Iconografia, Mai cosa simile fu fatta

LA FALSA PORTA: L’INGRESSO PER L’ALDILA’

Di Luisa Bovitutti

Falsa porta nella tomba di Mehu – Sakkara – VI dinastia – Teti

È un elemento architettonico in uso dall’epoca predinastica fino alla fine del Primo Periodo intermedio; la falsa porta era collocata sul lato ovest della mastaba, associato al mondo dei morti, e raffigurava una simbolica porta che metteva magicamente in comunicazione il mondo dei vivi e l’Aldilà e permetteva al Ka del defunto di raggiungere la tomba per raccogliere quanto veniva depositato sulla tavola delle offerte.

Le false porte della principessa Uhemnefret – Giza – IV dinastia – Museo Egizio di Torino (a sinistra) e nella piramide di Djoser – Sakkara – III dinastia (a destra)

In epoca predinastica essa era solo dipinta sulla parete ed era situata vicino ad una nicchia nel muro ove venivano deposte le offerte votive, ma verso la III dinastia nacque la falsa porta propriamente detta, costruita in legno oppure in piccoli blocchi di pietra o in mattoni crudi; si trattava di una porta molto alta, con i battenti sprangati o con facce piane su cui erano tracciate iscrizioni.

Falsa porta nella tomba di Nefer – Sakkara – V dinastia – Niuserre

Con la IV dinastia essa venne generalmente utilizzata in tutte le tombe, e divenne una lastra di pietra verticale sulla quale venivano scolpite le varie parti e gli stipiti, la cui disposizione subì nel tempo una serie di modifiche, tanto che oggi l’analisi delle caratteristiche della falsa porta permette la datazione della tomba nella quale è collocata.

A sinistra: falsa porta nella tomba di Shendwa – Sakkara – VI dinastia – Pepi II. A destra: falsa porta nella tomba di Perneb – Sakkara – V dinastia – Isesi o Unas – MET New York

Fino almeno alla metà della V dinastia essa veniva collocata in rilievo sulla superficie della parete tombale e presentava stipiti di lunghezza diversa, recanti l’immagine del defunto di diverso formato; cominciava inoltre ad apparire la modanatura superiore.

Falsa porta nella tomba di Ika – Sakkara – V dinastia

Con la sesta dinastia la falsa porta viene inserita in una nicchia della parete ovest; essa aveva una modanatura a toro ed era sormontata da una cornice a cavetto dipinta che simboleggiava la casa del defunto; sotto di essa, tra gli stipiti laterali (inscritti con i titoli del defunto e con formule di offerta e spesso inseriti in più coppie sovrapposte per dare l’idea della profondità), era scolpito un tamburo semicilindrico che rappresentava una stuoia arrotolata, ad imitazione della più antica chiusura delle abitazioni egizie.

Falsa porta nella tomba di Kaipure – V / VI dinastia – Penn museum Filadelfia (sinistra) e falsa porta di Sameri – fine V dinastia – Museo archeologico di Bologna

Ancora più in basso, sul pannello centrale, vi era la stele funebre con una scena raffigurante il defunto, spesso seduto davanti alla tavola imbandita, e con le tradizionali formule e la lista degli alimenti che egli avrebbe utilizzato qualora non fossero state effettuate offerte; talvolta i proprietari della tomba collocavano la propria statua nella nicchia centrale della falsa porta.

Falsa porta di Ipi – Primo periodo intermedio – Heracleopolis Magna (sinistra) e falsa porta nella tomba di Idut – Giza – VI dinastia – Pepi I (destra)

Un altro rinnovamento della fine della VI dinastia fu la comparsa degli “occhi” sulle false porte, destinati a consentire al defunto di guardare verso la cappella della tomba per vedere i visitatori e per assistere alle funzioni.

Dopo il Primo Periodo Intermedio le false porte vennero sostituite dalle stele funerarie pur continuando ad essere dipinte sui sarcofagi.

A sinistra: falsa porta dalla tomba di Neferu – Primo periodo intermedio – Metropolitan museum New York. A destra: falsa porta nella tomba di Ni-Ankh-Snefru detto Fefi – VI dinastia – Teti – North Carolina Museum of Art di Raleigh.

Fonti:

Iconografia

L’IPPOPOTAMO MASCHIO

A cura di Luisa Bovitutti

In alto: Paletta a forma di ippopotamo. Periodo predinastico Naqada II, 3650–3300 B.C. – Museum of fine arts – Boston

Graffito rupestre preistorico nel Wadi Mathendous, sito nel deserto libico

Nell’antichità l’”Hippopotamus amphibius” era molto diffuso lungo la valle del Nilo, in particolare nel Delta e nel Fayyum; come si è visto la femmina era considerata una divinità benefica e protettiva, ma il maschio era temuto perché portava devastazione nelle coltivazioni divorando i raccolti e quando si sentiva minacciato attaccava anche l’uomo in modo imprevedibile e capovolgeva le barche, costituendo un vero pericolo per la navigazione.

Il pachiderma è ampiamente rappresentato in epoca predinastica: esso compariva sui bordi del vasellame, ispirava la forma delle palette portacosmetici e veniva disegnato sulle ciotole del tipo bianco a righe incrociate risalenti all’epoca naqadiana, caratterizzati da figure disegnate in bianco sullo sfondo rosso mattone della ceramica.

Ciotola predinastica – Museo di Manchester.

La ciotola è stata scoperta nel sito di el-Mahasna nel corso di uno scavo sponsorizzato dall’Egypt Exploration Fund (EEF) guidato dagli archeologi britannici Edward Russell Ayrton e WLS Loat durante la stagione 1908-9. Essa si trovava nella grande e ricca tomba H.29, insieme a molti altri oggetti di pregio (come avorio intagliato, perline di pietra, malachite e tavolozze di grovacca).

In alcuni casi esso compare come semplice elemento decorativo, da solo o accanto a pesci e coccodrilli che popolavano gli ambienti palustri tipici delle rive del Nilo, ma in molte scene viene rappresentata la sua caccia; esso forniva la carne, ma anche la pelle che veniva usata per costruire gli scudi, il grasso, utile nella preparazione di medicamenti e l’avorio delle zanne con il quale si realizzavano preziosi manufatti.

Ciotola con ippopotami- Periodo Predinastico Naqada I, 3850-3650 a. C. – Ritrovata a Mesaid, Tomba 26. Boston- Museum of Fine Arts.
Gli ippopotami sono stilizzati e occupano lo spazio tra le linee ondulate concentriche della rosetta centrale che rappresentano l’acqua, e le linee a zigzag attorno al bordo che suggeriscono scogli. Il manufatto è realizzato con argilla rossastra di limo del Nilo, brunito, rivestito con un sottile strato rosso e quindi decorato con motivi lineari in vernice bianca.

Gli studi archeozoologici hanno tuttavia mostrato che la caccia aveva un’importanza relativa nell’economia dell’epoca, per cui, forse, l’immagine aveva già assunto il significato simbolico che si delineerà in modo deciso nel corso delle prime dinastie.

Caccia all’ippopotamo – circa. 3700-3450 a. C. – Predinastico, tardo Naqada I-inizio Naqada II, in mostra al Met di New York
L’uomo tiene le corde legate a due arpioni conficcati nel muso del grande ippopotamo che gli sta di fronte.

Le scene sui vasi cui si è fatto cenno sono sommariamente tracciate; talvolta il cacciatore non compare nemmeno, ma si vede l’animale ferito dall’arpione, reso con un segmento dritto che esce dal suo corpo e che continua con un altro segmento ondulato che termina con un cerchio concentrico – la corda legata alla punta dell’arma ed arrotolata all’altra estremità che consente al cacciatore di trattenere la preda -.

Un uomo su di una barca caccia un ippopotamo; accanto vi è un coccodrillo. 3900-3650 aC – Predinastico, Naqada I. MET di New York.
Caccia all’ippopotamo – Lino di Gebelein – Museo egizio di Torino

Questa immagine si è rilevata anche su di una paletta romboidale in ardesia risalente al 4000 – 3500 a. C. e conservata al Medelhavsmuséet di Stoccolma, su di un tessuto di lino trovato a Gebelein datato attorno al 3600 – 3350 a. C. ed ora esposto al Museo egizio di Torino e sulle pareti rocciose che costeggiano il Nilo e gli uadi dei deserti orientali e occidentali, 8000 anni fa abitati dai progenitori degli antichi egizi, migrati verso il Nilo a causa del progressivo inaridimento dell’area.

Caccia all’ippopotamo – paletta di Stoccolma. Sulla parte destra della paletta si nota un uomo su una barca che arpiona un ippopotamo e all’estremità sinistra c’è un altro pachiderma.

In epoca protodinastica la caccia all’ippopotamo compare su alcune placchette commemorative risalenti al regno di Den, ove si nota il sovrano, riconoscibile perché indossa la corona rossa, che caccia il pachiderma già trafitto da diversi arpioni o che lo affronta a mani nude (immagine sottostante).

