Iconografia

TAWERET ED IL GENIO MINOICO

A cura di Giuseppe Esposito

Siamo estremamente felici di ospitare sul nostro sito Giuseppe Esposito

Giuseppe Esposito, nato a Napoli nel 1955, è laureato in Scienze della Sicurezza Interna ed Esterna (con una tesi sulla “Sindrome di Stoccolma”), in Scienze Internazionali e Diplomatiche (con una tesi sulla “Genealogia delle ideologie terroristiche”) e in Beni Culturali (tesi sui “Rapporti tra Egeo ed Egitto nel Bronzo Tardo”).

Appassionato di egittologia e di storia è autore di “Complotti a Tebe”, un romanzo pubblicato nel 2006, finalista al “Premio Letterario internazionale Archè”, ambientato nell’Egitto della XVIII dinastia e, in particolare, dei regni di Akhenaton e Tutankhamon, e di molti articoli di storia e storia dell’arte.  


Due grandi Civiltà si contesero il primato nel Mediterraneo antico.

Mentre una di queste ci ha lasciato di se vestigia copiose, e talvolta mastodontiche, e letteratura smisurata, l’altra, più misteriosa, svanita quasi improvvisamente, ci ha tramandato pochi siti (ché del resto l’area in cui nacque, visse, prosperò e svanì non era poi così ampia), poche suppellettili, scarsa, o addirittura nulla, letteratura (se si escludono documenti di carattere prettamente amministrativo-contabile), e la statua più grande che si conosca, il c.d. Kouros di Palaikastro, è alta solo 50 cm. Se da quanto scritto sopra è facile indovinare che la prima sia la Civiltà Egizia, forse meno immediata è l’identificazione della Civiltà Micenea, prima, e Minoica poi.

Collegamenti

Eppure, tra le due Civiltà vi fu sicuramente un trasfer di idee, di religione e di arte che, in qualche modo, le accomuna. La cronologia comparata delle due Civiltà (parola che mai come in questi due casi merita la maiuscola), pur con le mille diatribe esistenti nei rispettivi ambiti di studio, ci porta indietro fino all’Età del Bronzo e ancor più indietro se è vero che già nel periodo compreso tra l’Antico Regno e il Primo Periodo Intermedio egizi (~2900-2200 a.C.), corrispondente al Prepalaziale cretese, si hanno tracce di contatti commerciali o suppellettili (specie in terra cretese) di evidente derivazione egizia. Solo per citarne una, si faccia riferimento al “Sistro di Arkanes”, un sistro che se ricalca perfettamente la forma di quelli noti dalle rappresentazioni egizie (vuole la leggenda sia stato inventato da Iside) è, di fatto, inutilizzabile come strumento musicale poiché realizzato in terracotta.

Tra il Medio Regno e il Protopalaziale cretese (~2200-1700 a.C.) aumentano a Creta le produzioni locali, con chiaro influsso egizio, di oggettistica in oro, verosimilmente proveniente dall’Egitto; decorazioni di armi ancora una volta di palese influsso egizio e, volendone indicare anche stavolta una per tutti, la presenza, nel sito, di Mallia (Quartier Mu), e segnatamente nella casa forse di un sacerdote, di una sfinge in terracotta che accomuna due caratteristiche delle Civiltà: barba e coda di decisa derivazione osiriaca, volto chiaramente minoico. Ma un altro manufatto, in un complesso templare pure dal Quartier Mu di Mallia, che richiama esplicitamente l’Egitto è un vaso in barbottina su cui campeggia, in altorilievo, un gatto la cui presenza in terra cretese non appare casuale giacché, entrambe le Civiltà, dipendevano per il sostentamento dai cereali i cui nemici erano i topi. Talché la presenza del gatto poteva significare la sopravvivenza stessa delle comunità.

TAWERET

Per entrare nel vivo dell’argomento, è necessario tuttavia presentare i “protagonisti” della vicenda, alquanto intricata in verità. Da una parte “la Grande”, la dea ippopotamo egizia che, almeno per ora, indicheremo come Taweret, dall’altra, il Genio Minoico, uno strano personaggio la cui iconografia fa riferimento principalmente alla Creta Proto e Neopalaziale.

