Storia egizia

IL REGICIDIO SACRO

A cura di Giuseppe Esposito

La storia, così scrive Ernst Gombrich[1], è come una fiaccola gettata in un pozzo dalle pareti scolpite: se osserviamo il suo precipitare, vedremo dapprincipio benissimo i bassorilievi che decorano le pareti poi, a mano a mano che la fiaccola precipita, continueremo a vederne la luce, ma più difficile sarà distinguere le figure, poi quella fiaccola diverrà per noi solo un chiarore e sempre più difficile sarà percepire cosa si trova sulle pareti del pozzo.

Succederà poi che solo un pallido barlume ci indicherà l’esistenza della fiaccola seguito poi solo da un indistinto bagliore che nulla ci consentirà più di vedere o di distinguere.

Se inquadrare il lavoro dello Storico è, perciò, complesso, quello dell’Archeologo lo è ancor più poiché per il primo, in qualche modo, esiste pure una sorta di luccichio nel buio mentre il secondo si trova spesso a dover operare in ambienti decisamente solo molto tenuemente illuminati dalla sicura conoscenza. Fedele a questa immagine, credo che quando si studia un argomento si debba, comunque, sempre partire dalle origini o da quelle che, in assenza di prove concrete, possono essere trovate nelle giustificazioni antropologiche di un determinato comportamento.

Se avete letto altri miei articoli, credo vi siate ormai abituati all’idea del mio girovagare sulla linea del tempo, ed è quello che faremo anche stavolta; il quesito che ci proponiamo, qui, è quello sull’effettiva istituzione del regicidio presso antichi popoli e, ovviamente, presso i nostri “eroi”, gli antichi egizi… esisteva, cioè, l’usanza di mandare a morte il re quando raggiungeva una certa età?

Cominciamo così il nostro viaggio nel tempo e proviamo ad andare indietro, indietro nei secoli… anzi no, nei millenni o, ancor più, nei milioni di anni, forse 1 o 2, ed entriamo in punta di piedi in quella caverna, sulle ripide pendici della montagna.

La forza

Sul fondo, le femmine e i piccoli sono raccolti, tremanti, attorno al fiore rosso che rischiara le pareti e il terrore li spinge a stringersi. Quando lei l’ha afferrato e trascinato fuori, il cucciolo era lì, vicino all’ingresso. Solo un ringhio sordo e un rapido balzo poi, anche stanotte la tigre dai denti a sciabola[2] ha ucciso! e ora anche i cacciatori hanno paura di uscire. 

Da due lune poi, la belva si è fatta ancora più sfrontata ed è pericoloso uscire anche di giorno per andare a dissetarsi alla pozza; eppure bisogna cacciare, bisogna uccidere selvaggina se il clan non vuole morire di fame… Chi andrà a caccia? Forse il più debole e malaticcio degli uomini che a stento è sopravvissuto all’inverno? Oppure il più furbo, il più forte, che ha visto ben 23 inverni ed è il più anziano della tribù?

Lui, Cresta Bianca, è l’unico che, per le sue doti fisiche, ha speranze di tornare vivo, ed è l’unico che può davvero procurare la selvaggina o, addirittura, se avrà fortuna o abbastanza paura, uccidere la tigre con i denti a sciabola. E’ tanto forte che tutti gli si sono sottomessi, gli hanno ceduto anche parte del loro cibo perché non si indebolisca; è lui il padre di tutti, ha diritto su tutte le femmine del clan e sulle parti più pregiate delle prede perché, proprio come un padre, da lui, dalla sua forza, dalla sua furbizia, dipende la vita…

Ma, come sempre avviene, anche quel padre invecchia e ora, all’età di quasi 26 anni, Cresta Bianca è decisamente vecchio e non ci si può più fidare di lui per la certezza del sostentamento… si rende imperativo che un altro prenda il suo posto, uno forte com’era lui, uno che non ha paura della tigre e di quel nuovo clan che si è insediato nei pressi della pozza. Tra gli adulti Guarda la Luna ha ormai quasi 20 anni, è decisamente molto più forte, molto più furbo, e già gli ha sottratto una delle femmine che, da lui ingravidata, ha fatto nascere un cucciolo. Le schermaglie tra i due maschi si susseguono sempre più di frequente e il cerchio dei vecchi del clan ha deciso che Guarda la Luna dovrà sostituire Cresta Bianca che, però, si sente ancora abbastanza forte e non vuole lasciare il potere.

