce molti cartigli nelle zone precedentemente vuote (a sinistra) e si è tentati di ipotizzare che questi cartigli siano stati dipinti dopo che le iscrizioni in rilievo erano già state scolpite (Immagini nn. 9-10-11).

Immagine n. 9 Una nuova iscrizione, fino a poco tempo fa coperta di fuliggine, è stata scoperta sulla superficie inferiore dell’architrave A, nello spazio annerito tra le colonne n. 7 e 13.

Immagine n. 10 Dopo il processo di pulizia, è stata rivelata la nuova iscrizione. La fotografia qui è mostrata di lato, in modo che il testo appaia più facilmente visibile

Immagine n. 11 Il cartiglio finora sconosciuto contenente i titoli di “Autokrator” e “Kaisaros”, spesso utilizzati per gli imperatori romani, è stato eseguito in pittura, mentre il resto dell’iscrizione della parte settentrionale dell’architrave B è stato eseguito in rilievo.

Il soffitto

Un’area piuttosto particolare è il soffitto astronomico. Parte del soffitto astronomico del Tempio di Dendera, è l’unico esempio completamente conservato del periodo greco-romano. I pronai di entrambi i templi contengono sei campi, nel soffitto, a contenuto astronomico, tre per lato (adiacenti al soffitto centrale sull’asse principale del tempio). Offrono composizioni uniche che in parte differiscono notevolmente l’una dall’altra. I restauratori hanno finora terminato le prime due zone del soffitto nella parte settentrionale del pronao di Esna (chiamate Travée A e B secondo la designazione di Sauneron). Il soggetto principale della Travée A è il ciclo lunare, rappresentato dalle divinità della luna crescente e della luna calante disposte su due file. Ogni gruppo è composto da 14 divinità che si trovano sopra un disco. All’interno di ogni disco è raffigurato l’occhio Wdjat, un simbolo comune della luna. Gli occhi Wdjat erano solo dipinti sulla superficie; dopo il restauro divennero molto più visibili rispetto all’epoca di Sauneron, che poteva scorgerne solo deboli tracce. La fila nella parte meridionale del soffitto mostra le divinità della luna crescente. Il primo disco a ovest è rimasto privo di decorazioni, rappresentando il primo giorno lunare in cui la luna è ancora invisibile. Il secondo disco mostra già la luna crescente nella parte occidentale, che riflette la condizione del mondo reale. Il secondo giorno lunare la mezzaluna può essere osservata poco dopo il tramonto a ovest in circa il 70% di tutti i mesi lunari; negli altri mesi bisogna aspettare un giorno in più, fino al terzo giorno lunare, per osservare la prima mezzaluna. Ogni giorno successivo diventa visibile una porzione sempre maggiore della luna e, quindi, l’occhio Wdjat sul disco diventa sempre più completo. Nel caso di Osiride, che rappresenta il settimo giorno lunare, si vede già metà della luna e, di conseguenza, metà dell’occhio è dipinto (Immagine n. 12).

Immagine n. 12 Osiride e Iside come rappresentazioni della luna crescente. Osiride si trova sulla luna del 7° giorno lunare, Iside sulla luna dell’8° giorno lunare. Travée A, registro meridionale

Nella parte settentrionale del soffitto la direzione è invertita. Si inizia con l’occhio Wdjat completo sul disco il 16° giorno lunare, procedendo verso ovest fino al 29° giorno lunare – l’ultima fase visibile della luna. Oltre al ciclo lunare, questa “Travée” mostra diverse costellazioni e all’estremità, ad est, uno dei “Quattro Venti”, che gli Egizi immaginavano a forma di animale. Nel nostro caso (Immagine n. 13) si tratta di uno scarabeo con quattro ali, una testa di ariete e una piuma di struzzo.

Immagine n. 13 Uno dei quattro dei del vento con il suo nome davanti alla testa, scoperto di recente; Travée A, angolo est.

Un’iscrizione dipinta, ora decifrabile, si trova accanto alla sua testa: “Il bel vento d’Oriente”. Il motivo per cui tutte le iscrizioni di questo settore non sono state incise non è, per il momento, palese. Nell’angolo sud-orientale della “Travée A” è raffigurato in rilievo un cobra seduto su un papiro (Immagine n. 14).

Immagine n. 14 Un cobra su piante di papiro con un’iscrizione davanti alla testa; Travée A, angolo sud-est.

Davanti alla testa del cobra si trova un’altra iscrizione dipinta finora sconosciuta che, tradotta, recita “La grande fiamma”. Si tratta di una designazione della dea cobra Wadjet (per saperne di più: https://laciviltaegizia.org/2021/09/26/wadjet/…), rappresentante del Nord e manifestazione della corona del Basso Egitto nella religione egizia. Ad una prima osservazione, questo simbolismo non è conforme alla posizione effettiva del cobra nella parte meridionale di questa “Travée”. Il collegamento diventa chiaro e logico solo quando si prende in considerazione la totalità del soffitto, dove la “Travée A” è la più settentrionale e quindi in posizione perfetta per la dea della corona del Basso Egitto.

