Cose meravigliose

LA SPARTIZIONE TRUCCATA

(Ludwig Borchardt ed il busto di Nefertiti)

A cura di Andrea Petta

Il pomeriggio del 20 gennaio 1913 sembra un giorno come gli altri ad Amarna. In una stanza sono riuniti i membri della Società Tedesca Orientale impegnati negli scavi e i funzionari della Sovrintendenza alle Antichità del Medio Egitto. Si sta decidendo il destino dei reperti estratti dalla spedizione tedesca ad Amarna dove sorgeva Akhetaton, la città del Faraone Eretico. In apparenza una procedura di routine, stabilita da Maspero per trattenere in Egitto i reperti più preziosi e compensare i finanziatori degli scavi con gli oggetti da mostrare nei loro musei e nelle loro collezioni.

Ma non è un giorno come gli altri. Il capo della spedizione tedesca assiste, in preda alla tensione. Forse si asciuga la fronte con un fazzoletto, forse fa un cenno di intesa a qualcuno. Alan Gardiner lo ha già definito “sconsiderato e grezzo”, mettendo in dubbio la sua professionalità. Forse ripensa al percorso un po’ strano che lo ha portato in quella stanza. In fondo era un architetto appassionato dell’architettura egizia. Era finito in Egitto a seguire i progetti per la prima diga di Assuan. Trovandosi davanti gli edifici di Philae, si era definitivamente innamorato di quella civiltà.

Ed ora, in quella stanza, sta per accadere uno degli episodi più controversi della storia dell’archeologia.

Ludwig Borchardt era nato a Berlino nel 1863. Sua mamma, Bertha Levin, era di origine ebrea, e questo lo costrinse all’esilio dopo l’avvento del nazismo in Germania. Ha studiato architettura, poi diventa allievo di Adolf Erman (che aveva dedicato decenni allo studio dei Testi delle Piramidi) alla sezione egizia del Museo di Berlino. Ma per un po’ alterna le sue mansioni, dirige dei lavori edili a Konigsberg per sette anni e nel 1895 si reca per la prima volta in Egitto, ad Assuan appunto.

De Grand, Direttore della Sovrintendenza in quegli anni, ha un progetto grandioso: documentare fotograficamente e catalogare tutti i monumenti in Egitto e “arruola” Borchardt, che da architetto è affascinato da quelle strutture. Ma Maspero ridimensiona tutto il progetto e si limita al solo Museo Egizio; Borchardt porta a termine quel progetto poi parte per Abusir dove lavora per sei anni al complesso della Piramide di Sahure.

Il resoconto degli scavi ad Abusir, mappa originale del complesso piramidale del sito

In quel periodo gli capita una botta di c…, pardon, di fortuna: la moglie eredita dal nonno banchiere 150,000 marchi, pari più o meno a 2 milioni e mezzo di ero attuali. I due costruiscono una villa al Cairo da far invidia a Cleopatra e per 25 anni non si muoveranno dall’Egitto. Non solo: tramite la famiglia della moglie conosce James Simon, un commerciante di cotone ebreo, amico del Kaiser Guglielmo II e molto bene introdotto nell’alta società prussiana. Simon e Borchardt sono entrambi affascinati dall’architettura egizia e c’è una città in Egitto nata e morta in una generazione, un’occasione unica per studiarne lo sviluppo: la neo-scoperta Tell-el-Amarna, l’Akhetaton di Amenhotep IV/Akhenaton.

James Simon, il principale finanziatore della Società Orientale Tedesca ed il primo proprietario moderno del busto

James Simon è stato anche co-fondatore della Deutsche Orient-Gesellschaft – DOG, la Società Orientale Tedesca che dal 1898 promuove gli scavi nel Vicino Oriente. La DOG ha scavato a Babilonia e dal 1902 opera anche in Egitto. Aveva finanziato gli scavi ad Abusir, ma ora Borchardt può gestire direttamente dove scavare e chiede i permessi per Amarna, dove rimarrà per quattro anni.

Alla fine del 1912 però la situazione non è rosea: se l’interesse storico per il periodo di Akhetaton è enorme, i reperti, i “trofei” sono inferiori alle attese. Ma tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre, Borchardt fa il “botto”: trova la bottega dello scultore Thutmose, recupera una serie di sculture utilizzate come modelli e, il 6 dicembre, il busto più famoso del fondo.

