Filosofia, Prof. Damiano

REN, IL NOME

TESTO DEL PROF. MAURIZIO DAMIANO

© testi, piante, disegni e foto: Archivio CRE/Maurizio Damiano.

INTRODUZIONE

Ren. Una parola che nell’antica lingua del popolo dei faraoni indica il nome proprio della persona; il potere magico della parola, che per gli Egizi era di per sé immenso, è nel caso del nome ancora più duraturo, poiché conservato spesso su supporti “eterni”, ossia sulla pietra di tombe, stele o, nel caso di dei e faraoni, sulla pietra dei templi. Un nome conteneva tutto l’essere del suo proprietario. Tanto le persone quanto gli oggetti in realtà esistevano solo dal momento in cui portavano un nome, di conseguenza il nome fu più che un normale mezzo di identificazione, poiché significava la manifestazione di un’entità la realizzazione di una qualità, da cui il fatto che si dicesse di Osiris: “Egli purifica le terre nel suo nome di Sokar; la paura di lui è grande nel suo nome di Osiris, egli esiste sino alla fine dell’eternità nel suo nome di Wennefer”.

Immagine 1: le grafie di “ren” (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 2: i significati e varianti di “ren” (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 3: il dio Osiris nel suo naos (tempio di Sethy I, Abydos, sala di Osiris) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Si noti che le credenze egizie erano fortissime in quegli Egizi divenuti cristiani: per il valore magico-religioso della parola, e dell’immagine, i monaci che occuparono il tempio scalpellarono i volti, per togliere l’identità dell’oltretomba; le mani, per togliere potere, e i piedi, perché non uscissero dall’immagine venendo nel mondo dei viventi.

Immagine 4: il dio Sokar (tempio di Sethy I, Abydos, sala di Ptah-Sokar-Osiris) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

IL REN NEI TESTI

Nel Libro dei Morti, cap. 142, Osiris ha un centinaio di nomi, che nel suo caso, come per altre divinità, sono simbolo della profondità della natura divina; del resto tutti quei nomi nascondevano il solo e unico “vero nome” del dio, che l’essere umano non può pronunciare né conoscere, così vengono creati pseudonimi come, per esempio, “colui che è sotto il suo albero di moringa”.

Nei Testi delle Piramidi (n. 276 e 394) è menzionato un dio “il cui nome è sconosciuto” e un’altra divinità il cui nome “non era noto nemmeno a sua madre”.

Il tema stesso della Litania Solare tratta della rigenerazione del sole, con le sue 75 trasformazioni, e quindi 75 nomi, che permetteranno al sole (e dunque al defunto che vi si identifica) di conseguire nell’aldilà la natura solare.

D’altronde, anche in testi funerari come il Libro dei Morti o il Libro delle Porte la sola persona che poteva maledire o anche distruggere i poteri demoniaci era chi ne conosceva i nomi, che erano il fondamento su cui si basavano questi libri, sorta di guide per il percorso oltremondano. Infatti gli spiriti dell’oltretomba si supponeva si potessero neutralizzare con le parole: “Io ti conosco e conosco il tuo nome”.

Immagine 5: Libro dei Morti, capitolo 125 (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 6: Libro dei Morti, capitolo 143 (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 7: Testi delle Piramidi (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 8: Litania Solare, o Litania di Ra (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 9: Libro delle Porte (© lezioni Maurizio Damiano)

Immagine 10: Libro dei Morti, capitolo 144 (© lezioni Maurizio Damiano)

IL POTERE DEL REN

La vita di una persona era sostenuta dal potere segreto del suo nome.

Un proverbio egizio dice: “Il nome di chiunque sia completo, allora egli vive”; per questa ragione i nomi di re e dignitari erano ripetuti sui monumenti e in iscrizioni per assicurare dopo la morte la sopravvivenza degli interessati.

