Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, IV Dinastia

LA PIRAMIDE DI CHEFREN

Di Piero Cargnino

Lasciamo ora Abu Rawash e scendiamo in direzione sud ovest, dopo circa 8 chilometri ci ritroviamo nella piana di Giza. Spieghiamo ora perché invece di proseguire con le altre piramidi di Giza siamo andati a visitare quella di Djedefra. Come accennato nel precedente articolo alla morte di Cheope avrebbe dovuto succedergli il figlio primogenito predestinato Kawab ma questi premorì al padre per cui la lotta per la successione si svolse tra Chefren e Djedefra il quale prevalse e riuscì a salire al trono regnando, secondo alcuni per pochi anni ma, come abbiamo già visto, alcuni ritrovamenti ci inducono a pensare che il suo regno sia durato molto di più.

Alla sua morte, Chefren, con l’appoggio degli altri fratelli, tra cui Hardedef,  e della madre, ricondusse il trono nella linea di discendenza principale escludendo da questa i figli del predecessore.

Col nome originale di Khafra e Hor Userib, Chefren regnò, secondo Manetone, (che nei suoi scritti lo chiama Shuphis II), per 66 anni. Erodoto e Diodoro Siculo gliene assegnano 56. Manetone non aggiunge altro ma Erodoto e Diodoro Siculo, che grecizzarono il suo nome Khafra in Chefren, asseriscono che fu un tiranno almeno quanto il padre Cheope, despota e megalomane che avrebbe fatto patire al popolo le stesse, sofferenze che fece patire Cheope in precedenza. Come si sa gli storici greci che scrissero la storia dell’Egitto descrivendo fatti accaduti duemila anni prima non danno molta affidabilità, utili le notizie che ci riportano ma come ogni storico che si rispetti dove queste vengono a mancare si ricorre alla fantasia. Sovrani che costruiscono monumenti così imponenti sicuramente stupirono i greci e gli stessi sacerdoti del Nuovo Regno per cui si crearono un’immagine forse un po distorta dei sovrani. Se a ciò aggiungiamo che durante il regno di Chefren era vietato esporre negli spazi aperti sculture diverse da quelle del sovrano, le quali erano quasi sempre scolpite in materiali pregiati, si può capire che i posteri non potevano che pensare ad un ipotetico carattere megalomane  dei sovrani.

Sulla scia del padre Chefren scelse la piana di Giza per la sua piramide; non cercò di superare quella del padre in altezza ma scelse però un posto più in alto così che, come detto in precedenza, al turista appare più alta di quella di Cheope, proprio per il fatto che è stata costruita su uno zoccolo di roccia più alto circa 10 metri, apparirebbe ancora più alta se avesse ancora parte della cima e il pyramidion.

La piramide di Chefren in origine doveva essere alta 143,5 m, (oggi 136,4), con i lati lunghi 215,25 m ed una pendenza 53°10′, il suo volume è pari a 2.230.000 metri cubi circa. Lo zoccolo di roccia alto 10 metri ha rafforzato la stabilità dalla costruzione al punto che i primi corsi di pietra sono scavati direttamente nel fondo roccioso. La parte inferiore, fin oltre metà altezza si presenta composta da grandi blocchi grezzi, disposti in modo irregolare senza la precisione che abbiamo riscontrato in quella di Cheope. Il nucleo infatti si presenta molto meno curato, gli strati non sempre sono perfettamente orizzontali ed i massi non combaciano presentando delle fughe molto larghe spesso neppure corrette con della malta. La causa va forse ricercata nei vari movimenti sismici che si sono succeduti nei millenni causando lo spostamento dei blocchi. La piramide si doveva presentare con alcuni strati inferiori in granito rosa mentre la restante parte era in calcare.

Sulla sommità, per un breve tratto ha mantenuto la copertura originale in calcare bianco di Tura che originariamente ricopriva l’intera struttura, è mancante di parte della cima e priva del pyramidion.

Alla base è ancora presente parte del rivestimento di “pietra etiopica variegata”, (così come la definisce Erodoto), ovvero granito rosso e grigio di Assuan. A conferma di ciò grosse schegge di granito, che componevano lo zoccolo, sono state ritrovate alla base della piramide.

A differenza di quella di Cheope, l’interno della piramide di Chefren era conosciuto fin dall’antichità, fu visitata numerose volte in epoca cristiana ed anche musulmana, a tal proposito esiste una scritta interna, (in arabo), che nomina un certo Muhammad Ahmed, muratore in un tempo impossibile da definire.

Poi sopraggiunse l’oblio tanto che nel 1548 Jean Chesneau, scrittore e segretario dell’ambasciatore francese presso l’Impero Ottomano in Egitto, descriveva la piramide come impenetrabile. Da secoli circolavano leggende che raccontavano di fantasiosi tesori, Erodoto affermava che questa piramide non aveva alcuna stanza al suo interno, mentre Diodoro Siculo raccontava che le piramidi erano le tombe dei faraoni che però non erano ivi sepolti. Alcuni storici arabi gli attribuivano ben 30 camere contenenti armi misteriose, storici cristiani affermavano che vi fosse stato inumato il corpo di Adamo con un ricchissimo tesoro in oro, incenso e mirra. L’interesse suscitato in seguito alla campagna di Napoleone in Egitto, sulle costruzioni di Giza, era diventato ormai l’argomento principale in tutti i salotti europei e non solo, schiere di archeologi, e pseudo tali si precipitavano in Egitto in cerca di tesori prima ancora che di reperti.

Quando dico pseudo archeologi intendo esploratori e avventurieri il cui scopo primario era quello di arricchirsi vendendo i reperti trovati e, se del caso, trattenersi eventuali tesori. Tra questi spicca un italiano Giovanni Battista Bolzon, nato a Padova, (più noto come Belzoni), (1778 – 1823), ingegnere idraulico, è considerato un pioniere dell’archeologia.

Belzoni dapprima viaggiò in lungo e in largo per l’Egitto recuperando reperti per conto del British Museum. Come accennato vi era la convinzione che la piramide di Chefren fosse priva sia dell’ingresso che della camera mortuaria, in seguito agli inutili tentativi di accedervi; si pensava quindi che fosse un imponente e massiccio monumento impenetrabile.

Fu così che durante un suo viaggio in Egitto, dopo aver ricevuto in prestito il denaro necessario, Belzoni si lanciò nell’impresa di penetrare all’interno della piramide di Chefren. Dopo i numerosi tentativi già effettuati in precedenza da parte di molti archeologi, fu proprio Belzoni a riuscirci il 2 marzo 1818.

Dopo aver iniziato le sue ricerche, accampato in una tenda ai piedi della piramide, Belzoni assoldò numerosi fellahs che iniziarono a scavare sul lato nord. Come si vede nella prima foto in un disegno abbozzato di fine ottocento, la base della piramide si presentava avvolta per molti metri dalla sabbia che ostruiva gli ingressi dai quali si entrava in tempi antichi per cui Belzoni non poteva sapere se e dove esistesse l’ingresso.

Dopo aver rimosso una quantità di materiale si presentò una falla nella parete e qui scoprirono un corridoio che però si rivelò cieco. Dopo aver studiato a fondo l’ingresso della piramide di Cheope, Belzoni capì che l’ingresso non doveva essere al centro della piramide ma spostato di circa 30 metri verso est. Dopo pochi giorni, alla presenza del cavalier Ermenegildo Frediani, apparve ai loro occhi l’entrata tanto agognata.