E qui entriamo in un campo a metà strada tra la spy story e la leggenda.

Già la data è sospetta: proprio in quel giorno deve arrivare un membro della famiglia del Kaiser a visionare gli scavi, e fargli vedere un ritrovamento importante, alla Zahi hawass, sarebbe un bel colpo.

La pagina del diario di Borchardt con l’annotazione del ritrovamento del busto. Le note complete recitano:
“Alle 12:30 furono inviati degli scout per informarci dell’arrivo dell'”Indiana” della linea Hamb [ur] g.-America, sulla quale il principe Joh [ann]-Georg di Sassonia con moglie e cognata, insieme alla principessa Mathilde di Sassonia arriverà.” [….] Borchardt si precipita ad incontrarli. Quando arriva alla nave apprende che i regali ospiti sono già diretti verso l’interno. Torna indietro e nel frattempo riceve un messaggio da Ranke, il supervisore agli scavi, che lo informa che “sta uscendo qualcosa di buono”. Nello stesso momento arriva la compagnia reale.
Seguono brevi descrizioni dei singoli reperti, compresa la nota voce relativa al busto di Nefertiti
“Durante questa scoperta i visitatori sono più eccitati che forse desiderabili.
4:15 via a casa. Senussi riferisce di aver individuato altre 3 teste di gesso e un piede di granito. 4 guardie poste sul sito. Tè in veranda. Al tramonto gli ospiti vanno al battello a vapore, che a questo punto ha quasi raggiunto Hagg Quandil.
Alle 7:30 andiamo tutti a cena in cachi.
9:30 rientro a casa.
12:40 a letto dopo questa giornata vertiginosa.

Le norme fissate al tempo da Maspero prevedevano che metà dei reperti di ogni scavo rimanessero in Egitto, mentre l’altra metà sarebbe andata al Paese o comunque ai finanziatori degli scavi (“partage”), e che la Sovrintendenza avrebbe avuto la priorità della scelta. Maspero invia Gustave Lefébvre come rappresentante, ma Lefébvre non è un egittologo, è un filologo. Quel 20 di gennaio Lefébvre prende dalla sua valigetta un telegramma inviato da Maspero che gli ordina di eseguire la divisione “a moitié exacte” (in due metà esattamente uguali).Borchardt aveva avuto un primo incontro con un funzionario della Società Orientale Tedesca (verbalizzato anni dopo con teutonica precisione) in cui Borchardt affermava di “voler assolutamente il busto in Germania”. Fino alla “spartizione” del busto ha fatto pubblicare una sola foto, in cui si vede poco o nulla. Stranamente, il busto non è stato neppure pulito, per stessa ammissione di Borchardt.

E i fatti terminano qui.

Quel 20 gennaio 1913, con una fretta molto sospetta per una campagna di scavi tutt’altro che conclusa, viene effettuata la spartizione, ed iniziano invece i “si dice”.

“Si dice” che Borchardt abbia preparato le due parti per la spartizione inserendo il busto sotto una voce “falsa”, qualcosa come “busto di gesso dipinto di una principessa della famiglia reale, incompiuto”. Di seguito farà riferimento al busto come alla “regina colorata”, come se fosse una cosa da bambini.

“Si dice” che il team di Borchardt abbia creato il busto per ricostruire le tecniche dello scultore Thutmose, ma che la cosa sia loro scappata di mano quando il principe Johann Georg di Sassonia, parente del Kaiser ha visitato gli scavi e ha fotografato il busto, costringendoli ad inserirlo nei reperti catalogati.

“Si dice” che Borchardt abbia blandito Lefebvre, esaltando il valore di alcuni scritti e bassorilievi presenti nell’altro lotto.

“Si dice” che il busto sia stato messo sul fondo di una cassa, coperto da un telo in una stanza poco illuminata per ingannare Lefebvre.

“Si dice” che sia stato effettuato un sorteggio, e che Borchardt abbia pagato l’addetto al sorteggio per scegliere il lotto “giusto”.

