Tutankhamon

IL NAOS DORATO DI TUTANKHAMON

Di Andrea Petta

Legno stuccato e dorato, dimensioni 50,5 x 26,5 x 32 cm. Carter 108, Museo Egizio del Cairo JE 61481, ora al GEM 199-1

Questo meraviglioso scrigno dorato fu trovato da Carter nell’Anticamera dietro l’ultimo dei letti funerari (quello di Ammut) di fianco al varco per entrare nell’Annesso. Può darsi che sia stato spostato dallo stesso Carter insieme a Carnarvon e a Lady Evelyn durante la loro incursione notturna clandestina per esplorare preventivamente la tomba.

Quasi nell’angolo, col numero 108, sembrava insignificante di fianco all’entrata dell’Annesso, eppure…
Le foto ufficiali di Burton al momento del ritrovamento

Lo scrigno era vuoto (e non c’è ragione per sospettare che qualcosa sia stato trafugato in tempi moderni…) a parte dei frammenti di gioielli alla rinfusa, tra cui uno splendido corsetto, ma originariamente conteneva almeno una statua di qualche divinità (Carter ipotizza due) di cui è stata ritrovata la base di sostegno.

L’interno, dopo la razzia dei predoni nell’antichità. A destra la base della statua trafugata
Il supporto della statua: si notano le impronte dei piedi della statua che vi era appoggiata

Ha una forma rettangolare messa in verticale, con un “tetto” leggermente inclinato all’indietro posto su un toro ed una cornice a cavetto tipica del periodo. La parte frontale si apre con due ante chiuse da chiavistelli in legno che passano attraverso anelli in argento in alto ed in basso, mentre una terza coppia di anelli era con ogni probabilità chiusa da una corda e sigillata con l’argilla in modo simile ai sacrari intorno al sarcofago. L’interno dell’anta di sinistra è stato danneggiato quando i tombaroli hanno cercato di portare via la doratura.

Il naos al Museo del Cairo, con il piedistallo all’interno

Il piccolo naos poggia su una slitta i cui pattini sono placcati in argento

Il tetto è decorato frontalmente con dischi solari alati, mentre ai lati mostra due serpenti alati Wadjet con il simbolo shen (“potenza”), simboli ripetuti anche tra gli artigli di due file di avvoltoi Nekhbet sulla parte superiore.

Il “tetto” con i due dischi solari alati
Uno dei due serpenti alati Wadjet, che protegge tra le ali un simbolo “shen” (potere)

L’esterno del naos è invece decorato con splendide raffigurazioni di Tutankhamon e della moglie Ankhesenamon a rappresentare l’armonia della coppia ma, di riflesso, anche l’importanza che tale armonia aveva per l’equilibrio della Ma’at sul regno.

La vista dall’alto del naos, con le due file di avvoltoi Nekhbet
La lavorazione è assolutamente superba, facendone un capolavoro squisitamente armonioso. Ricordiamoci che è alto solo 50 cm.

Secondo gli studiosi, le scene rappresentate su questo naos tendono a mostrare che la regina non abbandonerà il marito nella morte o che la regina assuma l’identità della dea Hathor o Ma’at, in particolare in una scena dove la regina offre al faraone la sua collana “menat”. La coppia reale garantisce il matrimonio simbolico del dio sole e della sua controparte femminile. La loro unione deve garantire il ciclo della vita. L’azione della regina con il re vivente continua in quest’ottica anche dopo la morte.

Una delle scene di caccia raffigurate. La caccia è simbolica: il Faraone sconfigge il Male (rappresentato dalle prede) per conquistare la vita eterna. Indossa una corazza cerimoniale a borchie su cui le ali di Iside e Nephtys offrono protezione. Ankhesenamon è qui sia moglie amorosa che Dea a sostegno del percorso del defunto re.

La coppia è raffigurata in ben 17 scene di intimità e di caccia, a volte anche con sfumature di carattere sessuale. Oltre alla simbologia di procreazione, la sessualità si lega ai concetti di rigenerazione e resurrezione sottolineando l’importanza della coppia reale nel mantenimento della ciclicità del tempo.