Va detto che, forse dovuto ad un cambiamento nel progetto di costruzione, gli ingressi sono due, quello che viene considerato il più antico si trova a circa 30 metri a nord quasi al livello della base. L’altro si trova sempre nella parete nord a circa 12 metri dal suolo. Il primo, chiamato ingresso inferiore scende in profondità scavato interamente nel fondo roccioso, scende per alcuni metri poi diventa orizzontale per poi risalire dopo pochi metri fino ad inserirsi nel corridoio orizzontale dell’ingresso superiore.

Quasi a metà del tratto orizzontale, nella parete occidentale si trova un breve cunicolo che conduce in una piccola camera dove probabilmente veniva depositato il corredo funerario o, secondo alcuni conteneva il serdab del sovrano. L’ingresso superiore avviene attraverso un corridoio che scende verso il centro della piramide per 32 metri, tutti nel corpo della piramide ed è interamente rivestito con blocchi di granito rosa, raggiunta la base della piramide diventa orizzontale.

Ad un certo punto si trova una barriera di granito rosa che, in epoca successiva venne aggirata dai saccheggiatori di tombe che scavarono alcuni cunicoli. Il cunicolo orizzontale prosegue al livello della base e dopo alcuni metri incontra il passaggio inferiore che si innesta in esso. Da qui il cunicolo prosegue fino a raggiungere la camera funeraria, completamente scavata nella pietra sotto il livello della base della piramide, ad eccezione delle capriate in calcare del soffitto che si trovano nel corpo della costruzione, la camera si trova in corrispondenza dell’asse verticale della piramide.

Belzoni e Frediani si calarono con l’aiuto di corde fino a raggiungere la camera che apparve subito del tutto disadorna e grezza, misura 14,15 x 5 metri con il soffitto a capriata, formato da 17 coppie di travi in pietra calcarea. Come detto le pareti si presentano grezze coperte da una specie di intonaco, secondo alcuni queste dovevano essere rivestite con blocchi di granito rosa probabilmente asportato dai saccheggiatori.

Subito, facendosi luce con delle torce, Belzoni cercò il sarcofago avendo come riferimento la disposizione di quello nella piramide di Khufu, ma in quel punto però non c’era nessun sarcofago. Continuando le ricerche riuscì poi a scorgerlo nell’angolo ad ovest semisepolto al livello del terreno e circondato da grossi blocchi di granito.

Il coperchio era spezzato e sollevato cosa che gli permise di vedere al suo interno dove si trovava un groviglio di ossa che si rivelarono poi appartenute ad un bovino. Belzoni esaminò l’intera stanza, che si presentava priva di iscrizioni, ad eccezione di una scritta in arabo, probabilmente risalente al 1200 circa, che attesterebbe un precedente ingresso nella piramide. Se iscrizioni non c’erano a questo ovviò subito Belzoni che, purtroppo come si usava al tempo, per la sua vanità di mostrare al mondo chi fosse, il “Gigante della Patagonia”, così era chiamato, decise di compiere quello che oggi noi definiremmo uno scempio, sulla parete meridionale della camera sepolcrale campeggia ed impera questa iscrizione: “Scoperta da G. Belzoni. 2. Mar. 1818”.

L’impresa di Belzoni venne celebrata dal governo britannico che coniò per l’occasione una medaglia con inciso in un lato il profilo di Belzoni mentre dall’altro il nome, la data e l’oggetto della sua notorietà, la piramide. Il destino volle però prendersi gioco di lui, forse per un madornale errore, la piramide raffigurata non era quella di Chefren, ma quella di suo padre Cheope.

Oggi i visitatori possono accedere all’interno della piramide attraverso l’ingresso che si trova a livello del suolo. Usciamo ora dalla piramide ed andiamo a visitare le varie pertinenze.

Come abbiamo potuto vedere l’interno della piramide di Chefren non è così complesso come quella di Cheope, vorrei solo far notare una cosa molto importante, se erano realmente tombe, Chefren rispettò il principio secondo cui il corpo del defunto <<…….appartiene alla terra, perché da essa è stato creato……..>>, mentre è l’anima che può salire in cielo, cosa che non fece Cheope.

Ora che siamo usciti dalla piramide facciamoci un giro per vedere le pertinenze. Il termine “pertinenze” può apparire riduttivo se si tiene conto della loro imponenza ma non ho trovato un termine diverso per definire gli edifici che contornano la piramide di Chefren. Vediamoli.

Sul lato sud, in asse con la Piramide, si incontrano i resti di una piccola piramide secondaria. Possiede un corridoio discendente che sbuca in una camera sotterranea a forma di T. Al suo interno furono rinvenuti frammenti di legno, perline di corniola, alcune ossa di animali e tappi d’argilla per vasi, non vi è alcuna traccia di sepoltura, nonostante tutto Maragioglio e Rinaldi conclusero che si trattasse della tomba di una delle mogli di Chefren. Ipotesi che Stadelmann non condivise affermando che si trattasse di una piramide cultuale.

Dalle esplorazioni di Petrie, effettuate all’esterno della cerchia muraria, emersero le rovine di un enorme edificio formato da 111 lunghi ambienti, Petrie, e con lui Holscher, ipotizzarono che si trattasse di un alloggiamento in grado di ospitare quattro o cinque mila uomini che lavoravano alla piramide. Recentemente Zahi Hawass e Mark Lehner hanno ipotizzato invece che si trattasse di un vero e proprio villaggio degli operai di cui abbiamo già parlato nella descrizione della necropoli di Giza.

Interessante il ritrovamento di numerosi gusci di molluschi all’interno che fanno pensare che durante la IV dinastia la piana di Giza non fosse ancora l’arido deserto che è oggi ma una sorta di savana con flora e fauna.

Nell’angolo a est della piramide, ma non addossato ad essa, si trova il Tempio funerario, o meglio ciò che ne resta di esso, la cui funzione era quella di permettere il culto del sovrano.

A riportarlo alla luce fu la missione tedesca di Ernst Von Sieglin che operò in loco dal 1909 al 1932. Oggi non restano che imponenti rovine dalle quali spicca un masso di oltre 400 tonnellate. L’accesso avveniva da est ed all’interno si trovavano stanze con colonne di granito rosa e, secondo Ricke, 12 statue alte 3,75 metri di Chefren assiso (secondo Lehner invece il sovrano era rappresentato in posizione stante), seguiva un cortile aperto pavimentato in alabastro con al centro un altare. A completamento si trovavano in fondo 5 camere-deposito dove si conservavano le offerte votive e le attrezzature da impiegare durante i riti.

Fuori dal Tempio sono state rinvenute le fosse di 5 barche solari, due sul lato nord e tre su quello a sud, tutte sono state saccheggiate già nell’antichità.

Dal Tempio partiva una Rampa Cerimoniale che, superando un dislivello di circa 46 metri scendeva per quasi 500 metri fino al Tempio a Valle. Della Rampa, il cui percorso è ancora oggi visibile, rimangono solo poche rovine.

Sono state avanzate numerose ipotesi su come doveva apparire la Rampa, si pensa che fosse un corridoio chiuso con il soffitto in calcare e le pareti ricoperte di rilievi ornamentali attinenti alla via che il sovrano doveva percorrere per prepararsi alla sua ascesa alla Duat. Probabilmente l’esterno era rivestito con blocchi di granito rosa, tutto il materiale è sparito e forse è stato utilizzato per erigere il Cairo. A questo punto però ritengo opportuno mettere in evidenza un fatto che deve farci pensare. Se osservate attentamente la prima foto noterete subito che la Rampa cerimoniale non scende perpendicolare alla faccia della piramide ma devia verso sud fino a raggiungere il Tempio di Valle. Ma perché la rampa non venne costruita secondo l’usanza scendendo dritta verso est? Non sono riuscito a trovare teorie di egittologi che ne parlino, la Rampa scende inclinata e questo è un dato di fatto. Ho fatto alcune ricerche nel campo delle teorie alternative, senza però finire nel campo della fantarcheologia e, parlo cioè di teorie che, magari con qualche forzatura, vengono supportate da studi ed indagini effettuate sul posto da parte di archeologi ed esperti nel campo della geologia. A questo punto ho riflettuto su un particolare della costruzione che mi è rimasto nella mente.

