Di Luisa Bovitutti

Horemheb figlio di Iside iniziò la sua carriera come semplice scriba sotto Amenhotep II, poi il suo successore Thutmosis IV, con il quale aveva frequentato il kap, gli attribuì titoli ed incarichi prestigiosi e remunerativi. Grazie al successo conseguito potè permettersi una tomba mirabilmente decorata proprio sulla cima della collina di Sheikh Abd el-Gurna, la TT78, visitata fin dalla prima metà del 1800 dai più importanti egittologi dell’epoca, ripulita e restaurata nel primi anni del 1900.
Horemheb ricevette ventidue titoli onorifici (Principe e Conte, Familiare del Re, Grande Confidente del Signore delle Due Terre, Confidente Preferito, Amato dal Dio Perfetto, Vicino ad Horus, Vicino al signore del palazzo, Portatore di ventaglio alla destra del re, Vero scriba del re che lo ama, Compagno del Signore delle due terre, Compagno del portatore della forza, Gli occhi del re attraverso la terra“) e ventuno attinenti le mansioni effettivamente espletate.
I suoi titoli si trovano nella sala trasversale della tomba: egli scalò i vari gradi delle gerarchie militari fino a diventare Responsabile per il reclutamento e l’organizzazione delle truppe“, che gli dava il controllo su tutti i soldati e gli ufficiali attivi.
In ambito civile era delegato a ricevere i tributi dai paesi stranieri ed in qualità di Sorvegliante del bestiame e di Sorvegliante degli uccelli e dei pesci esercitava il controllo sulle caccia, la pesca e sui possedimenti reali; Thutmose IV gli affidò anche l’educazione di sua figlia Amenemipet che nella tomba viene raffigurata seduta sulle sue ginocchia.
Con Amenhotep III ricevette anche i titoli religiosi di Sorvegliante dei campi di Amon, Sorvegliante del bestiame di Amon, Colui che si occupa delle costruzioni di Amon.

La sua tomba ha la pianta a T rovesciata tipica dell’epoca ma ha una galleria aggiuntiva, che inizia nell’angolo nord-ovest della cappella e che conduce al complesso sotterraneo non iscritto che termina con la camera sepolcrale; essa si affacciava su di un cortile oggi praticamente scomparso per la presenza di parecchi detriti.
La parte inferiore della facciata era scolpita nella roccia ricoperta da un rivestimento di limo del Nilo; quella superiore era in mattoni e sul bordo era decorata con una fila di coni funerari recanti il nome del defunto.


Solo la sala trasversale e quella longitudinale sono state decorate secondo uno schema analogo a quello già visto nella tomba di Userhat: nella stanza trasversale Horemheb viene rappresentato da vivo mentre fa offerte agli dei, porta doni al sovrano, controlla la distribuzione delle razioni alle reclute e banchetta festoso; in quella longitudinale sono illustrati i riti funebri destinati a garantirgli la vita ultraterrena e per la prima volta in una tomba si trova rappresentato il giudizio di Osiride.
Le raffigurazioni di Horemheb, della moglie Atjuia cantante di Amon a Karnak, della madre e del fratello maggiore sono state intenzionalmente scalpellate, salvo tre di esse, forse perché prive di nome e di testo.

Non si tratta tuttavia di damnatio memoriae conseguente ad un deteriorarsi del rapporto con il sovrano, in quanto la tomba fu effettivamente utilizzata per Horemheb; i danni sono quindi certamente successivi alla sua morte, e sarebbero ascrivibili alla mano di nemici personali che volevano precludere l’Aldilà a lui ed alla sua famiglia.
Gli sfregi ai geroglifici indicanti il nome del dio Amon risalgono all’epoca amarniana, altri vennero inferti dai successivi usurpatori della tomba, dai cristiani copti e dai tombaroli.
Nel corso dell’ultimo secolo le pitture parietali si sono ulteriormente deteriorate, ma grazie alla documentazione realizzata in passato è ancora oggi possibile conoscere il loro aspetto originario.
LA SALA TRASVERSALE DELLA TOMBA
LE SCENE DELLE OFFERTE E DEI BANCHETTI