Può essere utile partire da un assioma che pare ormai accettato in ambito accademico: Taweret[1] è la madre del Genio Minoico[2] o, meglio, il “Genio” deriva la sua iconografia da quella della dea egizia.

Lo stesso Arthur Evans riteneva che il Genio fosse un “prestito” egizio alla cultura minoica.

Ma è forse meglio andare con ordine e partire proprio da quell’ “almeno per ora” che più sopra è stato inserito prima del nome di Taweret a suggerire che altri nomi potevano, come vedremo, indicare forse la stessa dea.

Una delle diatribe che contrappongono egittologi e studiosi egei, parte da un equivoco in cui incorrerebbero questi ultimi, quello cioè di considerare come immutabile la dea Taweret nella storia egizia presentando immagini risalenti al Medio Regno unitamente ad altre dell’inizio del Periodo Tardo.

Ma chi è Taweret? Normalmente rappresentata come una femmina di ippopotamo ritta sulle zampe posteriori, gravida e con i seni penduli, la si indica come dea anche se, in realtà, nella cultura egizia più antica, era piuttosto un genio tutelare protettore delle nascite.

Può essere intanto interessante comprendere il perché di tale scelta: perché un ippopotamo collegato alla protezione delle nascite? Gli egizi ben conoscevano l’aggressività degli ippopotami maschi che, con il coccodrillo ed il leone, costituivano i tre animali più pericolosi della loro terra, ma avevano notato che la femmina di ippopotamo era molto meno aggressiva del maschio, molto amorevole con i cuccioli e scatenava tutta la sua violenza e la sua aggressività solo per proteggerli.

L’imminenza di una nascita, data anche l’alta mortalità per madre e nascituro, pur rientrando nella normalità della vita, necessitava certo di una protezione divina, ma spesso il dio locale, o un altro dio del pantheon principale, era considerato troppo importante, o troppo potente, per essere consultato per questioni minori come la nascita di un figlio[3]. Si ricorreva perciò, tra gli altri, a geni che presiedevano al parto, come Meskhenet[4] (figura 1 qui accanto), e tutelavano la madre (Taweret) ed il nascituro (il nano Bes[5]).

Un amuleto usualmente rinvenuto è un coltello sacro, o un bastone da lancio, ricavato da una zanna in avorio d’ippopotamo, recante immagini di molte divinità armate di coltelli e/o del geroglifico “sa” ( ), ovvero “protezione”, che veniva poggiato sul ventre della partoriente per allontanare il pericolo. Allo stesso geroglifico, peraltro, si appoggiano soventemente, come ad un bastone, le rappresentazioni della dea ippopotamo.

A dimostrazione della diffusione del culto di Taweret nella protezione del parto, si consideri che dei 58 coltelli sacri noti, ben 45 ne contengono la rappresentazione normalmente appoggiata, o recante, il geroglifico “sa”. La sua figura, come vedremo, risale ai tempi più antichi dell’Egitto e, specie nel Medio Regno, molti sono i nomi personali (diremmo oggi “di battesimo”) che a lei si rifanno. In special modo proprio da tali rappresentazioni sui coltelli sacri, peraltro, si fa risalire, come vedremo, una delle prove a suffragio del transito culturale Egitto-Egeo, da Taweret al Genio Minoico.

Fig. 2: un “coltello sacro” con rappresentazioni di Taweret

In principio, tuttavia, fin dai Testi delle Piramidi dell’Antico Regno, compare la dea Ipet, o Opet, un ippopotamo ritto sulle zampe posteriori, che era già protettrice delle nascite ed aveva il suo santuario nel complesso templare di Karnak, a Tebe[6].

Successivamente, durante il Medio Regno, Ipet sarà anche denominata “R(e)r(e)t”, la “scrofa”, e come tale assimilata a Nut[7] protettrice dei morti e delle necropoli.

Compito di Ipet era inoltre quello di difendere Osiride, durante il suo viaggio nella Duat[8], dagli assalti di Mesketiu, una costellazione sethiana (ovvero legata a Seth, fratello uccisore di Osiride), corrispondente all’Orsa Maggiore. Una rappresentazione di tale lotta è riportata nella tomba TT353 di Senmut a Deir el-Bahari ove la dea è rappresentata come un ippopotamo crestato con un coccodrillo sulla schiena.