Osservando la facciata est della piramide si nota che in linea perpendicolare alla facciata stessa si trova la Sfinge. Ora viene da chiedersi perché i costruttori hanno deviato la Rampa per poi costruire la Sfinge in quel luogo? A rigor di logica la cosa non avrebbe senso, a meno che la Sfinge non esistesse già in quella posizione e di conseguenza dovette essere deviata la rampa. Mi riesce difficile pensare che il faraone abbia preferito costruirsi una statua così grande prima di costruirsi la sua tomba.

Si pensa che il luogo in cui sorge la Sfinge fungesse da cava di calcare per la costruzione della piramide di Cheope e, secondo alcuni, il prelievo del materiale sarebbe avvenuto risparmiando una collina centrale dalla quale sarebbe poi stata ricavata la statua. Secondo l’egittologo Stadelmann la costruzione della Sfinge sarebbe da attribuire a Cheope e non a Chefren, La maggior parte degli egittologi non concorda e l’idea che prevale è che a costruirla sia stato Chefren. Come la maggior parte di voi sa, esistono molte altre teorie alternative che ritengono che la costruzione della Sfinge vada collocata in un periodo di molto antecedente, 10.200 a.C. secondo alcuni, 7.000-8.000 a.C. secondo altri ma questo è un problema che esamineremo quando parleremo della Sfinge.

Scendiamo ora per la strada normale e rechiamoci a visitare il Tempio della valle.

IL TEMPIO DELLA VALLE

Ora noi, comuni mortali rispettosi della sovranità antico egizia, non ci permettiamo di scendere dalla Rampa cerimoniale (anche perché non è che sia molto agevole) ma percorriamo la strada asfaltata che in parte la costeggia.

Superiamo la Sfinge che si trova sulla nostra destra e poco oltre ci dirigiamo verso sinistra ed arriviamo allo spiazzo dei Templi di Chefren e della Sfinge. Poniamoci ora di fronte al due templi, a destra si trova il Tempio della Sfinge, che vedremo in un altro articolo quando parleremo della Sfinge stessa, si trova oggi in pessime condizioni.

A sinistra verso sud, separato da uno stretto corridoio, troviamo il Tempio della Valle di Chefren, l’unico tempio della Valle ancora esistente in Egitto che si sia conservato e che ci è pervenuto in buono stato.

Si tratta di un edificio nel quale avveniva il culto del re, dall’imbalsamazione alla cerimonia dell’apertura della bocca. A scoprirlo fu Auguste Mariette nel 1852 che erroneamente, in un primo momento, lo attribuì alla Sfinge, salvo poi ricredersi. Esso era collegato al Tempio Funerario di Chefren per mezzo della già citata Rampa cerimoniale lunga circa 500 mt. che superava il dislivello di 46 mt. per arrivare al Tempio Funerario situato accanto alla piramide sul lato est, di cui abbiamo già parlato. 

Il Tempio della Valle in origine doveva avere l’aspetto di una mastaba a pianta quadrata di 45 mt. di lato per 13 di altezza. La cosa che lascia più impressionati sono le poderose mura, costruite con blocchi di calcare di Tura di enormi dimensioni per un volume di circa 55 metri cubi che sviluppano un peso di quasi 150 tonnellate. Ciascuna parete è poi rivestita all’interno con blocchi giganteschi di granito rosso di Assuan, del peso di circa 45 tonnellate ciascuno, perfettamente combacianti e privi di decorazioni, ad eccezione di alcuni geroglifici incisi (forse in tempi successivi) sui montanti delle porte, che lo rendono impressionante per il severo ed elegante aspetto.

Nella grande sala a forma di T rovesciata sono presenti 16 pilastri monoliti in granito rosso alti circa 4 metri che sorreggono imponenti architravi sempre monolitiche in granito. La pavimentazione in alabastro con le pareti in calcare rivestite di granito nero creavano uno spettacolare contrasto cromatico che colpiva ed impressionava il visitatore. In origine la sala conteneva 25 enormi statue di Chefren assiso ricavate da diorite verde del deserto nubiano, alabastro e grovacca.

Nella prima anticamera era stato ricavato un pozzo nel quale furono riposte le statue del sovrano allo scopo di preservarle dai profanatori e dai ladri. Auguste Mariette, nel 1859 scoprì il pozzo ma purtroppo solo una statua era intatta ed è oggi esposta al Museo del Cairo. Erano inoltre presenti altre camere con vari corridoi e vestiboli oltre ad ambienti atti a contenere forse altre barche solari.

Quando visitai il Tempio di Valle di Chefren lo feci a ragion veduta. Avevo già studiato la struttura dell’edificio tempo prima ed avevo maturato il desiderio di poter constatare di persona le notizie che avevo appreso anche perché pochi ne parlano e chi lo fa viene spesso tacciato di eresia o, nella migliore delle ipotesi di fantarcheologia. Lungi da me l’idea di avanzare ipotesi che non sarei in grado di sostenere in una discussione con gli esperti, ma dopo aver visitato personalmente il monumento posso dire qualche parola in più.

Nel Tempio ci troviamo di fronte ad una architettura ciclopica difficilmente riscontrata in altri luoghi. La perfetta armonia delle massicce colonne monolitiche di granito disposte seguendo un ordine quasi maniacale. La possente consistenza delle architravi che dovevano sostenere la copertura del Tempio e la perfetta esecuzione delle pareti con blocchi enormi di puro granito; confesso che rimasi incantato per parecchio ad osservare cotanta magnificenza.

Tornando agli studi e alle ricerche che avevo effettuato non mi ci volle molto per constatare ciò che avevo appreso, personalmente rimasi stupito dall’indifferenza dei turisti che, ignari di ciò che avevano di fronte, proseguivano tranquillamente nella loro visita senza che la guida richiamasse la loro attenzione su ciò che stavano osservando. Io avevo trovato quello che cercavo. Osservate le foto che ho scattato alle pareti, i massi non sono sistemati in modo regolare, alcune pietre hanno degli incastri particolari pur combaciando tra loro in modo perfetto. Tranne forse alcuni documentari, non ricordo di aver trovato informazioni ufficiali più dettagliate sull’argomento che trovo decisamente importante. Non credo esistano in Egitto altri edifici che presentino una metodologia di costruzione simile al Tempio di Chefren. Mi chiedo quale sia la ragione che giustifichi una simile disarmonia nella sistemazione dei blocchi in una parete che si presenta perfettamente piana. E non solo ma se osservate come sono stati ricavati alcuni angoli dove il blocco enorme è stato completamente scalpellato per formare un angolo retto.

Stiamo assistendo a quello che assomiglia ad un gioco di incastri eseguito su di una scala molto più grande. Perché i suoi costruttori hanno dovuto adattare i blocchi scolpendoli con più angoli ma perfettamente combacianti? Qual è la logica che ha indotto i costruttori ad adottare una tecnica così complicata e senz’altro più dispendiosa? Per me questo è il mistero del Tempio della valle.