Impronta di un sigillo cilindrico proveniente dalla tomba di Den ad Abydos – Müller 2008, Abb. 3

Combatterlo ed ucciderlo era un atto rituale che sottolineava il coraggio, la forza ed il primato del sovrano e gli permetteva di appropriarsi del potere distruttivo dell’animale e di realizzare il suo compito principale come Faraone: mantenere la Ma’at e prevalere sul caos che esso rappresentava.

Il numero di simili targhette e più in generale le molteplici fonti risalenti a questo periodo hanno indotto ad ipotizzare che l’uccisione simbolica o effettiva del pachiderma da parte del re facesse parte di un rituale che si svolgeva annualmente, nel corso del quale egli doveva affermare la sua supremazia dimostrando di essere un capo forte ed intrepido.

La rappresentazione della caccia all’ippopotamo da parte del sovrano permane per tutto il periodo faraonico fino all’epoca tarda; la scena è attestata per la prima volta nel tempio funerario di Userkaf, dove è rimasto un frammento che mostra la mano del re che tiene corde e galleggianti, ed essa si trovava anche sulla parete della sala d’ingresso del tempio funerario di Pepy II (si vedano le immagini qui sotto), ed è stata ricostruita dai pochi frammenti sopravvissuti del rilievo parietale.

Il re in piedi su una grande barca di papiro occupava tutta l’altezza del muro ed è ritratto nel momento in cui sta per lanciare un arpione contro l’animale, il quale si gira verso di lui con le fauci spalancate a mostrare le zanne; nell’altra mano tiene le corde legate alle punte di altri arpioni giunti a bersaglio; l’avvoltoio Nekhbet si libra sopra il re ed è seguito dal suo ka in forma di stendardo; di fronte al sovrano ci sono due stendardi preceduti da due uomini, identificati come il figlio maggiore del re ed Ihy, supervisore del complesso piramidale. A sinistra e a destra del rilievo principale e sopra l’ippopotamo ci sono diversi registri con file di funzionari. Dietro il re, nel registro più basso, un ippopotamo legato ad una slitta viene trainato da una squadra di sei uomini.

Essa si trova ampiamente anche sulle pareti delle tombe private dall’Antico regno in poi, anche in questo caso rappresentata secondo canoni piuttosto standardizzati che hanno permesso di ricostruire molte scene parzialmente perdute; quando il cacciatore è un privato cittadino, tuttavia, l’immagine assume un significato differente in quanto la vittoria del defunto sull’ippopotamo implica il prevalere sulle forze ostili ed incontrollate e la sua rinascita nell’aldilà.

A Giza ed a Sakkara la scena tradizionale comprende il defunto di grandi dimensioni che si trova su di una piccola imbarcazione accanto ai suoi servi che cacciano per lui, esponendosi al pericolo.

Le più famose e complete raffigurazioni della caccia all’ippopotamo dell’Antico Regno si trovano nelle mastabe di Ti, di Kagemni, di Mereruka e di Idut a Sakkara.

LA MASTABA DI TI

La rappresentazione più famosa della caccia all’ippopotamo si trova nella mastaba di Ti a Sakkara.

Ti visse durante la V dinastia; pur non essendo di nobili origini sposò una principessa e grazie ai propri meriti diventò ricco e potente: fu nominato “amico unico del Re” Neferirkara Kakai della V dinastia e rivestì, all’apice della sua carriera, il ruolo di Maestro di Palazzo, architetto del faraone, sacerdote di Ptah ed amministratore dei possedimenti funerari reali.

Egli, in posa eroica, compare a bordo di una barca che sta navigando lungo il Nilo, rappresentato come una serie di linee a zigzag blu nelle quali nuota una grande varietà di pesci; sulla destra della scena si trova un gruppo di ippopotami.

Davanti a lui, a prua, vi sono quattro servi, due dei quali sono pronti a scagliare le loro armi; l’ippopotamo anteriore, già ferito da cinque arpioni, si gira inferocito verso i suoi avversari e spalanca le fauci. Un altro, pur essendo già stato colpito da due arpioni trattenuti da un terzo servo ha azzannato un coccodrillo, che tenta di mordergli una zampa; una femmina spaventata si volge verso un esemplare più giovane.

LE MASTABA DI KAGEMNI E MERERUKA A SAKKARA

Kagemni visse durante la VI dinastia; genero del re Teti, fu Capo della Giustizia e Visir e si fece costruire a Saqqara una splendida tomba vicino alla piramide del suo re. La raffigurazione della caccia all’ippopotamo rispecchia fedelmente i canoni della tradizione (vedi immagine sotto).

Mereruka fu il successore di Kagemni nel ruolo di visir; sposò la primogenita di Teti e divenne il personaggio più potente dopo il faraone, ottenendo anche il titolo di Capo dei sacerdoti della piramide di Teti, Governatore del Palazzo e Sovrintendente degli scribi del Registro reale.

Le pareti nord e sud della sua mastaba sono decorate con scene ambientate nelle paludi lungo le rive del Nilo, analoghe a quelle della tomba di Kagemni; il registro inferiore è occupato dalla rappresentazione del fiume che ospita una varietà di pesci, ippopotami e coccodrilli molto ben conservato, mentre l’immagine di Mereruka è piuttosto danneggiata.

Sulla parete nord il dignitario è raffigurato accanto alla moglie su di una leggera barca di papiro mentre sta pescando con un arpione: su di un’altra barca tre servi stanno cacciando gli ippopotami, due di essi scagliando arpioni contro gli animali già feriti, un terzo brandendo un bastone con il quale cercherà di stordirli (vedi foto sopra).

LA MASTABA DI ANKHTIFI A MO’ALLA E LA TOMBA DI AMENEMHAT A GURNA

L’iconografia della caccia all’ippopotamo persiste anche nel corso del primo periodo intermedio: Ankhtifi, nomarca del 3’ nomo dell’Alto Egitto fedele al monarca di Heracleopolis si fa raffigurare nella sua tomba a Mo’alla (poco più a sud di Luxor) insieme ai due figli, mentre caccia in prima persona, stando a bordo di una barca; il dipinto è molto danneggiato e ne rimangono solo tracce.

Il defunto trafigge il pachiderma, che rappresenta il malvagio Seth, alla schiena, al posteriore ed alla testa: questa uccisione rituale si svolgeva ad Hefat durante la festa in onore del dio falco Hemen, citato nei testi delle piramidi e spesso unificato con Horus, nel corso della quale il simulacro della divinità veniva portato in processione ed i marinai organizzavano una specie di giostra nautica.

La caccia all’ippopotamo è rappresentata nel Nuovo Regno anche nella tomba di Amenemhat, un importante dignitario tebano che portava i titoli di Assistente del visir, Scriba contabile del grano del granaio delle divine offerte di Amon, Supervisore delle terre arate e “Più anziano del cortile esterno” (forse una carica di natura religiosa); egli visse durante il regno di Thutmose III e fece predisporre la sua tomba (la TT82) nella necropoli di Tebe, a Sheikh Abd el-Gurnah.

Amenemhat è rappresentato in piedi su di una barca, forse accompagnato dalla moglie e dalle figlie. Dietro di lui, collocati su più registri, lo assistono i suoi figli o i servitori, dei quali sopravvive solo un frammento; il cacciatore tiene il suo arpione nella mano destra e sta per colpire l’animale. Nella sinistra tiene le funi legate alle punte degli arpioni con i quali ha già colpito l’ippopotamo, rappresentato più piccolo di lui e dipinto in rosso, che è il colore di Seth; l’animale volta le spalle al cacciatore, ma volge le fauci aperte verso di lui, mostrando la sua furia; sullo sfondo, un boschetto di papiri e di giunchi assolutamente delizioso.

Anche qui il defunto che uccide l’ippopotamo è assimilato al dio Horus, eterno nemico di Seth; solo dopo averlo sconfitto Horus, erede legittimo di Osiride, potrà salire sul trono del padre, così come Amenemhat, ucciso il pachiderma, potrà entrare nell’Aldilà garantendosi la possibilità di rinascita.

LO SCONTRO TRA HORUS E SETH

La caccia all’ippopotamo è assimilata alla lotta di Horus contro il suo nemico Seth e, di conseguenza, rappresenta l’eterno scontro tra l’ordine ed il caos, tra il bene ed il male.

Il papiro Chester Beatty I, risalente alla XX dinastia e custodito nella omonima libreria di Dublino, racconta che nel corso della contesa tra le due divinità per il trono d’Egitto l’usurpatore Seth sfidò il nipote in una prova di resistenza sott’acqua ed entrambi si trasformarono in ippopotami; Seth fu ferito con un arpione da Iside, che voleva aiutare il figlio e che solo all’ultimo si impietosì e rinunciò a dargli il colpo di grazia, perché la vittoria del bene sul male non è mai completa e definitiva.

