Storia egizia

I POPOLI DEL MARE

Di Sandro Barucci

Imbarcazioni e marinai di tempi remoti” deve quasi obbligatoriamente parlare anche di questa stagione, che possiamo collocare alla fine dell’età del bronzo nei decenni attorno al 1200 a.C. Lo scenario dei fatti è principalmente il Mare Mediterraneo orientale e paesi contigui, ma anche genti che oggi diremmo “italiane” potrebbero essere parti in causa.

Iniziamo con la documentazione scritta nelle lettere di Amarna , più di 300 tavolette di argilla utilizzate per la corrispondenza diplomatica inviata da e verso faraoni egizi, una documentazione di inestimabile valore, oggi conservata suddivisa in diversi Musei del mondo. Amarna è capitale di Egitto durante la XVIII dinastia e le tavole prendono per convenzione la sigla EAxxx (El Amarna + num.) La datazione delle tavole comprende un periodo che è circa 1386-1318 a.C. (secondo Moran 1992) comunque XIV secolo centrale.

Nelle note tavole EA 122 ed EA 123 , Rib Hadda re di Byblos (oggi costa Libanese) e vassallo del faraone egizio, scrive a quest’ultimo nominando il popolo dei Sirdan, insediati là. Studiosi degni di credito identificano questi con gli Sherden o Shardana altrove similmente nominati. E’ uno dei primi cosiddetti poi “popoli del mare” di cui si ha notizia scritta già dal XIV secolo a.C. Naturalmente l’assonanza del nome con la nostra oggi Sardegna qualche idea la suscita in noi, e l’ha suscitata in studiosi importanti.

Proseguendo le testimonianze scritte sugli Shardana , dopo quella relativamente pacifica del XIV secolo, li troviamo nel XIII secolo in veste di pirati in agguato sulle rotte commerciali del Mediterraneo orientale verso l’Egitto.

Ramses II , al suo secondo anno di regno, circa nel 1278 a.C., fa porre fine alle scorrerie sconfiggendoli in mare e catturandone molti. Sono guerrieri di valore e la Stele di Tanis II parla degli “ Shardana di spirito indomito, contro i quali nessuno mai può opporsi, che vengono con ardimento in navi da guerra dal centro del mare “. Ramses ne approfitta per includerli come mercenari nel proprio esercito .

Egittologi hanno fatto notare che su questa stele viene per la prima volta coniata una apposita parola per “navi da guerra” (dettaglio non secondario a dipingere l’impatto di questi incursori).

Troviamo dunque gli Shardana alla cruenta battaglia di Qadesh dalla parte di Ramses II contro gli Ittiti.

Una immagine degli Shardana ci viene da questo periodo a servizio di Ramses II (immagine 1, dal tempio del sole di Abu Simbel). Per maggior chiarezza accludo il disegno che ne fece Ippolito Rossellini (fig.2) .

Qui osserviamo gli scudi rotondi e gli elmi con le “corna” che li identificano (già visti parlando della battaglia navale del Delta contro Ramses III).

A proposito di questi elmi alcuni hanno fatto notare che le “corna” e scudi rotondi sono presenti anche nella tradizione dei guerrieri nuragici sardi. Senza voler dimostrare niente di definitivo allego l’immagine 3 dal Museo Pigorini.

Merenptah è figlio e successore di Ramses II. La vasta iscrizione all’interno del Tempio di Karnak (nell’immagine) descrive la campagna militare del faraone contro i tentativi di invasione via terra da ovest da parte dei Libici, nell’occasione alleati con i popoli del mare (circa 1208 a.C.).

Stavolta gli Sherden sono fra gli invasori . La coalizione viene sconfitta nella battaglia di Perire, si suppone nella zona ovest del delta del Nilo. Secondo l’iscrizione 6000 uomini sono uccisi, 9000 sono catturati. Altre testimonianze del fatto sono nelle coeve Colonna del Cairo e Stele di Athribis. La “bibbia” per queste iscrizioni è James H. Breasted, Ancient Records of Egypt: The Nineteenth Dynasty, vol.3 (Chicago: University of Illinois Press, 1906, 2001).

Tornando alla originaria etnia degli Sherden, come detto non vi è nessuna dimostrazione conclusiva in nessuna direzione. Una testimonianza viene spesso citata per sostenere l’ipotesi sarda. L’archeologo israeliano Adam Zertal, 1936-2015, scavò il sito di El Ahwat (persona e luogo nella foto), e ne trasse la conclusione di una stringente similitudine con le costruzioni in pietra coeve sarde .

Gli Shardana saranno presenti anche alla Battaglia del Delta del Nilo ( circa 1177-1175 aC ) già vista recentemente , dove saranno in veste di aggressori , sconfitti definitivamente da Ramses III , ma anche come mercenari dalla sua parte . Dopo questo evento , li troveremo ancora citati fino al 1000 in altri documenti, ma apparentemente come pacifiche componenti delle popolazioni dell’epoca, mai più come minacce.

Tornando al discorso sulle origini di questa etnia si deve considerare anche che la Lidia , antica porzione della penisola anatolica nella immagine, aveva come capitale la città di Sardis.

Vi sono dunque anche le fondate ipotesi che gli Shardana siano originari di questa zona ovvero che da questa regione i “Sardi” abbiano colonizzato la nostra Sardegna e poi abbiano mantenuto i contatti con il Mediterraneo orientale. Naturalmente non sono idee mie, cito altri due studiosi di calibro che vedono comunque un contatto con la nostra isola :

  • Frederik Christiaan Woudhuizen (2006) The Ethnicity of the Sea Peoples , dissertazione alla Erasmus Universiteit, Rotterdam.
  • Gardiner, Alan H., 1947, Ancient Egyptian Onomastica. Oxford University Press.

Francamente non ci sono prove definitive, ma considerando che non molto tempo dopo la Stele di Nora (di cui abbiamo parlato nel gruppo) cita il nome Srdn (Sardegna) per la nostra isola una coincidenza fortuita sembra almeno da mettere in dubbio.

Immagine della battaglia fra Ramses III e i Popoli del Mare tratta dal bassorilievo di Medinet Habu; come detto l’artista identifica gli Shardana con le loro corna sull’elmo

Mostro qui da Woudhuizen un compendio delle citazioni in testi egizi dei singoli popoli del mare dal XIV secolo delle lettere di Amarna al XII secolo di Ramses III.

Come si vede gli Shardana sono citati sempre. Tornando invece indietro alle lettere di Amarna troviamo il popolo di Lukka, sgradito protagonista della corrispondenza fra il re di Alashyia (oggi Cipro) ed il faraone, probabilmente Akhenaton . Qui in foto la tavola EA 38 in cui il re assicura che i suoi sudditi non partecipano alle aggressioni costiere di Lukka, con cui anzi è in conflitto.

Di Lukka e delle sue aggressive navi , oggi il consenso sulla provenienza è stabilito, l’antica Licia (nella mappa).

Come visto le navi di Lukka creavano grosse difficoltà con le loro incursioni sia ad Akhenaton in Egitto sia al Re di Cipro. Lukka e’ oggi identificata con la Licia, costa turca meridionale, da dove passava un grande flusso commerciale da e per Micene, Egitto, Costa Siro-canaanita.

Una testimonianza di questo movimento marittimo, di cui Lukka sicuramente traeva vantaggio, è stato il rinvenimento del relitto di Uluburun (nell’immagine la replica) con il suo carico di merce di grande valore.

Nella foto vediamo il famoso scarabeo d’oro che reca il cartiglio di Nefertiti (oggi al museo di Bodrum). La data dell’affondamento è attorno al termine del XIV sec a.C., vicino allo scambio di lettere del post precedente sul tema pirateria di Lukka e geograficamente in quella zona.

Qui riporto uno schema da Kitchen 1982-83 riguardo alle citazioni egizie delle 10 etnie in questione. Le prime 5 con asterisco sono citate come sconfitte da Merenptah, le altre da Ramses II (nelle iscrizioni già descritte in precedenza) .

Per Sherden e Lukka, come detto, si trovano in precedenza anche nelle tavole di Amarna.

Per concludere riguardo ai Lukka li troviamo anche al fianco degli Ittiti alla battaglia di Qadesh, ma sono sempre in generale loro scomodi vicini. Anche Suppiluliuma II non riesce a dominarli, e sono probabilmente fra le cause di decadenza del suo impero.

Gli Shekelesh

Come abbiamo visto questa etnia è nominata per la prima volta nelle commemorazioni della vittoria del faraone Merenptah (qui busto al Museo del Cairo), attorno al 1208 a.C.

Sono nel gruppo di alleati dei Libici , che tentano l’invasione da ovest , ma sono annientati a Perire.

Come abbiamo visto molte volte in altre circostanze, i faraoni tengono una accurata contabilità in tutti i campi . Anche in questa occasione Merneptah , per essere certo del numero di nemici uccisi, dà ordine ai suoi uomini sul campo di riportare (chiedo scusa per il particolare cruento, ma molto importante storicamente) : dei nemici circoncisi la mano destra, dei nemici non circoncisi il pene. Si fa così un conteggio esatto finale.

Gli Shekelesh uccisi sono oltre 200 e risultano fra i circoncisi , così come gli Shardana . È così evidente che i due popoli , qualsiasi sia la loro origine, sono insediati in quel momento nel levante.

Gli Shekelesh fanno parte anche della “confederazione” di assalitori nominati dopo la battaglia del delta del Nilo. Ramses III è nell’ottavo anno di regno (circa 1178 aC) Nell’immagine il granito di copertura sepolcrale oggi al Fitzwilliam Museum di Cambridge.

Traduzione da una delle iscrizioni a Medinet Habu:

” Le nazioni straniere hanno messo a punto una cospirazione presso le loro isole. Improvvisamente essi hanno abbandonato le loro terre e si sono gettati nella mischia.

Nessuno poteva resistere alle loro armi: Hatti, Qadesh, Karkemiš, Arzawa e Alashiya, tutte furono distrutte allo stesso tempo.

Un campo militare fu da loro insediato in Amurru; qui essi fecero strage della gente del posto e la terra fu lasciata in uno stato di desolazione come se non fosse mai stata abitata”.

Naturalmente le “isole” citate vanno probabilmente intese in senso lato, includendo siti costieri.

Ad integrazione mostro qui una cartina dei luoghi citati nelle iscrizioni di Medinet Habu.

Secondo la testimonianza di Ramses III è larghissima la devastazione operata dai Popoli del mare prima di giungere alla battaglia sul delta del Nilo (circa 1178 aC). Si va da Arzawa, paese occidentale dell’Anatolia, fino all’impero ittita (Hatti), e più a sud a Karkemish, Ugarit, Qadesh. Addirittura gli invasori avrebbero posizionato la loro base nella regione di Amurru, devastandola. Ho aggiunto il porto di Gibala di cui sappiamo la data di distruzione 1192-1190 aC1

  1. Rif.: Kaniewski D, Van Campo E, Van Lerberghe K, et al. (2011) The Sea Peoples, from Cuneiform Tablets to Carbon Dating. PLOS ONE 6(6): e20232

Come sappiamo il “manifesto” di Ramses III deve essere considerato anche una esposizione a propria esaltazione, e la potenza dei Popoli del mare va a ovviamente a maggior gloria di chi li ha decisamente sconfitti. (L’Impero Ittita ad esempio crolla per cause più complesse ed articolate, ci torneremo).

Comunque dopo la Battaglia sul delta del Nilo molte incursioni cessano e gli Shekelesh appaiono decisamente “ammansiti”.

La logica conclusione riguardo agli Shekelesh sarebbe poter indicare in base a certezze documentate quale fosse la loro terra di origine prima di divenire gente che viveva sulle navi.

La discussione va avanti da due secoli, il primo che indicò la Sicilia come luogo di provenienza fu Emmanuel de Rougé nel 1867 (vedi riferimenti) probabilmente per evidente assonanza.

L’ipotesi fu avversata da Gaston Maspero (1873) che indicò l’Anatolia occidentale come sede di questa popolazione (antica città di Sagalassos). Peraltro egli fu il primo a coniare la sigla “Popoli del mare”.

Non si contano gli studi successivi, ma rimangono comunque ipotesi tutt’altro che univoche. Certo gli Shekelesh erano circoncisi (come si è detto parlando delle testimonianze dai faraoni), erano dunque in stretto contatto nel 1200 aC con le usanze levantine. Ma la loro terra di origine poteva essere la Sicilia .

Sappiamo che la colonizzazione “classica” dei Greci in Sicilia inizia con le fondazioni di Zancle e di fronte Rhegion (Messina e Reggio) nel secolo VIII aC. con le meraviglie lasciate nei secoli successivi a Selinunte, Agrigento etc. etc.

Ma è fuori di dubbio che molto prima fra Sicilia ed Egeo vi sono stretti contatti via mare sui quali vi è dimostrata certezza; aggiungo qui solo un esempio , un vaso da Micene di datazione 1500-1300 aC (Late Helladic IIIA 2) oggi al Museo di Agrigento. I contatti navali sono in corso quando accadono i fatti attorno al 1200 aC . La parte guerreggiata della storia però resta da spiegare.

Riferimenti:

  • Emmanuel de Rougé , 1867, ‘Extraits d’un mémoire sur les attaques dirigées contre l’égypte par les peuples de la méditerranée’. Revue Archéologique V. 16. Pp. 35-45.
  • Maspero 1873: 84-6; Maspero 1910: 432, note 2.
  • Maspero, Gaston, 1873, [Review of Chabas’ Études]. Revue Critique d’Histoire et de Littérature. Pp. 81-86
  • 1910, The Struggle of the Nations, Egypt, Syria and Assyria. London: Society for promoting Christian knowledge.
  • Wachsmann, Shelley. (2013). The Gurob Ship-Cart Model and Its Mediterranean Context. College Station, Texas A&M University Press

I Peleset

Questo popolo compare per la prima volta nelle scritte riferite alla celebrazione di Ramses III come grande vincitore (dopo i fatti del 1178 aC circa).

Nella immagine da Medinet Habu si vede la tipica raffigurazione delle genti straniere severamente minacciate dalla mazza del faraone, come in tantissime immagini simili viste fino dal 2900 a.C.

Nel papiro Harris un brano ribadisce la vicenda vittoriosa e la fine del nemico:

“Io ho esteso tutti I confini dell’Egitto; ho distrutto quelli che li hanno invasi dalle loro isole. Ho soppresso i Denyen nelle loro isole, i Thekel e i Peleset sono stati ridotti in cenere. Gli Shardana ed i Weshes del mare, sono stati ridotti come coloro che non esistono, fatti prigionieri in una volta sola, portati come prigionieri in Egitto, come la sabbia della costa. Li ho sistemati in capisaldi, confinati in mio nome “.

IN AGGIORNAMENTO

Storia egizia

CORNA DIVINE

Di Giuseppe Esposito

Tranquilli, non avete sbagliato sito, siamo pur sempre su Civiltà Egizia, ma l’argomento di cui oggi voglio parlarvi doveva avere un punto di partenza e allora perché non giocare su uno stereotipo che tutti crediamo vero? I Vichinghi indossavano elmi con le corna!

E chi l’ha detto? In realtà, ritrovamenti archeologici hanno dimostrato che gli elmi vichinghi erano semplici calotte in ferro con paranaso o una sorta di celata fissa, una specie di grandi occhialoni, che, più che a salvare gli occhi, serviva a far calzare meglio l’elmo per non perderlo combattimento durante. E gli elmi cornuti? Pare che gli elmi cornuti siano un’invenzione abbastanza recente risalente addirittura solo al 1600, idea poi ripresa con il romanticismo e, in particolare, con un’edizione della prima metà dell’800 della Saga di Frithiof[1] illustrata dal pittore svedese Gustaf Malmström[2] che pensò bene di ornare l’elmo dell’eroe principale, Frithiof appunto, di corna e, talvolta di ali di drago. E sono certo che vi stiate ancora chiedendo cosa c’entrino i vichinghi con l’antico Egitto… semplice: nulla!

Ma questa introduzione mi ha consentito di arrivare al centro dell’argomento che intendo trattare stavolta: le corna! Ma per non restare sul piano prosaico umano, qui tratteremo di corna, si, ma divine! Non sono pochi, infatti, nelle antiche civiltà, e forse non sempre molto lontane da noi, gli esempi di ierogamia, ovvero di unione tra un Dio e un essere umano per garantire la procreazione di profeti, veri eroi o “semplici” Re, in barba al legittimo consorte. Ovvio che l’argomento potrebbe espandersi a molte civiltà e religioni, come non citare, ad esempio, la ierogamia tra Zeus e Olimpiade da cui sarebbe nato il Grande Alessandro, in barba a Filippo II, legittimo consorte della Regina. In qualche modo già con questa ierogamia macedone siamo anche in ambito egittologico poiché Alessandro, come ricorderete, si fece a sua volta proclamare Faraone, ma il compito che mi sono assegnato è quello di viaggiare in ambito egittologico e perciò preparatevi a un excursus tra i più famosi “cornuti” della Terra di Kemi.

PERCHE’ “CORNUTO”?

Prima di entrare nel vivo della nostra narrazione, tentiamo però di capire perché un simbolo come quello delle corna abbia assunto, con l’andar del tempo, una valenza denigratoria e offensiva. Diciamo subito che non esiste UNA risposta, ma tante ipotesi. Una delle più antiche ci riporta alla Civiltà egea e all’enorme palazzo di Knossos costruito da Dedalo, costituito da così tante stanze, cortili, meandri da meritare il titolo di Palazzo delle Labrys (λάβρυς), o se preferite “labirinto”, con riferimento alle asce bipenni che rappresentavano il potere in quel contesto e di cui sono state trovati innumerevoli esempi negli scavi egei.

Ebbene, narra la leggenda che Minosse, era inviso alla popolazione cretese perché non direttamente discendente dal suo predecessore sul trono, ma figlio di quel furbacchione di Zeus che, trasformatosi in un toro bianco, aveva rapito Europa portandola a Creta ove avrebbe generato il Signore di Knossos. Poiché le cose si mettevano male, quest’ultimo pregò Poseidone, Dio del mare da cui la vita stessa di Creta dipendeva, di inviargli un segno della sua benevolenza così da dimostrare al suo popolo che godeva dell’amore degli Dei. Poseidone, memore anche dell’inizio del regno di Minosse[3], segnato dalla presenza di un toro bianco, inviò al Signore di Knossos proprio uno di tali animali, bellissimo e di grande candore, privo di macchie, perché gli fosse poi sacrificato.

Ma Minosse, colpito dalla magnificenza dell’animale, decise di trattenerlo nelle sue stalle e di sacrificarne al Dio del mare un altro. Gli Dei greci, si sa, sono soggetti alle passioni umane forse più di altre divinità; fu così che Poseidone, che ovviamente si era accorto della sostituzione, si vendicò facendo innamorare Pasifae, moglie di Minosse, proprio del toro bianco. Fu così che Dedalo[4], che già aveva costruito il Palazzo delle Labrys, costruì un altro suo marchingegno: una giovenca di legno in cui Pasifae poté entrare e congiungersi con il toro dando così vita a un essere mostruoso, per metà uomo e per metà toro: il Minotauro.

Inutile dire che il popolo, avuta conoscenza dell’accaduto, iniziò a sottolineare il tradimento mostrando al poco amato Minosse il gesto delle corna.

E questa, con la presenza di un toro, animale notoriamente cornuto, è la prima delle ipotesi per giustificare la terminologia usata per indicare un tradimento.

Un’altra, forse più storica e credibile, ci vede fare un salto di svariati millenni, fino al XII secolo d.C. L’area si sposta di poco: da Creta, infatti, eccoci a Costantinopoli e da Minosse al regno dell’Imperatore Andronico I Comneno (1118-1185), divenuto famoso anche per la sua crudeltà. Questi era solito far arrestare i suoi maggiori nemici e, quindi, non solo sedurne le mogli annoverandole tra le sue concubine, ma per massimo disprezzo e per far conoscere l’onta al popolo, far appendere sulla porta di casa del malcapitato la testa di un animale provvisto di corna, fosse esso un bue, piuttosto che un cervo. Sarebbe così nata l’espressione greca “cherata poiein”, cioè “mettere le corna”, poi giunta nell’area mediterranea a seguito della presa della città di Tessalonica (1185) da parte dei soldati siciliani di Guglielmo II di Sicilia “il Buono” (1153-1189).

“CORNA” DIVINE EGIZIE

Ma dopo questo excursus archeo-storico è ormai giunto il momento di tornare nel nostro Antico Egitto e chiarire il perché di questo titolo. Forse il concetto offensivo, come abbiamo sopra visto, non era ancora noto e forse non erano indicati come “cornuti” alcuni re che, per apparire ancor più legittimati ad assurgere al trono, non trovarono di meglio che far derivare la loro stessa nascita dall’unione tra la propria madre e una divinità. Abbiamo sopra accennato ad Alessandro Magno, figlio di Zeus e Olimpiade, ma ora dobbiamo tornare ancora più indietro nel tempo di circa 2500 anni…

IL PAPIRO WESTCAR E LA V DINASTIA

Il papiro di Berlino 3033, o papiro Westcar (Ägyptisches Museum di Berlino)

…nella sala del trono, Khufu[5] è circondato dai suoi figli Djedefra, suo diretto erede, Khafra, Baufra ed Herdjedef e si sta annoiando, nasce così la sua richiesta di narrargli storie[6], possibilmente di maghi e magie poiché lo appassionano molto.

Un primo racconto, andato perso, vede come narratore, verosimilmente, Djedefra[7] (immediato successore di Khufu), ma conosciamo solo il premio che il re offre alla memoria del predecessore Djoser[8]; è poi la volta di un secondo figlio, Khafra[9], che, rifacendosi al regno di uno dei predecessori di Khufu, il re Nebkha, narra del mago Ubanoer che, tradito dalla consorte, plasma un coccodrillo di cera che, magicamente, prenda vita e intrappoli il giovane amante della moglie; Baufra[10], terzo figlio, narra, a sua volta, una storia ambientata durante il regno del re Snefru[11], padre di Khufu, che annoiandosi a sua volta, chiamò il saggio mago Djadjaemankh che gli suggerì di fare un viaggio sul lago sacro, a bordo della barca reale condotta, ai remi, da venti splendide fanciulle nude. Una di queste, la capo-voga, avrebbe perso nel lago un amuleto e il mago Djadjaemankh, su richiesta del re, avrebbe sollevato le acque perché l’amuleto potesse essere ritrovato agevolmente.

