Luce tra le ombre

LE LAMPADE DI DENDERA

Di Ivo Prezioso

Visto che periodicamente, e immancabili come le cartelle esattoriali, vengono riproposte all’attenzione degli egittofili alcune strabilianti invenzioni di cui si sarebbero resi artefici gli antichi abitatori del Paese delle Due Terre (o chi per essi) e che di strabiliante null’altro hanno se non il fatto di essere state letteralmente “inventate”, voglio soffermarmi su una delle più gettonate di queste. Parlo delle famose “Lampade di Dendera”, sicuramente ai primi posti nella “Hit Parade” delle più illuminanti (è proprio il caso di dirlo) e clamorose bufale attribuite a questa incomparabile civiltà.

Innanzitutto, inquadriamo geograficamente il luogo. Ci troviamo a Dendera, una località ad una settantina di Km. a nord di Luxor e, in particolare, nel tempio della dea Hathor, un luogo di culto di età Tolemaica al di sotto del quale albergano 12 camere utilizzate, forse già durante il Nuovo Regno, come depositi per la conservazione di arredi sacri. Furono decorate sotto Tolomeo XII, nel I secolo a.C. con testi geroglifici e scene che comprendono anche le “famigerate” lampade. I sotterranei del tempio furono scoperti da Auguste Mariette nel lontano 1857 ed una quarantina d’anni dopo lo scienziato britannico Norman Lockyer ebbe la sfolgorante idea di annunciare al mondo che sulle pareti erano rappresentate delle enormi lampade ad incandescenza (Immagine n. 1). 

Immagine n. 1: la parete della cripta su quale furono incise le presunte “lampade” (Ph. da Wikipedia.org)

La “scoperta” ebbe così successo che ci fu anche chi provò a riprodurne il modello (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Un modello che riproduce una delle “lampade di Dendera” (immagine reperita nel web)

Si poneva, certo, il problema di come si producesse la corrente. La risposta si trovava (manco a dirlo) nel rilievo della I.a Cripta sud, consacrata ad Hathor-Iside, che illustrerebbe dei generatori che convogliano l’elettricità in grandi accumulatori (Immagine n. 3).

Immagine n. 3: La collana “menat” in cui si sono voluti ravvisare dei generatori di corrente. Cauville S., Le Temple de Dendera, p.57 (©https://djedmedu.wordpress.com/…/bufale-eggizie-le…/)

Ovviamente ciò che è rappresentato è tutt’altro: si tratta di una “menat” (“Signora della Menat” era uno degli appellativi di quella divinità)una collanaformata da un grande pettorale e da un contrappeso che ricadeva sulla schiena. Oltre che essere un monile poteva anche fungere da strumento musicale per il caratteristico suono che producevano le perline durante il movimento. Si tratta di un oggetto cultuale, sacro attributo della dea Hathor, quindi niente di più ovvio che fosse rappresentato in un ambiente a lei dedicato. Per finire, quelle che si vorrebbero essere le cabine di trasformazione dell’energia, null’altro sono che sistri, gli strumenti a percussione, anch’essi sacri a quella divinità e rappresentati anche sui capitelli delle colonne della facciata del tempio.

Proseguendo in direzione est si raggiunge la Cripta di “Hor Sematawy” (Horo che riunifica le Due Terre) dove si incontrano le strabilianti lampade o meglio ciò che tali ritengono essere i fan di questa idea. In realtà cosa siano ce lo raccontano gli stessi egizi e i loro miti cosmogonici descritti nei bassorilievi che, pur essendo di epoca tolemaica, ricalcano concezioni più antiche di millenni. Vediamo chiaramente un serpente che fuoriesce da un fiore di loto, il fiore che secondo il mito spuntò dalle acque primordiali del “Nun”. Ilserpente è “Hor Sematawy”, il sole bambino. Particolare di estrema importanza, la cripta è posizionata nell’angolo sudorientale nel pieno rispetto della topografia cosmica dei templi egizi. In buona sostanza, per gli “elettricisti” ci troviamo di fronte ad una lampada costituita da filamento, ampolla, cavo e base, mentre gli egizi, ignari ed incolpevoli del bailamme che si sarebbe scatenato duemila anni dopo, intendevano semplicemente perpetuare un mito a loro tanto caro in cui i protagonisti erano un serpente (il filamento), un bocciolo di fior di loto (l’ampolla), il lungo stelo di questo fiore (il cavo di alimentazione), mentre la base della lampada è il comunissimo pilastro Djed (simbolo di stabilità, nonché rappresentazione della colonna vertebrale di Osiride) che sostiene il fiore garantendo la creazione primigenia della vita e la sua perpetuazione ciclica giornaliera. Il serpente è inoltre uno degli emblemi della fertilità che veniva portato in processione nelle feste che si celebravano durante i primi giorni del raccolto. Possiamo vedere un riferimento a questi cerimoniali in un’altra rappresentazione con Horus che in questo caso è raffigurato sotto la più comune forma di falco (Immagine n. 4). 

Immagine n. 4: Horus-Sematawi, il grande dio che prende posto in Eliopoli, l’anima vivente nel loto e nella barca notturna, ferro, 4 palmi” (Cauville, Dendara V, 140,5) Viene così descritta una barca di ferro di 30 cm che trasporta l’immagine del dio, in forma di serpente rampante su fiore di loto. (©https://djedmedu.wordpress.com/…/bufale-eggizie-le…/)

Ovviamente tutto quanto è illustrato dalle rappresentazioni iconografiche è ancor meglio dettagliato dalle iscrizioni geroglifiche che le accompagnano e ci forniscono anche un inventario degli oggetti custoditi nella cripta.

Fonte: Mattia Mancini, pubblicato sul blog Djed Medu il 21/04/2016