“E l’Enneade parlò a Seth: “Perché sei adirato? Non dobbiamo fare come abbiamo detto io, Atum, signore delle due terre di Heliopolis, e Ra-Harakhti?” e posero la Corona Bianca sulla testa di Horus, il figlio di Iside.

E Seth gridò ad alta voce davanti all’Enneade, si irritò e disse: “Dovrebbe il trono essere consegnato al mio fratellino, mentre io, suo fratello maggiore, sono vivo?”

Allora egli fece un giuramento, dicendo: “Toglieranno la corona bianca dalla testa di Horus, il figlio di Isis, e lo getteranno in acqua, affinché io possa contendere con lui la carica di sovrano”.

Allora Ra-Harakhti fece di conseguenza. E Seth parlò ad Horus: “Vieni, trasformiamoci in due ippopotami, e immergiamoci nelle acque che sono nel Grande Verde. E chi emergerà entro tre mesi, a lui non sarà dato questo ufficio”.

Quindi i due si immersero. E Iside sedette piangendo e disse: “Seth ha ucciso Horus, mio figlio”.

Poi prese del filo e fece una corda, e prese una libbra di rame e la fuse in un arpione, vi legò la corda e lo gettò nell’acqua dove Horus e Seth si erano tuffati. E l’arpione colpì la maestà di suo figlio Horus. E Horus gridò ad alta voce, dicendo: “Vieni a me, madre Iside, madre mia! Chiama il tuo arpione affinché esca da me. Io sono Horus, il figlio di Iside”.

E Iside gridò ad alta voce, e disse all’arpione: “Esci da lui; ecco, è mio figlio Horus, mio figlio”.

Ed il suo arpione uscì da lui. Poi lo gettò di nuovo nell’acqua, ed esso si infisse nella maestà di Seth. E Seth gridò ad alta voce, dicendo: “Che cosa ho fatto contro di te, mia sorella Iside? Chiama il tuo arpione affinché esca da me, perché io sono tuo fratello da parte di madre, o Iside”.

Allora ella ebbe compassione di lui oltremodo.

E Seth la chiamò, dicendo: “Amavi tu lo straniero più di quanto tu ami tuo fratello da parte di madre, anche Seth”.

E Iside chiamò il suo arpione, dicendo: Esci da lui; ecco, è il fratello di Iside da parte di madre colui nel quale tu ti sei infisso”. Al che l’arpione uscì da lui.

Allora Horus, figlio di Iside, si adirò con Iside, sua madre, uscì (dall’acqua n.d.r.), e la sua faccia era selvaggia come una pantera dell’Alto Egitto, e la sua mannaia di sedici libbre era nella sua mano”. E tagliò la testa di sua madre Iside.

“Horus in battle”, illustrazione di Evelyn Paul, in Stories of Egyptian gods & heroes, di F.H. Brooksbank, New York, 1920

Sempre il medesimo papiro racconta un altro episodio della contesa tra Horus e Seth, nella quale quest’ultimo si trasforma in un ippopotamo e cerca di avere la meglio sul nipote, non rassegnandosi al fatto che l’Enneade lo ritenesse più meritevole di lui del trono d’Egitto; anche in questo caso viene salvato dall’intervento degli Enneadi, che riescono ad evitare che Horus lo uccida.

E Seth si arrabbiò moltissimo, e gridò ad alta voce quando gli Enneadi dissero: Horus è nel giusto e Seth è nel torto.

E Seth fece un grande giuramento a Dio, dicendo: Io non gli darò il trono finché non si sarà battuto con me. E noi ci costruiremo delle navi di pietra, e navigheremo intorno, noi due. E a chi prevarrà sul suo compagno daranno la carica di sovrano.

Allora Horus costruì per sé una nave di cedro, la ricoprì di gesso e la mise in acqua al tramonto, e nessun uomo in tutta la terra ne aveva mai vista una simile.

Seth vide la nave di Horus e credette che fosse di pietra. Ed egli andò sulla montagna e tagliò un picco della montagna, e costruì per sé una nave di pietra di centotrentotto cubiti.Poi salirono a bordo delle loro navi in presenza dell’Enneade.

Allora la nave di Seth affondò nell’acqua.

E Seth si trasformò in un ippopotamo, – e fece affondare la nave di Horus. Allora Horus prese il suo arpione e lo lanciò contro la maestà di Seth. Allora gli Enneadi gli parlarono: Non lanciarlo contro di lui.

Tempio di Edfu, Horus con l’arpione cerca di colpire Seth trasformato in ippopotamo

LA DISPUTA TRA APOPHIS E SEQENENRE

L’ippopotamo compare con un significato simbolico anche nella “Disputa tra Apophis e Seqenenre”, un racconto risalente alla XIX dinastia pervenutoci tramite il papiro Sallier I che descrive in modo fantasioso come ebbe inizio il conflitto tra Apophis, sovrano degli Hyksos che regnava ad Avaris, e Seqenenre, signore di Tebe, nel quale quest’ultimo venne ucciso ma che si concluse con la riconquista di tutto l’Egitto ad opera dei suoi successori Kamose ed Ahmose, quest’ultimo fondatore della XVIII dinastia.

La storia racconta che l’Egitto era una terra divisa e che Apophis aveva abbracciato il culto di Seth rifiutando gli altri dei, così alterando l’equilibrio che il sovrano aveva il dovere di mantenere.

Egli mal tollerava la presenza del rivale nel sud del paese, e con l’intento di creare un casus belli decise di provocarlo mandandogli un messaggio nel quale si lamentava perché un gruppo di ippopotami che vivevano in uno stagno nei pressi di Tebe, a quasi 1.200 km. dalla sua capitale, strepitava così forte da impedirgli di dormire la notte.Il re tebano rimase stupefatto di fronte a tanta impudenza, ma non sappiamo cosa rispose perché il testo successivo è andato perduto: è comunque certo che egli si armò e diede inizio alla guerra di riconquista.

Il racconto si presta a più interpretazioni: forse gli ippopotami, simbolo di Seth, rappresentavano gli Hyksos che lo riconoscevano come suprema divinità, e Seqenenre era velatamente accusato di incapacità di governare il caos? O forse il biasimo era rivolto ad Apophis, che portava il nome del serpente malvagio e pur adorando Seth cercava di zittire i pachidermi?

“Una volta accadde che la terra d’Egitto fosse in afflizione perché non c’era un unico re. Arrivò un giorno in cui era Sovrano della città meridionale (Tebe) il re Seqenenre.

Il principe Apophis era in Avaris, e l’intera terra gli pagava tributi, gli corrispondeva le tasse e anche il nord gli portava ogni buon prodotto del Delta.

Poi il re Apophis adottò Seth come signore e si rifiutò di servire qualsiasi altro dio sulla terra tranne Seth. Costruì un tempio di pregevole e solida fattura accanto al suo palazzo, ed ogni giorno si alzava all’alba per sacrificare a Seth, mentre i suoi funzionari portavano ghirlande, esattamente come si pratica nel tempio di Ra-Harakhti.

Ora Re Apophis desiderava inviare un messaggio provocatorio a Re Seqenenre, Principe della Città del Sud. …Allora i suoi scribi, i saggi e gli alti funzionari proposero: “Il sovrano, nostro signore, esige che tu ritiri gli ippopotami dallo stagno che si trova ad est della Città perché essi non permettono di dormire né di giorno né di notte, e il loro ruggito arriva fin nelle orecchie dei nostri cittadini. …

Molti giorni dopo il re Apophis, inviò al principe della città meridionale la richiesta che i suoi scribi e saggi avevano predisposto per lui. E quando il messaggero del re raggiunse il principe della città meridionale, fu portato alla sua presenza. Allora Sekenenre disse al messaggero del re Apophis: Perché sei stato mandato nella Città del Sud? Perché sei venuto in viaggio qui? Il messaggero allora gli disse: È il re Apophis che mi ha inviato per dirti: “Ritira gli ippopotami dallo stagno che si trova a est della città, perché non lasciano dormire né di giorno né di notte ed il loro ruggito arriva fin nelle orecchie dei suoi cittadini”.

Allora il principe della città meridionale rimase stupefatto per così tanto tempo che non fu in grado di dare una risposta al messaggero del re Apophis. Alla fine il Principe della Città del Sud gli disse: Il tuo Signore da Avaris ode gli strepiti che provengono dallo stagno degli ippopotami che si trova ad est della Città del Sud?!?!? Allora il messaggero gli disse: Esegui l’ordine per il quale mi ha mandato. Poi il Principe della Città del Sud dispose che il messaggero del re Apophis, fosse accudito con cose buone: carne, dolci,….Il Principe della Città del Sud gli disse: Va’ e di’ al tuo signore: “Tutto ciò che gli dirai, lo farà”. Allora il messaggero del re Apophis si mise in viaggio verso il luogo ove si trovava il suo signore.