Immagine n. 15 La costellazione di Orione come Osiride che guarda Iside. Anche se indossa il copricapo di Seshat, rappresenta Sothis (Sirio); Travée B, registro meridionale

Passando alla “Travée B” (Immagine n. 15), restaurata in gran parte nel 2020, i soggetti principali sono i 36 decani. I decani erano stelle o, nella maggior parte dei casi, costellazioni (contrassegnate come tali dalle stelle che le accompagnavano). Il loro scopo era quello di indicare le dodici ore della notte attraverso la loro posizione, che cambia di giorno in giorno. Qui i decani sono raffigurati ciascuno nella propria barca (apparentemente un decano è stato omesso , dato che ci sono solo 35 figure e barche). In un caso eccezionale, due barche sono rappresentate una sopra l’altra: ciò è, reso possibile dall’iconografia insolita di questo decano che raffigura una mummia adagiata su una bara (Immagine n. 16). 

Immagine n. 16 Decano n. 30 sotto forma di una mummia su bara (sopra) con sette stelle e n. 31 in forma di due occhi di wdjat in una barca (sotto) con 14 stelle; Travée B, registro settentrionale

All’estremità orientale della Travée si trovano due costellazioni. La prima nella metà meridionale è Orione, manifestazione di Osiride e costellazione dell’emisfero meridionale. In alcuni testi la designazione egizia di Orione (Sah) è anche un equivalente del sud. Egli guarda alle spalle la sua consorte Iside (cfr. Immagine n. 15) che è – nel mondo astrale – una manifestazione di Sirio (Sothis per i greci, Sopdet per gli egizi), la stella più luminosa del cielo. Iside-Sothis sorge sempre più tardi rispetto a Orione-Sah, ma lo segue all’incirca lungo lo stesso percorso. Il suo sorgere eliaco è precedente di circa 22 giorni e quello giornaliero è circa un’ora e mezza prima della sua apparizione; per questo viene raffigurato mentre si gira a guardarla. La seconda costellazione nella metà settentrionale è l’Orsa Maggiore (alias L’Aratro, Immagine n. 17), rappresentata come coscia di toro.

Immagine n. 17 L’Orsa Maggiore come Coscia di Toro circondata da sette stelle. Con una catena, una dea sotto forma di ippopotamo gli impedisce di entrare nell’oltretomba; Travée B registro settentrionale

La sua designazione egizia Mesekhtyw è equiparata al nord in alcuni testi del periodo tardo. La gamba è incatenata e la catena è tenuta da una divinità ippopotamo (“La Grande”) per impedire che scenda negli inferi. nel mondo sotterraneo. È la manifestazione di Seth, l’assassino di suo fratello Osiride. Nel cielo, Seth non potrà mai raggiungere Osiride nella sua forma di Orione, ma come costellazione circumpolare è in grado di scendere un po’ al di sotto dell’orizzonte, almeno fino ad un luogo a sud come Esna, nell’Alto Egitto. Tuttavia, la catena gli impedisce di scendere oltre per danneggiare Osiride, il Signore degli Inferi. La disposizione di queste due costellazioni sul soffitto indica il Sud (Orione) e il Nord (Orsa Maggiore) nella loro posizione geograficamente corretta.

Prospettive future

È evidente, anche solo osservando questi pochi esempi, che il pronao di Esna è ricco di decorazioni policrome. Ora questa bellissima decorazione, accurata e vivida, può essere studiata in combinazione con l’impianto architettonico del tempio, cosa che non è stata tentata, e non poteva esserlo, fino a poco tempo fa. Ma il lavoro svolto dai restauratori ha portato anche alla scoperta di nuove iscrizioni e quindi alla conoscenza della teologia locale durante una delle ultime fasi della civiltà faraonica.

Fonte: Hisham el-Leythy, Christian Leitz Daniel von Recklinghausen in “Ancient Egypt, The History, People, and Culture of the Nile Valley” vol. 21, N. 5 , Maggio/Giugno 2021. Pagine 13-21

Tutte le immagini sono tratte dal testo citato

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IL TEMPIO DI DEBOD (2)

Di Ivo Prezioso

Questo suggestivo tempionon si trova, come verrebbe naturale supporre, in Egitto bensì a Madrid. Siamo nel 1960. La costruzione della Grande Diga di Assuan, minacciava di sommergere i Templi della Bassa Nubia . L’UNESCO, in stretta collaborazione con i governi d’Egitto e Sudan, convocò la comunità internazionale affinché ci si adoperasse per il salvataggio di questo straordinario patrimonio storico e artistico, provvedendo allo smontaggio e alla traslazione in posizione sicura, rispetto all’innalzamento del livello delle acque. Il tempio di Debod, destinato a essere donato ad un Paese straniero per il sostegno al progetto di recupero, fu il primo a essere smantellato e le sue sezioni depositate sull’isola di Elefantina, ad Assuan. Nel 1968, il governo egiziano deliberò la sua donazione alla Spagna, per l’aiuto prestato nel salvataggio dei Templi di Abu Simbel. Due anni dopo, i blocchi furono trasferiti ad Alessandria dove furono imbarcati verso la nuova destinazione. La ricostruzione a Madrid ebbe inizio nel 1970 e nei mesi seguenti si provvide a impiantare giardini e realizzare degli stagni; furono montati i blocchi nubiani e ricostruite fedelmente le parti mancanti. Nel luglio del 1972, il tempio fu aperto al pubblico.

