Filosofia

IL CULTO DEGLI ANTENATI NELL’ANTICO EGITTO

Di Raffaele Biancolillo

Sappiamo quanto sia importante il culto dei morti nell’antico Egitto, ma, visto il periodo, mi piacerebbe fare alcune considerazioni in particolare sul culto degli antenati.

Per gli Egizi ricordare i morti ha diversi significati.

Innanzitutto, come intuibile, il primo obiettivo è sottrarre gli esseri all’oblio, e la memoria è senz’altro il modo per mantenere viva la loro esistenza.

Le scene dei banchetti spesso raffigurate nelle tombe egizie vogliono indicare la vicinanza tra vivi e morti in un luogo ideale, probabilmente proprio quello del culto, che riunisce i trapassati ai viventi.

È così, infatti, che si può scongiurare uno dei peggiori pericoli individuati dagli Egizi nella morte: l’ISOLAMENTO.

Ma partiamo, come sempre, dal mito originario della morte. che vede il dio Osiride assassinato, fatto a pezzi e disperso in tutto l’Egitto dal fratello Seth.

Questa morte crea una frammentazione del corpo psicofisico, occorre, pertanto, ripristinare l’unità, riunire i frammenti, ovvero le membra isolate, affinché si possa porre rimedio all’evento fatale.

Il punto decisivo è in questa saldatura che non riguarda solo il corpo fisico, ma anche la sfera spirituale e sociale.

Se Iside, infatti, ritrova le parti di Osiride e lo fa rinascere grazie ai riti funerari, il figlio Horus restituisce al padre il suo ruolo sociale.

Egli vendica Osiride, vittima di un delitto, e, dopo un lunghissimo processo, ottiene il legittimo ruolo di sovrano.

Il culto funerario, allora, che ha origine da questi antefatti, mediante l’amore dei congiunti, ha come funzione primaria quella di restituire l’integrità fisica, sociale e spirituale del defunto, così da farlo rinascere, se pure sotto altra forma.

C’è però un altro aspetto da considerare, rilevante per i vivi.

I riti funerari egizi intendono procurare una trasfigurazione del defunto che, grazie ad essi, e a prove specifiche, diventa un AKH, una creatura divinizzata, un fratello degli dei.

In alcune circostanze, dunque, in modo naturale o indotto, l’orizzonte, immagine cara al popolo del Nilo, che rappresenta il confine tra cielo, terra e mondo sotterraneo, si riduce, e, tramite l’avvicinamento ai defunti, i viventi hanno l’opportunità di affacciarsi a uno spazio condiviso dai propri cari con gli dei.

Sarà per questo che in prossimità della nota ricorrenza legata ai morti è possibile avvertire un singolare fremito, una trepidazione inspiegabile.

Forse accade esattamente quello che i testi del rituale quotidiano enunciano:

“Le due porte del cielo sono aperte,

le due porte della terra sono dischiuse”.

Peccato, allora, che, ai giorni nostri, questa fenditura nell’Aldilà sia un’eccezione legata a festività particolari, quasi una ferita, direi, che rievoca la separazione, mentre nei templi egizi ogni giorno le porte dell’eternità venivano spalancate per aprire il cammino verso gli dei.

Filosofia

LA VITA NELL’ ALDILÀ

A cura di Ivo Prezioso

Papiro di Any, Nuovo Regno, XIX Dinastia ca. 1275 a.C. Provenienza Tebe. Londra, British Museum

Le scene nella parte sinistra di questa sezione accompagnano il Capitolo 110 ed illustrano il mondo in cui Any è entrato dopo aver superato con successo la prova del Giudizio.

Nell’aldilà, il defunto doveva svolgere lavori agricoli nei “Campi Hotep” e nei “Campi dei Giunchi”. Sono schematicamente rappresentate superfici terriere circondate da acqua.

Nel registro superiore Any vi è raffigurato mentre compie offerte a tre divinità dell’Enneade e poi mentre rema con la sua barca attraverso il “Lago delle Offerte”.

Viene anche mostrato in adorazione del Falco Occidentale e dell’Airone dell’Abbondanza. Nella seconda e terza cornice è raffigurato mentre miete, ventila e ara.

Nell’ultimo riquadro in basso, ormeggiata sulla riva è visibile la barca di Wunnefer (un appellativo di Osiride), adorna di teste di serpente.La sezione a destra illustra parte del Capitolo 148 che provvede allo spirito nel Regno dei Morti.

Any è in adorazione del dio sole Ra, raffigurato mummiforme con la testa di falco che sorregge il disco solare.

Nelle versioni più complete del testo, il defunto avanza la sua richiesta di provvigioni forte della conoscenza dei nomi delle sette vacche celesti e del loro toro (visibili nella colonna più a destra).

La parte finale del papiro di Ani (foglio n. 37) ci mostra a sinistra un santuario in cui alberga la divinità mummiforme dalla testa di falco Sokar-Osiride, che in realtà chiarisce il testo dell’incantesimo 185 illustrato nel foglio precedente. Il resto dell’immagine mostra un’offerta fatta alla divinità ippopotamo Opet, che regge i simboli della vita e della fiamma per i defunti. A destra Hathor emerge dalla montagna dell’Ovest nelle paludi della valle. Accanto, una piccola rappresentazione della tomba di Any. Queste figure simboleggiano il ritorno dall’Occidente (la morte) alla vita: lo scopo del papiro e della tomba stessa.

Filosofia, Prof. Damiano

RIFLESSIONI SULLA CULTURA, PARTENDO DALLA PIRAMIDE DI KHUFU

TESTO DEL PROF. MAURIZIO DAMIANO

© testi, piante, disegni e foto: Archivio CRE/Maurizio Damiano.

NUMERI SPAVENTOSI

1. La piramide di Khufu aveva 2.300.000 blocchi

1a) Numeri spaventosi.

Vero: numeri spaventosi. Tuttavia l’informazione va un po’ sfumata e calibrata. Essa non è del tutto recente: proviene infatti dal… generale Bonaparte! Egli faceva infatti parte della massoneria francese come affiliato “geometra”, ed amava i calcoli matematici. Gli ideali della massoneria lo portarono a creare il famoso staff di Savants che portò con sé nell’avventura d’Egitto e da cui poi scaturì infine l’Egittomania e l’Egittologia.

Comunque, mentre il generale attendeva che i giovani ufficiali dal suo stato maggiore tornassero dalla tradizionale scalata alla cima della più grande (Khufu; 137 metri di altezza e 186 di parete) calcolò che il materiale impiegato nelle tre piramidi avrebbe consentito di costruire un muro alto tre metri e largo un piede tutt’intorno alla Francia. Il matematico Monge, che faceva parte degli scienziati della spedizione, confermò l’esattezza del conto. E che per la singola piramide di Khufu siano stati usati (come giustamente diceva Alice) 2.300.000 blocchi di pietra del peso tra le due e mezzo e le quindici tonnellate.

Calcoli esatti, idea sbagliata.

L’asserzione dei “2.300.000 blocchi” della piramide oggi ha poco senso, dal momento che sappiamo che quando era possibile gli Egizi non si sognavano di spianare della buona, solida roccia, per poi edificarvi una piramide: spianavano e livellavano un’area quadrata tutt’intorno e modellavano il nucleo, ma lasciavano più roccia possibile, che avrebbe risparmiato anni di lavoro inutile. Ora, ovviamente non conosciamo l’estensione del nucleo roccioso che fu lasciato intatto (per esempio, si vede bene sul lato sud-ovest della piramide di Khafre, in cui quello allo scoperto è il nucleo, non i blocchi riportati), né lo sapremo finché non si inventeranno mezzi in grado di “vedere” attraverso la pietra senza danni, ma anche di distinguere le forme, perché il nucleo è dello stesso calcare dei blocchi, e quindi non si distinguerebbe comunque; non ne conosciamo dunque l’estensione, ma sappiamo che c’è.

Quindi: 2.300.000 blocchi… se fossero tutti blocchi.

Qui mostro un esempio ancora più eclatante: la piramide di Redjedef (o Djedefra, della 4a dinastia, successore di Khufu) ad Abu Rawash. Questo monumento molto rovinato si trova 8 Km a nord di Giza. La pianta quadrata della piramide misurava circa 104 m. di lato. Il fatto che sia molto rovinata ha fatto pensare che fosse incompiuta, ma di certo si sa (dai diari dei viaggiatori ottocenteschi) che fu ampiamente saccheggiata per la costruzione del villaggio. Fatto sta che il suo stato attuale è un’occasione unica per studiare le fasi di lavorazione delle piramidi: una sorta di meravigliosa “radiografia” del passato.

Ovviamente, tutto ciò non toglie nulla né alla meraviglia né comunque, ai numeri spaventosi, qualunque sia la loro cifra esatta.

I MATERIALI

  • R.B. La cosa che mi fa sorridere è che nessuno di voi, che ne scrivete, sa, di quale piramide stiamo vedendo in foto….????
  • B.M. Cheope direi
  • R.B. Risposta esatta perché è l’unica che conserva sulla sommità la struttura calcarea. Promosse …. ha ha ha

Gentile R.B., a parte lo scherzo del “nessuno sa”, che non può che farci sorridere, torniamo sul serio. “Perché è l’unica che conserva sulla sommità la struttura calcarea”. Evidentemente c’è un po’ di confusione.

Facciamo dunque chiarezza. Innanzi tutto mi par di comprendere che si confonda la piramide di Khufu (nella foto in alto) con quella di Khafre (nelle foto in basso), che è l’unica a conservare il rivestimento calcareo (se per “struttura” si intende erroneamente tale rivestimento). Tuttavia, anche così la risposta sarebbe errata, poiché … tutte le strutture sono calcaree: più precisamente, le piramidi di Giza erano costruite sull’altipiano calcareo; nella fattispecie, gli strati ovviamente cambiano a seconda della zona e profondità, ma sono in gran parte di calcare nummulitico; le piramidi dunque consistono in varie parti (o piuttosto “strati”):

  1. Un nucleo roccioso in situ di cui veniva lasciata la maggior parte possibile (calcare; calcare nummulitico).
  2. La maggior parte della costruzione, in grandi blocchi di calcare locale (quello che si vede, anche nella foto aerea), che ricoprivano il nucleo roccioso. Sono note le cave di tutte e tre le piramidi, e visibili.
  3. Il rivestimento esterno, sempre in calcare, ma questa volta il calcare di Tura, molto fine, cristallino, compatto. Totalmente svanito nella piramide di Khufu, salvo alcuni corsi inferiori sepolti nel tempo dall’accumulo di materiali che ne hanno permesso la conservazione sino ai nostri giorni, quando gli scavi e la pulizia dell’area sino al suolo roccioso li hanno riportati alla luce.
  4. Nel caso della piramide di Khafre nel rivestimento c’erano un paio di corsi, i più bassi, in granito rosso di Assuan (il resto sempre calcare di Tura); e in quella di Menkaure circa due terzi in granito e il resto calcare di Tura (parliamo sempre dei rivestimenti).

gli uomini, i mezzi, la mentalità

A. J.: Immenso !! Ditemi se è possibile che sia stata costruita da esseri umani ??

G. S.: Splendida la foto, degna di un’opera straordinaria! Come avranno fatto con i mezzi dell’epoca, resta un mistero!

Lo ripeto da anni ai miei allievi di Egittologia: attenti alla proiezione! Ovviamente, nulla di grave. Si tratta del più comune fenomeno umano: poiché ognuno di noi è per forza al centro del proprio universo (unico punto d’osservazione fisico possibile) ci si trova anche mentalmente e culturalmente nella stessa posizione. Ma, se fisicamente non possiamo fare nulla, mentalmente, se vogliamo comprendere la storia, dobbiamo abbandonare la nostra visione e comprendere davvero che esistono e sono sempre esistite società diverse dalla nostra in tutti i sensi, e quindi ciò che a noi sembra incredibile o impossibile non lo era per altri.