Così il principe della città meridionale fece convocare i suoi alti funzionari ed i suoi ufficiali e riferì loro il messaggio inviatogli dal re Apophis. Poi rimasero tutti a lungo in silenzio, senza potergli rispondere, bene o male che fosse.

Poi re Apophis mandò a…

WILLIAM THE HIPPO, LA MASCOTTE DEL MET

VALORE SIMBOLICO DELLE STATUETTE IN MAIOLICA RAFFIGURANTI L’IPPOPOTAMO

Metropolitan Museum di New York: WILLIAM THE HIPPO!

Nel 1917, il MET di New York acquistò il piccolo ippopotamo di maiolica egizia blu che vedete qui sopra, rinvenuto in una tomba di Meir e risalente al Medio regno (XII dinastia).

Nel 1931 un certo capitano HM Raleigh raccontò sulla rivista comica PUNCH di possedere una copia della statuetta e spiegò che era solito consultare l’animale per le decisioni familiari, perché con l’espressione del muso e con l’atteggiamento esso era in grado di esprimere il suo parere: la storia ebbe successo e da allora l’ippopotamo divenne la mascotte del museo e fu ufficialmente chiamato WILLIAM, così come l’aveva battezzato il Capitano.

Le statuette in maiolica raffiguranti l’ippopotamo, di dimensioni variabili tra i 9 ed i 23 centimetri di lunghezza, vennero realizzate soprattutto nel Medio Regno e nel secondo periodo intermedio per essere collocate nelle tombe; poiché gli egizi temevano il gigantesco pachiderma e credevano che la sua raffigurazione potesse magicamente animarsi e costituire una minaccia, probabilmente ne rompevano le zampe per eliminarne il potenziale distruttivo e talvolta disegnavano sulla sua schiena delle bande trasversali che rappresentavano corde destinate ad imbrigliarne la pericolosità.

Così facendo, esso assumeva una valenza esclusivamente positiva e propiziava la rinascita del defunto: l’artista dipingeva in nero sul corpo dell’ippopotamo boccioli di loto, fiori e canne, rane, uccelli acquatici e libellule che riproducevano il suo ambiente naturale, ed il suo colore blu brillante, in aperto contrasto con la rappresentazione realistica delle sue forme, evocava sia il fiume Nilo fonte di vita che le acque del Noun dal quale il sole era sorto il mattino della creazione. L’ippopotamo inoltre era associato al sole ed al suo ciclo eterno, nonché alla rigenerazione ed alla rinascita, in quanto è solito immergersi, riemergere per respirare e sparire nuovamente sott’acqua, magari lasciando intravedere solo la sua parte posteriore che potrebbe aver ricordato agli egizi il tumulo primordiale.

Nelle collezioni di tutto il mondo sono conservati quasi cento di questi ippopotami in maiolica; solo di pochi, tuttavia, è nota la provenienza in quanto non è stato documentato l’esatto contesto archeologico di ritrovamento.

IPPOPOTAMO DIPINTO SU CALCARE – OGGI CONSERVATO AL METROPOLITAN MUSEUM DI NEW YORK

Questo ostrakon in calcare bianco è alto 12 cm e largo 10,5 cm risale ai regni di Hatshepsut e Thutmosis III; fu scoperto a Deir el-Bahari da Herbert Eustis Winlock durante la stagione di scavi 1922-1923 del Metropolitan Museum of Art di New York, in quello che fu chiamato “Hatshepsut Hole”.

Si tratta di una depressione situata ad est del vasto cortile del tempio di Mentouhotep II che nell’antichità serviva da deposito per la statuaria spezzata.

Dovendo edificare la strada rialzata che conduceva al tempio di Thutmosis III, l’area venne poi livellata utilizzando come materiale di riempimento molteplici piccole statue inginocchiate di Hatshepsut, detriti di costruzione e oggetti votivi eliminati dal santuario di Hathor.

Tra il 1923 e il 1931, furono rinvenute decine di migliaia di frammenti – alcuni che pesavano più di una tonnellata, altri più piccoli di un pugno – che furono recuperati e ordinati.

https://www.metmuseum.org/art/collection/search/547746

FONTI:

Iconografia

L’IPPOPOTAMO FEMMINA – LA DEA TUERIS O TAWERET

A cura di Luisa Bovitutti

L’ippopotamo femmina era simbolo di fecondità e fu divinizzata con i nomi di Ipet (‘harem’), Reret (‘la scrofa’) e Tueris (‘grande’) che alla fine assimilò le altre due versioni.

Museo egizio di Torino – XIX dinastia

Tueris o Taweret (il nome ha molteplici altre varianti) fu una divinità domestica ed apotropaica molto popolare; nell’Antico Regno apparve come madre e nutrice divina del Faraone, poi divenne patrona delle partorienti, dei bambini e delle donne incinte e vegliava sul sonno.

Nel Medio Regno e ancora di più nel Nuovo Regno la sua immagine fu utilizzata per adornare oggetti magici in avorio di ippopotamo probabilmente usati nei rituali associati alla nascita e alla protezione dei bambini; Hatshepsut la rappresentò come presente alla sua nascita divina ed i sovrani tolemaici la raffigurarono insieme a Bes sulle pareti esterne dei templi per tenere a bada le forze del male.

1400 – 400 a. C. – oro – galleria Bollinger – Londra

Come dea della fertilità e dell’inondazione veniva definita “La signora del cielo”, “La padrona dell’orizzonte”, “Lei che rimuove l’acqua”, “La padrona dell’acqua pura” e “La signora della casa natale”.

Nel Nuovo Regno la sua immagine veniva spesso usata negli zodiaci per rappresentare una costellazione del nord (si vedano ad esempio le tombe di Senenmut e di Seti I).

Epoca tolemaica – faience – MET New York

Con il tempo assunse anche il ruolo di divinità funeraria, evidenziato dalla pratica comune di collocare ippopotami decorati con flora palustre (come William, per intenderci) in tombe e templi con lo scopo di facilitare il processo di rinascita dopo la morte.

Essa veniva raffigurata come una femmina di ippopotamo ritta su zampe posteriori leonine, incinta e con i seni penduli, appoggiata al nodo protettivo sa, simbolo della protezione magica (una stuoia arrotolata e legata) e con una coda di coccodrillo sul dorso; indossava un copricapo con le corna e il disco solare di Hathor e talvolta teneva in mano anche altri simboli di protezione come l’ankh, il flabello, una fiaccola, un coltello o serpenti velenosi.

Fin dal periodo predinastico si usarono amuleti protettivi con le sembianze di ippopotami femmine (3000–2686 a.C. circa) e la tradizione di fabbricarli e di indossarli continuò fino all’epoca romana (390 d.C.).

Museo del Cairo – proveniente dalla cappella di Osiride Nedbjet a Karnak. Scisto, XXVI din, h. 95 cm.

FONTI: 

Iconografia

TAWERET ED IL GENIO MINOICO

A cura di Giuseppe Esposito

Siamo estremamente felici di ospitare sul nostro sito Giuseppe Esposito

Giuseppe Esposito, nato a Napoli nel 1955, è laureato in Scienze della Sicurezza Interna ed Esterna (con una tesi sulla “Sindrome di Stoccolma”), in Scienze Internazionali e Diplomatiche (con una tesi sulla “Genealogia delle ideologie terroristiche”) e in Beni Culturali (tesi sui “Rapporti tra Egeo ed Egitto nel Bronzo Tardo”).

Appassionato di egittologia e di storia è autore di “Complotti a Tebe”, un romanzo pubblicato nel 2006, finalista al “Premio Letterario internazionale Archè”, ambientato nell’Egitto della XVIII dinastia e, in particolare, dei regni di Akhenaton e Tutankhamon, e di molti articoli di storia e storia dell’arte.  


Due grandi Civiltà si contesero il primato nel Mediterraneo antico.

Mentre una di queste ci ha lasciato di se vestigia copiose, e talvolta mastodontiche, e letteratura smisurata, l’altra, più misteriosa, svanita quasi improvvisamente, ci ha tramandato pochi siti (ché del resto l’area in cui nacque, visse, prosperò e svanì non era poi così ampia), poche suppellettili, scarsa, o addirittura nulla, letteratura (se si escludono documenti di carattere prettamente amministrativo-contabile), e la statua più grande che si conosca, il c.d. Kouros di Palaikastro, è alta solo 50 cm. Se da quanto scritto sopra è facile indovinare che la prima sia la Civiltà Egizia, forse meno immediata è l’identificazione della Civiltà Micenea, prima, e Minoica poi.