E’ strano ma una tecnica simile, in tempi diversi, era molto usata nell’America precolombiana. Basta osservare le ciclopiche mura del Machu Picchu, quelle della città di Cusco e quelle della fortezza di Ollantaytambo, nell’America del sud, migliaia di chilometri oltre oceano. Qui i blocchi presentano forme irregolari ma sono stati fatti combaciare perfettamente nonostante non sia stata utilizzata alcun tipo di malta per legare i blocchi tra di loro al punto che non è possibile infilare nemmeno la lama di un coltello. Anche qui gli scavi archeologici e i ritrovamenti non hanno portato alla luce strumenti di lavoro adeguati a costruire simili opere.

Non avendo nulla da aggiungere, a questo punto mi fermo lasciando il seguito all’immaginazione di ciascuno di voi. A puro titolo di curiosità ci tengo a ricordare che nel piazzale antistante i Templi della Valle di Chefren e della Sfinge, il 17 novembre 1869 ci fu l’inaugurazione del Canale di Suez, per l’occasione Mehmed Emin Âli, Pasha ottomano in Egitto, organizzò una cerimonia solenne cui fu presente anche l’imperatrice Eugenia de Montijo, consorte di Napoleone III, ultima sovrana di Francia e per l’occasione risuonarono le note della Egyptischer Marsch, composta da Johann Strauss. Fu in quell’occasione che al teatro Kedivale del Cairo fu rappresentata la prima dell’Aida di Giuseppe Verdi.

Un’ultima curiosità per i turisti è assistere ad uno spettacolo dei “Dervisci Rotanti” eseguito nel piazzale di fronte ai due templi. In abito tradizionale e accompagnati da una partitura musicale, danzano mossi dal dolore per la separazione da Dio e dal desiderio ardente di ritrovarlo nell’estasi del ballo. “La danza dei Dervisci rotanti” è un rapimento irresistibile per gli occhi. La danza estatica dei Dervisci Sufi, porta i danzatori a volteggiare interrottamente per più di 45 minuti. Durante la danza i danzatori si spogliano di alcuni strati del loro abito, usanza che equivale al ripulire l’anima dai peccati. L’incanto ipnotico della danza dei dervisci è uno degli spettacoli più suggestivi e antichi a cui potete assistere nella città del Cairo.

Fonti e bibliografia:

  • Grimal Nicolas, “Storia dell’antico Egitto” – Editori Laterza, Bari 2008
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Alberto Siliotti, “Giovanni Belzoni alla scoperta dell’Egitto perduto”, Ed. Geodia, 2017
  • Luigi Montobbio, “Giovanni Battista Belzoni: la vita i viaggi le scoperte”, Edizioni Martello, 1984.
  • Gianluigi Peretti, “Belzoni: viaggi, imprese, scoperte e vita”, Padova, Edizioni GB, 2002
  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
  • Alberto Siliotti, “Viaggi in Egitto e in Nubia”, Geodia Edizioni Internazionali, 1999 Tiziana Giuliani, “2 marzo 1818: Giovanni Belzoni entra nella piramide di Chefren”, Mediterraneo Antico, (Web)
  • Peter Jànosi, “Le piramidi” – (Trad. M. Cupellaro), Ed. Il Mulino, 2006
  • Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. White Star, 2005
  • John Porter Brown, “The Derwishes, or Oriental Spiritualism”, Londra, 1868
  • Henry Corbin, “Storia della filosofia islamica”, Milano, Adelphi, 1989)

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, IV Dinastia

LA BREVE VITA DI KAWAB E LA PIRAMIDE PERDUTA DI DJEDEFRA

Di Piero Cargnino

A Cheope avrebbe dovuto succedergli il primogenito Kawab figlio della regina Meritites I. Kawab sposò la propria sorella Hetepheres II ed i loro figli furono Duaenhor, Kaemsekhem e Mindjedef oltre alla futura regina Meresankh III.  Ebbe modo di assumere i titoli di: “Officiante di Anubi, Sacerdote di Selkis, Figlio del Corpo del Re, Primogenito del Corpo del Re, Principe ereditario, “Conte”, Unico compagno d’amore, Visir”.

Come si può vedere non si fece mancare nulla; purtroppo per lui però non ebbe modo di goderne a lungo perché premorì al padre e fu sepolto in una grande mastaba doppia nella parte est della necropoli di Giza, si tratta della n. G7110 che appartiene alla moglie mentre lui si trovava nella n. G7120 dove in un rilievo sulla porta Kawab compare in piedi davanti a sua madre, sotto la scritta in geroglifico: <<  zȝ.s mr.s kȝ-wˤb, zȝt nṯr.s ḫrp jmȝt sšmt mrt-jt.s mwt.f mst n ḫwfw  >> (“Suo figlio, il suo amato, Ka-wab, la figlia del suo dio, colei che è al comando degli affari del jmAt, Meritites, sua madre, che lo partorì a Khuf.”).

Il complesso delle due mastabe presenta quattro pozzi come parte integrante delle mastabe stesse. Il primo G7110A non è mai stato utilizzato. Il secondo G7110B, che in origine sarebbe stato previsto per Hetepheres II ma anche questo non fu mai utilizzato probabilmente perché alla morte di Kawab  Hetepheres si risposò col di lui fratello Djedefre.

Il terzo pozzo G7120A conteneva la sepoltura di Kawab, sul posto è stato rinvenuto un sarcofago di granito rosso sul quale era iscritto il seguente testo ripartito in tre parti:

  1. << Un dono che il re dà e Anubi, primo della capanna divina, una sepoltura nella necropoli come possessore di uno stato ben fornito davanti al grande dio, officiante di Anubi, sacerdote di Selket, Kawab >>,
  2. << un dono che il re dà e Anubi, primo della capanna divina, una sepoltura nella necropoli nel cimitero occidentale, essendo invecchiato con grazia, il figlio del re del suo corpo, Kawab >>,
  3. << il figlio maggiore del re del suo corpo, officiante di Anubi, Kawab >>.

In linea di successione il trono spettò al secondogenito Djedefra, noto anche come Radjedef e Ratoises che regnò intorno al 2558 a.C. Come in ogni buona famiglia di regnanti nacquero dei dubbi che fosse stato lo stesso Djedefra a far assassinare il fratello (non si hanno notizie in proposito).

La durata del regno di Djedefra è controversa, il Papiro Regio di Torino gli attribuisce un regno di soli otto anni, ma sono stati trovati riferimenti al suo undicesimo censimento del bestiame, cosa che avveniva ogni due anni come sotto le dinastie precedenti, quindi il regno di Djedefra sarebbe durato almeno 22 anni, (11 nell’improbabile eventualità che il censimento fosse diventato annuale).

Come abbiamo detto, primogenito di Cheope e di una moglie secondaria, sposò la sorellastra Hetepheres II, forse per rafforzare il proprio diritto al trono. A quanto risulta sarebbe stato il primo sovrano ad introdurre il titolo di “Sa Ra”, (figlio di Ra).

Anche Djedefra pensò di farsi costruire una piramide che volle chiamare “Il Firmamento di Djedefra” ma per la costruzione scelse un altro luogo, mi sa che per seguire la dinastia del faraone Cheope ci toccherà ora spostarci di circa otto chilometri a nord-est della piana per raggiungere il sito di Abu Rawash, da considerarsi un ampliamento della necropoli di Giza.

Non sono chiare le ragioni per cui giunse ad optare per questa scelta, secondo alcuni fu per sottolineare la propria indipendenza e per porre la propria tomba più in alto, vicino al Sole, che il faraone adorava in modo particolare.

Il suo intento era quello di superare in grandezza e maestosità quella di suo padre Cheope e per distinguersi ancor più scelse un altro luogo. Infatti non molti sanno che forse la più bella, la più alta e splendente di tutte, che le eclissava per dimensioni, maestosità e ricchezza non si trovava a Giza ma ad Abu Rawash.