Immagine 21: le piramidi viste da sudovest, dopo il tramonto, con la luce del sole che riesce ancora a illuminarne la cima (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Nel caso in oggetto, si, ovviamente erano costruite da esseri umani normali. E i mezzi dell’epoca erano superiori ai nostri. Alt! Lo so, pensate subito alla tecnologia. No, anche se ci piace pensarlo, la tecnologia non è l’apice dell’umanità bensì… di sé stessa, della tecnologia, che non va confusa né con “civiltà”, né con “umanità”. È solo una sua ottima espressione che però ha reso l’umanità più pigra mentalmente. Intendo dire che, se una volta ci si ingegnava a creare grandezza con i propri mezzi umani, oggi appare inconcepibile, impossibile.

Immagine 2: cave di arenaria nubiana a Gebel Silsila (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Vediamo cosa avevano come “mezzi superiori”, che a noi mancano:

  1. Una società etica. L’Ego ipertrofico era scoraggiato a favore della visione sociale. I Cinesi dicevano: “un bambù si può spezzare, un fascio di bambù, no”. Questo era un pensiero banale anche per i bambini, in Egitto. Lavorare per la comunità era avanzare, avere e mantenere una società ricca e forte, la Maat.
  2. Ciò portava alla società faraonica, che aveva la struttura dell’alveare o del formicaio. “Dovere”, lungi dall’essere una parolaccia in odor di fascismo o dittatura qualsiasi, come da noi, era il normale agire e vivere per mantenere la macchina sociale. Dovere, lavoro comune (le corvée), solidarietà erano la norma. E attenzione! Non pensiamo (da occidentali) che la struttura ad alveare avesse dei privilegiati scansafatiche. “Società etica” vuol dire che il faraone ha più doveri che privilegi. Potere assoluto, ma vita durissima sin da principe. E, in combattimento, è sempre in prima linea, non come gli odierni generali. L’etica vissuta sulla pelle.
  3. Su queste basi, la corvée era una parte della tassazione. Si prestava la propria opera non solo per le piramidi, ma per tutti i lavori statali (sociali), tipo pulire i canali (andava fatto ogni anno: l’Egitto si basa su una magnifica rete idraulica di canali e dighe), gli edifici pubblici, quelli statali/religiosi, fra cui templi e tombe reali come le piramidi. Ricordiamo che le piramidi (o meglio l’intero complesso funerario, che comprende tempio in Valle, rampa monumentale, tempi funerario, muro di cinta piramidi satelliti e piramide) lungi dall’essere monumenti alla megalomania di un uomo, erano delle complesse “macchine” di magia religiosa, che divinizzavano il faraone in morte perché, fra gli dèi, continuasse a svolgere il suo compito: mantenere la Maat e assicurare la creazione tutti i giorni, per l’umanità. Lo spirito dei lavoratori era quello dei costruttori di cattedrali nel medioevo.
  4. Altra cosa che loro avevano, e a noi manca: la visione del futuro, ossia la programmazione a lungo termine. La cosa è dovuta alla psicologia sociale; come ho detto, gli Egizi avevano una società etica; noi no. Ciò, nella psicologia di massa, si traduce (generalizzando e semplificando, ovvio) in società a sub personalità ossessiva (la più sana ed efficiente, con ego personale in secondo piano a favore della mentalità sociale); una tale società vede oltre le azioni del momento, e cerca di prevedere le conseguenze della azioni, e le conseguenze delle conseguenze; gli Egizi pianificavano anche su 20 anni, per esempio, per la costruzione di una grande piramide. Non esistendo la moneta, gli operai andavano pagati in derrate alimentari, vestiti, sandali, ecc.; ciò voleva dire prevedere enormi estensioni da coltivare per anni ed anni, con tutta la filiera connessa. Gli italiani hanno una sub personalità di tipo isterico: come i bambini, mancanza di visione del futuro (tutto e subito), di previsione delle conseguenze, di pianificazione, ecc.; è il riflesso della cultura egoica, in cui il singolo conta più della collettività; culto dell’Ego, Ego-centrismo, Ego-ismo. Società non etica.
  5. Quanto detto sopra porta all’ovvia presenza, in Egitto, di ciò che oggi manca totalmente in società a sub personalità isterica: la capacità organizzativa. Essa implica innanzi tutto etica e senso del dovere (che sono interconnessi). Gli Egizi, pianificando su scale di decenni o più, sapevano proiettare la visione organizzativa. La struttura era semplice e basata su ciò che essi sapevano funzionare. Per esempio, vedendo che il coordinamento e l’affiatamento delle navi funzionava in situazioni diverse, lo applicarono anche al lavoro; così, le squadre che scavavano o rifinivano una tomba reale erano di “babordo” e “tribordo”, con i “capitani”. Ciò permetteva di avere cantieri con migliaia di persone, cosa impensabile nella maggioranza delle situazioni occidentali odierne.
  6. Infine, ma di importanza basilare, i mezzi che loro avevano e che a noi mancano sono sabbia, limo, tempo e personale. Su questi elementi si basavano le costruzioni. I blocchi cavati venivano trascinate su slitte, le quali scivolavano, trainate, su rulli che a loro volta ruotavano su vie di fango finissimo (limo del Nilo), permettendo alle slitte di scivolarvi sopra. Ciò richiedeva molti uomini, fatica, tempo e ottimo coordinamento.

I MORTI E I FERITI

F.P.Z.: Incredibile! Ma quanti morti ha fatto una costruzione simile

Non più di un cantiere medioevale. Gli Egizi avevano un altissimo concetto della vita umana; e non parlo di ipotesi o idee preconcette, ma delle parole degli stessi Egizi in testi quali i racconti del papiro Westcar. Ricordiamo che, in un mondo antico in cui la schiavitù era normale ovunque, gli Egizi non ebbero mai schiavi. Esistevano servi (ma con qualcosa che noi oggi chiameremmo “diritti umani”), esistevano prigionieri (di guerra o criminali), ma non schiavi. Esisteva la pena di morte, ma solo in casi gravissimi di infrazioni a quelle leggi che erano dello Stato ma soprattutto degli dèi, leggi che infrangevano le regole della Maat in forma gravissima, rappresentando una minaccia all’ordine cosmico. Tutto questo perché (sempre secondo i testi) l’umanità era il “gregge del Signore”, e il custode ne era il faraone.

Immagine 27: la piramide di Khufu vista dal villaggio verso il Cairo (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Per questa ragione nei cantieri si mettevano in atto le misure più opportune (nei limiti dell’epoca) per la sicurezza dei lavoratori. Ovviamente gli incidenti c’erano e dunque morti e feriti, ma non più di altri cantieri del nostro mondo sino all’epoca moderna.

Nel villaggio dei costruttori delle piramidi a Giza, che ha anche la sua necropoli (privilegio speciale concesso dal faraone) sono stati trovati scheletri con segni di fratture da incidenti quali traumi e schiacciamenti, con i segni della guarigione, ciò che ci informa della cura che si aveva degli operai. A corollario, ricordiamo gli Insegnamenti (per il re, per il faraone, per il visir) che sottolineano sempre la cura che bisogna avere per tutti, sino ai più umili.

Società etica.

Immagine 28: il villaggio dei costruttori delle piramidi di Giza. Rinvenuto da Lehner e Hawass negli anni ‘90, ha messo la parola fine alle illazioni sui costruttori delle piramidi; il villaggio ha infatti restituito le abitazioni, gli oggetti, i nomi, le tombe e persino i corpi dei costruttori; chi davvero vuol conoscere la verità ha avuto risposta alle proprie domande. Chi invece preferisce sognare nel mistero ignorando dati di fatto, continui a sognare. Ma qui, in questo luogo incredibile, gli Egizi stessi ci parlano di quel popolo incredibile, in cui costruzioni inimmaginabili per le nostre piccole menti miopi sono state erette da genio, pazienza, sudore, e una fede immensa in sé stessi e negli dèi (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

LA FINE DI UNA CULTURA

A.M.: Mi domando : quel popolo che fine ha fatto?

Quella di tutti i popoli, di tutte le cose, comprese le stelle. Si ha una nascita, una vita, una fine. Gli Egizi hanno superato tutti gli standard, tutti i “record” di durata. In un’avventura umana e culturale iniziata in realtà nella preistoria, e che all’alba della storia appare già pronta agli ulteriori sviluppi nelle sue linee principali, un’avventura durata almeno 5000 anni (che non ha paralleli sul pianeta Terra), alla fine, come tutte le cose, compì la sua parabola. Nello specifico, la cultura egizia sopravvisse sotto i Tolomei, sotto i Romani (ricordiamo che queste due culture, all’opposto di quella egizia, ne furono però affascinate che in Egitto ne proseguirono il cammino: i più completi templi egizi pervenutici sono di epoca ellenistico-romana).

La cultura venne spazzata via con la violenza dalla politica religiosa autocratica monoteista. Il primo fu l’Editto di Tessalonica, del 380; Graziano, Teodosio I e Valentiniano II imposero il monoteismo. In Egitto in particolare verso il 384 Teodosio inviò Materno Cinegio, un prefetto cristiano, incaricato di cancellare il paganesimo; il prefetto si distinse per il suo fanatismo violento, pienamente appoggiato da Teodosio. L’unica eccezione furono i templi dell’isola di File, lasciati aperti per la rivolta dei fedeli nubiani. Ma alla fine, anche questi templi, ultima frontiera del paganesimo in Egitto, furono chiusi quando Giustiniano inviò le sue truppe, nel 531 d.C., che con le armi imposero la chiusura dei templi pagani e li trasformarono in chiese cristiane.

La violenza monoteistica aveva vinto, spazzando via l’ultima traccia della grande cultura egizia. Nel VII secolo ci fu l’invasione islamica.

Gli Egiziani di oggi sono per la maggioranza musulmani, con una minoranza cristiana (i Copti e gli Ortodossi).

Filosofia, Prof. Damiano

REN, IL NOME

TESTO DEL PROF. MAURIZIO DAMIANO

© testi, piante, disegni e foto: Archivio CRE/Maurizio Damiano.

INTRODUZIONE

Ren. Una parola che nell’antica lingua del popolo dei faraoni indica il nome proprio della persona; il potere magico della parola, che per gli Egizi era di per sé immenso, è nel caso del nome ancora più duraturo, poiché conservato spesso su supporti “eterni”, ossia sulla pietra di tombe, stele o, nel caso di dei e faraoni, sulla pietra dei templi. Un nome conteneva tutto l’essere del suo proprietario. Tanto le persone quanto gli oggetti in realtà esistevano solo dal momento in cui portavano un nome, di conseguenza il nome fu più che un normale mezzo di identificazione, poiché significava la manifestazione di un’entità la realizzazione di una qualità, da cui il fatto che si dicesse di Osiris: “Egli purifica le terre nel suo nome di Sokar; la paura di lui è grande nel suo nome di Osiris, egli esiste sino alla fine dell’eternità nel suo nome di Wennefer”.

Immagine 1: le grafie di “ren” (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 2: i significati e varianti di “ren” (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 3: il dio Osiris nel suo naos (tempio di Sethy I, Abydos, sala di Osiris) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Si noti che le credenze egizie erano fortissime in quegli Egizi divenuti cristiani: per il valore magico-religioso della parola, e dell’immagine, i monaci che occuparono il tempio scalpellarono i volti, per togliere l’identità dell’oltretomba; le mani, per togliere potere, e i piedi, perché non uscissero dall’immagine venendo nel mondo dei viventi.

Immagine 4: il dio Sokar (tempio di Sethy I, Abydos, sala di Ptah-Sokar-Osiris) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

IL REN NEI TESTI

Nel Libro dei Morti, cap. 142, Osiris ha un centinaio di nomi, che nel suo caso, come per altre divinità, sono simbolo della profondità della natura divina; del resto tutti quei nomi nascondevano il solo e unico “vero nome” del dio, che l’essere umano non può pronunciare né conoscere, così vengono creati pseudonimi come, per esempio, “colui che è sotto il suo albero di moringa”.

Nei Testi delle Piramidi (n. 276 e 394) è menzionato un dio “il cui nome è sconosciuto” e un’altra divinità il cui nome “non era noto nemmeno a sua madre”.

Il tema stesso della Litania Solare tratta della rigenerazione del sole, con le sue 75 trasformazioni, e quindi 75 nomi, che permetteranno al sole (e dunque al defunto che vi si identifica) di conseguire nell’aldilà la natura solare.

