Cose meravigliose, Nefertari

LA TOMBA DI NEFERTARI – QUEL CHE RIMANE DI LEI

A cura di Andrea Petta

I RESTI

La scoperta della tomba di Nefertari, pur regalandoci alcuni dei più bei dipinti dell’Antico Egitto, non fu particolarmente generosa in termini di reperti.

Nella tomba, saccheggiata nell’antichità, fu ritrovato il coperchio del sarcofago in frantumi insieme ad un certo numero di ushabti (ben 34, in legno di sicomoro) e diversi oggetti sparsi, molti anch’essi in frantumi.

Il coperchio in frantumi del sarcofago di Nefertari. In granito rosa, conservato al Museo Egizio di Torino come tutti i reperti della tomba, a parte alcuni ushabti ceduti ad altri musei. A destra: l’esposizione del sarcofago ad una mostra su Nefertari a Montreal (magari potevano riprodurre sulle pareti la Sala del Sarcofago, invece dell’Annesso Est dell’Anticamera…)

Da un punto di vista archeologico sono stati molto importanti un amuleto “djed”, che ha permesso di stabilire con relativa certezza che Nefertari fu effettivamente sepolta nella QV66, ed un pomolo con impresso il nome di Ay, il Gran Visir e successivamente Faraone succeduto a Tutankhamon, che ha fatto ipotizzare un rapporto di parentela tra Nefertari ed Ay (nipote?).

L’amuleto a forma di pilastro “djed” di Osiride, rappresentato anche sui pilastri della Sala del Sarcofago. Il pilastro djed era considerato un simbolo di stabilità e di rettitudine. È uno dei simboli più antichi della cultura egizia: si hanno, infatti, attestazioni fin dalla III dinastia (intorno al 2700 a.C.), come decorazione di edifici sacri. Il ritrovamento dell’amuleto nella tomba costituisce una prova che la tomba stessa sia stata effettivamente usata per la sepoltura di Nefertari. Probabilmente questo amuleto era inserito all’interno di uno dei quattro “mattoni magici”, andati persi. Legno dorato e faience, 13×5.5×1 cm, Museo Egizio di Torino 

Questo pomolo di un cofanetto o di uno scettro con il nome di Ay (Kheper Kheperure) sopra ha fatto ipotizzare un rapporto di parentela tra il Faraone della XVIII Dinastia e Nefertari. Troppo distanti nel tempo per essere padre/figlia, si è ipotizzato nonno/nipote. In mancanza di ulteriori evidenze, e non potendo comparare il DNA, rimane un’ipotesi intrigante.

E’ molto importante che nella tomba non siano stati ritrovati reperti riconducibili ad altre persone, rendendo molto improbabile una co-sepoltura.

La descrizione della tomba fu talmente poco entusiasmante che Maspero concesse a Schiaparelli di tenere tutti i reperti ritrovati. Riportati quasi in sordina a Torino, sono rimasti pressoché lasciati a loro stessi per decenni, fino al 2016, quando un fondo di ricerca svizzero (!) dedicato al rituale dei vasi canopici ma anche al riconoscimento delle mummie egizie ha permesso di analizzare anche dei resti umani che erano stati ritrovati nella tomba. Per essere precisi: un ginocchio pressoché completo (parte distale del femore, patella e parte prossimale della tibia), la parte distale di un secondo femore e quella prossimale di una seconda tibia.

I resti umani ritrovati nella QV66. Pur non essendo un corpo completo, personalmente l’esposizione di queste due gambe, probabilmente di Nefertari, su un pezzo di plexiglas ”tirato” in mezzo a frammenti di vasi rotti mi infonde una profonda tristezza. Una mancanza di rispetto per una persona, che ha avuto oltretutto un grande impatto sulla storia della sua epoca. Senza contare il fatto di non aver approfondito la loro analisi per decenni

I resti sono stati analizzati al gas cromatografo per la composizione chimica; è stato estratto il DNA (Istituto di Medicina Evoluzionistica, Università di Zurigo) ed è stata effettuata la datazione al radiocarbonio.