Il primo ad identificarla e indagarla fu l’egittologo ed antropologo britannico John Shae Perring nel 1840, in seguito Lepsius la inserì al secondo posto della sua lista. Nel 1880 venne esaminata da Flinders Petrie ma un vero studio sistematico avvenne solo nel 1901 ad opera del francese Emile Gaston Chassinat in seguito al ritrovamento di diverse statue danneggiate ed una grande quantità di blocchi calcarei e di granito di Assuan presenti sul sito. Ricerche più approfondite vennero effettuate nel 1960 da Vito Maragioglio e Celeste Rinaldi.  Stando al ritrovamento di sue statue spezzate, pare volontariamente, e di tentativi di abrasione del nome su alcuni monumenti, è stato ipotizzato che questo sovrano sia stato considerato un usurpatore e quindi condannato alla damnatio memoriae.

Chassinat ipotizzò che la sua piramide non fosse mai stata completata, o che addirittura fosse stata distrutta come segno di vendetta per l’uccisione del fratello Kwaf., ma tale affermazione viene contestata in quanto la piramide presenta un rivestimento in granito rosso, sienite, e quarzite rossa nei corsi inferiori, rivestimento che veniva eseguito solo a piramide ultimata. Tali supposizioni sembrerebbero inoltre smentite da alcuni graffiti presenti nelle fosse delle barche solari di Cheope che proverebbero che sia stato appunto Djedefra a celebrare i riti funebri per il sovrano scomparso, circostanza che sembrerebbe ipotizzare una successione regolare. Oggi la maggior parte degli archeologi, con in testa l’immancabile Zahi Hawass, affermano che non solo la piramide era stata completata, ma era addirittura la più alta di tutto il complesso di Giza e i materiali usati per edificarla erano di qualità più pregiata rispetto a quelli delle “sorelle”. In epoca romana sarebbe poi stata smantellata e la pietra riutilizzata per edificare altre opere al Cairo. Va detto inoltre che in seguito a studi più recenti, sono stati individuati pozzi e gallerie scavati da ladri di tombe, questo fa pensare che i ladri non avrebbero mai violato la piramide se questa non fosse stata finita e sigillata.

La piramide, grazie anche al fatto di essere edificata in cima ad una collina, sarebbe stata alta 154 metri, 7,62 in più della piramide di Cheope. Ognuna delle singole facce, alla base, misurava 122 metri e l’angolo di inclinazione era di 64 gradi, nonostante una variazione che impediva all’edificio di cadere. Fu usato granito rosso di Assuan, lo stesso utilizzato, in parte, per la piramide del padre Cheope, che arrivava da oltre 800 chilometri di distanza attraverso il Nilo. Secondo gli studiosi per edificare la piramide ci vollero otto anni di lavoro e oltre 15.000 persone (sarebbe interessante sapere su quali basi poggiano queste teorie). Ogni singolo masso pesava circa 25 tonnellate e si calcola che servissero 370 persone per sollevarlo. Nel complesso quindi sarebbe stata la più imponente piramide egizia mai costruita. Solidissima, enorme, destinata ad accogliere con tutti gli onori il faraone nel passaggio all’altra vita.

L’esterno manifestava tutta la maestosità del sovrano, la piramide era ricoperta da granito lucidato e da una lega di oro, argento e rame che al sole brillava, aumentando così l’impressione della grandezza e del potere del sovrano.

Nella parete nord c’è un residuo di un ingresso che conduce alla stanza in cui furono sepolti i morti. Durante gli scavi è stato riscontrato il ritrovamento di un frammento del sarcofago in granito rosa..

La camera funeraria è molto profonda e ampia. A far luce sul mistero della “quarta piramide di Giza”, come venne chiamata, è ora un gruppo di archeologi internazionali che da anni sta scavando minuziosamente ad Abu Rawash. rivelando particolari inediti anche sull’enigmatico faraone cui è dedicata. Le rovine della “Piramide Perduta” di Djedefra, ad Abu Rawash, (oggi sito militare ad accesso ristretto), non superano i dieci metri d’altezza; nel corso degli anni hanno dato origine a leggende e supposizioni, a partire dal suo stato considerato finora incompiuto.

Nel 1900 sono state trovate tre teste di pietra di quarzite del faraone e scavi più recenti hanno rivelato uno spazio vuoto per una barca. Oltre alla piramide di Djedefre, sono state trovate anche due piramidi più piccole, a sud-ovest della piramide quella della moglie di Djedefre, Chentatenka a sud-est di ignoto.

Fonti e bibliografia:

  • Simpson, William Kelly, “The Mastabas of Kawab, Khafkhufu I e II”, Boston: Museum of Fine Arts, 1978
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”. Bompiani, Milano, 2003
  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”,  Oxford University Press, 1961 (Einaudi, Torino, 1997
  • Grimal, Nicolas, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari 2008
  • Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Thames & Hudson, 1997
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton, 2002
  • V. Maragioglio, C. Rinaldi, “Le piramidi di Zedefra e di Chefren”,  English translation by A. E. Howell,  Canessa, 1966
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Guy Rachet, “Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore, 1994 Zahi Hawass in un’intervista a Matteo Sacchi per “il Giornale”)
Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

ANKHWA IL COSTRUTTORE DI NAVI

Di Marina Celegon

Statua di Ankhwa, terza dinastia c. 2650 a.C. Granito rosa, altezza 65,5 cm. Provenienza sconosciuta probabilmente da Saqqara. Pervenuta al British Museum (inv. EA 1717) tramite la terza collezione Salt nel 1835.

La scultura a tutto tondo di personaggi non reali è piuttosto rara nell’Antico Egitto prima della Quarta dinastia, ma vi sono alcuni eccezionali esemplari risalenti alla Terza dinastia tra i quali la notevole statua in granito rosa di Ankhwa, conosciuto anche come Bedjmose.

La statua lo rappresenta seduto, con addosso una parrucca ed un corto gonnellino sul quale sono scolpiti i suoi nomi ed i suoi titoli “conoscente del re” e “costruttore di navi”.

La rappresentazione del suo corpo è tipica di queste prime sculture: la figura è leggermente tozza, con la schiena un po’ curva, la testa piuttosto grande dai lineamenti rozzi, le gambe e i piedi massicci. Anche il sedile è tipico di queste statue arcaiche, con i supporti a “U” rovesciata visibili su tre lati.

Ankhwa tiene in mano, appoggiata sulla spalla, un’ascia, senza dubbio simbolo della sua professione, cosa alquanto rara nella statuaria antico egiziana. In questo periodo gli scultori stavano sperimentando nuove forme e modelli, prima di arrivare a quel canone di forme e soggetti che sarà caratteristico della statuaria egiziana già dalla dinastia successiva.

Questa statua, come le poche altre pervenute a noi dalla Terza dinastia, mostra anche come gli artigiani egiziani, che fin dal predinastico e dalle prime dinastie avevano perfezionato le tecniche per produrre splendidi vasi in pietra, avevano esteso la loro abilità nel lavorare la pietra, anche pietre dure come il granito, con la produzione di oggetti di maggiore dimensione come le statue.

Il fatto che Ankhwa abbia avuto accesso al prezioso granito, probabilmente proveniente da Assuan, e ad artigiani in grado di realizzare una statua così importante, mostra come egli fosse non solo uno dei tanti conoscenti del re o un semplice costruttore di navi, bensì un personaggio importante alla corte che godeva ampiamente del favore reale. Infatti oggetti simili erano in genere prodotti dai laboratori reali e costituivano molto spesso doni del sovrano. Se anche non fosse stato così solo il favore del sovrano gli avrebbe consentito di disporre delle risorse necessarie alla realizzazione della statua e della tomba nella quale la stessa era conservata. Questo dono del re assicurò ad Ankhwa l’immortalità dal momento che tanto la statua che le sue iscrizioni avrebbero ospitato il suo spirito nel caso il suo corpo andasse perduto.