D’altronde, anche in testi funerari come il Libro dei Morti o il Libro delle Porte la sola persona che poteva maledire o anche distruggere i poteri demoniaci era chi ne conosceva i nomi, che erano il fondamento su cui si basavano questi libri, sorta di guide per il percorso oltremondano. Infatti gli spiriti dell’oltretomba si supponeva si potessero neutralizzare con le parole: “Io ti conosco e conosco il tuo nome”.

Immagine 5: Libro dei Morti, capitolo 125 (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 6: Libro dei Morti, capitolo 143 (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 7: Testi delle Piramidi (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 8: Litania Solare, o Litania di Ra (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 9: Libro delle Porte (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 10: Libro dei Morti, capitolo 144 (© lezioni Maurizio Damiano)

IL POTERE DEL REN

La vita di una persona era sostenuta dal potere segreto del suo nome.

Un proverbio egizio dice: “Il nome di chiunque sia completo, allora egli vive”; per questa ragione i nomi di re e dignitari erano ripetuti sui monumenti e in iscrizioni per assicurare dopo la morte la sopravvivenza degli interessati.

E, a corollario, la peggior punizione era quella di obliterare il nome sia per esecrazione sia per altri motivi, scalpellandolo via dai monumenti. È il caso, per esempio, di Hatshepsut: per ragioni molto varie (dalle sue visioni teologiche troppo avanzate per i suoi tempi, a visioni di sequenza dinastica, ecc.), alla fine del regno di Tuthmosis III i suoi nomi vennero cancellati; ma ciò fu spesso fatto con un tale rispetto, una tale attenzione, e i geroglifici furono scalpellati così bene da lasciarne intatta e riconoscibile la forma, al punto che il nome si legge perfettamente; ergo, l’intenzione non era quella di cancellarne la memoria o maledirla, bensì di annullare la magia religiosa nella dimensione della sola regalità divina.

Altro caso è quello di Akhenaton, il cui nome è stato cancellato ovunque nell’intento sia di cancellarne la memoria, che di privarlo della sopravvivenza nell’aldilà.

Immagine 11: i defunti, sempre accompagnati dal proprio nome; tombe tebane di Menna (TT69, a sinistra) e di Sennefer (TT 96) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano)

Immagine 12: l’immagine e il nome di Hatshepsut scalpellati; Karnak, “Palazzo della Maat” (© Archivio CRE/Maurizio Damiano)

Immagine 13: il nome di Hatshepsut scalpellato; si noti la cura della scalpellatura, che permette perfettamente di leggere il prenome: “Maat-ka-Ra”; Karnak, “Palazzo della Maat” (© Archivio CRE/Maurizio Damiano)

Immagine 14: contrariamente a quanto si pensa, sono errate le vecchie ipotesi romanzesche degli anni 50 (che spesso si trascinano ancora oggi nell’immaginario non specialistico) con la falsa immagine di “usurpazione”, di lotte fra Tuthmosis III e Hatshepsut; al contrario, lo studio dei monumenti ha rivelato che la cancellazione del nome di Hatshepsut da parte di Tuthmosis III iniziò in effetti 20 anni dopo l’inizio del regno indipendente di quest’ultimo, ciò che mal si accorda con la furia iconoclasta dettata dalla vendetta; più realisticamente, nell’anno 22 (quando Tuthmosis III iniziò a regnare da solo) la regina aveva minimo 50 anni (forse di più) e Tuthmosis era nel pieno degli anni; la regina deve avergli confidato i pieni poteri rimanendo nell’ombra. Solo dopo la sua morte il nipote dovette cancellarne il nome dai monumenti, più per rispettare la tradizione, che vede un maschio al potere con una regina accanto, o una femmina al potere con un “principe consorte” accanto (che non ci fu) che per una supposta vendetta. Nella foto vediamo in effetti che la regina (a sinistra) associò sempre, nelle immagini, Tuthmosis III (a destra); e possiamo anche notare che tanto le figure quanto il nome di Hatshepsut non sono stati toccati; dalla Cappella Rossa di Hatshepsut a Karnak, che fu smontata e i blocchi (che erano sacri) reimpiegati quando l’area centrale fu ristrutturata da Tuthmosis III (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Immagine 15: le figure e i cartigli di Akhenaton e Nefertiti scalpellati nella loro totalità, in modo da renderne illeggibili i nomi, mentre il cartiglio con il nome “Amenhotep” fu lasciato intatto; tomba di Ramose (TT69) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

IL KA

Altri indizi sulla complessità delle sfumature e diramazioni del pensiero sul nome, ren, ci vengono da casi come quello del “ka” regale.

Il ka, semplicisticamente descritto come “doppio spirituale”, era in realtà un concetto molto più complesso; semplificando comunque, diciamo che in questo caso era l’essenza divina, la scintilla che sfugge alla dimensione della natura terrestre poiché proviene dalla dimensione oltremondana, è la “scintilla divina” donata all’uomo dagli dèi. Il Ka regale è ancora più specifico: è l’anima divina cosmica ed eterna dei faraoni; non dei singoli, ma di tutti: una sorta di legame divino che unisce le anime dei faraoni passati, presenti e futuri.

Così vediamo che, quando un faraone ignoto (ma forse Horemheb) fece scalpellare nella tomba di Ay i nomi del faraone, quelli che si trovano connessi al Ka regale sono intatti; questo perché scalpellarli avrebbe voluto dire danneggiare l’essenza dei sovrani passati, presenti (dunque anche di colui che aveva comandato la cancellazione) e futuri.

Immagine 16: Libro dei Morti, capitolo 105: “Formula per rendere favorevole a N. il suo ka nel regno dei morti” (Louvre). (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Immagine 17: statua del ka reale di Auibra Hor, 12° re della 13a dinastia; Museo del Cairo (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Immagine 18: il ka reale a Luxor, nella theogamia di Amenhotep III (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Immagine 19: il ka reale di Ramses III a Medinet Habu (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Immagine 20: i cartigli di Ay cancellati, come le figure reali (frecce blu) e le figure e il nome del ka reale lasciati intatti (frecce rosse); tomba della Valle Occidentale WV23, di Ay (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

IL VERO NOME DI RA

Nel caso dei privati ricordiamo gli individui che si erano macchiati di crimini: gli atti dei processi contengono il nome del colpevole in una forma storpiata (del tipo “Ra lo ama” trasformato in “Ra lo odia”).

Uno dei migliori esempi dell’importanza del nome possiamo trovarlo nel mito di Ra divenuto vecchio e della dea Isis, che ci viene raccontato da un papiro conservato al Museo Egizio di Torino (n. 1993).In breve, vi si narra del dio sole, Ra, ormai divenuto vecchio, e della grande maga degli dèi, Isis; quest’ultima, ancora una maga umana, voleva ottenere il potere magico donato dalla conoscenza del nome misterioso di Ra, che le avrebbe consentito di divenire una dea. Per far ciò escogitò un sistema basato sulla magia che si serviva di figurine (spesso di argilla o cera) e del fluido del corpo dello stesso Ra: questi, infatti, ormai vecchissimo, si trascinava e sbavava. Così la maga Isis plasmò un serpente con del fango intriso della saliva del dio; Isis usò quindi il rettile perché mordesse Ra che, impazzendo dal dolore, non sapeva cosa fare; Isis si presentò dicendo che poteva liberarlo dalla sofferenza, ma che per farlo era indispensabile conoscere il vero nome di Ra. Il dio cerca di evitarlo con vari mezzi, ma alla fine sarà costretto a rivelarglielo, in gran segreto. Così Isis divenne dea fra gli dèi e la loro Grande di Magia; nel papiro, questo mito è in realtà utilizzato proprio per scopi magico-religiosi: scritto sopra un papiro, messo in una soluzione e poi bevuto, lo scritto ha il potere di neutralizzare il veleno di serpente.

Immagine 21: papiro giudiziario della congiura contro Ramses III (Museo di Torino) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Immagine 22: a sinistra, Hathor dell’Occidente e Ra-Harakhty, dalla QV 66, Tomba di Nefertary. A destra, Isis, dal tempio di Sethy I ad Abydos (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

LE STATUE GUARITRICI

Lo stesso concetto valeva con le statue guaritrici: coperte di formule magiche guaritrici, vi si versava l’acqua che si raccoglieva nel bacino, e che, ormai ricca della magia, una volta bevuta doveva dare la guarigione.

Ancora oggi nella Nubia Sudanese e nelle campagne d’Egitto si fa la stessa cosa con testi coranici: i versetti vengono scritti con inchiostro solubile in acqua, si versa quest’ultima e si beve il tutto.

Immagine 23: statua guaritrice, coperta di formule magiche su cui doveva scorrere l’acqua che, raccolta in un bacino, andava bevuta. Museo del Cairo (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Dobbiamo pensare che queste pratiche religiose (o magico-religiose, se vogliamo; ma la differenza è solo nostra) venivano e vengono associate sempre e solo ai veri rimedi. Quindi il rimedio efficace sembra passare in secondo piano (ma il bassir nubiano o il medico sacerdote egizio sanno benissimo la verità) e il “merito” va a Dio/Dèi, e, di riflesso, all’uomo così saggio che conosce questi santi rimedi. In realtà il medicamento c’era e c’è, e la formula da bere è certo un placebo, ma ancor più la pace dell’anima, la fiducia che gli dèi ti stanno guarendo. 

IL SIGNIFICATO ESOTERICO

Tornando specificamente al nome, ren, affrontiamo adesso uno degli aspetti più affascinanti dell’antico Egitto: quello esoterico, che nella magia religiosa e creatrice del linguaggio lascia fluire i concetti e le forze cosmiche.

Attenzione! Non parliamo di concetti modernamente esoterici (nei sensi dati dal Medioevo alle odierne correnti New Age), bensì dell’esoterismo egizio, come appare dai loro testi.

Sappiamo che tutti i concetti del simbolismo esoterico egizio sono basati sulle funzioni della Natura; l’occhio e la bocca sono entrambi in rapporto con i due astri celesti, sole e luna: i due occhi sono il loro simbolo. Ora, il nome dell’occhio è “ir.t”, connesso anche a “fare”, “creare” (iri). Proseguendo secondo il filo logico dei simbolisti/teologi/esoteristi egizi, il nome del creatore, Ra, si scrive con la bocca “r”; così la connessione fra astro celeste e bocca passa pienamente al simbolismo scrittorio. Il cielo (pet) fu il modello dei simbolisti e Ra ne era il signore.

E la logica creativa degli scribi/sacerdoti egizi prosegue: il Verbo di Ra si manifesta tramite l’ombra, ossia: ogni cosa è ombra di Ra, che aumenta o diminuisce, monta o discende, “diviene” o “ritorna”; il geroglifico “r” è il simbolo di questa realtà, poiché dall’incrociarsi di due cerci l’ombra (la sovrapposizione) dà la bocca ro, la lettera “r”.

Immagine 24: i dischi e la “lente” delle eclissi e dei cicli lunari: da “r” ai numeri, alle frazioni, nuovamente a “r” e “ren”. Nel disco parzialmente occultato, la “lente” (o “bocca nera”) è la parte complementare della falce visibile. Questa deformazione graduale dà delle frazioni di grandezza differente che rappresentano le parti del disco occultato. Questo carattere di frazionamento ha dato il nome di “ra” a una parte del tutto (frazioni numeriche, capitoli, ecc.). Allo stesso modo l’aumento della “lente” per diminuzione della falce giustifica la scelta della stessa lettera “r” per esprimere l’aumento: “più che”= “r” (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

La lettera “r” è dunque di natura solare; vi si connettono le idee di attività, di movimento circolare, di rivoluzione (degli astri e degli esseri) in orbita ciclica.

Facciamo un altro “salto quantico mentale”, per analogia col pensiero moderno: quanto detto sulla “r” è in rapporto con il segno “shen”: il geroglifico di shen è una corda piegata a divenire doppia e poi arrotolata su sé stessa a dare un cerchio con le estremità che fuoriescono; un cerchio perfetto che ingloba spazio e tempo.