“Si dice” che la suddivisione dei reperti non sia mai stata effettuata e che Borchardt abbia semplicemente scelto cosa portare fuori dall’Egitto.

Il segretario della Società Orientale Tedesca, Bruno Güterbock, che era presente all’evento, scrive un rapporto secondo cui Lefébvre è stato prima portato in un ufficio, dove ha guardato le foto di tutti i reperti. Gli è stata mostrata un’immagine di Nefertiti che “non era esattamente la fotografia più vantaggiosa“.

Borchardt in seguito menzionò di aver scelto con astuzia il dettaglio dell’immagine “in modo che non si possa riconoscere la piena bellezza del busto, sebbene sia sufficiente confutare, se necessario, ogni successivo discorso tra terzi sull’occultamento“.

Quindi consegna a Lefébvre l’elenco preliminare che divideva i reperti. Il busto di Nefertiti è in cima alla colonna di destra, seguito da circa 25 statue in gesso. Sono indicati 11 reperti in pietra nell’altra colonna, in testa c’è una stele di Akhenaton e Nefertiti molto “appetibile” (e casualmente a Berlino ce n’era già una…). Per colmo di ironia, pare che la stele stessa sia un falso.Di fatto, qualcosa di strano deve essere successo visto che dall’anno successivo fu cambiata la normativa, e tutti i pezzi valutati come “unici” non poterono più lasciare ufficialmente l’Egitto.

Gustave Lefébvre. Se il busto è a Berlino la colpa o il merito è tutto suo. Beneditelo o maleditelo a seconda dei casi. Lo ritroveremo nella seconda parte alle prese con il suo capo, che sarà costretto a prendere una posizione.
La lista del partage firmata da Lefébvre

E di fatto, qualcosa di anomalo nel percorso del busto c’è. Tutto il materiale proveniente da Amarna viene esposto a Berlino tra il 1913 ed il 1914. Il busto no. Viene esposto solo quando il kaiser Guglielmo II fa visita al museo, e subito dopo fatto sparire di nuovo. Un indizio che il busto sia un falso inserito nel catalogo solo perché il principe Johann Georg lo aveva visto e fotografato in Egitto?

Una delle prime foto “ufficiali” del busto al sicuro in Germania. Queste foto non furono mai mostrate in Egitto prima della partenza dei reperti e per molti mesi dopo

Dopo la “famigerata” spartizione, in quel gennaio del 1913 le casse vidimate da Lefébvre partono per il Cairo; se anche Maspero avesse delle perplessità, per legge non possono più essere aperte. Nel dubbio, però, il busto viaggia in una cassa separata e finisce direttamente a casa di Borchardt. Di lì riparte tutto per Berlino dove il materiale, tranne il busto, viene esposto al Neues Museum. La leggenda tramandata dalla famiglia Simon vuole che Heinrich, il figlio di James, abbia portato personalmente il busto nel suo baule fino a Berlino.

Immaginate l’espressione (e le parolacce…) di Lacau quando vide queste immagini della “regina colorata”

Di fatto, Simon si tiene il busto nella sua villa per una decina d’anni, tranne che per una fugace apparizione alla fine del 1913 per una visita al Museo da parte del Kaiser, a cui viene promessa una copia del busto. Borchardt sostenne che non dovesse essere esposto (senza una motivazione plausibile), alimentando le voci che fosse un falso, o comunque che fosse stato esportato illegalmente (in effetti Borchardt, “invidioso” di Schiaparelli, non pubblicò una riga sul busto fino al 1923). Nel 1924, dopo la donazione ufficiale di Simon allo Stato Prussiano, fu finalmente esposto all’ Ägyptisches Museum. La data è anch’essa sospetta, una sorta di concorrenza ai reperti di Tutankhamon degli eterni rivali inglesi che avevano infiammato il mondo con una nuova ondata di egittomania.

Il busto di Nefertiti nella villa di Simon, dove rimase per una decina d’anni.

Nel frattempo, una copia del busto viene fatta per il Kaiser dalla scultrice Tina Wentcher, il che creerà ulteriori dubbi sull’originalità del busto esposto. Una seconda copia viene fatta da Richard Jenner nel 1925; Jenner annota che il busto è in pietra ricoperto da uno strato sottile di gesso. Si sorprende perché a lui avevano detto che fosse solo in gesso (retaggio del “trucco” di Borchardt?)

