Filosofia

IL KA

A cura di Ivo Prezioso

Le braccia rappresentate nel geroglifico riassumono il concetto astratto sottinteso in quest’altro elemento della sfera spirituale. Abbracciare qualcuno, per gli antichi egizi, aveva il significato di trasferirgli la propria essenza vitale. Al momento della creazione gli dei ricevono dal creatore il loro “Ka”, allo stesso modo gli uomini lo ricevono dal faraone e dai propri antenati. Esso infatti non è una caratteristica individuale, ma una sorta di codice spirituale genetico ricevuto attraverso i progenitori, una forza vitale ininterrotta che unisce le varie generazioni e ne determina il destino.

Creato dal dio Khnum, insieme con l’uomo e trasmesso attraverso il seme maschile di generazione in generazione, il “Ka” diventa inattivo dopo la morte fino a quando il defunto non si riunisce ad esso grazie al potere magico dei riti funerari. In egiziano antico, l’espressione raggiungere il proprio ka è una delle perifrasi per dire morire. Chi muore si unisce al proprio “Ka” e a quello degli antenati, anzi diventa egli stesso un antenato, garante della continuazione delle energie vitali. E’ anche messo in relazione con il benessere: “al tuo Ka” è espressione del tutto analoga al nostro “alla tua salute”. Le quattro felicità cui aspirano gli uomini – ricchezza, longevità, una morte serena e la posterità – sono personificate da quattro Kaw, ma analogamente il “Ka” di un uomo può soffrire dei suoi eccessi. Il peccato infatti era definito “abominio per il Ka”.

Il simbolo geroglifico

Questo segno, apparentemente così chiaro, che compare già dal predinastico nel sistema geroglifico, è ancora ben lungi dall’essere chiarito. In realtà, ci si interroga ancora su quale sia il gesto cui alludono le due braccia protese verso l’alto. Il fatto che non sia mai divenuto un determinativo, lascia supporre che debba trattarsi di un gesto assai speciale, molto probabilmente di natura religiosa e legato, sin dagli albori della civiltà egizia, a quel concetto, per noi così astratto e sfuggente, che è il ka. Dei vari elementi che compongono le parti incorporee di un uomo secondo la concezione egizia, è il più vitale essendo profondamente legato alla potenza sessuale (k3) e al cibo come fonte di energia e vita (kaw).

Secondo una delle interpretazioni più diffuse del segno, le braccia protese potrebbero alludere all’offerta del cibo, nel sacro cerimoniale, divino e funerario. Conforterebbero questa ipotesi alcuni vassoi rituali in pietra d’epoca predinastica e protodinastica, in cui questo geroglifico fa da contorno al piatto dell’offerta. Altra interpretazione, altrettanto verosimile, è incentrata sul passaggio dell’essenza vitale dal padre al figlio. In altre parole il gesto con cui si rappresenta il ka, sarebbe null’altro che una rappresentazione simbolica e metaforica dell’atto attraverso il quale la misteriosa essenza viene trasmessa. Anche gli dei possono trasfondere il loro ka ad un altro dio, ad un re o ad uomini.

A sinistra: la celeberrima statua lignea del Ka del faraone Awibra-Hor, proveniente da Dashur. XIII Dinasia, Museo Egizio del Cairo.

A destra: il recente ritrovamento presso Mit Rahina (l’antica Menfi), durante i lavori di recupero di uno scavo clandestino, tra i blocchi probabilmente appartenenti al grande tempio di Ptah fatto costruire da Ramses II. Si tratta del frammento di una scultura in granito rosa che rappresenta il Ka del faraone. Sul retro reca inciso il suo nome di Horo: Kanakht merimaat (Toro possente, amato da Maat). La scoperta è importantissima perché sin ad ora era nota una sola statua di questo tipo, quella del faraone Hor I.

Tavola d’offerta predinastica in scisto

A cura di Luisa Bovitutti

Le due braccia del ka reggono la tavola, e la parte destinata a raccogliere l’offerta è costituita dal segno della vita ankh.

Custodito al museo del Cairo

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