Immagine 25: shen: come la corda senza fine, ad anello diviene doppia corda e infine shen (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Tutto ciò per gli egizi era solo l’inizio perché adesso, dopo quanto visto sopra, sostituiamo a “shen” la “s” con la “r”: la parola “shen” si trasforma in “ren”, il nome; e quando il segno shen si allunga per contenere il nome del sovrano, “ren”, diviene il cartiglio regale. Così il nome regale diviene ed è il simbolo di un ciclo, un circolo chiuso sulla corda infinita dell’anima e questo circolo delimita un’esistenza sotto questo nome ren che è il suo destino attuale ed eterno; ma è molto di più, è il sovrano divino il cui nome ingloba spazio e tempo.

Immagine 26: da shen a ren (© Archivio CRE/Maurizio Damiano)

Concludiamo la carrellata sul nome e sul nome del faraone ricordando che il serekh, che contiene il primo nome del faraone, rappresenta nella parte inferiore del rettangolo la facciata “anche” del Palazzo reale, vista in prospetto, mentre lo spazio posteriore, in cui era iscritto il nome, ne era la veduta in pianta. Quindi, nella magia religiosa dei geroglifici e della figurazione egizia, il nome (“ren”), che era l’essenza del faraone, era realmente protetto dalle mura del Palazzo.

Immagine 27: i 5 nomi del re, dal serekh ai cartigli (shen divenuto ren) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Filosofia, Testi

IL PICCOLO INNO AD ATON

A cura di Nico Pollone

E’ detto piccolo inno per non confonderlo con il “Grande inno” ben più famoso e conosciuto.

Questo testo è rappresentato in 8 esemplari praticamente simili ma non identici tutti provenienti dalle tombe di Amarna. Piccole varianti li caratterizzano.

Ne propongo qui uno in solo testo, proveniente dalla tomba di Mahu TA9. Il mio intento è prendere in esame tutti i testi, confrontarli e evidenziare le differenze, con trascrizione geroglifica, traduzione e traslitterazione, nonché qualche informazione sul contesto di provenienza. Naturalmente è un lavoro lungo e dai tempi non quantificabili.

Il testo:

Adorazione: viva Ra-HarAkhty-che-esulta-nell’-orizzonte in-suo-nome-di-Shu-che-è-in-Aton Viva per sempre e per l’eternità , da parte del re, che vive nella verità, signore delle due terre Nefer Kheperura Waenre, figlio di Ra che vive nella verità, signore delle corone, ( Akhenaton) , grande nella (durata della) sua vita (affinché) possa dare per sempre vita eterna. Il tuo sorgere è bello (oh) Aton vivente signore dell’eternità. Tu sei brillante, bello/perfetto e forte. Il tuo amore è grande e immensa è la luce che tu irradi che accarezza ? ciascuno (ogni persona). La tua carnagione risplende, fa vivere i cuori e fa in modo che le due terre siano colme del tuo amore. Dio augusto che si è formato da solo (lett. – da lui stesso), che ha fatto ogni terra, e creato ciò che è sopra di lei: come l’umanità, tutte le mandrie e le greggi e tutti gli alberi che crescono sulla terra. Essi vivono quando tu sorgi su di loro. Sei tu madre e padre di tutto quello che hai creato (per) i loro occhi e per il Ka del capo delle guardie Medjay di Akhenaton Mahu, che possa vivere nuovamente (Risorgere?)

Foto di Andrea Vitussi che ringrazio, e disegno di N.G. Davies.

Filosofia

CANTO DELL’ARPISTA NELLA TOMBA DI ANTEF

A cura di Luisa Bovitutti

Sulla stessa linea del “Dialogo di un disperato con il suo ba” si pone questo componimento del Primo Periodo Intermedio (~2200-2000 a.C.), il cui testo si trova nella sua forma più completa nel papiro Harris 500, nel quale lo scriba lo segnala come la trascrizione di un testo inciso sulla parete della tomba del re Antef (si pensa Antef I dell’XI dinastia), accanto alla figura di un arpista.

Esso ebbe notevole diffusione con la XVIII dinastia (alcuni studiosi ritengono che sia stato scritto in quel periodo e retrodatato per conferirgli una maggiore autorevolezza) e compare, notevolmente frammentato, anche nella tomba di Pa-Atum-em-heb a Saqqara, ora al Museo di Leida, ed in quella di Neferthotep a Tebe, entrambe risalenti all’epoca amarniana, e poi in altri testi il più recente del quali risale alla XX Dinastia.

Tema centrale sono la caducità che accomuna umili e potenti e l’incertezza dell’Aldilà; gli stessi dei sono impotenti di fronte alla morte e le lamentazioni e i riti funerari non giovano al defunto: nessuno è mai tornato dall’aldilà per raccontare, per cui è inutile continuare a illudersi che esista una sopravvivenza ultraterrena.

Cullarsi nella prospettiva di una improbabile felicità dopo la morte è fallace e rischia di farci perdere di vista il presente; l’unica cosa che l’uomo possa fare per trovare conforto in questa triste situazione è godere appieno la vita e cogliere le occasioni di gioia che essa gli offre

.https://www.ereticamente.net/…/legitto-e-il-destino…

Tratto da Letteratura e Poesia dell’Antico Egitto, traduzione di Edda Bresciani.

Periscono le generazioni e passano, altre stanno al loro posto, dal tempo degli antenati: i re che esistettero un tempo riposano nelle loro piramidi, sono seppelliti nelle loro tombe i nobili e i glorificati egualmente.

Quelli che han costruito edifici, di cui le sedi più non esistono, cosa è avvenuto di loro? Ho udito le parole di Imhotep e di Hergedef, che moltissimi sono citati nei loro detti: che sono divenute le loro sedi? I muri son caduti, le loro sedi non ci sono più, come se mai fossero esistite.

Nessuno viene di là, che ci dica la loro condizione, che riferisca i loro bisogni, che tranquillizzi il nostro cuore, finché giungiamo anche noi a quel luogo dove essi sono andati.

Rallegra il tuo cuore: ti è salutare l’oblio.

Segui il tuo cuore fintanto che vivi!

Metti mirra sul tuo capo, vestiti di lino fine, profumato di vere meraviglie che fan parte dell’offerta divina.

Aumenta la tua felicità, che non languisca il tuo cuore.

Segui il tuo cuore e la tua felicità, compi il tuo destino sulla terra.

Non affannare il tuo cuore, finché venga per te il giorno della lamentazione funebre. Ma non ode la loro lamentazione colui che è morto: i loro pianti non salvano nessuno dalla tomba.

Pensaci, passa un giorno felice e non te ne stancare.

Vedi, non c’è chi porta con sé i propri beni, vedi, non torna chi se n’è andato.

Nelle immagini, raffigurazioni di arpisti: a sinistra in alto dalla tomba di Nakht a Tebe ovest (TT52); a sinistra in basso: stele di Djied Khonsu Iouefankh – Terzo periodo intermedio – al Louvre; a destra in alto: età amarniana – manufatto in legno – al Louvre; a destra in basso dalla tomba di Inerkhau (TT359)

Filosofia

“IB” – IL CUORE

A cura di Ivo Prezioso

Per gli antichi egizi il cuore era la sede del pensiero e della forza vitale. Si usavano due termini per designarlo: “ib” che lo connota come sede dei sentimenti e della coscienza e “haty”, che era utilizzato prevalentemente nei testi di medicina. Considerato come essenza stessa della persona, era l’unico organo a non essere rimosso nel processo di mummificazione. Apro qui una breve parentesi per una mia considerazione su come quella antica concezione condizioni ancor oggi la nostra quotidianità. Oggi sappiamo che, in realtà, tutto ciò che riguarda il pensiero, le emozioni, i sentimenti, la coscienza ecc. origina dall’attività cerebrale. Eppure, quell’antichissima idea riverbera ancora. Se, ad esempio intendiamo sottolineare la bontà di una persona diremo “è buono di cuore” viceversa, per rimarcarne la malvagità, diremo “ha un cuore di pietra”. La stessa parola “ricordo” ci giunge attraverso il latino (il prefisso “re” seguito da cor, cordis) che significa letteralmente riportare, richiamare, al cuore.

Nelle raffigurazioni del “Libro dei morti” (o meglio “r3w nw prt m hrw”, – approssimativamente, rou nu peret em heru – Capitoli per uscire al/nel giorno), durante la “psicostasia” (dal greco psykhè, anima e stasis, pesatura), il giudizio del defunto di fronte al tribunale di Osiride, il cuore veniva posto sul piatto di una bilancia, mentre sull’altro era posta una piuma simbolo di Maat: se il cuore risultava più pesante, veniva divorato da Ammut. Per assicurarsi che il cuore non testimoniasse contro il defunto, si poneva tra le bende di mummificazione, all’altezza del petto, uno scarabeo (detto appunto “scarabeo del cuore”, il cui lato inferiore riportava il capitolo 30 del Libro dei morti.

Fonte: Grande Enciclopedia illustrata dell’Antico Egitto, a cura di Edda Bresciani.

Il simbolo geroglifico “ib

Ideogramma in “ib” (cuore), determinativo nel sinonimo “h3ty”. A prima vista, questo simbolo, sembrerebbe evocare un vaso con collo ed anse. In realtà è la riproduzione piuttosto fedele del cuore di un ovino, visto in sezione, come si può riconoscere dagli esempi più arcaici, in cui “collo” ed “anse” corrispondono all’innesto dei vasi arteriosi e venosi. Talvolta la parte superiore è rappresentata di colore più chiaro rispetto al marrone rossiccio di quella restante, forse ad indicare lo strato grasso che riveste l’organo. Il papiro Ebers (inizi della XVIII Dinastia), ci ha tramandato un vero e proprio trattato di anatomia relativo al sistema circolatorio. Nonostante le inevitabili imprecisioni in alcune delle teorie enunciate, vi si ravvisa un serio tentativo di comprensione della realtà, assolutamente razionale e, pertanto, da considerare come un vero e proprio trattato scientifico. Nei testi medici il termine usato più di frequente è “h3ty”, mentre “ib” è riservato di solito ai testi liturgici e letterari. I medici egiziani conoscevano bene il valore della pulsazione come elemento di diagnosi. Il primo capitolo del trattato recita, infatti: “il cuore parla nei vasi di tutte le membra”.

Nella concezione “filosofica”, il cuore era considerato l’organo supremo. Nel Testo di teologia menfita si legge: “L’azione del braccio, il moto delle gambe, il movimento di ogni altro membro è fatto seguendo l’ordine che il cuore ha concepito”. E, più avanti, lo stesso testo subordina al cuore i cinque sensi e la parola: “E’ lui che dai sensi trae ogni giudizio e la lingua annuncia ciò che il cuore ha pensato”. Centro della vita sia fisica che emotiva ed intellettuale, il cuore entra in tutte le locuzioni della lingua che esprimono stati d’animo, spiritualità, peculiarità caratteriali. Ad esempio: felicità, gioia viene espressa con la locuzione “larghezza di cuore”; appagare un desiderio con “lavare il cuore”; celare il proprio pensiero, “immergere il cuore”; essere amico di qualcuno, “entrare nel cuore (di qualcuno); morire (fra le altre perifrasi) , “avere il cuore stanco”.

Fonte: Maria Carmela Betro’ Geroglifici, 580 Segni per capire l’Antico Egitto

Amuleto del cuore, associato con l’uccello “benu”. (a chi volesse saperne di più su questo mitologico uccello consiglio vivamente la lettura dell’interessante post di Francesco Alba QUI).

Proviene dai reperti rinvenuti nell’Annesso della tomba di Tutankhamon ed è realizzato in legno ricoperto da foglia d’oro. Un lato è inscritto con il prenome del re (Nebkheperura) con il cartiglio fiancheggiato dagli scettri Heqa del potere regale e dalla piuma di Maat.

Il lato che si vede nell’illustrazione è intarsiato con faience colorata che riproduce la figura del benu.

Il Cairo, museo egizio.

Fonte: Tutankhamun, T.G.H. James

Sarcofago di Ashait, XI Dinastia, con a destra il particolare del cuore di un animale sacrificato deposto tra le vivande funerarie. Il Cairo, Museo Egizio.

