Piccola Guida Turistica

LA PIRAMIDE DI TETI

Ricostruzione della parte a nord del complesso di Djoser, opera di Jean-Claude Golvin: la piramide sull’angolo del recinto è quella di Userkaf, fondatore della V dinastia, alla cui destra si trova quella di Teti, ed accanto ad essa sorge quella che alcuni studiosi attribuiscono a Menkauhor, settimo sovrano della V dinastia ed altri a Merikara, sovrano della X dinastia che regno’ sul nomo di Eracleopoli e fu sconfitto dal re tebano Antef II (notizie acquisite in Wikipedia)

Dopo aver visitato il complesso di Djoser, continuiamo lungo l’itinerario programmato per visitare l’immensa necropoli di Sakkara: siamo consapevoli che sarà impegnativo e che permetterà un semplice “assaggio” delle meraviglie del luogo, ma abbiamo letto abbastanza sulle varie tombe e approfondiremo ulteriormente al nostro ritorno.
La prima tappa è a nord est della piramide a gradoni, ove Teti, fondatore della VI dinastia (secondo Manetone ferocemente assassinato dalle sue guardie del corpo) ed i suoi visir Mereruka, Kagemni e Ankhmahor costruirono le loro ultime dimore, seguendo l’esempio di Huni, che abbandonò Abusir dove avevano sede i complessi funerari della maggior parte dei sovrani della V dinastia.

Il corridoio discendente grezzamente scavato nella roccia che conduce alle camere sotterranee
Particolare della parete del corridoio, pazientemente scalpellata dagli antichi operai
La parte finale del corridoio, in piano, che sbocca nella prima camera sotterranea della piramide, rivestito con lastre di calcare.


Normalmente i programmi dei viaggi organizzati dai tour operators prevedono la visita della piramide di Huni, predecessore e forse suocero di Teti, che è più piccola ma che segnò la scomparsa del culto solare che aveva assunto grande importanza con i suoi predecessori e che fu la prima le cui pareti furono incise con testi funerari, più precisamente rituali e incantesimi destinati a guidare attraverso l’Aldilà il re identificato con Osiride (i cosiddetti “testi delle piramidi”) ed il cui soffitto venne decorato con stelle.

L’accesso alla prima camera fotografato dalla seconda camera
L’accesso alla seconda camera
Parte del soffitto che rappresenta il cielo, una volta dipinto di blu e punteggiato di stelle gialle
La nicchia in fondo alla teoria di stanze che contiene il sarcofago del sovrano

Noi l’avevamo già vista in passato, quella di Teti è del tutto analoga e la nostra scelta ci ha permesso di evitare la coda all’ingresso.
La parte esterna della piramide è oggi ridotta ad un cumulo di rovine, ma tutta la parte ipogea, che è simile a quella di Unis, è in perfette condizioni.

Il sarcofago in basalto all’interno del quali sono stati ritrovati frammenti di una mummia, forse proprio quella di Teti.
Particolare della parete; si nota ripetuto più volte il cartiglio di Teti
Particolare della parete: si nota sulla destra il cartiglio con il nome di Teti
Altro particolare della parete


Troverete notizie dettagliate sul faraone e sulla piramide sul nostro sito a questi link:
https://laciviltaegizia.org/2020/12/27/teti/ e
https://laciviltaegizia.org/2021/03/11/la-piramide-di-teti/).

FOTOGRAFIE di Silvia Vitrò

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LA TOMBA A SUD

Lo spaccato della Tomba a sud; la visita si chiude in fondo al pozzo sepolcrale, qui non visibile, che ospita sul fondo il sarcofago di colore rosa; dalla camera sepolcrale si dipartono gli altri corridoi e cunicoli restaurati ma non visitabili

Cliccate su questo link: potrete visitare con noi virtualmente questo incredibile monumento, grazie al filmato del Ministero del Turismo e delle Antichità Egiziano.

Nel 2021 nel complesso di Djoser è stata riaperta al pubblico la cosiddetta “tomba a sud”, sita proprio di fronte alla piramide, nell’angolo sud-est del cortile, addossata al recinto; essa ha la struttura esterna di una mastaba circondata da un muro a facciata di palazzo con false porte, oggi ricostruito, la cui sommità è decorata con una fila di urei, simbolo della dea Wadjet, protettrice del sovrano.

Lo spaccato della Tomba a sud; la visita si chiude in fondo al pozzo sepolcrale, qui non visibile, che ospita sul fondo il sarcofago di colore rosa; dalla camera sepolcrale si dipartono gli altri corridoi e cunicoli restaurati ma non visitabili. Foto di pubblico dominio.

Il cuore della struttura è costituito da un pozzo funerario profondo 28 metri ed oggi a cielo aperto, con un sarcofago sul fondo del tutto identico a quello sito nella piramide, dal quale si dipartono corridoi che conducono ad ambienti analoghi ma di minori dimensioni rispetto a quelli della piramide principale.

Particolare della decorazione di cobra sul muro interno del complesso funerario. Foto: Mstyslav Chernov

Il fondo del pozzo si raggiungeva in origine tramite un corridoio discendente posto sul lato ovest che era interrotto a circa metà del suo tragitto una galleria rettangolare lunga circa 30 metri, nella quale si sono rinvenuti vasi in terracotta ed in pietra, una slitta di legno, una cassa di legno ed una serie di pali di un baldacchino ancora con tracce di foglia d’oro.

Il magnifico muro di cinta esterno del complesso, all’altezza della Tomba a sud. Foto: kairoinfo4u

Oggi è stata realizzata una suggestiva scalinata in pietra che conduce ad un’apertura e ad un corridoio anch’essi scavati nella roccia e poi ad una serie di gradini in tubolari di metallo che permettono di scendere fino al sarcofago cubico, anch’esso in granito, nel quale, forse, venivano collocate la cassa canopica ed una statua che rappresentava il Ka del sovrano.

Le scale che conducono alla Tomba sud: pur essendo moderne, sono veramente scenografiche
L’uscita del corridoio e la struttura di scale realizzata con tubolari d’acciaio, che portano in fondo al pozzo a cielo aperto
Il sarcofago di granito rosa nella camera sepolcrale in fondo al pozzo. La visita autorizzata termina qui. Adesso vi mostro cosa ci perdiamo….

Purtroppo anche qui, nonostante si paghino altre 100 Egyptian Pounds per l’ingresso, i meravigliosi corridoi e le stanze annesse, splendidamente restaurate, non sono visitabili: alcune zone sono decorate con piastrelle verde – azzurre in faience disposte in modo da simulare un graticcio di canne, e sulle pareti di una stanza sono visibili tre rilievi del re intento ad eseguire la corsa della festa Heb-Sed, tant’è che questa tomba viene anche interpretata come il primo abbozzo della “piramide secondaria”.

Un corridoio decorato come quelli della piramide a gradoni, Foto da Mediterraneo Antico
Una delle nicchie del corridoio, con l’architrave e gli stipiti decorati da geroglifici di bellissima fattura che racchiudono un’immagine del Sovrano.
L’architrave recante i titoli del re: L’ape e il carice, che significavano Re dell’Alto e del Basso Egitto, e le “Due signore” sopra il segno neb, ossia la dea avvoltoio Nekhbet e la dea cobra Wadjet che proteggevano il sovrano e rappresentavano le Due Terre.
Un’altra nicchia con l’immagine del Sovrano.
La struttura cilindrica sotto l’architrave rappresenta una stuoia di giunchi arrotolata, che veniva solitamente posta davanti all’ingresso delle case.