È quindi la volta dell’ultimo figlio, Herdjedef[12]:   

«[Tu hai udito finora] degli esempi di ciò che hanno saputo [fare] coloro che oggi sono trapassati: e non si può riconoscere il vero dal falso. [Ma c’è, sotto] la Tua Maestà del tuo proprio tempo, [uno] che non è conosciuto da te, e che è un grande mago»

Così esordisce il principe Herdjedef stuzzicando la curiosità paterna giacché, come egli stesso precisa, quello che sta per narrare non è qualcosa che è accaduto chissà quando, ma è “cronaca”, giacché proprio durante il regno di Khufu, esiste un mago grandissimo, ha 110 anni e si chiama Djedi.

Costui è in grado di mangiare «…cinquecento pani, e come carne, mezzo bove…» e di bere «…cento brocche di birra ancora oggi…». Il suo potere è così grande che può riattaccare la testa di un uomo, sa farsi seguire da un leone senza tenerlo al guinzaglio e, cosa che intriga Khufu più di tutto «…conosce il numero delle stanze segrete del santuario di Thot…». Accade così che lo stesso Herdjedef venga incaricato di portare Djedi al cospetto del re che, come prima cosa, chiede di dimostrargli il suo potere riattaccando la testa a un prigioniero cui verrebbe tagliata, ma il mago rifiuta l’esperimento eseguendo però la magia prima su un’oca, e poi su un bue.

Ma Khufu è decisamente più incuriosito dal numero delle stanze del santuario di Thot e, posto il quesito al mago, ottiene per risposta un racconto che, finalmente, è quello che interessa l’argomento del nostro articolo: spiega infatti Djedi, che non conosce il numero segreto delle stanze, ma il luogo in cui tale numero è custodito, all’interno di un baule. Alla legittima curiosità di Khufu, Djedi precisa che non lui porterà al re il baule, ma «…Te lo porterà il primo dei tre figli che sono nel grembo di Redjedet».

Già, ma chi è Redjedet?

«…È la moglie di un sacerdote di Ra, signore di Sakhebu, che è incinta di tre figli di Ra, signore di Sakhebu. Egli ha detto che eserciteranno questa funzione benefica in questo intero paese, e il primo di essi sarà Grande dei Veggenti a Eliopoli…».

La profezia, perciò, indica che dopo Khufu, Djedefra e Khafra, tutti della IV dinastia, sorgerà una nuova dinastia, la V, e che i tre figli di Redjedet ne saranno i sovrani.

Il concepimento è perciò avvenuto ad opera del dio Ra e lo stesso racconto, riportato nel Papiro Westcar della XVI-XVII dinastia, risale invece verosimilmente proprio alla V per rafforzare la legittimità dei regnanti di quella dinastia e confermare il potere proprio del dio Ra. Accade così, proseguendo nel racconto di Herdjedef, che Ra ordini che alla nascita dei tre “gemelli” (non risulta archeo-storicamente, tuttavia, che un tale parto trigemellare di sovrani sia mai avvenuto) siano presenti le dee Iside, Nephtys, Meskhenet (protettrice delle partorienti); Heqet (dea della fertilità) e il dio Khnum (colui che plasmava, sul tornio del vasaio, il kha, una sorta di anima, del nuovo nato).

Fu così che

«… Iside si pose davanti a lei, Nephtys dietro a lei, e Heqet affrettò la nascita. Iside disse: “Non esser troppo possente nel tuo grembo, in questo tuo nome di User(kha)f[13]”…».

La dea Meskhenet, allora,

«…andò verso lui e disse: “Un re che eserciterà la regalità nel paese intero”, mentre Khnum dava la salute al suo corpo…».

Le nascite si susseguono seguendo il medesimo schema e nascono così Sahura[14] e Kheku[15]; a tutti e tre Meskhenet, quasi come una “madrina” delle nostre fiabe, dona la regalità sul Paese di Kemi, e per ognuno Khnum[16] plasma il giusto kha. Non si tratta, come ovvio, di tre nascite qualunque visto che tutti e tre diverranno re e saranno i primi di una nuova dinastia, la V.

È da tener presente, come peraltro già più sopra accennato, che l’episodio non trova riscontro nella realtà archeo-storica giacché non risulta alcuna nascita trigemellare né i tre futuri regnanti risultano figli di una medesima coppia. Il racconto, verosimilmente risalente proprio alla V dinastia, tendeva a glorificare i tre re della nuova dinastia facendoli discendere dal massimo dio, Ra, che proprio in tale periodo storico assurge al titolo di supremo tra gli dei. Questo in forza, ovviamente, di un antico clero, quello di Heliopolis, particolarmente aggressivo, politicamente parlando, che data la relativa recente unificazione delle Due Terre, tende alla ricerca di un dio che possa essere sovraordinato alle divinità delle due parti unificate. Nasce proprio nell’Antico Regno, e segnatamente nelle dinastie IV e V, specialmente, l’enunciazione della Grande Enneade[17] eliopolitana.

Il racconto del Papiro Westcar ci ha consentito di entrare nell’argomento di questo articolo giacché la presunta madre, Redjedet, sposa di un sacerdote proprio di Ra, viene, come abbiamo visto strumentalmente, resa gravida dei tre re dal massimo dio.

HATSHEPSUT E LA XVIII DINASTIA

Planimetria del “djeser djeseru”, “Sublime dei Sublimi”, il tempio di Hatshepsut a Deir el-Bahari

Lasciamo l’Antico Regno per spostarci avanti di quasi mille anni. Anche in questo caso, di fondo, assistiamo a una crisi politica: da poco il paese è stato riunito dopo la parentesi di quasi due secoli di dominazione degli Haqau-khasut, gli Hyksos[18]. Dal sud i principi tebani, con Seqenenra Ta’o “il Valoroso”, prima, e Khamose poi, hanno iniziato la loro campagna di riunificazione delle Due Terre scontrandosi con gli stranieri che, sconfitti, si sono attestati nella loro capitale, Avaris, sul Delta nilotico.

Con la XVIII dinastia nasce, così, il Nuovo Regno (~1540-1180 a.C., dinastie XVIII-XIX-XX). Primo sovrano della dinastia del paese unificato sarà Ahmose I, forse fratello di Khamose, ma gli Hyksos tenteranno di riprendere il potere e la guerra proseguirà fino, verosimilmente, all’anno quindicesimo o sedicesimo del regno di Ahmose quando, allontanati gli Hyksos e stroncati anche altri tentativi di rivolta dei nubiani, già alleati dei primi, le Due Terre possono finalmente dirsi riunificate.

Dopo circa venticinque anni di regno, il trono passa al successore Amenhotep I e da questi, dopo ulteriori vent’anni, a Thutmosi I. Non si è a conoscenza se quest’ultimo fosse un diretto discendente di Amenhotep I, ma di certo legittimò il suo diritto al trono sposando una sorella di Amenhotep, Ahmose[19], con la quale generò Hatshepsut.

Alla morte di Thutmosi I, pur essendo Hatshepsut in posizione di preminenza per la successione (essendo figlia di un re e sorella di un altro re), il trono venne assunto da Thutmosi II, fratellastro di Hatshepsut, che però la sposò conferendole il titolo di Grande Sposa Reale.

Da tale unione nacque una figlia femmina, Neferura, mentre da una regina minore, Iset, nacque Menkheper-Ra Thutmosi, erede al trono, che però, alla morte del padre, aveva forse tre o quattro anni. Fu così che, in luogo del III dei Thutmosi, assunse la reggenza, in nome del figliastro/nipote, proprio Hatshepsut. Tra il terzo e il settimo anno di reggenza, però, pur lasciando nominalmente sul trono Thutmosi, Hatshepsut compì un vero e proprio colpo di mano nominandosi Re (non regina) a tutti gli effetti e assumendo, per questo, la titolatura completa di cinque nomi[20].

Come ovvio, una tal forzatura, di certo fortemente appoggiata dai sacerdoti di Amon[21]. non poteva che suscitare, quanto meno, disappunto tra i dignitari e la stessa popolazione, rendendo necessario il ricorso a qualcosa che potesse costituire una valida base di conferma: cosa di meglio, come peraltro nel caso che abbiamo sopra visto della V dinastia, che non una forte giustificazione teologica?

Il racconto di quel che accadde ci è stato tramandato su un enorme registro di pietra: il “Djeser Djeseru”, Sublime dei Sublimi è Amon, cioè il tempio funerario di Hatshepsut a Deir el-Bahari[22]. Qui, nel lato nord del secondo portico, sono riportati i rilievi relativi al concepimento e alla nascita di Hatshepsut. Il racconto si sviluppa organicamente, su più registri sovrapposti. Nel primo riquadro il Dio Amon comunica a dodici divinità[23] la sua intenzione di procreare un Re avendo prescelto, quale madre, la Regina Ahmose (o Ahmasi), sposa del Re Thutmosi I (effettivo padre di Hatshepsut):

«[24]Desidero la compagna [Ahmasi] che egli [Thutmosi I] ama, colei che sarà la madre autentica del re dell’Alto e Basso Egitto Maatkara, che viva, Hatshepsut Unita ad Amon. Io sarò la protezione delle membra fintanto che ella non si leverà […] Io le darò tutte le pianure e tutte le montagne […] Ella guiderà tutti i viventi […] Io farò cadere la pioggia dal cielo durante il suo tempo, farò che siano dati dei grandissimi Nili alla sua epoca […] e colui che bestemmierà impiegando il nome di Sua Maestà, farò che muoia sul campo.»

Amon, accompagnato dal Dio Thot quale paraninfo, assume perciò le sembianze dello sposo, il re Thutmosi I; l’amplesso tra i due è, molto romanticamente, simboleggiato dal segno della vita, l’ankh, che il Dio poggia sul viso della regina Ahmasi che, a sua volta, gli accarezza una mano:

«Allora Amon, il dio eccellente signore del Trono delle Due Terre, si trasformò e prese l’aspetto di Sua Maestà [Thutmosi I], lo sposo della regina. La trovò che dormiva nella bellezza del suo palazzo. L’odore del dio la svegliò e la fece sorridere alla Sua Maestà. Appena egli si avvicinò a lei arse il cuore, e fece in modo che lei potesse vederlo sotto il suo aspetto divino. Dopo che l’ebbe avvicinata strettamente e che lei si fu estasiata a contemplare la sua virilità, l’amore di Amon penetrò il suo corpo. Il palazzo era inondato del profumo del dio, tutti gli aromi del quale venivano da Punt.»

L’avvenuto concepimento viene così narrato:

«Disse Amon, Signore di Karnak: Henemetamon-Hatshepsut è il nome di questa mia figlia. […] Ella eserciterà una regalità benevola nell’intero Paese. A lei il mio ba15, a lei la mia potenza, a lei la mia venerazione, a lei la mia corona bianca! Certamente ella regnerà sui Due Paesi e guiderà tutti i viventi […] fino al cielo. Io unisco per lei i Due Paesi nei suoi nomi, sul seggio di Horus dei viventi, e assicurerò la sua protezione ogni giorno, con il dio che presiede a quel giorno.»

È quindi la volta del Dio Khnum, il vasaio che modellava l’uomo sul suo tornio, cui Amon dà incarico di plasmare la futura figlia:

«Va’! Per modellarla, lei e il suo kha15, a partire dalle membra che sono mie. Va’! Per formarla meglio di ogni dio. Forma per me questa mia figlia che ho procreato […]

[Risponde Khnum] Darò forma a tua figlia […] Le sue forme saranno più esaltanti di quelle degli dei, nel suo splendore di re dell’Alto e Basso Egitto.»

Trascorsi i nove mesi di gravidanza, tocca nuovamente a Thot, accompagnato dalla Dea Heket, protettrice delle nascite e delle partorienti, portare alla Regina l’annunciazione della paternità divina e dell’imminente nascita. Le due divinità accompagnano quindi, tenendola per mano, Ahmasi verso la sala ove avrà luogo il parto. Qui Khnum profetizza l’immensa grandezza della nascitura, addirittura indicandola come superiore ad ogni altro re precedente:

«Io avvolgo tua figlia nella mia protezione. Tu sei grande, ma colei che aprirà il tuo grembo sarà più grande di tutti i Re esistiti fino a oggi.»

È quindi la volta del padre divino, Amon, che riconosce la figlia come sua, la presenta al consesso degli Dei mentre Atum le porge la corona e la titolatura regale:

«Salute a te, figlia mia, nata dalla mia carne, Maatkhara, immagine brillante uscita da me. Tu sei il re che regge i Due Paesi, sul trono di Horus, come Ra. […] baciarla, abbracciarla, cullarla, perché io l’amo più di ogni cosa.»

«La sua figura era quella di un dio, lei faceva ogni cosa come un dio; il suo splendore era quello di un dio. Sua Maestà diventò una bella giovinetta fiorente come la nuova stagione.»

Poco distante, quattordici “geni”, che rappresentano il destino dei Re[25], tendono la mano a proteggere la bimba e il suo kha.

E, in tutto questo, l’amato padre Thutmosi I?

Non volendo, a causa della sua dichiarata nascita divina, disconoscere tuttavia la paternità “terrena”, Hatshepsut chiarisce che il diritto terreno di regnare le viene conferito dal padre Thutmosi I, ma che la legittimità divina non può che provenire dal padre divino Amon, così, in una scena quasi identica, in un’altra parte del tempio, Thutmosi I presenta il Re Hatshepsut alla Corte così come aveva fatto Amon con il consesso degli Dei; anche in questo caso la doppia corona viene offerta da due divinità, Horus e Seth.

AMENHOTEP III

Se con Hatshepsut abbiamo dovuto fare un salto di quasi mille anni, dalla V alla XVIII dinastia, per trovare un altro esempio di ierogamia, stavolta il passo è davvero molto più breve giacché resteremo nella XVIII dinastia. Meno di ottanta anni, infatti, separano la fine del regno di Hatshepsut (~1458 a.C.) dall’inizio di quello di Amenhotep III (~1388 a.C.).

Quello che appare strano, però, nella vicenda di questo Re è che il ricorso a una ierogamia per legittimare il diritto al trono non sarebbe stato per nulla necessario. Nel caso di Hathsepsut, infatti, abbiamo visto che l’appoggio del clero di Amon le consentiva di legittimare un’ascesa totale al trono che, di fatto, spettava al suo figliastro/nipote Thutmosi III in nome del quale, data la giovanissima età, di fatto regnava.

Ma in questo caso? Amenhotep III era figlio di un Re, Thutmosi IV, e di una Regina, sia pure non principale, Mutemwia, e nulla sembrerebbe necessitare il ricorso a una ierogamia a meno che… forse una giustificazione nella scelta del III Amenhotep può essere cercata quasi a voler confermare il diritto nell’assunzione del trono di suo padre e, conseguentemente, il suo.

Facciamo, perciò, un passo indietro per narrare la vicenda di Thutmosi IV (regno ~1398/1388 a.C.): questi non era, verosimilmente, designato quale erede al trono paterno di Amenhotep II[26], legittimazione che egli tuttavia ottenne, anche in questo caso, appoggiandosi al clero. Narra infatti la “Stele del Sogno”, che ancora si erge tra le zampe dell’immensa sfinge di Giza (l’antica Kher-Neter), che il giovane principe, amante della caccia, si sdraiò per riposare all’ombra dell’enorme volto, giacché tutto il resto del corpo era completamente insabbiato. Al sonno seguì il sogno e lo stesso Harmaki-Khepri-Atum, Dio del sole nascente rappresentato dalla sfinge, a lui così si rivolse:

«[27][…] questo dio parlava con la sua stessa bocca, come un padre parla al proprio figlio, dicendo: “guardami, volgi gli occhi su di me, o figlio mio Thutmosi!  Io sono tuo padre Harmaki-Khepri-Atum.”

Io ti concedo la mia regalità sulla terra, a capo dei viventi. Tu porterai alta la corona bianca e la corona rossa sul trono di Geb, il dio principe ereditario; a te apparterrà tutto il paese quanto è lungo e quanto è largo, e tutto ciò che illumina l’occhio del Signore Universale […]»

Ma il Dio è sofferente proprio per tutta la sabbia che lo opprime e così:

«[…] Vedi lo stato in cui sono e come il mio corpo è dolorante, io che sono il signore dell’altopiano di Giza. Avanza sopra di me la sabbia del deserto, quella su cui io sono: devo affrettarmi a fare che tu realizzi ciò che è nel mio cuore, perché io so che tu sei mio figlio, il mio protettore. […]»

Sarà perciò proprio in cambio del lavoro di ripulitura del corpo del Dio, circondando peraltro l’enorme monumento con un muro per limitare l’insabbiamento, che il giovane Principe Thutmosi otterrà la corona delle Due Terre. A ulteriore conferma del favore degli Dei, durante una cerimonia nel tempio di Amon, la barca sacra, recata sulle spalle dai sacerdoti del Dio deviò improvvisamente dal suo percorso, “trascinando” i preti che la sorreggevano proprio dinanzi al Principe Thutmosi e lì, addirittura, il simulacro del Dio s’inchinò per far comprendere che proprio quell’oscuro Principe era, in realtà, il suo prescelto per il trono.

Dal sogno premonitore e dal “miracolo” della barca, sembra potersi ipotizzare che quell’assunzione del trono, forse, non fu proprio lineare, da parte di Thutmosi IV, il cui regno sarà relativamente breve (~1398/1388 a.C.). Si potrebbe perciò ipotizzare che tale situazione ancora si riverberasse ai tempi del figlio Amenhotep III rendendo, in qualche modo, quanto meno, preferibile la conferma del diritto al trono da parte di una divinità importante come Amon. Fu così che nel tempio di Luxor, in una camera conosciuta come “Stanza della Nascita”, riprendendo quasi completamente l’iconografia del Tempio di Hatshepsut, il Dio Amon si sostituisce al Faraone Thutmosi IV per giacere con la regina Mutemwia e generare il sovrano. Anche in questo caso, il Dio si manifesta con un forte e inebriante profumo che pervade tutto il Palazzo. Il rilievo della stanza, come già per Hatshepsut, sintetizza la vicenda confermando, anche in questo caso, la legittimità divina a regnare di Amenhotep III.

Il “mito” della nascita di Amenhotep III, dal tempio di Luxor, “Sala della Nascita”.
Da sinistra: Thot annuncia a Mutemwia il concepimento; Iside e Khnum accompagnano Mutemwia nella stanza della nascita; la Regina, sulla sedia del parto, accudita da divinità e geni, partorisce il futuro Re.

Può apparire paradossale che proprio Amenhotep III, nonostante la “benevolenza” del padre divino, sarà il Re che, con il trasferimento del Palazzo a Malqata, inizierà, di fatto,  l’allontanamento della Corte dal potere dei preti di Amon che culminerà, con il figlio Amenhotep IV/Akhenaton, nell’ “Eresia Amarniana”.

RAMSES II

«Il suo aroma era quello della terra degli dei e il suo profumo quello di Punt.»

…ancora la presenza del Dio, Amon, è caratterizzata dal profumo che emana il suo corpo… e, ancora, il concepimento sacro è romanticamente rappresentato con il Dio che, seduto sul letto della Regina Tuya, le porge il segno della vita, l’Ankh mentre questa gli sfiora la mano.  

Siamo in una Cappella del Ramesseum, che si erge a pochi chilometri dal Nilo a Luxor, dedicata alla Grande Sposa Reale, Nefertari, e alla proprio madre, la Regina Tuya. Ci siamo spostati, anche stavolta, di soli ottanta anni circa, ma siamo entrati in quella che viene indicata come XIX dinastia e, più specificamente, nel regno di quello che è, forse, il Faraone più noto della storia egizia (fatto salvo, s’intende, Tutankhamon): Ramses II, il Grande.

Anche questo grande Re ricorre, infatti, a una ierogamia per confermare la sua legittimità al trono, ma perché?

Anche in questo caso, dobbiamo forse fare un passo indietro per cercare di comprendere il bisogno di una conferma che poteva solo essere offerta da una nascita divina. È appena il caso di rammentare che la XVIII Dinastia si conclude, dopo il regno di Tutankhamon, senza eredi legittimi discendenti diretti del Re; tra la documentazione rinvenuta, nel 1907, nel sito dell’antica Hattusha (l’odierna Bogazkhoi), capitale dell’Impero Hittita, una in particolare deve, in questo caso, attirare la nostra attenzione: si tratta della tavoletta VII (cat. KBO2003).

Una “Regina vedova[28] egizia dichiara che, alla morte del marito, non esiste un erede al trono del Paese e chiede pertanto al Re degli Hittiti, Shuppiluliumash, un suo figlio da sposare e rendere a sua volta Re di Kemi. Sappiamo che un principe Hittita, Zannanzash, partirà per l’Egitto, ma del suo viaggio si perdono le tracce e sul trono delle Due Terre salirà l’anziano Kheperkheperura Ay, già alto funzionario alla Corte di Akhenaton prima, di Smenkhara e Tutankhamon poi. Verosimilmente non di ascendenza regale[29], Ay otterrà la legittimità sposando, verosimilmente, proprio la regina, vedova, di Tutankhamon: Ankhesenamon.

Alla morte di Ay, dopo un brevissimo regno di soli due o tre anni, l’asse ereditario interrottosi con Tutankhamon e l’assenza di eredi legittimi al trono, vede l’ascesa di un Generale, Horemhab, che, a sua volta, verosimilmente sancirà il suo diritto al trono sposando Mutnodjimet, sorella di Nefertiti. Può essere interessante rammentare che Horemhab regnerà per ventotto anni ma dalle liste reali, con un’incisiva damnatio memoriae, il suo regno risulterà di quasi cinquantanove poiché si “approprierà” dei periodi di Ay, suo immediato predecessore, di Tutankhamon, dell’effimero e “misterioso” Smenkhara e dello stesso Akhenaton dicendosi, perciò, diretto discendente da Amenhotep III[30].

Già sotto Horemhab inizierà l’opera di “cancellazione” del periodo amarniano, opera che proseguirà anche nella Dinastia successiva, la XIX, per giungere, sotto Ramses II, alla completa e sistematica demolizione della città di Akhetaton.

Siamo così giunti alla nascita della nuova Dinastia, la XIX, e anche in questo caso Horemhab non lascerà eredi e passerà il trono a un altro, sconosciuto, Generale, già suo Visir[31]: Pramesse (Menhepetira Ramses ~1291-1289 a.C.), discendente da una famiglia del Delta nilotico e, forse, più esattamente, dell’antica Capitale Hyksos di Avaris.

Non destinato per discendenza diretta, come abbiamo visto, al momento dell’assunzione del potere Ramses I aveva oltre cinquanta anni, età considerevole per l’epoca, ed era già padre e nonno di due futuri Faraoni: Sethy I e Ramses II. Eccoci finalmente giunti, perciò, alle motivazioni che potrebbero aver spinto il secondo Ramses a ricorrere alla ierogamia come già i suoi predecessori, Hatshesput e Amenhotep III. In tutti e tre i casi, infatti, ci troviamo dinanzi a periodi d’incertezza politica in cui si rendeva necessario confermare il diritto a regnare per consolidare un potere altrimenti incerto.

