C'era una volta l'Egitto

PERIBSEN, IL FARAONE DIMENTICATO

Di Piero Cargnino

Dimenticato un faraone dell’antico Egitto? Potrebbe anche essere, se guardiamo la lista dei re di Abydos, di epoca ramesside, la lista dei re di Saqqara, il Canone Reale di Torino e la Pietra di Palermo, che però è mancante in questo punto, ci rendiamo conto che è proprio così. Non solo ma anche Manetone, riportato dai suoi più fedeli epitomatori quali Sesto Africano ed Eusebio da Cesarea, non citano il suo nome. La sua stessa posizione cronologica all’interno della II dinastia non è chiara poiché non si sa chi abbia governato prima e dopo di lui, meno che mai conosciamo la durata del suo regno.

Peribsen è conosciuto dagli egittologi solo in virtù del ritrovamento di diversi reperti trovati ad Abydos e di incisioni su frammenti di vasellame oltre ad alcuni sigilli, altri reperti di questo sovrano sono stati rinvenuti anche ad Elefantina.

Il suo nome Peribsen (pr ib=sn) significa letteralmente “Colui che viene alla luce per loro volontà” o “Il suo cuore e la sua volontà vengono per loro“. La sillaba egiziana “sn” significa “loro, quelli”, rivelando una chiara scrittura plurale. Egittologi quali Velde e Garnot suggeriscono che Peribsen abbia usato Seth come protettore nel suo serekh collegando però sempre il suo nome a Horus. Questa affermazione, supportata dall’uso plurale di “sn”, indurrebbe a pensare che Peribsen adorasse parimenti entrambe gli dei aggiungendo il potere di Seth a quello di Horus. Durante le prime dinastie non era raro che i re ostentassero una certa ambiguità religiosa per i loro nomi.

L’assenza del suo nome nelle liste reali indurrebbe a pensare che il re sia stato sottoposto alla “damnatio memoriae” ma se si pensa che le liste sono state compilate più di 1500 anni dopo la sua morte la cosa non potrebbe essere poi così strana. In epoche a noi più vicine sono state scoperte tombe di sacerdoti che praticavano il culto funerario per Peribsen, i reperti in esse presenti riportano correttamente il suo nome e questo induce a pensare che il sovrano non fu soggetto a “damnatio memoriae”.

Storici ed egittologi sono d’accordo nel considerare la possibilità che il suo nome sia stato effettivamente dimenticato (cosa strana) ma ancor più che potrebbe essere stato riportato in una forma distorta o addirittura scritto in modo erroneo. Altro argomento, oggetto di dibattito tra gli egittologi, è il fatto che non è chiaro il perché Peribsen abbia scelto questo nome reale che è collegato al dio Seth anziché Horus,  tradizionalmente usato come nome di un sovrano, come i suoi predecessori. Il suo serekht, a differenza di quello degli altri faraoni che si presentano con l’immagine della facciata del palazzo reale sormontata dal falco che rappresenta il dio Horus, quello di Peribsen è sormontato dall’animale che rappresenta il dio Seth. Per contro va notato che Peribsen è l’unico faraone a portare il dio Seth nel suo serekht ma non è l’unico ad assicurarsi la protezione del dio della violenza e delle tempeste, durante la XIX troviamo i faraoni Seti I e Seti II e nella XX il faraone Setnakhte.

Tra gli studiosi vi sono divergenze riguardo a chi abbia regnato prima, se Peribsen o Sekhemib-Perenmaat, per altri invece i due sarebbero la stessa persona; salito al trono con il nome Horus Sekhemib avrebbe poi cambiato il nome in Seth Peribsen. Al momento non è possibile stabilire quale teoria coincida con la realtà.

Mentre è stata ritrovata la tomba di Peribsen, non è stata ritrovata quella di Sekhemib, ciò potrebbe confermare l’ipotesi di Grdseloff secondo la quale Sekhemib Perenmaat non sarebbe altri che Peribsen prima di tradire Horo per diventare un fervente devoto di Seth.

Le condizioni dal punto di vista politico in cui si trovava l’Egitto in questo periodo non sono facilmente ricostruibili, forse potrebbe essersi verificata una rivolta nelle province del Basso Egitto, questo forse proprio a causa del mutamento religioso voluto da Peribsen con la sostituzione del culto di Horo come protettore del sovrano con il culto di Seth, proprio il confronto tra questi due dei è legato al rapporto tra Alto e Basso Egitto. Alcuni sostengono che il nuovo orientamento religioso di Peribsen abbia favorito una “damnatio memoriae” che ha portato alla cancellazione del suo nome, cosa che però, come abbiamo già citato sopra, pare non essersi mai verificata tanto che  durante la IV dinastia il culto di Peribsen era ancora presente a Giza.

Da quanto in possesso degli egittologi si può dedurre che dopo Peribsen l’Egitto abbia attraversato un periodo di sconvolgimenti religiosi che portarono il paese ad una, seppur limitata, disgregazione che durerà fino all’avvento del faraone Khasekhemwy.

