Antico Regno, Piramidi

LA PIRAMIDE DI MICERINO

Di Piero Cargnino

LA PIU’ PICCOLA DI GIZA – “DIVINO E’ MENKAURA” – 1

Riprendiamo il discorso dal precedente articolo, ignorando le presunte vestigia di Baka, che pure esistono, anche se sul fondo di una discarica. Prendiamo atto che, escluso il prof. Miroslav Verner e pochi altri che si pronunciano, nessuno sa con precisione a chi attribuirle.

Proseguiamo dunque attenendoci al solito Manetone il quale ci dice che a succedere a Bicheris, (Baka), fu suo fratello minore Menkheres, (Menkaura in egizio, Mykerinos in greco). Gli egittologi sono invece del parere che le evidenze archeologiche confermerebbero che Menkhaura sia stato l’immediato successore del padre Chefren.

Di lui fanno bella mostra le meravigliose statue che lo raffigurano affiancato da divinità o dalle consorti Khamerer-Nebty II e Rakhetra. Su di un coltello di selce, rinvenuto nel suo tempio funerario, viene menzionata Khamerer-Nebty I con il titolo di Madre del Re, (di Micerino), Si pensa che Micerino non abbia avuto molti figli. Dalla sposa Khamerer-Nebty II nacque Khuenra il quale però non successe al padre pur essendone l’erede più anziano, l’onore spettò al principe Shepseskaf, un figlio minore del faraone.

Micerino regnò, secondo Manetone 63 anni, sicuramente un’esagerazione, dal Papiro di Torino, anche se molto lacunoso in quel punto, si è giunti a ipotizzare che furono invece 18, tesi generalmente accettata. Il graffito di un artigiano contemporaneo indica come durata il suo undicesimo censimento del bestiame che, essendo di norma biennale, ci indurrebbe a pensare ad un regno di circa 22 anni. Tenendo conto di alcune irregolarità nello svolgimento dei censimenti del bestiame, si può pensare che 18 anni siano una durata ragionevole. Veniamo ora alla piramide che Micerino pensò anche lui di farsi costruire ma che, inspiegabilmente, per dimensione scompare di fronte ai colossi di papà e nonno. Infatti nasce spontanea la domanda, perché invece di tentare di superare i suoi avi, la sua piramide è la più piccola delle tre di Giza, non solo ma è la più piccola di quelle di tutti i suoi predecessori?. Giusta l’osservazione di Verner secondo il quale le dimensioni e l’incompletezza della costruzione parrebbe anticipare il prossimo, inarrestabile declino della IV dinastia.

Anche per questa piramide ci sono diverse voci che ci giungono dal passato e che discordano tra loro su chi la fece costruire. Erodoto ci racconta che Cheope, per sostenere gli alti costi per la costruzione della sua piramide fece prostituire la figlia Rhodopis, questa obbedì al padre ma per ogni rapporto pretendeva che il suo “cliente” gli portasse in dono una pietra. Ne raccolse così tante da farsi costruire una sua piramide, appunto la terza di Giza. Manetone racconta la stessa leggenda ma per lui la figlia di Cheope era Nitokris che aveva capelli biondi e una carnagione rosea. Penso sia il caso di chiudere questa parentesi mitologica e passare a parlare della piramide che assegneremo a Menkaura.

La piramide, chiamata “Neter Menkaura” ossia «Divino (è) Micerino», è stata costruita nell’ultimo spazio libero dell’altopiano roccioso di Giza che, probabilmente, non avrebbe permesso una costruzione più grande. Strana ipotesi perché se veramente Micerino voleva eccedere in grandezza rispetto ai suoi avi avrebbe scelto un’altra collocazione come d’altronde fecero i suoi predecessori. Questo, a mio parere rimane un mistero.

La piramide era alta in origine 65,5 m, (oggi 62 m), con una base quadrata di 103,4 m ed un’inclinazione di 51°20’25”Secondo alcuni pare evidente una certa fretta da parte del costruttore che potrebbe averla edificata in più riprese, cosa che si deduce anche dall’uso di materiali vari, mattoni crudi da riempimento e varie tecniche.