Questa sepoltura era probabilmente un cenotafio, in quanto era tradizione arcaica che il re avesse due tombe, una effettiva a Sakkara, l’altra simbolica ad Abido, che rappresentavano rispettivamente l’Alto e il Basso Egitto; la costruzione delle due tombe nel medesimo complesso segna l’unificazione delle Due Terre sotto la guida dello stesso sovrano.

Fotografia d’epoca raffigurante la slitta ed i vasi rinvenuti nella grande camera che si trova a metà del corridoio d’accesso.
Foto d’epoca raffigurante l’architrave di una nicchia con i titoli del re e la decorazione a forma di stuoia arrotolata
L’immagine di Djoser che compie la corsa rituale in occasione della sua festa di Heb-Sed

FONTI:

https://mediterraneoantico.it/…/saqqara-inaugurata-la…/ di Tiziana Giuliani

https://www.odysseyadventures.ca/…/saqqara…

https://phys.org/…/2021-09-egypt-ancient-tomb-king…

http://www.news.cn/…/africa/2021-09/14/c_1310185842_10.htm

https://www.9news.com.au/…/4652803e-8cf0-4eb7-9d79…

https://www.egypttoday.com/…/All-you-need-to-know-about…

Ove non diversamente specificato, le immagini sono state tratte dai predetti siti on line.

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L’INTERNO DELLA PIRAMIDE DI DJOSER

Lo spaccato della piramide con tutti i cunicoli e i pozzi che la percorrono; la visita è limitata al corridoio verde che parte da destra e arriva quasi in cima al pozzo funerario.
Foto da Wikipedia F

https://www.facebook.com/watch/?v=188154982477237&t=4

Cliccate su questo link per un bellissimo video del Ministero del Turismo e dell’Archeologia Egiziano che vi permetterà di entrare virtualmente nella piramide.

Aspettavo con trepidazione il momento di entrare nella piramide di Djoseraperta al pubblico dopo quattordici anni di lavori di restauro e consolidamento; essa è attraversata da un’intricata rete di pozzi e cunicoli, le cui pareti erano originariamente decorate con piastrelle di faience verde – azzurra e con rilievi raffiguranti il sovrano mentre effettua la corsa rituale della festa Heb-Sed.

Uno dei rilievi che raffigurano Djoser mentre effettua la corsa rituale, collocato in un’area oggi chiusa al pubblico.
Fotografia del Ministero del Turismo e dell’Archeologia Egiziano

Dopo aver pagato il biglietto (100 Egyptian Pounds), abbiamo avuto accesso alla parte ipogea del monumento dall’ingresso posto sul lato est, che si affaccia sul grande cortile cerimoniale e che immette in un ampio corridoio sotterraneo completamente scavato nella roccia (così come le gallerie ed il pozzo funerario) e realizzato prima che i livelli sopra il suolo venissero edificati.

Il magnifico corridoio che conduce al pozzo funerario.
Fotografia di Silvia Vitrò
Un altro corridoio chiuso al pubblico: le pareti recano ancora le tracce degli alloggiamenti delle piastrelle di maiolica turchese oggi cadute.
Fotografia del MInistero del Turismo e dell’Archeologia Egiziano

Tutta la parte sotterranea faceva parte della mastaba che costituiva l’originaria tomba del sovrano, costruita sopra il pozzo funerario quadrato che affonda nel terreno roccioso fino ad una profondità di quasi 30 m. e che ospita sul fondo un sarcofago costituito da grandi blocchi di granito assemblati a realizzare un cubo; sopra di essa sono stati in seguito edificati gli altri livelli esterni per trasformarla nella piramide a gradoni che ancora oggi vediamo.

Il pozzo funerario visto dall’alto con il sarcofago sul fondo.
Il sarcofago visto da vicino; ora non è più possibile accedere alla camera sepolcrale e bisogna accontentarsi di guardarla dall’alto.

Il corridoio sbuca a metà altezza del pozzo funerario, e per la sicurezza dei turisti è stata collocata una balaustra di ferro che permette di affacciarsi senza pericolo sul pozzo per osservare il sarcofago e le pareti, approssimativamente sbozzate ed in alcuni punti ancora rinforzate con le travi di legno di cedro originali che gli Egizi importavano dal Libano.

Parete di una delle “stanze blu” ricostruita al Museo Imhotep con le piastrelle originali.
Foto del prof. Richard Mortel, da Flickr
Parete di una delle “stanze blu” ricostruita al Museo Imhotep con le piastrelle originali.
Foto del Prof. Richard Mortel, da Flickr

La mummia del defunto veniva probabilmente portata fino a qui con una slitta (una di esse è stata ritrovata nella tomba a sud, della quale parleremo in seguito) e poi, dopo i riti funebri, era calata nel sarcofago con delle funi.

Vi confesso che mi batteva il cuore mentre percorrevo quel corridoio largo ed alto, quasi rettilineo, molto ben illuminato e mi affacciavo lla balaustra, sporgendomi verso il pozzo…. le pareti ancora recavano i segni dei colpi di scalpello degli antichi scavatori e nell’ultimo tratto le tracce della malta usata per fissare le piastrelle, staccatesi con il passare dei millenni ed oggi custodite al Museo del Cairo ed al Museo Imhotep.

Una trave di legno di cedro destinata a sorreggere il soffitto del pozzo sepolcrale.
Fotografia di Aldo Vitrò

L’emozione è forte, soprattutto per un appassionato dell’antico Egitto ben consapevole che la piramide è stata praticamente inaccessibile per secoli e che ancora oggi pochi hanno avuto il privilegio di entrarvi; non posso tuttavia esimermi dal sottolineare che alla fine mi sono sentita un po’ defraudata dalle scelte del Ministero Egiziano, che usa il contagocce quando offre le proprie bellezze archeologiche ai turisti stranieri, ben felici di pagare un biglietto per poterne godere.

Un affascinante cunicolo sotterraneo chiuso al pubblico.
Un altro cunicolo chiuso al pubblico ed estremamente suggestivo.

Infatti, e lo stesso si può dire per la tomba a sud di cui parlerò in seguito, per motivi che non so spiegarmi non sono visitabili lunghi tratti di gallerie sotterranee ben restaurati ed illuminati, che ancora conservano la raffinata copertura di maiolica ed i rilievi che rappresentano il sovrano; per questo chi ha avuto modo di vedere le sensazionali fotografie pubblicate in rete e sui giornali all’epoca dell’apertura della piramide resta un poco deluso perchè si aspettava un’esperienza più intensa e completa.

Ancora una parte dei corridoi sotterranei che sarebbe stato bello poter visitare ma che, ahimè, è interdetta alla visita.

Io posterò le foto che abbiamo scattato nel corso della visita, ma anche una serie di quelle delle parti non visitabili, tratte da internet: sono uno spettacolo!

NON DIVERSAMENTE INDICATO, LE FOTOGRAFIE SONO TRATTE DA QUESTA PAGINA: https://www.classicult.it/la-piramide-di-djoser-ritorna-dopo-14-anni-di-restauro/

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LA FESTA HEB-SED

Questa è l’invocazione che chiudeva la festa Heb-Sed, chiamata comunemente “giubileo del sovrano”, una celebrazione di straordinaria importanza per il Faraone e per tutto l’Egitto.

Per meglio comprendere il complesso monumentale di Djoser occorre conoscere questa ricorrenza, che veniva celebrata nell’ampia spianata di fronte alla piramide ed in un cortile laterale.

Pianta del sito piramidale di Djoser a Sakkara.
Immagine da internet

Troverete un bellissimo articolo del prof. Maurizio Damiano sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/i-misteri-della-festa-sed/; io vi darò alcune informazioni di carattere generale.

La festa compare nelle fonti fin dalla prima dinastia (famosa è una targhetta d’avorio che raffigura il re Den che compie la corsa cerimoniale) e fu celebrata fino all’epoca tolemaica.

