Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

LA PIRAMIDE DI HUNI – SNEFRU A MAIDUM

Di Piero Cargnino

Con il faraone Snefru, figlio di Huni, ultimo sovrano della III dinastia e della sposa secondaria  Meresankh, inizia la IV dinastia.

Il papiro Westcar sottolinea il fatto che, essendo figlio di una sposa secondaria, Snefru  non apparteneva alla discendenza diretta, pertanto, per legittimare le sue pretese al trono, sposò la sorellastra, la principessa Hetepheres figlia di Huni e della sposa principale che troviamo citata come “Figlia del Re e sposa del Re”.

Secondo alcuni regnò per una cinquantina di anni ma l’opinione più diffusa è che abbia regnato per 29 anni.

Snefru fu un grande Faraone, governò con saggezza dando un impulso alle attività egizie che porto ad un aumento della ricchezza del paese. La Pietra di Palermo cita che, dopo aver allestito una imponente flotta navale composta da 40 navi lunghe fino a 50 metri, organizzò una spedizione a Biblo in Libano tornando con un ingente carico di legno di cedro, prezioso per gli egiziani.

Mantenne e consolidò l’occupazione del Sinai con tutte le sue miniere, in particolare quelle di turchese, e continuò a governare sulle oasi e nella Nubia. Sempre la Pietra di Palermo riporta che Snefru intraprese due campagne militari dalle quali tornò vittorioso. La prima contro i ribelli nubiani dalla quale tornò con 7000 prigionieri e 200.000 capi di bestiame. La seconda contro i Tiehnyu (tribù libiche) che minacciavano il confine occidentale strappando un ingente bottino.

Snefru è considerato a ragione il “più grande costruttore di piramidi di tutti i tempi”, nei pressi di Saqqara, a Dashur, si fece costruire ben due piramidi, quella cosiddetta “romboidale”, per il suo profilo con i vertici spezzati, e la “piramide rossa”.

Ma, come detto in precedenza, pare che abbia anche completato quella del padre a Maidum. Le tre piramidi insieme contengono oltre tre milioni e mezzo di metri cubi di pietra superando così per volume la Grande Piramide di Cheope.

Nessuno sa perché Snefru si fece costruire tre piramidi, forse a causa dei problemi incontrati nella costruzione delle prime due o, forse, perché le sue manie di grandezza lo portarono a voler possedere uno o più cenotafi, oltre alla tomba vera.

Bene, noi ora, dopo aver visitato le varie piramidi minori, o perlomeno quelle conosciute, ci concentreremo sulla piramide di Maidum.

La prima delle grandi piramidi dopo quella di Djoser. Giunti al Cairo prendiamo la strada che prosegue verso sud, ci troviamo immersi in un paesaggio verde, rigoglioso di campi e giardini che formano la valle del Nilo. Proseguiamo per circa 100 chilometri fino a quando appare, al bordo del deserto occidentale, la maestosa sagoma di uno strano edificio composto da tre enormi gradoni. Già da lontano guardandolo parrebbe di aver sbagliato paese e di trovarci in Mesopotamia perché l’edificio che vediamo appare come una ziqqurat  di quelle che si trovano presso le rive del Tigri e dell’Eufrate. Tranquilli, siamo al posto giusto, quella che vediamo non è una ziqqurat, si tratta della piramide a gradoni di Maidum.

Questo è un sito archeologico che si trova a 9 chilometri dal moderno villaggio di Maidum nel governatorato di Beni Suef. La forma con cui si presenta oggi, non è assimilabile ad una piramide a gradoni ne ad una perfetta, questo ha fatto si che le venisse attribuito il nome arabo di “Haram el-Kaddab”, ovvero “la Falsa Piramide”.

Di essa lo storico arabo Taqi ad-Din al-Maqrizi nel XII secolo ebbe a dire che appariva come una montagna di cinque gradoni. Purtroppo nel corso dei secoli l’azione del tempo, aiutata in questo dalla più incisiva azione dell’uomo che la utilizzò come cava di pietre da costruzione, la erose a tal punto che il suo aspetto dovette sorprendere già i viaggiatori medievali che ne segnalarono la presenza nei loro resoconti di viaggio in uno dei quali si racconta della visita di Shaykh Abu Mohammed Abdallah tra il 1117 e il 1119; l’esploratore danese Frederik Ludwig Nordens, nel 1717, la descrive come una specie di montagna a tre gradoni.