LO SCARABEO DEL CUORE

Un grande scarabeo, chiamato “scarabeo del cuore” veniva posto sulla mummia all’altezza del cuore. Questo grande amuleto, legato al simbolismo derivante dall’associazione con Khepri (il sole nascente) e con il significato come verbo di “rinascere”, “divenire” e come sostantivo di “forma”, “apparizione”, “manifestazione”, comincia a diffondersi all’inizio della XVIII Dinastia, ma amuleti a forma di scarabeo, sebbene con altre funzioni (prevalentemente commemorative o di sigillo), sono attestati già dalla VI Dinastia. Riportava nella parte inferiore la formula di “non permettere che il cuore dell’Osiride N (N sta per il nome del defunto) sia tenuto lontano dalla Necropoli” (cap. XXX del Libro dei Morti). Di questa formula se ne conoscono due versioni aventi lo scopo di impedire che il cuore del defunto possa testimoniare contro di lui durante il giudizio. Nonostante il Libro dei Morti risalga al Nuovo Regno, la formula è da ritenersi senz’altro più antica, risalente al Primo Periodo Intermedio, quando nei Testi dei Sarcofagi si ha la prima menzione della valutazione degli eccessi che precede la pesatura del cuore.

Il Capitolo XXX del “Libro per uscire al giorno” (Libro dei morti)

Oh cuore mio da parte di mia madre, cuore mio da parte di mia madre, mio muscolo cardiaco delle mie trasformazioni! Non levarti come testimonio contro di me, non accusarmi nel tribunale, non rivolgerti contro di me alla presenza dell’addetto alla bilancia1. Tu sei il mio ka, che è nel mio corpo, lo Khnum2 che rende sane le mie membra. Possa tu rivolgerti al bene cui aspiro. Non fare che il mio nome puzzi davanti alla corte3, che assegna il posto alla gente. Sarà bene per noi, sarà bene per il giudice. Sarà lieto il cuore di chi giudica. Non dire menzogna contro di me davanti al dio grande, signore dell’Occidente (Osiride)…

Dire le parole sopra uno scarabeo di nefrite, montato in elettro e il cui anello è d’argento.

Si ponga al collo dello spirito (il defunto).

Questa formula fu trovata a Ermopoli, ai piedi della maestà di questo dio venerabile (Thot), su un blocco di pietra “bia” del Sud, essendo uno scritto del dio in persona, al tempo del re Menkaure (Micerino), da parte del figlio reale Hergedef4. Egli l’ha trovato mentre passava per fare l’inventario nei templi.

Fonte: Edda Bresciani, Letteratura e poesia dell’Antico Egitto

Note:

  1. Anubi, che ha questo compito durante la psicostasia. E’ anche detto “colui che solleva il braccio”(per fermare la bilancia)
  2. Il dio vasaio che ha creato gli uomini con il suo tornio.
  3. Il Tribunale Divino, cioè la Grande Enneade di Eliopoli che giudica nella sala di Maaty (Le due Maat)
  4. Il figlio di Khufu (Cheope),autore dell’omonimo Insegnamento.
Scarabeo del cuore proveniente dalla necropoli di Soleb (Sudan). (Nuovo Regno) Collezione Egittologica dell’Ateneo di Pisa.

LO SCARABEO DEL CUORE DEL GENERALE DJEHUTY

A cura di Luisa Bovitutti

Questo scarabeo del cuore è appartenuto a Djehuty (noto anche come Thuti e Thutii), un generale al servizio di Tuthmosis III che portava i titoli di scriba del re di sorvegliante dei paesi stranieri del nord; il suo re lo stimava molto e per i servizi resi gli fece dono di oggetti in oro di squisita fattura, rinvenuti nel 1824 da Bernardino Drovetti nella sua tomba di Saqqara insieme ad altri beni personali oggi esposti in vari musei del mondo.

Questo scarabeo, attualmente al museo di Leida, fu trovato sulla mummia di Djehuty, della quale si sono perse le tracce, così come il sarcofago; esso è alto 8,3 cm e largo 5,4 cm, circondato da una montatura in oro dotata di un anello allungato nella parte superiore nella quale è infilata la catena lunga 133 cm.

E’ scolpito in diaspro verde ed è ornato da due bande d’oro (una quasi orizzontale e l’altra verticale), che delimitano la corazza e le elitre. La parte piatta di questo scarabeo reca la formula abituale, composta da undici linee orizzontali geroglifiche, mentre sulla corazza, da destra a sinistra si legge il nome del defunto: “Il governatore dei paesi settentrionali, Teti”.

Informazioni e fotografie tratte da una serie di articoli di Marie Grillot.

LO SCARABEO DEL CUORE DI SOBEKEMSAF

Secondo Periodo Intermedio, XVII Dinastia 1575-1560 a.C. circa. Provenienza: Tebe. Oro e diaspro verde Lunghezza: 3,8 cm. Larghezza: 2,5 cm. British Museum, Londra.

Questo scarabeo in diaspro verde montato su oro, è il più antico scarabeo del cuore reale conosciuto. Invero, il primo oggetto di questo tipo, fino ad ora ritrovato, apparteneva a un funzionario privato ed è di circa un secolo precedente a questo esempio.

Presenta tratti umani vagamente accennati ed è incastonato nell’incavo di una tavoletta d’oro dal bordo posteriore arrotondato. Ciascuna delle zampe dell’insetto è costituita da una striscia di lamina d’oro con delle incisioni che ne rappresentano la peluria. I geroglifici incisi intorno al bordo ed in cinque righe orizzontali nella parte inferiore riportano il nome del re seguito da frammenti del capitolo 30B del “Libro dei morti” che già abbiamo incontrato in precedenza.(La preghiera affinché il cuore non si levasse a testimonio contro il suo proprietario nel momento del giudizio). Nell’iscrizione su questo scarabeo, le figure a forma di uccello sono private delle zampe: una caratteristica comunemente definita “geroglifici mutilati”. Questo accorgimento era impiegato nei contesti funerari e magici a partire dal tardo Antico Regno per impedire che le figure prendessero vita prodigiosamente ed attaccassero il defunto. Così come nei rilievi e nei dipinti, si riteneva che i geroglifici avessero la capacità di trasformarsi in realtà tridimensionali e si rendeva, pertanto necessario, neutralizzare quelli potenzialmente pericolosi.

Sono noti due re della XVII Dinastia con il nome Sobekemsaf, appartenenti al tardo Secondo Periodo Intermedio. In particolare, la tomba di Sekhemreshedtawy Sobekemsaf ci è nota attraverso i papiri. E’ menzionata nel Papiro Abbott, come l’unica tomba trovata derubata durante il regno di Ramesses IX. Analogamente il Papiro Leopold-Amherst, conservato in parte a Bruxelles e in parte a New York, riporta un resoconto del furto e del processo intentato ai profanatori. Questo scarabeo potrebbe provenire da quella tomba, ma anche da quella dell’altro Sobekemsaf. Il sito di sepoltura di questi due faraoni non è stato ancora individuato, ma un recente lavoro del German Archaeological Institut ha rivelato la tomba del re Nubkheperra Inyotef della XVII Dinastia, che si ritiene sia nelle vicinanze di quella di Sekhemreshedtawy Sobekemsaf.

LA PESATURA DELL’ANIMA

E veniamo al culmine del percorso “esistenziale” del cuore che si conclude con la sua pesatura nella sala di Maaty.

Riassumo brevemente la descrizione di questo fondamentale evento che si tiene nel tribunale dell’aldilà. Il cuore del defunto veniva posto su uno dei piatti della bilancia, davanti alla quale erano presenti il dio Thot, lo scriba divino che annotava le azioni della persona sottoposta al giudizio, Anubi, preposto alle operazioni di imbalsamazione e Ammut (la Grande Divoratrice, per metà leone e per metà coccodrillo). L’altro piatto della bilancia era occupato dalla piuma deposta dalla dea Maat, che rappresentava la giustizia.

E’ in questa sala che si compie il destino del defunto, chiarito dal capitolo CXXV del Libro dei morti

(“Parole da dire quando si accede alla sala di Maaty; separare N dai suoi peccati e vedere il volto di tutti gli dei”)

la cosiddetta “confessione negativa”, in cui, attraverso il suo cuore, che ricordiamolo per gli egizi era la sede della coscienza, il defunto dichiarava di non aver commesso una serie di “peccati” contro la Maat. Se l’ago della bilancia pendeva a sfavore, ne conseguiva che il defunto non meritava di vivere nell’aldilà e veniva dato in pasto alla Grande Divoratrice. Viceversa se la bilancia rimaneva in perfetto equilibrio (il cuore era leggero, altrettanto che la piuma di Maat), veniva dichiarato “m3’ hrw”, letteralmente “giusto di voce”, e acquisiva il diritto alla vita eterna.

Il tribunale degli Dei

Con il processo di democratizzazione dell’aldilà, cominciato a partire dal Primo Periodo Intermedio, la religione egizia offriva a tutti la possibilità di godere una vita eterna dopo la morte. A conferire questo privilegio era preposto un tribunale composto da quarantadue dei. Alla testa di questa giuria presiedeva Osiride, il re buono che, assassinato dal fratello Seth, resuscitò, grazie alle arti magiche della sorella e sposa Iside, divenendo il sovrano dei defunti. Il ruolo fondamentale era svolto dalla dea Maat personificazione della Giustizia e Verità sia degli uomini, sia degli dei e che, durante la XVIII dinastia, fu assimilata come figlia di Ra incarnando anche il principio di ordine universale. Tra le altre divinità, un altro ruolo preminente lo svolgeva Thot, scriba, mago e dio inventore dei geroglifici, la scrittura sacra. Era lui che annotava le azioni compiute dal defunto durante la pesatura dell’anima, attraverso la quale si valutava il comportamento terreno del defunto. Al suo fianco Anubi, responsabile della mummificazione e guardiano della necropoli.

Nell’immagine: Scena del Giudizio tratta dal “Libro dei Morti” dello scriba reale Hunefer (ca, 1285 a.C.).

Da sinistra: Anubi accompagna Hunefer nella Sala di Maaty; il suo cuore viene posto sulla bilancia con il contrappeso di Maat, mentre Anubi e Ammut presiedono la pesatura; Thot annota il risultato favorevole; Horus accompagna Hunefer “giustificato” al cospetto di Osiride.

Dipinto su papiro, Londra, British Museum

Fonti: 

  • Maurizio Damiano, Egitto, Volume primo: L’età dell’oro.
  • Grande Enciclopedia illustrata dell’Antico Egitto, a cura di Edda Bresciani.

m3’ hrw (lett. “giusto di voce”): la giustificazione.

E veniamo al momento “fatidico” del Giudizio che ci viene illustrato in maniera straordinaria nel capitolo CXXV di quello che oggi chiamiamo “Libro dei morti”, ma che gli Egizi, come ho già esposto, indicavano come “Le formule dell’uscire al giorno”.

Innanzitutto, darei qualche breve cenno su questa raccolta di formule ad uso funerario.

Testi delle Piramidi. Piramide di Teti, VI Dinastia. Saqqara

I testi che nell’ Antico Regno erano scritti nelle camere sepolcrali dei re menfiti a partire dalla V dinastia, noti come “Testi delle Piramidi”, riservati al sovrano e ad un esiguo numero di altissimi funzionari e parenti, nella successiva età feudale divennero di assai più largo dominio: comincia la cosiddetta “democratizzazione dell’aldilà” o, come Jan Assmann preferisce definire, “demotizzazione dell’aldilà”. Subentra l’uso di corredare di iscrizioni religiose la cassa funeraria con una serie di testi che fornissero al defunto uno strumento per affrontare vittoriosamente le prove nell’aldilà. Nascono i cosiddetti “Testi dei Sarcofagi” . Quest’uso di fornire formule magiche al trapassato, si perpetua in età tebana. A partire dalla XVIII Dinastia sono raccolte su rotoli papiro che vengono deposti nella tomba, spesso nel sarcofago stesso. Testi delle Piramidi, Testi dei Sarcofagi, e Libro dei Morti sono dunque tutti apparentati, in un certo qual modo. Non si tratta di una raccolta di contenuto fisso, ma piuttosto di vari manoscritti che si diversificano fra di loro per la scelta delle formule e per la lunghezza. A partire dalla XXVI Dinastia si osserva, però, una notevole costanza nell’omogeneità dei testi.