Le origini del Tempio sono da collocare tra il 195 e il 185 a.C., allorquando Adikhalamani, sovrano di Meroe, nell’odierno Sudan, fece costruire una cappella nella località nubiana di Debod, circa 25 Km. a sud della prima cataratta del Nilo. L’edificio, di pianta rettangolare con unico accesso sul lato orientale, era decorato con scene di offerte agli dei, distribuite su due registri, incise a rilievo e dipinte con colori vivaci. Della decorazione esterna, limitata alla porta di accesso, si conservano solo alcuni blocchi esposti, oggi, nella terrazza del Tempio. La cappella era dedicata a due divinità: Amon di Debod e Iside il cui santuario principale era situato sull’isola di Phile, 20 Km. a nord di Debod. Ad Adikhalamani viene attribuita una piramide nella necropoli reale di Meroe, tuttavia, a parte un frammento di stele ritrovata a Phile, la cappella del tempio di Debod costituisce fino ad oggi la principale testimonianza del regno di questo sovrano meroitico.

Secondo portale fatto costruire da Tolomeo VI nel 172 a. C. La cornice contiene iscrizioni in geroglifico e greco.

Nel 172 a.C. Tolomeo VI (180-145 a.C.) fece erigere il secondo portale del tempio, dedicandolo alla dea Iside. Probabilmente a questo unico monarca si deve anche l’ampliamento del tempio intorno alla cappella costruita da Adikhalamani qualche anno prima.

Sigillo con la titolatura di Adikhalamani

Così, la cappella fu convertita in una sala posta all’interno del nuovo edificio, tra il vestibolo ed il santuario. Rifacendosi alla pianta del vicino Tempio di Iside Phile, il nuovo tempio di Debod fu dotato, in aggiunta, di tre santuari nella parte posteriore , due vestiboli, magazzini e cripte. Una scala conduceva ad una terrazza che ospitava una cappella destinata, probabilmente, alla celebrazione di riti connessi alla resurrezione di Osiride. Il Tempio mantenne, durante questo periodo, la sua doppia consacrazione ad Amon di Debod e Iside, finché Tolomeo VIII (145-116 a.C.), fece costruire un naos per la dea, scomparso nel XIX secolo. Probabilmente fu Tolomeo XII (80-51 a.C.) a far erigere un altro naos, alquanto più piccolo, per Amon di Debod, attualmente esposto nel santuario principale del tempio.

Facciata del tempio ricostruita a Madrid. Fu decorata in epoca romana.

A seguito della conquista romana, avvenuta nel 30 a. C. e all’istituzione di una frontiera tra Egitto e Meroe, ebbe inizio un periodo di prosperità per la Bassa Nubia, durante il quale si eressero numerosi nuovi templi e si ampliarono quelli esistenti. Le installazioni romane nel tempio di Debod sono da attribuire essenzialmente ad Augusto ed erano distribuite nel vestibolo e nella facciata. Si tratta di rappresentazioni dell’imperatore nell’atto di porgere offerte agli dei Amon di Debod e Iside, nonché Osiride Mahesa, tra gli altri. Quest’ultimo dovette acquisire all’epoca una certa importanza a Debod, dove appare rappresentato in diverse occasioni sempre insieme ad Amon di Debod. L’imperatore Tiberio, successore di Augusto, continuò la decorazione del vestibolo ma questa andò distrutta nel XIX secolo. Il mammisi, il primo portale e, forse, il terzo, il più vicino al tempio, scomparso all’inizio del XX secolo, risalgono all’epoca romana, così come una via processionale e una terrazza sul fiume, che non furono salvate durante campagne del 1960.

Rappresentazione delle divinità Amon di Debod e Mahesa, nel muro postriore del tempio. Epoca romana.
Particolare della scena di offerte dell’imperatore romano Augusto di fronte agli dei Iside, Osiride, Amon di Debod, Mahesa e Thot di Pnubs
Particolare della scena di offerta del sovrano Adikhalamani alle divinità di Debod. Epoca meroitica

Fonte: La descrizione di questo tempio è stata ricavata dal libretto illustrativo fornito durante la visita al monumento.

Le foto notturne in alto sono state scattate alcuni giorni fa da mio figlio durante la visita al complesso.

Le immagini successive, corredate di didascalie sono estrapolate dal libretto illustrativo (mi scuso per la cattiva qualità).

Per chi volesse saperne di più su questo monumento consiglio di visitare la pagina https://mediterraneoantico.it/…/il-tempio-di-debod…/ che presenta una descrizione storica e artistica del monumento molto dettagliata.

Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, Templi

IL TEMPIO DI MENTUHOTEP II

Deir El Bahari

Di Grazia Musso

Il tempio di Mentuhotep II
Il monumento funerario che dominava il sontuoso tempio a terrazze è oggi un cumulo di macerie circondato dai resti del porticato ipostila.

Il lungo regno di Pepi II, segnò la fine della VI Dinastia.

Dopo il completamento del suo complesso piramidale, ultimato al più tardi nel trentesimo anno del suo regno, non accadde nulla di significativo.

Scultori e pittori continuavano ad essere parzialmente impegnati nella decorazione delle tombe private e, in questo specifico campo artistico, la tradizione procedete senza interruzioni nelle necropoli tebane.

Le squadre di operai specializzati, cavapietre, scalpellini, muratori, addetti al trasporto e ingegneri, dovettero invece fare a meno per lungo tempo delle committenza ufficiali, ciò implico’ la mancata formazione della generazione successiva e il deteriorarsi dell’organizzazione del lavoro.