Il suo volume corrisponde a circa un decimo di quella di Cheope, pur se costruita con blocchi molto più grandi ma sistemati senza l’armonia delle altre due piramidi. Si pensa che la copertura definitiva avrebbe dovuto essere in granito rosso di Assuan ma non fu mai terminata, forse a causa della prematura morte di Micerino che avrebbe comportato la necessità di completarla frettolosamente terminando il rivestimento in granito al 16° corso e completando la parte superiore con il bianco calcare di Tura si che la piramide si presentava con due colori.

La ricchezza della piramide è comunque data dalla massiccia presenza del granito proveniente dalle lontane cave dell’Alto Egitto, pietra molto dura ed estremamente difficoltosa da lavorare. Il lato nord conserva parte del rivestimento, che però verso l’alto non risulta liscio dando così l’impressione di un lavoro mai terminato.

Sempre sulla facciata nord della piramide si trova una profonda spaccatura che viene attribuita al figlio del Saladino ottomano al-Malik al-ʿAzīz ʿUthmān b. Yūsuf, governatore dell’Egitto. che avrebbe ordinato la demolizione delle piramidi di Giza nel 1196 per reimpiegare i blocchi in altre opere, principalmente moschee al Cairo. L’opera di demolizione cominciò con la piramide di Micerino, ma fu impossibile portare a termine il compito. Dopo otto mesi di lavoro riuscirono solo a creare la cavità attualmente visibile.

Per quanto riguarda il granito questo fu asportato già dal 500 d.C. e nel 1827 il pascià Muhammad Alì lo usò per la costruzione dell’arsenale di Alessandria. Forse le ridotte dimensioni della piramide sono da imputare, oltre a quanto detto sopra, al fatto che cominciava ad affermarsi una certa inclinazione a limitare l’impegno verso la costruzione della piramide vera e propria dedicando una maggiore cura all’intero complesso funerario, cosa che sarà confermata in seguito da parte dei successivi faraoni.

Purtroppo però per Micerino, il suo tempio, iniziato in pietra dallo stesso sovrano, verrà poi ultimato dal figlio Shepseskaf, a causa della sua prematura scomparsa e quindi per urgenti esigenze di culto. La struttura quasi interamente in mattoni crudi non ha resistito al trascorrere del tempo. Fu oggetto di restauri durante la VI dinastia e, stando ad alcune testimonianze pervenute sino a noi, pare che fosse ancora intatto nel XVIII secolo, pare ho detto, perché quando George Reisner lo visitò nel 1906 trovò solo il perimetro con le fondamenta ed il lato est con blocchi di circa 200 tonnellate di peso.

Nel tempio funerario furono rinvenuti da Reisner nel 1907 i frammenti di due statue in alabastro di Micerino che erano sepolte vicino al muro esterno di uno dei magazzini in una galleria scavata in un canale per il deflusso delle acque e seppelliti da sabbia. Nella seconda parte ci spingeremo nelle viscere di questa piramide per conoscere cosa ci riserva.

Bene, ora proviamo ad entrare nella piramide, si può essere portati a credere che l’ingresso avvenga attraverso la grossa voragine, visibile sulla parete nord, opera del figlio del Saladino ottomano al-Malik al-ʿAzīz. Invece l’ingresso si trova più in basso, a circa 4 metri di altezza e vi si accede per mezzo di una scala predisposta allo scopo.

Subito ci si trova in un corridoio discendente in granito rosa per la parte che attraversa il corpo della piramide, poi prosegue scavato nella roccia sottostante; in totale è lungo 32 metri con un’inclinazione di 26°2′ sbucando in una specie di “vestibolo” di 3,65 x 3,04 x 2,13 metri di altezza. Un particolare rilevato dagli archeologi è che i segni lasciati sulle pareti dagli attrezzi degli operai egizi indicano con certezza che il primo corridoio inferiore è stato scavato dall’interno verso l’esterno mentre il secondo, quello superiore esattamente dall’esterno verso l’interno.

Segue uno sbarramento con tre saracinesche di granito a caduta. Prosegue quindi un grande corridoio di 4 x 4 metri che scende, in lieve pendenza, per 13 metri sbucando in una “anticamera” di 10,48 x 3,84 x 4 metri di altezza.