I RISULTATI

I resti sembrano appartenere alla stessa persona (apparenza esterna, caratteristiche del bendaggio, analisi chimiche) e sottoposti a numerose fratture post-mortem durante i saccheggi della tomba.

Le gambe appartenevano ad una donna, di età apparente tra i 40 ed i 50 anni, affetta da una minima osteoporosi probabilmente associata a deficienza di Vitamina D (ipotizzata da scarsa esposizione solare, come nel caso di chi non effettui lavori all’aperto). Tracce di arteriosclerosi (calcificazione delle arterie tibiali) hanno confermato l’età presunta. Le dimensioni delle ossa suggeriscono un’altezza intorno ai 165 ± 2.5 centimetri, notevoli per l’epoca (la media in Egitto era di 156 cm per le donne nel Nuovo Regno) e di corporatura molto snella.

L’analisi radiografica delle due gambe che ha permesso di determinarne età, corporatura ed altezza presunta. A destra: evidenziate le calcificazioni delle arterie tibiali ad ulteriore conferma dell’età presunta al momento del decesso

L’altezza presunta è stata confermata anche da un paio di sandali, misura 39, trovati nella tomba. I sandali risultano essere stati usati (e non oggetti ornamentali); l’impronta dell’alluce sinistro conferma l’altezza presunta.

L’analisi chimica ha rivelato l’assenza di bitume nel processo di mummificazione, indicando una mummificazione antecedente al 3° Periodo intermedio.

Il DNA è molto danneggiato e si sono verificati episodi di cross-contaminazione (campanello – campanone – d’allarme per gli studi effettuati da Hawass sulle mummie della XVIII Dinastia, tra parentesi) probabilmente dovuti a tutti coloro che hanno maneggiato i resti. La datazione al radiocarbonio ha mostrato un’età presunta tra il 1546 ed il 1491 BCE (pur con la variabilità nota del C14), quindi apparentemente antecedente l’epoca storica di Nefertari ma è un problema noto con il C14 sulle mummie (utilizzo di materiali/bende più vecchie, dieta a base di pesce che altera la datazione).

LE CONCLUSIONI

Anche se in questo campo, e cono così pochi resti da esaminare, le certezze assolute sono molto difficili da ottenere, è ragionevolmente certo che i resti appartengano a Nefertari. Dato il pessimo stato del DNA e le contaminazioni evidenziate, anche se si facesse maggiore luce sulle sue origini (Nefertari non è indicata nella sua titolatura come “Figlia del Re”, quindi non proveniva dalla stirpe reale della XIX Dinastia) e la sua discendenza è estremante improbabile che si possano avere maggiori certezze in futuro, ma la probabilità è molto molto alta.

Che quelle parti delle gambe siano tutto ciò che rimane di una delle figure femminili più note ed amate dell’Antico Egitto è una cosa che non può non suscitare tristezza. Il sepolcro violato per rubare, il sarcofago distrutto a colpi di mazza, il corpo della Regina profanato e smembrato.

Anche se è stato un destino comune a molti sovrani della Terra di Khemet, ciò nonostante qui appare ancora più stridente con le meravigliose immagini che ne abbiamo dai dipinti della sua tomba.

Qualcosa di lei, almeno, vivrà in eterno.

Non voglio “lasciare” Nefertari con un’immagine di struggente malinconia come i suoi poveri resti; preferisco uno dei suoi dipinti con un vezzo particolare: gli orecchini a forma di cobra, l’ureo sacro, che l’accompagnano nel suo eterno viaggio di rinascita.

Riferimenti:

Habicht, Michael E., et al. “Queen Nefertari, the royal spouse of Pharaoh Ramses II: a multidisciplinary investigation of the mummified remains found in her tomb (QV66).” PloS one 11.11 (2016).

Hari, Robert. “Mout-Nefertari, épouse de Ramses II: une descendante de l’héretique Ai?.” Aegyptus 59.1/2 (1979): 3-7.

Rühli, Frank J., et al. “Mummified remains from QV 66; Queen Nefertari.”

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