In questa rappresentazione il gesto della regina evidenzia il ritorno ai riti tradizionali di Hathor dopo il regno di Akhenaton. Ankhesenamun scuote un sistro e offre la sua collana “menat” a Tutankhamon, un gesto solitamente associato ad Hathor (ricorda molto il bassorilievo della tomba di Seti I ora al Louvre). Le donne reali nel regno di Akhenaton non sono mai state mostrate in possesso di un menat, anche se questo nuovo “design” della collana mostra chiaramente l’influenza di Amarna. Ora, per la prima volta, il contrappeso termina in una testa femminile con la corona solare di Hathor e mani umane che porgono segni di vita “ankh”, un chiaro riferimento alle braccia raggianti di Aton che donano “vita” nelle scene di culto di Amarna

Alla base dei montanti delle porte si trovano anche quattro uccelli rekhyt, figure di uccelli con braccia umane sollevate che simboleggiano il popolo governato dal Faraone.

All’interno un pilastrino di sostegno per la statuetta che vi era contenuta (forse originariamente affiancata da un’altra), anch’esso in legno stuccato e dorato, con una base in ebano in cui erano visibili le impronte dei piedi nudi della statua ora scomparsa, forse quella della dea Weret-Hekau, Grande della Magia, più volte citata nelle iscrizioni del naos associata ad Ankhesenamon e che manca all’appello di quelle ritrovate da Carter.

Altre due scene di intimità sul lato destro del naos: a sinistra Tutankhamon versa del liquido alla moglie, che beve direttamente dalle mani, mentre nell’altra mano il Faraone stringe i prodotti della terra, un fiore di loto e due frutti (mandragore?); a destra Ankhesenamon appende al collo del marito una collana il cui pendente raffigura due cartigli intorno ad uno scarabeo che sorregge il disco solare

È estremante probabile che questo piccolo naos sia un dono funerario personale di Ankhesenamon, descritta come

La nobildonna, grande nei favori, Signora dell’Alto e del Basso Egitto, dolce d’amore, la grande sposa reale, la sua amata, amante dei Due Paesi, (Ankhesenamon), possa ella vivere per sempre”,

ed una delle iscrizioni è particolarmente rilevante:

Adora in pace, possa Weret-Hekau riceverti, amato da Amon

Secondo alcuni studi, potrebbe non essere la regina “amata da Weret-Hekau”, ma essere Tutankhamon “amato da Weret-Hekau” incarnata dalla regina.

In qualunque modo, uno splendido dono di una regina al suo sposo

Riferimenti:

  • Christiane Desroches Noblecourt, Toutânkhamon, vie et mort d’un pharaon, 1963
  • Christelle Gautron, Position et influence des mères, épouses et filles royales de l’avènement d’Amenhotep III au règne d’Horemheb. Lyon 2003
  • Zahi Hawass, Tutankhamon. I tesori della tomba. Einaudi 2018
  • Alison Roberts, Golden Shrine, Goddesses Queen: Egypt’s Anointing Mysteries, (Northgate Publishers 2008)

Foto: Joan Lansberry, Museo Egizio del Cairo, The Griffith Institute

Luce tra le ombre

LE LAMPADE DI DENDERA

Di Ivo Prezioso

Visto che periodicamente, e immancabili come le cartelle esattoriali, vengono riproposte all’attenzione degli egittofili alcune strabilianti invenzioni di cui si sarebbero resi artefici gli antichi abitatori del Paese delle Due Terre (o chi per essi) e che di strabiliante null’altro hanno se non il fatto di essere state letteralmente “inventate”, voglio soffermarmi su una delle più gettonate di queste. Parlo delle famose “Lampade di Dendera”, sicuramente ai primi posti nella “Hit Parade” delle più illuminanti (è proprio il caso di dirlo) e clamorose bufale attribuite a questa incomparabile civiltà.

Innanzitutto, inquadriamo geograficamente il luogo. Ci troviamo a Dendera, una località ad una settantina di Km. a nord di Luxor e, in particolare, nel tempio della dea Hathor, un luogo di culto di età Tolemaica al di sotto del quale albergano 12 camere utilizzate, forse già durante il Nuovo Regno, come depositi per la conservazione di arredi sacri. Furono decorate sotto Tolomeo XII, nel I secolo a.C. con testi geroglifici e scene che comprendono anche le “famigerate” lampade. I sotterranei del tempio furono scoperti da Auguste Mariette nel lontano 1857 ed una quarantina d’anni dopo lo scienziato britannico Norman Lockyer ebbe la sfolgorante idea di annunciare al mondo che sulle pareti erano rappresentate delle enormi lampade ad incandescenza (Immagine n. 1). 