E, a corollario, la peggior punizione era quella di obliterare il nome sia per esecrazione sia per altri motivi, scalpellandolo via dai monumenti. È il caso, per esempio, di Hatshepsut: per ragioni molto varie (dalle sue visioni teologiche troppo avanzate per i suoi tempi, a visioni di sequenza dinastica, ecc.), alla fine del regno di Tuthmosis III i suoi nomi vennero cancellati; ma ciò fu spesso fatto con un tale rispetto, una tale attenzione, e i geroglifici furono scalpellati così bene da lasciarne intatta e riconoscibile la forma, al punto che il nome si legge perfettamente; ergo, l’intenzione non era quella di cancellarne la memoria o maledirla, bensì di annullare la magia religiosa nella dimensione della sola regalità divina.

Altro caso è quello di Akhenaton, il cui nome è stato cancellato ovunque nell’intento sia di cancellarne la memoria, che di privarlo della sopravvivenza nell’aldilà.

Immagine 11: i defunti, sempre accompagnati dal proprio nome; tombe tebane di Menna (TT69, a sinistra) e di Sennefer (TT 96) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano)

Immagine 12: l’immagine e il nome di Hatshepsut scalpellati; Karnak, “Palazzo della Maat” (© Archivio CRE/Maurizio Damiano)

Immagine 13: il nome di Hatshepsut scalpellato; si noti la cura della scalpellatura, che permette perfettamente di leggere il prenome: “Maat-ka-Ra”; Karnak, “Palazzo della Maat” (© Archivio CRE/Maurizio Damiano)

Immagine 14: contrariamente a quanto si pensa, sono errate le vecchie ipotesi romanzesche degli anni 50 (che spesso si trascinano ancora oggi nell’immaginario non specialistico) con la falsa immagine di “usurpazione”, di lotte fra Tuthmosis III e Hatshepsut; al contrario, lo studio dei monumenti ha rivelato che la cancellazione del nome di Hatshepsut da parte di Tuthmosis III iniziò in effetti 20 anni dopo l’inizio del regno indipendente di quest’ultimo, ciò che mal si accorda con la furia iconoclasta dettata dalla vendetta; più realisticamente, nell’anno 22 (quando Tuthmosis III iniziò a regnare da solo) la regina aveva minimo 50 anni (forse di più) e Tuthmosis era nel pieno degli anni; la regina deve avergli confidato i pieni poteri rimanendo nell’ombra. Solo dopo la sua morte il nipote dovette cancellarne il nome dai monumenti, più per rispettare la tradizione, che vede un maschio al potere con una regina accanto, o una femmina al potere con un “principe consorte” accanto (che non ci fu) che per una supposta vendetta. Nella foto vediamo in effetti che la regina (a sinistra) associò sempre, nelle immagini, Tuthmosis III (a destra); e possiamo anche notare che tanto le figure quanto il nome di Hatshepsut non sono stati toccati; dalla Cappella Rossa di Hatshepsut a Karnak, che fu smontata e i blocchi (che erano sacri) reimpiegati quando l’area centrale fu ristrutturata da Tuthmosis III (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Immagine 15: le figure e i cartigli di Akhenaton e Nefertiti scalpellati nella loro totalità, in modo da renderne illeggibili i nomi, mentre il cartiglio con il nome “Amenhotep” fu lasciato intatto; tomba di Ramose (TT69) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

IL KA

Altri indizi sulla complessità delle sfumature e diramazioni del pensiero sul nome, ren, ci vengono da casi come quello del “ka” regale.

Il ka, semplicisticamente descritto come “doppio spirituale”, era in realtà un concetto molto più complesso; semplificando comunque, diciamo che in questo caso era l’essenza divina, la scintilla che sfugge alla dimensione della natura terrestre poiché proviene dalla dimensione oltremondana, è la “scintilla divina” donata all’uomo dagli dèi. Il Ka regale è ancora più specifico: è l’anima divina cosmica ed eterna dei faraoni; non dei singoli, ma di tutti: una sorta di legame divino che unisce le anime dei faraoni passati, presenti e futuri.

Così vediamo che, quando un faraone ignoto (ma forse Horemheb) fece scalpellare nella tomba di Ay i nomi del faraone, quelli che si trovano connessi al Ka regale sono intatti; questo perché scalpellarli avrebbe voluto dire danneggiare l’essenza dei sovrani passati, presenti (dunque anche di colui che aveva comandato la cancellazione) e futuri.