I primi accenni di una tomba monumentale dalla forma completamente nuova apparvero a Tebe la città dalla quale era partita la riunificazione delle Due Terre.

I re minori o principi dell’XI Dinastia si facevano seppellire in tombe rupestri affacciate su ampi cortili.

Mentuhotep II, unificatore del regno, volle conferire effetti monumentali a questa tipologia funeraria e, trasformò il vasto avvallamento di Deir el- Bahri i un lungo cortile per la propria sepoltura.

Statua di Mentuhotep II. La statua fu rinvenuta in un cenotafio ( sepolcro simbolico) del re sotto il suo tempio funerario e, come un vero sostituto del sovrano, l’opera era avvolta in bende.
Ciò ne ha conservato perfettamente i colori : la pelle dipinta con il nero della resurrezione, il rosso della corona del Basso Egitto, il bianco delle vesti del giubileo.

Da Deir El Bahari, XI Dinastia
Arenaria dipints, Altezza 138 cm
Museo Egizio del Cairo – Scavi H. Carter 1900. JE 362195 

L’edificio funerario di Mentuhotep II non è più un complesso piramidale, ma un tempio a terrazze con vasto cortili alberati, facciate porticato e un massiccio edificio centrale circondato da un deambulatorio e sormontato non da una piramide ma dalla collina primordiale. Prima di assumere la sua forma definitiva ha subito molteplici modificazioni e ampliamenti.

Gli scavi hanno chiarito come la costruzione sia stata portata avanti in quattro tappe.

Probabilmente il primo progetto consisteva in una tomba a saff, di cui rimangono solo le tombe a pozzo dette ” delle sei principesse”, il cui stile delle raffigurazioni è ancora del I Periodo Intermedio.

Poi si procedette alla costruzione del tempio attuale e quindi, con un’altra modifica al progetto, si creò un santuario contro la montagna.

Il complesso era di nuova concezione : riuniva elementi e concezioni della tomba a saff, della mastaba dell’antico Regno e del tumulto primevo.

Il complesso funerario era formato da più parti: un tempio in valle, una rampa monumentale (oggi poco visibile) e un tempio funerario.

La sepoltura non è più costituita dalla piramide isolata, bensì è parte del complesso.

Oggi si vede la grande spianata del cortile antistante al tempio, dove si trovavano, all’epoca della sua creazione 55 tamerici e due file di 4 sicomori ( nasceva il concetto di “architettura vegetale”), le piante erano davanti a due porticati al centro dei quali si trovava una rampa centrale che portava alla terrazza.

Tre dei suoi lati erano coperti da colonne e dal portale anteriore si accedeva a una grande sala ipostila al cui centro un basamento sosteneva quella che per un lungo tempo gli archeologi hanno supposto fosse una piramide.

Ma con Mentuhotep la piramide sparisce e rimane il concetto di tumulto primevo, qui reso da una piramide tronca al centro del complesso.

Dalla terrazza si raggiunge l’ultima parte del complesso, dove un colonnato introduce a una corte da cui si accede a una sala ipostila.

Infine, la parte ipigeica include tomba e cappella.

Del complesso di Mentuhotep fa parte anche un cenotafio scoperto da H. Carter, o meglio dal suo cavallo che inciampò in una depressione (l’accesso), ciò ha valso al monumento il nome arabo “Bab el Hosan” la “Porta del Cavallo.

Questo accesso portava a un lungo corridoio di 150 metri e a una camera a volta con una statua reale.

La vera tomba si trova molto più a ovest, ma con accesso dalla corte porticata.

Fonte:

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann

Antico Egitto – Maurizio Damiano – Electra

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LA RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO DI HATSHEPSUT

Di Francesco Volpe

Ricostruzione del tempio di Hatshepsutdi Deir-el-Bahari da Minecraft

Il tempio funerario di Hatshepsut, noto anche come Djeser-Djeseru (“Santo fra i Santi”), è un tempio situato sotto le scogliere di Deir el-Bahari, sulla riva occidentale del Nilo, vicino alla Valle dei Re in Egitto. Il tempio funerario è dedicato alla divinità solare Amon-Ra, e si trova vicino al tempio di Mentuhotep II, entrambi serviti come fonte di ispirazione e, in seguito, come fonte di materiale edilizio.

Il tempio di Hatshepsut ai giorni nostri come si presenta.

Il cancelliere di Hatshepsut, architetto reale e forse amante Senenmut supervisionò la costruzione e probabilmente progettò il tempio.

Nonostante il vicino e più antico tempio di Mentuhotep sia stato utilizzato come modello, le due strutture sono diverse per molti aspetti. Nel tempio di Hatshepsut vi era una lunga terrazza colonnata che diverge dalla struttura centralizzata del tempio di Mentuhotep, un’anomalia che potrebbe essere stata causata dalla posizione decentrata della camera funeraria.

Vi sono tre livelli di terrazze per un’altezza totale di 35 metri. Ogni livello è formato da una doppia fila di colonne quadrate, con l’eccezione dell’angolo nordoccidentale della terrazza centrale, che usa colonne protodoriche per ospitare la cappella. Queste terrazze sono collegate tra loro tramite lunghe rampe un tempo circondate da giardini con piante esotiche, tra cui alberi di franchincenso e mirra. La struttura a livelli del tempio di Hatshepsut corrisponde alla classica forma tebana, che utilizza piloni, corti, ipostili, corti solari, cappelle e santuari.

Il tempio di Hatshepsut ricostruito in Minecraft.

L’area di Deir el-Bahari era luogo sacro alla dea Hathor e per questo motivo all’estremità sud del secondo colonnato vi è una cappella dedicata alla divinità. La costruzione è costituita da due sale ipostile con pilastri e da un santuario profondo scavato nella roccia preceduto da un vestibolo e dalla stanza per la barca sacra. La dea Hathor è raffigurata spesso come giovenca che esce dalla montagna con la funzione di accogliere i morti.

All’estremità opposta (estremità nord) è presente una seconda cappella dedicata ad Anubi, più piccola rispetto a quella dedicata ad Hathor.

La terrazza superiore è costituita da un portico con 24 statue osiriache della regina (Hatshepsut viene in questo caso ritratta come un uomo) e dall’entrata al santuario principale.

Fotografia del colonnato superiore Osiriano della Regina Hatshepsut.

Quest’ultimo era composto da tre stanze che si succedevano: la prima era la sala della barca, la più grande, che aveva 6 nicchie nelle pareti nord e sud. Da tre gradini si accedeva alla sala della statua di culto (di Amon) e a metà delle due pareti laterali si aprivano due piccoli stretti ambienti per la grande enneade heliopolitana. L’ultima stanza era la sala per la tavola delle offerte dove venivano fatte offerte solo ad Hatshepsut. Il santuario venne successivamente ampliato come luogo di culto di due architetti (Amenofi figlio di Apu e Imhotep) mentre la corte dell’ultimo terrazzo fu usata come sanatoio.

Il tempio funerario doveva avere anche un tempio a valle che però non è stato ancora trovato.

Il portico della terrazza inferiore è decorato nella metà nord con scene relative ai rituali del Basso Egitto e il trionfo della regina sui nemici sconfitti mentre a sud sono presenti scene quali l’estrazione dalla cava e il trasporto dei grandi obelischi nel tempio di Amon Ra a Karnak durante la festa sed della regina.

Il tempio visto frontalmente nella ricostruzione di Minecraft.

Questa bipartizione di temi si ritrova anche nel secondo portico: sul lato sud testi ed immagini parlano di una spedizione nel paese di Punt, una zona esotica sulla costa del Mar Rosso, avvenuta nel IX anno di regno della regina; nel lato nord le scene erano dedicate alla nascita di Hatshepsut con ad esempio il concepimento divino tra il dio Amon e la madre della regina o la stessa Hatshepsut che accompagna il suo vero padre (Tutmosi I) nella visita dei più importanti centri egiziani.

Anche se statue ed ornamenti sono stati rubati o distrutti, sappiamo che la struttura un tempo conteneva due statue di Osiride, un viale costellato di sfingi e molte altre sculture della regina in pose diverse: in piedi, seduta o in ginocchio. Molti di questi ritratti furono distrutti per ordine del figliastro Thutmose III dopo la sua morte.

Fonte:

https://it.m.wikipedia.org/…/Tempio_funerario_di…

Templi

IL TEMPIO SOLARE DI NIUSERRA

Di Grazia Musso

Questo monumento è situato a circa cinquecento metri a nord – ovest del tempio di Userkaf, ed è stato costruito da Niuserra, sesto re della V Dinastia.

Il tempio, scoperto da John Perring nel 1837 e conosciuto col nome “Piramide di Righa”, venne scavato tra il 1898 e il 1837 da una missione archeologica tedesca diretta da Ludwig Borchardt, Friedrich W. Von Bissing è Heinrich Shaffer.

Il tempio solare faceva parte di un complesso che comprendeva strutture diverse costituite da tre elementi principali :

  • Il tempio alto
  • La rampa processionale
  • Il tempio in valle

Il tempio alto o tempio solare propriamente detto, era costituito da un vestibolo che immetteva in un cortile che misurava 100 x 75 metri, circondato da un muro di pietra e dominato da un grande obelisco costruito con blocchi di pietra sopra a un basamento a forma di piramide tronca, alta oggi 15 metri, davanti al quale si trovava un altare sacrificale in alabastro dal diametro di circa 6 metri.

L’ obelisco simboleggia a il benben, la pietra sulla quale il sole, al momento della creazione del mondo, posò per la prima volta i suoi raggi.

Al fianco dell’obelisco, sul lato sud, vi era una cappella alla quale era annessa la cosiddetta ” camera delle stagioni” i cui bassorilievi, che si trovano in gran parte al Museo Archeologico di Berlino, celebrano la forza generatrice e procreatrice del dio solare sulla natura.

Infine, presso il muro di cinta all’angolo nord – est, si trovano delle aree destinate alla macellazione degli animali per i sacrifici, la cui presenza è indicata da una serie di 10 grandi bacili di alabastro e da una serie di magazzini.

Al di fuori del muro di cinta è ancora visibile una fossa naviforne di mattoni crudi, destinata a contenere una barca o a rappresentare essa stessa un simulacro di barca.

Fonte:

Le guide di Archeo – Piramidi d’Egitto – Alberto Siliotti – Edizioni White Star

Foto modello del tempio di Luisa Bovitutti

Templi

IL TEMPIO DI DEBOD

Di Francesco Alba

Il tempio di Debod – Fonte: Astelus “it.astelus.com

Il Tempio di Debod è il monumento più antico di Spagna costruito dalla mano dell’uomo. Ubicato in un sito panoramico a ovest della Plaza de España, giunse a Madrid nel 1968 come regalo del Governo Egiziano quale ricompensa per l’aiuto fornito dalla Spagna nel salvataggio dei templi nubiani.