Immagine n. 1: la parete della cripta su quale furono incise le presunte “lampade” (Ph. da Wikipedia.org)

La “scoperta” ebbe così successo che ci fu anche chi provò a riprodurne il modello (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Un modello che riproduce una delle “lampade di Dendera” (immagine reperita nel web)

Si poneva, certo, il problema di come si producesse la corrente. La risposta si trovava (manco a dirlo) nel rilievo della I.a Cripta sud, consacrata ad Hathor-Iside, che illustrerebbe dei generatori che convogliano l’elettricità in grandi accumulatori (Immagine n. 3).

Immagine n. 3: La collana “menat” in cui si sono voluti ravvisare dei generatori di corrente. Cauville S., Le Temple de Dendera, p.57 (©https://djedmedu.wordpress.com/…/bufale-eggizie-le…/)

Ovviamente ciò che è rappresentato è tutt’altro: si tratta di una “menat” (“Signora della Menat” era uno degli appellativi di quella divinità)una collanaformata da un grande pettorale e da un contrappeso che ricadeva sulla schiena. Oltre che essere un monile poteva anche fungere da strumento musicale per il caratteristico suono che producevano le perline durante il movimento. Si tratta di un oggetto cultuale, sacro attributo della dea Hathor, quindi niente di più ovvio che fosse rappresentato in un ambiente a lei dedicato. Per finire, quelle che si vorrebbero essere le cabine di trasformazione dell’energia, null’altro sono che sistri, gli strumenti a percussione, anch’essi sacri a quella divinità e rappresentati anche sui capitelli delle colonne della facciata del tempio.

Proseguendo in direzione est si raggiunge la Cripta di “Hor Sematawy” (Horo che riunifica le Due Terre) dove si incontrano le strabilianti lampade o meglio ciò che tali ritengono essere i fan di questa idea. In realtà cosa siano ce lo raccontano gli stessi egizi e i loro miti cosmogonici descritti nei bassorilievi che, pur essendo di epoca tolemaica, ricalcano concezioni più antiche di millenni. Vediamo chiaramente un serpente che fuoriesce da un fiore di loto, il fiore che secondo il mito spuntò dalle acque primordiali del “Nun”. Ilserpente è “Hor Sematawy”, il sole bambino. Particolare di estrema importanza, la cripta è posizionata nell’angolo sudorientale nel pieno rispetto della topografia cosmica dei templi egizi. In buona sostanza, per gli “elettricisti” ci troviamo di fronte ad una lampada costituita da filamento, ampolla, cavo e base, mentre gli egizi, ignari ed incolpevoli del bailamme che si sarebbe scatenato duemila anni dopo, intendevano semplicemente perpetuare un mito a loro tanto caro in cui i protagonisti erano un serpente (il filamento), un bocciolo di fior di loto (l’ampolla), il lungo stelo di questo fiore (il cavo di alimentazione), mentre la base della lampada è il comunissimo pilastro Djed (simbolo di stabilità, nonché rappresentazione della colonna vertebrale di Osiride) che sostiene il fiore garantendo la creazione primigenia della vita e la sua perpetuazione ciclica giornaliera. Il serpente è inoltre uno degli emblemi della fertilità che veniva portato in processione nelle feste che si celebravano durante i primi giorni del raccolto. Possiamo vedere un riferimento a questi cerimoniali in un’altra rappresentazione con Horus che in questo caso è raffigurato sotto la più comune forma di falco (Immagine n. 4). 

Immagine n. 4: Horus-Sematawi, il grande dio che prende posto in Eliopoli, l’anima vivente nel loto e nella barca notturna, ferro, 4 palmi” (Cauville, Dendara V, 140,5) Viene così descritta una barca di ferro di 30 cm che trasporta l’immagine del dio, in forma di serpente rampante su fiore di loto. (©https://djedmedu.wordpress.com/…/bufale-eggizie-le…/)

Ovviamente tutto quanto è illustrato dalle rappresentazioni iconografiche è ancor meglio dettagliato dalle iscrizioni geroglifiche che le accompagnano e ci forniscono anche un inventario degli oggetti custoditi nella cripta.

Fonte: Mattia Mancini, pubblicato sul blog Djed Medu il 21/04/2016