Il “Cortile di Amarna” al Neues Museum dopo la ristrutturazione con sfratto dei reperti greci per fare posto ai reperti di Borchardt. A destra, il busto di Nefertiti sotto una teca di vetro, ca. 1924 © Staatliche Museen zu Berlin, Zentralarchiv

Nel 1924, in coincidenza con l’esposizione a Berlino, arriva però anche la prima richiesta ufficiale di restituzione all’Egitto. La fa Pierre Lacau, il nuovo Direttore del Servizio Antichità, che non appena ha visto le foto del busto ha rischiato l’infarto. Lacau interroga anche Lefebvre, e Lefebvre cade in contraddizione. Ha ancora la lista “incriminata” ma non riesce a ricordare se avesse visto il busto o no. Ma allora, se non ha visto i reperti originali allora ha trascurato i suoi doveri. Se invece ha esaminato il busto, oltre alla colossale figura di m… Lacau non può rivendicare l’oggetto per il Cairo.

Nonostante questo, scriverà Lacau:

Il signor Lefebvre, uomo di serietà e competenza indiscussa…dichiara che il suo protocollo è stato rispettato. Poiché ci ha rappresentati legalmente, la sua firma ci vincola“.

Lacau fa quello che ogni buon “capo” dovrebbe fare: protegge le persone del suo team. Lo fa anche se Lefébvre nel momento della spartizione dipendeva da Maspero, non da lui, e lo fa sapendo che probabilmente significa rinunciare a quel busto. Merita rispetto per questo. In compenso, blocca le spedizioni tedesche in Egitto come “rappresaglia” (anche se il blocco non diventerà mai effettivo).

Nel 1929 il paradosso: il Museo del Cairo nell’impossibilità di provare di essere nel giusto offre a Berlino dei reperti (la statua di Ranofer, sacerdote di Ptah e Sokar dell’Antico Regno, e la statua di Amenhotep figlio di Hapu del Nuovo Regno) in cambio del busto. Schäfer, Direttore del Museo di Berlino, accetta. Ma la stampa tedesca riceve una “soffiata” ed alza un polverone tremendo; viene pubblicata una vignetta (vagamente razzista) in cui Schäfer è ritratto come un asino che offre Nefertiti al re egiziano Fuad I ritratto come basso e furbescamente imbroglione.

E Schafer diventa l’asino che offre il busto di Nefertiti al re egiziano Fuad I, ben lieto di imbrogliare il tedesco in questa vignetta

Schäfer rinuncia, ma questa sorta di calciomercato andrà avanti a sorti alterne fino al 4 ottobre 1933, quando il primo ministro Göring insieme a Goebbels decide di donare direttamente il busto all’Egitto nel tentativo di spostarlo dall’influenza britannica. Lo fa però senza informare Hitler, e non è una buona idea. Il Fuhrer, che non ascolta le ragioni di una mossa propagandistica, fa un cazziatone a Göring e Nefertiti rimane a Berlino. Borchardt non esulta: le origini ebree della madre lo hanno convinto all’esilio a Parigi, dove morirà nel 1938 prima dell’arrivo dei nazisti.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, il busto finisce nei sotterranei dello Zoo di Berlino, poi segue molti dei beni artistici del Reich in Turingia, dove viene requisita dagli Alleati e portato a Wiesbaden, dove i famosi “Monuments Men” del Monuments, Fine Arts, and Archives Program (MFAA) allestiscono il cosiddetto Central Collecting Point.

Wiesbaden, Germania, 10 febbraio 1946: ritrovato nella miniera di sale di Merkers in Turingia dalla III armata del generale Patton, il busto è presentato dal capitano Walter Farmer, membro della commissione Monuments Fine Arts & Archives, incaricato della protezione dei beni culturali ritrovati nelle zone di combattimento. Il capitano Farmer giocò un ruolo fondamentale per la permanenza del busto in Germania.