Analoga rappresentazione si trova nella tomba KV17 di Sethy I nella Valle dei Re.

Fig. 3: Zodiaco dalla Sala del Sarcofago della tomba KV17 di Sethy I (particolare)

Abbiamo perciò sin qui visto varie personificazioni divine di una stessa iconografia, o comunque di una iconografia molto simile: Meskhenet, poi Ipet, ed in entrambi i casi l’animale rappresentante queste divinità è la femmina di ippopotamo, gravida, in piedi sulle zampe posteriori e con i seni penduli e, in alcuni casi, con l’ombelico pronunciato tipico delle donne in gravidanza.

Siamo così tornati a Taweret, ovvero alla divinità da cui viene in qualche modo fatto derivare il Genio Minoico. Per inciso, a conferma che Taweret è da ritenersi una divinità minore, si consideri che non esiste alcun tempio a lei dedicato. Se è pur vero, tuttavia, che non esiste una ripartizione così netta tra le dee ippopotamo e che talvolta l’una viene “confusa” con l’altra, è altrettanto vero che tutte sono rappresentate dalla femmina di ippopotamo, stante, con una cresta sulla schiena e, talvolta, con un coccodrillo che sovrasta la cresta stessa.

Proprio tale particolare, secondo gli studiosi[9], potrebbe essere il trait d’union con il Genio Minoico. Per motivare l’assonanza, la discendenza, tra i due personaggi, ma soprattutto il periodo storico in cui tale transfer potrebbe essere avvenuto, l’analisi parte proprio, come avevamo sopra già accennato, dall’evoluzione delle rappresentazioni della dea sui c.d. “coltelli sacri, o magici” e dalla “cresta” dorsale cui sopra abbiamo pure già fatto cenno. I coltelli fanno la loro comparsa, verosimilmente, intorno alla XI dinastia (~2160-1990 a.C.) ovvero ai primordi del Protopalaziale; in figura 4 l’evoluzione dell’immagine di Taweret in un periodo compreso tra il 2000 ed il 1650 a.C.[10]. Le variazioni iconografiche della dea sono state sottolineate suddividendole in “classi”[11] le cui differenti caratteristiche sono riportate nella successiva Tabella 1.

Fig. 4: L’evoluzione dell’iconografia di Taweret [12]

Tabella 1[13]: alcune caratteristiche essenziali comuni delle Taweret (da coltelli magici)

 Caratteristica2000-19501900-1800~17501750-1650
Cresta dorsaleA1-A2BCD
     – Lunga e ampia XX 
     – Intrecciata XX 
StanteXXXX
Testa leonina ?XX
Criniera leoninaXXXX
Rictus (riso forzato)XXXX
Bocca aperta   X
Ombelico pronunciatoXXX 
Seno pendulo XXX

Dal 1650 a.C. sembra che le immagini apotropaiche di Taweret scompaiano dal novero delle rappresentazioni della dea.

 Dalle immagini sopra riportate, e dalla tabella successiva, si nota che l’iconografia più antica presenta un corpo più slanciato e magro rispetto a quello dei periodi successivi in cui i caratteri tipici dell’ippopotamo diventano sempre più marcati (anche se non è da sottovalutare il fatto che le zampe posteriori, su cui la dea si erge, di fatto sono più simili a quelle di un leone che non di un ippopotamo)

I seni, comuni a tutte le rappresentazioni escluso la più antica, sono sempre penduli forse a caratterizzare la femminilità, o meglio la potenzialità nutritiva[14], piuttosto che la gravidanza; la testa è sempre circondata da una criniera leonina che tende tuttavia a ridursi con l’andar del tempo sostituita verso la fine del periodo in esame dalla testa di tale animale o da altri attributi come le zampe già sopra evidenziate. Ma la caratteristica che più viene analizzata a sottolineare il transito durante le varie fasi del Medio Regno è certamente la “cresta” dorsale che acquista quattro differenti connotazioni[15] e che diviene, così, elemento di datazione (fig. 5).