Testi dei Sarcofagi. Interno del sarcofago di Gua, XII Dinastia. Londra, British Museum

Si è fissato, in maniera fittizia, un corpus di centonovanta capitoli (stabilito da Lepsius). Infatti nessun manoscritto, a noi giunto, li contiene tutti. Solo un papiro molto tardo, di età tolemaica, li riporta nella “quasi” totalità.

La maggior parte delle formule è derivata dai Testi dei Sarcofagi (a loro volta derivati da Testi delle Piramidi), ma vi si trova anche del materiale nuovo. Lo scopo rimane quello di assicurare l’aldilà al defunto.

Raffigurazione della psicostasia, tratta dal Papiro di Ani (XIX Dinastia), Conservato presso il British Museum di Londra.

IL capitolo CXXV: PAROLE DA DIRE QUANDO SI ACCEDE ALLA SALA DI MAATY; SEPARARE N (il nome del defunto) DAI SUOI PECCATI E VEDERE IL VOLTO DI TUTTI GLI DEI.

E’ davvero con estrema umiltà che vi propongo questo straordinario testo che ci presenta, in un certo senso, un concentrato del pensiero etico e morale di questo straordinario popolo, la sua incrollabile fede nel praticare la Maat, intesa anche in senso sociale, al fine di garantirsi l’immortalità e, al contempo, assicurare quell’armonia e quell’ordine cosmico, generato con l’atto stesso della creazione (e pertanto nato perfetto) e al quale l’uomo non può e non deve apportare alcun cambiamento, pena lo stravolgimento sia sul piano reale che su quello trascendente di ciò che il creatore ha dato in custodia al suo gregge. Il risultato, di un allontanamento da questi principi, devastante, non potrebbe che essere Isefet: il caos. La delicatezza dell’argomento, l’alta sofisticazione del pensiero egizio, che ammette un’ infinità di possibili realtà, e del quale posso, a mala pena, cogliere gli aspetti “apparentemente” più evidenti, mi impone di affrontarlo e porgerlo ben consapevole di tutte le limitazioni, semplificazioni e finanche banalizzazioni a cui mi costringe la mancanza di una sia pur minima preparazione specifica.

La formula è suddivisa in due sezioni. Vi sono contenute due dichiarazioni di innocenza (le cosiddette confessioni negative): la prima rivolta direttamente ad Osiride, il grande dio. La seconda ad ognuno dei quarantadue dei che formavano il tribunale della sala delle due Maat. Il defunto è introdotto al cospetto di Osiride, il suo cuore essendo stato posto sulla bilancia che ha per contrappeso la piuma deposta da Maat, e pronuncia queste parole:

“Salute a te o grande dio, signore delle Due Maat! Io vengo a te, o mio signore, essendo stato condotto a contemplare la tua bellezza. Io ti conosco, conosco il nome dei Quarantadue dei che sono con te in questa sala delle due Maat, che vivono come sorveglianti dei cattivi e bevono il loro sangue in questo giorno delle valutazione delle qualità alla presenza di Onnofri (1)

Ecco,<< Colui le cui due figlie sono i suoi due occhi, signore delle Due Maat(2)>>, è il tuo nome . Io sono venuto a te ti ho portato la giustizia, ho respinto per te l’iniquità.

  1. Wnfr, l’essere perfetto, appellativo di Osiride. Una piccola divagazione: da questo termine sarebbe derivato il nome Onofrio).
  2. Le Due Maat, secondo l’ipotesi di Jean Yoyotte in “Les jugement des mortes” sarebbero i due occhi cioè il sole e la luna, dell’antico dio celeste di Letopoli, qui assimilato ad Osiri come giudice universale. (confr. la frase “Colui le cui figlie sono i suoi due occhi…”)

A questo punto comincia la confessione negativa

E’ ravvisabile un aggiustamento estremamente importante nella storia della religione egizia: la sopravvivenza sarà determinata non più da un mero procedimento ritualistico, dalla semplice e determinante efficacia delle formule, ma vi si innesta l’indispensabile necessità di aver condotto una vita terrena all’insegna di una morale indissolubilmente legata alla virtù ed alla giustizia. L’elenco delle colpe che il defunto dichiara di non aver commesso ne mostra chiaramente il carattere sociale ed etico: i diritti del prossimo diventano assolutamente predominanti rispetto alla forza “magica” del rituale.

Non ho commesso iniquità contro gli uomini.

Non ho maltrattato le bestie,

non ho commesso iniquità nella sede di Maat,

non ho (voluto) conoscere ciò che ancora non c’era(1),

non ho tollerato di vedere il male,

non ho cominciato nessuna giornata chiedendo un dono da quelli che dovevano lavorare per me,

il mio nome non è arrivato al Capitano della Barca(2),

non ho bestemmiato Dio,

non ho impoverito un misero,

non ho fatto ciò che è disgustoso agli dei,

non ho danneggiato un servo presso il suo padrone,

non ho avvelenato,

non ho fatto piangere,

non ho ucciso,

non ho dato ordine di assassinio,

non ho causato pena ad alcuno,

non ho diminuito le rendite alimentari nei templi,

non ho sciupato i pani degli dei,

non ho rubato le focacce dei glorificati(3),

non sono stato pederasta,

non ho commesso atti impuri nel luogo santo del dio della mia città,

non ho aggiunto e non ho tolto allo staio,

non ho alterato l’arura(4),

non ho falsificato la misura del campo,

non ho aggiunto al peso della bilancia,

non ho falsificato il peso,

non ho tolto il latte dalla bocca degli infanti,

non ho privato le greggi della loro erba,

non ho catturato gli uccelli dei boschetti degli dei,

non ho pescato i pesci dei loro stagni(5),

non ho fatto deviare l’acqua nella sua stagione,

non ho costruito una diga per deviare l’acqua corrente,

non ho spento un fuoco nel suo momento di ardere,

non ho trascurato i giorni di offerta di pezzi di carne

,non ho tenuto lontano il bestiame dei beni del dio,

non ho impedito dio nella sua uscita (processionale).

Io sono, puro, puro, puro. La mia purezza è la purezza di quella grande Fenice che è in Eliopoli, perché io sono il Naso, signore dei fiati, che fa vivere tutta la gente in questo giorno della pienezza dell’occhio Udjat in Eliopoli(6), nel secondo mese della stagione “peret” , l’ultimo giorno, alla presenza del signore di questo paese. Io ho visto la pienezza dell’occhio Udjat in Eliopoli. Non avverrà il male contro di me in questo paese, nella Sala delle Due Maat, poiché io conosco il nome degli dei che vi si trovano insieme a te.

Qui inizia la “Seconda dichiarazione di innocenza”, rivolta a quarantadue divinità, che sarà oggetto della prossima puntata. Da notare che il numero quarantadue, non ha rapporto con i “nomoi” dell’Egitto, in quanto questo numero di provincie è stato fissato in epoca tarda. Si tratta di divinità locali che hanno il compito di denunciare e punire una determinata colpa. E’ plausibile che questa lista di dei sia stata stabilita, almeno in parte, sulla base dei tabù della città di cui era origine ogni singola divinità.

  1. Si intende ciò che non ci dovrebbe essere, vale a dire il male.
  2. Il Capitano della Barca è Ra: significa che nessuno ha chiesto giustizia contro di lui a Ra
  3. Le offerte dei defunti
  4. L’arura era una misura di superficie
  5. Non ho catturatogli uccelli ecc. sembrano essere dei divieti sacri
  6. Allude al fatto che ha partecipato ai misteri rituali di Eliopoli.

Fonti:

  • Sergio Donadoni, Testi Religiosi Egizi, (a cura di)
  • Edda Bresciani, Letteratura e poesia dell’Antico Egitto

La seconda dichiarazione di innocenza

O Essere dal lungo passo, che esce da Eliopoli, non ho commesso iniquità.

O Essere che abbracci la fiamma, che esce da Kheraha(1), non ho rubato.

O Nasuto(2) che esce da Ermopili, non sono stato avido.

O divoratore di ombre che esce dalla Caverna, non ho saccheggiato.

O Faccia tremenda che esce da Rosetau, non ho ucciso uomini.

O Doppio Leone(3) che esce dal cielo, non ho scemato lo staio.

O Colui i cui due occhi sono di selce(4), che esce da Letopoli, non ho compiuto prevaricazione.

O Fiammeggiante, che esce da Khetkhet, non ho rubato i beni di dio.

O Spezzatore di ossa, che esce da Eracleopoli, non ho detto menzogna.

O Lanciatore di fiamma che esce da Menfi, non ho portato via il pane.

O Troglodita che esce dalla provincia dell’Occidente, non sono stato insolente.

O Essere dai denti bianchi(5), che esce dal Paese del lago, non ho trasgredito.

O Mangiatore di sangue che esce dal luogo del supplizio, non ho ucciso gli animali sacri.

O Mangiatore di Viscere che esce dal Tribunale dei Trenta(6), non ho accaparrato (?) il grano.

O Signore di Maat, che esce da Maaty, non ho rubato le razioni di pane.

O Traviato che esce da Bubasti, non ho spiato.

O Andy che esce da Eliopoli, non ho parlato a vanvera.

O Malvagio che esce dalla provincia di Busiri, non ho litigato se non per i miei beni.

O Uamenty che esce dal luogo dell’esecuzione, non ho fornicato con donna maritata.

O Guarda ciò che egli porta, che esce dalla casa di Min, non ho commesso atti impuri.

O Soprastante ai grandi, che esce da Imau, non ho causato terrore.

O Distruttore che esce da Pui, non ho commesso trasgressione.

O Incantatore di voce, che esce da Urit, non mi sono riscaldato.

O Fanciullo che esce da Heqaag, non ho reso sordo il mio volto a una parola verace.

O Batsy che esce da Scetit ,non ho strizzato l’occhio(7).

O Colui la cui faccia è la sua nuca, che esce da Tapehetgiat, non sono stato sodomita.

O Caldo di piede, che esce all’alba, il mio cuore non ha inghiottito(8.)

O Oscuro che esce dall’oscurità, non ho insultato un altro.

O Colui che porta la sua offerta, che esce da Sais, non sono stato violento.

O Signore dei volti, che esce da Negiafet, il mio cuore non si è affrettato(9).

O Serekhy che esce da Utenet, non ho offeso la mia natura, non ho trascurato un dio.

O Signore delle due corna, che esce da Assiut, non ho moltiplicato le parole nei discorsi.

O Nefertum, che esce da Menfi, non c’è la mia macchia, non ho fatto il male.

O Temsep che esce da Busiri, non ho insultato il re.

O Colui che agisce secondo il suo cuore che esce da Cebu, non ho camminato sull’acqua (10).

O Percotitore (?) che esce dal Nun, non sono stato alto di voce.

O Colui che comanda la gente, che esce dalla Residenza (?), non ho ingiuriato un dio.

O Neheb-neferet che esce dal suo castello, non ho prodotto un gonfiamento(11).

O Nehebkau che esce dalla città, non ho fatto distorsioni a mio profitto.

O Essere dalla testa venerabile, che esce dalla sua tana, non sono state grandi le mie razioni se non dei miei beni.

O Colui che solleva il braccio, che esce da Igheret, non ho calunniato il dio della mia città.

Salute a voi, o dèi! Io vi conosco, conosco i vostri nomi. Non cadrò e voi non colpirete. Non riferite il mio peccato a questo dio di cui siete al seguito. Non avverrà la mia disgrazia a causa vostra. Direte che mi spetta Maat, alla presenza del Signore Universale, poiché io ho praticato Maat in Egitto. Non ho offeso dio, e non avverrà la mia disgrazia da parte del re che è nel suo giorno (di regnare) Salute a voi, o dèi che siete in questa sala della Due Maat, che non avete menzogna nel vostro corpo, che vivete di Maat in Eliopoli, e che sapete di verità alla presenza di Horo che è nel suo disco. Salvatemi da Baba(12), che si nutre dei visceri dei grandi, in questo giorno del grande giudizio.

Ecco, io vengo a voi, senza iniquità, senza aver commesso frodi, senza che ci sia in me male, senza che ci sia la mia accusa. Non c’è persona a cui abbia fatto ciò. 

Io vivo di Maat, mi nutro di Maat. Ho fatto ciò di cui parlano gli uomini, di cui si rallegrano gli dèi. Ho soddisfatto dio con ciò che ama. Ho dato pane all’affamato, acqua all’assetato, vesti all’ignudo, una barca a chi non ne aveva. Ho fatto offerte agli dèi e offerte funerarie ai glorificati. 

Salvatemi dunque, proteggetemi dunque. Non fate rapporto contro di me alla presenza del grande dio. Io sono uno la cui bocca è pura, le cui mani sono pure. Sono uno al quale si dice: <<Benvenuto in pace>>, da parte di chi lo vede. Perché ho udito questo discorso che l’asino ha fatto al gatto nel tempio di Colui che apre la bocca. Sono stato testimonio davanti a lui, quando gridò. Ho visto il taglio della pianta “isced” in Rosetau. Io sono uno stimato dagli dei , che conosce ciò che gli dei hanno nel ventre(13). Io sono venuto per testimoniare la verità, sono venuto per drizzare la bilancia sul suo piede.

Segue un dialogo esoterico in cui il defunto deve dimostrare di conoscere determinati misteri e dare la risposta giusta. Controbatterà alle domande che la Porta della Sala e le sue varie parti, il portinaio e Thot gli porranno: il defunto dimostrerà di conoscere il loro nome misterioso e finalmente potrà passare oltre.

  • 1 Kheraha era una località a sud di Menfi
  • 2 Thot, con chiaro riferimento al suo lungo becco di ibis
  • 3 Sono Shu e Tefnut
  • 4 Mekhenty-irty (irty, duale di ir. lett. I due occhi), dio di Letopoli.
  • 5 Il dio coccodrillo Sobek e il Paese del Lago è il Fayum.
  • 6 Secondo Donadoni in Testi Religiosi egizi, uno dei Tribunali Civili.
  • 7 (si intende) per imbrogliare qualcuno.
  • 8 Potrebbe significare non sono stato ipocrita (?)
  • 9 Non sono stato precipitoso (?)
  • 10 Non sono stato avventato (?)

Fonti: Sergio Donadoni, Testi Religiosi Egizi, (a cura di)Edda Bresciani, Letteratura e poesia dell’Antico Egitto

Nelle immagini: due illustrazioni tratte dal libro dei morti di Kha conservato presso il Museo Egizio di Torino. Si tratta di un testo policromo splendidamente illustrato, risalente alla XVIII Dinastia, scritto in caratteri geroglifici corsivi, lungo circa 14 metri che il Museo espone in tutta la sua lunghezza.

Nell’immagine superiore sono visibili Kha, seguito dalla moglie Merit di fronte ad un tavolo di offerte. Segue, in una cappella sorretta da colonne papiriformi, Osiride assiso in trono: indossa la corona Atef ed è rappresentato di colore verde, simbolo di fertilità. Il trono su cui siede presenta il classico simbolo Sma-Tawy (unione delle Due Terre) e poggia su uno zoccolo che non è altro che il geroglifico che si legge ma’at. La simbologia è molto chiara: Osiride, sovrano dell’Oltretomba è garante della Giustizia. L’immagine seguente ci mostra la scena in cui una barca con un catafalco viene trainata per mezzo di una slitta. Il sarcofago viene quindi posto in posizione eretta di fronte all’ingresso della tomba pronto a ricevere il rituale dell’apertura della bocca. Lo si intuisce dalla presenza dello strumento pesheskef, che viene utilizzato dal sacerdote Sem per portare a compimento questa fondamentale azione simbolica, attraverso la quale il defunto potrà tornare a respirare e a fruire delle offerte deposte per lui all’interno del sepolcro. Nella prima colonna a sinistra scritta con inchiostro rosso si legge la frase Kherw keres, letteralmente “giorno del funerale”. Nella seconda colonna abbiamo imy er kaut Kha maat kherw senet.f nebet per, Merit seguita, non visibile nell’immagine, dall’epiteto maat kherw (il responsabile dei lavori, Kha, giustificato – lett. giusto, veritiero di voce – Sua moglie, signora della casa Merit, giustificata). Da notare che in questa colonna gli spazi in cui sono scritti i nomi dei due personaggi è più ampio rispetto a quello degli altri geroglifici. Il che lascia supporre che questi papiri fossero già preconfezionati, con degli spazi vuoti in cui inserire il nome del defunto.

Fonte: Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino


Scena della psicostasia tratta dal “Libro dei morti” di Iuefankh

Questo papiro lungo circa 19 metri, completamente preservato, contiene – da destra a sinistra – 165 capitoli del cosiddetto “Libro dei Morti”, la raccolta di formule per la guida, la protezione e la resurrezione del defunto nell’Aldilà. Per raggiungere tali obiettivi, dopo l’imbalsamazione e la processione alla tomba, determinate condizioni erano indispensabili: la conservazione e il sostentamento del corpo, la capacità di trasformazione, la giustificazione e la protezione del defunto e il possesso della conoscenza. Sono questi i temi dei 165 capitoli scritti in geroglifico corsivo per Iuefankh, figlio di Tasheretemenu. Di epoca Tolemaica è conservato presso il Museo Egizio di Torino, acquisito da Bernardino Drovetti nel 1824.

La definizione “Libro dei morti” è moderna: per gli Egizi, coma già evidenziato in precedenza, era molto più significativamente “rou nu peret em heru” (Capitoli per uscire al/nel giorno). Il primo a comprendere che si trattava di una serie di formule che servivano al defunto per superare una serie di ostacoli, affinché potesse raggiungere i “Campi di Yarw” e quindi proseguire nella sua vita oltremondana, fu il tedesco Karl Richard Lepsius. Fu avviato agli studi egittologici dal pisano Ippolito Rosellini che a sua volta era stato prima allievo poi collega di Jean-François Champollion e con il quale partecipò alla spedizione franco-toscana in Egitto. Il Rosellini, nel 1826 occuperà la prima Cattedra di Egittologia al mondo presso l’Università di Pisa. Quando Lepsius, a Torino, fa il suo incontro con questo papiro, comprende che si tratta di un vero e proprio formulario, una sorta di “vademecum” per l’Aldilà gli dà il nome di “Libro dei Morti” e ne ricava una suddivisione in 165 capitoli. Tale suddivisione è quella ancor oggi in uso con l’aggiunta di ulteriori 25 capitoli, identificati successivamente in altri reperti. E’ necessario chiarire, a questo punto, che la raccolta con tutti i 190 capitoli non si trova in nessun papiro e che, essendo questo il più completo, è stato assunto come raccolta campione (in modo non storicamente corretto, proprio per la sua posteriorità, di un millennio e anche più, rispetto ai primi esemplari).

Le formule sono finalizzate al momento in cui il defunto si troverà di fronte al Giudizio presieduto da Osiride. La scena è delimitata da uno spazio architettonico ben definito da due colonne che sorreggono la parte superiore, come ad evocare un ambiente templare. Il defunto, sulla destra, vi entra e porge il suo saluto alla dea Maat. Al centro vi è la fatidica bilancia con il suo cuore posto sul piatto di destra; sulla sinistra come contrappeso una rappresentazione miniaturizzata di Maat con la sua piuma distintiva. Gli spazi tra i bracci della bilancia sono occupati da Anubi e da Horus, mentre in cima vi è una raffigurazione cinocefala di Thot in veste di “colui che presiede al braccio della bilancia”. Proseguendo verso sinistra, è riconoscibile Thot, questa volta rappresentato con testa di ibis, in veste di scriba nell’atto di registrare sulla sua tavoletta ciò che accade. Segue il mostro Ammit (la Grande Divoratrice) una divinità con muso di coccodrillo, parte anteriore di leone e posteriore di ippopotamo (simbolicamente la commistione di tre fra le più feroci belve dell’Antico Egitto), pronto a divorare il cuore del defunto ove mai dovesse risultare più pesante della piuma di Maat. Nella parte superiore della scena sono raffigurate le quarantadue divinità che raccoglieranno un’ulteriore dichiarazione di innocenza. A presiedere il giudizio è ovviamente Osiride rappresentato a sinistra nel suo tabernacolo e assiso sul trono con il simbolo “sma-tawy, classica iconografia che rappresenta l’ unione delle Due Terre (ricordiamo che, mitologicamente, Osiride è considerato il primo sovrano dell’Egitto).

Un’ultima considerazione: il “rou nu peret em heru” non deve essere visto come un libro secondo la nostra visione, vale a dire come un susseguirsi di capitoli a partire dal numero uno a seguire. In realtà, in base alle proprie necessità, convinzioni, e soprattutto possibilità economiche, si acquistavano le sezioni che avrebbero fatto parte del corredo funerario. C’è anche da dire che in molti casi i vari papiri rinvenuti danno dei capitoli una versione che può variare per aggiunte o per omissioni se non, talvolta per veri e propri mutamenti. Talvolta la correttezza del testo è piuttosto trascurata. Ciò è dovuto in parte al fatto che le copie erano preparate quasi industrialmente e per un uso esclusivamente oltremondano, in parte alla fiducia che gli stessi egizi nutrivano nel loro potere magico-religioso, tanto più efficace in quanto misterioso e incomprensibile, indipendentemente dalla correttezza o meno delle iscrizioni. E’ pur vero, però, che questa mancanza di precisione, rispetto ad esempio ai testi epigrafici antichi o ai Testi delle Piramidi, ponga problemi interpretativi forse anche più complicati.

CONSIDERAZIONI

A conclusione della parziale e sommaria, descrizione di questo importantissimo capitolo del Libro dei morti, mi sembra opportuno aggiungere alcune riflessioni. Illuminanti mi sembrano, in proposito le considerazioni di Jan Assman estrapolate dal suo Maât l’Egypte pharaonique et l’idée de justice sociale. Ne riporto qualcuna che a me è sembrata particolarmente incisiva per una migliore comprensione del testo. La cosa che mi ha sempre creato un certo disagio, fin da quando ho avuto il mio primo approccio con questa formula, è stata proprio la doppia dichiarazione di innocenza.

Perché discolparsi due volte da una serie di peccati che, grosso modo appare del tutto simile? In realtà, Assman afferma che, piuttosto che sovrapporsi, le due liste si completino. Egli nota che il principio di composizione segue uno schema secondo il quale un tema specificato attraverso una serie di peccati in una dichiarazione, è trattato in maniera solamente sommaria nell’altra e viceversa. Sicché laddove una lista (le indicherò in avanti con A e B è chiaramente articolata, l’altra enumera una serie di peccati mescolati insieme, senza alcuna struttura apparentemente riconoscibile. Ad esempio: “A” comincia con una decina di colpe gravi di ordine generale, di cui “B” riprende solo il primo, il più universale di tutti: (A) Non ho commesso iniquità contro gli uomini, (BNon ho commesso iniquità. Questa prima enunciazione sintetizza praticamente il cardine della nozione di Maat (non praticare il male, Isefet); si elencano poi una serie di peccati (si entra quindi nel dettaglio) che differiscono nella dichiarazione (B, ma che riguardano azioni criminose verso gli uomini o la divinità, finché si arriva alla enunciazione “Non ho danneggiato un servo presso il suo padrone”, che introduce un’altra caratteristica fondamentale del concetto di Maat: il tema della solidarietà che viene sviluppato nella lista B in maniera estremamente precisa.