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LA STATUA DI KAEMKED INGINOCCHIATO

Di Grazia Musso

Calcare stuccato e dipinto – Altezza cm 43
Necropoli di Sakkara, Tomba del tesoriere Urirn ( n° 62)
Scavi di Auguste Mariette 1860
Seconda metà della V Dinastia – CG 119

Kaemked è raffigurato inginocchiato su una base parallelepipeda con le mani incrociate sul grembo.

Indossa una parrucca svasata di media lunghezza, i capelli sono lisci resi da incisioni verticali distribuite con regolarità, caratteristica comune nella statutaria di questo periodo.

Indossa un gonnellino corto, con un lembo sovrapposto plissettato e una cintura annodata.

Il viso, magro, ha lineamenti piuttosto marcati: gli occhi, incastonati, sono decorati da trucco, realizzato con bordi di rame.

Il naso ha una forma tondeggiante alla base, la bocca, dalle labbra carnose, è atteggiata in un sorriso sereno.

Il torso dalle spalle larghe ha i pettorali ben disegnati.

La scultura fu rinvenuta nella tomba del suo Signore, il tesoriere Urirni, di cui Kaemked era sacerdote funerario.

La posa inginocchiata, non molto comune nell’ ‘Antico Regno, ha un precedente nella scultura arcaica di Hetepdief, anch’ egli sacerdote legato al culto funerario di tre sovrani della II Dinastia.

Fonte:

Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – a cura di F. Tiradritti – fotografie di Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Mastaba

LA MASTABA DI KAGEMNI

Di Luisa Bovitutti

Kagemni raffigurato in dimensioni eroiche nella sua mastaba

Kagemni, detto Memi, fu un alto dignitario vissuto durante i regni di Isesi, di Unas e infine di Teti, primo sovrano della VI dinastia del quale probabilmente fu il genero, avendone sposato la figlia Nebtynubkhet detta Sesheshet.

All’ingresso della sua mastaba si legge la sua autobiografia, nella quale ricorda il ruolo preminente da lui ricoperto sotto tre sovrani:

“Dice il Visir di Stato, Kagemni: Io fui il favorito di Isesi. Ricoprii l’incarico di funzionario dello Stato, al tempo di Unas. Sua Maestà mi ricompensò molto generosamente (…). La maestà di Teti, mio ​​Signore, colui che vive in eterno, mi ha nominato capo di tutti gli uffici, in servizio a qualsiasi ora (presso) la Residenza. Sua Maestà aveva fiducia riguardo a tutte le cose che aveva ordinato che fossero fatte, perché ero capace, perché ero apprezzato da Sua Maestà”.

“(…) compii giustizia per il re, perché è la giustizia che piace a Dio (…) Ho giudicato le parti in modo che fossero soddisfatte, ho nutrito il povero, [ho rimosso il dolore dell’afflitto.

Egli in effetti era il più importante personaggio d’Egitto dopo il faraone e vantava oltre 50 titoli, tra i quali quelli di visir (e quindi di sovrintendente degli scribi dei documenti reali e delle opere pubbliche, ispettore della piramide e delle sei grandi corti), di ministro della giustizia, di tesoriere del Faraone, di sorvegliante dei due guardaroba del re, di direttore dei palazzi delle corone bianca e rossa e di custode delle decorazioni della testa.

Importanti erano anche le sue attribuzioni in campo religioso, in quanto era capo dei sacerdoti lettori, sacerdote di Anubi e di Min, sacerdote sem, sacerdote delle piramidi.

Il re doveva stimarlo moltissimo, in quanto gli aveva conferito anche il titolo di unico amico, e pare che siano riferibili a lui i famosi “Insegnamenti di Kagemni”, un testo sapienziale risalente alla VI Dinastia sebbene esso sembri fare riferimento ad un visir che servì Snefru, padre di Cheope.

L’ingresso della mastaba; ai lati due raffigurazioni speculari di Kagemni

La sua grande mastaba a Sakkara venne scoperta nel 1843 da Richard Lepsius; essa ha la forma di una L, fu costruita con grandi blocchi di calcare locale e rivestita di calcare bianco di Tura oggi perduto in quanto la mastaba venne utilizzata in passato come cava di pietra.

La pianta della mastaba

Ha l’accesso ad est, fiancheggiato da una doppia rappresentazione del defunto con i suoi nomi ed i suoi titoli sugli stipiti della porta; ha una cappella composta da sei stanze, una sala colonnata, cinque magazzini, due fosse per le barche (rimaste vuote) del tutto insolite per un privato, un serdab separato dal resto della tomba e già vuoto al momento della scoperta, un pozzo che dava accesso alla struttura funeraria sotterranea nella quale si trovava il sarcofago di Kagemni ed una scala che dava accesso al tetto, la cui effettiva funzione è ancora oggi sconosciuta.

La falsa porta nella sala delle offerte

La camera sepolcrale e la nicchia sul lato ovest sono decorate con immagini di sacrifici e con testi di offerta ed al momento della scoperta conteneva ancora i canopi, alcuni beni facenti parte del corredo funerario (oggi al museo del Cairo) ed un sarcofago in pietra recante il nome ed i titoli di Kagemni, all’interno del quale si trovava un altro sarcofago ligneo il cui coperchio ed i cui lati erano caduti sulla mummia, danneggiandola. Essa era riccamente avvolta nel lino ed era stata sepolta con due grandi collari ed almeno tre bastoni e scettri cerimoniali di legno.

Le pareti della mastaba sono decorate ad altorilievo su sfondo grigio azzurro (conservato solo nella sala VIII) con scene naturalistiche e di vita quotidiana estremamente vivide, recanti iscrizioni che riportano scambi di battute tra i servi.

Mungitura: le mucche venivano legate per impedire loro di muoversi

I registri inferiori sono ben conservati ma quelli superiori sono quasi tutti perduti, tranne che nella zona posteriore della tomba; le aree non decorate erano dipinte in rosso e grigio, ad imitazione del granito; vicino all’ingresso si trovano alcune scene incompiute ed altre scene tracciate in modo frettoloso.

Le scene offrono vividi spaccati della vita quotidiana nell’antico Egitto: i temi decorativi scelti da Kagemni, infatti, sono quelli tipici dell’epoca, finalizzati ad illustrare le sue attività terrene e le sue ricchezze per poterne godere anche nell’Aldilà.

La mandria sta guadando il fiume; i servi fanno in modo che il bestiame segua il vitellino, che si gira spaventato verso la madre

Nelle prime stanze sono rappresentate feste e danze, la caccia all’ippopotamo, la pesca nelle paludi alla quale partecipa lo stesso Kagemni su di una barca di papiro, l’uccellagione e la vita selvatica, con libellule, rane, fauna acquatica e terrestre, servi che alimentano forzatamente oche e iene, una lotta tra un coccodrillo ed un ippopotamo: le immagini, molto dettagliate, permettono di ricostruire tecniche di caccia e di pesca e di identificare specie di uccelli e di pesci che a quell’epoca popolavano le rive del Nilo.

Nutrizione forzata di una iena: un servo spinge pezzi di pollame nelle fauci dell’animale, steso a terra di schiena e con le zampe legate.

Le scene relative al banchetto funebre decorano invece la parte più interna della mastaba.

Oche in gabbia: molto particolare la resa della gabbia, disegnata in modo tale che tutti i volatili fossero visibili integralmente, anche se nella realtà si trovavano uno accanto all’altro e all’interno della gabbia.