Da un lato, alcuni hanno indicato la “cresta” dorsale di Taweret come derivante dal coccodrillo che in alcune rappresentazioni, come quelle zodiacali, sovrasta la schiena della dea ma, si oppone, tale rappresentazione risalirebbe, ab origine, al 1850 a.C. circa e non si giustificherebbe, perciò la presenza della cresta anche su esempi precedenti a tale periodo.

Fig. 5: Evoluzione della cresta dorsale nelle rappresentazioni di Taweret (~2000-1650 a.C.)[16]

IL GENIO MINOICO

È tuttavia giunto il momento di fare la conoscenza con il Genio Minoico che, sin qui, non ha ancora fatto la sua comparsa iconografica e sugli elementi che ne giustificano, in qualche modo, la filiazione cui si è più volte fatto riferimento da Taweret.

Uno studio approfondito[17] si è basato su tre sigilli del Medio Minoico: HM 202 da Knossos (forse MM IIB ~1650-1600 a.C.); CMS II.5 321 e CMS II.5 322 da Festos (MM IIB).

Rinvenuta nel deposito dei geroglifici di Knossos, l’impronta di sigillo HM 202 sembra nettamente far riferimento all’iconografia della dea Taweret[18]:

Fig. 6: Genio Minoico dal sigillo HM 202 di Knossos[19]Fig. 7: Taweret, classe A2 (vedi sopra fig. 4)

La figura appare “slanciata”, come nei primi esempi sopra riportati in fig. 4; è visibile la “cresta” dorsale; appaiono anche nel Genio i seni penduli e l’ombelico pronunciato, nonché le zampe posteriori di tipo leonino. In luogo del coltello (come nell’esempio egiziano accanto riportato) il Genio regge una brocca che sembra stia offrendo con un gesto che se è solito per gli offertori egizi, non lo è per l’arte minoica di questo periodo. Anche la vegetazione che si intravede, a sinistra, è stata considerata di tipo egittizzante[20].

La postura del Genio, l’ombelico protruso, la bocca aperta che mostra i denti, la lunghezza della “cresta” dorsale (che pur non essendo l’immagine completa tuttavia ne lascia intravedere la fine), hanno spinto gli studiosi a datare questo sigillo (in base alle tipologie di Taweret sopra evidenziate) ad un periodo compreso tra il 1800 ed il 1700 a.C.

I due sigilli provenienti da Festos (CMS II.5 321 e CMS II.5 322), presentano invece immagini molto differenti:

Fig. 8: impronta del sigillo CMS II.5 321[21]Fig. 9: impronte del sigillo CMS II.5 322[22]

Il primo, CMS II.5 321 di Knossos, presenta la “cresta” dorsale sporgente oltre la testa del Genio e sembra di poter intravedere che sia intrecciata il che lo fa assimilare alle immagini di Taweret sopra indicate (fig. 4) come di “classe” C e quindi risalente al 1750 a.C.

Le impronte del sigillo CMS II.5 322 da Festos, invece, presentano testa e criniera leonina, bocca aperta apparentemente sdentata, tracce di seno pendulo al di sotto della zampa anteriore e, ugualmente, l’ormai solita “cresta” dorsale intrecciata che parte dall’altezza delle orecchie e termina fin quasi a terra. Anche in questo caso, come nel sigillo di Knossos, il Genio sta “offrendo” una brocca, ma in questo caso la vegetazione rappresentata sembrerebbe di tipo minoico. Tutti questi particolari fanno propendere per un’assimilazione al modello “classe” D databile, perciò intorno al 1750-1650 a.C. 

La presenza di una doppia impronta di questo sigillo è stato ipotizzato sia derivata da una doppia impressione dello stesso o, più probabilmente, dalla presenza di più sigilli con il medesimo soggetto.

In conclusione, le immagini ricavate dai tre sigilli investigati apparirebbero di chiara derivazione iconografica egiziana e non è possibile, nonostante specifici studi nel senso, una derivazione dall’area siro-palestinese; deve perciò intendersi il GenioMinoico come un chiaro esempio di transfer culturale tra le due Civiltà.