L’edificio sacro si trovava in origine 15 kilometri a sud di Assuan, nella bassa Nubia. La cappella a camera singola dedicato al dio Amon fu eretta da Azekheramun, sovrano meroitico che regnò nella prima metà del terzo secolo a.C., sulle rovine di una struttura templare risalente al Nuovo Regno, presso l’antica Parembole.

Il tempio di Debod – Fonte: Wikimedia Commons

Il tempio fu costruito e decorato sulla base di un progetto similare relativo alla più recente cappella meroitica sulla quale è impostato il tempio di Dakka.

Successivamente, durante il regno di Tolomeo VI Filometore, Tolomeo VIII Evergete II e Tolomeo XII Aulete, esso fu esteso su tutti e quattro i lati per realizzare un tempietto (12 per 15 metri) dedicato a Iside di Philae. Alcune delle sue decorazioni risalgono all’epoca di Tiberio.

Planimetria del tempio di Debod (Fonte: D. Arnold. The Encyclopedia of Ancient Egyptian Architecture)

Partendo dalla banchina, una lunga via processionale conduce al muro di recinzione in pietra attraverso tre portali o piloni in blocchi lapidei ed infine, al tempio vero e proprio. Il pronao, che possedeva quattro colonne con capitelli compositi, crollò nel 1868 ed è andato perso. Dietro questo si trovava il santuario originale di Amon, la sala con la tavola per le offerte ed un più recente santuario con diverse camere laterali ed una scala che conduceva al tetto. Due naos in granito di Tolomeo VIII Evergete II e Tolomeo XIII erano ancora presenti nel santuario nel diciannovesimo secolo. Il tempio fu smantellato nel 1960 e ricostruito nel Parque de Rosales, al centro di Madrid, nel 1972.

Il tempio di Debod in una litografia di David Roberts (1838)

Il tempio di Debod è l’unico, dei quattro templi donati dall’Egitto a paesi stranieri, a trovarsi all’aria aperta, una condizione che lo ha purtroppo esposto, nell’ultimo cinquantennio, alle intemperie, alla contaminazione e al vandalismo.

I tre rimanenti templi di Ellesiya, Dendur e Taffa si trovano invece all’interno di strutture museali dedicate all’arte egizia, distribuite nel mondo. Il tempio di Ellesiya (Tuthmosi III – 1430 a.C.) è considerato una delle stelle del Museo Egizio di Torino e fu donato all’Italia nel 1965. Il tempio di Dendur (Epoca Romana – 15 a.C. circa) mostra i suoi rilievi raffiguranti Osiride e Horus presso il Metropolitan Museum of Art di New York. Il tempio di Taffa (Epoca Romana) fu concesso all’Olanda come riconoscimento per la preziosa opera dell’egittologo Adolf Klanses volta al salvataggio del patrimonio archeologico egiziano. Può essere ammirato presso il Museo Nazionale delle Antichità di Leiden.

Il tempio di Debod – Fonte: Astelus “it.astelus.com

Riferimenti:

  • M. Español. El Templo de Debod: un valioso y descuidado monumento regalado por los egipcios.
  • Egiptología 2.0 N.26 – Mayo de 2022
  • D. Arnold. The Encyclopedia of Ancient Egyptian Architecture. Princeton University Press. 2003

Donne di potere, Ramses II, Templi

IL TEMPIO MINORE DI ABU SIMBEL

A cura di Grazia Musso

Abu Simbel è uno dei siti archeologici più belli e interessanti di tutto l’Egitto.

Si trova presso il governatorato di Assuan, sulla riva occidentale del Lago Nasser, località della Bassa Nubia in cui si trovano i due celebri templi di Ramses II.

Il nome di Abu Simbel fu registrato fino al secolo scorso come Ibsambul, Ebsambul, Abusambul.In egizio il sito era chiamato Meha.

Un tempietto di Horus di Meha che si trovava in situ fu completamente distrutto nella costruzione del Tempio Maggiore, che fu chiamato Per-Ramesses-Miamon. Nella collina di un sito più a nord, noto come Abeshek, fu scavato il Tempio Minore.

L’intero sito fu scoperto nel 1813 dallo svizzero Burkhardt, ma fu Battista Belzoni che lo liberò dalla sabbia e vi entrò nel 1817.

Il Tempio Minore dedicato alla sposa di Ramses II, la regina Nefertari, e a Hathor di Abeshek, cui la regina fu qui associata.

La facciata è alta 12 metri e larga 28 e davanti si trovano sei statue alte 10 metri, le statue raffigurano 4 volte Ramses e due Nefertari. Ai lati del faraone si trovano le statue dei figli, in dimensioni minori, mentre ai lati delle statue della regina vi sono raffigurate le figlie.

All’interno si trova la sala ipostila con sei pilastri hathorici decorati dal sistro Hathorico, sul “manico” del quelle è iscritta la formula d’offerta, due colonne laterali recano invece i cartigli di Ramses II e di Nefertari. Il passaggio assiale dell’ipostila ha ai lati pilastri raffiguranti, oltre a Nefertari e Ramses II, diverse divinità. Il pronaos introduce al naos, in cui si trova una statua di Hathor in forma di vacca.La regina, all’interno del tempio é ritratta frequentemente con il sistro Hatorico e bouquet di fiori, la sua fronte è ornata dal così detto ureo hathorico e dalla testa di avvoltoio.