Collegamenti

Eppure, tra le due Civiltà vi fu sicuramente un trasfer di idee, di religione e di arte che, in qualche modo, le accomuna. La cronologia comparata delle due Civiltà (parola che mai come in questi due casi merita la maiuscola), pur con le mille diatribe esistenti nei rispettivi ambiti di studio, ci porta indietro fino all’Età del Bronzo e ancor più indietro se è vero che già nel periodo compreso tra l’Antico Regno e il Primo Periodo Intermedio egizi (~2900-2200 a.C.), corrispondente al Prepalaziale cretese, si hanno tracce di contatti commerciali o suppellettili (specie in terra cretese) di evidente derivazione egizia. Solo per citarne una, si faccia riferimento al “Sistro di Arkanes”, un sistro che se ricalca perfettamente la forma di quelli noti dalle rappresentazioni egizie (vuole la leggenda sia stato inventato da Iside) è, di fatto, inutilizzabile come strumento musicale poiché realizzato in terracotta.

Tra il Medio Regno e il Protopalaziale cretese (~2200-1700 a.C.) aumentano a Creta le produzioni locali, con chiaro influsso egizio, di oggettistica in oro, verosimilmente proveniente dall’Egitto; decorazioni di armi ancora una volta di palese influsso egizio e, volendone indicare anche stavolta una per tutti, la presenza, nel sito, di Mallia (Quartier Mu), e segnatamente nella casa forse di un sacerdote, di una sfinge in terracotta che accomuna due caratteristiche delle Civiltà: barba e coda di decisa derivazione osiriaca, volto chiaramente minoico. Ma un altro manufatto, in un complesso templare pure dal Quartier Mu di Mallia, che richiama esplicitamente l’Egitto è un vaso in barbottina su cui campeggia, in altorilievo, un gatto la cui presenza in terra cretese non appare casuale giacché, entrambe le Civiltà, dipendevano per il sostentamento dai cereali i cui nemici erano i topi. Talché la presenza del gatto poteva significare la sopravvivenza stessa delle comunità.

TAWERET

Per entrare nel vivo dell’argomento, è necessario tuttavia presentare i “protagonisti” della vicenda, alquanto intricata in verità. Da una parte “la Grande”, la dea ippopotamo egizia che, almeno per ora, indicheremo come Taweret, dall’altra, il Genio Minoico, uno strano personaggio la cui iconografia fa riferimento principalmente alla Creta Proto e Neopalaziale.

Può essere utile partire da un assioma che pare ormai accettato in ambito accademico: Taweret[1] è la madre del Genio Minoico[2] o, meglio, il “Genio” deriva la sua iconografia da quella della dea egizia.

Lo stesso Arthur Evans riteneva che il Genio fosse un “prestito” egizio alla cultura minoica.

Ma è forse meglio andare con ordine e partire proprio da quell’ “almeno per ora” che più sopra è stato inserito prima del nome di Taweret a suggerire che altri nomi potevano, come vedremo, indicare forse la stessa dea.

Una delle diatribe che contrappongono egittologi e studiosi egei, parte da un equivoco in cui incorrerebbero questi ultimi, quello cioè di considerare come immutabile la dea Taweret nella storia egizia presentando immagini risalenti al Medio Regno unitamente ad altre dell’inizio del Periodo Tardo.

Ma chi è Taweret? Normalmente rappresentata come una femmina di ippopotamo ritta sulle zampe posteriori, gravida e con i seni penduli, la si indica come dea anche se, in realtà, nella cultura egizia più antica, era piuttosto un genio tutelare protettore delle nascite.

Può essere intanto interessante comprendere il perché di tale scelta: perché un ippopotamo collegato alla protezione delle nascite? Gli egizi ben conoscevano l’aggressività degli ippopotami maschi che, con il coccodrillo ed il leone, costituivano i tre animali più pericolosi della loro terra, ma avevano notato che la femmina di ippopotamo era molto meno aggressiva del maschio, molto amorevole con i cuccioli e scatenava tutta la sua violenza e la sua aggressività solo per proteggerli.

L’imminenza di una nascita, data anche l’alta mortalità per madre e nascituro, pur rientrando nella normalità della vita, necessitava certo di una protezione divina, ma spesso il dio locale, o un altro dio del pantheon principale, era considerato troppo importante, o troppo potente, per essere consultato per questioni minori come la nascita di un figlio[3]. Si ricorreva perciò, tra gli altri, a geni che presiedevano al parto, come Meskhenet[4] (figura 1 qui accanto), e tutelavano la madre (Taweret) ed il nascituro (il nano Bes[5]).

Un amuleto usualmente rinvenuto è un coltello sacro, o un bastone da lancio, ricavato da una zanna in avorio d’ippopotamo, recante immagini di molte divinità armate di coltelli e/o del geroglifico “sa” ( ), ovvero “protezione”, che veniva poggiato sul ventre della partoriente per allontanare il pericolo. Allo stesso geroglifico, peraltro, si appoggiano soventemente, come ad un bastone, le rappresentazioni della dea ippopotamo.

A dimostrazione della diffusione del culto di Taweret nella protezione del parto, si consideri che dei 58 coltelli sacri noti, ben 45 ne contengono la rappresentazione normalmente appoggiata, o recante, il geroglifico “sa”. La sua figura, come vedremo, risale ai tempi più antichi dell’Egitto e, specie nel Medio Regno, molti sono i nomi personali (diremmo oggi “di battesimo”) che a lei si rifanno. In special modo proprio da tali rappresentazioni sui coltelli sacri, peraltro, si fa risalire, come vedremo, una delle prove a suffragio del transito culturale Egitto-Egeo, da Taweret al Genio Minoico.

Fig. 2: un “coltello sacro” con rappresentazioni di Taweret

In principio, tuttavia, fin dai Testi delle Piramidi dell’Antico Regno, compare la dea Ipet, o Opet, un ippopotamo ritto sulle zampe posteriori, che era già protettrice delle nascite ed aveva il suo santuario nel complesso templare di Karnak, a Tebe[6].

Successivamente, durante il Medio Regno, Ipet sarà anche denominata “R(e)r(e)t”, la “scrofa”, e come tale assimilata a Nut[7] protettrice dei morti e delle necropoli.

Compito di Ipet era inoltre quello di difendere Osiride, durante il suo viaggio nella Duat[8], dagli assalti di Mesketiu, una costellazione sethiana (ovvero legata a Seth, fratello uccisore di Osiride), corrispondente all’Orsa Maggiore. Una rappresentazione di tale lotta è riportata nella tomba TT353 di Senmut a Deir el-Bahari ove la dea è rappresentata come un ippopotamo crestato con un coccodrillo sulla schiena.

Analoga rappresentazione si trova nella tomba KV17 di Sethy I nella Valle dei Re.

Fig. 3: Zodiaco dalla Sala del Sarcofago della tomba KV17 di Sethy I (particolare)

Abbiamo perciò sin qui visto varie personificazioni divine di una stessa iconografia, o comunque di una iconografia molto simile: Meskhenet, poi Ipet, ed in entrambi i casi l’animale rappresentante queste divinità è la femmina di ippopotamo, gravida, in piedi sulle zampe posteriori e con i seni penduli e, in alcuni casi, con l’ombelico pronunciato tipico delle donne in gravidanza.

Siamo così tornati a Taweret, ovvero alla divinità da cui viene in qualche modo fatto derivare il Genio Minoico. Per inciso, a conferma che Taweret è da ritenersi una divinità minore, si consideri che non esiste alcun tempio a lei dedicato. Se è pur vero, tuttavia, che non esiste una ripartizione così netta tra le dee ippopotamo e che talvolta l’una viene “confusa” con l’altra, è altrettanto vero che tutte sono rappresentate dalla femmina di ippopotamo, stante, con una cresta sulla schiena e, talvolta, con un coccodrillo che sovrasta la cresta stessa.

Proprio tale particolare, secondo gli studiosi[9], potrebbe essere il trait d’union con il Genio Minoico. Per motivare l’assonanza, la discendenza, tra i due personaggi, ma soprattutto il periodo storico in cui tale transfer potrebbe essere avvenuto, l’analisi parte proprio, come avevamo sopra già accennato, dall’evoluzione delle rappresentazioni della dea sui c.d. “coltelli sacri, o magici” e dalla “cresta” dorsale cui sopra abbiamo pure già fatto cenno. I coltelli fanno la loro comparsa, verosimilmente, intorno alla XI dinastia (~2160-1990 a.C.) ovvero ai primordi del Protopalaziale; in figura 4 l’evoluzione dell’immagine di Taweret in un periodo compreso tra il 2000 ed il 1650 a.C.[10]. Le variazioni iconografiche della dea sono state sottolineate suddividendole in “classi”[11] le cui differenti caratteristiche sono riportate nella successiva Tabella 1.

Fig. 4: L’evoluzione dell’iconografia di Taweret [12]

Tabella 1[13]: alcune caratteristiche essenziali comuni delle Taweret (da coltelli magici)

 Caratteristica2000-19501900-1800~17501750-1650
Cresta dorsaleA1-A2BCD
     – Lunga e ampia XX 
     – Intrecciata XX 
StanteXXXX
Testa leonina ?XX
Criniera leoninaXXXX
Rictus (riso forzato)XXXX
Bocca aperta   X
Ombelico pronunciatoXXX 
Seno pendulo XXX

Dal 1650 a.C. sembra che le immagini apotropaiche di Taweret scompaiano dal novero delle rappresentazioni della dea.