In questa “anticamera”, Howard Vyse nel 1837, trovò pezzi di un sarcofago di legno, contenente i resti di uno scheletro, avvolto in una stoffa di bassa qualità, che riportava la scritta in geroglifici: << Il Re dell’Alto e Basso Egitto, Menkhaura, che vive eternamente, partorito da Nut, erede di Geb, suo prediletto >>. Questo permise di assegnare la piramide al sovrano nominato. Il sarcofago ligneo fu spedito subito via mare al British Museum dove si trova attualmente in esposizione permanente.

Oggi si ritiene comunemente che il feretro in legno fosse una sostituzione fabbricata durante il periodo detto saitico, ascrivibile alla XXVI dinastia, (672-525 a.C.), ben oltre due millenni dopo la morte di Micerino. Sottoposte a numerose analisi e datazioni al radiocarbonio C14, le ossa contenute nel sarcofago hanno permesso di stabilire che appartengono a un’epoca ancora più tarda, cioè ai primi secoli dopo Cristo, coincidenti con il periodo copto. Le ragioni della loro presenza in quel luogo fanno parte dei numerosi misteri delle piramidi.

Dall’anticamera un corridoio discendente per 9 metri, e dopo un po’ diviene orizzontale; proseguendo sbuca nella camera funeraria le cui dimensioni sono di 6,50 x 2,30 x 3,50 metri di altezza.

Qui sempre Howard Vyse con l’ingegnere John Shae Perring trovarono un grande sarcofago in basalto, del peso di circa 3 tonnellate, lungo 2,44 metri, largo 0,91 metri e profondo 0,89 metri completamente privo di iscrizioni in geroglifico ma con una decorazione “a facciata di palazzo”. A differenza delle altre piramidi dove non era possibile estrarre il sarcofago dalla camera funeraria in quanto questo era di dimensioni maggiori dei cunicoli, quello di Micerino invece passava attraverso i cunicoli più ampi della sua piramide.

In molti lo cercarono ma fu solo nel 1837 che il colonnello Richard William Howard Vyse riuscì nell’intento. Portato alla luce, il sarcofago venne imballato ed imbarcato sulla goletta mercantile “Beatrice” con destinazione il British Museum di Londra. Del sarcofago non penso esistano fotografie, io non ne ho trovate, esistono solo dei disegni eseguiti dallo stesso Wyse.

Ormai nessuno potrà più ammirarlo e fotografarlo, il sarcofago di Micerino si trova in fondo al mare. La nave, dopo una sosta a Malta, ripartì il 13 ottobre 1838, non giunse mai a destinazione, nei pressi di Alicante la nave fece naufragio e s’inabissò portando con se, per sempre, il suo carico misterioso, quanto prezioso sia dal punto di vista materiale che archeologico. Come si sa, nelle menti superstiziose della gente di mare, il naufragio suscitò già all’epoca la nascita di storie e leggende, prima fra tutte quella della maledizione dei faraoni. Nel giugno 2008 un team egiziano preparò nel dettaglio una spedizione per il recupero del sarcofago di Micerino. La goletta Beatrice trasportava, oltre al sarcofago numerosi altri reperti provenienti dalla piramide di Micerino, ma, secondo le prime dichiarazioni, nessun tesoro di grande valore. Di parere contrario l’archeologo Ivan Neguerela secondo il quale i veri tesori potrebbero celarsi proprio nelle oltre duecento casse che a quanto pare accompagnavano il sarcofago. Fortunatamente non tutti i reperti destinati al British Museum di Londra erano alloggiati sulla Beatrice, altri manufatti, tra i quali il coperchio del sarcofago, furono inviati su un’altra nave che arrivò sana e salva a destinazione. Zahi Hawass, nel giugno 2008, in occasione di un’intervista televisiva, dichiarò che era già stato contattato il team di National Geographic per organizzare il recupero. Purtroppo però i problemi sarebbero molti, in primis l’alto costo che comporterebbe il recupero. Inoltre nascerebbero probabilmente dispute internazionali tenuto conto che si tratterebbe del recupero di un tesoro egizio su una nave inglese in acque spagnole. A tutt’oggi non si sa più nulla del progetto. Tornando alla piramide, ci troviamo nel corridoio che porta alla camera funeraria, nel punto in cui diventa orizzontale si apre un breve corridoio che conduce ad una camera con sei nicchie il cui scopo rimane oscuro. Dalla “anticamera” parte un corridoio ascendente che prosegue per 20 metri e si ferma nel corpo della piramide poco sopra il livello del suolo. Come già accennato nella prima parte, forse Micerino non visse sufficientemente a lungo per vedere completata la sua piramide lasciando il compito di completarla, apparentemente in fretta, al suo successore, il figlio Shepseskaf, la deduzione è stata tratta dall’esame del materiale usato in alcune parti del complesso che consiste di mattoni crudi, una novità per le piramidi del periodo. Gli archeologi che hanno studiato l’intero complesso di Micerino avanzano l’ipotesi che il progetto fosse già nato addirittura sotto Chefren. Il monumento funebre di Micerino, il più piccolo dei tre di Giza, è comunque il solo ad aver conservato ancora abbastanza intatte le tre piramidi satelliti destinate normalmente ad accogliere le spoglie delle consorti più importanti del sovrano. Una di esse, probabilmente quella più orientale, fu destinata ad accogliere le spoglie della regina Khamerer-Nebty II, amatissima sposa di Micerino. Ma delle piramidi satelliti che contornano le varie piramidi maggiori parlerò in un apposito articolo.