Se si vuole cambiare c’è un solo modo: Guarda la Luna dovrà sfidare Cresta Bianca… ma non basterà allontanarlo dal clan, perché potrebbe allearsi con un altro gruppo per riprendersi ciò che ritiene suo, specie le femmine, Guarda la Luna dovrà necessariamente ucciderlo.

E così scorrono i secoli, e poi i millenni ma resta quest’usanza: il vecchio capo deve essere messo a morte quando non è più in grado di soddisfare i bisogni della tribù e non è detto che tale uccisione, da scontro diretto tra pretendenti, non sia stata nel tempo istituzionalizzata e codificata, che lo stesso Capo sappia, a priori, che questa sarà la sua fine; che il suo tempo durerà fino a che riuscirà a dimostrare la propria virilità e la propria forza poi… e non è parimenti detto che, nel frattempo, non si sia trovata una giustificazione addirittura divina perché egli accetti di buon grado la sua sorte sapendo che è destinato a ricongiungersi con le divinità della tribù: “Il tuo sangue bagnerà il suolo che diverrà più prospero per il tuo popolo e tu diverrai un Dio, e tra gli dei ti aspettano premi che noi viventi non possiamo neppure immaginare…” pare quasi di sentirlo quello sciamano che proclama, o inventa, la giustificazione per l’uccisione del suo capo…

Ed è appena il caso di ricordare come, presso alcune popolazioni nordiche, al presentarsi di una carestia, o di una calamità naturale, o di un’epidemia, si procedeva all’uccisione sacrificale del Re giacché si riteneva che gli elementi avessero prevalso poiché la sua forza mistica era scemata. La sua morte avrebbe così consentito alla comunità di rinascere e di nominare un altro Re ancora in possesso della necessaria forza magica.

La VACCA CELESTE

Al regicidio sacro non può, inoltre, che far riferimento l’uccisione del Dio Osiride da parte di suo fratello Seth, ma questa leggenda deriva da un’altra in cui è ancora più evidente, poiché espressamente dichiarato, il ricorso all’uccisione del vecchio re. La vicenda è narrata nel “Mito della Vacca Celeste[3]: Ra, non ancora Dio solare, è ormai un vecchio re; il popolo comincia a ritenerlo non più in grado di governarlo[4] e ne trama l’omicidio.

Ma Ra scopre il complotto e riunisce gli Dei per confrontarsi con loro; Nun, l’oceano primordiale da cui tutto nacque, fornisce al re il suo consiglio

«Figlio mio, sei un grande re. Afferma il tuo potere sul trono e ricorda la paura che incuti nelle persone quando il tuo occhio è su di loro. Lascia perciò che il tuo Occhio sia libero e Lei colpirà i ribelli per te. Libera Hathor e i malvagi intrighi saranno distrutti…».

Seguendo il consiglio, Ra libera perciò sua figlia, Hathor, il suo Occhio, che per la rabbia si trasforma in Sekhmeth, la Dea leonessa, che inizia la strage degli uomini:

«Il deserto era macchiato di rosso sangue mentre l’Occhio inseguiva i traditori e li massacrava uno per uno. Non si fermò finché le sabbie non furono ricoperte di corpi. Poi, temporaneamente sazia, tornò trionfante da suo padre per vantarsi dei suoi successi».

Accadde così che Ra, forse temendo che l’azione distruttiva di Sekhmeth potesse portare alla scomparsa dell’intero genere umano, cercò di fermare la figlia che, però, «…aveva assaggiato la carne umana e le era piaciuto…». Si rende perciò necessario uno stratagemma per fermare la strage: ottenuto a Menfi pigmento rosso, Ra lo mescola a una bevanda fino a ricavarne «…settemila boccali di birra color sangue…». Fu così che, credendolo sangue, «…dimenticando l’umanità, l’Occhio di Ra bevve la birra, rimase confuso e tornò da suo padre, ubriaco e soddisfatto[5]. Ra accolse così sua figlia in pace». Sekhmeth tornò, perciò, nelle sembianze di Hathor, eppure il vecchio re: «…trovava impossibile perdonare le persone e non voleva più governare la Terra», fu così che Ra salì in groppa a Nut, la Dea del cielo che, trasformatasi in Mehet-Wehet, la Vacca Celeste, lo portò nel cielo lasciando gli uomini privi di luce e così terrorizzati che ne chiesero, invano, il ritorno sulla terra. Fu così che Ra, trasformatosi ormai nel Dio del Sole, iniziò il suo viaggio giornaliero: ingoiato da Nut di notte, e perciò sostituito in quest’arco di tempo dal Dio della luna, Toth, rinasceva al mattino per il suo percorso diurno.