Ma, non a caso, Ramses II è noto come “il grande”: poteva perciò accontentarsi di una nascita normale (o quasi)? Ecco, perciò che mentre nella cappella del Ramesseum, di cui abbiamo già accennato, dedicata alla madre Tuya e all’amata sposa Nefertari, il padre divino è Amon, un’altra ierogamia, per quanto non rappresentata, si ricava da rilievi del tempio di Karnak e dal tempio funerario del padre Sethy I, ad Abydos. Benché risalente al trentacinquesimo anno di regno (vi rammento che Ramses II regnò per quasi settant’anni), sulle pagine di pietra dei templi il Dio Khnum plasma il kha del Faraone che viene benedetto da un altro Dio che si dichiara suo padre divino:

«[…] Parole pronunciate da Ptah-Tatenen[32], quello delle lunghe piume e dalle corna aguzze, che generò gli dei: “Io sono tuo padre, che ti generai come un dio per agire come Re dell’Alto e Basso Egitto sul mio seggio. Io decreto per te le terre che ho creato, i loro signori ti tributeranno le loro entrate.[…]»

Insomma, “grande” anche nella nascita se è vero che ben due, se non tre, divinità, ne vorranno assumere la paternità.

Ad inizio di quest’articolo abbiamo chiarito che il ricorso alla ierogamia non è certo appannaggio della sola storia egizia e non pochi sono gli esempi, magari anche non molto lontani da noi, per giustificare la nascita di un semplice eroe, di un profeta o di un dio. Ma qui ci eravamo prefissi di parlare di Antico Egitto e, a meno di ulteriori scoperte, quelle sin qui narrate sono le ierogamie più importanti.

Ce ne sarebbe ancora una da narrare, il cui esito fu però semplicemente uno scandalo di proporzioni gigantesche che portò esiti disastrosi ai sacerdoti di una delle Dee più antiche e longeve del pantheon egizio, Iside in persona. Ma per parlare anche di questo dovremmo fare un salto temporale e geografico non indifferente: circa 1300 anni dopo il regno di Ramses II e da Tebe dovremmo spostarci a Roma… chissà, potrebbe essere l’argomento di un altro articolo…  

 Roma, 07/05/2022


[1]    “Friðþjófs saga hins frækna”, “Saga di Frithiof”, è una saga islandese risalente, nella sua versione oggi nota, al XIII secolo, ma ambientata nel secolo VIII, ed è il seguito della “Þorsteins saga Víkingssonar”, “Saga di Thorstein, figlio di Vichingo”, ambientata nel VI-VII secolo.

[2]    Gustaf Malmström (1829-1901) pittore e illustratore svedese, dal 1887 al 1893 Direttore dell’Accademia di Belle Arti Svedesi. Appartenente alla corrente romantica, fu particolarmente attivo nell’illustrazione di testi derivanti dalla mitologia norrena, ovvero dei miti delle popolazioni germano-scandinave precristiane. Tra le altre la Saga di Frithiof (1825), una serie di romanzi scritti da Esaias Tegnèr (1782-1846), ambientati nell’antico mondo nordico.

[3]    Il termine Minosse, normalmente indicato come nome proprio, in realtà era un titolo giacché “minos”, in realtà, indicava il re, il signore, di un dato luogo.

[4]     Il personaggio di Dedalo, e di suo figlio Icaro, potrebbe sembrare mitico, ma in una tavoletta rinvenuta nel Palazzo di Knossos (B KN Fp1) si fa riferimento ad offerte di olio d’oliva a divinità e personaggi famosi dell’isola. Una decina di litri alla sacerdotessa dei Venti, ad esempio, ma al terzo rigo viene riportata un’offerta di 24 litri di olio di oliva al santuario di Dedalo. La struttura dei Palazzi cretesi, pressoché simili, in tutta l’isola, sembrano indicare una progettazione architettonica unica e s’ipotizza che proprio Dedalo, venerato peraltro in un suo tempio, ne fosse l’autore.

[5]    Khufu (~2589-2566 a.C.), meglio noto come Keope, IV dinastia.

[6]    Il testo (Museo Egizio di Berlino, cat. P-berlin-3033), è meglio noto come “Papiro Westcar”, dal nome del suo “scopritore”. E’ bene tuttavia tener presente che Henry Westcar non precisò mai dove, o come, avrebbe rinvenuto il documento, né l’anno esatto (1823 o 1824) del ritrovamento, di fatto alimentando il dubbio che l’avesse verosimilmente acquistato sul mercato nero dei reperti egizi. Il testo prevedeva cinque racconti di cui se ne sono “salvati” tre. Scritto su 20 colonne in ieratico, il papiro risalirebbe alla XVI o XVII dinastia, ma i racconti in esso trascritti, all’analisi testuale, sembrano risalire al Medio Regno (~2055-1790 a.C.) e, dati gli argomenti trattati, si ritiene che fossero, a loro volta, trascrizioni di racconti risalenti a tempi ancora precedenti.  

[7]    Djedefra (~2566-2558 a.C.), IV dinastia, successore diretto di Khufu. È stato ipotizzato che il primo racconto fosse narrato da costui poiché nei pochi brani leggibili si fa riferimento alla memoria del re Djioser, della III dinastia e al suo “architetto” Imhotep.

[8]    Ognuno dei racconti si conclude con un premio che il re Khufu elargisce alla memoria del/dei protagonista/i. La formula è sempre la stessa e varia solo la quantità di doni. A titolo di esempio, queste le offerte concesse dopo il racconto di Khafra: «…Si offrano mille pani, cento brocche di birra, un bove, e due misure di incenso al re Nebkha, e si diano un dolce, una brocca di birra, una porzione di carne e una misura d’incenso al capo ritualista Ubanoer, perché ho visto un esempio del suo potere…».

[9]    Khafra (~2558-2532 a.C.), IV dinastia, successore diretto di Djedefra.

[10] Salvo questo accenno nel Papiro Westcar, e in un altro documento, nulla si sa di questo principe. Nello Wadi Hammamat un’iscrizione parietale riporta il suo nome iscritto in un cartiglio reale; si ritiene, tuttavia, che tale titolatura non faccia riferimento ad un reale potere, ma piuttosto ad una sorta di individuazione del principe quale “protettore” delle cave.

[11] Snefru (~2630-2609 a.C.), padre di Khufu, IV dinastia.

[12] Come per Baufra, anche di Herdjedef, Supervisore di tutti i lavoratori del re, dei pescatori e degli uccellatori, Protettore di Hierakompolis, Figlio del re, del suo corpo (il titolo “figlio del re” era onorifico e solo per gli effettivi figli veniva precisato “del suo corpo”) e suo Unico Compagno, si ha un’iscrizione nelle cave di Wadi Hammamat in cui, analogamente al fratello, il nome compare iscritto in un cartiglio. Non è tuttavia noto che questo principe sia mai assurto al trono. Di lui è rimasto un testo sapienziale indirizzato al figlio, il principe Awib-Ra. Le sue sepolture si trovavano nelle mastabe G7210/7220 nell’area est del complesso piramidale di Giza; il suo sarcofago è, oggi, al Museo Egizio del Cairo.

[13] Userkhaf Hor Irmaat (~2510-2500 a.C.), fu il primo re della V dinastia. Suoi genitori, aldilà del racconto del Papiro Westcar, sarebbero stati Neferhetepes, figlio di Khufu, e Khentkaues, figlia di Menkhaura (Micerino) ultimo, o penultimo, re della IV dinastia.

[14] Sahura Hor-Nebkhau (~2500-2490 a.C.), secondo re della V dinastia. Come per Userkhaf, suoi effettivi genitori sarebbero da individuarsi in Userkhaf e Khentaus. 

[15] Kheku, Neferirkhara Kakai (~2490-2480 a.C.), terzo re della V dinastia, probabilmente fratello di Sahura e figlio di Userkhaf. A lui si deve l’introduzione del secondo cartiglio nella titolatura regale: Neferirkhara = Ciò che il Kha di Ra ha fatto è meraviglioso.  

[16] Tre erano gli elementi spirituali dell’uomo, diremmo oggi l’anima: il ba, il kha e l’akh. Khnum il vasaio, divinità locale di Aswan, plasmava il corpo con l’argilla e lo deponeva nel ventre materno creando il kha, un “doppio” identico alla persona che era la forza guida del corpo. Alla morte dell’individuo, il kha permaneva nella tomba poiché aveva bisogno di un corpo in cui continuare a “vivere” e di cibi; per questo le tombe avevano sempre una parte “pubblica” in cui depositare le offerte a lui destinate. Con il passare del tempo il kha dimenticava, però, l’essenza terrena e non avendo più bisogno di cibi effettivi, si accontentava delle relative immagini e delle preghiere.

[17] Grande Enneade: gruppo di nove divinità di cui erano parte Atum, “Toro dell’Enneade”, i suoi figli Shu (l’aria) e Tefnut (l’umidità), i figli di questi Geb (la terra) e Nut (il cielo), e i figli anche di questi: Iside, Osiride, Nephtys e Seth. A questi venne associato, durante la V dinastia, un decimo dio, Horus il Vecchio proprio quale divinità super-partes che, nelle intenzioni dei sacerdoti di Ra, avrebbe potuto costituire un dio unificante cosa che, in effetti, non avvenne del tutto se si considera, ad esempio, che in quel periodo i sacerdoti di Menfi preferirono Ptah ad Horus.

[18] Non esiste prova archeo-storica che gli Hyksos abbiano militarmente invaso l’Egitto e si ritiene che il potere sia stato raggiunto attraverso una normale scalata della gerarchia egizia (prova ne sarebbero la scelta di continuare a usare nomi e titolature egizie, e l’accettazione pressoché totale delle divinità locali). In quello che viene indicato come Secondo Periodo Intermedio (~1790-1540), decisamente caotico, si accavallano più dinastie contemporaneamente: la XIII e la XIV, la XV e la XVI, nonché la XVII, tebana, che inizierà la guerra di riconquista.

[19] Presso gli antichi egizi non esisteva differenza tra nomi maschili e femminili, è quindi possibile, come in questo caso, che un maschio e una femmina abbiano lo stesso nome. Per differenziarla si usa, perciò, indicarla come Ahmasi.

[20] Nome di Horus: Userhetkhau (ricolma di Kha); titolo le Due Signore: Uadjetreneput (Fiorente di Anni); nome di Horus d’oro: Netjeretkhau (divina nell’apparizione); Nesu-Bity: Maatkhara (la Verità è l’anima di Ra); Sa-Ra: Henemetamon-Hatshepsut (Amata da Amon, Prima tra le Nobili Dame).

[21] Si ritiene che l’ascesa al trono, quale re, di Hatshepsut sia stata appoggiata fortemente dal clero amoniano e, in particolare da Hapuseneb (tomba TT67 di Sheikh Abd el-Qurna), che ricoprì la carica di Primo Profeta di Amon dal 2° al 16° anno del suo regno. Tale fu il suo potere che assunse le cariche di Supervisore di tutti i lavori del Re, di Supervisore di tutti i preti dell’Alto e Basso Egitto, Tesoriere del Re, Visir e, addirittura, Principe ereditario, carica che, sebbene spesso solo nominale, dimostra tuttavia una altissima considerazione. Hapuseneb era, inoltre, Supervisore alla costruzione della tomba reale, ma non è noto se possa trattarsi della KV20 o di altro sepolcro rupestre, pure collegato ad Hatshepsut e scoperto da Howard Carter nel 1916, nel Wadi Sikket Taqa el-Zaide (oggi noto come WA D). Il sarcofago di questa tomba reca l’indicazione: “La principessa ereditaria, grande di favori e di grazia, Signora di tutte le terre, figlia del re, sorella del re, la Grande Sposa e Signora delle Due Terre Hatshesput”   

[22] Altro personaggio, peraltro strettamente legato al culto di Amon, che si ritiene abbia avuto concreto merito nell’assunzione del trono da parte di Hatshespsut fu l’architetto Senenmut (progettista e Supervisore dei lavori del Sublime dei Sublimi) che valutazioni, tuttavia prive di fondamento e di dati concreti, ipotizzano essere stato l’amante della regina. È un dato di fatto, tuttavia, che lo stesso conseguì in breve tempo, dopo l’ascesa al trono di Hatshepsut, svariati titoli tra cui  Responsabile della duplice casa dell’oro,  dei campi e del giardino di Amon, Sacerdote della Userhat (la barca) di Amon, Intendente di Amon, Responsabile delle greggi di Amon e, a rafforzare l’ipotesi di uno stretto legame affettivo con Hatshepsut, Intendente della figlia reale Neferura di cui è stato ipotizzato fosse il padre naturale.

[23] Geb e Nut, Shu e Tefnut, Osiride e Iside, Nephtys e Seth, Horus, Hathor, Monthu, Atum.

[24] Tutti i brani sono tratti da “La regina misteriosa”, di Christiane Desroches Noblecourt, Sperling & Kupfer, Milano, 2003, pp. 117-133.

[25] Forza, potenza, onore, prosperità, nutrimento, gloria, volontà creatrice, vista, udito, conoscenza, lunga vita, magia, splendore, prestigio.

[26] A conferma di una situazione di minor chiarezza nel diritto al trono, nel testo della “Stele del Sogno” si legge, tra l’altro: «Thutmosi era ancora un giovanotto, simile al piccolo Horo delle paludi di Khemmi […]». È evidente il richiamo al mito di Iside che, per proteggere il figlio avuto da Osiride, Horus, dalla vendetta del Dio Seth, lo nascose, appunto, nelle paludi del Delta nilotico.

[27] Tutti i brani tradotti della Stele sono tratti da “Letteratura e poesia dell’antico Egitto”, Edda Bresciani, ed. Einaudi, p. 272.

[28] Si è a lungo dibattuto, e ancora si dibatte, se questa “Regina vedova” fosse Nefertiti (alla morte di Akhenaton) o Ankehsenamon alla morte di Tutankhamon anche se, quest’ultima, è la assegnazione più accreditata. La richiesta, che poteva incriminare addirittura la Regina di alto tradimento giacché era rivolta a un nemico del Paese, doveva apparire “folle” anche per gli Hittiti, tanto che Shuppiluliumash ritenne necessario inviare in Egitto un suo ambasciatore, Hattusha-Zittish, per accertarsi della verità. Anche di tale situazione si ha contezza; l’ambasciatore hittita, infatti, torna in Patria, accompagnato stavolta da un emissario egizio, Hani, con una seconda lettera in cui ancora la “Regina vedova” si lamenta della scarsa fiducia del Re: “Ti avrei scritto se avessi avuto un figlio da sposare?”.    

[29] Anche in questo caso, il dibattito è costantemente aperto giacché si hanno più versioni sulla condizione di Ay: alcuni, anche per giustificare il gran numero di titoli e di incarichi rivestiti, lo vedono come sposo di Teye e padre di Nefertiti e Mutnodjimet (sposa di Horemhab), ma tale ipotesi cozzerebbe con il titolo di “nutrice della Regina” (Nefertiti) rivestito da Teye. Altri lo vogliono, invece, fratello di Tye, sposa di Amenhotep III. Resta che fu “Portatore di flabello alla destra del Re”, “Primo tra gli Scribi”, “Sovrintendente ai cavalli del Re” e, addirittura, “Padre del Dio” (titolo onorifico di altissimo livello), durante il regno di Akhenaton, e facente parte del consiglio di reggenza durante il periodo inziale del regno di Tutankhamon. Quanto al matrimonio con la vedova di Tutankhamon, unico indizio nel senso, è un anello il cui castone riporta, affiancati, i nomi di Ay e di Ankhesenamon.

[30] Sarà anche per tale motivo che, di tali sovrani, si perderà la memoria storica e, in ultima analisi, tale condizione renderà possibile la scoperta della tomba, quasi intatta, di Tutankhamon.

[31] “Comandante delle truppe”, “Capo degli arcieri”, “Capo dei carri di Sua Maestà”, “Sovrintendente ai cavalli del Re”, “Capo delle fortezze di Sua Maestà”, “Sovrintendente del Delta nilotico”, “Scudiero di Sua Maestà”, “Scriba reale”, “Capo dei giudici”, “Luogotenente del Re dell’Alto e Basso Egitto”, “Messaggero del Re per tutti i Paesi stranieri”.

[32] Tatenen era una divinità primordiale rappresentante la terra emersa dal Nun, l’oceano che tutto ricopriva. Originario di Menfi, era rappresentato mummiforme recante sul capo alte piume, corna ritorte e disco solare; venne poi associato al Dio demiurgo Ptah, protettore degli artigiani e degli architetti, signore della conoscenza, così da costituire il simbolo della creazione dell’origine della vita.

Nuovo Regno, Storia egizia

MOSE’ L’EGIZIANO

Di Giuseppe Esposito

ATTENZIONE: se pensate diottenere chiarimenti sulla Stele d’Israele[1]; se pensate che quest’articolo possa risolvere tutti i vostri dubbi sull’Esodo; sulla “schiavitù” degli ebrei in Egitto; su chi fosse/fossero il/i faraone/i dell’Esodo[2]; sull’attraversamento del Mar Rosso e su un esercito sommerso dalle acque miracolosamente richiusesi sui carri d’oro; NON leggetelo, poiché sono convinto che susciterà più domande che non fornire risposte.

Ma se decidete di leggerlo, sappiate allora che l’articolo prende le mosse da un dubbio che interessa uno dei personaggi più emblematici e carismatici della Bibbia, colui che trasse il Popolo Eletto (ma era poi davvero il “suo”?) dalla schiavitù cui era sottoposto sotto il dominio di un Faraone, che “non aveva conosciuto Giuseppe”[3], per la gloria del quale stava costruendo addirittura due città.

La domanda perciò cui cercherò di fornire spunti per una risposta, come del resto hanno fatto altri –di certo più titolati di me-, è chi era questo personaggio? Era davvero figlio del suo popolo? …e, più importante, qual era poi, veramente, il “suo” popolo?

Se avessi certezze e prove, forse meriterei il “Nobel” per la Storia (ammesso che esista), ma non ho certezze, né tantomeno prove, e diciamo che come la pensi io, in realtà, sarà già subito chiaro dal titolo stesso dell’articolo:   

MOSE’ L’EGIZIANO

Alma Tadema (1836-1912), Il ritrovamento di Mosè (1904), collezione privata

«9Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. 10Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese» (Esodo 1, 9-10)

15Poi il re d’Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l’altra Pua: 16«Quando assistete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato è ancora tra le due sponde del sedile per il parto: se è un maschio, lo farete morire; se è una femmina, potrà vivere» (Esodo 1, 15-16)

… Inizia così la persecuzione degli ebrei che, secondo le scritture bibliche, stavano costruendo le città di Pitom e Ramesse, e questo perché:

7I figli d’Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto potenti e il paese ne fu ripieno. 8Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. (Esodo 1, 7-8)

Fu così che:

1Un uomo della famiglia di Levi[4] andò a prendere in moglie una discendente di Levi. 2La donna concepì e partorì un figlio; vide che era bello e lo tenne nascosto per tre mesi. 3Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese per lui un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi adagiò il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo. (Esodo 2, 1-3)

E accadde che:

5…la figlia del faraone scese al Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle passeggiavano lungo la sponda del Nilo. Ella vide il cestello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo. 6L’aprì e vide il bambino: ecco, il piccolo piangeva. Ne ebbe compassione e disse: “È un bambino degli Ebrei”. 7La sorella del bambino disse allora alla figlia del faraone: “Devo andare a chiamarti una nutrice tra le donne ebree, perché allatti per te il bambino?”. 8“Va’”, rispose la figlia del faraone. La fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. 9La figlia del faraone le disse: “Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario”. La donna prese il bambino e lo allattò. 10Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli fu per lei come un figlio e lo chiamò Mosè, dicendo: “Io l’ho tratto dalle acque!”. (Esodo 2, 5-10)

E siamo così giunti al vero argomento di quest’articolo… mettetevi comodi perché potrebbe essere lungo e, se volete un consiglio, leggetelo da PC e non sul telefonino perché non è poi così semplice… ma proseguiamo.

Il testo biblico, come abbiamo visto, fa derivare il nome “Mosè”, dalla radice Moshé (משה), un verbo connesso a un più vasto ragionamento semantico collegato al concetto di “estrarre dall’acqua”, in senso passivo, ovvero “colui che E’ ESTRATTO dall’acqua”. Altri studi, tuttavia, specie in area ebraica, interpretano la stessa parola in senso attivo, cioè “colui CHE ESTRAE dall’acqua” indicando così in Mosè il liberatore del popolo.

Di fatto, gli avvenimenti che vedono Mosè al centro di quanto narrato nella Torah e, quindi, ripresi dalla Bibbia, sarebbero stati codificati nel X secolo a.C. (c.d. fonte Jahvista[5]), poi rielaborati nell’VIII secolo a.C. (fonte Elohista[6]), per giungere alla versione definitiva nel VII secolo a.C. con la fonte Deuteronomista (il quinto libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana). In tale quadro rientrerebbero le vicende relative alla guerra che, nella primavera del 609 a.C., vide opposti gli Egizi del Faraone Necao (XXVI dinastia) agli Assiri e la parte avuta, nella sconfitta degli egizi, dall’alleato re ebraico Giosia[7], ma ci allontaneremmo troppo dall’argomento principale e allora… torniamo nei ranghi.

Se siete stati turisticamente in Egitto, avrete forse sentito dire da qualche guida del luogo, desiderosa di incrementare la propria mancia, che Mosè e Thutmose fossero la stessa persona… e che, quindi, un certo Re Thutmose sarebbe, di fatto, l’artefice della “fuga” (ma fu veramente tale?[8]) degli Ebrei dall’Egitto…

Prendiamo per buona, almeno per ora, questa notizia e poniamoci, intanto una prima domanda che sorge spontanea: quale Thutmose, visto che ce ne furono almeno quattro e che Thutmose era, peraltro, un nome alquanto frequente; a titolo di esempio, basti rammentare che anche l’autore del famoso busto di Nefertiti, oggi al Neues Museum di Berlino, si chiamava, a sua volta, Thutmose.

Siamo, comunque, nella XVIII dinastia[9], detta, appunto, dei Thutmosidi, quella cui appartenne il più famoso rivoluzionario religioso della storia egizia: Amenhotep IV, che cambiò il suo nome in Akhenaton e instaurò il culto enoteistico[10] (non moneoteistico, si badi bene) del Disco Solare: Aton.