Immagine 16: Libro dei Morti, capitolo 105: “Formula per rendere favorevole a N. il suo ka nel regno dei morti” (Louvre). (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Immagine 17: statua del ka reale di Auibra Hor, 12° re della 13a dinastia; Museo del Cairo (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Immagine 18: il ka reale a Luxor, nella theogamia di Amenhotep III (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Immagine 19: il ka reale di Ramses III a Medinet Habu (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Immagine 20: i cartigli di Ay cancellati, come le figure reali (frecce blu) e le figure e il nome del ka reale lasciati intatti (frecce rosse); tomba della Valle Occidentale WV23, di Ay (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

IL VERO NOME DI RA

Nel caso dei privati ricordiamo gli individui che si erano macchiati di crimini: gli atti dei processi contengono il nome del colpevole in una forma storpiata (del tipo “Ra lo ama” trasformato in “Ra lo odia”).

Uno dei migliori esempi dell’importanza del nome possiamo trovarlo nel mito di Ra divenuto vecchio e della dea Isis, che ci viene raccontato da un papiro conservato al Museo Egizio di Torino (n. 1993).In breve, vi si narra del dio sole, Ra, ormai divenuto vecchio, e della grande maga degli dèi, Isis; quest’ultima, ancora una maga umana, voleva ottenere il potere magico donato dalla conoscenza del nome misterioso di Ra, che le avrebbe consentito di divenire una dea. Per far ciò escogitò un sistema basato sulla magia che si serviva di figurine (spesso di argilla o cera) e del fluido del corpo dello stesso Ra: questi, infatti, ormai vecchissimo, si trascinava e sbavava. Così la maga Isis plasmò un serpente con del fango intriso della saliva del dio; Isis usò quindi il rettile perché mordesse Ra che, impazzendo dal dolore, non sapeva cosa fare; Isis si presentò dicendo che poteva liberarlo dalla sofferenza, ma che per farlo era indispensabile conoscere il vero nome di Ra. Il dio cerca di evitarlo con vari mezzi, ma alla fine sarà costretto a rivelarglielo, in gran segreto. Così Isis divenne dea fra gli dèi e la loro Grande di Magia; nel papiro, questo mito è in realtà utilizzato proprio per scopi magico-religiosi: scritto sopra un papiro, messo in una soluzione e poi bevuto, lo scritto ha il potere di neutralizzare il veleno di serpente.

Immagine 21: papiro giudiziario della congiura contro Ramses III (Museo di Torino) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Immagine 22: a sinistra, Hathor dell’Occidente e Ra-Harakhty, dalla QV 66, Tomba di Nefertary. A destra, Isis, dal tempio di Sethy I ad Abydos (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

LE STATUE GUARITRICI

Lo stesso concetto valeva con le statue guaritrici: coperte di formule magiche guaritrici, vi si versava l’acqua che si raccoglieva nel bacino, e che, ormai ricca della magia, una volta bevuta doveva dare la guarigione.

Ancora oggi nella Nubia Sudanese e nelle campagne d’Egitto si fa la stessa cosa con testi coranici: i versetti vengono scritti con inchiostro solubile in acqua, si versa quest’ultima e si beve il tutto.

Immagine 23: statua guaritrice, coperta di formule magiche su cui doveva scorrere l’acqua che, raccolta in un bacino, andava bevuta. Museo del Cairo (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Dobbiamo pensare che queste pratiche religiose (o magico-religiose, se vogliamo; ma la differenza è solo nostra) venivano e vengono associate sempre e solo ai veri rimedi. Quindi il rimedio efficace sembra passare in secondo piano (ma il bassir nubiano o il medico sacerdote egizio sanno benissimo la verità) e il “merito” va a Dio/Dèi, e, di riflesso, all’uomo così saggio che conosce questi santi rimedi. In realtà il medicamento c’era e c’è, e la formula da bere è certo un placebo, ma ancor più la pace dell’anima, la fiducia che gli dèi ti stanno guarendo. 

IL SIGNIFICATO ESOTERICO

Tornando specificamente al nome, ren, affrontiamo adesso uno degli aspetti più affascinanti dell’antico Egitto: quello esoterico, che nella magia religiosa e creatrice del linguaggio lascia fluire i concetti e le forze cosmiche.

Attenzione! Non parliamo di concetti modernamente esoterici (nei sensi dati dal Medioevo alle odierne correnti New Age), bensì dell’esoterismo egizio, come appare dai loro testi.

Sappiamo che tutti i concetti del simbolismo esoterico egizio sono basati sulle funzioni della Natura; l’occhio e la bocca sono entrambi in rapporto con i due astri celesti, sole e luna: i due occhi sono il loro simbolo. Ora, il nome dell’occhio è “ir.t”, connesso anche a “fare”, “creare” (iri). Proseguendo secondo il filo logico dei simbolisti/teologi/esoteristi egizi, il nome del creatore, Ra, si scrive con la bocca “r”; così la connessione fra astro celeste e bocca passa pienamente al simbolismo scrittorio. Il cielo (pet) fu il modello dei simbolisti e Ra ne era il signore.

E la logica creativa degli scribi/sacerdoti egizi prosegue: il Verbo di Ra si manifesta tramite l’ombra, ossia: ogni cosa è ombra di Ra, che aumenta o diminuisce, monta o discende, “diviene” o “ritorna”; il geroglifico “r” è il simbolo di questa realtà, poiché dall’incrociarsi di due cerci l’ombra (la sovrapposizione) dà la bocca ro, la lettera “r”.

Immagine 24: i dischi e la “lente” delle eclissi e dei cicli lunari: da “r” ai numeri, alle frazioni, nuovamente a “r” e “ren”. Nel disco parzialmente occultato, la “lente” (o “bocca nera”) è la parte complementare della falce visibile. Questa deformazione graduale dà delle frazioni di grandezza differente che rappresentano le parti del disco occultato. Questo carattere di frazionamento ha dato il nome di “ra” a una parte del tutto (frazioni numeriche, capitoli, ecc.). Allo stesso modo l’aumento della “lente” per diminuzione della falce giustifica la scelta della stessa lettera “r” per esprimere l’aumento: “più che”= “r” (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

La lettera “r” è dunque di natura solare; vi si connettono le idee di attività, di movimento circolare, di rivoluzione (degli astri e degli esseri) in orbita ciclica.

Facciamo un altro “salto quantico mentale”, per analogia col pensiero moderno: quanto detto sulla “r” è in rapporto con il segno “shen”: il geroglifico di shen è una corda piegata a divenire doppia e poi arrotolata su sé stessa a dare un cerchio con le estremità che fuoriescono; un cerchio perfetto che ingloba spazio e tempo.

Immagine 25: shen: come la corda senza fine, ad anello diviene doppia corda e infine shen (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

Tutto ciò per gli egizi era solo l’inizio perché adesso, dopo quanto visto sopra, sostituiamo a “shen” la “s” con la “r”: la parola “shen” si trasforma in “ren”, il nome; e quando il segno shen si allunga per contenere il nome del sovrano, “ren”, diviene il cartiglio regale. Così il nome regale diviene ed è il simbolo di un ciclo, un circolo chiuso sulla corda infinita dell’anima e questo circolo delimita un’esistenza sotto questo nome ren che è il suo destino attuale ed eterno; ma è molto di più, è il sovrano divino il cui nome ingloba spazio e tempo.

Immagine 26: da shen a ren (© Archivio CRE/Maurizio Damiano)

Concludiamo la carrellata sul nome e sul nome del faraone ricordando che il serekh, che contiene il primo nome del faraone, rappresenta nella parte inferiore del rettangolo la facciata “anche” del Palazzo reale, vista in prospetto, mentre lo spazio posteriore, in cui era iscritto il nome, ne era la veduta in pianta. Quindi, nella magia religiosa dei geroglifici e della figurazione egizia, il nome (“ren”), che era l’essenza del faraone, era realmente protetto dalle mura del Palazzo.

Immagine 27: i 5 nomi del re, dal serekh ai cartigli (shen divenuto ren) (© Archivio CRE/Maurizio Damiano).

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