Ovvio immaginare che anche questa “fuga” nel cielo, questa improvvisa scomparsa, possa ugualmente ammantare il sacrificio del re, oppure un suo suicidio rituale, con una giustificazione divina che imponesse, comunque, il potere di Ra sul mondo anche dal suo mondo ultraterreno. Ra, infatti, nonostante tutto, si preoccuperà ancora degli uomini e sulla terra proclamerà un nuovo re, Osiride (in tal senso, è pure possibile individuare in costui il nuovo re che ha vinto la “battaglia” per la sostituzione sul trono del vecchio re).

Gli uomini, avendo così compreso che un complotto contro il sovrano avrebbe potuto nuovamente risvegliare Hathor/Sekhmeth, giunsero al convincimento che il re era l’unico in grado di mantenere, con la sua saggezza e i suoi poteri, l’ordine cosmico mediante la Maat e che, perciò, era forse più giusto praticare sacrifici giornalieri a Sekhmeth, piuttosto che tramare per eliminare una tale fonte di sapienza.

La storia, comunque, si ripeterà e come andrà a finire tra Osiride e Seth lo sappiamo…  

LA SAGGEZZA

Testa del re/regina Hatshepsut (New York, Metropolitan Museum of Art) il cui mento, pur trattandosi di una donna, è ornato dalla barba[6], simbolo proprio della saggezza con cui il re doveva governare il suo popolo

Passano ancora i secoli, e il nostro Re non invecchia più così velocemente, le condizioni di vita sono certamente migliorate, ed egli, inoltre, ha dalla sua non più solo la possanza fisica, ma un’altra cosa altrettanto importante nel momento in cui si deve governare: l’esperienza, la conoscenza, la saggezza, e perdere questi valori potrebbe essere davvero deleterio per l’intera comunità.

D’altra parte, non è più così importante che il Re sia il più forte: per combattere ci sono ormai i soldati e, per catturare la selvaggina, i cacciatori, che dispongono di armi più moderne… eppure, quell’uccisione rituale, ormai consolidatasi nelle tradizioni della tribù, resta una legge imprescindibile “quando il Re non ha più la sua possanza fisica”… è davvero un bel dilemma.

Beh, avrà pensato un discendente dell’antico sciamano, un sacerdote della massima divinità, prima di uccidere il Re vediamo di “salvare il salvabile”, vediamo di tutelare “la testa” con quel che contiene… vediamo se il re è ancora fisicamente valido… sottoponiamolo a prove di fisicità: facciamolo correre attorno alle mura della città e, se resiste, facciamolo “rinascere” per un altro periodo dopo il quale dovrà ripetere la corsa…

Ma le città prosperano, diventano sempre più ampie e una corsa attorno ad Ineb Hedj, il Muro Bianco, oggi sfiancherebbe anche un giovane. Ma è poi così importante che il vecchio Re faccia il giro di tutta la città? E se concentrassimo la città in un simulacro, in una finzione che, magicamente, la rappresenti? Forse nel recinto del rivoluzionario complesso sacro[7] che il Re si è fatto costruire là, nella piana di Sokar[8], il Dio dei morti, si potrebbero realizzare due “mete” a forma di “B”, e imporre loro, magicamente, che rappresentino non solo una città, ma addirittura l’interno Paese da poco unificato, il nord e il sud. Se il Re potrà percorrere quel tragitto, dimostrerà perciò di avere ancora la forza bastante per governare non solo sul piccolo territorio cittadino, ma sull’immensa terra di Kemi.