I due templi sono stati salvati dalle acque del lago Nasser con un colossale lavoro frutto di un progetto svedese finanziato da fondi UNESCO e USA, con la collaborazione di specialisti italiani. Tagliate in immensi blocchi le statue delle facciate, le colline sono state scavate fino a staccare le pareti degli edifici dalla roccia. Le 15.000 tonnellate di roccia che costituivano i templi sono quindi state rimontate in due grandi cupole di cemento armato e ricoperte da colline artificiali, 210 metri più indietro e 65 metri più in alto del sito originario.

Questa veduta raffigura il passaggio assiale dell’ipostila del Tempio Piccolo di Abu Simbel.Sui lati dei pilastri sono raffigurate, oltre a Nefertari e Ramses II, diverse divinità.

All’interno del Piccolo Tempio di Abu Simbel, la regina Nefertari è ritratta frequentemente con il sistro hathorico e bouquet di fiori. La sua fronte è ornata dal cosiddetto ureo hathorico e dalla testa di avvoltoio.

Fonti:

  • Dizionario Enciclopedico dell’antico Egitto è delle civiltà Nubiane – Maurizio Damiano – Mondadori
  • Le Regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli – Edizioni W Hite Star
  • http://www.egitto.it.siti archeologia.
Senza categoria, Templi

IL TEMPIO DI HATHOR A DENDERA

A cura di Patrizia Burlini

Il tempio di Hathor a Dendera è famoso per I bellissimi colori, ancora più evidenti dopo il restauro – e per il soffitto astronomico.

Nella sala ipostila esterna è rappresentato il viaggio diurno di Ra durante le ore del giorno.

Nell’immagine qui sotto, è presente il dettaglio della IV ora.

A destra, la dea della IV ora indossa il disco solare, sulla prua della barca sacra di Ra si notano un uccello Ba, dalla testa umana, e il dio Montu (testa di falco, poeta il disco solare con due piume) che arpiona Apophis – di cui ha diffusamente parlato Luisa Bovitutti- che in questo caso, anziché essere rappresentato come un serpente, ha le sembianze umane di un nemico asiatico.

Il segno dell’Ariete dal soffitto astronomico della grande sala ipostila.
I segni zodiacali avevano origine babilonese-greca e non si trovano in Egitto prima della conquista di Alessandro Magno, avvenuta nel 332 a. C.
Foto: Mick Palarczyck
Il segno del Toro– Foto: Mick Palarczyck
Il segno dei Gemelli, rappresentato dai gemelli divini Shu, a sinistra, e Tefnut, a destra.
Shu era il simbolo dell’aria e Tefnut quello dell’umidità. Con i figli Nut (cielo) e Geb (terra), rappresentavano i quattro elementi primordiali.
Foto: Mick Palarczyck
I segni di Vergine e Bilancia – Foto: Mick Palarczyck
Il segno del Capricorno – Foto: Mick Palarczyck

Donne di potere, Hatshepsut, Templi

DJESER-DJESERU – LA TERRAZZA SUPERIORE

Di Andrea Petta

Da sottolineare il fatto che l’ultimo piano del tempio fu adattato alle esigenze di un monastero copto, dedicato a San Phoibammon, fondato probabilmente alla fine del VI secolo. I saloni del monastero furono costruiti sulla terrazza superiore mentre l’accesso ai visitatori esterni probabilmente avveniva nel cortile sottostante. Il monastero è stato utilizzato per più di due secoli, ma deve essere stato ricordato per molto più tempo poiché il nome del luogo “Deir el-Bahari” significa appunto “Monastero settentrionale”.

Il terzo portico corona la facciata del tempio, in origine con 26 statue di Hatshepsut erette contro i pilastri e le estremità orientali delle pareti laterali, tutte distrutte a parte qualche testa sopravvissuta alla damnatio. La parete ovest era decorata con 110 colonne di testo che descrivono eventi miracolosi evidenziando la volontà di Amon-Ra che sua figlia fosse incoronata re delle Due Terre. Dopo la morte di Hatshepsut le colonne furono sostituite da Thutmosis III con scene figurali.

Dal portico si accede alla cosiddetta “wshyt Hbyt = Corte della Festa“, con una corte centrale circondata su tutti i lati da un colonnato oltre il quale si aprono una stanza con finestra non meglio identificata, le cappelle funerarie di culto di Hatshepsut e Thutmosis I, il santuario principale di Amon, due cappelle di Amon ai lati nord e sud oltre ad un altare del sole e la cappella superiore di Anubi.che abbiamo già visto.

Per dare un’idea della devastazione subita dal tempio, il portale in granito che conduce alla Corte della Festa era l’unica parte visibile ai primi visitatori nel XVIII secolo.

La stanza con finestra potrebbe essere una “Stanza delle Apparizioni” come verrà mostrata ad Akhetaton (con Akhenaton che assegna l’Oro dell’Onore), ma le opinioni sono discordanti.

La “Corte della Festa” si riferisce alla “Bella Festa della Valle” e le scene della processione in occasione della festa occupano molto spazio della decorazione della terrazza superiore.

Il lato ovest, che conduce al Santuario di Amon, era decorato da nicchie con statue di Hatshepsut, di cui rimangono solo alcune parti.