Due delle cappelle sul lato sinistro del cortile della festa Hed-Seb.
Foto David Broad
La prima cappella posta sul lato sinistro del cortile dell’Heb-Sed guardando verso la piramide. L’ingresso è murato.

Si celebrava di regola dopo trent’anni di regno, poi di regola ogni tre anni, ed era uninsieme di riti molto elaborati e solenni con una valenza magico religiosa, in quanto grazie ad essi il sovrano non più giovane si sarebbe rigenerato ed avrebbe riacquisito personaggi del regno che scortavano solennemente lo scettro; i diciannove portatori degli stendardi degli dei e dei simboli delle province (nomoi); il reliquiario di Upuaut (la festa deriva la sua denominazione “Sed”, proprio dal nome arcaico di questa divinità guerriera e protettrice dell’erede al trono, che significa “colui che indica il cammino”), preceduto da un sacerdote che offriva incenso al dio e veniva chiusa da un funzionario con lo stendardo detto “di Khonsu”.

Due delle cappelle poste sul lato destro del cortile guardando verso la piramide. Foto da Ancient-egypt.org
La pedana rialzata sulla quale veniva eretto il baldacchino per l’incoronazione del re nel corso della festa. Foto da Ancient-egypt.org

Nel corso dell’Heb-Sed, che si protraeva per cinque giorni, il vecchio re doveva “morire”ed essere seppellito.

Petrie riteneva che i sacerdoti gli somministrassero una pozione tratta dai fiori di ninfea inducendogli uno stato di catalessi e che lo deponessero in carne ed ossa in un sarcofago, lasciandovelo per alcuni giorni; altri ipotizzano che si ritirasse nella camera sepolcrale della sua tomba dove veniva celebrato un rito nel corso del quale si simulava la sua morte ed il suo viso veniva dipinto di verde, a simboleggiare la sua assimilazione ad Osiride.

Stele raffigurante Snefru nel corso della festa Heb-Sed, in origine eretta davanti alla piramide a doppia pendenza ed oggi al museo del Cairo. Foto: Juan R. Lazaro

L’ipotesi più accreditata, tuttavia, è quella secondo la quale in luogo del sovrano venisse sepolto un simulacro che lo rappresentava, in quanto a Deir-el Bahari Howard Carter, scoprì una statua di Montuhotep II in arenaria dipinta che lo raffigurava assiso, con la corona rossa e l’abito cerimoniale dell’Heb-sed, avvolta in lino e deposta vicino a un sarcofago vuoto, sdraiata sul fianco sinistro, posizione nella quale venivano collocati i defunti nel Medio Regno.

Al termine del rito il sovrano si spogliava dal lungo mantello bianco cerimoniale che lo avvolgeva completamente, lasciando scoperte solo la testa e le mani ed usciva da questo bozzolo rinvigorito, “nuovo”, per essere incoronato re dell’Alto e del Basso Egitto, sedendo alternativamente sul trono di ognuna delle Due Terre, posti sotto un baldacchino collocato su di una pedana in pietra.

Djoser sta effettuando la corsa rituale. Rilievo nei sotterranei della sua piramide. Foto: Mark Lehner

Successivamente si univano alle celebrazioni la grande sposa reale ed i suoi figli, simboli della dinastia e del suo futuro, e si svolgeva un’altra cerimonia nella quale il re si identificava con Osiride e con l’aiuto dei sacerdoti sollevava con delle corde un pilastro djed in legno, simbolo del dio e di stabilità, davanti al quale venivano presentate offerte e degli attori mettevano in scena il mito di Osiride e Iside.

La statua di Montuhotep II ritrovata da Carter a Deir el Bahari, nella camera sepolcrale posta nei pressi del suo tempio funerario. La pelle nera, la barba ricurva all’estremità e la posizione delle braccia incrociate sul petto, lo pongono in relazione ad Osiride con il quale il re veniva identificato dopo la morte. Oggi la statua si trova al Museo del Cairo.

In seguito il Faraone indossava il rituale gonnellino arcaico dal quale pendeva una coda di toro fissata ad una cintura e tenendo in mano l’astuccio con il Testamento di Geb che testimoniava la sua legittimità a regnare, preceduto da un portatore dello stendardo di Upuaut effettuava una corsa rituale (ampiamente rappresentata nei rilievi templari e tombali, ad esempio sulle pareti della cappella rossa di Hatshepsut ed anche all’interno dei cunicoli sotterranei della piramide dello stesso Djoser) in un’area che rappresentava l’Egitto, sia per dimostrare il proprio rinnovato vigore, sia per prendere formalmente possesso delle sue terre.

Sethi I che effettua il rito dell’erezione del pilastro djed nel corso della sua Festa Heb-Sed. Tempio di Sethi I ad Abidos. Fotografia da internet

Infine, veniva accompagnato su di una portantina a visitare le cappelle degli dei che circondavano il perimetro del cortile dell’Heb-Sed; nella cappella dedicata ad Horus sedeva su di un trono e mentre due dignitari intonavano inni di lode riceveva lo scettro was simbolo di prosperità ed il flagello simbolo di regalità, ed un grande arco doppio e quattro frecce, che scagliava in direzione di ognuno dei punti cardinali, anche qui per rendere evidente l’avvenuta rigenerazione e per rivendicare in modo simbolico il dominio su tutto il regno.

In questa occasione pronunciava il seguente testo rituale (traduzione di Henri Frankfort):“Ho percorso la terra e ho toccato i suoi quattro lati; la attraverso come io voglio. Il buon dio (il re) che gira rapidamente sostenendo il Testamento corre attraverso l’oceano e i quattro lati del cielo andando veloce così come i raggi del dio Sole passano sopra la terra”.

Sesostri I effettua la corsa rituale davanti al dio Min. Foto da Mediterraneo Antico

Nel complesso di Sakkara sono ancora oggi visibili le strutture erette per la festa: nell’ampio cortile di fronte alla piramide si trovano delle strane costruzioni a forma di B che segnavano gli estremi del tragitto della corsa e rappresentavano i confini del regno; di fianco all’ingresso sopravvive il cortile dove si svolgeva l’incoronazione, con la pedana in pietra sulla quale veniva allestito il baldacchino; addossate ai lati lunghi del muro perimetrale vi sono le cappelle dedicate agli dei, caratterizzate da forme disomogenee e da cortiletti antistanti.

Ora godetevi le immagini. Ho cercato di postarne di nuove rispetto alle molteplici che troverete sul sito; vi segnalo anche questo articolo sul nostro sito: https://laciviltaegizia.org/tag/heb-sed/ su due placche di corniola intagliate con le immagini della Festa Heb-Sed di Amenhotep III, che facevano parte di un bracciale e che Carter acquistò per il MET di New York ove si trovano tuttora.

FONTI:

FERNANDEZ TRUAN J. C., “Il faraone e la festa di Heb-Sed. La corsa e il tiro con l’arco come elementi cerimoniali essenziali dell’antico rito egizio” a questo link: https://www.academia.edu/27893166/IL_FARAONE_E_LA_FESTA_DI_HEB_SED_pdf .

https://www.annees-de-pelerinage.com/visiting-step…/

https://historyofegypt.net/?page_id=970

https://anticatebe.blogspot.com/…/la-festa-sed-il…

http://www.leonardolovari.com/the-sed-festival-heb-sed/

https://www.ancient-egypt.org/…/fune…/heb-sed-court.html

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“ARRIVO ALLA NECROPOLI”

Una fotografia di Amelia Edwards

Questa fu la reazione che centocinquant’anni fa ebbe l’intrepida Amelia Edwards, egittologa inglese pioniera dei viaggi di esplorazione, autrice di numerose cronache delle sue avventure e di romanzi, quando si inoltrò per la prima volta sull’altopiano di Sakkara alla scoperta di quel mondo misterioso ed ancora in gran parte sepolto sotto la sabbia.