Il complesso funerario di Djoser a Saqqara. Nel cortile “sud”, indicati come “marcatori di confine” le due “mete” a forma di “B” tra cui si doveva svolgere la corsa rituale della festa Heb Se

E così la corsa rituale diventa la festa giubilare, l’Heb Sed[9], con cui il sovrano dimostra di essere ancora in condizioni di prendere decisioni indipendentemente dalla sua possanza fisica. Qualcuno ha obiettato che nella storia millenaria dell’Antico Egitto non si ha notizia di una festa giubilare con esito negativo per il Re e che, perciò, non sappiamo quale sarebbe stato l’esito in caso contrario. Se, cioè, il Re men che aitante sarebbe stato effettivamente ucciso.

I geroglifici che indicano Heb-Sed

Io credo non solo che questo non sarebbe avvenuto, ma che non sia da escludersi che la corsa rituale, in caso di effettiva “stanchezza” fisica del re, potesse addirittura essere eseguita da un suo rappresentante (un po’ come il “campione” dei tornei medievali che combatteva per il re, ricordate?).

E questo poiché, lo ribadisco, quel che ormai interessava in quei tempi NON era più la possanza fisica, non c’era più da cacciare per la comunità o difenderla in prima persona dagli attacchi della bestia feroce, o di altri clan, quello che davvero interessava non era più la forza bruta ma, ormai, la capacità mentale per governare. Era quindi necessario che il Re, anche se vecchio e acciaccato, sapesse ordinare ad altri di farlo in sua vece, in poche parole, continuasse a regnare.

E questo non escludendo, ovviamente, che, con una legge “ad personam”, un bel giorno un Re/Dio si sia posto il dilemma e abbia deciso che era ora di smetterla di ammazzare… il Re…

L’antropologo James George Frazer che, nel suo “Il ramo d’oro”, trattò del Rex Nemorensis

Forse ancora all’antica tradizione dell’uccisione del Re si rifaceva la figura del Rex Nemorensis[10]. Non si trattava, certo, di un re nel senso della parola poiché era, di fatto, uno schiavo fuggiasco sacerdote di Diana Aricina, ma è un dato di fatto che regnava nei boschi del lago di Nemi, ed era ben consapevole che il suo regno sarebbe durato solo fino a quando un altro a lui pari, dotato di maggior forza e astuzia, non lo avesse sorpreso e ucciso per occuparne il posto.

Benché non sia riuscito a trovare evidenze storiche o archeologiche, si narra che, presso gli etruschi, il Lucumone, il Re sacro, eletto o prescelto dagli Dei, fosse destinato al suicidio dopo un certo numero di anni di regno poiché doveva dimostrare che tutto quel che aveva fatto lo aveva fatto nel solo interesse del suo Popolo e non per arricchirsi personalmente… (lo so a cosa state pensando…l’ho fatto anch’io… e poi diciamo che quelle erano popolazioni primitive?).

Roma, 23/11/2021


[1]     Ernst Hans Josef Gombrich (Vienna 1909 – Londra 2001), è stato uno storico dell’arte austriaco. Di origine ebraica, fu costretto a fuggire in Gran Bretagna assumendo la nazionalità inglese. Sua è la “Breve Storia del Mondo” (scritto nel 1935 e pubblicato, per la prima volta, nel 1985; edizione italiana, edita da Salani, del 2006), da cui è tratta l’idea della fiaccola, e “La Storia dell’Arte”, scritto nel 1950, considerato il testo più completo in materia, che ha raggiunto ad oggi le oltre cento edizioni in quasi tutte le lingue del mondo (edizione italiana “La Storia dell’Arte raccontata da E, Gombrich”, Einaudi 1966 e successive fino al 1995 nella collana “Leonardo”, sempre di Einaudi).

[2]    Una specie di felini del pleistocene era costituita dai macairodonti il più noto dei quali è lo “smilodon”, più usualmente noto come “tigre dai denti a sciabola” per la abnorme crescita dei canini superiori.