AI lati dell’ingresso del Santuario di Amon, due figure di Ahmose, la madre di Hatshepsut (ma originariamente probabilmente di Neferure che accoglie, come erede designata, la madre Hatshepsut e Hathor).

Cappella meridionale di Amon: l’unica rappresentazione sopravvissuta di Hatshepsut (anche se con i cartigli di Tuthmosis II)

La Cappella meridionale di Amon contiene l’unica immagine sopravvissuta di Hatshepsut – anche se i cartigli sono stati cambiati con quelli di Thutmosis II.

LE CAPPELLE FUNERARIE DI CULTO DI HATSHEPSUT E THUTMOSIS I

Alle cappelle di culto di Hatshepsut e di suo padre, Thutmosis I, si poteva accedere dalla terrazza superiore attraverso un vestibolo. Entrambi gli ingressi alle cappelle si trovano nella parete occidentale del vestibolo. Due piccole nicchie erano state costruite nel muro orientale del vestibolo, una di queste era stata decorata con il capitolo 148 del Libro dei Morti. Questo capitolo garantiva l’approvvigionamento di cibo nell’aldilà grazie alla conoscenza dei nomi delle 7 mucche celesti.La parete occidentale della cappella era stata decorata con una grande falsa porta in granito rosso.Essendo la zona del tempio dedicata al culto della regina, è possibile che la statua di Hatshepsut conservata al Met di New York fosse posizionata qui.

IL SANTUARIO DI AMON

Attraverso un grande portale in granito si accede alla prima stanza del santuario principale di Amon dove veniva portata la statua del dio durante la “Festa della Valle”. La stanza ha un tetto a volta e due statue di Hatshepsut in forma di Osiride.Nel solstizio d’inverno il sole sorgeva esattamente sulla linea dell’asse del tempio. Così, i raggi del sole entravano nel santuario attraverso la finestra esterna illuminando le statue di Amon e del re ivi collocate. Purtroppo l’allineamento è andato perso nel corso del tempo (lavori, terremoti).La cappella originale dedicata ad Amon è stata smantellata nel periodo tolemaico e sostituita da un santuario dedicato ad Amenhotep.

L’ALTARE DEL SOLE

Il complesso del culto solare è costituito da un vestibolo coperto e un cortile aperto con l’altare solare. L’elemento predominante del cortile è il grande altare all’aperto per Ra-Horakhty eretto al centro e dotato di scale che conducono sul lato occidentale fino alla piattaforma.

A parte la distruzione delle rappresentazioni e dei nomi di Hatshepsut sotto Thutmosis III, in seguito i nomi e le figure di Amon-Ra e gli dei dell’equipaggio della barca solare furono distrutti – ad eccezione di Ra-Horakhty e Atum – durante il periodo di Amarna.

Le figure distrutte e i nomi degli dei furono restaurati – molto probabilmente sotto Horemheb.

Hatshepsut, Templi

IL DJESER-DJESERU

Il tempio di Deir El-Bahari è oggi uno dei siti più celebri di Tebe ed è uno dei luoghi più suggestivi che sorge all’interno di un immenso anfiteatro roccioso formato da una parete verticale che s’innalza per 200 metri circa e si apre verso la pianura niolitica.

Il celebre tempio di Hatshepsut fu noto agli Egizi come Djeser-Djeseru (Santi tra i santi), termine che indica quanto di più splendido e sacro ci fosse. L’edificio ha tre livelli successivi: un vasto cortile e due terrazze , la seconda più piccola della prima; si passa dal cortile dal cortile della prima terrazza e da questa alla seconda mediante delle rampe. I dislivelli sono occupati da portici che fanno da sfondo sia al cortile sia alla prima terrazza. Fra le splendide raffigurazioni parietali ricordiamo la teogamia che consacra Hatshepsut come figlia di Amon, la “cronaca” della celebre spedizione navale dell’anno 9, diretta al Paese di Punt, il trasporto da Assuan e l’erezione nel tempio di Amon a Tebe degli obelischi in onore del dio.

Eccezionale per la conservazione e gli smaglianti colori sono il santuario dedicato alla dea Hathor, cui il sito di Dei El-Bahari era tradizionalmente sacro ed il santuario del dio Anubis, connesso al rituale funerario.

Ricostruzione del tempio di Hatshepsut, a Deir El Bahari. (Tebe Ovest). In primo piano si vede il grande cortile cintato in fondo al quale si elevano le ampie terrazze e i portici che ospitavano splendidi rilievi e varie cappelle. Alle spalle del tempio si eleva la ripida scarpata della montagna tebana, che forma lo splendido paesaggio in cui il tempio si inserisce armonicamente. I lavori di restauro ne hanno oggi restituito la struttura e gli scavi hanno portato alla luce molte delle statue che ne ornavano corti e viali, nonché rivelato la presenza di piccoli bacini e giardini dedicati al dio Amon che ravvivano l’arido paesaggio desertico.

Militari in festa, da Deir El-Bahari.

Nella fotografia sono raffigurati dei soldati in festa con foglie di palma, armi e stendardi; il dettaglio fa parte di una scena in cui i militari seguono il battello della dea Hathor durante la navigazione in suo onore.

Da Deir el-Bahari, Tempio funerario di Hatshepsut, sala ipostila della cappella di Hathor, parete di nord-est. XVII Dinastia.