La scelta di tale dinastia e del regno di Amenhotep III, padre di Akhenaton, per inserire la leggenda del Thutmose/Mosè potrebbe, ovviamente, non essere casuale: qualcuno, infatti, con abbondanti circonvoluzioni aeree, ha voluto vedere in Mosè addirittura proprio Akhenaton. Tuttavia, potremmo trovare anche qualche fondamento di verità considerando che, in origine, erede al trono era stato designato un primo figlio del Re e della sposa principale, Tye, proprio di nome Thutmose. Questi, però, “sparisce” dalla storia prima di poter assurgere al trono e viene sostituito dal fratello che diventa Sovrano, prima di cambiare nome, come IV degli Amenhotep. Nasce, quindi, il quesito: morte del primogenito o altra condizione per cui viene allontanato dalla Corte?

Una piccola digressione appare, tuttavia, necessaria per inquadrare il personaggio di Tye, Grande Sposa Reale di Amenhotep III.

Figlia di Thuya, Superiora dell’harem di Min e di Amon, Cantatrice di Hathor, e di Yuya, Profeta di Min, Luogotenente ai cavalli da combattimento del Re e Sovrintendente ai buoi di Min, proveniva da Akhmin (l’antica Khem), capitale del IX nomo dell’Alto Egitto.

Tye potrebbe essere, o forse è, tuttavia, una figura particolare proprio per la religiosità del periodo storico che comprende il regno dello sposo, Amenhotep III, e del suo successore Amenhotep IV/Akhenaton.

Si è, infatti, ventilato che proprio sotto la sua influenza sia iniziato quell’allontanamento dal sempre più incisivo culto di Amon che porterà, al suo massimo grado, all’”eresia amarniana” di suo figlio. Una prima fase sarebbe riscontrabile nello spostamento della sede reale da Waset, l’odierna Tebe, dalla riva orientale del Nilo, a quella occidentale nel sito di Malqata[11]; si sarebbe trattato, infatti, di un primo tentativo, non traumatico, di allontanamento dallo strapotere dei sacerdoti di Amon.

Il complesso, che copriva un’area di oltre 32 ettari, comprendeva  più palazzi (del re, della regina, dei figli della coppia regale[12]) ed installazioni (un tempio dedicato ad Amon, uno dedicato a Sobek, nonché alloggi per i funzionari di corte e per gli operai)[13]. L’impulso principale alla realizzazione dell’area di Malqata venne data, da Amenhotep III, prima della celebrazione della sua terza festa Heb-Sed, il Giubileo, ma l’area venne ampliata anche sotto il regno di Amenhotep IV/Akhenaton, prima che la capitale si trasferisse ad Akhetaton.

E’ da tener presente, per inquadrare ancora una possibile provenienza, o anche solo influenza, estera del culto atoniano, che l’anatomista Grafton Elliot Smith (1871-1937), che esaminò la mummia di Yuya, padre della Regina, riscontrò che costui era di altezza superiore alla media egizia. Perplessità destò negli egittologi anche il suo nome che, nella tomba KV46, era trascritto e letto in vari modi, tutti presentavano, tuttavia, il geroglifico generalmente impiegato per indicare uno straniero: un uomo che si porta la mano alla bocca[14]. Considerando anche il particolare incarico di responsabile della cavalleria reale, si è supposto che Yuya potesse essere di provenienza mitannita così giustificando, in qualche modo, una possibile derivazione estera anche di un particolare culto, magari meno noto nell’area egizia.     

Chiediamoci a tal punto se, ipotizzando il Thutmose figlio di Tye come iniziatore di una nuova religione, Mosè non potesse, di fatto, essere qualcuno di ben diverso dal biblico personaggio figlio di un’ebrea… Come abbiamo sopra visto, potrebbe esserci qui, intanto, una prima sorpresa, poiché Yocheved e Amram, i presunti genitori, erano nati in Egitto (Numeri 26, 59). Ne consegue che il nome potrebbe ben derivare non dall’ebraico, ma proprio dall’egiziano antico visto che “Mose” (senza accento) significava semplicemente, “bambino“, o anche “discendente“, ma anche “figlio“.

E si potrebbe qui ricollegare la leggenda del Thutmose proposta dalla guida moderna, giacché il nome significa “figlio di Thot“, ma con questa logica, si badi, anche Ramose (figlio di Ra) potrebbe corrispondere, o anche Kha-Mose (figlio del Kha -che era una delle cinque “anime”-).

Ma tralasciamo, per un momento, il personaggio biblico e leggiamo quest’altro testo, originariamente in lingua neo-assira, risalente all’VIII secolo a.C.[15]:

1.    «Io sono Sargon, il re potente, re di Akkad[16].

2.    Mia madre era una sacerdotessa-enetum, mio padre non lo conosco,

3.    il fratello di mio padre vive sulla montagna;

4.    la mia città è Azupiranu che si trova sulla riva dell’Eufrate.

5.    Mia madre, la sacerdotessa, mi concepì e mi partorì di nascosto,

6.    mi mise in un cesto di canne, ne calafatò l’apertura con bitume

7.    e mi affidò al fiume, che non mi sommerse.

8.    Il fiume mi portò e mi condusse da Aqqi, il portatore d’acqua:

9.    Aqqi, il portatore d’acqua, gettando il suo secchio mi prese su,

10.   Aqqi, il portatore d’acqua, mi fece suo figlio e mi crebbe,

11.   Aqqi, il portatore d’acqua, mi mise nel suo mestiere di giardiniere.

12.   Nel mio mestiere di giardiniere Ishtar mi amò

13.   e per 54 anni ho davvero esercitato la regalità,

14.   davvero ho governato e guidato le Teste Nere.

…omissis…

22.   Chi diventerà re dopo di me,

23.   [che egli eserciti la regalità per 54 anni],

24.   governi le Teste Nere,

25.   tagli con picconi di bronzo possenti montagne,

26.   salga più volte sui monti superiori,

27.   [attraversi più volte i monti inferiori],

28.   per tre volte il giro dei paesi del mare,

29.   [Dilmun si sottometta a lui]!

30.   Che egli salga sulle grandi mura del cielo (e) della terra (e) [ne rimuova le pietre]![17]»

Interessante vero? …si tratta della nascita di Sargon di Akkad e il testo risale a circa mille anni prima del “nostro” Mosè (circa il 2300 a.C.). Ma anche il “Mahabharata” (IV secolo a.C.) parla dell’eroe indiano Karna che nasce dall’amore tra il Dio Sole (Surja) ed una principessa vergine che affida il bimbo alla corrente; un carrettiere lo trova e provvede ad allevarlo.

E, senza andare molto lontano, come la mettiamo con Romolo e Remo, o con Edipo, con Ercole?

Di fatto, la struttura della storia sembra fatta apposta, alla stessa stregua di un algoritmo matematico, per legittimare un’ascesa al trono consentendo, in qualsiasi momento, di far derivare l’eroe da un qualsivoglia Dio[18]

Se si analizza la leggenda di Mosè (nato da famiglia modesta e poi diventato figlio del faraone), però, ci rendiamo conto che il suo diventare figlio adottivo del Re, di fatto, non porta nessun vantaggio alla storia per come la conosciamo. Più semplice sarebbe stato costruire la leggenda al contrario (come peraltro negli altri casi che abbiamo sopra visto): la figlia del faraone ha un figlio e un oracolo predice che questo scalzerà il re dal trono; il faraone padre decide allora di uccidere il bambino; la figlia lo protegge mettendolo in una cesta e affidandolo al fiume. Qui una famiglia ebrea di umili origini lo salva e, in seguito, sarà proprio Mosè a “trarre fuori” il “suo” popolo dall’Egitto. …scorrerebbe meglio, non trovate?

E invece no, la costruzione è diversa! Perché? Forse proprio perché “Mose(senza accento, s’intende) è egiziano di nascita, ed è proprio un Principe? Forse il suo nome, originariamente, era diverso e aveva una componente teofora ben precisa, ad esempio, come abbiamo sopra visto, Thut-mose?

Nel momento in cui decide, però, di seguire gli ebrei nella loro “fuga”, o esserne egli stesso l’artefice, accettando la nuova religione (o magari proponendola egli stesso) si trova in una particolare condizione: il dio degli ebrei non ha nome; si rende perciò necessario cancellare la parte teofora del proprio nome egizio per presentarsi ai suoi nuovi correligionari (o ai suoi seguaci) solo come “Mose”, cioè semplicemente “figlio”!

Torniamo, perciò, alla teoria secondo cui un “Thutmose” sarebbe da identificare con Mosè, sopra avanzata. Come visto, non esiste, intanto, riferimento storico-archeologico di una tale situazione… tuttavia i Thutmosidi appartengono alla XVIII Dinastia durante la quale, come detto, nasce, prospera e scompare quella che sarà poi definita “eresia amarniana” con la quale un re (Amenhotep IV/Akhenaton) abolirà il politeismo per instaurare il culto di Aton quale Dio preminente, non rappresentabile antropomorficamente (come era stato per gli Dei precedenti).

E la mancanza di trasposizione antropomorfica di Aton può essere anche fisicamente giustificabile: Aton è l’accecante disco solare, che non si può guardare, e che è perciò privo di forma, genera la vita e protegge tutti i popoli indistintamente.

L’inno ad Aton, scritto dallo stesso Re Akhenaton, forse, una delle più belle preghiere conosciute recita, infatti:

«…Tu che produci l’ovulo nelle donne, che crei il seme negli uomini, che nutri il figlio nel grembo di sua madre e lo calmi perché non pianga, che dai l’aria per mantenere in vita tutto ciò che hai creato…»

e, più avanti

«…Come sono numerose le tue opere! Sono nascoste alla vista (degli uomini), o Dio unico, a cui nessuno è uguale…»[19].

Può essere interessante notare che, dopo Akhenaton, nella XVIII dinastia, e in quelle a venire, non si ha notizia di alcun altro Thutmose. E se si trattasse di una sorta di damnatio memoriae?

Sulla “egizianità” di Mose potrebbe esistere ancora un’altra prova indiretta: come sopra visto, dice la Bibbia che «…un uomo della casa di Levi prese per moglie una figlia di Levi…» il che innegabilmente ci porta a dire, se volessimo credere alla nascita ebraica, che Mosè era un Levita!

Bene, biblicamente i Leviti erano la tribù eletta del popolo scelto da Dio, gli eletti tra gli eletti, tanto che dai leviti provenivano tutti i sacerdoti…

Dopo quarant’anni di peregrinazione, finalmente raggiunta la Terra Promessa, fu necessario stilare un “Nuovo censimento all’uscita dal deserto”. Nessuna delle dodici tribù d’Israele venne ovviamente tralasciata nel conteggio delle famiglie e degli individui, anche perché questo censimento doveva servire a procedere, anche, alla suddivisione della stessa Terra di Canaan.

51 I figli d’Israele di cui si fece il censimento erano dunque seicentunmilasettecentotrenta.

52 Il Signore disse a Mosè: 53 «Il paese sarà diviso tra di loro, per essere loro proprietà, secondo il numero delle persone. 54 A quelli che sono in maggior numero darai in possesso una porzione maggiore; a quelli che sono in minor numero darai una porzione minore; si darà a ciascuno la sua porzione secondo il censimento. 55 Ma la spartizione del paese sarà fatta a sorte; essi riceveranno la rispettiva proprietà secondo i nomi delle tribù paterne…» (Numeri 26, 51-55)

Ultimi nel computo, e stranamente dopo il totale riportato al 51:

57 Ecco i Leviti dei quali si fece il censimento secondo le loro famiglie:

… omissis…

E Cheat generò Amram. … 

59 Il nome della moglie di Amram era Yocheved, figlia di Levi che nacque a Levi in Egitto; ed essa partorì ad Amram Aaronne[20], Mosè e Maria loro sorella[21]

…omissis…

62 Quelli dei quali si fece il censimento furono ventitremila: tutti maschi, dall’età di un mese in su. Non furono compresi nel censimento dei figli d’Israele, perché non fu loro data alcuna proprietà tra i figli d’Israele. (Numeri 26, 57-62)

Come si vede, il numero dei Leviti era tutt’altro che esiguo, erano ben ventitremila calcolando i soli maschi. Poco importa se i numeri fossero effettivamente questi, ma quel che colpisce è che, pur trattandosi della tribù eletta da Dio, pur essendo coloro che fornivano al popolo i sacerdoti, «…non fu loro data alcuna proprietà…»

Perché un trattamento palesemente iniquo e perché la precisazione «…Non furono compresi nel censimento dei figli d’Israele …»?  

Forse perché, di fatto, non erano ebrei e pertanto, secondo la parola di Jahvè, nulla spettava loro!

È pertanto ipotizzabile che, ancor prima della partenza, si trattasse di sacerdoti[22] del nuovo Dio poiché costituivano, ad esempio, il seguito (egiziano) di colui che aveva insegnato la nuova religione agli ebrei o, anche, che aveva fornito le sole risorse, umane e fisiche, per poterla attuare.

Scrive Sigmund Freud (Ebreo a sua volta), che a Mosè ha dedicato il suo studio “Der Mann Mose[23]:

«…non si può pensare che un gran signore come Mose, originario del medesimo paese, si sia recato da solo presso un popolo straniero. Avrà certamente preso con sé i più fedeli seguaci, gli scribi e i servi e questi costituirono il nucleo iniziale dei leviti… a sostegno…ci sono i nomi egiziani che solo i Leviti più tardi portarono…»

Tornando ancora alla domanda iniziale. Se volessimo credere ancora al “Thutmose” quale “liberatore” degli ebrei dovremmo inquadrare la vicenda in un ottica meno “sacra” e più “politica” e, in tal caso, si sarebbe trattato di una vera e propria secessione in seno al popolo egiziano, una sorta di guerra civile incruenta che avrebbe di certo, però, lasciato ampie tracce nella storia dell’Egitto mentre, geroglifici ed evidenze archeologiche alla mano, non se ne ha traccia alcuna[24].


[1]    Se siete interessati all’argomento, in questo stesso sito:

[2]  sui Faraoni dell’Esodo, posso rimandarvi alla sezione omonima della voce “Storia dell’Antico Egitto” di Wikipedia; https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_dell%27antico_Egitto#I_faraoni_dell’esodo

[3]    Esodo 1, 7-8

[4]    Amram (Imran nel Corano), della tribù di Levi, marito e nipote di Yocheved, genitori di Mosè, Miriam e Aronne. Secondo studi esegetici, sia Amram che Yocheved dovrebbero essere nati in Egitto e, secondo studi riguardanti l’albero genealogico di Levi (vedi semplificato qui sotto), Yocheved dovrebbe essere stata la minore dei figli di Levi e, quindi coetanea di Amram, pur essendone zia, nato a sua volta da Kohat, figlio di Levi e fratello di Yocheved.

[5]    Considerata la fonte primaria del “pentateuco”, ovvero dei cinque libri che compongono la Torah (datata intorno al IX-X secolo a.C.). Si caratterizza per l’uso ricorrente del nome “Jahvè” per indicare Dio.

[6]    Fonte caratterizzata, anche in questo caso, dal ricorrente uso della parola “El” per indicare Dio, molto spesso, però, usata al plurale “Ĕlōhīm”, ovvero Dei. Interessante notare quanti e quali nomi ebraici abbiano in se una componente teofora che comprende proprio il termine “El”: Dani-el; Ab-el; El-ijah; Ezeki-el; Gabri-el; Immanu-el; Micha-el; Shemu-el, o la stessa Isra-el. 

[7]    “Secondo Libro dei Re”, 22 e 23 [VI-V sec. A.C. fonte Deuteronomista]; “Secondo libro delle Cronache”, 34 e 35.

[8]    Per chi volesse saperne di più sull’Esodo e sulla sua presumibile data, o su chi fu/furono il /i Faraone/i dell’Esodo, rimando a un altro articolo da me scritto in altro sito: https://www.fattiperlastoria.it/fake-news-antico-egitto/ 

[9]    Principali Re della XVIII dinastia (si noti la ricorrenza del suffisso “mose” di molti dei nomi): Ahmose, Amenhotep I, Thutmose I, Thutmose II, Hatshepsut, Thutmose III, Amenhotep II, Thutmose IV, Amenhotep III, Amenhotep IV/Akhenaton, Smenkhara, Tutankhamon, Ay, Horemhab.

[10] L’enoteismo prevede la preminenza di una divinità sulle altre che compongono un dato pantheon, così da catalizzare tutto il culto. Viene considerata una forma intermedia tra il politeismo e il monoteismo vero e proprio, in cui la venerazione è incentrata su una singola divinità, senza tuttavia negare l’esistenza di altre, di cui però di solito è sottolineata l’inferiorità.

[11] L’antica Per-Hay, la “casa della felicità”, ma anche “Palazzo dell’Aton Splendente”, chiamata Malqata (“luogo delle cose ritrovate”) all’atto della  scoperta, nel 1888, da Georges Daressy (1864-1938), oggi meglio nota come Kom el-Hetan. Scavi sono in corso in quello che era il complesso templare e abitativo più grande di cui si abbia conoscenza, e di cui restano, come uniche vestigia visibili i cosiddetti Colossi di “Memnone”.

[12]  Thutmosi, erede al trono; Amenhotep, divenuto re con il nome di Amenhotep IV, poi Akhenaton; Sitamon, divenuta Grande Sposa Reale del padre intorno al trentesimo anno di regno; Isis; Henuttaneb; Baketaton e, verosimilmente, Smenkhara, successore effimero (avrebbe regnato per meno di un anno) di Akhenaton, prima dell’assunzione del trono di Tutankhaton (Joyce Tyldesley, “Chronicle of the Queens of Egypt”, Thames & Hudson). 

[13] Ad est del palazzo del re si apriva un enorme lago cerimoniale (3.700 braccia per 600) della cui inaugurazione restano alcuni scarabei commemorativi (lavori iniziati il «…1° giorno del terzo mese dell’inondazione, mese di Athir della stagione di Akhet…» e terminati  dopo soli 15 giorni «…il 16° giorno di Athir…»). 

[14] Theodore Davis, Gaston Maspero ed altri “The tomb of Iouiya and Touiyou : the finding of the tomb” Archibald Constable and Co. Ltd, 1907.

[15] Il testo è stato ricostruito ricomponendo tre tavole, rinvenute alla metà del XIX secolo, tra i resti della biblioteca del palazzo reale di re Assurbanipal (Aššur-bāni-apli = Ashur Creatore di un Erede) d’Assiria, a Ninive, più altri frammenti di altre provenienze.

[16]  Sargon (Sa-Rugi = Vero Re legittimo), fondatore e primo re dell’Impero Accadico, šarru kibrat ‘arbaim = Re dei Quattro Angoli (del cielo o del mondo).

[17] Traduzione di Giuseppe Del Monte, Iscrizioni reali dal Vicino Oriente Antico, Università di Pisa, 2004, p.16.

[18] Si pensi anche alla regina Hatshepsut che, avendo usurpato il trono al figliastro Thutmosi (quello che poi sarà il III di questo nome), farà derivare la sua nascita dall’unione tra la madre, la bellissima regina Ahmasi, e lo stesso Dio Amon.

[19]  “Quanto sono grandi, Signore, le tue opere! Tutto hai fatto con saggezza, la terra è piena delle tue creature.” (Salmi 104, 24)

[20] Una curiosità egittologica riguarda il luogo in cui Aaronne morirà, come Mose, prima di giungere alla Terra Promessa e in cui verrà sepolta Miriam, sorella dei due. Secondo la Bibbia la località era Meribah che alcuni traduttori antichi esplicitamente indicano come “Qadesh degli Hittiti” (Numeri 20, 1).

[21] Attenzione poiché qui si ripete la genealogia di Mose e si sottolinea come Amram e Yocheved fossero nati in Egitto.

[22] Può essere interessante, a proposito dei Leviti, sapere che in tedesco “Leviten lesen” (letteralmente “leggere i Leviti”) è sinonimo di “sgridare”, “fare una ramanzina”, una “lavata di capo” e sapete perché? nel 760 d.C. il Vescovo di Metz (Chrodegang) per migliorare moralmente con la penitenza i religiosi (che pare fossero alquanto licenziosi), li costrinse a leggere il “Levitico” –terzo libro del Pentateuco- che contiene le leggi destinate, appunto, ai sacerdoti;

[23]  “Der Mann Moses und die monotheistische Religion” fu scritto da Freud (1856-1939) tra il 1934 e il 1938 e pubblicato nel 1939, pochi mesi prima della sua morte. Già precedentemente Freud aveva scritto “il Mosè di Michelangelo”, pubblicato anonimo nel 1914 sulla rivista “Imago”. 

[24] Per chi volesse approfondire l’argomento consiglio: “Mosè l’egiziano, nella Bibbia e nella leggenda” di Johannes Lehmann –ed. Garzanti- 1982.

Storia egizia

LA LISTA EGEA

A cura di Giuseppe Esposito

Con un articolo precedente, quello intitolato “Taweret e il Genio Minoico” che potete trovare in questo stesso sito, avevo iniziato il discorso sulle evidenze di contatto tra due delle Civiltà più importanti del Mediterraneo: quella egizia e quella, meno conosciuta e più misteriosa, che nacque, visse, prosperò e apparentemente svanì quasi nel nulla, nell’Egeo e, in particolare nell’isola di Creta.

Con quest’articolo vorrei riprendere proprio quel discorso e portare nuove, inconfutabili, prove di un effettivo rapporto politico, commerciale, artistico tra Egeo ed Egitto nel Bronzo Tardo.

Partiamo, poiché questa sarà quasi la storia di un viaggio, da un documento di primaria importanza rinvenuto nel Tempio del Milione di Anni del re Amenhotep III[1] che è, di certo, oggi noto per le due colossali statue che lo fronteggiavano, i Colossi di Memnone[2], che altro non sono se non il modesto lascito di una struttura davvero imponente di oltre 350mila metri quadrati (il più grande complesso templare dell’area tebana, superiore per estensione anche al pur non piccolo Tempio di Amon della vicina Karnak).

KOm el Hetan

Il suo recinto, nell’area dell’attuale Kom el-Hetan, nei pressi dell’odierna Luxor e a breve distanza dalla Valle dei Re, ha restituito, nella zona anticamente occupata dalla Corte solare, cinque piedistalli di statue verosimilmente del re, catalogati[3] con sigle da An ad En, di cui restano però solo i piedi; proprio sull’ultima di tali basi, la En, appunteremo la nostra attenzione poiché è meglio nota come “Lista Egea”.

Fig. 1: Planimetria ricostruttiva del Tempio funerario di Amenhotep III a Kom el Hetan

Le basi[4] recano ovali merlati (simili a cartigli) sovrapposti a prigionieri con le braccia legate dietro la schiena secondo l’iconografia tipica dell’Antico Egitto, ma si tratta, in realtà, di liste di toponimi, di terre, o località, o città, o popoli, posti, per qualsivoglia motivo[5], sotto la giurisdizione dell’Egitto.

Brevemente e per completezza, diremo che la lista:

An   riporta toponimi di stati del nord della Siria ed altri piccoli stati compresa Babilonia (Sangar), Mitanni (Naharina), Karchemish, Hatti, Arzawa ed Assur;

Bn   città-stato minori, dell’area siro-palestinese, molte delle quali non ancora identificate, tra cui Damasco;

Cn  (molto danneggiata) toponimi che, in apparenza, coprono l’area siro-palestinese e la Fenicia;

Dn  una serie di nomi non meglio identificati tra cui, forse, Aram, con riferimento agli aramei, Ashur e Babilonia.   

Fig. 2: dalla TT86 di Menkheperreseneb una processione di tributari e popoli alleati. L’ultimo personaggio è un Keftiw, ovvero un cretese che, come si nota, è rappresentato più alto degli altri i quali, a partire dal primo prostrato, passando per il secondo “solo” inginocchiato, palesano negli atteggiamenti uno stato di sudditanza non riscontrabile nel terzo e nel quarto con l’ulteriore particolarità dell’altezza accentuata dal dono recato sul vassoio.

Si tratterebbe, perciò, di grandi potenze, ma anche piccoli e insignificanti Paesi, o popolazioni, o città, comunque sotto l’influenza egiziana nel Vicino Oriente.

Per inciso, le basi, compresa la En di cui si dirà a breve, sono state rinvenute nell’angolo nord-ovest dell’antica corte e come si sarà notato, riportano riferimenti a località e popolazioni dell’area a nord dell’Egitto; questo ha fatto ritenere che analogo tipo di basi potrebbero rinvenirsi nell’angolo opposto con analoghe liste di località e popolazioni del sud[6].

LA LISTA “En”

La quinta stele En, come sopra detto, costituisce, invece, la “lista egea”. Un primo elemento deve essere valutato: mentre le altre liste prevedono da 28 a 34 toponimi distribuiti sui lati delle basi, la lista egea ne prevedeva, verosimilmente, solo 17, di cui 15 (ancora leggibili) sono iscritti sul lato sinistro della base e sulla fronte mentre ulteriori due sono andati persi (il lato destro della base e anepigrafe, forse in attesa di ulteriori indicazioni geografiche, ed il posteriore è perso).

Fig. 3:  La base En, o lista egea, dal Tempio Funerario di Amenhotep III a Kom el Hetan[7]
(visione d’insieme: in alto, al centro, sopra due prigionieri legati sono riportati i cartigli reali Neb-Maat-Ra Amenhotep, a destra, invece, “cartigli” relativi ai Keftiw ed ai Tanayu)
Fig. 4: Base En, o lista egea, dal Tempio Funerario di Amenhotep III a Kom el Hetan[8] (particolare del lato sinistro della fronte)
Fig. 5: Base En, o lista egea, dal Tempio Funerario di Amenhotep III a Kom el Hetan[9] (lato sinistro della base)
Fig. 6: Base En, o lista egea, dal Tempio Funerario di Amenhotep III a Kom el Hetan[10] (lato sinistro; si notano bene le “merlature” che circondano gli ovali ad indicare che si tratta non di cartigli –riservati come noto al sovrano- bensì di mura)
Fig. 7:  I toponimi della “lista egea” a destra, contrassegnati dai nn. 1 e 2 rispettivamente i Keftiw (Cretesi), ed i Tanayu (Danai); a sinistra dello spazio vuoto (ove si trovano i cartigli reali) sono indicate località egizie e cretesi: 1. Amnisos (Creta, in lineare “B”: A-mi-ni-so); 2. Festos (Creta, in lineare “B”: Pa-i-to); 3. Kydonia (Creta); 4.  Micene (Grecia); 5. Tebe (forse); 6. Messenia (Grecia, in lineare “B”: Me-za-ne); 7. Nauplion (Grecia); 8. Kythera (isola greca, in lineare “B”: Ku-te-ra); 9. Eleia (Creta, essendo ormai quasi certamente scartata l’ipotesi che si tratti di Ilio); 10. Knossos (Creta, in lineare “B”: Ko-no-so); 11. Amnisos (Creta, nuovamente); 12. Lyktos (Creta); un 13° toponimo non è leggibile

Abbiamo più sopra rilevato una particolarità di questa base rispetto alle altre quattro; queste, infatti, hanno i toponimi scolpiti solo sui lati, ma non sulla fronte, quasi che tale spazio fosse stato risparmiato per poter incrementare le rispettive liste con nuove conquiste o alleanze, e solo la lista egea occupa completamente la fronte della base lasciando invece vuoti i lati destro e verosimilmente il posteriore che, come sopra detto, è perso.

Particolarmente interessanti, ai nostri fini, sono i due prigionieri a destra del prenome e del nome del re (nb-m3’t imn-htp hk3 wst) Neb-Maat-Ra Amenhotep Hekaa Waset, che si trova al centro della fronte (fig. 3): seguendo la regola di lettura dei geroglifici[11], i primi toponimi a dover essere letti sono proprio i due alla destra del nome del re dacché proprio i cartigli reali indicherebbero il verso di lettura. Ciò lascia supporre che proprio su tali nomi si sia voluto appuntare l’attenzione del lettore dando loro una maggior enfasi.

Ebbene, il primo dei prigionieri reca proprio il nome K(e)ft(i)w che, sembra ormai appurato in ambito scientifico, indica Creta e i suoi abitanti, mentre il secondo T(a)n(a)y(u) (ti-n3-y-w), indicherebbe la Terra dei Danai identificata come la Grecia continentale. È interessante inoltre notare come qui si faccia riferimento a territori, mentre i toponimi dalla parte opposta fanno invece riferimento a città.

Fig. 8: le località indicate nella lista egea[12]
Fig. 9:  luoghi di ritrovamento di oggetti iscritti con il cartiglio di Amenhotep III e/o di Tye (vedi appendice 1)

L’identificazione delle località della lista egea (fig. 7) è oggi, come sopra accennato, generalmente accettata a livello accademico ed esistono perplessità solo per l’identificazione della n.ro 5, vedi sopra figura 7, identificata, forse, nella Tebe beotica.

Basandosi sull’apparente sequenza geografica, peraltro riassunta proprio nei due toponimi K(e)ft(i)wT(a)n(a)y(u), alcuni autori[13] hanno ipotizzato che la lista En conservasse il ricordo di una spedizione egizia verso il mondo egeo partendo da Creta, da est verso ovest, alla Grecia continentale e poi, attraverso l’isola di Kythera (n. ro 8 in fig. 7), ritornando a Creta (il che giustificherebbe, peraltro, la ripetizione del toponimo cretese Amnisos, nn. 1 e 11 in fig. 7); secondo una ipotesi, si sarebbe trattato di una missione diplomatica egiziana destinata a portare «il soffio della vita» alle popolazioni collegate al Sovrano egiziano. Tale menzione, peraltro, sembra essere confermata nelle righe che sovrastano la serie di prigionieri, là ove si legge, tra l’altro[14]: «[…] le grandi potenze straniere (del nord e del sud)[…] convergono sulle ginocchia in un sol posto, così che il soffio della vita possa loro essere dato, portando tributi sulle loro spalle […]».

A dimostrazione che tale sia una formula rituale si consideri, tuttavia, che era stata usata anche nei rilievi del tempio di Hatshepsut[15], a deir el-Bahari, a proposito della presentazione della regina/re agli dei, là ove si sottolinea come i popoli si recassero a lei «[…] portando i tributi sulle loro spalle…per poter riceve il soffio della vita […]poiché il dio (Amon) aveva posto ogni terra sotto i suoi piedi []»[16].

Che una spedizione nel senso, peraltro, possa realmente essere avvenuta, sarebbe avvalorato dai ritrovamenti nell’area egea di oggetti iscritti con il cartiglio di Amenhotep III e/o della sposa reale Tye[17] come rilevabile dalle carte riportate, qui sopra, nelle figure 8 e 9.

In particolare, è interessante notare che nell’area egea sono molto rari i ritrovamenti di oggetti iscritti con cartigli reali prima della XVIII dinastia e che, dei 21[18]  rinvenuti, ben 12[19] recano i cartigli di Amehotep III e della sposa reale Tye.

Molto di recente, nel 2005, sono stati rinvenuti nell’area di Kom el-Hetan frammenti di una base di statua[20] (che, però, non possono per forma e dimensioni appartenere alla En) contenenti ulteriori riferimenti alla toponomastica egea e greca, ma l’esame dei reperti è ancora oggi in corso e molto scarse e contrastanti sono le notizie relative.

Benché la traduzione della “lista egea” sia, come sopra detto, accademicamente riconosciuta, ritengo tuttavia doveroso almeno menzionare una recente voce che, come si suol dire, esce “fuori dal coro”[21]. A proposito dell’individuazione delle “isole del Grande Verde” con le isole egee, si fa rilevare che la definizione sia derivata da una probabile forzatura conseguente alla traduzione dei termini egizi “wedj wer” che sarebbero stati resi “sommariamente” con “il mare”; lo stesso studio[22] si appunta, inoltre, non tanto sulla interpretazione terminologica, che pure viene confermata, dei due ovali retti dai prigionieri  posti alla destra del nominativo del re Amenhotep III sulla fronte della base En, quanto sulla localizzazione delle aree, o città, rappresentate.

In base a tale studio, perciò, l’area indicata non farebbe riferimento a quella Egea, bensì a un’area continentale asiatica. Decisamente complesso, benché molto interessante, sarebbe qui intavolare un dialogo relativo a tale ipotesi (in realtà alquanto “solitaria”), che prende in esame e raffronta iscrizioni relative a Sethy I, Ramses II e un colosso di Amenhotep III da costui usurpato, Thutmosi III e l’Akh-Menu di Karnak, nonché toponimi dell’area siro-palestinese e della Fenicia in varie e differenti traslitterazioni.

Aldilà delle differenti ipotesi, che pure andavano almeno citate, per completezza, si può tuttavia concludere, assumendo la base En ancora come “lista egea” e sottolineando che mai prima di Amenhotep III, e mai dopo, sono stati stilati (o ritrovati) elenchi così completi e complessi dell’area egea come quelli ricavabili dalle basi di Kom el-Hetan, e questo, sommato ai reperti egizi del medesimo periodo nella stessa area, ci autorizza a concludere che effettivamente, comunque, ci furono contatti di tipo politico/economico tra la potenza egizia e quella egea durante la prima metà del XIV secolo a.C.

Fig. 10: Personificazione dei K(e)ft(i)w come prigionieri dal tempio di Ramses II ad Abydos che riprende l’iconografia già sopra evidenziata nella lista egea En di Amenhotep III (braccia legate dietro la schiena e ovale merlato con l’indicazione toponomastica, anche se si tratta non di popoli sudditi)

Appendice 1

Tabella [23] degli oggetti iscritti con il nome di Amenhotep III o della Sposa Reale Tye rinvenuti in area egea (insulare e continentale)

LocalitàDescrizioneArea di rinvenimento (contesto)
Micene (Grecia Continentale)7 frammenti in faience con il cartiglio di Amenhotep III (Museo di Atene n.ri 2566.1-5, 2718, 12582)Cittadella, a NE della Porta dei Leoni (TE IIIB)
Micene (Grecia Continentale)1 placca in faience con cartiglio di Amenhotep III (Museo di Nauplion n.ri 13-887, 13-888)Stanza M3 dell’edifici0o M, a nord della Cittadella (TE IIIB2)
Micene (Grecia Continentale)1 placca in faience con cartiglio di Amenhotep III (Museo di Nauplion n.ro 68-1000)Stanza  con Affresco dell’edificio Cultuale (TE IIIB2)
Micene (Grecia Continentale)1 scarabeo in faience della Sposa Reale Tye (Museo di Atene n.ro 2530)Stanza γ della Tsountas House (TE IIIB)
Micene (Grecia Continentale)1 scarabeo della Sposa Reale Tye (Inventariato con il n.ro 68-1521)Magazzino degli Idoli del Centro Cultuale (TE IIIB2)
Micene (Grecia Continentale)1 vaso in faience con cartiglio di Amenhotep III (Museo di Atene n.ro 2491)Tomba a camera n.ro 49 (TE IIIA)
Aetolia (Grecia Continentale)1 scarabeo di Amenhotep IIITomba a camera (TE IIB – TE IIIA2)
Knossos (Creta)1 scarabeo in faience con cartiglio di Amenhotep III (parte di un collare)Tomba n.ro 4 (TM IIIA)
Ayia Triada (Creta)1 scarabeo in steatite della Sposa Reale TyeTomba a camera n.ro 5 (forse TM IIIA)
Kydonia (Creta)1 scarabeo in faience con cartiglio di Amenhotep III(TM IIIA – B)
Ialysos (Rodi)1 scarabeo in faience con cartiglio di Amenhotep IIITomba n.ro 9 (TE III)
Panaztepe (Turchia)1 scarabeo in faience con cartiglio di Amenhotep III[24](TE IIIA)

[1]    XVIII dinastia, Neb-Maat-Ra Amenhotep, 1387-1350 a.C.

[2]    Il nome fu assegnato ai due colossi (alti 18 m) dai greci che assimilarono il personaggio rappresentato (in realtà il re Amenhotep III) all’eroe Memnone, personificazione del giorno, figlio di Eos, l’aurora, che nella guerra contro Troia si schierò al fianco dei troiani venendo poi ucciso da Achille. Tale individuazione derivava dal fatto che, all’alba, verosimilmente per la dilatazione delle pietre ai primi calori del sole, uno dei due colossi emetteva un suono lamentoso che fu interpretato come il saluto del figlio alla madre Eos. Tale era l’ammirazione degli occupanti per le vestigia egizie, che l’imperatore romano Settimio Severo (193-211 d.C.) fece sottoporre la statua a un restauro dopo il quale, però, il fenomeno sonoro non si ripeté.

[3]    Edel E. “Die Ortsamenlisten aus dem Totentempel Amenophis III”, Bonn, 1966.

[4]    Cline “Amenhotep III and the Aegeans, in “Orientalia”, n. 56, pp. 1-36, 1987.

[5]    Nei dipinti di alcune Tombe dei Nobili, nella necropoli tebana, esistono altre evidenze di rapporti con le civiltà egee, e minoica in particolare, ma dalla stessa posizione nei registri parietali è facile arguire che, a seconda dei popoli rappresentati, questi occupino un differente posto nel panorama politico dell’Egitto faraonico. Appaiono perciò palesemente popoli “sudditi” che recano tributi obbligatori, ma anche popolazioni che sebbene rappresentate iconograficamente in maniera simile alle prime, sono, in realtà popoli di uguale rango che recano doni.

In almeno sei tombe di alti funzionari, sono inoltre presenti le cosiddette “processioni egee”. Un esempio valga per tutti, nella TT86 di Menkheperreseneb sono rappresentati “i principi di Tunip” (Città Stato della Siria), “di Hatti” (gli Hittiti, dell’Anatolia), e l’Ambasciatore dei “Keftiw”; ebbene, mentre i primi due sono rappresentati in ginocchio, o addirittura sdraiati ai piedi del re o del suo rappresentante, l’ambasciatore di Creta è non solo in piedi, ma, con uno stratagemma (vedi fig. 2), rappresentato più alto di tutti e noi sappiamo che ciò significava molto nelle rappresentazioni egizie.

[6]    Edel 1966, citato.

[7]    Da Cline e Stannish “Sailing the Great Green Sea? Amenhotep III’ “Aegean List” from Kom el-Hetan, once more”, in “Journal of Ancient Egyptian Archaeology”, vol. 3, 2011, pp. 6-16.

[8]    Cline e Stannish 2011 citato, p. 8.

[9]    Cline e Stannish 2011 citato, p. 9.

[10] Cline e Stannish 2011 citato, p. 10.

[11] Cline e Stannish 2011 citato, p. 7.

[12] Cline 1987 citato, pp. 8 e 9, maps 1 e 2.

[13] Tra gli altri Cline 1987 citato e Albright “The vocalization of the Egyptian Syllabic Ortography, 1934, pp. 9-10.

[14] Edel, traslitterazione e traduzione confermata da Stannish.

[15] XVIII dinastia, Maat-Kha-Ra Henemet Amon Hatshepsut, 1479-1457 a.C. (± 30 anni); assunto il trono come coreggente di Thutmosi, il futuro Thutmosi III, figlio dello sposo fratello Thutmosi II e della regina secondaria Iset, Hatshepsut dopo due anni (secondo altre ipotesi sette) assunse pienamente il potere regale dichiarandosi re (non regina).

[16] Cline e Stannish 2011 citato, p. 12.

[17] Cline 1987 citato.

[18] Hallager, “The Intermediate Period –LMII and III A1 Crete”, in Atti del convegno “Forschungen zur ägäischen Vorgeschichte in Deutschalnd”, Berlino, 1983, citato da E. Cline 1987, p. 20.  

[19] Elenco riassuntivo dei dati riportati in E. Cline 1987, Table 1, p. 24: 6  a Micene; 1 ad Aetolia; 1 a Knosso; 1 Hagia Triada; 1 Kydonia; 1 Cipro.

[20] Duhoux “Les relations ègypto-ègèennes au  Nouvel Empire: que nous apprend la toponymie?”, in “Akten des Symposiums zur historischen Topographie und Toponymie Altagyptens”, pp. 19-34. 2006, p. 29.

[21] Vandersleyen “Keftiu: a cautionary note”, in “Oxford Journal of Archaeology”, n. 22, pp. 209-212, 2003.

[22]  Vandersleyen 2003 citato.   

[23] Ricavata da Cline 1987, p. 24, table I.

[24] Cline “Amenhotep III, the Aegean, and Anatolia”, in “Amenhotep III: Perspectives on His Reign”, 1998, p. 246.

Storia egizia

IL REGICIDIO SACRO

A cura di Giuseppe Esposito

La storia, così scrive Ernst Gombrich[1], è come una fiaccola gettata in un pozzo dalle pareti scolpite: se osserviamo il suo precipitare, vedremo dapprincipio benissimo i bassorilievi che decorano le pareti poi, a mano a mano che la fiaccola precipita, continueremo a vederne la luce, ma più difficile sarà distinguere le figure, poi quella fiaccola diverrà per noi solo un chiarore e sempre più difficile sarà percepire cosa si trova sulle pareti del pozzo.

Succederà poi che solo un pallido barlume ci indicherà l’esistenza della fiaccola seguito poi solo da un indistinto bagliore che nulla ci consentirà più di vedere o di distinguere.

Se inquadrare il lavoro dello Storico è, perciò, complesso, quello dell’Archeologo lo è ancor più poiché per il primo, in qualche modo, esiste pure una sorta di luccichio nel buio mentre il secondo si trova spesso a dover operare in ambienti decisamente solo molto tenuemente illuminati dalla sicura conoscenza. Fedele a questa immagine, credo che quando si studia un argomento si debba, comunque, sempre partire dalle origini o da quelle che, in assenza di prove concrete, possono essere trovate nelle giustificazioni antropologiche di un determinato comportamento.

Se avete letto altri miei articoli, credo vi siate ormai abituati all’idea del mio girovagare sulla linea del tempo, ed è quello che faremo anche stavolta; il quesito che ci proponiamo, qui, è quello sull’effettiva istituzione del regicidio presso antichi popoli e, ovviamente, presso i nostri “eroi”, gli antichi egizi… esisteva, cioè, l’usanza di mandare a morte il re quando raggiungeva una certa età?

Cominciamo così il nostro viaggio nel tempo e proviamo ad andare indietro, indietro nei secoli… anzi no, nei millenni o, ancor più, nei milioni di anni, forse 1 o 2, ed entriamo in punta di piedi in quella caverna, sulle ripide pendici della montagna.

La forza

Sul fondo, le femmine e i piccoli sono raccolti, tremanti, attorno al fiore rosso che rischiara le pareti e il terrore li spinge a stringersi. Quando lei l’ha afferrato e trascinato fuori, il cucciolo era lì, vicino all’ingresso. Solo un ringhio sordo e un rapido balzo poi, anche stanotte la tigre dai denti a sciabola[2] ha ucciso! e ora anche i cacciatori hanno paura di uscire. 

Da due lune poi, la belva si è fatta ancora più sfrontata ed è pericoloso uscire anche di giorno per andare a dissetarsi alla pozza; eppure bisogna cacciare, bisogna uccidere selvaggina se il clan non vuole morire di fame… Chi andrà a caccia? Forse il più debole e malaticcio degli uomini che a stento è sopravvissuto all’inverno? Oppure il più furbo, il più forte, che ha visto ben 23 inverni ed è il più anziano della tribù?

Lui, Cresta Bianca, è l’unico che, per le sue doti fisiche, ha speranze di tornare vivo, ed è l’unico che può davvero procurare la selvaggina o, addirittura, se avrà fortuna o abbastanza paura, uccidere la tigre con i denti a sciabola. E’ tanto forte che tutti gli si sono sottomessi, gli hanno ceduto anche parte del loro cibo perché non si indebolisca; è lui il padre di tutti, ha diritto su tutte le femmine del clan e sulle parti più pregiate delle prede perché, proprio come un padre, da lui, dalla sua forza, dalla sua furbizia, dipende la vita…

Ma, come sempre avviene, anche quel padre invecchia e ora, all’età di quasi 26 anni, Cresta Bianca è decisamente vecchio e non ci si può più fidare di lui per la certezza del sostentamento… si rende imperativo che un altro prenda il suo posto, uno forte com’era lui, uno che non ha paura della tigre e di quel nuovo clan che si è insediato nei pressi della pozza. Tra gli adulti Guarda la Luna ha ormai quasi 20 anni, è decisamente molto più forte, molto più furbo, e già gli ha sottratto una delle femmine che, da lui ingravidata, ha fatto nascere un cucciolo. Le schermaglie tra i due maschi si susseguono sempre più di frequente e il cerchio dei vecchi del clan ha deciso che Guarda la Luna dovrà sostituire Cresta Bianca che, però, si sente ancora abbastanza forte e non vuole lasciare il potere.

Se si vuole cambiare c’è un solo modo: Guarda la Luna dovrà sfidare Cresta Bianca… ma non basterà allontanarlo dal clan, perché potrebbe allearsi con un altro gruppo per riprendersi ciò che ritiene suo, specie le femmine, Guarda la Luna dovrà necessariamente ucciderlo.

E così scorrono i secoli, e poi i millenni ma resta quest’usanza: il vecchio capo deve essere messo a morte quando non è più in grado di soddisfare i bisogni della tribù e non è detto che tale uccisione, da scontro diretto tra pretendenti, non sia stata nel tempo istituzionalizzata e codificata, che lo stesso Capo sappia, a priori, che questa sarà la sua fine; che il suo tempo durerà fino a che riuscirà a dimostrare la propria virilità e la propria forza poi… e non è parimenti detto che, nel frattempo, non si sia trovata una giustificazione addirittura divina perché egli accetti di buon grado la sua sorte sapendo che è destinato a ricongiungersi con le divinità della tribù: “Il tuo sangue bagnerà il suolo che diverrà più prospero per il tuo popolo e tu diverrai un Dio, e tra gli dei ti aspettano premi che noi viventi non possiamo neppure immaginare…” pare quasi di sentirlo quello sciamano che proclama, o inventa, la giustificazione per l’uccisione del suo capo…

Ed è appena il caso di ricordare come, presso alcune popolazioni nordiche, al presentarsi di una carestia, o di una calamità naturale, o di un’epidemia, si procedeva all’uccisione sacrificale del Re giacché si riteneva che gli elementi avessero prevalso poiché la sua forza mistica era scemata. La sua morte avrebbe così consentito alla comunità di rinascere e di nominare un altro Re ancora in possesso della necessaria forza magica.

La VACCA CELESTE

Al regicidio sacro non può, inoltre, che far riferimento l’uccisione del Dio Osiride da parte di suo fratello Seth, ma questa leggenda deriva da un’altra in cui è ancora più evidente, poiché espressamente dichiarato, il ricorso all’uccisione del vecchio re. La vicenda è narrata nel “Mito della Vacca Celeste[3]: Ra, non ancora Dio solare, è ormai un vecchio re; il popolo comincia a ritenerlo non più in grado di governarlo[4] e ne trama l’omicidio.

Ma Ra scopre il complotto e riunisce gli Dei per confrontarsi con loro; Nun, l’oceano primordiale da cui tutto nacque, fornisce al re il suo consiglio

«Figlio mio, sei un grande re. Afferma il tuo potere sul trono e ricorda la paura che incuti nelle persone quando il tuo occhio è su di loro. Lascia perciò che il tuo Occhio sia libero e Lei colpirà i ribelli per te. Libera Hathor e i malvagi intrighi saranno distrutti…».

Seguendo il consiglio, Ra libera perciò sua figlia, Hathor, il suo Occhio, che per la rabbia si trasforma in Sekhmeth, la Dea leonessa, che inizia la strage degli uomini:

«Il deserto era macchiato di rosso sangue mentre l’Occhio inseguiva i traditori e li massacrava uno per uno. Non si fermò finché le sabbie non furono ricoperte di corpi. Poi, temporaneamente sazia, tornò trionfante da suo padre per vantarsi dei suoi successi».

Accadde così che Ra, forse temendo che l’azione distruttiva di Sekhmeth potesse portare alla scomparsa dell’intero genere umano, cercò di fermare la figlia che, però, «…aveva assaggiato la carne umana e le era piaciuto…». Si rende perciò necessario uno stratagemma per fermare la strage: ottenuto a Menfi pigmento rosso, Ra lo mescola a una bevanda fino a ricavarne «…settemila boccali di birra color sangue…». Fu così che, credendolo sangue, «…dimenticando l’umanità, l’Occhio di Ra bevve la birra, rimase confuso e tornò da suo padre, ubriaco e soddisfatto[5]. Ra accolse così sua figlia in pace». Sekhmeth tornò, perciò, nelle sembianze di Hathor, eppure il vecchio re: «…trovava impossibile perdonare le persone e non voleva più governare la Terra», fu così che Ra salì in groppa a Nut, la Dea del cielo che, trasformatasi in Mehet-Wehet, la Vacca Celeste, lo portò nel cielo lasciando gli uomini privi di luce e così terrorizzati che ne chiesero, invano, il ritorno sulla terra. Fu così che Ra, trasformatosi ormai nel Dio del Sole, iniziò il suo viaggio giornaliero: ingoiato da Nut di notte, e perciò sostituito in quest’arco di tempo dal Dio della luna, Toth, rinasceva al mattino per il suo percorso diurno.

Ovvio immaginare che anche questa “fuga” nel cielo, questa improvvisa scomparsa, possa ugualmente ammantare il sacrificio del re, oppure un suo suicidio rituale, con una giustificazione divina che imponesse, comunque, il potere di Ra sul mondo anche dal suo mondo ultraterreno. Ra, infatti, nonostante tutto, si preoccuperà ancora degli uomini e sulla terra proclamerà un nuovo re, Osiride (in tal senso, è pure possibile individuare in costui il nuovo re che ha vinto la “battaglia” per la sostituzione sul trono del vecchio re).

Gli uomini, avendo così compreso che un complotto contro il sovrano avrebbe potuto nuovamente risvegliare Hathor/Sekhmeth, giunsero al convincimento che il re era l’unico in grado di mantenere, con la sua saggezza e i suoi poteri, l’ordine cosmico mediante la Maat e che, perciò, era forse più giusto praticare sacrifici giornalieri a Sekhmeth, piuttosto che tramare per eliminare una tale fonte di sapienza.

La storia, comunque, si ripeterà e come andrà a finire tra Osiride e Seth lo sappiamo…  

LA SAGGEZZA

Testa del re/regina Hatshepsut (New York, Metropolitan Museum of Art) il cui mento, pur trattandosi di una donna, è ornato dalla barba[6], simbolo proprio della saggezza con cui il re doveva governare il suo popolo

Passano ancora i secoli, e il nostro Re non invecchia più così velocemente, le condizioni di vita sono certamente migliorate, ed egli, inoltre, ha dalla sua non più solo la possanza fisica, ma un’altra cosa altrettanto importante nel momento in cui si deve governare: l’esperienza, la conoscenza, la saggezza, e perdere questi valori potrebbe essere davvero deleterio per l’intera comunità.

D’altra parte, non è più così importante che il Re sia il più forte: per combattere ci sono ormai i soldati e, per catturare la selvaggina, i cacciatori, che dispongono di armi più moderne… eppure, quell’uccisione rituale, ormai consolidatasi nelle tradizioni della tribù, resta una legge imprescindibile “quando il Re non ha più la sua possanza fisica”… è davvero un bel dilemma.

Beh, avrà pensato un discendente dell’antico sciamano, un sacerdote della massima divinità, prima di uccidere il Re vediamo di “salvare il salvabile”, vediamo di tutelare “la testa” con quel che contiene… vediamo se il re è ancora fisicamente valido… sottoponiamolo a prove di fisicità: facciamolo correre attorno alle mura della città e, se resiste, facciamolo “rinascere” per un altro periodo dopo il quale dovrà ripetere la corsa…

Ma le città prosperano, diventano sempre più ampie e una corsa attorno ad Ineb Hedj, il Muro Bianco, oggi sfiancherebbe anche un giovane. Ma è poi così importante che il vecchio Re faccia il giro di tutta la città? E se concentrassimo la città in un simulacro, in una finzione che, magicamente, la rappresenti? Forse nel recinto del rivoluzionario complesso sacro[7] che il Re si è fatto costruire là, nella piana di Sokar[8], il Dio dei morti, si potrebbero realizzare due “mete” a forma di “B”, e imporre loro, magicamente, che rappresentino non solo una città, ma addirittura l’interno Paese da poco unificato, il nord e il sud. Se il Re potrà percorrere quel tragitto, dimostrerà perciò di avere ancora la forza bastante per governare non solo sul piccolo territorio cittadino, ma sull’immensa terra di Kemi.

Il complesso funerario di Djoser a Saqqara. Nel cortile “sud”, indicati come “marcatori di confine” le due “mete” a forma di “B” tra cui si doveva svolgere la corsa rituale della festa Heb Se

E così la corsa rituale diventa la festa giubilare, l’Heb Sed[9], con cui il sovrano dimostra di essere ancora in condizioni di prendere decisioni indipendentemente dalla sua possanza fisica. Qualcuno ha obiettato che nella storia millenaria dell’Antico Egitto non si ha notizia di una festa giubilare con esito negativo per il Re e che, perciò, non sappiamo quale sarebbe stato l’esito in caso contrario. Se, cioè, il Re men che aitante sarebbe stato effettivamente ucciso.

I geroglifici che indicano Heb-Sed

Io credo non solo che questo non sarebbe avvenuto, ma che non sia da escludersi che la corsa rituale, in caso di effettiva “stanchezza” fisica del re, potesse addirittura essere eseguita da un suo rappresentante (un po’ come il “campione” dei tornei medievali che combatteva per il re, ricordate?).

E questo poiché, lo ribadisco, quel che ormai interessava in quei tempi NON era più la possanza fisica, non c’era più da cacciare per la comunità o difenderla in prima persona dagli attacchi della bestia feroce, o di altri clan, quello che davvero interessava non era più la forza bruta ma, ormai, la capacità mentale per governare. Era quindi necessario che il Re, anche se vecchio e acciaccato, sapesse ordinare ad altri di farlo in sua vece, in poche parole, continuasse a regnare.

E questo non escludendo, ovviamente, che, con una legge “ad personam”, un bel giorno un Re/Dio si sia posto il dilemma e abbia deciso che era ora di smetterla di ammazzare… il Re…

L’antropologo James George Frazer che, nel suo “Il ramo d’oro”, trattò del Rex Nemorensis

Forse ancora all’antica tradizione dell’uccisione del Re si rifaceva la figura del Rex Nemorensis[10]. Non si trattava, certo, di un re nel senso della parola poiché era, di fatto, uno schiavo fuggiasco sacerdote di Diana Aricina, ma è un dato di fatto che regnava nei boschi del lago di Nemi, ed era ben consapevole che il suo regno sarebbe durato solo fino a quando un altro a lui pari, dotato di maggior forza e astuzia, non lo avesse sorpreso e ucciso per occuparne il posto.

Benché non sia riuscito a trovare evidenze storiche o archeologiche, si narra che, presso gli etruschi, il Lucumone, il Re sacro, eletto o prescelto dagli Dei, fosse destinato al suicidio dopo un certo numero di anni di regno poiché doveva dimostrare che tutto quel che aveva fatto lo aveva fatto nel solo interesse del suo Popolo e non per arricchirsi personalmente… (lo so a cosa state pensando…l’ho fatto anch’io… e poi diciamo che quelle erano popolazioni primitive?).

Roma, 23/11/2021


[1]     Ernst Hans Josef Gombrich (Vienna 1909 – Londra 2001), è stato uno storico dell’arte austriaco. Di origine ebraica, fu costretto a fuggire in Gran Bretagna assumendo la nazionalità inglese. Sua è la “Breve Storia del Mondo” (scritto nel 1935 e pubblicato, per la prima volta, nel 1985; edizione italiana, edita da Salani, del 2006), da cui è tratta l’idea della fiaccola, e “La Storia dell’Arte”, scritto nel 1950, considerato il testo più completo in materia, che ha raggiunto ad oggi le oltre cento edizioni in quasi tutte le lingue del mondo (edizione italiana “La Storia dell’Arte raccontata da E, Gombrich”, Einaudi 1966 e successive fino al 1995 nella collana “Leonardo”, sempre di Einaudi).

[2]    Una specie di felini del pleistocene era costituita dai macairodonti il più noto dei quali è lo “smilodon”, più usualmente noto come “tigre dai denti a sciabola” per la abnorme crescita dei canini superiori.

[3]    Tracce del “Mito della Vacca Celeste” risalgono all’Antico Regno e ai “Testi delle piramidi” risalenti, in particolare, alla V e VI dinastia, ma il corpus maggiore risale al Nuovo Regno e, in particolare, a tombe della XVIII e XIX dinastia. Stesure del mito si trovano, infatti, nella tomba KV62, di Tutankhamon (peraltro la prima in cui il testo venne riconosciuto come tale); nella KV7 di Ramses II; KV11 di Ramses III e KV9 di Ramses VI. La versione più completa, tuttavia, è quella rinvenuta nel 1817 da G.B Belzoni nella tomba KV17 di Sethy I. In questo sito, infatti, si trovano 330 versi del “mito” ripartiti in 95 colonne; essendo il testo mutilo, tuttavia, per le traduzioni complete ci si appoggia al testo della KV62 di Tutankhamon e, segnatamente, nella parte compresa tra la colonna 31 (corrispondendo la 30 alla 95 della KV17) e la 39.

[4]    «…Accadde al tempo di Ra, colui che creò se stesso, quando già da molti anni governava sugli Dei e sugli uomini […]. La gente non era soddisfatta e i ribelli osarono cospirare contro il loro re…» 

[5]    Tanto era radicata tale leggenda, che ancora in periodo greco-romano, in Egitto si svolgeva un rituale dedicato ad Hathor/Sekhmeth, la “Festa dell’ubriachezza”, che comprendeva danza, musica e un abbondante consumo di bevande alcoliche.

[6]    Nel caso specifico, si tratta di una barba “osiriaca” che assimila, cioè, Hatshepsut al Dio dei morti Osiride. Esistono, tuttavia, rappresentazioni in cui indossa pur sempre la barba posticcia tipica di tutti i sovrani, di differente foggia.

[7]    Il riferimento è al complesso funerario di Re Djoser (~2680-2660 a.C.) a Saqqara. Opera dell’architetto Imhotep, è considerata la prima costruzione in pietra dell’Antico Egitto. Alla famosa “piramide a Gradoni”, costituita da sei mastabe sovrapposte, si affiancano altre costruzioni solo apparentemente fruibili, in una sorta di ricostruzione fittizia della città. Si tratta, in realtà, di simulacri di edifici, come in una specie di scenografia teatrale. Può essere interessante conoscere che nel complesso non si trova mai il nome Djoser, bensì quello di Horus Netjrikhe; unica prova che identifichi Djoser come Horo Netjrikhe è in una lunga iscrizione rupestre (detta “della carestia”) di epoca tolemica nell’isola di Sehel (prima cateratta) in cui si narra come il re Netjrikhe Djoser, preoccupato per una carestia che da sette anni affliggeva il paese, avesse chiesto consiglio al saggio Imhotep. Per finire il racconto, basterà dire che Djoser, avendo appreso che la piena del Nilo era sotto il controllo del dio dell’isola di Elefantina, Khnum, lo aveva placato facendogli dono di un ampio tratto della bassa Nubia.

[8]    Il termine Saqqara, che oggi indica la necropoli nei pressi del Cairo, si ritiene possa derivare proprio da Sokar, l’antico dio dei morti con centro di culto a Menfi, normalmente rappresentato mummiforme con testa di falco.

[9]    La Heb-Sed costituiva la “festa giubilare” dei re e veniva celebrata, almeno in origine, dopo i primi trent’anni di regno (anche se esistono riscontri di feste celebrate anche prima dei trent’anni). Si trattava di una festa di rigenerazione delle forze del re e, successivamente alla prima, la stessa veniva ripetuta con cadenze anche irregolari e ogni volta che si rendeva necessario, in qualche modo, riaffermare il potere.

[10] Il Rex Nemorensis, il Re di Nemi, era, in realtà il sacerdote della Dea Diana che “governava” sul bosco sacro alla Dea che si trovava, appunto, nei pressi della località suddetta. Vuole la tradizione che la carica spettasse a uno schiavo fuggiasco che occupava la carica, sacra, dopo aver ucciso il suo predecessore e fino a che, a sua volta, non fosse stato ucciso da un altro suo pari. Del Rex Nemorensis e della tradizione, anche antropologica, legata a questa figura, si è interessato James George Frazer (Glasgow 1854 – Cambridge 1941) nel suo “The Golden Bough: A Study in Magic and Religion”, del 1890 (traduzione italiana “Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione”, Newton & Compton editori, 1992) .

Nuovo Regno, Storia egizia, XVIII Dinastia

LA BATTAGLIA DI MEGIDDO

A cura di Giuseppe Esposito

Iblis, il Diavolo del deserto

…avvolto nel suo tezzefe[1], che si confondeva con il buio della notte, el-Aurans Iblis si proteggeva dagli attacchi degli spiriti della solitudine, che infestano il deserto, coprendo il volto con il kel asuf che lasciava scoperti solo gli occhi di un profondo colore azzurro… ai suoi lati, come lui nascosti tra le dune e mimetizzati nella notte, oltre 400 uomini aspettavano un suo ordine mentre, sbuffando nella notte, la locomotiva arrancava sulla linea che congiungeva Damasco a Medina. La sua mano si abbassò sulla leva, l’impulso si trasmise lungo il filo raggiungendo l’innesco e la vampa illuminò la notte seguita, una frazione di secondi dopo, dal boato dell’esplosione. Poi iniziò l’attacco vero e proprio al convoglio! Anche quella notte i rifornimenti non avrebbero raggiunto le truppe turche.

Thomas Edward Lawrence[2], per i suoi alleati, beduini del deserto, più semplicemente el-Aurans Iblis, “Lawrence il Diavolo”; ma, tra il 1916 e il 1918, le sue imprese eroiche nella lotta contro le forze dell’impero ottomano che occupavano la penisola araba, non avrebbero sortito l’effetto desiderato se non supportate economicamente da un altro personaggio che, ai fini del nostro racconto, sarà importante giacché, come noi, appassionato della storia dell’Antico Egitto: il Generale Edmund Henry Hynman Allenby[3] che, comprendendo le potenzialità strategiche delle forze irregolari raccolte da Lawrence (circa settantamila uomini), provvide a sovvenzionarlo con l’astronomica cifra, per l’epoca, di duecentomila sterline mensili.

Già, vi chiederete, ma perché se siamo in un sito di egittologia, stiamo parlando della Prima Guerra Mondiale? Un attimo e, se avrete la pazienza di seguirmi, ci arriveremo…

ALLENBY, THUTMOSI III E MEGIDDO

Lasciato Lawrence alle sue scaramucce e alla conquista del porto di Aqaba[4], torniamo ad Allenby, a sua volta figura leggendaria nella conquista della Palestina e della Siria durante il primo conflitto mondiale. Accompagniamolo, perciò in una delle sue più importanti vittorie, resa tale, tuttavia, anche dalle azioni di disturbo poste in essere da el-Aurans Iblis: la Battaglia di Megiddo del settembre 1918.

E qui, se fossimo in un documentario televisivo, potremmo tranquillamente sfumare e sovrapporre allo “swagger stick”, il bastoncino tipico degli Ufficiali inglesi, il flagello e, al berretto di Allenby, la khepresh, la corona blu degli antichi re egizi.

Con un salto temporale che solo le immagini possono permettere, o la capacità di trasformare un testo in immagini con gli occhi della fantasia, torniamo indietro di almeno… 3500 anni…

L’anno è il XXII del regno di Men-Kheperu-Ra, il giorno è il XXV del IV mese dell’Inverno[5].

Ma il Nesw-Bity, o prae-nomen, potrebbe complicare il comprendere di chi si tratti e, perciò, sarà meglio chiamarlo con il titolo Sa-Ra, figlio di Ra, della sua titolatura: Thutmosi e, per semplificarne ancora l’individuazione, aggiungiamo che è il III re[6] della XVIII dinastia a portare tale nome[7]; un nome a sua volta declinato, specie dagli studiosi di storia militare come il Generale Allenby, in “Napoleone d’Egitto”.

Ben giustificato, apparirà questo soprannome se si considera che a lui si debbono 17 campagne militari[8] nonché soluzioni politico-militari-diplomatiche di valore, come vedremo, certo innovativo.

Proprio nell’ambito della prima di queste campagne s’inserisce quello di cui vorrei parlarvi.

Un brano degli “Annali di Thutmosi III” nel Tempio di Karnak

IL “NAPOLEONE D’EGITTO” E LA I CAMPAGNA

Da sempre l’Egitto è stato circondato dai suoi nemici, dalle sabbie della Libia con le sue tribù, alle popolazioni Nubiane del profondo sud, agli “odiati” Sethiu: gli Asiatici. Tutte insieme, queste etnie, costituivano “i nove archi[9]”, cioè i popoli nemici dell’Egitto che il Re calpestava ad ogni passo dato che proprio nove archi erano riportati sotto i suoi sandali o sul poggiapiedi del suo trono.

Sfinge bronzea di Thutmosi III sdraiata sui “nove archi”

Ma il Principe di Qadesh, una città che ricorrerà spesso negli annali dell’Egitto faraonico, decide di opporsi al Re Thutmosi riuscendo a catalizzare attorno a se oltre 200 principi asiatici che operano al confine causando non pochi danni alle popolazioni alleate del “Grande Re”. L’esercito egizio è intervenuto già per operazioni di frontiera tentando di difendere gli alleati, ma si rende necessaria un’azione più decisa ed ecco che, in quel famoso anno XXII[10], giorno XXV del IV mese[11], Thutmosi inizia la propria campagna militare.

Dieci giorni e 200 chilometri dopo, proprio nel giorno di inizio del suo XXIII anno di regno, Thutmosi ed il suo esercito hanno attraversato il deserto e si trovano in una località che, successivamente, i Filistei[12] chiameranno Gaza. Altri dieci giorni e l’esercito si accampa ad Aruna, ai piedi della catena montuosa (che poi si chiamerà “del Carmelo”) che bisogna superare per raggiungere la piana di Megiddo in cui, vista l’avanzata nemica, si è schierato l’esercito dei  Principi della confederazione asiatica.

Attorno al tavolo dello Stato Maggiore, nella tenda del Re, si affaccendano i suoi Generali: motivo del contendere è la scelta della strada da seguire per raggiungere la città nemica. Tre, infatti, sono i percorsi possibili: due sono agevoli, ampi e consentiranno all’esercito, secondo i Generali, di poter procedere con il minimo rischio e di potersi schierare nella piana di Megiddo con rapidità ricostituendo i ranghi rapidamente per fronteggiare il nemico. Il terzo percorso, più breve, è però disagevole, passa per strette gole di montagna in cui addirittura lo stesso carro del Re passerebbe a stento e l’esercito si dipanerebbe in uno stretto e lungo serpentone che difficilmente potrebbe manovrare in caso di attacco nemico; basterebbe un uomo a tenere in scacco un intero esercito!

Ma il Re è irremovibile, proprio perché quel sentiero tra i monti è così disagevole, così “tatticamente” errato, il nemico non lo presidierà in forze o, magari, non lo presidierà affatto, e proprio per quel sentiero dovrà passare l’intero esercito della Terra di Kemi (giacché questo era il vero nome dell’Egitto).

Il carro del Re si trova spesso sull’orlo di baratri di cui non si scorge il fondo o, al contrario, alla base di rupi altissime da cui anche un solo sasso, lanciato, potrebbe causare gravi danni; Thutmosi, girandosi, non riesce a vedere la fine di quella lunga fila di uomini che lo seguono fiduciosi poiché egli è come il Dio della Guerra alla testa dei suoi eserciti[13].

Ma ogni percorso, anche il più disagevole, è destinato a terminare ed il Re, preceduto dalla sua avanguardia, giunge nella piana di Megiddo, alle spalle dello stesso nemico che, come previsto, è pronto a fronteggiare proprio gli sbocchi dei due percorsi più agevoli.

Thutmosi potrebbe sbaragliare immediatamente la coalizione nemica, capeggiata dai Principi di Qadesh e di Megiddo, ma deve aspettare l’arrivo anche dell’ultimo uomo, ed anche quando la retroguardia ha raggiunto il piano, il Re decide che si deve aspettare un giorno fausto e fa accampare i suoi uomini. Passano tre giorni poi, dopo una splendida notte con la luna nuova, al mattino del terzo il Re scatena il suo esercito, ormai riposato e riorganizzato, che ha immediatamente ragione del nemico che ripiega disordinatamente sulla città fortificata di Megiddo.

La fuga è così precipitosa che lo stesso Principe di Qadesh, per entrare nella città che ha ormai già chiuso le porte, deve farsi issare sulle mura con le funi[14].

Il Re vorrebbe immediatamente approfittare dello strapotere, ma il suo esercito si ferma a saccheggiare il ricchissimo accampamento nemico[15]. È gioco forza, così, dover procedere all’assedio di Megiddo, un assedio che durerà ben sette mesi e che si concluderà con la caduta della città e la cattura di oltre cento dei Principi asiatici ribelli, delle loro mogli, dei loro harem e, soprattutto, dei loro figli.

Eppure, in un’epoca in cui la guerra è brutalità pura, Thutmosi III inizia una politica lungimirante ed accorta che ben giustifica, peraltro, proprio quel soprannome di “Napoleone d’Egitto” che sopra abbiamo visto. L’esercito confederato è ormai smembrato, la riunificazione sotto un unico comando è fallita e cessa, pertanto, di essere un pericolo per l’Egitto, la lega stessa si è dispersa ed è ormai frammentata nei molteplici regni iniziali, con piccoli eserciti, e piccoli principi, più facilmente controllabili. Thutmosi può dirsi soddisfatto della sua vittoria e, magnanimamente, non solo libera i principi presi prigionieri a Megiddo, ma li reinsedia sui rispettivi troni facendo loro giurare che mai e poi mai rivolgeranno nuovamente le armi contro l’Egitto.

Il Re tuttavia, per diritto di “bottino”, potrebbe far sue le mogli o le concubine degli sconfitti, potrebbe ucciderne i figli per non perpetuare le stirpi dei nemici, ma ben altro è il suo progetto. I figli dei Principi, infatti, saranno suoi ospiti presso la Corte egizia in una sorta di Accademia militare, il “Kep”, in cui verranno educati, acquisiranno usi e costumi egizi apprezzandoli e costituendo, quando torneranno sui troni dei padri, una futura classe politica “amica”. Questo non volendo citare, s’intende, il ben valido deterrente costituito dalla loro presenza “a casa” del Re contro le eventuali idee di ribellione dei rispettivi genitori.

…e la linea del tempo, che ci aveva portati oltre 1400 anni prima dell’era volgare, ora scivola in avanti e ci porta lontano da quel XXIII anno di regno di Thutmosi: l’anno, questa volta, è il 1918 d.C. e, nella stessa zona, si combatte la Prima Guerra Mondiale.

Comandante delle forze dell’Impero Britannico nell’area è il Generale Sir Edmund Allenby e di fronte ha le forze dell’Esercito Ottomano che sono schierate nella piana di Megiddo, o meglio in quella che è intanto diventata Tell al-Mutesellim, nel territorio del futuro Israele.

Ma, ricordate? Sir Allenby è un cultore di egittologia, conosce bene la storia di Thutmosi III e decide di seguirne le orme: nuovamente l’espediente di percorrere il disagevole sentiero tra i monti si dimostra una mossa vincente!

Per chi avesse la curiosità di sapere quale è la fonte del racconto della “Campagna di Megiddo”, preciso che questa è narrata negli “Annali di Thutmosi III”, in un lungo rilievo che circonda il sacrario del Dio, nel Tempio di Amon a Karnak, nonché su una stele eretta a Napata, oltre la quarta cateratta del Nilo e perciò in pieno territorio nubiano, verosimilmente per servire da monito a quelle popolazioni magnificando le capacità guerriere del Re.

Potenza della propaganda!

Un’altra piccola digressione, finale, riguarda ancora Megiddo: secondo la religione ebraica, infatti, proprio nella valle prospiciente la città avrà luogo l’Armaghedòn (letteralmente Monte di Megiddo), ossia lo scontro finale tra le forze del bene e quelle del male.

VII pilone del Tempio di Karnak: Re Thutmosi III tiene per i capelli un gruppo di Principi asiatici e leva in alto la mazza da guerra per colpire

10/11/2021


[1]    Il vestiario dei Tuareg comprende l’”akerbas” camicia lunga dotata di maniche, molto simile alla “djallabiah”, l’”ekerbay”, pantalone, il “tagalmust”, il classico velo che ricopre il capo (che può essere anche chiamato “ă alil”, se è quello indossato giornalmente, meno elaborato), il “kel asuf”, il velo che copre il volto e che serve per proteggere dalla sabbia, ma principalmente dai demoni del deserto. L’abito è detto “aselsou”, o anche “telesse”; se nero è, invece, un “tezzefe”, se bianco, di lana, “abror”. Un abito di lusso è un “iloumar”, se di poco prezzo “akoulil”.

[2]    Thomas Edward Lawrence (1888-1935), ma anche T.E. Smith. T.E. Shaw, John Hume Ross, militare, agente segreto, archeologo, scrittore (suoi sono “I sette pilastri della saggezza), più noto con il leggendario nome di “Lawrence d’Arabia”

[3]    Edmund Henry Hynman Allenby (1861-1936), generale dell’Esercito britannico, che, tra il 1917 e il 1918, condusse la forza di spedizione egiziana nella conquista della Palestina e della Siria.

[4]    6 luglio 1917: Lawrence occupa il porto di Aqaba, sul Mar Rosso, dopo una traversata del deserto di quasi 600 miglia (circa 950 km), capeggiando un esercito di circa 5.000  costituito, in maggior parte da appartenenti al clan Howeytat.

[5]    Date le possibili datazioni discordi, siamo in un periodo compreso tra il 1457 e 1482 a.C.

[6]    Si sarà di certo notato che non è stato usato il termine “Faraone” ma quello di Re, e questo perché questo termine, derivante da “Per-Aa”, ovvero “Grande Casa”, entrerà nell’uso comune per indicare i Re dell’Antico Egitto proprio ed a partire dal Regno di Thutmosi III.

[7]    Titolatura completa:

Nome di Horus:                                Ka nekhet kha em uaset

Titolo Neb-Ty (le Due Signore:          Wahnesytmireempet

Nome Horus d’oro:                           Djeser khau

Titolo Nesw-Bity:                              Men-Kheperu-Ra

Sa-Ra (figlio di Ra):                          Dhutmose

[8]    Dalla 1ª alla 7ª : campagne “punitive” e di assestamento del potere regale, con la conquista dell’area siro-palestinese; dalla 8ª alla 17ª: scontri con il regno di Mitanni (regno breve ma intenso, nato dalla distruzione di Babilonia, situato nella zona tra l’attuale Kurdistan e l’Eufrate. Alla morte di Hammurapi (1180 a.C.), infatti, s’insediano nell’area nuove etnie tra cui, appunti, i Mitanni con una aristocrazia indo-europea. Affini agli Hittiti, i Mitanni avranno, però, vita molto più effimera e breve;

[9]    Normalmente con il termine “nove archi” erano indicati i nemici maggiori dell’Antico Egitto; è bene tuttavia tener presente che i nove “nemici” non erano consolidati nel tempo e costantemente individuabili, ma variavano a seconda del periodo storico. Del resto, chi era nemico “ieri” può non esserlo “oggi”, ad esempio per la stipula di trattati di pace, e viceversa.

[10] Gli anni di regno citati da Thutmosi III sono calcolati, lo si rammenta, dalla morte del padre, Tuthmosi II, e non da quella di Hatshepsut, diretto predecessore sul trono, in questo secondo caso si tratterebbe, perciò, del 1-2° anno di regno.

[11] L’anno egiziano era calcolato su 365 giorni esatti e si basava su tre stagioni di quattro mesi, da 30 giorni, ciascuna; ma 30  x 12  = 360 giorni, cui si aggiungevano 5/6 giorni “epagomeni”, che venivano, cioè, aggiunti con una certa cadenza per avvicinare la durata dell’anno del calendario a quella dell’anno solare. Giacché l’interno ciclo era in funzione delle piene nilotiche, il primo giorno era in funzione dell’arrivo, a Ineb-Hedji (la greca Menfi) della prima ondata di piena, intorno al 15-20 di giugno. Quanto ciò comportasse imprecisione è facile immaginare, tanto che venivano usati anche altri “calendari”, talvolta sfalsati tra loro, per cercare di far “quadrare” il periodo annuale. Orientativamente, Akhet, la prima stagione dell’inondazione, andava da luglio a novembre; Peret, stagione della germinazione, da novembre a marzo; Shemu, stagione del raccolto, da marzo a luglio. I Mesi, fino al periodo ellenistico, quando furono assegnati nomi a ciscuno, venivano indicati con numeri (I, II, III mese di Akhet, ad esempio). In ogni caso, anche per gli studiosi, esistono notevoli difficoltà ad indicare una corrispondenza con il calendario gregoriano, oggi vigente.

[12] L’area è quella fenicia, ma il termine greco “Fenicio”, con riferimento alla produzione della porpora, si associa a tale zona del Vicino Oriente solo dopo le invasioni dei Popoli del Mare (di varia origine, in cui è possibile, forse, riconoscere civiltà più note: gli Sherdana, forse Sardi; gli Akijawa, forse gli Achei; i Filistei, e altri).

[13] “…Ecco, si diede ordine all’intero esercito di muoversi; sua Maestà procedeva su un carro di oro fino, equipaggiato con le sue insegne di guerra, come Horus dal braccio possente, signore dei riti, come Montu di Tebe, mentre suo padre Amon rendeva forti le sue braccia. …” dagli “Annali di Thutmosi III” nel Tempio di Karnak;

[14] “…Ed essi [i nemici] videro, invero, sua Maestà prevalere e corsero precipitosamente verso Megiddo, con visi terrorizzati, dopo aver abbandonato i loro cavalli e i loro carri d’oro e d’argento. Li tirò su, issandoli per le loro vesti, in questa città; infatti la popolazione aveva sbarrato questa città contro di loro, ma avevano calato delle funi per issarli su…” dagli “Annali di Thutmosi III” citato;

[15] “…Furono allora catturati i loro cavalli e i loro carri d’oro e d’argento, come facile bottino, (mentre) le loro truppe giacevano prostrate come pesci in un’ansa della rete…” dagli “Annali di Thutmosi III”.

Antico Regno, Storia egizia

SACRIFICI UMANI NELL’ANTICO EGITTO

A cura di Giuseppe Esposito

Sacrifici umani… chissà perché, parlando dell’Antico Egitto, c’è una qual forma di ritrosia a usare questi termini, quasi che l’alto grado di civiltà raggiunto rendesse esenti i nostri “eroi” da questa pratica che noi consideriamo “barbara”.

Esisteva, dunque, questa tragica usanza nella Terra di Kemi?

Amèlineau e Petrie

Nelle fredde notti del deserto[1], lì ad Abydos, quelle resine bruciavano davvero benissimo, e per giorni interi[2]. Emile Amèlineau (1850-1915) si riscaldava a quel tepore, incurante che si trattasse di… unguenti che avevano migliaia di anni. Ogni tanto aggiungeva al fuoco qualche pezzo di vecchio legno ricavato da sarcofagi o, magari per cuocere una bistecca, qualche chilo dei duecento di “carbone” che aveva ritrovato in una delle tombe di Umm el-Qa’ab[3]. Aveva scavato lì per cinque anni, e se qualcosa si era salvato dai predoni antichi, ci aveva pensato lui a completare l’opera distruggendo vasi di terracotta integri, per evitare che altri se ne impossessassero, o letteralmente riducendo in briciole vasi in pietra[4] già danneggiati, per lo stesso motivo.

Monsieur Emile Amèlineau

Erano ancora i tempi in cui “scavi archeologici”, e in Egitto per di più, era sinonimo di caccia al tesoro e al diavolo la ricerca scientifica. Il primo che arrivava aveva diritto di “vita e di morte” impossessandosi di tutto, e se non poteva portarsi via tutto, tanto valeva distruggerlo. Una tomba chiusa? E che problema c’era, nulla resisteva alla dinamite e poi tutti quegli inutili corpi neri e resinosi bruciavano così bene… per comprendere quanto fosse normale tale comportamento, e che quello era il metodo riconosciuto di ricerca e scavo, si consideri che, nonostante gli scempi compiuti, nel 1895 Amèlineau divenne membro dell’Accademia delle Scienze di Torino.

Il complesso funerario di Abydos, da “The royal tombs of the first dynasty (Part I)” di Fliders Petrie

Ma continuare in queste veritiere descrizioni (che venivano addirittura riportate dal diretto interessato con un certo compiacimento) è una sofferenza e perciò faccio un breve passo avanti e giungo al 1897 quando, terminata la concessione di Amèlineau (per fortuna), nell’area di Abydos giunse Sir Flinders Petrie che letteralmente inorridì dinanzi allo scempio causato dal suo “egittologo” predecessore[5], lasciandone esplicita traccia in “The Royal Tombs of the First Dynasty[6]. Con pazienza e dedizione stavolta scientifica, Petrie cercò di mettere un po’ d’ordine nel caos lasciato da Amèlineau, che aveva peraltro dichiarato non esistere più nulla nella necropoli che valesse la pena cercare, e cominciò a setacciare le macerie lasciate dal predecessore rinvenendo tali e tanti reperti da poter individuare una cronologia quasi completa della 1ª Dinastia[7].

Flinders Petrie, uno dei padri dell’archeologia moderna

Saqqara, e i primi dubbi

Ma, dopo questo excursus nell’egittologia dei primordi e nell’area di Abydos, che avrà comunque un suo posto nella trattazione che segue, torniamo all’argomento principale di questo articolo e andiamo ancora un po’ più avanti sulla linea del tempo.

Nel 1935, nell’area di Saqqara, Walter Bryan Emery (1902-1971) scopre la tomba della madre del re Den[8], V della 1ª dinastia, la regina Mer(it)neith[9]. Come tutti i complessi funerari di questo periodo, anche quello di Den è costituito dalla sepoltura vera e propria e da un recinto all’interno del quale Emery rinviene altre tombe più piccole, in mattoni crudi, appartenenti verosimilmente a Funzionari della corte; ma è nella tomba principale che, per la prima volta, vengono attestati sacrifici umani.

La tomba di Den a Umm el-Qa’ab circondata da 136 tombe sussidiarie

Molti cadaveri, 230 per esattezza, su cui non viene riscontrata alcuna traccia di violenza apparente, vengono infatti rinvenuti, nella sepoltura. Sono disposti ordinatamente e la mancanza di lesioni, l’ordine nella deposizione, fa supporre che siano stati sepolti tutti contemporaneamente ed essere stati uccisi in un luogo diverso, forse con un veleno.

Le tombe sussidiarie della sepoltura di Den

Analoghi sacrifici umani si rilevano nello stesso periodo storico, del resto, nelle tombe reali mesopotamiche del cimitero di Uruk[10] scavate da Leonard Woolley (1880-1960). In questo caso, però, i corpi, centinaia, si trovano là ove sono caduti ricostruendo quasi lo sviluppo del corteo funebre o le ultime posizioni di una sorta di festa funebre; i musicisti ancora stringono i propri strumenti, le guardie impugnano le loro armi… come se avessero continuato a svolgere le proprie attività mentre attendevano la morte. Se la distribuzione dei corpi mesopotamici fa propendere, per un proditorio atto sacrificale a carico dei defunti, pare di poter dire il contrario per le sepolture egizie.

Analogo massacro viene riscontrato in altre tombe della stessa area: nel complesso funerario del re Djer[11], oltre 300 furono i corpi rinvenuti nella tomba principale e ben 200 quelli sepolti in tombe all’interno del recinto funerario.

L’area sepolcrale del faraone Djer

Nel caso di Djet[12], i corpi rinvenuti nella sepoltura di Umm el-Qa’ab furono oltre 150 mentre 60 quelli rinvenuti nel cenotafio a lui intestato, sia pure non con certezza assoluta, a Saqqara.

SaCRIFICI UMANI

Come si è visto siamo entrati ormai pienamente nell’argomento sacrifici umani, ma si rende necessaria una prima considerazione, peraltro già anticipata nell’introduzione, di carattere quasi…romantico: chissà perché, parlando dell’Antico Egitto, esiste una qual forma di ritrosia a parlare di sacrifici umani quasi che l’alto grado di civiltà raggiunto da quella Civiltà rendesse esenti i nostri “eroi” da questa pratica che noi consideriamo “barbara”. È altrettanto ovvio, però, che il metro da noi usato è quello di una presunta “civiltà” che ci vuole esenti da violenze gratuite come, appunto, riteniamo i sacrifici di altri esseri umani… poco importa se poi assistiamo a violenze ancor più gratuite che hanno la sola differenza di non essere istituzionalizzate (fatta salva la pena di morte ancora esistente in molti Paesi) e non hanno neanche la giustificazione, o l’alibi, di un atto religiosamente, e talvolta politicamente e sociologicamente, molto rilevante.

Agli inizi del 2006 l’egittologo canadese Donald Redford (n. 1934), della “Pennsylvania State University”, diede, durante una conferenza, la notizia del ritrovamento di quasi 40 corpi misteriosamente sepolti, alla rinfusa, in strati sottostanti gli scavi di un tempio risalente al regno di Ramses II, nell’area ove sorgeva l’antica città di Mendes[13].

Dall’evidenza archeologica, anche in questo caso, non era stato possibile risalire alle cause di morte, ma la collocazione stratigrafica faceva risalire la sepoltura alla tarda età dell’Antico Regno, cioè coeva dei ritrovamenti che abbiamo sopra visto.

Esisteva, dunque, questa tragica usanza nella Terra di Kemi? Ebbene si!

Sia pure anticamente, in epoca predinastica (~4500-3000 a.C.), è attestata, come abbiamo visto, anche nella 1ª Dinastia. Uno dei primi esempi noti, forse il più antico, è stato rinvenuto nell’antica Behedet[14] dove, in un complesso funerario del periodo Naqada 2[15] (o Gerzeano dal 3600 al 3200 a.C.)vennero rinvenuti quattro corpi (non mummificati giacché tale usanza verrà adottata successivamente) disposti in posizione fetale e privi di corredo funebre a volerne sottolineare l’umile origine. Che si tratti di un sacrificio umano è certo ed il fatto stesso che si tratti verosimilmente di servi, sta ad indicare che loro compito, nell’aldilà, sarebbe stato l’accudire il personaggio di più alto lignaggio con cui erano stati sepolti e che, per quanto dato di sapere, non era un re.

Un altro complesso sepolcrale, nei pressi di Abydos, conferma tale ipotesi ed è ancor più evidente che la morte sia stata causata contemporaneamente, e in maniera violenta. Nel 2002, infatti, nel corso di rilievi per il reperimento del recinto del complesso funerario di Horus-Aha[16] vennero rinvenute, tra le altre, 6 tombe dotate, questa volta, di corredo funebre. Di queste: tre ospitavano donne; una un uomo; e la quinta un bambino/a che indossava ben 25 braccialetti e collane di lapislazzuli. Dell’ultima tomba non ho trovato traccia ed è probabile che non sia ancora stata scavata, ma già le altre sono la prova che sacrifici umani furono compiuti in concomitanza con la morte di Aha.

Un frammento dell’epoca di Horus-Aha contiene la più antica testimonianza di sacrificio umano nell’antico Egitto.
Fonte:  Wilkinson,  Egitto protodinastico 

Le sei tombe sono risultate, infatti, tutte chiuse da un soffitto di legno, su cui poggiano mattoni di fango; su questi, ancora, venne steso uno strato di gesso che non recava tracce di giunture ad indicare, perciò, che esso venne realizzato in un’unica soluzione e non per aggiunte successive (come sarebbe successo se i decessi fossero avvenuti in tempi storici differenti).

Per inciso, e come sopra accennato, anche più in prossimità della sepoltura di Aha esistevano sepolture minori scoperte nei primi del ‘900 da Sir Flinders Petrie, che le chiamò “Grande Cimitero dei Domestici”. Erano 35 e presentavano caratteristiche identiche ma, all’epoca, pur ritenendo possibile il ricorso a sacrifici umani, il Petrie si limitò semplicemente ad accennare a tale teoria, forse proprio per quella ritrosia “romantica” cui si è più sopra fatto cenno.

Nel 1967, ancora ad Abydos, David O’Connor (n. 1938, egittologo australiano), quasi proseguendo gli scavi nelle stesse aree di Petrie, rinvenne 14 navi alcune lunghe anche 27 m, perfettamente atte a navigare e quindi non simulacri[17]. Ciò fece supporre che fosse prassi, per l’epoca, seppellire i re con un effettivo corredo di manufatti e suppellettili effettivamente utilizzati in vita; ciò accentuò l’idea dei sacrifici umani così come gli scheletri di alcuni giovani leoni. Come aveva regnato sulla terra, il re doveva perciò proseguire a regnare nell’aldilà e, per far questo, doveva averne gli strumenti che comprendevano, ovviamente, navi per risalire il Nilo celeste (14), funzionari per governare (35), regine (3) per il proprio piacere e figli/e (1). 

E siamo così giunti a ipotizzare la risposta alla domanda: come vennero uccise tutte queste persone?

Sulle prime si ritenne che potessero essere state avvelenate, ma un esame anatomo-patologico sui teschi ha consentito di individuare quella che, verosimilmente, fu la reale causa di morte: in caso di strangolamento, infatti, l’aumento della pressione sanguigna può causare la rottura di cellule ematiche all’interno dei denti e tracce di tal genere sarebbero state rinvenute sui denti delle vittime.

Il successore di AhaDjer, si circonderà di ben 369 tombe secondarie (300 nel recinto funerario e 69 nelle immediate vicinanze), praticamente l’intera corte, ma già con Kaa (ultimo re della I Dinastia del quale, tuttavia, è stata trovata la tomba, ma non ancora il recinto funerario) il numero dei sepolcri secondari scende a meno di 30.

Una domanda però, che avevamo già ventilato più sopra, sorge ancora spontanea: le “vittime” erano consenzienti?

Verosimilmente si! Il re defunto era, potremmo dire, il prototipo di quel che, nel Medio Regno, sarà poi il culto di Osiride, Dio dei morti. Era perciò proprio al re che spettava il potere di restituire la vita ai suoi sudditi più fedeli che lo avevano accompagnato nel suo viaggio nell’aldilà.

Un frammento del regno di Horus Djer mostra l’uccisione di un essere umano in un contesto apparentemente rituale (riga in alto, a destra).
Fonte:  Wilkinson, Egitto protodinastico

Tanto importante ed imponente doveva essere la sepoltura di Djer, con i suoi 369 funzionari e servitori, che quando nel Medio Regno si affermò il culto di Osiride, mitico primo Re del paese e poi Dio dei Morti, i Sacerdoti cercarono nell’antica necropoli di Abydos la sua tomba e la identificarono proprio in quella di Djer che divenne, così, meta di pellegrinaggio annuale. La stessa disposizione dei corpi, infine, lascia intendere una sorta di consapevolezza del tragico (ai nostri occhi) atto finale; una compostezza, ad esempio, che non si trova negli identici sacrifici umani compiuti (2500 a.C. circa) in Mesopotamia, sempre per accompagnare re e regine nel loro viaggio ultraterreno, in cui la posizione e gli atteggiamenti dei corpi lascia comunque intendere una sorta di estrema difesa.

La pratica dei sacrifici umani, tuttavia, sembra non protrarsi a lungo nell’Antico Egitto.

Con la 2ª Dinastia la necropoli reale si sposterà di quasi 400 Km, a Saqqara, e qui sembra cessare l’usanza dei sacrifici umani quasi certamente non per motivi etici, che anzi doveva essere considerato un onore seguire il Re-Dio nel suo viaggio ultraterreno, ma più probabilmente per motivi pratici e politici: gran parte di coloro che venivano “sacrificati”, o meglio coloro che accettavano di essere sacrificati, erano alti Funzionari di Governo ed è ipotizzabile che, data anche la grande capacità di qualcuno di questi, il successore abbia cominciato a comprendere che, ucciderli, sarebbe stato un inutile “spreco” di conoscenze ed esperienze. S’inizierà, perciò, verosimilmente ad “uccidere” nominalmente l’individuo, ovvero ad imporgli un nuovo nome alla morte del Re, e si proseguirà con quella che diventerà la caratteristica delle tombe egizie a noi note: la presenza degli ushabti, ovvero centinaia e centinaia di statuette rappresentanti servitori e funzionari del Re. Con la 3ª Dinastia sempre nella necropoli di Saqqara, non si avranno più evidenze di sepolture sacrificali e nascerà il complesso funerario destinato a diventare il simbolo stesso dell’Egitto: la Piramide.


NOTE:

[1]      Lo sbalzo termico nel deserto, tra giorno e notte, può arrivare anche a 40/45 gradi e non è inusuale che, di notte, si giunga a temperature al disotto dello “0”. In alcuni luoghi, in cui di giorno si raggiungono temperature anche di 50/60 gradi, l’escursione termica è davvero straordinaria.

[2]      Emile Amèlineau, “Les Nouvelles  fuilles d’Abydos – Seconde Campagne 1896-1897 – description des monuments et objet decouverts”, Ernest Leroux editeurs, Parigi, 1897, p. 18: «…le materie grasse bruciano per giorni interi, come ho potuto osservare…»

[3]      Amèlineau, citata, p. 15.

[4]      Amèlineau, citata, p. 33: «…quelli che erano in pezzi e che ho ridotto in briciole…»

[5]      Per avere un’idea del “potere” esercitato all’epoca da Amèlineau, si consideri che lo stesso non venne informato delle ricerche e degli scavi in corso a cura di Pertrie, se non a campagna terminata, per evitare che potesse porre in essere azioni di disturbo, o peggio, nei confronti dell’egittologo.

[6]      Sir Flinders Petrie, “The Royal Tombs of the First Dynasty”, 1901: «…Ottenne la concessione per lavorarvi cinque anni; non furono realizzate piante del sito (poche ed errate furono fatte in seguito), non sono state registrate le ubicazioni originali in cui gli oggetti sono stati rinvenuti, nessuna pubblicazione utile. Si vantava di aver ridotto in frantumi i pezzi dei vasi di pietra che non si preoccupò di spostare e bruciò i manufatti in legno della I dinastia nella sua cucina…»; «Le tavolette di ebano di Narmer e Mena — i più inestimabili monumenti storici — furono rotte nel 1896 e buttate nella spazzatura, da dove furono poi recuperate e riparate come possibile».

[7]      Si consideri che Petrie, solo rovistando tra le macerie della tomba di re Den, rinvenne 18 tavolette in avorio che descrivevano eventi chiave del suo regno.

[8]      Nome di Horus: Den (Colui che colpisce); titolo Nebty: Khasty (Colui che viene dal deserto); Horus d’oro: Iaret nub; Nesut-Bity: Semti. V re della I Dinastia, data di incoronazione ipotetica 3050 a.C., morte 2995 a.C. (da Franco Commino: “Dizionario delle Dinastie Faraoniche”, Bompiani 2003, pag. 467). Come solito per i re delle prime dinastie, due sono le sepolture riconducibili a re Den: una a Umm el-Qa’ab, nei pressi di Abydos (tomba “T”), che molto probabilmente accolse i resti del re, e un cenotafio a Saqqara (ove sono stati rinvenuti molti reperti riferiti a Den in tombe di funzionari) (Bertha Porter e Rosalind L.B. Moss, Topographical Bibliography of Ancient Egyptian hierogliphic texts, reliefs, and paintings. Vol. 3/2, Oxford, Oxford at the Clarendon Press, 1981),

[9]      Mer(it)Neith, verosimilmente regina consorte del re Djet (IV della 1ª Dinastia). I nomi composti con il teoforo “Neith” potevano essere indistintamente maschili o femminili: Mer-Neith se maschio, Merit-Neith, se femmina (Amato/a da Neith). Un sigillo cilindrico rinvenuto nella tomba riporta il nome accompagnato dal titolo regale Nebty; ciò ha fatto supporre si trattasse del diretto predecessore di Den, ma l’assenza, nel sigillo, del Nome di Horus, proprio dei re delle prime dinastie, ha fatto propendere per l’identificazione femminile e per una reggenza (il che potrebbe giustificare il titolo Nebty) in nome del figlio Den.  

[10]     Antica città, sumera prima e babilonese poi, sita nella Mesopotamia meridionale, a 20 km circa dall’Eufrate e a 230 dall’odierna Bagdad. Nata nel IV secolo a.C., viene ricordata e classificata come la “prima città della storia”, ovvero avente diritto al titolo di “città” poiché ne presentava i caratteri fondamentali “stratificazione sociale” e “specializzazione del lavoro”.

[11]     Nome di Horus: Djer (il Soccorritore); titolo Nebty: Itit; titolo Nesu-Bity: Iti. Secondo re della 1ª Dinastia, Djer fu il diretto successore di Aha e regnò tra il 3100 e il 3055 a.C. (Cimmino, op. citata, p. 467).

[12]     Nome di Horus: Djet (il Serpente); titolo Nebty: Iterty; titolo Nesu-Bity: Itiw. Successore di Djer, padre di Den, regnò tra il 3055 e il 3050 a.C. (Cimmino, op. citata, p. 467).

[13]     L’antica Djedet, capitale del XVI nomo del Basso Egitto, sul ramo Mendesiano del Delta nilotico.

[14]     Oggi Edfu, era nota anche con il nome di Djeb, fu la capitale del II nomo dell’Alto Egitto e, in età greco-romana, venne ribattezzata Apollinopolis Magna. Edfu è oggi famosa poiché sede di uno dei templi egizi meglio conservati, quello dedicato a Horus, risalente all’Antico Regno, poi riedificato nel Nuovo Regno e ancora ricostruito, in epoca greco-romana, tra il 237 e il 57 a.C.

[15]     Nel 1894, Sir Matthew William Flinders Petrie (1853-1942) esegue scavi a Naqada e Koptos. Dalle risultanze archeologiche delle necropoli ivi esistenti (contrassegnate dalle sigle “N” -cioè New Race”-, “T” e “B”), e dall’esame di oltre 700 tipi di ceramica differenti, Petrie farà scaturire una “Sequence Date” (SD) in cui incasella le tipologie di ceramiche analizzate: SD 30-39 detto Naqada 1, o Amratiano; SD 40-62 detto Naqada 2, o Gerzeano; SD 63-76 detto (sia pur raramente) Samainiano; SD 77-88 inizio dinastico, oggi meglio conosciuto come Dinastia “0” risalente al ~3050 a.C.  

[16]     Nome di Horus: Aha (il Combattente); titolo Nebty: Tety, secondo re della 1ª dinastia dopo Menes, o forse identificabile con lo stesso Menes/Narmer, fu incoronato intorno al 3150 a.C. e morì intorno al 3100 a.C.

[17]     Si tratta di navi costruite con tavole di legno e non ricavate da tronchi scavati o realizzate con canne o giunchi. Archeo-storicamente, sono le navi più antiche che si conoscano.

Nuovo Regno, Storia egizia

LA BATTAGLIA DI KADESH

A cura di Andrea Petta

IL CONTESTO

Nel 1275 BCE la situazione nel Retenu egizio, il nostro Medio Oriente, è critica. Gli Ittiti (Regno di Ḫatti), stanziati per secoli in Anatolia, si stanno espandendo verso sud ed hanno già avuto delle scaramucce con Seti I. Hanno praticamente soppiantato i Mitanni in Siria dopo che Suppiluliuma ha sconfitto Tushratta e costituiscono un serio pericolo per l’Impero Egizio. Il confine tra gli Egizi e gli Ittiti ora è in pratica costituito dal fiume Oronte e dalla città di Kadesh, fortezza considerata inespugnabile ed in mano ittita.

Lo scacchiere mediorientale ai tempi di Kadesh

Ma l’Egitto non può lasciare una delle sue fonti di rame ed il crocevia degli scambi commerciali in pericolo. Forte degli echi delle imprese di Thutmosis III, Ramses II decide di intervenire.

Ramses è giovane, spavaldo ed un po’ ingenuo. Dopo una prima veloce campagna nel 1276, dove ottiene la fedeltà del regno di Amurru e del suo re Bentešima, l’anno successivo è deciso ad infliggere un colpo mortale agli Ittiti. Parte quindi per una spedizione militare nel suo quinto anno di regno con praticamente tutto l’esercito egizio – le Divisioni stabili create da suo padre Seti I dedicate agli Dei Amon (“Potente di Archi”), Ra (“Ricca di Valore”), Seth (Vittoriosa di Archi”) e la nuova Divisione Ptah – sotto il suo comando. Ogni divisione ha in media 4,000 fanti e 500 carri da battaglia, ognuno con un auriga ed un arciere, per un totale di 20,000 soldati. L’Egitto viene lasciato completamente sguarnito; in caso di sconfitta niente potrà opporsi ad un’invasione ittita.

Una rappresentazione del carro da guerra egizio, con l’auriga avente funzione anche di portascudo
Il carro ittita prevedeva di avere tre soldati a bordo, uno con la funzione specifica di proteggere auriga ed arciere con uno scudo molto più grande di quelli egizi. Era però meno manovrabile ed in difficoltà negli spazi più ristretti

Muwatalli II, il sovrano ittita, ha appena spostato la capitale da Ḫattuša a Tarḫuntašša, in Anatolia meridionale, proprio per prepararsi allo scontro e risponde con un esercito di cui non conosciamo l’entità precisa. Le fonti egizie parlano di 40,000 uomini e 3,700 carri pesanti da battaglia, ma non sono sicuramente affidabili.

LO SCONTRO

La Fortezza di Kadesh rappresentata circondata dalle acque del fiume. All’interno gli stendardi ittiti ed il “vile re Muwatalli” (Abu Simbel)

Ramses risale l’attuale Palestina con la sue Divisioni schierate il fila indiana a qualche chilometro una dall’altra per evitare il più possibile la polvere che si alza al passaggio di ogni gruppo. Prima di attraversare l’Oronte, cattura due beduini shasu che gli raccontano come il “vile Muwatalli” sia ancora a nord di Aleppo, timoroso di scontrarsi con il divino Faraone. Ovviamente è una balla colossale, ma Ramses, assetato di gloria e fama, non prende neanche in considerazione questa possibilità e si lancia in avanti con il suo esercito. Attraversa l’Oronte con la Divisione Amon e la sua guardia del corpo personale composta dagli Sherdani, i Guerrieri del Mare, ed invece di aspettare le altre Divisioni supera la foresta di Robawi sulla riva occidentale del fiume e marcia su Kadesh.

Da un punto di vista militare la stupidaggine è talmente grossa da essere citata ancora oggi nei trattati di strategia militare: mai dividere le proprie forze se non si conosce la posizione del nemico a meno che non comporti un chiaro ed immediato vantaggio tattico. E qui il vantaggio non c’è, anzi.

Le diverse fasi della Battaglia di Kadesh con l’agguato di Muwatalli (da “Ramesses II il Grande” di Franco Cimmino)

Davanti a Kadesh, gli Egizi catturano due esploratori ittiti, li torturano e scoprono la verità: l’esercito di Muwatalli è appostato vicino al guado del fiume. Ramses si ferma, costruisce un campo e sollecita le altre Divisioni ad accelerare, ma è drammaticamente tardi. Gli Ittiti, nascosti poco lontano ad oriente ed a conoscenza di un guado poco profondo, piombano con 2,500 carri pesanti sulla Divisione Ra quando ha appena attraversato la foresta, la spezzano letteralmente in due e poi convergono a nord sulla Amon. La Ptah sta ancora attraversando il fiume, la Seth è lontana a sud. Ramses sembra spacciato, potrebbe essere ucciso, o peggio ancora catturato da Muwatalli. Chissà se in quei momenti ha pensato alla tragica fine di Seqenenre Tao per mano degli Hyksos.

I prigionieri ittiti vengono torturati per far loro confessare la posizione reale dell’esercito di Muwatalli

Ciò che rimane della Ra fugge a nord in piena rotta, entra di corsa nell’accampamento di Ramses che viene circondato dai carri Ittiti. Per un motivo ignoto, ma che andrebbe inserito anch’esso nei manuali militari alla voce “non fare mai”, Muwatalli tiene ferma la fanteria ad est dell’Oronte. Gli Egizi devono affrontare “solo” i carri. Ramses, sul suo carro da battaglia con il fido auriga Menna, trova un varco ad est insieme ai suoi Sherdani e, combattendo, sfugge all’accerchiamento. In questa fase, il principe di Aleppo Rabasuru (alleato di Muwatalli) respinto dalle truppe della Amon, cade nel fiume; verrà ripescato più tardi.

Se i carri ittiti inseguissero adesso il Faraone sarebbe game over. Ma l’esercito di Ḫatti non è coeso come quello egizio. In pratica è un coacervo di truppe mandate da ogni Stato vassallo degli Ittiti. A volte poco più di predoni più o meno organizzati. In battaglia si disuniscono. Quando irrompono nel campo di Ramses, trovano di tutto. Il Faraone viaggia comodo, ha con sé numerosissimi oggetti preziosi, e le truppe di Ḫatti si fermano a saccheggiare il campo. Sarà un errore fatale.

Il carro di Ramses travolge i soldati nemici

I superstiti della Amon e della Ra si riorganizzano ad est del campo, e proprio in quel momento da ovest sbucano delle truppe inviate dai vassalli egizi dalla costa, una sorta di quinta Divisione di ausiliari di Amurru (chiamati Naruna nel testo egizio). Tanto per cambiare, alcuni studiosi identificano questa “quinta divisione” come formata da Ebrei. L’esercito ittita rimane preso da due parti; per qualche ora la battaglia è in bilico poi spuntano gli stendardi della Ptah che avanza a marcia forzata e Muwatalli arretra di fianco a Kadesh. Il mattino seguente giunge anche la Seth, e il re ittita negozia una tregua con Ramses. Ognuno dei due eserciti si ritira guardingo verso i rispettivi territori e lascia di fatto una situazione inalterata.

I Naruna, le truppe di rinforzo provenienti da Amurru che hanno cambiato il destino della Battaglia di Kadesh (e della storia egizia?)

Le truppe ittite, un cavallo e un cavaliere, i carri e le squadre scappano da Ramses II nuotando attraverso l’Oronte. Il cavaliere a cavallo si piega all’indietro, forse colpito da una freccia. Il suo cavallo indossa un pettorale tipico dei cavalli da carro, suggerendo che inizialmente tirasse un carro e che ora sia in rotta.
Alcuni uomini muoiono nell’acqua. Il principe di Aleppo viene tenuto a testa in giù dai suoi soldati per fargli espellere l’acqua ingoiata. (Rilievo di Breasted dal Ramesseum)

I prigionieri dopo la Battaglia; a sinistra si contano le mani mozzate ai nemici sconfitti, mentre gli scribi ne annotano il numero

CHI HA VINTO

Tecnicamente nessuno ha prevalso; nella pratica la vittoria strategica è di Muwatalli che mantiene il controllo della fortezza di Kadesh, blocca la riconquista della parte settentrionale della Siria da parte di Ramses e chiude definitivamente l’espansione egizia nella zona.

Da parte sua Ramses può rivendicare di aver combattuto con forze (probabilmente) inferiori, di non essere caduto sul campo o essere fatto prigioniero. Rimane lo sconcertante errore tattico che ha pregiudicato tutta la campagna militare. Le perdite inflitte all’esercito egizio potrebbero essere causa indiretta della mancanza di ogni ulteriore azione egizia di rilievo nella zona negli anni seguenti.

Ḫattušili, fratello di Muwatalli e succeduto al nipote Muršili III dopo averlo detronizzato, preferirà cinque anni dopo un trattato di pace con Ramses e l’Egitto (forse anche come legittimazione del suo trono) suggellando anche il patto con un matrimonio interdinastico di sua figlia, che prenderà il nome egizio di Maathorneferura, con Ramses stesso e di un secondo matrimonio di cui non sappiamo praticamente nulla.

L’EPOPEA DI KADESH

La “propaganda” di Ramses non lascerà posto per i comprimari: il fido auriga Menna “svanisce” dalle rappresentazioni e Ramses viene raffigurato con le redini del carro allacciate sulla schiena come se fosse da solo a guidarlo mentre stermina i nemici con il suo arco

Comunque sia finita la battaglia, Ramses al ritorno la celebra come una grande vittoria. Il resoconto del conflitto (redatto in due versioni, chiamate oggi convenzionalmente “Bollettino” e “Poema di Pentaur”, probabilmente dal nome dello scriba che lo trascrisse sul Papiro Sallier III) si è conservato sia su papiro che nella versione epigrafica e monumentale, corredata da rilievi figurati e didascalie relativi agli episodi salienti, e riportata sui principali edifici egiziani, a Abydos, Tebe (nei templi di Luxor e Karnak, oltre che nel Ramesseum) e Abu Simbel. La versione egiziana, soprattutto nel “Poema di Pentaur” è un peana alle imprese di Ramses, ovviamente, solo ed abbandonato dagli inetti soldati contro il vile re di Ḫatti. Ed è forse il primo esempio di propaganda “politica”, con evidenti falsità da parte egizia (“Sua Maestà uccise tutto l’esercito del vile caduto di Ḫatti insieme con i suoi grandi capi e i suoi fratelli così come tutti i grandi capi di tutti i paesi che erano venuti con lui»). È una versione molto edulcorata, con il solo Faraone come protagonista, e decisamente auto-celebrativa ma rimane il primo componimento poetico di epopea storica

Tutti dovevano conoscere la gloria del Faraone e nessuno doveva dubitare del resoconto della Battaglia:. Il racconto di Kadesh fu trascritto in tutti i principali luoghi di culto in Egitto; qui i rilievi di Abydos
E qui quelli di Luxor

Riferimenti:

  • Violetta Cordani – Lettere fra Egiziani ed Ittiti. Paideia, 2017
  • Franco Cimmino – Ramesses II il Grande. Rusconi 1984
  • Federico A. Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Milano, Mursia, 1976; 2005
  • John A. Wilson – The Texts of the Battle of Kadesh. The University of Chicago Press, 1927
  • Literature and Politics in the Time of Ramesses II : the Kadesh Inscriptions
  • James Henry Breasted – A History of Egypt from the earliest of times to the Persian Conquest Charles Scribner’s Sons 1905

GLI EROI DI KADESH

A cura di Luisa Bovitutti

Ramses si arrogò tutto il merito di quello che volle definire uno strepitoso successo militare, ma riconobbe di essere debitore nei confronti della sua coppia di cavalli, che a Kadesh lo aiutarono a salvarsi la vita e a fare strage di nemici.

Nel Poema di Pentaur, resoconto della battaglia, si legge infatti che in quell’occasione il Faraone, accerchiato dai nemici, si salvò solo grazie al suo auriga Menna ed ai due cavalli che trainavano il suo cocchio e che si chiamavano “Vittoria in Tebe” e “Mut è soddisfatta”, tanto che per riconoscenza promise che da quel giorno li avrebbe nutriti personalmente. Egli indossò anche un anello decorato con una coppia di piccoli cavalli.

“Non vennero i principi, gli ufficiali, i soldati di truppa ad aiutarmi mentre io combattevo.Ho vinto milioni di paesi da solo, essendo su “Vittoria in Tebe” e “Mut è soddisfatta”, i miei grandi cavalli: sono essi che ho trovato ad aiutarmi quando ero solo a combattere contro paesi numerosi.

Darò disposizioni per loro di farli mangiare io stesso, in mia presenza, ogni giorno, quando sarò a palazzo: sono loro che ho trovato in mezzo ai nemici, con l’auriga Menna mio scudiero, dei miei domestici d’amministrazione; i miei testimoni, a combattere, ecco, li ho trovati”.

Dopo la battaglia di Kadesh, i rapporti tra l’Egitto e il regno Hittita divennero stretti e proficui, e molti cavalli anatolici vennero importati per migliorare le razze equine egiziane derivanti da quelle mongoliche, dalle quali con un’accurata selezione è derivato l’odierno cavallo arabo.

I CAVALLI-LEONE DI RAMSES

A cura del Prof. Maurizio Damiano

Ramses promise di onorare i suoi valorosi cavalli, e mantenne la parola, in vari modi: nei testi, nelle raffigurazioni, nell’anello al Louvre ma… anche in un bellissimo modo, tutto egizio.Nelle tre foto vediamo una scena che si trova sul muro esterno ovest, lato nord, del tempio di Luxor.

Si tratta della carica di Ramses II nella battaglia asiatica di Dapur. Vediamo i carri e Ramses (di cui è persa la parte superiore) con il suo carro trainato dai coraggiosi cavalli.

Nella seconda foto vediamo il dettaglio del carro con i cavalli.

E ora, stiamo attenti: nella terza foto vediamo il dettaglio di cavalli: guardiamo i musi; non sono quelli di due cavalli, bensì di due leoni, per celebrarne anche visivamente il coraggio.