[3]    Tracce del “Mito della Vacca Celeste” risalgono all’Antico Regno e ai “Testi delle piramidi” risalenti, in particolare, alla V e VI dinastia, ma il corpus maggiore risale al Nuovo Regno e, in particolare, a tombe della XVIII e XIX dinastia. Stesure del mito si trovano, infatti, nella tomba KV62, di Tutankhamon (peraltro la prima in cui il testo venne riconosciuto come tale); nella KV7 di Ramses II; KV11 di Ramses III e KV9 di Ramses VI. La versione più completa, tuttavia, è quella rinvenuta nel 1817 da G.B Belzoni nella tomba KV17 di Sethy I. In questo sito, infatti, si trovano 330 versi del “mito” ripartiti in 95 colonne; essendo il testo mutilo, tuttavia, per le traduzioni complete ci si appoggia al testo della KV62 di Tutankhamon e, segnatamente, nella parte compresa tra la colonna 31 (corrispondendo la 30 alla 95 della KV17) e la 39.

[4]    «…Accadde al tempo di Ra, colui che creò se stesso, quando già da molti anni governava sugli Dei e sugli uomini […]. La gente non era soddisfatta e i ribelli osarono cospirare contro il loro re…» 

[5]    Tanto era radicata tale leggenda, che ancora in periodo greco-romano, in Egitto si svolgeva un rituale dedicato ad Hathor/Sekhmeth, la “Festa dell’ubriachezza”, che comprendeva danza, musica e un abbondante consumo di bevande alcoliche.

[6]    Nel caso specifico, si tratta di una barba “osiriaca” che assimila, cioè, Hatshepsut al Dio dei morti Osiride. Esistono, tuttavia, rappresentazioni in cui indossa pur sempre la barba posticcia tipica di tutti i sovrani, di differente foggia.

[7]    Il riferimento è al complesso funerario di Re Djoser (~2680-2660 a.C.) a Saqqara. Opera dell’architetto Imhotep, è considerata la prima costruzione in pietra dell’Antico Egitto. Alla famosa “piramide a Gradoni”, costituita da sei mastabe sovrapposte, si affiancano altre costruzioni solo apparentemente fruibili, in una sorta di ricostruzione fittizia della città. Si tratta, in realtà, di simulacri di edifici, come in una specie di scenografia teatrale. Può essere interessante conoscere che nel complesso non si trova mai il nome Djoser, bensì quello di Horus Netjrikhe; unica prova che identifichi Djoser come Horo Netjrikhe è in una lunga iscrizione rupestre (detta “della carestia”) di epoca tolemica nell’isola di Sehel (prima cateratta) in cui si narra come il re Netjrikhe Djoser, preoccupato per una carestia che da sette anni affliggeva il paese, avesse chiesto consiglio al saggio Imhotep. Per finire il racconto, basterà dire che Djoser, avendo appreso che la piena del Nilo era sotto il controllo del dio dell’isola di Elefantina, Khnum, lo aveva placato facendogli dono di un ampio tratto della bassa Nubia.

[8]    Il termine Saqqara, che oggi indica la necropoli nei pressi del Cairo, si ritiene possa derivare proprio da Sokar, l’antico dio dei morti con centro di culto a Menfi, normalmente rappresentato mummiforme con testa di falco.

[9]    La Heb-Sed costituiva la “festa giubilare” dei re e veniva celebrata, almeno in origine, dopo i primi trent’anni di regno (anche se esistono riscontri di feste celebrate anche prima dei trent’anni). Si trattava di una festa di rigenerazione delle forze del re e, successivamente alla prima, la stessa veniva ripetuta con cadenze anche irregolari e ogni volta che si rendeva necessario, in qualche modo, riaffermare il potere.

[10] Il Rex Nemorensis, il Re di Nemi, era, in realtà il sacerdote della Dea Diana che “governava” sul bosco sacro alla Dea che si trovava, appunto, nei pressi della località suddetta. Vuole la tradizione che la carica spettasse a uno schiavo fuggiasco che occupava la carica, sacra, dopo aver ucciso il suo predecessore e fino a che, a sua volta, non fosse stato ucciso da un altro suo pari. Del Rex Nemorensis e della tradizione, anche antropologica, legata a questa figura, si è interessato James George Frazer (Glasgow 1854 – Cambridge 1941) nel suo “The Golden Bough: A Study in Magic and Religion”, del 1890 (traduzione italiana “Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione”, Newton & Compton editori, 1992) .

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