I metodi usati dai saccheggiatori arabi nello smantellamento, cioè far rotolare dall’alto i blocchi rimossi causandone la rottura e la proiezione di detriti e schegge, ha probabilmente contribuito ad accrescere l’accumulo di detriti che oggi si presenta alto circa 50 m sul quale si erge quanto resta della piramide.

La spedizione di Napoleone del 1799 transitò nei pressi di Maidum ed il disegnatore Denon riuscì a tracciare alcuni schizzi della piramide. Occorrerà arrivare al 1837 perché venissero effettuati rilevamenti un po più accurati da parte degli archeologi Perring e Vyse, ma solo nel 1843 la piramide divenne oggetto di studio della spedizione di Lepsius il quale però non ci ha lasciato particolari descrizioni limitandosi a disegnare solo l’esterno dell’edificio.

In assenza di maggiori indizi cui far riferimento sorse tra gli egittologi il problema di stabilire a quale faraone appartenesse la piramide, vennero formulate varie ipotesi che in un primo tempo attribuirono la costruzione del complesso funerario di Maidum al faraone Huni, figlio di Khaba, del quale abbiamo già visto la sua piramide minore, e padre di Snefru. Huni fu l’ultimo re della III dinastia ma il suo nome non compare in nessun ritrovamento sul sito. Al contrario i graffiti identificati da Flinders Petrie su alcuni blocchi, trovati all’interno del tempio funerario vicino alla piramide, databili al 17º anno di regno di Snefru è riportato il nome di “Djed Snefru”, (Snefru è duraturo), questo ha portato ad attribuire la costruzione, se non per intero, al faraone Snefru.   

Secondo le ipotesi più accreditate Huni avrebbe ordinato la costruzione della piramide di Maidum che nelle sue intenzioni doveva ricalcare quella del suo antenato Djoser, ovvero una piramide a gradoni sul tipo di quella di Saqqara, ma per una ragione che non conosciamo non riusci ad ultimarla. Si pensa che sia stato suo figlio Snefru a farla  completare con l’intenzione di trasformarla in piramide vera e propria con le facce lisce.

Forse fu (o sarebbe stata) la prima piramide della storia ad avere la forma classica con un’altezza di 92 metri e un lato di base di 144 metri. Ma il tentativo non riuscì, sarà stata l’inesperienza dei costruttori non ancora in possesso delle tecniche necessarie o, come vedremo più avanti, errori di valutazione sulla tenuta dei blocchi aggiuntivi alle pareti lisce del nucleo interno erette sulla sabbia e non sulla roccia, ma già in fase di ultimazione o appena ultimata o comunque non molto tempo dopo, la struttura collassò scoprendo, parzialmente, di nuovo l’originale aspetto a gradoni.

Le indagini di Petrie evidenziarono alcune questioni riguardo alla piramide ma nel contempo sollevarono ulteriori domande sorte proprio in funzione delle sue indagini.

Con Petrie lavorava un altro archeologo, lo statunitense Gerald Wainwright che scavò un tunnel nell’angolo nord-est della piramide. Seguendo il tunnel, Petrie scoprì che l’interno del nucleo era formato da dieci strati di blocchi di calcare finemente lavorati poggianti sulla superficie compatta dell’opera muraria più interna. Ma la cosa che lasciò esterrefatti gli archeologi fu che ciascuno strato si presentava perfettamente levigato. Una tecnica assurda se si pensa che in questo modo veniva pregiudicata la tenuta d’assieme dell’intero edificio.

Borchardt per primo suggerì che la piramide passò attraverso almeno tre fasi di costruzione. In una prima fase venne eretta una piramide a sette gradoni su un fondo roccioso e stabile, nella seconda fase fu aggiunto un ulteriore gradone. Nella terza fase venne presa la decisione di trasformare la piramide a otto gradoni in una piramide a facce piane, questo fece si che le fondamenta dell’ulteriore ampliamento uscissero dal fondo roccioso poggiando solo sulla sabbia. Un progressivo cedimento della sabbia portò allo scivolamento dei blocchi, non ben fissati sulle pareti lisce del nucleo, il risultato quindi fu il crollo della struttura esterna.