 Dalle immagini sopra riportate, e dalla tabella successiva, si nota che l’iconografia più antica presenta un corpo più slanciato e magro rispetto a quello dei periodi successivi in cui i caratteri tipici dell’ippopotamo diventano sempre più marcati (anche se non è da sottovalutare il fatto che le zampe posteriori, su cui la dea si erge, di fatto sono più simili a quelle di un leone che non di un ippopotamo)

I seni, comuni a tutte le rappresentazioni escluso la più antica, sono sempre penduli forse a caratterizzare la femminilità, o meglio la potenzialità nutritiva[14], piuttosto che la gravidanza; la testa è sempre circondata da una criniera leonina che tende tuttavia a ridursi con l’andar del tempo sostituita verso la fine del periodo in esame dalla testa di tale animale o da altri attributi come le zampe già sopra evidenziate. Ma la caratteristica che più viene analizzata a sottolineare il transito durante le varie fasi del Medio Regno è certamente la “cresta” dorsale che acquista quattro differenti connotazioni[15] e che diviene, così, elemento di datazione (fig. 5).

Da un lato, alcuni hanno indicato la “cresta” dorsale di Taweret come derivante dal coccodrillo che in alcune rappresentazioni, come quelle zodiacali, sovrasta la schiena della dea ma, si oppone, tale rappresentazione risalirebbe, ab origine, al 1850 a.C. circa e non si giustificherebbe, perciò la presenza della cresta anche su esempi precedenti a tale periodo.

Fig. 5: Evoluzione della cresta dorsale nelle rappresentazioni di Taweret (~2000-1650 a.C.)[16]

IL GENIO MINOICO

È tuttavia giunto il momento di fare la conoscenza con il Genio Minoico che, sin qui, non ha ancora fatto la sua comparsa iconografica e sugli elementi che ne giustificano, in qualche modo, la filiazione cui si è più volte fatto riferimento da Taweret.

Uno studio approfondito[17] si è basato su tre sigilli del Medio Minoico: HM 202 da Knossos (forse MM IIB ~1650-1600 a.C.); CMS II.5 321 e CMS II.5 322 da Festos (MM IIB).

Rinvenuta nel deposito dei geroglifici di Knossos, l’impronta di sigillo HM 202 sembra nettamente far riferimento all’iconografia della dea Taweret[18]:

Fig. 6: Genio Minoico dal sigillo HM 202 di Knossos[19]Fig. 7: Taweret, classe A2 (vedi sopra fig. 4)

La figura appare “slanciata”, come nei primi esempi sopra riportati in fig. 4; è visibile la “cresta” dorsale; appaiono anche nel Genio i seni penduli e l’ombelico pronunciato, nonché le zampe posteriori di tipo leonino. In luogo del coltello (come nell’esempio egiziano accanto riportato) il Genio regge una brocca che sembra stia offrendo con un gesto che se è solito per gli offertori egizi, non lo è per l’arte minoica di questo periodo. Anche la vegetazione che si intravede, a sinistra, è stata considerata di tipo egittizzante[20].

La postura del Genio, l’ombelico protruso, la bocca aperta che mostra i denti, la lunghezza della “cresta” dorsale (che pur non essendo l’immagine completa tuttavia ne lascia intravedere la fine), hanno spinto gli studiosi a datare questo sigillo (in base alle tipologie di Taweret sopra evidenziate) ad un periodo compreso tra il 1800 ed il 1700 a.C.

I due sigilli provenienti da Festos (CMS II.5 321 e CMS II.5 322), presentano invece immagini molto differenti:

Fig. 8: impronta del sigillo CMS II.5 321[21]Fig. 9: impronte del sigillo CMS II.5 322[22]

Il primo, CMS II.5 321 di Knossos, presenta la “cresta” dorsale sporgente oltre la testa del Genio e sembra di poter intravedere che sia intrecciata il che lo fa assimilare alle immagini di Taweret sopra indicate (fig. 4) come di “classe” C e quindi risalente al 1750 a.C.

Le impronte del sigillo CMS II.5 322 da Festos, invece, presentano testa e criniera leonina, bocca aperta apparentemente sdentata, tracce di seno pendulo al di sotto della zampa anteriore e, ugualmente, l’ormai solita “cresta” dorsale intrecciata che parte dall’altezza delle orecchie e termina fin quasi a terra. Anche in questo caso, come nel sigillo di Knossos, il Genio sta “offrendo” una brocca, ma in questo caso la vegetazione rappresentata sembrerebbe di tipo minoico. Tutti questi particolari fanno propendere per un’assimilazione al modello “classe” D databile, perciò intorno al 1750-1650 a.C. 

La presenza di una doppia impronta di questo sigillo è stato ipotizzato sia derivata da una doppia impressione dello stesso o, più probabilmente, dalla presenza di più sigilli con il medesimo soggetto.

In conclusione, le immagini ricavate dai tre sigilli investigati apparirebbero di chiara derivazione iconografica egiziana e non è possibile, nonostante specifici studi nel senso, una derivazione dall’area siro-palestinese; deve perciò intendersi il GenioMinoico come un chiaro esempio di transfer culturale tra le due Civiltà.

Roma, 05/10/2021


[1]    Ma anche: Taurt, Tuat, Taouris, Tuart, Ta-weret, Tawaret, Taueret, Θουέρις, Thouéris.

[2]    A. Evans, citato in J. Weingarten in “The transfromation of the Egyptian Taweret into the Minoan Genius”, 1991.       

[3]    Il parto riguardava esclusivamente le donne, tanto da non essere trattato neppure nei papiri medici (a meno che non insorgessero complicazioni). Il rischio di mortalità per madre e nascituro era ovviamente altissimo ed era perciò necessario il ricorso a formule magiche ed a riti che trasformavano il parto in un vero e proprio momento sacro. La donna, in prossimità dell’evento, si ritirava in una “casa, o stanza, o padiglione del parto” (di cui alcuni esempi sono stati trovati nel villaggio operaio di Deir el-Medina), decorato con rappresentazioni delle principali divinità materne tra cui Taweret, e Bes, il nano barbuto. Nel caso di Deir el-Medina era presente anche Meretseger, “Colei che ama il silenzio”, patrona della necropoli tebana e deificazione della “Cima”, o “Qurna”, che sovrasta la Valle dei Re.

[4]    Meskhenet presiedeva al parto e simboleggiava la sedia, il tripode, il mattone o il letto da parto; sua era, inoltre la responsabilità di determinare la vita del nascituro e addirittura il suo mestiere futuro. Normalmente rappresentata in sembianze femminili, recante sul capo un geroglifico che rappresentava (vedi figura) un utero bovino, assumeva anche forma animale come vacca, più raramente leone, o ippopotamo.

[5]    Dio della danza e di ogni occupazione gioiosa, teneva lontani gli incubi ed era perciò patrono del sonno, dei bambini e delle donne incinte. Forse originario del centro Africa viene rappresentato come un pigmeo dalle gambe arcuate ed è forse l’unica divinità rappresentata sempre di prospetto anziché di profilo.

[6]    Una delle feste più importanti del Tempio di Karnak era proprio la Festa di Opet in cui le due divinità principali, Amon e la sposa Mut, si univano per generare il figlio divino Montu. Dal suo canto, Amon, assimilato ad Osiride, nasceva, moriva e veniva sepolto in attesa della resurrezione a nuova vita quando, trasformatosi in Ra, diveniva il motore di ogni essere vivente.

[7]    Originariamente Nut era la dea del cielo (figlia di Shu, l’aria, e Tefnut, l’umidità, era la sorella/sposa di Geb, la terra); nel libro dei morti veniva rappresentata tra le foglie del sicomoro celeste nell’atto di porgere cibi e bevande al defunto. La dea aveva molti epiteti tra cui “la Grande” che, come abbiamo sopra visto è, peraltro, proprio la traduzione del nome della dea Taweret.

[8]    L’Oltretomba; i geroglifici che lo indicano sono una stella iscritta in un cerchio tanto che si è ipotizzato che in origine la Duat fosse localizzata in cielo e solo successivamente, con il mito terreno di Osiride, Signore della Duat, sia divenuta un luogo ctonio.

[9]    Weingarten 1991 op. citata.

[10] Weingarten 1991.

[11] Altenmüller, „Die Apotropaia und Die Goetter Mittelaegyptens“, 1965 .

[12] Weingarten 1991, fig. 4.

[13] Weingarten 1991, Table 1.

[14] Lo stesso dio Hapi, personificazione del Nilo, nonostante la mascolinità, viene rappresentato con seni penduli proprio a simboleggiare la fertilità e la potenzialità nutritive delle piene annuali.