E’ tutt’ora in atto un acceso dibattito sul perché Peribsen abbia ritenuto di cambiare il dio di riferimento, Horus, con Seth. A tal proposito si confrontano diverse teorie di cui una, popolare fino alla metà del XX secolo, sostenuta da egittologi quali Newberry, Cerny, Emery e Grdseloff, vedrebbe il sovrano come un eretico che ha cercato di imporre una nuova religione monoteista con Seth quale unico dio con lo stesso intento che, molto più tardi, farà Akhenaton con Aton. Secondo  Newberry i sacerdoti di Horus e Seth erano in aperto contrasto tra loro già fin dalla metà della II dinastia. Questa teoria “eretica” si basa su alcune osservazioni, primo: il suo nome è escluso da tutte le liste dei re, secondo: la sua tomba è stata distrutta e saccheggiata fin dall’antichità, terzo: le stele, presenti nella sua tomba, che riportavano il simbolo del dio Seth sono state gravemente danneggiate con l’intento di cancellare l’immagine di Seth, questo sicuramente ad opera degli oppositori religiosi alla casta sacerdotale sethiana. Molti sostengono che il regno era unificato anche se venne operata una riforma vasta e profonda che scosse la II dinastia. Dall’esame delle impronte di sigilli presenti nelle tombe di quest’epoca si evince che ci fu un profondo cambiamento nei titoli assegnati agli alti funzionari tesi a ridurre il loro potere. Sempre interpretando quanto riportato nei sigilli si riscontra che in quel periodo diverse divinità erano ancora adorate, ad Abidos compaiono delle figure di diversi dei tra cui Min e Bastet, cosa che smentirebbe la teoria del monoteismo. La teoria eretica formulata da Newberry, Cerny, Grdseloff nasce da una errata interpretazione di quanto rappresentato nei sigilli di argilla che al loro tempo non erano ancora stati tradotti dal geroglifico.

La “teoria eretica di Peribsen”, così come le conclusioni di Lauer e Firth, sono fortemente contestate. Le scoperte archeologiche che riguardano Peribsen provengono tutte dall’Alto Egitto; ciò dimostrerebbe che il sovrano non abbia governato sull’intero Egitto per cui non avrebbe avuto il potere di imporre un cambiamento radicale nella religione di stato.

Contro la “teoria eretica” esiste anche un’ulteriore prova; su una falsa porta, trovata nella tomba del sacerdote Shery, risalente alla IV dinastia, viene riportato che Shery era:

<<…….sorvegliante di tutti i sacerdoti wab del re Peribsen nella necropoli del re Senedj, nel suo tempio funerario e in tutti gli altri luoghi……..>>.

Questo dimostra che Peribsen era ancora ricordato almeno fino alla IV dinastia il che escluderebbe la “damnatio memoriae”. Va detto che non solo un sacerdote era addetto al culto funerario di Peribsen, l’egittologo olandese Herman te Velde sottolinea che fossero almeno due i sacerdoti, Inkef, imparentato con Shery, partecipava ai riti col titolo di “supervisore dei sacerdoti Ka di Peribsen”.

Sempre Newberry, Černý e Grdseloff sono del parere che sotto il regno di Peribsen ci sia stata una sorta di guerra civile per ragioni politiche ed economiche e che il faraone sia stato ritenuto responsabile da coloro che compilarono le liste secoli dopo per cui decisero di non citarlo. Inutile dire che la teoria delle guerre vivili viene contestata, Rice, Tiradritti e Helck portano a loro sostegno il fatto che le tombe di Abydos e Saqqara, appartenute ad alti funzionari di corte quali Ruaben e Nefer-Setekh risalenti a quel periodo, in base alla documentazione archeologica si presentano in buone condizioni e l’architettura originale dimostra che sia per i re che per i nobili i culti funerari abbiano mantenuto lo stesso andamento regolare per l’intera II dinastia. Rice, Tiradritti e Helck pensano che il precedente sovrano, Nynetjer, abbia deciso di lasciare un regno diviso per motivi privati o politici e che la scissione fosse una formalità sostenuta dai re della II Dinastia.

Vorrei evitare di perdermi nelle numerose e controverse teorie che sono state avanzate su un Egitto unito o diviso alla fine della II dinastia per cui non posso fare altro che prendere atto che ci troviamo di fronte ad un periodo poco chiaro.

Con molta probabilità l’Egitto si trovava diviso in due regni, anche se non in aperto conflitto e rimarrà tale fino all’avvento al trono di Khasekhemwy, ultimo faraone della II dinastia, il cui nome significa “I due poteri sorgono”. Nome assunto dal sovrano probabilmente per indicare che con il suo regno terminava l’inimicizia fra Nord e Sud.