Confessò successivamente l’esploratrice che ci volle ben poco perchè l’eccitazione della scoperta avesse la meglio sull’orrore provato per la profanazione delle tombe di coloro che erano stati pietosamente sepolti lì nei millenni precedenti, tanto che insieme ai suoi compagni di avventura iniziò a frugare senza remore ogni anfratto, dichiarando di comprendere in pieno questa “insensibilità universale così contagiosa” e la “passione per la caccia alle reliquie così travolgente” che coglie la maggior parte dei viaggiatori portandoli a dimenticare ogni scrupolo e a far di tutto per impossessarsi delle “spoglie dei morti”.

Una delle prime edizioni del libro di Amelia Edwards nel quale racconta la cronaca del suo viaggio in Egitto.

Fu proprio la presa di coscienza dell’atteggiamento ottusamente predatorio ed irriverente di molti suoi contemporanei, spesso privi della preparazione necessaria per condurre uno scavo e interessati solo ai guadagni che potevano derivare loro dalla vendita dei reperti, che indusse Amelia a finanziare scavi di tasca propria e ad impegnarsi attivamente a favore della conservazione dei monumenti egizi, contribuendo a fondare nel 1882 l’Egypt Exploration Fund (diventato poi Egypt Exploration Society) insieme a Reginald Stuart.

Per essere all’altezza del compito ella studiò da sola i geroglifici e divenne un’egittologa esperta al punto da pubblicare articoli sulle maggiori riviste accademiche; oggi il suo busto in marmo fa bella mostra di sé al Petrie Museum di Londra, anche se, purtroppo, i posteri non le hanno tributato tutta la dovuta ammirazione.

Una foto d’epoca di Sakkara, come doveva apparire agli occhi dei primi visitatori: la piramide a gradoni e una distesa desertica punteggiata da montagnette, dove probabilmente i tombaroli avevano scavato.

Sono passati decenni dall’età d’oro dell’egittologia, e Sakkara continua a restituire sarcofagi e mummie a ritmo incessante (d’altra parte si tratta di una necropoli rimasta in uso per tremila anni), mantenendo sempre un fascino indiscutibile anche se ben diverse sono le sensazioni che offre al visitatore moderno.

Foto d’epoca alla piramide a gradoni scattata dalla piramide di Unas; Archivio fotografico del Museo Egizio, Torino (CC0)

Oggi non è più un cimitero devastato, ed anche se nei luoghi meno frequentati si trovano ancora molti cocci di terracotta resti di antiche depredazioni, gli accurati restauri delle mastabe e dei complessi piramidali hanno ripristinato l’ordine restituendo al sito la sua dignità.

Sebbene le più significative vestigia dell’antico Egitto abbiano carattere funerario e religioso e le solenni costruzioni di Sakkara furono edificate come tombe per il Faraone e la sua corte, non hanno nulla di lugubre e dopo che i miseri resti umani lasciati in loco dai tombaroli hanno ricevuto (si spera) adeguata inumazione altrove, sono tornate ad essere quello per cui gli antichi Egizi le avevano concepite: non l’ultima dimora per un corpo destinato a finire in polvere, quanto un luogo di rigenerazione dove il defunto, rappresentato eternamente giovane e prestante, sarebbe rinato ad una nuova vita nella quale avrebbe continuato a svolgere le attività che più gli piacevano insieme alla sua famiglia ed ai suoi servi.

La piramide a gradoni oggi. Foto Farncisco Anzola

Nel prossimo post comincerò insieme a voi la visita del sito. Preparatevi ad una bella scarpinata!

FONTI:

https://it.wikipedia.org/wiki/Amelia_Edwards

https://culturalfemminile.com/…/amelia-edwards-alla…/

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“UNA BIBLIOTECA PER I POSTERI”

Anubi sorveglia l’accesso alla necropoli.
Foto di Silvia Vitrò

da “Memorie sull’Egitto e specialmente sui costumi delle donne orientali e gli harem”, di Amalia Sola Nizzoli, Milano, 1841

Amalia Sola Nizzoli mi era completamente sconosciuta prima di accingermi alla stesura di questo post, e meriterebbe maggior rilievo nella storia dell’Egittologia: ella fu una delle pochissime europee che nel XIX secolo vissero a lungo in Egitto lasciando traccia della sua esperienza in un memoriale e fu senz’altro la prima donna italiana a dirigere uno scavo, in un’epoca in cui le Due Terre erano un paese pericoloso, inospitale e frequentato non solo da studiosi ma soprattutto da filibustieri privi di scrupoli in caccia di tesori e di reperti.

La sua famiglia nel 1819 si trasferì ad Assiut presso uno zio, medico personale di un importante funzionario ottomano; l’anno successivo, appena quattordicenne, Amalia sposò Giuseppe Nizzoli, diplomatico dell’Austria ad Alessandria ed appassionato collezionista di reperti archeologici (i 1400 oggetti raccolti dai coniugi a Menfi furono venduti agli Asburgo, al granduca Leopoldo II di Toscana ed al pittore Pelagio Palagi, e sono oggi esposti a Vienna, a Firenze e a Bologna) e si stabilì al Cairo dove visse per un decennio nel corso della sua breve esistenza conclusasi a soli 40 anni d’età (solo di recente sono stati ricostruiti i suoi ultimi anni ed è stata ritrovata la sua tomba).

Le sue Memorie coprono un periodo che va fino al 1828, ma gli scavi da lei diretti a Sakkara per incarico del marito, sempre assente per lavoro, si collocano nel 1820, quando aveva solo quindici anni: ella aveva imparato l’arabo, viveva nel sito in una tenda con la figlioletta e la servitù ed aveva l’autorevolezza e le risorse economiche necessarie per trattare alla pari con i “caporali” che gestivano la manovalanza locale e per dirigere le inaffidabili maestranze, che avevano la pessima abitudine di sottrarre i reperti rinvenuti e rivenderli in proprio o ad altri scavatori.

La prima edizione delle Memorie di Amalia Nizzoli.

Ella scalò le piramidi di Giza e di Sakkara, si avventurò all’interno di quella di Cheope con la sola assistenza di tre guide beduine che illuminavano il cammino con delle candele e la aiutavano nei passaggi più difficili (“era per me un sogno il trovarmi là dentro in mano di que’ ceffi, che potevano di me far ciò che più loro piacesse”) e visitò le mastabe ancora sepolte dalla sabbia, rimanendo impressionata dalla complessità di tali strutture e dalla vividezza dei rilievi parietali.

E’ sorprendente, poi, l’acume di una ragazzina autodidatta (si era formata sui libri della biblioteca dello zio e frequentando gli studiosi che si recavano in Egitto per le loro ricerche), che ha percepito il valore storico e filologico oltre che estetico (e venale) di quelle immagini, le quali, come ha affermato duecento anni dopo il dott. Peter Der Manuelian, egittologo del MBA di Boston e dell’Università di Tufts, “hanno contribuito a conservare ed esplorare un mondo scomparso secoli fa: nelle decorazioni di questi sepolcri si possono osservare meravigliose scene che illustrano ogni aspetto della vita nell’Antico Egitto – per cui questi monumenti non riguardano semplicemente gli aspetti connessi con la morte degli Egizi, bensì quelli vincolati alla loro esistenza terrena”.

In effetti Sakkara, sorta nel corso della I dinastia come necropoli della città di Menf,i fu ampiamente utilizzata dai sovrani e dalla nobiltà dell’Antico Regno e l’analisi delle sepolture permette di ricostruire molti aspetti della vita quotidiana dei titolari della tomba e delle persone comuni, rappresentate mentre lavorano sotto la supervisione del defunto che di solito aveva ricoperto importanti incarichi pubblici.