Nel registro centrale Horemheb e sua madre ricevono offerte da Atjuia e da un’altra donna dietro la quale stanno le due liutiste e la ballerina; nei due sottoregistri gli ospiti e sotto di loro delle giare.
Nel registro in basso, da destra, il gruppo dei musicisti con il ragazzo che offre da bere, dei servi portatori di offerte, due macellai, lo scriba sorvegliante e un uomo di porta un mazzo di fiori di loto.
Nel registro superiore ciò che resta della scena che rappresenta Horemheb ed Atjuia che banchettano.
Analogamente alla tomba di Userhat, sui due lati corti della sala si trovavano una stele (a destra) ed una falsa porta (a sinistra) oggi distrutte; le scene sulla parete interna a destra ed a sinistra dell’ingresso, gravemente deteriorate, raffigurano Horemheb e la moglie che fanno offerte agli dei, seguiti da file di servi che portano uccelli, uova, pagnotte, mazzi di papiro e tori.
Alle due estremità della stessa parete si trova la rappresentazione di un banchetto festivo al quale prendono parte Horemheb, sua madre Iside, sua moglie Atjuia, un’altra donna, musicisti e ballerine e molti ospiti, tutti elegantemente vestiti, ingioiellati e con un cono di profumo sulla testa.
Gli ospiti sono praticamente scomparsi nella scena di destra, mentre in quella di sinistra si notano i servi che portano da bere a cinque ufficiali dell’esercito seduti su sgabelli pieghevoli; sotto di essi grandi giare tutte decorate ed il testo relativo al canto dell’arpista.
In particolare la parte destra della parete mostrava Horemheb e sua madre (oggi completamente scalpellati) a cui le due mogli del defunto, raffigurate molto più piccole, offrono coppe con bordi decorati ed un vasetto dorato, probabilmente un unguentario o un portaprofumo.
Sopra la prima donna, verosimilmente Atjuia, moglie principale, c’è il seguente testo:
Per il tuo Ka! Trascorri una vacanza nella tua bella casa dell’eternità, che sarà tua per tutta l’eternità. Il tuo viso è rivolto ad Amon-Re, il tuo Signore, che ti ama! Dalla mano di tua moglie, la padrona [….], verità della voce.
La donna dietro di lei dice:
“Ricevi queste corone, questi oli pregiati, affinché ti accompagnino in questo giorno di festa, possa tu essere ricevuto da questo dio perfetto della Tebe occidentale (Osiride). Tua moglie [… ] verità della voce.
C’è poi un gruppo di musicisti, composto da due liutisti, un arpista e da cantanti che danno il ritmo. Nonostante il danno, si nota che il volto della prima donna, stranamente, è raffigurato di fronte (freccia verde nell’immagine); esse indossano abiti attillati lunghi fino ai piedi e trasparenti dalla vita in giù; come si è detto, dei numerosi ospiti, posti sul registro superiore, non è rimasta praticamente traccia.

Speculare a questa scena se ne trovava un’altra molto simile, che conosciamo solo grazie ad una ricostruzione: il registro inferiore raffigurava un arpista seduto e molto grande, un liutista in piedi ed un cantante cieco che applaudiva dando il ritmo. Dietro di lui, un altro cantante si abbassava per accarezzare un servo che gli offriva e da bere una fiaschetta e reggeva tre bastoni; ai suoi piedi una testa bovina destinata alle offerte.

Alla sinistra dei musici, un servo portava la testa e la zampa di un bue, seguito da un altro con due ceste contenenti altri pezzi di carne, che si girava a guardare dietro di sé, verso due macellai al lavoro sotto gli occhi di un funzionario e diceva loro quanto stava scritto nel testo: Lo scriba Nebnefer mi dice: voi macellai, muovetevi a tagliare i pezzi, ma voi discutete invece di lavorare.
All’estrema sinistra, un servitore chiudeva la scena portando un grande mazzo di fiori di loto.
Nel registro intermedio c’era la rappresentazione di Horemheb con la principessina sulle ginocchia (allegata al precedente post) e sua madre, nella quale i volti erano stati risparmiati dalla mano dell’uomo; essi purtroppo si sono poi deteriorati per l’azione del tempo.
Davanti alla coppia sono ancora appena visibili Atjuia ed un’altra donna che offrono ad Horemheb due grandi coppe d’oro, una delle quali piena di un materiale bianco; dietro di loro due ragazze che suonano liuti a manico lungo e si muovono al ritmo della musica così come la ballerina quasi piegata in due.