Fonti e bibliografia:

  • Alessandro Roccati, “Atlante dell’antico Egitto”, Istituto geografico De Agostini, (1980)
  • Alessandro Roccati, “Egittologia”, Istituto Poligrafico dello stato, Roma, 2005
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton editori – 1997
  • Georges Goyon, “Il segreto delle grandi piramidi”, Tascabili Newton)
  • Mark Lehner, “The Complete Pyramids”, London: Thames and Hudson, 1997)
  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi” – Necropoli di Giza – Vol.II, Ananke, 2008)
  • Maurizio Damiano-Appia, “Egitto e Nubia”, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1985
  • Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. White Star, 2003

DA “LE STORIE” DI ERODOTO – LIBRO II (Euterpe) – MICERINO………….IL GIORNO PIU’ LUNGO

Ho iniziato con l’intento di presentare dettagliatamente tutte le piramidi egizie ed è quello che farò. Durante le mie ricerche capita di incontrare aneddoti o storie che fanno esplicito riferimento alla piramide di un determinato faraone. Sono storie o leggende dell’Antico Egitto, o che riguardano questa meravigliosa civiltà, nonostante tutte le sue verità o contraddizioni, che non finirà mai di appassionarci e, perché no, di sorprenderci. Quella che vi propongo è una storia che ci ha tramandato lo storico Erodoto, con tutta la sua carica di verità e bugie. Spero di farvi cosa gradita accodandola agli articoli della piramide di Micerino in quanto riguarda lo stesso faraone. Erodoto, storico greco, nacque ad Alicarnasso nel 484 a.C. fu un grande viaggiatore e visitò gran parte del Mediterraneo orientale, in particolar modo l’Egitto dove rimase affascinato da quella civiltà, si fermò in Egitto 4 mesi, (secondo alcuni 4 anni).

Dei suoi viaggi ci ha lasciato un’opera storiografica eccezionale, le “Storie”, già più volte citata. Nel proemio, dopo aver indicato il proprio nome e quello della città natale, Erodoto presenta la sua opera, illustrandone lo scopo generale e il tema:

<< Questa è l’esposizione delle ricerche di Erodoto di Alicarnasso perché le imprese degli uomini col tempo non siano dimenticate, né le gesta grandi e meravigliose così dei Greci come dei Barbari rimangano senza gloria, e inoltre per mostrare per qual motivo vennero a guerra fra loro >>.

Ammonendo inoltre:

<< Ma di tutte le cose bisogna guardare come andranno a finire: ché molti il Dio, dopo aver lasciato loro intravedere la felicità, li ha poi abbattuti fin dalle fondamenta >>.

Erodoto, quindi, dichiara espressamente l’uso di un metodo che rende i suoi racconti veridici, anche se accosta in maniera asistematica dati autentici a fatti palesemente favolistici al fine di pilotare l’attenzione degli spettatori, potremo chiamarlo un “narratore di storie” più che uno storico in senso moderno. Le “Storie” furono probabilmente suddivise in età alessandrina in 9 libri, a ciascuno dei quali è stato attribuito il nome di una musa. Erodoto racconta oltre tremila anni di storia egizia nel suo secondo libro al quale è stato attribuito il nome della musa Euterpe, che in greco significa “colei che rallegra”, musa della musica e della poesia lirica. In esso precisa che ciò che scrive è quanto i sacerdoti egiziani gli raccontarono e lo dichiara apertamente:

<< Delle notizie narrate dagli Egiziani faccia uso chi ritiene credibili racconti simili, quanto a me nei confronti di ogni racconto vale come norma fondamentale che io scrivo come ho sentito dire ciò che da ciascuno viene narrato >>.