In seguito, pur coesistendo con la necropoli reale di Giza e con quella della Valle dei Re a Tebe, mantenne la sua importanza fino al periodo tolemaico e romano come luogo di sepoltura dell’élite menfita, e la presenza di sepolture di varie epoche consente di valutare l’evoluzione stilistica dell’architettura funeraria nei tremila anni della storia dell’Egitto.

La ricchezza e la vastità di questo sito, che occupa un vasto altopiano calcareo che domina la valle del Nilo, sono incredibili (16 kmq), e la visita completa non può certamente esaurirsi in una giornata, per cui occorre effettuare una selezione preventiva delle tombe e delle piramidi che si desiderano visitare, in modo che la guida possa tracciare il tragitto più breve ed acquistare i biglietti con la formula più conveniente.

La stretta striscia di campi coltivati tra il Nilo ed il deserto.
Foto da internet

Inoltre è importante tenere presente che il sito è in pieno deserto e che non vi sono nè palme nè punti di ristoro, per cui occorre munirsi di scarpe ed abbigliamento comodi, di un bel cappellino e di abbondante acqua.

Nei prossimi post descriverò l’itinerario che abbiamo seguito, dedicando maggiore spazio a zone per me nuove o di recente restauro, come l’interno della Piramide a gradoni e la tomba sud; l’unico rammarico in questa giornata memorabile è stata l’impossibilità di visitare il museo Imhotep, che in occasione della mia precedente visita ancora non esisteva e che stavolta, guarda un po’….. era chiuso!

Fondamentale per la buona riuscita dell’escursione comunque è stata la nostra bravissima guida Monalisa Karam, che ci ha fatto percorrere la necropoli in lungo ed in largo portandoci fuori dagli itinerari abituali (normalmente nei viaggi di gruppo si visitano solo il complesso di Djoser ed un paio di mastabe), e si è trattenuta con noi ben oltre il suo orario lavorativo per esaudire tutte le nostre infinite richieste: ancora grazie, cara Monalisa!

Monalisa insieme a me ed a mia figlia

FONTI

Piccola Guida Turistica

LA PIRAMIDE ROSSA

La piramide rossa come appare avvicinandosi dalla strada; sul lato visibile si nota il percorso che conduce all’ingresso, posto più o meno a metà della sua altezza e protetto da una tettoia di legno
Foto: Silvia Vitrò.

La Piramide Settentrionale di Snefru è più nota come Piramide Rossa a causa del particolare colore dell’arenite con la quale fu realizzato il suo nucleo; essa è in perfetto stato nonostante in epoca medievale sia stato rimosso e riutilizzato il rivestimento in pregiato calcare, una modesta porzione del quale è ancora oggi ancora visibile alla base del lato est.

Essa, costruita su terreno ben solido, rappresenta il massimo grado di evoluzione dell’architettura egizia dell’epoca, e condensa in sé tutte le conoscenze fino ad allora acquisite nella tecnica di costruzione delle piramidi, tant’è che non presentò mai problemi di statica e fu presa a modello dai successori di Snefru per la realizzazione delle piramidi di Giza.

L’inclinazione delle sue pareti è identica a quella della parte terminale della piramide a doppia pendenza e raggiungeva i 104 metri di altezza (oggi ridotti a 99 per l’asportazione del rivestimento); probabilmente fu l’ultima dimora di Snefru ma non possiamo averne la certezza in assenza di un sarcofago reale e considerato che i resti umani ivi rinvenuti nel 1952 risalgono ad un’epoca molto più recente.

L’intero complesso si ispirava a quello della piramide romboidale, in quanto gli scavi effettuati nel secolo scorso accertarono l’esistenza di una rampa processionale lunga 400 metri che conduceva ad un tempio a valle, mai investigato.

Per informazioni più dettagliate sulla piramide, guardate sul nostro sito gli articoli ai seguenti link:

La piramide è raggiungibile dopo una bella camminata sotto il sole del deserto lungo una stradina lastricata che corre sulla sabbia; giunti alla base dell’edificio, bisogna arrampicarsi su di una ripida scaletta che conduce all’ingresso, posto a circa 28 metri dal suolo.

L’ingresso della piramide

Anche qui lo stretto cunicolo interno a sezione rettangolare (m. 1,00 x 1,20) è piuttosto ripido, illuminato artificialmente, dotato di corrimano a destra e a sinistra e lastricato con assi di legno e traversine antisdrucciolo.

Il corridoio discendente. Foto: Silvia Vitrò

Esso affonda subito nel cuore dell’edificio per una sessantina di metri ed alla fine, dopo aver raggiunto la linea di base della piramide, diventa orizzontale e sbuca nella prima anticamera priva di iscrizioni, dal soffitto alto più di dodici metri ed aggettante, realizzato con lastroni in calcare scolpiti e connessi in modo perfetto; questa camera si trova ESATTAMENTE sotto la cuspide dell’edificio, in corrispondenza del suo asse verticale.

Il soffitto della prima anticamera; si notino le iscrizioni lasciate dai primi visitatori ottocenteschi. Foto: Jon Bodsworth
La parte terminale del soffitto della prima anticamera. Foto: Silvia Vitrò

Per proseguire la visita occorre infilarsi in una stretta apertura situata nell’angolo inferiore destro della parete della camera posta di fronte a quella d’entrata e percorrere il corto budello che sbuca all’imboccatura di una rampa di scale in legno che consente di scendere sul pavimento della seconda anticamera, posto più o meno otto metri più in basso.

Il breve ed angusto passaggio che unisce la prima e la seconda anticamera. Foto: Silvia Vitrò

Nell’angolo a sud di questa seconda camera, del tutto analoga alla prima, si trova un’altra rampa di scale che permette di accedere ad un passaggio lungo circa sette metri e poi alla camera sepolcrale che si erge sopra il livello del suolo, all’interno della struttura della piramide.

 La seconda anticamera della piramide rossa: giunti alla sommità della rampa di scale si affronta il passaggio verso la camera sepolcrale, visibile solo dall’alto. Foto: Silvia Vitrò

Questa camera, più ampia delle altre ed alta circa 15 metri, è inagibile in quanto le pietre del pavimento sono state divelte per uno spessore di circa quattro metri dagli antichi tombaroli alla vana ricerca di altri passaggi.

La voragine aperta dagli antichi tombaroli nel pavimento della camera sepolcrale. Foto: Silvia Vitrò
Il soffitto della camera sepolcrale.: osservate la perfezione degli enormi blocchi di calcare e degli aggetti. Foto: Silvia Vitrò
Particolare di uno dei blocchi del soffitto: si noti la levigazione ottenuta attraverso scalpellatura. Foto: Silvia Vitrò

Le prime due camere sono allineate lungo l’asse nord-sud, mentre la terza è disposta perpendicolarmente sull’asse est-ovest.

La pianta delle camere funerarie

Sul lato est della piramide si trovano pochi resti del tempio funerario ed il pyramidion, trovato in frantumi e ricostruito.

Il pyramidion della piramide rossa così come ricostruito, collocato all’interno dei resti del tempio funerario. Foto: Silvia Vitrò

E’ d’obbligo un elogio al magnifico lavoro svolto dal governo egiziano anche in questa piramide: il nuovo sentiero che porta all’ingresso è in perfetta sintonia con l’ambiente; sono state tolte le orribili impalcature sopra l’accesso; tutte le strutture in legno interne sono state rinnovate e rinforzate per la sicurezza dei visitatori; è stata effettuata la completa disinfestazione dai pipistrelli che vent’anni fa abitavano stabilmente i soffitti; le pareti sono state perfettamente ripulite dalle loro deiezioni il cui pungente odore di ammoniaca rendeva l’aria quasi irrespirabile; tutto il sito circostante è perfettamente pulito.

La vista dall’ingresso della piramide rossa: in primo piano la zona militare, in secondo piano la piramide a gradoni sulla sinistra, quella di Pepi II sulla destra e al centro, credo, quella di Merenre. Foto da drittediviaggio.it

La visita è un’esperienza notevole, anche se quella alla piramide romboidale è decisamente più impegnativa ed emozionante; inoltre l’asetticità del luogo, la solidità delle scale e l’aumentato flusso turistico hanno un poco appannato la sensazione di avventura che ti prendeva in passato, prima dei lavori di restauro, quando in perfetta solitudine scendevi nelle viscere della piramide, ti arrampicavi su scale scricchiolanti e penetravi in ambienti popolati da pipistrelli che sembravano quasi inviolati da millenni….

FONTI: oltre a quelle già citate sul sito di Dahshur, ho consultato:

https://www.drittediviaggio.it/nelle-viscere-della…/

Piccola Guida Turistica

LA PIRAMIDE SATELLITE

ED IL TEMPIO FUNERARIO DELLA PIRAMIDE ROMBOIDALE

La piccola piramide satellite; è ancora visibile il primo corso del rivestimento originale in calcare; l’ingresso è posto sulla destra, protetto da una piccola tettoia. Foto: Silvia Vitrò.

La nostra visita al sito piramidale prosegue lungo il suo perimetro esterno; essa era racchiusa da un ampio recinto quadrato, con lato di m. 299 circa, del quale sopravvivono solo tracce; sul lato sud, a m. 52 di distanza sorge una piramide satellite con rivestimento in calcare bianco oggi praticamente scomparso, sebbene il nucleo dell’edificio sia ancora in buone condizioni.

I resti della rampa processionale nei pressi della piramide.Foto: Silvia Vitrò.

Essa doveva essere alta m. 26,00 ed aveva una base quadrata con lato di m. 52,80; era destinata al culto o forse alla sepoltura della regina Hetepheres, moglie di Snefru, poi probabilmente traslata con il suo sontuoso corredo funerario in una tomba accanto alla piramide del figlio Cheope a Giza.

Questa costruzione fu inventariata da Lepsius come LVII ed è da poco visitabile in quanto il cunicolo interno è stato liberato dalla sabbia che vi era filtrata nel corso dei millenni; naturalmente Silvia ed io non ci siamo fatte sfuggire l’occasione e siamo scese lungo il corridoio che arriva sotto il livello del suolo per poi risalire e sbucare in una modesta camera a volta aggettante alta m. 7, all’interno della quale gli archeologi trovarono solo cocci di vasi.

Il corridoio discendente della piramide satellite. Foto: Silvia Vitrò.
La volta aggettante della piccola camera interna alla piramide satellite. Foto: Silvia Vitrò.

Sul lato nord della piramide principale sorgeva un luogo di culto di cui restano pochissime vestigia; ad est, invece, è ben riconoscibile la pianta del tempio funerario, costituito da una cappella per le offerte e da alcuni locali annessi circondati da un muro di mattoni crudi; qui terminava la rampa processionale che iniziava al tempio a valle.

Particolare di un mattone crudo delle pareti esterne del tempio funerario, costituito di fango e paglia sminuzzata, ben visibile. Foto: Silvia Vitrò.

All’interno della cappella si elevavano due stele in calcare alte almeno nove metri iscritte con la titolatura del sovrano, oggi ridotte all’altezza di un paio di metri; tra di esse si trova un altare in calcare, sotto il quale c’è ancora la tavola per le offerte in alabastro con la forma del geroglifico hotep.

I resti della cappella del tempio funerario; si notano al centro l’altare fiancheggiato dalle due stele ed ai lati le vestigia più scure che facevano parte delle pareti esterne della cappella e delle stanze adiacenti, costruite in mattoni crudi. Foto: Silvia Vitrò.
La base dell’altare è costituita da una tavola per le offerte con la forma del geroglifico htp, costituito da una stanghetta orizzontale sormontata da una forma ovale che rappresenta un pane, qui leggermente incavato. Foto: Silvia Vitrò.

Ci ha suggerito una delle guardie che sorveglia l’area di inginocchiarci sulla tavola appoggiando in modo reverente la fronte sull’incavo che rappresenta il pane, perché questo semplice rito ci avrebbe portato fortuna…. a noi non so, a lui certamente sì, perché poi ci ha regalato in gran segreto un pezzetto di alabastro, si è soffermato a chiacchierare con noi e si è guadagnato un buon bakshish, che lo aiuterà a mantenere i suoi tre bambini.

All’orizzonte del tempio funerario di Snefru, a circa un chilometro di distanza, si staglia la cosiddetta “Piramide nera”, qui ritratta molto ingrandita. Essa fu edificata da Amenemhat III della XII dinastia e prende il nome dal colore dei mattoni crudi che costituiscono il suo nucleo, unica parte superstite dell’edificio originario che era rivestito con lastre di calcare ed aveva un pyramidion in basalto finemente iscritto, oggi custodito al museo del Cairo. Si tratta di un cenotafio, in quanto il sovrano fu seppellito più a sud, in un’altra piramide che si era fatto costruire ad Hawara, nel Fayyum. Foto: Silvia Vitrò.
Per ulteriori notizie, leggete sul nostro sito il bell’articolo di Grazia Musso, a questo link: https://laciviltaegizia.org/?s=piramide+di+amenemhat+III
L’attuale aspetto della “Piramide nera”. Foto: Silvia Vitrò.

Oltre a quelle già citate nel primo post su Dahshur, ho consultato le seguenti fonti:

FOTOGRAFIE di Silvia Vitrò

Piccola Guida Turistica

LA PIRAMIDE A DOPPIA PENDENZA O ROMBOIDALE

La piramide a doppia pendenza, che presenta ancora quasi tutto il suo rivestimento originale anche se in epoca recente sono stati necessari puntelli esterni per contenere il rischio di crolli.
Essa infatti venne costruita con blocchi di pietra molto grandi ed irregolari, ed il rivestimento venne “cementato” sulla superficie per rendere più solide le pareti a rischio cedimento e per lisciarle; l’asportazione delle lastre di calcare diventava quindi molto difficoltoso e fonte di pericolo perché la struttura avrebbe potuto cedere. Foto: Silvia Vitrò

La perfezione della Grande Piramide di Giza si fonda sulle conoscenze acquisite sul campo dagli architetti di Snefru, primo faraone della IV dinastia e padre di Cheope, i quali, prima di raggiungere un buon risultato con la piramide rossa di Dahshur, incontrarono ben due fallimenti, edificandone una a Meidum crollata in breve tempo, ed un’altra di cui parlerò ora, sempre a Dahshur, che li costrinse a correggere in corso d’opera l’inclinazione delle pareti laterali, rivelatesi inidonee a garantire la stabilità dell’edificio che sorgeva su di un terreno friabile e che fin da subito iniziò a presentare pericolose crepe.

Un angolo della piramide che si sta sgretolando. Foto: Silvia Vitrò

E così la piramide, che nel progetto originario avrebbe dovuto raggiungere l’altezza di m. 128,5, arrivò alla fine a m. 104,71 per una superficie di base pari a m. 188,6.

Per salvaguardare la buona reputazione degli architetti egizi, mi preme sottolineare l’estrema complessità dell’opera, che doveva essere realizzata partendo dall’interno e quindi dalla realizzazione delle tre camere funerarie: la più bassa che rappresentava il mondo sotterraneo, quella intermedia che segnava l’assunzione al cielo del Sovrano, quella superiore che rappresentava il suo nuovo mondo.

Questa prima operazione prevedeva lo scavo di un pozzo delle dimensioni di m. 7 x 7 e profondo 22,5; il “guscio” di pietra veniva aggiunto in seguito e costruito prevedendo i corridoi d’accesso, che avevano anche la funzione di consentire l’ascesa diretta del re defunto fino alle stelle circumpolari.

La pianta della prima parte dell’interno della piramide: il corridoio giunge nelle viscere della terra da destra e sbuca nell’anticamera; a metà altezza dell’anticamera vi è l’ingresso alla camera inferiore, in faccia al quale vi è il “camino”. Quasi in cima alla volta si apre il “budello”. Le varie aperture sono oggi raggiungibili tramite torri di scale.

A questi link https://laciviltaegizia.org/…/27/la-piramide-romboidale/ e https://laciviltaegizia.org/…/la-piramide-romboidale…/ troverete interessanti articoli di Grazia Musso e Piero Cargnino su questo monumento, che segna una tappa fondamentale nel processo evolutivo che condusse dalla piramide a gradoni a quella a facce lisce.

Snefru, per la prima volta nella storia, introdusse importanti modifiche nel complesso piramidale: ne modificò l’orientamento dall’asse nord-sud, tipico della III dinastia, a quello est-ovest perchè in quel periodo cominciò ad affermarsi l’associazione tra il faraone ed il disco solare, che nasce a est e tramonta ad ovest, per poi risorgere il giorno successivo; lo arricchì con un tempio funerario ed un tempio a valle collegati da una rampa processionale; fece edificare una piramide satellite per il culto o, secondo alcuni, per la propria regina, la grande Hetepheres.

La pianta dell’interno della piramide: a sinistra la camera inferiore, dalla quale si diparte il “budello di pietra”, ossia quel serpentone che sbuca nel corridoio che conduce alla camera superiore, posta a destra. Assolutamente particolari sono quelle due costruzioni perpendicolari al corridoio, poste una prima ed una dopo il budello: si tratta di spesse saracinesche di pietra destinate a scendere diagonalmente dopo la sepoltura del Faraone ed a sigillare definitivamente la camera sepolcrale.
Il disegno della saracinesca di pietra: dopo la sepoltura sarebbe stato tolto il perno visibile sulla sinistra ed il lastrone di pietra sarebbe scivolato verso il basso incastrandosi perfettamente nel suo alloggiamento e sigillando la camera sepolcrale.

La piramide romboidale, chiusa al pubblico nel 1965 e finalmente riaperta nel 2019, ha due ingressi, uno sul lato ovest ad oltre 32 metri dal livello del suolo, che conduce alla camera sepolcrale superiore ed attualmente chiuso, ed uno su quello nord che porta a quella inferiore e da lì a quella superiore tramite un cunicolo forse scavato dagli antichi ladri; esso è posto a circa m. 12 di altezza ed è accessibile grazie una scala esterna.

Il corridoio che porta nel cuore della piramide è lungo m. 79,53 ed affonda nel sottosuolo per m. 25; esso è illuminato, dotato sia a destra che a sinistra di comodi corrimano ed è lastricato con assi sulle quali a distanza regolare sono inchiodate orizzontalmente barre di legno che impediscono di scivolare.

Peraltro è impossibile percorrerlo eretti, perchè ha sezione quadrata con lati di un metro, ed occorre procedere piegati a 90° prestando attenzione a non sbattere la testa sul soffitto e facendo una gran fatica: per questo ho preferito camminare all’indietro guardandomi i piedi ed ancorandomi ai corrimano, come si fa scendendo da una scala a pioli, risparmiandomi mal di schiena e capocciate.

Il corridoio discendente dell’ingresso sul lato nord: ho messo questa foto con la mia immagine per darvi un’idea delle dimensioni: io sono alta m. 1,60 e qui sto scendendo, applicando la tecnica “alpinistica” di cui vi ho parlato. Foto: Silvia Vitrò

Alla fine di questo corridoio il tragitto comincia a salire tramite una stretta e ripida scala di legno che immette in un vestibolo sotterraneo non rifinito con base di m. 6 x 5 metri e che si estende in altezza per m. 12; a circa m. 7 dal suolo si trova l’ingresso della camera sepolcrale inferiore, raggiungibile tramite scale di legno moderne, posizionate per facilitare i visitatori.

Alla fine del corridoio discendente, nella roccia che costituisce il basamento naturale della piramide è stato scavato questo lungo e stretto corridoio ascendente che conduce all’anticamera incompiuta, con volta aggettante; per agevolare i visitatori, è stata collocata una scalinata in legno. Foto: Silvia Vitrò
La torre di scale che permette di salire verso la cuspide della camera inferiore; guardando con attenzione si notano i lastroni aggettanti, che sporgono l’uno da quello precedente di circa quindici centimetri. Foto: Silvia Vitrò

Essa, di forma rettangolare, arriva alla notevole altezza di m. 17,30 ed è caratterizzata dalla presenza di un pozzo verticale alto m. 14 detto “il camino”, il cui uso è tuttora sconosciuto; a m. 12 dal pavimento si apre il famoso cunicolo claustrofobico non rifinito, lungo circa m. 18 e con un dislivello di 5, che la mette in comunicazione con il corridoio proveniente dall’ingresso sul lato ovest che raggiunge la camera funeraria superiore.

Il “budello di pietra” rozzamente scavato che congiunge la camera sepolcrale inferiore al corridoio che conduce a quella superiore. Foto: Leon Petrosyan
Per darvi un’idea delle dimensioni del corridoio che immette nella camera sepolcrale superiore. Foto: Leon Petrosyan

Sia l’anticamera che le camere sepolcrali hanno pareti aggettanti, ossia costituite da lastroni sovrapposti progressivamente sporgenti che costituiscono il soffitto, perché gli Egizi non conoscevano l’arco e la volta, introdotti secoli dopo dagli Etruschi; questo limite, tuttavia, non deve indurre a sminuire le loro capacità architettoniche: basti pensare che anche i Maya, la cui civiltà nacque e fiorì duemila anni dopo Snefru, si avvalevano della medesima tecnica.

L’ultima parte del corridoio che dalla facciata ovest conduce alla camera sepolcrale superiore, nella quale sbuca il “budello di pietra”. Foto: Silvia Vitrò

La camera superiore oggi è molto danneggiata e sembra quasi una grotta, in quanto i tentativi esperiti nell’antichità per alleggerire le pareti assottigliandole e la cattiva qualità della pietra utilizzata hanno fatto sì che i lastroni aggettanti si sgretolassero nel corso dei secoli.

La scalinata che permette di raggiungere il punto più alto della camera sepolcrale superiore. Foto: Silvia Vitrò

Essa, alta m. 14, era occupata da un grande catafalco in pietra recante i cartigli di Snefru e da numerose travi in legno di cedro dall’uso sconosciuto, probabilmente appartenenti al carico che il sovrano importò dal Libano al quale si fa cenno sulla Pietra di Palermo.