[15] Altenmüller 1965; annotazione confermata da Weingarten, 1991, con analisi di suppellettili diverse dai coltelli magici.

[16] Weingarten 1991, fig.5.

[17] Gill, “The Minoan Genius” in “Illinois Classical Studies”, 1964.

[18] Weingarten 1991.

[19] Weingarten 1991, fig. 1.

[20] Gill 1964.

[21] Weingarten 1991, fig. 2.

[22] Weingarten 1991, fig. 3a e 3b.

Iconografia

AMMIT LA DIVORATRICE

A cura di Luisa Bovitutti

Ammit (o Ammut), nota anche con il nome di “Divoratrice”, è un essere ibrido con testa di coccodrillo, corpo di ippopotamo, quarti posteriori e zampe di leone; è rappresentata nei papiri di Ani e di Hunefer, risalenti alla XIX dinastia ed oggi custoditi al British Museum di Londra, che ci hanno restituito il testo del Libro dei Morti.

Essa personifica la punizione divina per i defunti che in vita non si sono conformati ai principi di equilibrio e di giustizia di Maat.

Per adempiere al suo compito assiste al giudizio davanti ad Osiride, accovacciata sotto la bilancia sulla quale il cuore del defunto viene pesato dopo che quest’ultimo ha espresso ben 42 confessioni negative, dichiarandosi moralmente irreprensibile; se esso peserà più della piuma di Maat, Ammit lo divorerà, privando per sempre il defunto della vita eterna

.La scena illustrata nei due papiri è la medesima: si vede Anubi che sta pesando il cuore sulla bilancia di Maat mentre Thot gli è accanto per prendere nota del risultato; Ammit è in attesa del responso, pronta ad azzannare.

Papiro di Hunefer

Questo essere spaventoso compare anche nel soffitto astronomico di alcune tombe, rafforzando l’ipotesi secondo la quale gli Egizi ritenevano che la cerimonia di pesatura del cuore avvenisse nel cielo delle stelle imperiture.

Nella tomba di Seti I Ammit è rappresentata come una femmina di ippopotamo che porta sulla schiena un coccodrillo e un mantello di pelliccia leonina su cui sono disegnate sette stelle: in questo ambito simboleggia quindi la rinascita celeste, indicata dall’ippopotamo femmina (la dea Tauret – o Tueris – che proteggeva le partorienti e le nascite) e la morte definitiva indicata dal leone e dal coccodrillo.

Papiro di Ani

Era anche associata al demone detto “il grande divoratore” o “l’ingoiatore dei peccatori”, la divinità guardiana del secondo cancello della Duat che accanto ad un lago di fuoco attendeva i defunti per divorarli se il giudizio finale fosse stato negativo.

Plutarco l’assimila ad una chimera, in quanto, similmente ad Ammit, veniva rappresentato con testa di coccodrillo, criniera di leone, zampe posteriori di un ippopotamo e zampe anteriori di un iena.

Papiro di Nebqed

Isabelle Franco, nel suo “Dizionario di mitologia egizia”, fornisce un’analisi interessante di Ammit: “Il suo ruolo è quello di far scomparire per sempre quelli che non sono stati giustificati dalla corte di Osiride. Non bisogna quindi considerarla come un mostro malvagio ma, al contrario, come un personaggio benefico il cui ruolo – come quello di tutte le entità guardiane – è quello di purificare l’ambiente circostante il mondo divino sopprimendo gli esseri nocivi che vorrebbero accedervi”.

Particolare del soffitto astronomico della tomba di Seti I nella Valle dei Re

Bellissime immagini del letto funerario di Tutankhamon decorato con la testa di Ammit si trovano nel post di Andrea Petta, al link seguente:

 https://www.facebook.com/…/44998…/posts/1035487317254639

FONTI:

Amuleti, Iconografia

L’UDJAT

L’OCCHIO DI HORUS – L’OCCHIO DI RA

A cura di Luisa Bovitutti

L’usurpatore Seth, che aveva ucciso il fratello Osiride, legittimo sovrano d’Egitto, nel corso dello scontro per il trono con il nipote Horus (figlio di Osiride e di Iside) gli cavò un occhio, che fu poi guarito da Thot, il quale recuperò i sei pezzi nei quali esso era stato frantumato e lo ricostituì; l’occhio risanato divenne il simbolo di rigenerazione e del trionfo dell’ordine sul caos e fu quindi associato all’idea di Maat con funzione apotropaica.

In seguito al sincretismo tra Horus e Ra, fusisi in Ra-Harakhti, l’Occhio di Horus divenne sinonimo dell’Occhio di Ra, potente forza distruttiva legata al calore del sole e personificato dalle dee Wadjet ed altresì Hathor, Bastet, Sekhmet, Tefnut, Nekhbet e Mut.Esso fu anche considerato come una divinità autonoma chiamata Udjat, che rappresentava l’energia creatrice e che veniva raffigurato come un occhio umano truccato, dalla cui palpebra inferiore si dipartono due linee ispirate al disegno che le piume creano sulla testa del falco pellegrino sacro ad Horus, ed in particolare una barretta verticale ed una spirale, immagine del moto universale.

Come amuleto ebbe un’ampia diffusione: esso garantiva sicurezza e salute, saggezza e prosperità e veniva portato appeso al collo; in quanto simbolo di rigenerazione veniva inserito tra le bende delle mummie, o ancora disegnato sulle placche metalliche che gli imbalsamatori ponevano sull’incisione praticata sull’addome del defunto per asportare i visceri.

Esso veniva citato nelle formule magiche utilizzate per curare le malattie agli occhi e poteva essere dipinto sulle navi come segno apotropaico, sulle porte delle case come difesa dai ladri, sui fianchi dei sarcofagi o sulle false porte orientate ad est e poste nelle tombe affinché il defunto potesse guardare verso il sole nascente; questi occhi sono quindi da considerare come un’elaborazione successiva dei piccoli fori che nell’Antico Regno venivano praticati su di una parete del serdab per consentire alla statua del defunto di vedere all’esterno.

In alto: tolemaico – cm. 5,5 x 4,5 – Met New York; al centro a sinistra: tolemaico – Met New York; in basso a sinistra: tolemaico – Met New York; al centro a destra: epoca tarda – Museo arch. Bologna; in basso a destra: tolemaico – da Tanis – British Museum Londra

A sinistra ed in alto a destra trovate oggetti trovati nella tomba di Tutankhamon, più precisamente un bracciale e due pettorali (quello a sinistra in basso è un particolare). A destra in basso la placca trovata sulla mummia della regina Henuttawi, figlia di Ramses XI, moglie di Pinedjem e madre di Psusennes I (XXI dinastia). A destra al centro la coppia di bracciali trovati nella tomba di Sheshonq II (XXII dinastia): essi sono composti da due semicerchi d’oro uniti per mezzo di due cerniere e sono decorati con un grande riquadro intarsiato in cui compare l’immagine di un occhio udjat posto sul segno geroglifico neb. La restante superficie esterna del monile alterna bande verticali d’oro e di lapislazzuli.T utti questi oggetti si trovano al museo del Cairo.

A questo link trovate un bel post di Francesco Alba sulla placca trovata sulla mummia di Psusennes I, anch’essa decorata con un Udjat: https://www.facebook.com/photo/?fbid=2617775185205235&set=gm.740236063446434

Iconografia

WADJET

LA SIGNORA DELLA FIAMMA

A cura di Luisa Bovitutti

Wadjet, chiamata anche Buto o Uto, rappresentava la fertilità del suolo ed era la dea cobra predinastica, divinità locale della città di Per-Uadjet; in seguito divenne la protettrice del Basso Egitto e del sovrano ed insieme alla dea tutelare dell’Alto Egitto, l’avvoltoio Nekhbet, simboleggiava le Due Terre riunite nel nome del re. Quando le due divinità si fusero, a Wadjet crebbero le ali e la sua corona rossa si convertì in quella doppia.

Si riteneva avesse piantato le prime piante di papiro, facendole prosperare nelle paludi del delta del Nilo, e tra i suoi titoli c’è Weret-Hekau, che significa “Grande della Magia” e veniva regolarmente invocata per proteggersi dai demoni e dalla sfortuna. In alcuni miti, ella era indicata come figlia di Atum e più tardi di Ra, e come moglie di Hapi, la divinità del Nilo e venne rappresentata in epoca predinastica come un cobra attorcigliato attorno ad uno stelo di papiro; in seguito come una donna con la testa di cobra o un cobra con la testa di donna, o ancora come una donna con la corona rossa.

Tomba di Nefertari – Valle delle Regine
Dalla tomba di Tutankhamon – Museo del Cairo

Con il tempo Wadjet perse importanza e divenne un accessorio di altre divinità con funzione protettiva: la sua rappresentazione più comune era quella di Occhio di Ra o Occhio di Horus (anch’esso chiamato Wadjet o Udjat, che vedremo in un successivo post), ma apparve anche attorno al disco solare di alcune divinità come Ra; sul diadema che cingeva la fronte del re assumeva la forma di un uraeus, ossia di un cobra eretto con il disco solare sulla testa, in grado di soffiare fuoco sui suoi nemici, tanto che era chiamata “signora della fiamma”.