Il capo dei Monuments Men, il capitano Walter Farmer, riceve l’ordine di spedire negli Stati Uniti 200 opere d’arte come bottino di guerra. La “Regina Colorata” è in quell’elenco. Farmer si oppone. “Se ora inviamo opere d’arte negli Stati Uniti come bottino non siamo migliori dei nazisti“, scrive seccamente. Farmer ed il suo collega Lindsay risalgono tutta la linea di comando e riescono ad averla parzialmente vinta. Gli oggetti già in Germania prima dell’avvento del nazismo rimangono in Germania. Negli USA vanno solo dipinti sequestrati da Goebbels & C. nelle loro razzie (e rientreranno piano piano nelle loro collocazioni originali). Il busto rimane in Germania e viene esposto a Wiesbaden.

Alcuna tra le copie “ufficiali” del busto, a sinistra la prima di Tina Wentcher. Il fatto che a distanza di 3300 anni non siano riusciti ad avvicinarsi al busto di Thutmose la dice lunga sull’abilità dello scultore

Dopo la fine della guerra, una nuova battaglia tra le neonate Germania Est e Ovest per il busto vede vincitori gli occidentali. Nefertiti viene esposta al Museo di Dahlem e trasferita nel 1967 alla mostra permanente dell’Ägyptisches Museum nella Stülerbau Orientale di fronte al castello di Charlottenburg. Dopo l’unificazione delle due Germanie, l’afflusso di visitatori cresce. Il busto viene portato all’Altes Museum, dove viene allestita una stanza praticamente tutta per lui ed infine nella sua collocazione attuale al Neues Museum.

Negli anni il busto viene soprannominato dai tedeschi “Nofri”, anche se nasce negli anni ’80 un movimento spontaneo per restituirlo all’Egitto, magari organizzando un’esposizione alternata Cairo/Berlino.

Berlino risponde che il busto è “troppo fragile” per viaggiare. Peccato che nel 2003 il busto stesso venga estratto dalla sua teca e posizionato su una statua in bronzo: è l’opera di due artisti ungheresi (Andras Galik and Balint Havas) intitolata “Il corpo di Nefertiti”. Statua e video dell’evento verranno esposti alla Biennale di Venezia, facendo discretamente arrabbiare gli egiziani.

“Il corpo di Nefertiti”, l’opera di Galik e Havas per la Biennale di Venezia del 2003 che fece gridare allo scandalo gli archeologi di tutto il pianeta per aver messo a rischio il busto e fece incazz…arrabbiare non poco gli egiziani per quello che venne considerato sia un affronto alle richieste di restituzione del busto che una profanazione della figura di Nefertiti. Il corpo in bronzo è ora esposto a Varsavia

Nel 2005 l’Egitto si appella formalmente all’UNESCO, che altrettanto formalmente se ne lava le mani.

Nel 2007 non può mancare all’appello Zahi Hawass, che inserisce il busto tra i “furti subiti dall’Egitto” e ne chiede almeno l’esposizione temporanea al Cairo scrivendo:

Dato l’incommensurabile piacere e orgoglio che questo oggetto potrebbe portare agli egiziani che non hanno mai avuto l’opportunità di vederlo, sembra che sia necessaria una valutazione approfondita e imparziale da parte di un comitato scientifico per essere sicuri che ogni possibile scenario per la sua sicura esposizione in Egitto sia esaminato prima che la nostra richiesta del suo prestito venga rifiutata. Non metteremmo mai in pericolo nessuno dei nostri tesori insistendo sul fatto che viaggino contro il parere di una commissione imparziale di esperti. Tuttavia, sosteniamo che la valutazione di questi oggetti dovrebbe essere effettuata da un comitato internazionale equilibrato e diversificato, inclusi esperti dall’Egitto e da altre nazioni non occidentali”.

Wildung, all’epoca Direttore del Museo di Berlino, risponde seccamente che il busto è legalmente a Berlino e lì rimarrà.

Fine della storia?

RIFERIMENTI:

  • Helaine Silverman, Contested Cultural Heritage – Religion, Nationalism, Erasure, and Exclusion in a Global World. Springer 2010
  • Friederike Seyfried, In the light of Amarna. Ägyptisches Museum Und Papyrussammlung Staatliche Museen Zu Berlin 2013
  • Re-Examining Nefertiti’s Likeness and Life, Der Spiegel 2013

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