L’interno della camera sepolcrale superiore che ospita un catafalco in pietra (quei lastroni chiari a forma di parallelepipedo posti a sinistra).
Gli architetti provvidero a rinforzare la struttura con le grosse travi di cedro che sono ancora oggi in loco. Foto: Silvia Vitrò

La cuspide del soffitto della camera superiore; i lastroni aggettanti sono stati ridotti di spessore, si sono spezzati per il peso e si sono in più parti frantumati, al punto che la volta ha perso completamente il suo elegante aspetto originario. Per evitare crolli gli egizi avevano posizionato anche quel grosso palo di cedro che si nota al centro ed avevano in più punti riparato le crepe con la malta. I costruttori di Snefru avevano fatto un buon lavoro, visto che i rattoppi sono ancora in essere dopo 4.500 anni, ma il sovrano preferì non fidarsi della solidità dell’edificio e dispose che si costruisse una nuova piramide…. immagino il disappunto degli architetti e delle maestranze, ammesso che siano riusciti a sfuggire all’ira del Faraone! Foto: Silvia Vitrò

Un’ampia crepa nella struttura puntellata con l’utilizzo delle solite travi di cedro. Foto: Leon Petrosyan

Tuttavia nella piramide non sono stati rinvenuti resti di sepoltura, per cui gli studiosi tendono ad escludere che sia stata utilizzata in quanto troppo instabile e piena di crepe dovute all’assestamento del terreno, stuccate con malta gessosa ed ancora oggi visibili.

La visita alle camere funerarie è molto suggestiva ma sinceramente non alla portata di tutti, perché è faticosa (non dimentichiamo, oltre al numero esagerato di gradini, il caldo e il minimo ricambio d’aria), i cunicoli che permettono di raggiungerla sono molto bassi e un tratto è claustrofobico perché si restringe al punto che bisogna quasi procedere carponi: non avrei rinunciato per niente al mondo, ma quando mi sono trovata davanti a quel buco….avrei voluto pesare una ventina di chili in meno!

Una turista inglese entrata con noi è stata presa dal panico al momento di uscire e si è bloccata nella piazzola antistante quel budello di pietra senza trovare il coraggio di entrarvi; per fortuna siamo riuscite a calmarla e con pazienza, un passo alla volta, l’abbiamo scortata fino a quando non ha ripreso sicurezza vedendo la luce del sole alla fine del tunnel.

Ad ogni modo, se appena il fisico ve lo consente e non soffrite negli ambienti chiusi, portatevi abbondanti scorte d’acqua e non perdetevi questa avventura quasi in solitaria: le emozioni che si provano rispetto alla visita delle piramidi di Cheope e Chefren, al cui interno si creano due file ininterrotte di turisti in entrata ed in uscita, sono decisamente differenti.

FONTI:

FOTOGRAFIE di Silvia Vitrò e Leon Petrosyan

PIANTINE da https://it.wikipedia.org/wiki/Piramide_romboidale

DISEGNO DELLA SARACINESCA DI PIETRA da https://commons.wikimedia.org/…/Category:Interior_of…

Piccola Guida Turistica

IL TRAGITTO VERSO DAHSHUR – L’EGITTO RURALE

Accompagnati da Monalisa e dal nostro fido autista dedichiamo l’intera giornata alla visita del sito di Dahshur, che di solito non fa parte degli itinerari proposti dai Tour operators ma che merita una visita a passo lento, per immergersi nel silenzio e nella solitudine del deserto, camminare sulla sabbia, cercare ciottoli di selce o di alabastro forse scalpellati dagli antichi frequentatori della necropoli o cocci di ceramica, miseri resti di sontuosi corredi tombali trafugati da antichissimi ladri.

Insieme alla mia famiglia ci ero già stata vent’anni orsono, ed ero rimasta impressionata dalla magica atmosfera del luogo, che mi ha indotta a tornarci nuovamente; non ne sono rimasta delusa, ed anzi, questa volta ho potuto visitare anche l’interno della piramide a doppia pendenza e della sua piccola piramide satellite che in passato erano chiuse al pubblico e trattenermi a chiacchierare con una delle guardie addette alla sorveglianza del luogo, che trascorrono la loro giornata lavorativa sotto il sole feroce, intrappolati in una divisa con pantaloni e basco di panno caldissimo e con pesanti scarpe nere con i lacci, dalle spesse suole di gomma.

Il sito si trova a circa 45 km. a sud ovest del Cairo, di fronte ai resti dell’antica città di Menfi, subito dopo le necropoli di Abusir (ora purtroppo chiusa per lavori in corso) e di Sakkara.

Il pur breve viaggio è una piacevole esperienza: abbandonata la fatiscente periferia del Cairo, percorriamo una strada asfaltata ad una sola corsia che attraversa la verdeggiante campagna lungo il Nilo, sulle cui rive si estendono fitti palmeti che offrono abbondanti raccolti di datteri e prati verdissimi nei quali brucano liberi cavalli, bufali, pecore e capre.

Qui il tempo sembra essersi fermato: gli unici edifici sono rare casette rurali di mattoni di fango nei cui cortili becchettano liberi dei polli; per ripararsi dal sole che dardeggia inesorabile già a metà mattina, nei campi sono state costruite tettoie rettangolari di rami di palma sorrette da un’intelaiatura di tronchi, sotto le quali trovano ristoro animali e fellahin, i quali, a differenza dei loro antenati egizi che lavoravano nudi o con un minuscolo perizoma, indossano lunghe galabye in cotone, grigie, marroni o azzurre e proteggono il capo con un cappellino morbido a forma di tamburello oppure con lo shesh, una lunga striscia di stoffa avvolta in più giri attorno alla testa a formare un turbante.

La grande fertilità della Valle del Nilo e le particolari condizioni climatiche garantiscono fino a tre raccolti all’anno, ed infatti l’erba è rigogliosa e le coltivazioni di tabacco, ortaggi, canna da zucchero, mais appaiono lussureggianti; molti contadini non usano macchine agricole, ma zappe ed aratri trainati da cavalli o da bufali; i prodotti vengono caricati sulla groppa degli asinelli oppure su carretti a due ruote dotati di stanghe alle quali vengono aggiogati muli o cavalli.

Abbandonata la zona coltivata rimaniamo sulla riva occidentale e ci addentriamo nel deserto al margine dell’altopiano libico, una piatta distesa di sabbia beige mista a ciottoli che si estende a perdita d’occhio; in occasione della mia precedente visita il sito di Dahshur era raggiungibile solo percorrendo una pista sterrata nel deserto, mentre oggi è stata creata una strada asfaltata che per non alterare la particolare atmosfera del luogo si interrompe fortunatamente a debita distanza dalle piramidi, raggiungibili solo a piedi.

La monotonia del paesaggio è interrotta solo dalle vestigia dei complessi piramidali appartenuti ai grandi del passato: in un’area di circa Km. 5 x 3 (tanto misura la necropoli) in origine ne sorgevano ben undici, cinque delle quali appartenute a Faraoni ed almeno due temporalmente anteriori a quelle di Giza in quanto edificate da Snefru, padre di Cheope.

Esse sono ben conservate in quanto furono costruite con blocchi lapidei provenienti dall’altopiano libico; per contro quelle che i sovrani della XII dinastia Amenemhat II, Sesostris III e suo figlio Amenemhat IIIscelsero di edificare accanto a quelle del loro grande predecessore per condividerne la gloria si trovano in condizioni deplorevoli dal momento che il nucleo centrale, costituito da mattoni crudi, si è rapidamente deteriorato dopo l’asportazione del rivestimento di pietra, utilizzato per altre costruzioni.

L’area comprende anche sepolture di nobili ed un villaggio di operai e funzionari non aperti al pubblico, e promette significativi ritrovamenti archeologici perchè i faraoni della IV e V dinastia amavano essere circondati dalla propria corte anche da morti, e consentivano ai nobili ed ai funzionari più fedeli di costruire le proprie mastabe nei pressi delle loro piramidi.

Purtroppo essa è ancora in larga parte non investigata perchè nel 1967 è stata dichiarata zona militare e gli scavi sono stati vietati per trent’anni; nel 1996 è tornata in parte accessibile, ma ancora oggi un ampio settore è recintato ed è off limits per i civili senza che si sappia perchè, per cui almeno al momento continuerà a custodire gelosamente i propri segreti.

FONTI:

fotografie da Alamy