Secondo Mendelssohn il crollo fu immediato invece altri sostengono che la cosa si sia verificata progressivamente nel tempo.

Vediamo ora se è possibile entrare all’interno della piramide e lo facciamo con le testimonianze che ci sono pervenute.

L’ingresso della piramide si trova sul lato settentrionale, a 18,5 m di altezza rispetto al livello del terreno; superato l’ingresso si incontra un corridoio in discesa che, dopo 58 m e sette gradini, diviene orizzontale per altri 9,45 m; al termine di tale corridoio, cieco, si apre un pozzo verticale profondo circa 3 m.

Nel soffitto, attraverso un’apertura che sale verticalmente per 6,65 m si accede alla camera funeraria le cui dimensioni sono di 5,90 m per 2,65 m, con un’altezza, (al culmine), di 5,05 m. La camera è scavata quasi per intero nella roccia di fondo, le pareti, per soli 50 cm, e l’intera volta, si trovano all’interno della struttura della piramide.

Il soffitto a volta aggettante è costruito con enormi blocchi di calcare che vanno via via restringendosi fino al culmine, cosa che ha permesso di reggere l’enorme peso della massa sovrastante. Questa tecnica, che ricalca l’architettura in mattoni in uso fin dall’età arcaica, la troveremo in molte altre piramidi successive. Il primo archeologo ad entrare nella piramide fu Gaston Maspero il quale rinvenne in un angolo della camera alcune travi di legno e della corda. In un primo tempo si pensò a resti lasciati dai saccheggiatori ma alcuni egittologi avanzarono l’ipotesi che si trattasse di materiale che avrebbe dovuto servire ai costruttori per issare il sarcofago del sovrano fin nella camera.

C’è però un fatto, nella camera non è stato rinvenuto alcun sarcofago, cosa che lascia supporre che nella piramide non sia mai avvenuta una sepoltura. Inoltre non sarebbe stata una cosa da nulla trasportare un pesante sarcofago di pietra lungo tutto il corridoio per poi issarlo fino alla camera, sicuramente sarebbe stato molto più semplice, e logico, collocare il sarcofago all’interno già in fase di costruzione. Anche questo fa parte dei tanti misteri di Maidum.

La piramide è circondata sui quattro lati da un impressionante mole di detriti la cui stratificazione confermerebbe l’ipotesi che non si sia verificato un crollo improvviso ma che sia stato un decadimento graduale e distribuito in un tempo abbastanza lungo.

Nella parte orientale lungo lo zoccolo della piramide gli scavi di Petrie portarono alla luce una cappella in calcare bianco, forse avente la funzione del “Tempio Funerario” che comparirà poi nei complessi piramidali successivi, anche se la cosa appare alquanto strana poiché sarebbe l’unico caso di un tempio eretto sul lato est anziché su quello nord.

Sorprendentemente il tempio si presenta quasi completamente intatto con i soffitti piatti al loro posto perfettamente conservati. La pianta è quasi quadrata, un corridoio permette l’accesso ad un cortile aperto dove si trova un ambiente con ai lati due stele monolitiche in calcare alte 4,20 metri, lisce ed arrotondate in alto, non presentano alcuna iscrizione il che fa supporre che la costruzione sia stata abbandonata anche da Snefru e che comunque non avessero uno scopo cultuale o rituale.

Mentre le stele sono anepigrafe non lo sono i blocchi del tempio che dovette aver impressionato i visitatori in epoche successive a tal punto che questi non lesinarono certo nell’universale mania di lasciare graffiti a testimonianza del loro passaggio, infatti sono numerosi sulle pareti e molti di essi non sono certo avari di lodi, la maggior parte risalgono principalmente alla XVIII dinastia.

Troviamo la dedica di Ankhkheperreseneb, risalente al 41° anno di regno di Thutmosi III, il quale racconta che si era recato a Maidum per ammirare lo splendido Tempio di Horo Snefru, e proclama che: <<…….sul tetto del Tempio di Horo Snefru piove dal firmamento mirra fresca e gocce di incenso profumato…….>>.