A destra dei musicisti, il registro è diviso in due sottoregistri: in quello superiore si vedono cinque alti ufficiali dell’esercito seduti su sedili pieghevoli; due servi offrono loro da bere; il piccolo sottoregistro inferiore presenta grandi giare decorate ed il testo del canto dell’arpista raffigurato sotto.

Il registro superiore, che raffigurava Horemheb ed Atjuia al banchetto con i loro ospiti è quasi completamente scomparso.
I DONI AL FARAONE
Ai lati del passaggio che conduceva alla sala longitudinale vi erano due rappresentazioni speculari di Thutmose IV, un tempo complete, ora assai deteriorate: rimangono solo pochi frammenti.
In quella di destra il re sedeva sotto un baldacchino su di un trono con le gambe a forma di zampa leonina, tra le quali c’era il sema tawy, simbolo dell’Egitto unificato; davanti al sovrano si trovavano due flabelliferi ed Horemheb, che gli presentava una grande composizione floreale. Dietro il re c’era una dea protettrice.


Dietro ad Horemheb, sul più basso dei tre registri, sopravvive l’immagine dei suoi fratelli che rendono omaggio al sovrano: tutti portano composizioni floreali; il primo di essi, la cui immagine ed il cui nome vennero scalpellati dai suoi nemici, anche delle anatre; il secondo, Amenemhat, Comandante delle truppe nubiane di Sua Maestà, reca un arco con delle anatre appese; il terzo, chiamato Amenhotep, offre frutta ed un bue, ornato di ghirlande floreali.


Essi sono probabilmente di origine nubiana, in quanto indossano i grandi orecchini ad anello e hanno la testa rasata e treccine che dalla sommità della testa cadono sulla spalla.
Dietro di loro, un uomo tiene per le orecchie una lepre e porta un cesto pieno di uova e piume di struzzo; accanto a lui c’è uno stambecco con lunghe corna ricurve.

L’ISPEZIONE DEI CAVALLI E L’OMAGGIO DEI PAESI TRIBUTARI
Davanti al baldacchino del Faraone, protetto dalle sue Guardie del corpo che reggono grandi scudi, troviamo quattro sottoregistri.

Il primo dall’alto è solo parzialmente intatto e mostra Horemheb, responsabile delle scuderie reali, che passa in rassegna i cavalli del sovrano, che i servi fanno sfilare in gruppi di quattro; essi sono di diversi colori e sono ornati da magnifici pennacchi di piume.

Il secondo, quasi completamente scomparso, raffigurava Horemheb che ispezionava gli archi e le spade e destinate ad equipaggiare l’esercito.
Il terzo mostra una delegazione di dodici uomini che portano brocche e vasi decorati; essa è capeggiata da due dignitari che si prostrano davanti al sovrano ed è preceduta da un trombettiere.

Si tratta di siriani, così come si deduce dalla corta barba appuntita di alcuni di loro e dal tipico abbigliamento, costituito da una gonna lunga fino ai piedi, talvolta bicolore, avvolta più volte intorno ai fianchi.
Il quarto registro mostra l’omaggio dei nubiani: due “malvagi principi di Kush, del vile paese di Kush”, inginocchiati a terra, rendono onore ad Horemheb ed al re e sono seguiti da servi che indossano pelli di pantera e da donne che tengono per mano dei bambini e portano i più piccoli in una cesta rivestita di pelle bovina che tengono sospesa sulla schiena con una cintura alla fronte, come già abbiamo visto nella tomba di Sobekhotep.
Esse hanno capelli scuri e cortissimi, collane e grandi orecchini a cerchio in argento; sono a seno scoperto ed indossano gonne lunghe, talvolta maculate, probabilmente di pelle; la loro carnagione è rossastra (colore che gli Egizi riservavano agli uomini), così come quella di alcuni bambini, mentre altri sono neri (ormai grigi, perché il pigmento è sbiadito).
Il quinto registro mostra sulla metà di sinistra due gruppi di ballerini nubiani che danzano mentre un collega dà loro il ritmo; essi hanno tutti la testa rasata, tranne tre ciocche di capelli.