Al di là del significato immediatamente percepibile, la caccia e la pesca nella palude ed in particolare la caccia all’ippopotamo avevano una valenza simbolica di grande importanza:

I servi cacciano gli ippopotami e li hanno già trafitti con svariati arpioni

La palude simboleggiava la zona di confine tra il caos ed il mondo della Maat, che doveva essere difeso combattendo le forze del male, rappresentate dagli ippopotami e dagli animali pericolosi per l’uomo; la caccia al pachiderma poteva anche simboleggiare le prove che il defunto doveva superare per ottenere l’Aldilà (per un’analisi più approfondita del significato dell’ippopotamo maschio, si veda https://laciviltaegizia.org/2021/12/23/lippopotamo-maschio/).

GALLERY:

FONTI:

https://www.osirisnet.net/mastabas/kagemni/e_kagemni_01.htm

https://www.kemet.nl/de-mastaba-van-kagemni-beschrijving/MM

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LA DOPPIA STATUA DI NIMAATSED

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, altezza cm 57
Saqqara, Mastaba di Nimaatsed ( D 56) – Scavi di Auguste Mariette ( 1860)
Seconda metà della V Dinastia – Museo Egizio del Cairo CG 133

La scultura rappresenta una doppia immagine del sacerdote e giudice Nimaatsed, legato al culto di Hathor e di Ra nel Tempio Solare di Neferirkata Kakai.

Titoli e nomi sono indicati nella breve iscrizione incisa in bianco sulla base nera su cui appoggiano le due statue e da cui si innalza la lastra dorsale.

L’unica diversità è la lieve differenza di altezza : la figura a sinistra è un po’ più alta.

In entrambe le statue, Nimaatsed è raffigurato nell’usuale atteggiamento della statua incedente, con braccia distese lungo il corpo.

Porta una parrucca nera svasata, piuttosto ricorrente nella statutaria privata di questo periodo, che gli lascia scoperti i lobi delle orecchie e gli incornicia il volto ovale con grandi occhi dipinti.

La bocca, dalle labbra carnose, è ornata da sottili baffi..

Al collo Indossa una collana a più fili, in cui si alternano il bianco e l’azzurro.

Il torso non è molto ampio ha pettorali ben disegnati e si restringe fino alla vita sottile.

Indossa un gonnellino bianco, che giunge al di sopra delle ginocchia, un lembo , ripiegato sul lato destro, è plissettato e dipinto di giallo.

Un’estremità si inserisce al di sotto della cintura e fuoriesce accanto all’ombelico.

Le gambe, benché sottili, mostrano una muscolatura solida.

La pelle è dipinta di un colore ocra deciso.

Nella Mastaba a Saqqara, furono rinvenute da Mariette diverse statue di Nimaatsed, tra le quali questa, che rappresenta un’interessante documento, unendo all’usuale bellezza delle opere di questo periodo, la vivezza dei colori, raramente così ben conservati.

Fonte:

Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie di Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

TESTA DI USERKAF

Di Grazia Musso

Scisto, Altezza cm 45. Abusir, Tempio solare di Userkaf
Scavi congiunti dell’Istituto Germanico e dell’Istituto Svizzero al Cairo, 1957
V Dinastia , regno di Userkaf – Museo Egizio del Cairo

Questa testa è un significativo esempio dello spirito accademico che animava gli artisti della corte eliopolitana, eredi della tradizione scultorea di Micerino.

Scegliendo come pietra lo scisto, lo scultore ha privilegiato gli effetti luministici, modulando con equilibrio le luci e le ombre che animano le superfici levigate.

La linea essenziale della corona del Basso Egitto si fonde con i contorni sfumati del volto del sovrano.

I caratteri somatici, per quanto improntati a quelli di Micerino, sono estremamente idealizzati, così come l’espressione convenzionale del volto.

In quest’opera tutto contribuisce a creare un senso di armonia e di compiutezza.

Ogni elemento figurativo segue una distribuzione attentamente bilanciata, unicamente volta alla sublimazione dell’ideale etico ed estetico incarnato dal sovrano.

Se lo scopo dell’arte ufficiale era quello di tradurre in. opere perfette la perfezione della regalità divina, la testa di Userkaf è un capolavoro.

Fonte

I tesori dell’antico Egitto – foto di Araldo De Luca. National Geographic – Edizione White Star

Antico Regno, IV Dinastia, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LE TRIADI DI MICERINO

Di Grazia Musso

I tre gruppi statuari di Micerino riflettono pienamente l’ideale classico della scultura di corte, in cui la natura umana del sovrano è trasfigurata in una dimensione divina.

Altri due esempi di triadi di Micerino sono oggi conservate nel Museum of Fine Art di Boston.

Si era ipotizzato che i gruppi dovessero essere originariamente trenta, uno per ogni provincia egiziana, ma più recentemente è stata proposta un’interpretazione di queste triadi quali sculture dedicate dal re ad Hathor nelle province dove era più forte la venerazione per la dea.

Particolarmente felice è stata la scelta della pietra, lo Scisto, che a differenza della più dura diorite , ha consentito allo scultore di modellare con estrema precisione e grande forza espressiva le figure.

La prima

Scisto grigio – verde, Altezza cm 93
Giza, Tempio della Valle di Micerino
Scavi di George Reisner
IV Dinastia
Museo Egizio del Cairo JE 40678

In questa triade Micerino è affiancato a destra dalla dea Hathor e a sinistra da una figura maschile molto più piccola, anch’essa incedente , con corona tripartita, una corta barba e sulla testa il simbolo del nomo di Tebe.

A differenza delle altre triadi, le figure sono qui l’una accanto all’altra, ma senza che vi sia un contatto tra loro:

La dea ha le braccia distese lungo il corpo con le mani aperte, il sovrano e l’altra figura hanno le mani chiuse a pugno.


La seconda

Scisto grigio – verde, Altezza cm 95,5
Giza, Tempio della Valle di Micerino
Scavi di George Reisner
IV Dinastia
Museo Egizio del Cairo JE 46499

La triade raffigura Micerino con la corona bianca dell’Alto Egitto e il gonnellino shendyt, alla sua destra la dea Hathor, che gli tiene la mano.

Alla sua sinistra è un’altra figura femminile, quasi delle stesse dimensioni della dea, recante sul campo il simbolo del nomo diospolita, il settimo distretto amministrativo dell’Alto Egitto, la cui capitale era Hu.

Base, lastra dorsale e figure sono ricavate da un unico blocco di scisto.

Accanto ai piedi delle figure, sono incisi testi geroglifici che identificano la dea, le offerte del distretto e l’identità del re, che è designato sia con il titolo di sovrano dell’Alto e Basso Egitto

“Menkaura”, sia con il suo nome di Horus ” Kakhui”.


La terza

Scisto grigio – verde, Altezza cm 92,5
Giza, Tempio della Valle di Micerino
Scavi di George Reisner
IV Dinastia
Museo Egizio del Cairo JE 40679

Il gruppo statuario è raffigurato in piedi su una base e addossato a un’ampia lastra dorsale.

Vi è rappresentato, al centro, il re Micerino, incedente e con la corona bianca dell’Alto Egitto, alla sua destra la dea Hathor è alla sua sinistra da una figura femminile del nomo cinopolita, il diciassettesimo distretto amministrativo dell’Alto Egitto.

Il sovrano porta la barba posticcia e Indossa il gonnellino shendyt plisettato, una larga cintura liscia

Ha le braccia lungo il corpo e impugna due cilindri.

