C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE SEMERKHET

Di Piero Cargnino

La I dinastia volge ormai al termine, Semerkhet, è il nome Horus del settimo e penultimo re della I dinastia.

Nel Papiro Regio di Torino lo troviamo come Semsem e nella lista di Abydos è chiamato Semsu. Il nome di questo sovrano viene interpretato come “compagno della comunità divina”, secondo alcuni si può anche intendere come “amico premuroso”, traduzione quest’ultima contestata da altri studiosi, tra cui Gardiner, secondo i quali il geroglifico “khet” rappresenterebbe il simbolo di “corpo” o “comunità divina”.

Sono scarse le notizie che riguardano Semerkhet nonostante il suo nome compaia in molte iscrizioni su vasi di scisto, alabastro, breccia e marmo oltre che su tavolette di avorio e su sigilli di terracotta; tutti reperti provenienti da Abydos e Saqqara.

Contrariamente al suo predecessore, non si sa per quale ragione, Semerkhet non utilizzò il titolo di “Nebwy” (le due signore) ma fu il primo ad adottare il titolo nella sua forma definitiva: “Iry-Nebty” (guardiano delle Due Signore), un titolo che si riferisce alle dee Nekhbet e Wadjet, divinità protettrici degli antichi egizi, adorate da tutti dopo l’unificazione delle sue due terre, il Basso e l’Alto Egitto, forse si riteneva in contatto con le “Due Signore”.

Il suo praenomen era “nsw-bit nbtj-jrj” (“Nisut-Bity-Nebty-Iry”) col significato di: “Re dell’Alto e Basso Egitto, lui delle due dame è colui che appartiene a loro” o “Colui che le due signore custodiscono”. 

Come già accennato nel precedente articolo a proposito del re Anedijb, pare che Semerkhet abbia condannato alla “damnatio memoriae” sia il proprio padre che la regina Mer(it)neith, forse perché li considerava usurpatori, ma poiché chi la fa l’aspetti, il suo successore, Qa’a rispettò questi nomi e fece invece scalpellare quello di Semerkhet, dal che si presume che per lui l’usurpatore fosse Semerkhet.

Secondo una vecchia teoria, sostenuta da egittologi del calibro di Lauer, Emery, Helck e Rice, l’usurpatore, e non il legittimo erede al trono, era proprio Semerkhet questo in quanto l’attenta osservazione di diversi vasi di pietra avrebbe rivelato che il nome di Semerkhet sarebbe stato inciso dopo aver cancellato quello di Anedijb. Altri egittologi quali Wilkinson, Edwards e Needler rifiutano questa teoria e pensano non si sia verificata alcuna usurpazione in quanto su numerosi altri vasi, trovati nelle gallerie sotterranee della piramide di Djoser a Saqqara, il nome di Semerkhet compare insieme a quello di Den, Anedijb e Qa’a.

Gli egittologi hanno inoltre riscontrato che era una prassi comune, per i sovrani della I dinastia, impossessarsi dei vasi speciali, i “vasi dell’anniversario” dei loro predecessori sostituendo il loro nome con il proprio.

Dalle impronte dei sigilli provenienti dalla tomba di Semerkhet si nota un altro titolo reale, “Horwep-khet” (Horus, il giudice della comunità divina) con il nome della famiglia privata, “Hut-Ipty” con il significato di “casa dell’Harem” che sottostava alla guida delle mogli di Semerkhet.

Su di una etichetta è rappresentata l’unica Festa di Sokar celebrata durante il suo regno. Notizie ancora ci provengono dalla Pietra di Palermo dove anche a lui viene attribuita una guerra vittoriosa sugli Iuntyu che si erano insediati nel nord-est del Delta del Nilo.

Manetone ci racconta che Semerkhet regnò per 18 anni mentre sulla Pietra di Palermo ne vengono citati solo 9. Sulla stessa pietra, seppure molto danneggiata in quel punto, pare leggersi che nel suo nono anno di regno la piena del Nilo sia stata disastrosa.

A questo proposito, Sesto Africano, riportando Manetone, che lo cita con il nome di Semémpsés, narra che:

<<…….annunciata da presagi funesti, durante il suo regno una grande calamità si abbatté sull’Egitto…….>>.

Nulla sappiamo su quali siano stati i “presagi funesti” ma sicuramente qualcosa deve essere successo. Anche Eusebio di Cesarea ci racconta che:

<<……. suo figlio, Semémpsés, che regnò per 18 anni; durante il suo regno una grandissima calamità colpì l’Egitto…….>>.

Esiste anche una versione armena che riporta:

<<…….Mempsis, 18 anni. Sotto di lui sono accaduti molti presagi e una grande pestilenza…….>>.

Semerkhet fu sepolto ad Abidos nella tomba che il suo scopritore Sir William Flinders Petrie scavò nel 1899 e la chiamò “Tomba U”.

Dall’ingresso della tomba non vi erano scale come per i suoi predecessori ma una rampa che, partendo da una decina di metri ad est della tomba, con una pendenza media di circa 12 gradi, conduceva direttamente alla camera sepolcrale.

Un episodio curioso sorprese Petrie, durante i lavori per liberare la rampa dalla sabbia che si era accumulata l’egittologo notò che era ricoperta da uno spesso strato di olio aromatico che emanava ancora profumo.

Vicino alla rampa si trovavano alcuni cesti di legno e vasi di terracotta mentre nei pressi della tomba venne dissepolta una stele di granito nero, molto danneggiata che riportava ancora il serekh di Semerkhet.

La camera sepolcrale, delle dimensioni di 29,2 per 20,8 metri, è stata costruita in modo molto semplice, Petrie scoprì che in origine l’intero complesso della sepoltura comprendeva le 67 tombe sussidiarie che la circondano. Secondo gli egittologi Bryan Emery e Toby Wilkinson le tombe sussidiarie avrebbero contenuto i corpi dell’intera famiglia reale uccisi alla morte del sovrano. Wilkinson è del parere che facendosi seppellire tutti i membri della famiglia accanto a se Semerkhet abbia voluto dimostrare il suo potere sulla morte e sulla vita dei suoi servi e dei membri della famiglia anche nell’aldilà. Orribile consuetudine che finirà con Qa’a, infatti la tomba del successore Hotepsekhemwy non presenta tombe sussidiarie.

All’interno della camera sepolcrale vennero rinvenuti 17 sigilli oltre ad altri reperti quali: frammenti di mobili con intarsi, armature in rame, oggetti di ebano e gioielli di ametista e turchese.

Fonti e bibliografia:

  • Eva-Maria Engel, “Il dominio di Semerkhet.”.  Conferenza Internazionale “Origine dello Stato, Egitto predinastico e primo dinastico”, Cracovia, 28 agosto – 1 settembre 2002 Peeters, Lovanio 2004
  • Maurizio Damiano, “Antico Egitto”, Electa, 2001
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Michael Rice, “La creazione dell’Egitto: le origini dell’antico Egitto, 5000-2000 a.C.”. Taylor & Francis, Londra / New York 1990
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990
  • Virgilio Ortega, “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto” De Agostini, Novara, 1999

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