Ricapitolando e facendo un’estrema semplificazione, possiamo inquadrare i due principali aspetti comportamentali che ogni uomo deve rispettare al fine di perseguite Maat. Il primo riguarda l’agire (fare la Maat), il secondo la solidarietà sociale e comunicativa (dire la Maat, intesa nel senso più ampio di parola pronunciata e ascolto).Nella lista A sono più particolarmente focalizzate le colpe relative all’agire: Non ho causato dolore, Non ho fatto piangere, non ho ucciso, non ho dato ordine di uccidere, non ho avvelenato, non ho causato pena ad alcuno, non ho tolto il latte ad un bambino ecc. Di contro nella dichiarazione (B sono, in maniera molto singolare, ben dettagliati i peccati contemplati nel campo della parola/ascolto, in chiave spiccatamente sociale e che mostrano con chiarezza l’importanza che la mentalità egizia attribuiva al comportamento etico fin in aspetti che ai nostri occhi parrebbero di non primaria rilevanza. Così ritroviamo regole che impongono di non sparlare, calunniare, tormentare, vantarsi, parlare a vanvera, incutere terrore (irretire), spiare qualcuno, strizzare l’occhio (per imbrogliare qualcuno), adirarsi (la violenza verbale), aver intentato processi contro qualcuno, in definitiva, di essere stato sordo alle parole di Maat.

Sono poi elencati altri tipi di peccato che riguardano aspetti più rituali e misterici, probabilmente derivati dall’iniziazione sacerdotale, ma mi è sembrato opportuno concentrare l’attenzione sul chiaro messaggio etico/sociale che erompe (direi fragorosamente) da questo testo. Quello che colpisce maggiormente è che, oltre agli ovvi crimini contro la persona (uccidere, rubare, usare violenza ecc. ecc.), emerge prepotente il poderoso accento che viene posto sull’aspetto comunicativo. In pratica nella mentalità egizia anche il semplice calunniare, usare un linguaggio offensivo, la prevaricazione verso il debole e l’indifeso, la presunzione, la vanagloria, l’indurre sentimenti di odio o insofferenza verso il prossimo erano considerati comportamenti contrari alla Maat e quindi deprecabili. Viene, di conseguenza, sottolineata l’importanza della correttezza, sobrietà, disponibilità, autocontrollo (anche nei confronti dei sottoposti, degli umili e dei più fragili). Questo ovviamente, non significa che questi “peccati” non si commettessero, ma semplicemente che anche da questi ne derivavano un giudizio ed una punizione in questa o nell’altra vita (che veniva preclusa in caso di non superamento della prova). L’aspetto da tener presente è senz’altro quello universale, cosmico del concetto. Vale a dire alla Maat erano tenuti ad attenersi tutti: dagli dei, al faraone (che ne era garante in terra), al più umile dei servi. Azzardando a dirla in termini moderni, era da considerare una vera e propria Istituzione e, pertanto la regola unica, immutabile da seguire: perfetta (perché nata all’atto della creazione), immodificabile, imprescindibile. Non c’era posto, in materia, per altra corrente di pensiero.

A voler fare un confronto con ciò che tante classi dirigenti odierne si affannano a propagandare, bisogna prendere atto che da quella magnifica esperienza etica, molto, troppo è cambiato. E di certo non in meglio: forse Maat bisognerebbe insegnarla a scuola fin da bambini. Non ho alcun dubbio che ce ne avvantaggeremmo tutti.

Libro dei Morti di Any (foglio n. 2) Nuovo Regno, XIX Dinastia, 1275 a.C. circa. Provenienza: Tebe. Londra, British Museum.

Questa sezione del papiro è la naturale prosecuzione del foglio n. 1 (non molto ben conservato) che mostra Any e sua moglie Tutu in adorazione del dio Ra. La parte a sinistra dell’illustrazione appartiene logicamente al testo precedente, ma fornisce anche un collegamento al contenuto di questo foglio. Ci mostra il disco solare (Ra) tenuto elevato al cielo da un segno Ankh ed adorato da due gruppi di babbuini simboleggianti il sole nascente. L’ankh è sostenuto da un pilastro Djed, emblema di Osiride ed è una simbolica raffigurazione della rinascita del sole dopo il suo passaggio notturno attraverso il regno dei morti. Il tutto si svolge sotto lo sguardo protettore di Iside e Neftis. Seguono le figure di Any e Tutu davanti ad un tavolo d’offerte, mentre il testo scritto in geroglifico “corsivo” è l’Inno ad Osiride.

Fonti:

  • Sergio Donadoni,Testi Religiosi Egizi, (a cura di)
  • Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino
  • Edda Bresciani, Letteratura e poesia dell’Antico Egitto
  • Jan Assmann, Maât l’Egypte pharaonique et l’idée de justice sociale

Filosofia

IL “REN” – IL NOME

A cura di Ivo Prezioso

Anche il nome costituisce una componente fondamentale dell’individuo sia che si tratti di un dio, re, uomo o animale. Nella nostra mentalità il linguaggio è inteso come un codice di comunicazione per cui pronunciando il nome di un oggetto anche in idiomi diversi, abbiamo la consapevolezza di alludere univocamente ad esso. Per gli egizi le cose non stavano esattamente così: per loro tra il nome evocato e ciò che era nominato esisteva una precisa identità. Ne conseguiva che anche la scrittura assumeva un carattere di sacralità in quanto dava vita alle entità scritte. E così, pronunciare o scrivere il nome di una persona, equivaleva a farla vivere (o rivivere) esercitando su di essa un notevole potere. Questo spiega ampiamente perché gli dei stavano ben attenti a non permettere che si conoscesse il loro nome vero (segreto): rivelarlo significava dare ad altri dei la possibilità di assoggettarli al proprio volere. Per precauzione utilizzavano una serie infinita di nomi che insieme costituiscono quello completo. E’ noto il mito di Iside che, per conoscere il vero nome di suo padre Ra, lo fa mordere da un serpente da lei creato e rifiuta di guarirlo finché non gli abbia rivelato il suo nome segreto. Già a partire dai Testi delle Piramidi dell’Antico Regno, sono menzionate serie di formule magiche che hanno lo scopo di permettere al defunto di venire a conoscenza del nome segreto delle varie divinità, al fine di poter trattare da pari a pari e diventare uno di loro. Al momento della nascita ciascun egiziano riceveva un nome denso di significati magico-religiosi. Ad esempio Padiaset significava “Colui che Iside ha donato” (probabile antenato, attraverso il greco, del nostro Isidoro), Ramesse “Ra lo ha generato” e così via. Poiché perdere il proprio nome comportava l’annientamento dell’identità, il proprietario della tomba lo faceva scrivere ossessivamente sia sulle pareti che sugli oggetti del corredo funebre. Gli egizi erano convinti che la cancellazione del nome fosse una condanna peggiore della morte stessa e riservavano questa punizione ai peggiori malfattori, come i violatori di tombe i cui nomi venivano cancellati o persino cambiati dopo il processo. Anche il nome di un re poteva subire questa sorte, come nell’arcinoto caso di Akhenaton, il cosiddetto “faraone eretico”.

Filosofia

LA “SHWT” – L’OMBRA

A cura di Ivo Prezioso

è una delle manifestazioni della persona che sembra rappresentasse una componente vitale del corpo (“kh3t”).

Nel “Libro della Terra” i defunti nell’aldilà “accolgono il disco solare, grande di ombra e ricevono i loro corpi”. In altre parole, il corpo riprende vita e si materializza solo in presenza di luce, che lo illumina e così facendo gli restituisce la sua ombra, parte essenziale dei vari aspetti dell’essere. Così come avviene per il Ba, anche l’ombra, dopo la morte si separa dal corpo ed ha la facoltà di vagare lontano da esso. Nei dipinti funerari viene solitamente rappresentata come una silhouette nera sul cui viso è dipinto un occhio, oppure come il parasole stilizzato nella sua scrittura geroglifica. Dal momento che l’ombra evoca anche la protezione contro i cocenti raggi del sole, alcuni testi sacri affermano che “gli dei trasmettono forza e protezione attraverso la loro ombra”.

Fonte: Edda Bresciani (a cura di), Grande enciclopedia illustrata dell’Antico Egitto.

Nelle immagini: Tomba di Irynefer, TT 290, Deir el Medinah.

La parte posteriore del muro orientale è divisa in due registri. Quello superiore è dominato una straordinaria scena di adorazione di Ptah. Dietro di lui l’ombra del defunto (rappresentata dalla silhouette scura), preceduta da due uccelli “ba”: uno in volo e l’altro posato davanti ad un sole nero.

Filosofia

IL KA

A cura di Ivo Prezioso

Le braccia rappresentate nel geroglifico riassumono il concetto astratto sottinteso in quest’altro elemento della sfera spirituale. Abbracciare qualcuno, per gli antichi egizi, aveva il significato di trasferirgli la propria essenza vitale. Al momento della creazione gli dei ricevono dal creatore il loro “Ka”, allo stesso modo gli uomini lo ricevono dal faraone e dai propri antenati. Esso infatti non è una caratteristica individuale, ma una sorta di codice spirituale genetico ricevuto attraverso i progenitori, una forza vitale ininterrotta che unisce le varie generazioni e ne determina il destino.

Creato dal dio Khnum, insieme con l’uomo e trasmesso attraverso il seme maschile di generazione in generazione, il “Ka” diventa inattivo dopo la morte fino a quando il defunto non si riunisce ad esso grazie al potere magico dei riti funerari. In egiziano antico, l’espressione raggiungere il proprio ka è una delle perifrasi per dire morire. Chi muore si unisce al proprio “Ka” e a quello degli antenati, anzi diventa egli stesso un antenato, garante della continuazione delle energie vitali. E’ anche messo in relazione con il benessere: “al tuo Ka” è espressione del tutto analoga al nostro “alla tua salute”. Le quattro felicità cui aspirano gli uomini – ricchezza, longevità, una morte serena e la posterità – sono personificate da quattro Kaw, ma analogamente il “Ka” di un uomo può soffrire dei suoi eccessi. Il peccato infatti era definito “abominio per il Ka”.

Il simbolo geroglifico

Questo segno, apparentemente così chiaro, che compare già dal predinastico nel sistema geroglifico, è ancora ben lungi dall’essere chiarito. In realtà, ci si interroga ancora su quale sia il gesto cui alludono le due braccia protese verso l’alto. Il fatto che non sia mai divenuto un determinativo, lascia supporre che debba trattarsi di un gesto assai speciale, molto probabilmente di natura religiosa e legato, sin dagli albori della civiltà egizia, a quel concetto, per noi così astratto e sfuggente, che è il ka. Dei vari elementi che compongono le parti incorporee di un uomo secondo la concezione egizia, è il più vitale essendo profondamente legato alla potenza sessuale (k3) e al cibo come fonte di energia e vita (kaw).

Secondo una delle interpretazioni più diffuse del segno, le braccia protese potrebbero alludere all’offerta del cibo, nel sacro cerimoniale, divino e funerario. Conforterebbero questa ipotesi alcuni vassoi rituali in pietra d’epoca predinastica e protodinastica, in cui questo geroglifico fa da contorno al piatto dell’offerta. Altra interpretazione, altrettanto verosimile, è incentrata sul passaggio dell’essenza vitale dal padre al figlio. In altre parole il gesto con cui si rappresenta il ka, sarebbe null’altro che una rappresentazione simbolica e metaforica dell’atto attraverso il quale la misteriosa essenza viene trasmessa. Anche gli dei possono trasfondere il loro ka ad un altro dio, ad un re o ad uomini.

A sinistra: la celeberrima statua lignea del Ka del faraone Awibra-Hor, proveniente da Dashur. XIII Dinasia, Museo Egizio del Cairo.

A destra: il recente ritrovamento presso Mit Rahina (l’antica Menfi), durante i lavori di recupero di uno scavo clandestino, tra i blocchi probabilmente appartenenti al grande tempio di Ptah fatto costruire da Ramses II. Si tratta del frammento di una scultura in granito rosa che rappresenta il Ka del faraone. Sul retro reca inciso il suo nome di Horo: Kanakht merimaat (Toro possente, amato da Maat). La scoperta è importantissima perché sin ad ora era nota una sola statua di questo tipo, quella del faraone Hor I.

Tavola d’offerta predinastica in scisto

A cura di Luisa Bovitutti

Le due braccia del ka reggono la tavola, e la parte destinata a raccogliere l’offerta è costituita dal segno della vita ankh.

Custodito al museo del Cairo