Il volto è rotondo, gli occhi delimitati da profonde incisioni, sono protetti dalle arcate sopracciliari che proseguono nella linea del naso dalla base larga e tondeggiante, le orecchie scoperte sono accostate al piano del corpo.

Il corpo del sovrano è rappresentato con grande cura e perfezione : spalle larghe, torso ampio, muscoli di braccia e gambe ben modellati, esprimono forza e sicurezza.

La dea Hathor anche lei rappresentata incedente , Indossa una parrucca tripartita con ciocche disegnate da incisioni verticali, sormontata dal disco solare tra le corna di vacca.

Indossa una tunica aderente che la ricopre fin sopra le caviglie ed evidenzia la sua figura.

Il braccio destro è disteso lungo il corpo nella mano stringe il segno shen, simbolo di eternità, il braccio sinistro passa dietro le spalle del re: la mano della dea è visibile sul braccio sinistro di lui.

La figura femminile, sul lato opposto è lievemente più bassa di Hathor ed è rappresentata stante.

Indossa una parrucca unica, sulla testa uno stendardo con l’immagine zoomorfa di Anubi, che è l’emblema del nomo cinopolita.

Davanti ai piedi delle tre figure alcune colonne di testo verticali contengono nomi e titoli del sovrano e della dea.

Delle cosiddette triadi ne vengono contate 8 più o meno integre (dato proveniente dalla rete non facilmente controllabile). Quattro furono trovate assieme: Foto al momento dello scavo.

Fonte:

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.

I tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo a cura di F. Tiradritti, foto di Araldo De Luca – Edizioni White Star

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LE TESTE DI RISERVA

Di Patrizia Burlini e Grazia Musso

Questa testa, rappresentante secondo alcuni studiosi una donna ma secondo altri un uomo, per la permanenza di tracce di colore rosso -tradizionalmente riservato ai ritratti maschili – su un orecchio, potrebbe essere una testa di riserva.

La funzione di queste teste resta ancora enigmatica e sono state formulate diverse ipotesi sul loro scopo.

Le teste di questo tipo ritrovate sono poco più di una trentina ed appartengono tutte all’Antico Regno.

Agli inizi del secolo scorso un archeologo austriaco, H. Junker, ipotizzò che queste teste servissero ad essere rimpiazzate nel caso in cui la testa del defunto risultasse danneggiata, dato che il Ka per reincarnarsi doveva trovare un corpo o figura integra. Da allora vengono chiamate teste di riserva.

Secondo altri archeologi, tra cui A.L. Kelley e N.B. Millet, queste teste servivano da modello o stampo per altre sculture (l’assenza di orecchie e la cavità presente sulla nuca sarebbero una conseguenza della lavorazione per delineare il calco sul viso) oppure, dato che molte di loro, tra cui la presente, mostrano segni di mutilazione volontaria, svolgevano una funzione magica durante le cerimonie di sepoltura (Roland Tefnin). Secondo Tefnin queste teste riproducevano in realtà i tratti dei defunti nemici del sovrano, e venivano colpite in modo mirato da sacerdoti esperti, tramite il taglio della gola e la mutilazione delle orecchie, per impedire loro di poter parlare e sentire nell’Aldilà.

Secondo altri le teste erano proprio dei ritratti del defunto e servivano per un rituale di esecrazione perché “nell’antico Egitto, a prescindere dalle funzioni svolte in vita e dalla propria condizione sociale, il modo in cui un individuo moriva poteva renderlo potenzialmente pericoloso. Questa ad esempio era la sorte di coloro che annegavano nel Nilo, chi moriva di morte violenta oppure in uno dei giorni considerati infausti.”

Comunque sia, rimasero in voga per un breve periodo e furono rimpiazzate dalle maschere funerarie in gesso d cartonnage.

Fonti:

  • MFA, Boston
  • Cecilia Fiorentini, Le Misteriose “Teste di Riserva” nelle Tombe dell’Antico Regno in Egitto,Vanilla Magazine
  • Paolo Bondielli, Le teste di riserva. Un antico rito di esecrazione?,
  • Mediterraneo Antico . 14.12.2017.
  • Massimiliano Nuzzolo, ritratti di Riserva, Pharaon Magazine, nr. 2/3 2008
Giza, cimitero ovest, Mastaba G 4640
IV Dinastia, Regno di Khafre
Calcare, Altezza cm 25,5
Museo Egizio del Cairo, JE 46216 = CG 6005

Quest’ opera offre tutte le caratteristiche descritte nel post di Patrizia Burlini, compresa l’eliminazione delle orecchie, che in questo caso arriva alla cancellazione completa.

Le commessure labili donano all’opera un lieve sorriso che, unito allo sguardo leggermente rivolto verso l’altro, la proiettano verso la visione della vita eterna.

Giza, cimitero ovest mastaba G 4540 A
IV Dinastia, Regno di Khufu
Calcare, Altezza 36,3 cm
Harvard University, Boston Museum of Fine Arts
Scavi Reisner 1913_1914, 21.328

Ha eleganti tratti, raffinati e sottili, fanno attribuire generalmente questa testa a una donna, benché in realtà nulla né provi il sesso.

L’opera presenta alcuni caratteri peculiari, come la mancanza della pur sottile linea dei capelli e la particolare lavorazione delle sopracciglia, che danno, con i gioco di luci, un’espressione corrucciata.

Fonte

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Antico Regno, IV Dinastia, Mai cosa simile fu fatta, Statue

LE STATUETTE INCOMPIUTE DI MICERINO

Di Luisa Bovitutti

Nell’ambito della statuaria dell’Antico Regno queste tre statuette in gneiss sono molto interessanti per capire le modalità operative seguite dagli scultori dell’epoca.

Esse sono state rinvenute nel 1908 a Giza, nel Tempio a Valle di Micerino, da una spedizione dell’Università di Harvard – MFA di Boston e sono ora custodite al Museo delle Belle Arti di Boston (accession numbers 11730 – 11731 – 11.732) al quale furono assegnate dal Governo Egiziano.

In origine erano collocate su di una sporgenza del tempio, il che significa che ricevettero offerte dai sacerdoti destinati al culto del sovrano come se fossero state complete.

Esse fanno parte di un gruppo di quindici statuette (h. 35.2 x l. 18.5 cm) ognuna delle quali rappresenta una fase del processo di realizzazione e provano che nell’Antico Regno esso era stato perfezionato e codificato garantendo il raggiungimento delle proporzioni ideali a prescindere dalla grandezza del blocco da scolpire.

Probabilmente servivano come modelli per statue simili di dimensioni maggiori, per cui non erano destinate ad essere completate; la statuetta centrale, specialmente nell’area della testa, mostra i resti di linee rosse che indicavano dove tagliare per ottenere le proporzioni corrette; nel Medio Regno i pochi segni si espansero in una griglia completa.

Utilizzando martelli di pietra più dura gli artisti tagliavano un blocco delle dimensioni della statua finita, e rifinivano gradualmente i dettagli della testa e degli arti con l’aiuto di scalpelli di rame, quindi con pietre e polveri abrasive lucidavano la superficie e realizzavano l’iscrizione che identificava il proprietario ed i titoli che aveva rivestito.

Le tre statuette qui raffigurate illustrano le fasi di pre-lucidatura iniziale, intermedia e finale; lo gneiss con il quale esse sono realizzate è una pietra molto dura proveniente da una cava vicino a Abu Simbel, ed è probabile che esse siano state realizzate riutilizzando la pietra di una statua più grande, in quanto il fondo di una di esse è lucidato a specchio, mentre di solito non sarebbe stato rifinito in quanto non era destinato ad essere visto.

FONTI:

Anche le immagini sono tratte dal sito del MFA di Boston.