Nonostante tutto, il regno di Peribsen fu di fatto un periodo di progresso culturale e religioso. Fondò un centro amministrativo chiamato “La casa bianca del tesoro”, fece costruire una nuova residenza reale presso Ombos che chiamò “protezione di Nubt” (Nubt era il nome dell’Egitto all’epoca di Naqada) e “Per-Medjed, “la casa degli incontri”. Fondò numerose città che rivestirono notevole importanza economica: “Afnut”  (la città dei produttori del copricapo), “Nebj” (la città di protettore), “Huj-Setjet” (la città degli asiatici). I nomi di queste città su sigilli di argilla sono presentati con a fianco il serekht di Peribsen preceduto dalla frase “la visita del re a……”.

La tomba di Peribsen fu scoperta nel 1898 a Umm el-Qa’ab nei pressi di Abydos. Si tratta della tomba “P” individuata durante gli scavi della missione francese guidata dall’egittologo Emile Amélineau, la tomba era ben conservata e mostrava tracce di restauri intrapresi durante i periodi dinastici successivi.

Nella campagna di scavi del 1901-1902 venne rivisitata da Flinders Petrie e nel 1928 vennero effettuate ulteriori esplorazioni della tomba da parte dell’egittologo svizzero Edouard Naville. La tomba di Peribsen si presenta come una costruzione semplice con dimensioni sorprendentemente piccole rispetto a quelle delle altre tombe reali della necropoli, dal punto di vista architettonico ricorda molto quella del re Djer, che ancora nel Medio Regno era ritenuta la “Tomba di Osiride”, il tipo di costruzione è simile al palazzo residenziale.

La tomba misura 16 x 13 metri ed è composta da tre strutture ricavate una nell’altra, la camera funeraria si trova al centro ed è lunga 7,3 metri e larga 2,9 metri ed è interamente costruita con mattoni di fango, canne e legno. Nove magazzini intercomunicanti la circondano sui lati nord, est e ovest mentre sul lato sud si estende una lunga anticamera, un passaggio unisce l’interno con il muro esterno. Ancorché la tomba sia stata pesantemente saccheggiata fin dall’antichità, al suo interno sono stati rinvenuti numerosi vasi di pietra e di terracotta, alcuni di quelli in pietra presentavano i bordi ricoperti di rame come quelli trovati nella tomba di Khasekhemwy.

Altri reperti furono trovati all’interno della tomba, perline e braccialetti fatti di fayence e corniola oltre a strumenti di rame, un ago d’argento con inciso il nome del faraone Hor Aha e frammenti di argilla con il nome re Sekhemib. Simpatica curiosità, nella tomba di Peribsen ad Abydos, è stato ritrovato un gioco da tavolo chiamato Mehen che oggi si trova al Louvre. Come detto quando abbiamo parlato dei suoi predecessori, nella tomba di Peribsen si trovavano barche dei precedenti re Nynetjer e Raneb.

Abbiamo accennato agli alti funzionari di Peribsen, va detto che il funzionario Nefer-Setekh (scritto anche Nefersetekh) (“Seth è bello”), il “wab-prete del re”, è noto agli egittologi per la sua stele dove il suo nome potrebbe evidenziare l’aspetto e la popolarità di Seth come divinità regale.

Su uno dei reperti di argilla è stata rinvenuta quella che, a tutti gli effetti, può essere ritenuta la prima frase scritta completa nella storia egiziana. L’iscrizione recita:

<<…….Quello d’oro / Lui di Ombos ha unificato….. / ha consegnato i due regni per….. / a suo figlio, il re del Basso e dell’Alto Egitto, Peribsen……>>.

Per gli egittologi l’affermazione “Quello d’oro”, che si può interpretare come “Lui di Ombos” va considerata come una forma religiosa di indirizzo alla divinità Seth.

Nei pressi della tomba di Peribsen sono stati ritrovati i resti di un recinto funerario di mattoni di fango, scoperto nel 1904 dagli archeologi Currelly e Ayrton, il recinto è noto come “Middle Fort”.. Poco discosto si trova un santuario delle offerte ormai distrutto dove, vicino all’ingresso, compaiono sigilli di argilla con il serekh del re. Il muro di cinta del complesso di Peribsen misura 108 x 55 metri e ospitava solo pochi edifici di culto e si trova sul lato nord-ovest del recinto funerario di Khasekhemwy “Shunet ez Zebib” (granaio dell’uva passa). Come ci si aspettava intorno non sono state trovate tombe sussidiarie. Dalla morte del sovrano Qa’a (I dinastia) venne abbandonata la tradizione di seppellire la famiglia e la corte del re quando questi moriva.

Le liste reali lo avranno anche “dimenticato” ma noi ora lo conosciamo meglio.

Fonti e bibliografia:

  • Toby A. Wilkinson, “Egitto dinastico precocet.”, Routledge, Londra 2001
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Sergio Donadoni, “Storia delle religioni. Le religioni antiche”, Laterza, Roma-Bari 1997  
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano, 2003
  • Francesco Raffaele, Massimiliano Nuzzolo e Ilaria Incordino, “Recenti scoperte e ultime ricerche in Egittologia”, Harrassowitz Verlag, Wiesbaden, 2010

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