Roma, 05/10/2021


[1]    Ma anche: Taurt, Tuat, Taouris, Tuart, Ta-weret, Tawaret, Taueret, Θουέρις, Thouéris.

[2]    A. Evans, citato in J. Weingarten in “The transfromation of the Egyptian Taweret into the Minoan Genius”, 1991.       

[3]    Il parto riguardava esclusivamente le donne, tanto da non essere trattato neppure nei papiri medici (a meno che non insorgessero complicazioni). Il rischio di mortalità per madre e nascituro era ovviamente altissimo ed era perciò necessario il ricorso a formule magiche ed a riti che trasformavano il parto in un vero e proprio momento sacro. La donna, in prossimità dell’evento, si ritirava in una “casa, o stanza, o padiglione del parto” (di cui alcuni esempi sono stati trovati nel villaggio operaio di Deir el-Medina), decorato con rappresentazioni delle principali divinità materne tra cui Taweret, e Bes, il nano barbuto. Nel caso di Deir el-Medina era presente anche Meretseger, “Colei che ama il silenzio”, patrona della necropoli tebana e deificazione della “Cima”, o “Qurna”, che sovrasta la Valle dei Re.

[4]    Meskhenet presiedeva al parto e simboleggiava la sedia, il tripode, il mattone o il letto da parto; sua era, inoltre la responsabilità di determinare la vita del nascituro e addirittura il suo mestiere futuro. Normalmente rappresentata in sembianze femminili, recante sul capo un geroglifico che rappresentava (vedi figura) un utero bovino, assumeva anche forma animale come vacca, più raramente leone, o ippopotamo.

[5]    Dio della danza e di ogni occupazione gioiosa, teneva lontani gli incubi ed era perciò patrono del sonno, dei bambini e delle donne incinte. Forse originario del centro Africa viene rappresentato come un pigmeo dalle gambe arcuate ed è forse l’unica divinità rappresentata sempre di prospetto anziché di profilo.

[6]    Una delle feste più importanti del Tempio di Karnak era proprio la Festa di Opet in cui le due divinità principali, Amon e la sposa Mut, si univano per generare il figlio divino Montu. Dal suo canto, Amon, assimilato ad Osiride, nasceva, moriva e veniva sepolto in attesa della resurrezione a nuova vita quando, trasformatosi in Ra, diveniva il motore di ogni essere vivente.

[7]    Originariamente Nut era la dea del cielo (figlia di Shu, l’aria, e Tefnut, l’umidità, era la sorella/sposa di Geb, la terra); nel libro dei morti veniva rappresentata tra le foglie del sicomoro celeste nell’atto di porgere cibi e bevande al defunto. La dea aveva molti epiteti tra cui “la Grande” che, come abbiamo sopra visto è, peraltro, proprio la traduzione del nome della dea Taweret.

[8]    L’Oltretomba; i geroglifici che lo indicano sono una stella iscritta in un cerchio tanto che si è ipotizzato che in origine la Duat fosse localizzata in cielo e solo successivamente, con il mito terreno di Osiride, Signore della Duat, sia divenuta un luogo ctonio.

[9]    Weingarten 1991 op. citata.

[10] Weingarten 1991.

[11] Altenmüller, „Die Apotropaia und Die Goetter Mittelaegyptens“, 1965 .

[12] Weingarten 1991, fig. 4.

[13] Weingarten 1991, Table 1.

[14] Lo stesso dio Hapi, personificazione del Nilo, nonostante la mascolinità, viene rappresentato con seni penduli proprio a simboleggiare la fertilità e la potenzialità nutritive delle piene annuali.

[15] Altenmüller 1965; annotazione confermata da Weingarten, 1991, con analisi di suppellettili diverse dai coltelli magici.

[16] Weingarten 1991, fig.5.

[17] Gill, “The Minoan Genius” in “Illinois Classical Studies”, 1964.

[18] Weingarten 1991.

[19] Weingarten 1991, fig. 1.

[20] Gill 1964.

[21] Weingarten 1991, fig. 2.

[22] Weingarten 1991, fig. 3a e 3b.

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