Il suo oracolo, famoso in tutto il paese, si trovava nel tempio di Per-Ouadjet (Buto, nel nord del Delta) dedicato al suo culto ed oggi in completa rovina; ogni anno in quella città si teneva una festa in onore della divinità. Nell’epoca tarda (XXVI dinastia – 664-525) fu rappresentata in una serie di bronzi come una donna leontocefala con il disco solare e l’uraeus e fu identificata con la dea Bastet e più tardi ad Iside; nel medesimo periodo ella venne anche stranamente associata all’icneumone (mangusta egiziana), abile nell’uccidere i serpenti e sacro a Horus.

Tempio di Edfu – Wadjet e Nekhbet proteggono Tolomeo IX

Amuleto appartenente al corredo funerario di Tutankhamon – Museo del Cairo

Gli egizi collocavano nelle tombe statuette di Wadjet contenenti icneumoni e topiragno mummificati, che rappresentavano il giorno (icneumone) e la notte (toporagno). La dea aveva una personalità duplice: sotto forma di ureus era terribile, ma poteva anche essere benevola e protettrice delle partorienti, in quanto aveva aiutato Iside a crescere Horus, nascosto dalla madre nelle paludi dopo l’uccisione di Osiride ad opera di Seth per tenerlo al sicuro dal malvagio zio fino a quanto non sarebbe stato pronto per vendicare suo padre.

Uraeus – Nuovo regno/Terzo periodo intermedio – 18th-21st Din. 1550-945 a. C. – Bronzo con inserti in vetro – Walters Art Museum, Baltimora.
Foto di Mary Harrsch

FONTI:

Iconografia

L’UREO

A cura di Luisa Bovitutti

Come si è visto, l’ureo, dal greco οὐραῖος, era una decorazione a forma di cobra in origine posta ai lati del disco solare e poi sul copricapo dei sovrani e delle regine egizie; esso rappresentava il Basso Egitto e la dea Wadjet, ed insieme alla barba posticcia era uno dei segni esteriori della regalità; talvolta era affiancato dall’avvoltoio (la dea Nekhbet, simbolo dell’Alto Egitto), come nella maschera e nel diadema di Tutankhamon, ed in epoca tarda e tolemaica i sovrani utilizzarono anche corone con due o tre urei affiancati.

Esso rappresentava la forza e la potenza del faraone, incuteva sottomissione ai sudditi e richiamava l’arma letale del cobra dall’alito infuocato che inceneriva i nemici e che secondo le leggende sacre si trovava sulla fronte di Horus quando il dio andava sul campo di battaglia.

Secondo un mito Shu e Tefnut erano partiti per esplorare le acque primordiali del Nun; preoccupato, Atum Ra inviò Wadjet sotto forma di occhio a cercarli e quando essi fecero ritorno pianse di gioia e le sue lacrime si trasformarono nei primi esseri umani. Come ricompensa per i suoi servizi, Ra mise la dea-serpente sulla sua corona, in modo che potesse sempre proteggerlo e guidarlo.

Quello rappresentato nella fotografia qui sopra presenta due anellini posteriori perché potesse essere cucito sul nemes; esso e’ lungo 6,7 cm., è in oro massiccio, lapislazzuli e pietre dure (granato, corniola ed amazzonite) ed appartenne a Sesostri II, Faraone della XII dinastia che regnò dal 1897 al 1879 a.C. Fu rinvenuto da Flinders Petrie nel 1919 durante i suoi scavi intorno alla Piramide di Sesostri II a El-Lahun ed è ora conservato al Museo del Cairo.

A sinistra l’ureo sulla maschera di Tutankhamon, al centro decorazione a forma di ureo risalente all’epoca tarda ed a destra l’ureo sul diadema di Tutankhamon .

Iconografia

NEHEBKAU

A cura di Luisa Bovitutti

Nehebkau è un enorme serpente con braccia e gambe umane, talvolta rappresentato anche con le ali, che regge due recipienti o l’occhio di Horus, oppure con un corpo umano e testa di serpente, o ancora con due teste.

Il fatto di essere bicefalo implica una doppia personalità di Nehebkau: è buono e protettivo, ma sa anche essere davvero feroce, e solo Atum riesce a tenerlo a bada, premendogli un dito lungo la colonna vertebrale.

A sinistra: amuleto – epoca tarda – Museo di Chicago; a destra – amuleto in oro – epoca tarda – MET New York

Secondo un mito era il figlio della dea scorpione Serqet; un altro invece lo definisce figlio del dio della terra Geb e di Renenutet, la dea che dava il rn – il vero nome – ad ogni bambino quando nasceva.

Prima della creazione esso nuotava nelle acque del Nun con gli altri dei primordiali, vivendo nel caos, ed era considerato un’entità malvagia; in seguito venne associato all’Aldilà e considerato guardiano della Duat; egli faceva parte del gruppo di quarantadue personaggi che nella sala di Ma’at giudicavano i defunti dopo la morte e forniva loro il ka.

Rilievo del tempio di Kom Ombo

Inoltre era una divinità imprescindibile nei riti di incoronazione in quanto aveva il compito di annunciare agli dei l’ascesa al trono di un nuovo monarca.

Non aveva un proprio culto, ma veniva invocato con incantesimi magici per ottenere protezione e cura contro i morsi di serpente e di altri animali velenosi e per assistere il faraone ed i defunti giustificati nell’Aldilà, offrendo loro cibo ed una bevanda conosciuta come “Latte della Luce” contenuta nei due recipienti che talvolta tiene in mano.

Nella tarda mitologia heliopolitana veniva considerato uno degli accompagnatori del dio Ra nel suo viaggio notturno attraverso gli inferi.

La sua festa era ampiamente celebrata in tutto il Medio e il Nuovo Regno

In alto: papiro – Neues museum – Berlino – foto di Hans Ollermann; in basso : Libro dei morti di Henuttawi – XIX din. – British museum

FONTI:

Iconografia

L’UROBORO

Di Luisa Bovitutti

Una manifestazione di Mehen è l’Ouroboros (conosciuto anche come Uroboro); è un serpente che si morde la coda e che realizza la figura di un cerchio.

Esso richiama il serpente primordiale chiamato Sata, che circonda il mondo proteggendolo dai nemici cosmici e che è descritto nel capitolo LXXXVII del Libro dei morti: 

“Io sono Sata, allungato dagli anni, io muoio e rinasco ogni giorno, Io sono Sata che abito nelle più remote regioni del mondo”.

Nella sua opera Hieroglyphika, che risale al IV – V secolo d. C., Orapollo afferma che esso simboleggia l’Universo ed il suo ciclo di rinnovamento: 

“Quando vogliono rappresentare l’universo, disegnano un serpente con il corpo screziato da squame variegate che si mangia la coda; con le squame intendono alludere velatamente agli astri esistenti nell’universo. Esso è pesantissimo come la terra e scivolosissimo come l’acqua; ogni anno il serpente si spoglia della vecchiaia, allo stesso modo del ciclo annuale nell’universo, che compiendo una mutazione si rinnova. Il fatto che si nutra del proprio corpo, infine, sta ad indicare che tutte le cose, che nell’universo sono generate dalla provvidenza divina, tornano a risolversi in se stesse”.

In effetti esso esprime l’unità di tutte le cose materiali e spirituali, che non scompaiono ma cambiano continuamente in un ciclo eterno di distruzione e ricreazione strettamente connesso con l’annuale inondazione del Nilo che rigenera la fecondità del terreno.

L’inondazione del Nilo infatti è simbolo del tempo ciclico, che scorre indietro in se stesso come un cerchio e quindi consente il rinnovamento, la ripetizione e la rigenerazione.

Le più antiche raffigurazioni dell’uroboro si trovano su di una parete del secondo sacrario che conteneva il sarcofago di Tutankhamon, ove appare due volte come illustrazione di un testo funerario relativo al dio Ra ed alla sua unione con Osiride nell’Oltretomba.

Il primo uroboro circonda la parte superiore di una grande figura mummiforme, che rappresenta l’unificato Ra-Osiride (Osiride nato di nuovo come Ra), il secondo ne circonda i piedi.

Un’altra famosa immagine si trova nel Papiro di Dama-Heroub risalente alla XXI dinastia, che rappresenta Horus bambino all’interno del Sole nascente (Harpocrate – il sole nella sua forma mattutina) sostenuto da Aker che simboleggia i luoghi del tramonto e dell’alba, di ieri e di domani, e circondato da Mehen nella forma di un uroboro.

Nella foto, l’immagine tratta dal sacrario di Tutankhamon nella sua interezza e nei dettagli, nonchè il papiro sopra citato.

FONTI: