Cose meravigliose

AUGUSTE, IL CONSERVATORE

A cura di Andrea Petta

ENTRARE IN EGITTO ATTRAVERSO UNA MUMMIA

Verso la fine del 1850 un archeologo francese di quasi trent’anni siede su una roccia a Saqqara. È disperato. Era giunto in Egitto qualche mese prima con l’incarico di acquistare papiri per il Louvre, ma non ha ottenuto nessun risultato. Davanti a lui c’è lo spettro del licenziamento, della fine del suo sogno. E c’è una testa di sfinge che spunta dalla sabbia. È molto più piccola di quella della Grande Sfinge di Giza, ma con quella sfinge il Destino scrive per la terza volta sulle pagine della vita di Auguste Mariette.

Mariette era nato a Boulogne-sur-Mer nel 1821. Boulogne-sur-Mer è vicino a Calais, nella parte settentrionale della Francia, affacciato sull’Atlantico. Quando Mariette vi nasce è un borgo di circa 18,000 abitanti che vive da secoli nella memoria del suo più famoso “figlio”, noto dalle nostre parti come Goffredo di Buglione, e dei fasti dei crociati. Un posto di villeggiatura, all’epoca non ancora collegato a Parigi ed alle grandi città.

Non c’è molto a Boulogne quando Mariette è uno studente appassionato di storia, a parte una cattedrale intitolata a Notre-Dame (con leggenda annessa) e un castello scenografico con un museo in cui sono appena arrivati due sarcofagi ed una mummia, comprati da un collezionista parigino, tale Hèbray.

In realtà Monsieur Hébray ha appena tirato un pacco al museo di Boulogne: i due sarcofagi (quello esterno sparirà, probabilmente durante la Grande Guerra) appartengono a Nehemesimontou, sacerdote di Tebe alla fine della XXV dinastia, ma la mummia c’è stata messa dentro probabilmente dallo stesso Hébray per venderli come “pezzo unico”, e rimarrà ignota.

La mummia ignota del museo di Boulogne-sur-mer considerata da Mariette la sua “prima porta verso l’Egitto”. Sappiamo solo che appartiene ad un uomo vissuto Terzo Periodo Intermedio. Un’analisi spettrografica dei balsami utilizzati ha rilevato una composizione del bitume presente simile al bitume utilizzato in Palestina, suggerendo un restauro della mummia prima dell’acquisizione da parte del museo

Il sarcofago superstite di Nehemesimontou, quello intermedio

Comunque, la mummia fa grande scena. Scriverà più tardi Mariette che la prima “porta” per entrare in Egitto sia stata proprio quella mummia, che colpisce il ragazzo anche se rimane un mondo lontano, misterioso ed irraggiungibile.

E il destino ci mette lo zampino una seconda volta incrociando la storia di Mariette con Champollion. Il cugino di Auguste, Nestor L’Hôte, ha accompagnato Champollion in Egitto nel 1828. Nel 1841 Nestor muore, e l’incarico di riordinare i suoi appunti tocca ad Auguste, che rimane definitivamente affascinato dai disegni e dalle note di Nestor. Ma i tempi sono difficili. Auguste deve lasciare gli studi, va in Inghilterra dove disegna motivi per tessuti (!), poi rientra in Francia e riesce a laurearsi.

Nel 1849 diventa assistente al Museo del Louvre a Parigi, copia tutte le iscrizioni egizie e ottiene l’incarico di comprare un lotto di manoscritti copti al Cairo. L’Egitto ora non è più un sogno lontano.

Un giovane Mariette in Egitto

Appena arrivato fa il giro dei funzionari locali. Nei fastosi giardini privati dei funzionari Mariette nota delle sfingi di pietra l’una simile all’altra, collocate come pezzi ornamentali allo stesso modo delle antiche statue greche che adornavano i giardini dei principi del Rinascimento. Pare che le prime le abbia trovate un medico italiano, tale Marucchi, nel 1832 ma erano tanto rovinate da lasciarle in situ. Un’altra trentina le ha trovate un certo Fernandez e le ha rivendute ai funzionari del Cairo per fare scenografia; 12 prendono la strada di Calcutta al seguito di un signorotto inglese.

Mariette però ha una cocente delusione. Il monastero che ha messo in vendita i manoscritti copti rifiuta di cederglieli dopo un’esperienza truffaldina con due inglesi (di cui ignoriamo l’identità). Altri possibili affari svaniscono uno dopo l’altro.

Come ultima risorsa si reca direttamente presso i principali siti archeologici noti al tempo per cercare qualcosa di “prima mano” (cercando di fare lui stesso proprio ciò che più tardi tenterà di bloccare in ogni modo…).

A Saqqara, di fronte alla grande piramide a gradoni si imbatte in un’altra sfinge. Solo la testa emerge dalla sabbia. Mariette non era stato certo il primo a vederla, ma è il primo a osservarne l’affinità con le sfingi del Cairo e di Alessandria. Gli vengono in mente le parole di Strabone, vecchie di quasi 2000 anni: “Trovammo anche (a Memphis) un tempio della Serapide in un luogo così sabbioso che i venti accumulano grappoli di sabbia lì, sotto i quali abbiamo visto le sfingi sepolte, alcune semisepolte ., gli altri fino alla testa da dove si può supporre che la strada per questo tempio non sarebbe priva di pericolo se si fosse sorpresi da una folata di vento”. Quando trova un’iscrizione che reca la dedica ad Apis, il toro sacro di Menfi, si materializza il misterioso “Viale delle Sfingi” di Nectanebo I di cui si sapeva che fosse esistito, ma non dove si trovasse.

Mariette si gioca l’ultima carta, impegna tutti i fondi rimasti destinati all’acquisto di papiri per assoldare un gruppo di operai locali, impugna egli stesso la vanga e disseppellisce la bellezza di 141 sfingi ed un numero imprecisato di basi da cui erano state trafugate le altre. Trova, sempre a Saqqara, la celeberrima statua dello “Scriba seduto” (magistralmente descritta da Davide Gonella qui sul Gruppo) che diventerà una delle più famose al Louvre, e quella lignea di Ka’aper, talmente realistica da essere subito ribattezzato Sheikh-el-Beled (“capo del villaggio” in arabo) per la somiglianza con un funzionario locale e rimasta invece al Cairo.

Arriva all’ingresso di un sotterraneo, ma rimane senza fondi. Il governo francese stanzia 30,000 franchi ed inizia una estenuante trattativa con quello egiziano sui diritti sui reperti.

Finalmente, la notte del 12 novembre 1851 libera la porta dei sotterranei dove trova 25 sarcofagi colossali.  Mariette aveva trovato uno dei principali cimiteri dei tori Apis. Dal nome del dio Serapis lo conosciamo come «Serapeum», e lo vedremo in dettaglio.

Mariette trova solo un sarcofago intatto, tutti gli altri sono stati saccheggiati. Credo che sia in quel preciso momento (insieme all’esperienza negativa con il monastero per via di due ignoti truffatori) che si renda conto di quanti danni siano stati prodotti dal saccheggio delle tombe e dei monumenti egizi, e che l’Egitto rappresentava una inconsapevole piazza di svendita delle antichità.

Scienziati, turisti, scavatori, e tutti coloro che per qualsiasi motivo mettevano piede in Egitto, venivano invasi dalla febbre di «collezionare antichità», il che significava depredare gli antichi monumenti e portare via dal paese oggetti preziosi. Gli indigeni davano anch’essi una mano. Gli operai che affiancavano gli archeologi facevano sparire tutti gli oggetti più piccoli e li distribuivano ai forestieri, che erano così «pazzi» da pagarli con oro vero.

Mariette, a cui stava a cuore soprattutto l’indagine e lo scavo, riconobbe che per l’avvenire della scienza archeologica c’era qualcosa di più importante che tutto il resto: conservare!

L’esplorazione del Serapeum appena disseppellito

Eppure, proprio lui viene accusato di trafugare reperti; Mariette resiste quattro anni, poi parte per Parigi, dove il Louvre gli offre la carica di curatore della parte egizia.

Ma ormai l’anatra egizia lo aveva “beccato” ed inoculato il suo veleno, e Mariette non poteva rimanere lontano da quella che considerava ormai la sua Patria adottiva.

Tra 500 anni, cosa sarà rimasto di tutto questo?

Il Louvre ha affidato a Mariette il ruolo di curatore della parte egizia che sta iniziando ad arricchirsi considerevolmente. Ma ad Auguste non basta. Non gli basta un mero titolo accademico; non si accontenta di “aspettare” in Francia mentre chissà quali disastri vengono perpetrati in Egitto. Più tardi scriverà: “Sapevo che sarei morto o impazzito se non fossi ritornato immediatamente in Egitto”.

Il governo egiziano, che pure lo aveva accusato di essere tra i predoni dei suoi tesori, nel 1857 lo richiama sotto Said Pasha, il figlio di Muhammed Ali (ricordate? L’amico di Drovetti, che gli aveva salvato la vita da un attentato degli Inglesi). Said ha un amico francese di vecchia data, Ferdinand de Lesseps, che, mentre era console generale francese, aveva caldeggiato la nomina di Muhammed Ali a viceré d’Egitto quando Muhammed era un semplice colonnello. La famiglia di Mohamad era rimasta in debito con De Lesseps e lo ascolta in ogni suo consiglio. Così Said Pasha nel 1854 gli firma la concessione per la realizzazione del Canale di Suez, la prima grande opera dell’Egitto moderno, che verrà completato nel 1869.

Mariette e De Lesseps si incontrano nel 1858. De Lesseps ascolta attentamente le preoccupazioni di Mariette per la sorte dei tesori d’Egitto e convince Said ad occuparsene.

Mariette esprime a Said la sua preoccupazione (“È nostra responsabilità vigilare attentamente sui monumenti. Tra cinquecento anni, l’Egitto sarà ancora in grado di mostrare agli studiosi che lo visitano questi come li troviamo oggi?”). Said è sveglio, capisce subito il vantaggio di mantenere in Egitto quei tesori che attirano attenzione e turismo – anche se manterrà spesso un atteggiamento un po’ ambiguo nei confronti dei reperti di Mariette.

Per volere del viceré d’Egitto nasce quindi nel 1858 il Servizio delle Antichità Egiziane, di cui Mariette viene nominato primo “Maamour” (Direttore), incarico che mantenne fino alla sua morte il 18 gennaio 1881. In realtà il decreto originale era del 1835, ma fino a quel momento tutta la raccolta delle antichità in Egitto (ci racconta Maspero) era stipata in una stanza e venne in seguito regalata a Arciduca Massimiliano I d’Austria, in visita di Stato in Egitto nel 1855. Questo era l’interesse per le antichità in Egitto, con buona pace di chi oggi grida al furto ed al saccheggio antico…Nella sua nuova posizione, Mariette ha campo libero. Ha il potere di autorizzare o bloccare qualunque scavo in Egitto. Inglesi e tedeschi non gradiscono affatto, protestano con il viceré e non ottengono molto più di nulla. Una seconda ondata di voci sulle presunte nefandezze di Mariette viene allora sparsa per cercare di metterlo in cattiva luce nei confronti del suo “protettore”.

Mariette tira dritto. Nonostante i problemi fisici, con un diabete che gli sta minando la vista, si getta nel suo nuovo ruolo con l’entusiasmo di chi può finalmente proteggere ciò che gli è più caro.

L’ingresso del primo Museo Egizio

Con i fondi a disposizione apre il primo Museo Egizio a Bulaq. Ha praticamente il monopolio degli scavi, Menfi, Saqqara, Abydos, Dendera, Edfu, Meidum. Curiosamente, ha a disposizione un battello a vapore ad uso esclusivo per la sua funzione. antenato dell’auto aziendale.

Decoro della Mastaba di Ti

Trova la tomba di Ahhotep II con il relativo corredo funerario, che gli procurerà più di un mal di testa per la sua gestione, a partire dalla scomparsa della mummia nel 1859. I reperti ritrovato vengono una prima volta recuperati miracolosamente dopo che Said Pasha, “fraintendendo” i suoi diritti ed il concetto di “tenerli in Egitto”, li aveva sequestrati per se stesso.

I gioielli di Ahhotep nella collocazione originale al Museo Egizio

Dalla piana di Giza recupera la splendida statua in diorite di Chefren, una delle più belle della storia egizia, descritta sul Gruppo da Luisa e Stefano. A Meidum nella mastaba di un figlio di Snefru, Nefermaat, trova le celeberrime “Oche di Meidum, che diventeranno ai giorni nostri l’ennesimo mistero di Mariette Nel 1860 disseppellisce il Tempio di Edfu, probabilmente il meglio conservato in Egitto.

Le Oche di Meydum

Said muore nel 1863; il suo successore Ismail combinerà un disastro economico senza precedenti, che porterà all’invasione inglese del 1882 (ma questa è un’altra storia) e nella sua gestione finanziaria scriteriata lascia mano libera a Mariette preoccupandosi molto poco della storia del suo Paese.

Auguste rientra a Parigi nel 1867 per l’Esposizione Universale, dove cura il Padiglione Egiziano e dove viene esposto il corredo funerario di Ahhotep. L’Imperatrice Eugenia si innamora dei gioielli della Regina e scrive personalmente a Ismail Pasha chiedendogli di cederglieli. Mariette teme per la seconda volta di perdere i tesori di Ahhotep. Scrive a sua volta a Ismail, rischia di essere ghigliottinato in Francia e fucilato in Egitto ma riesce a riportare tutti i reperti al Cairo dove sono tuttora esposti.

Nel 1869 fornisce idee e disegni dei costumi per l’opera che doveva celebrare l’inaugurazione del Canale di Suez. Finisce così per mettere lo zampino nell’Aida di Verdi; per decenni si spargerà la voce che abbia anche scritto il libretto, che è invece di Ghislanzoni (anche se su uno scritto in prosa di Camille du Locle su soggetto effettivamente di Mariette).

Schizzo del costume per un personaggio dell’Aida di Mariette

Quelle che erano le condizioni in cui doveva lavorare Mariette (e la mentalità dell’epoca – ma in fondo applicabile anche ai nostri giorni) le ritroviamo nella lettera aperta scritta ad un ignoto viaggiatore americano che nel 1870 “visitò tutte le rovine dell’Alto Egitto con un recipiente di catrame in una mano e un pennello nell’altra, lasciando su tutti i templi la traccia indelebile e davvero orribile del suo passaggio”. Ha comunque il piacere di ospitare regnanti e uomini politici un po’ da tutto il mondo; l’egittomania è tutt’altro che spenta.

Una delle tante visite illustri in Egitto: Auguste Mariette (seduto a sinistra) e l’imperatore Pedro II del Brasile (seduto, estrema destra) durante la visita del monarca alla necropoli di Giza alla fine del 1871

Auguste Mariette si spegne al Cairo nel 1881, dopo che il Governo egiziano lo aveva insignito del titolo di “Pasha”.Poco prima della sua morte aveva passato il testimone a Gaston Maspero, facendo l’ultimo affronto ad Inglesi e Tedeschi che rivendicavano il diritto alla “successione”.

Ironicamente, proprio nel luogo che aveva scelto per “conservare e proteggere” un’alluvione nel 1878 distrusse praticamente tutti i suoi scritti ed i suoi diari. E, curiosamente, un’altra infiltrazione costrinse a chiudere il “suo” Serapeum per ben 11 anni al 2001 al 2012 con un restauro molto discusso.

Per suo volere, viene seppellito al Cairo in un sarcofago oggi davanti al Museo Egizio circondato da 34 busti – alcuni francamente discutibili, l’arte scultorea purtroppo non è comparabile con quella di illustri ritrovamenti – di alcuni “padri” dell’egittologia e dei primi direttori e curatori del Museo stesso, con la dedica “A Mariette Pasha, l’Egitto riconoscente”. A Boulogne-sur-Mer gli dedicheranno invece un monumento con tanto di piramide e sfingi di guardia.

Il monumento dedicatogli a Boulogne-sur-Mer

Mariette aveva fatto moltissima strada da quando, praticamente autodidatta, aveva iniziato ad occuparsi di documenti egizi a Boulogne-sur-Mer.

Indubbiamente un conservatore, ma non ancora un archeologo. La mancanza di programmi precisi di scavo, la povertà di scritti e pubblicazioni in confronto al lavoro svolto ci rivelano che corresse prevalentemente ed affannosamente dove veniva alla luce qualcosa nello sforzo disperato e frenetico di sottrarlo a furti e danneggiamenti. Nella sua idea, la cosa migliore da fare, forse l’unica.Per uno strano gioco del Destino, proprio mentre Mariette si stava spegnendo un inglese stava arrivando in Egitto – nientemeno che il nipote di un ammutinato del Bounty – inizialmente con delle idee un po’ bislacche ma che sarebbe diventato il primo vero archeologo.

Riferimenti:

  • C.W. Ceram, Civiltà sepolte. Mondadori 1974
  • Arborio Mella, L’Egitto dei Faraoni, Mursia 1976
  • Mariette, Auguste. 1857. (Le) Sérapéum de Memphis. Paris: Gide
  • Jarome Malek, Who Was the First to Identify the Saqqara Serapeum? Chronique d’Egypte, 1983

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