Su alcuni blocchi sono stati trovati dei graffiti molto interessanti in quanto rappresentano dei disegni stilizzati di piramidi a gradoni, altri graffiti, che si pensa siano annotazioni di cantiere, riportano date e nomi di squadre di operai. Le date si riferiscono a periodi compresi fra la quindicesima e la diciottesima conta del bestiame di un faraone non meglio identificato. Si pensa che si tratti di Snefru in quanto i graffiti sono simili ad altri che compaiono nella piramide di Snefru a Dashur.

A proposito di graffiti ritengo interessante citare anche quello trovato in una delle cave di pietra situata nel Sinai dove il faraone Snefru viene rappresentato nell’atto di uccidere un avversario, non è chiaro di che avversario si tratti ma, vista la provenienza del graffito, viene spontaneo pensare che si tratti di un asiatico.

Sul lato meridionale della piramide principale si trova una “piramide satellite” di 26,65 m per ogni lato utilizzata, probabilmente, per svolgere i riti dedicati al culto del sovrano. Possiede una sottostruttura alla quale si accede da nord attraverso un corridoio discendente, l’unica cosa che si sa è che tra le sue rovine venne rinvenuta una stele dove era rappresentato il dio falco Horo. Ai lati si trovano le sepolture dei principi e dei nobili che presentano pitture funerarie e rilievi di grande ricchezza espressiva.

Esiste, inoltre, una “Via Cerimoniale” lunga 210 m costeggiata da due muri alti circa 2 m cosa che fa supporre che esistesse anche un “Tempio a Valle” che a tutt’oggi nessuno ha ancora scavato in quanto il terreno è particolarmente paludoso a causa del livello elevato della falda freatica. Si presume che verso est si ergesse la cittadella reale di Snefru, Djedsnefru (Snefru è eterno).

Sul lato nord-est del complesso funerario si trova la necropoli che contiene, tra le altre,  alcune mastabe interessanti. La mastaba, (n. 17), il cui proprietario è rimasto ignoto venne indagata da Petrie nel 1910, al suo interno, dopo aver percorso un corridoio, si entra in un’ampia camera funeraria che conteneva un sarcofago di granito rosso, la mummia scoperta al suo interno è stata attribuita a uno dei figli del faraone Snefru.

Poco più a nord una seconda necropoli ospita altre mastabe di nobili della corte reale decorate con sontuosità. La mastaba n. 16 ospita la sepoltura del principe Nefermaat e di sua moglie Itet, celebre per le famose “oche di Meidum” scoperte da Mariette. Nel 1871, Luigi Vassalli fece rimuovere il dipinto dal muro ed ora è custodito nel Museo egizio del Cairo.

Un’altra mastaba, tra le più imponenti della necropoli è stata attribuita al principe Rahotep, figlio di Snefru. Scoperta da Auguste Mariette nel 1871, conteneva al suo interno, oltre ad alcune statue di pregevole fattura, la stupenda coppia statuaria che rappresenta in modo magistrale il principe Rahotep con la moglie Nofret assisi.

La perfezione della statua e l’eccezionale stato di conservazione sono tali per cui, quando gli operai entrarono nella stanza buia rimasero in un primo momento terrorizzati alla vista dell’uomo e della donna che sembravano ancora vivi e stessero seduti a riceverli all’interno della loro tomba.

Resta ancora avvolto nel mistero il perché Snefru abbandonò la necropoli di Maidum per andare a farsi costruire una seconda piramide a Dashur, dove poi ne costruì ben due. Voleva forse avvicinarsi alla fortezza del “Muro Bianco”, prevedendo la costruzione di una nuova capitale in posizione più strategica per meglio controllare l’immenso Delta? Le ipotesi sono molte ma penso che la vera ragione non la sapremo mai.

Fonti e bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed., 2002
  • Riccardo Manzini. “Complessi piramidali egizi”, Torino, Ananke, 2009
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Fabio Beccaria, “Le antiche civiltà del Vicino Oriente”, Universale Eurodes, 1979
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, trad. di G. Scandone Matthiae, Bari, Laterza, 2002
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012 Cyril Aldred, “Gli Egiziani – tre millenni di civiltà”, Roma, Newton & Compton, 1966

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