Sfogliamo il volume per arrivare al racconto del faraone Micerino.

Da molti viene descritto come un buon sovrano, di lui fanno bella mostra le meravigliose statue che lo raffigurano affiancato da divinità o dalle consorti Khamerer-Nebty II e Rakhetra di pari grandezza ed in atteggiamento affettuoso. Anche Erodoto, duro con i suoi predecessori, con Micerino è più accomodante, dice di lui che è stato un Sovrano giusto e illuminato, la cui principale cura era il benessere dei suoi sudditi, al contrario del padre che aveva fatto chiudere tutti i Templi e costretto la popolazione a lavorare solamente per lui. Aggiunge però che gli dei, contrari alla sua mitezza, gli riversarono addosso ogni sorta di sciagure. Una di queste fu la morte in giovane età dell’unica ed amatissima figlia. Non ci è dato a sapere le ragioni della morte della ragazza, non doveva conoscerle neppure Erodoto il quale, come detto sopra, ci costruisce intorno una leggenda. Racconta che il sovrano si era invaghito della figlia a tal punto che ne abusò. Non che la cosa stupisca più di tanto, in quel periodo erano all’ordine del giorno matrimoni tra famigliari il più delle volte per supportare una successione non ben chiara. Pare però che la figlia non gradì affatto la cosa per cui si impiccò. Furiosa, la regina madre fece tagliare le mani alle ancelle che l’avevano consegnata al padre. Pentito e distrutto dal dolore, Micerino fece costruire un sarcofago a forma di toro che ricoprì con un mantello color porpora e lo fece esporre in una sala della reggia di Sais. Questo piacque molto meno agli dei che non glielo perdonarono. Fecero giungere da Buto un oracolo che predisse al sovrano che la sua vita sarebbe durata solo più sei anni. Ma a tutto c’è rimedio ed in questo Erodoto non pecca certo di di fantasia. Riporto dal suo testo:

<< ……..poiché ormai contro di lui era stata pronunciata questa sentenza, Menkaura si fece fabbricare molte lucerne, ogni volta che veniva la notte, dopo averle accese, beveva e godeva, non smettendo né di giorno né di notte. Prese a vagare per le paludi e per i boschi e si recava là dove sentiva dire che c’erano luoghi più piacevoli e più belli. Aveva escogitato tutto ciò volendo dimostrare che l’oracolo era falso, per avere dodici anni invece che sei, essendo trasformate le notti in giorni……….. >>.

Che la penna di Erodoto abbia volato sulle ali della fantasia è innegabile ma un piccolo dubbio sul destino di Micerino, il sui nome significa “Stabile è la potenza vitale di Ra”, permane. Forse sarà solo il caso, forse la fantasia, che corre alle “maledizioni dei faraoni”, ma il sovrano non ebbe molta fortuna neppure dopo la sua morte. Trovato il suo sarcofago in basalto nero, questo venne asportato dalla piramide ed inviato al British Museum di Londra. Volle il destino che la nave sulla quale viaggiava fece naufragio ed il sarcofago finì in fondo al mare. Il Faraone “punito dagli Dei” aveva trovato una nuova tomba!

Fonti e bibliografia:

  • Luciano Canfora, “Erodoto, Tucidide, Senafonte – Letture critiche”, Mursia, Milano, 1975
  • Augusta Izzo D’Accini, “Antologia Erodotea”, O. Baries, Roma, 1960
  • Aristide Colonna e Fiorenza Bevilacqua (a cura di), “Le Storie”, UTET, Torino, 1996
  • Santo Mazzarino, “Il pensiero storico classico”, Laterza, Bari, 1966
  • Dorati Marco, “Le Storie di Erodoto: etnografia e racconto”, Pisa-Roma 2000
  • Giulio Giannelli, “Trattato di storia greca”, Patron, Bologna, 1976)

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