L’ultima scena del corteo, solo in parte completata, mostra dei pastori che guidano una piccola mandria di bovini.

LA SALA LONGITUDINALE DELLA TOMBA
IL PELLEGRINAGGIO AD ABYDOS
Al centro della parete ovest della stanza trasversale, che come si è visto rappresenta scene della vita terrena, si apre l’ingresso alla stanza longitudinale che conduce alla cappella dotata di pilastri, che è un specchio dell’aldilà; il passaggio funge da mezzo di comunicazione tra i due mondi, ed è spesso in questa zona della tomba che viene rappresentato il corteo funebre.
Già si è detto descrivendo l’ultima dimora di Userhat il significato assunto dalla rappresentazione tombale del pellegrinaggio ad Abydos; qui essa si trova sulla parete sud, ed occupa il più basso dei quattro registri lunghi quattro metri nei quali è suddivisa; la scena venne copiata da Wilkinson, e da allora si è deteriorata in più punti.
Il viaggio verso la località sacra si trova sulla destra della parete ed è ora scomparso: la nave funeraria veniva trainata a destinazione da tre rimorchiatori con le vele ammainate perché seguivano il corso della corrente; quello di ritorno sulla sinistra, discretamente conservato (vedi le immagini sotto allegate) perché le vele sono spiegate e i rematori si affaticano ai remi.

Nel Medio Regno essa trasportava effettivamente la mummia; con la XVIII dinastia le spoglie del defunto vennero sostituite da due statue assise all’interno di un naos, ben visibile nel disegno di Wilkinson.
I rimorchiatori sono dotati di una cabina sul cui tetto si nota una specie di fagotto misterioso, avvolto da una stoffa a strisce; alcuni ritengono che possa essere un tekenu, ma tale ipotesi è poco attendibile perché non risulta che esso venisse portato in pellegrinaggio.
A destra, un sacerdote sem attende la processione ad Abydos e compie riti al tavolo delle offerte; dietro di lui delle prefiche accovacciate a terra manifestano il loro dolore. Quest’ultima splendida scena è rimasta a livello di disegno appena schizzato in rosso e si è fortunatamente salvata.



Il vaso hemset in oro trovato nella tomba di Psusennes I a Tanis, ora al Cairo (per ulteriori notizie sul tesoro di Tanis si veda a questo link: https://laciviltaegizia.org/loro-di-tanis/).
Il viaggio di ritorno è rappresentato sulla sinistra: i tre rimorchiatori (occorre guardare con attenzione, sono uno dietro l’altro, praticamente sovrapposti) navigano verso Tebe, sospinti dal vento che gonfia le vele e dalle vogate dei rematori appena visibili sotto coperta; il fagotto è ancora sul tetto della cabina e a prua della piccola barca funeraria un marinaio tende con le braccia un grande pezzo di stoffa bianca, il cui significato è tuttora oscuro.
A sinistra dei rimorchiatori, sulla riva, un sacerdote lettore, riconoscibile per la fascia trasversale che porta sul petto, aspetta la processione facendo libagioni e bruciando incenso davanti ad una tavola per le offerte.
IL CORTEO FUNEBRE
I tre registri posti sopra quello dedicato al pellegrinaggio ad Abydos sono dedicati al corteo funebre, che inizia nel secondo registro dal basso, sopra l’immagine del sacerdote che accoglie la barca funeraria al ritorno a Tebe e si snoda verso l’alto.

Esso è costituito da numerosi servi, che trasportano tutto ciò di cui Horemheb potrà avere bisogno nella vita ultraterrena: cibo, bevande, unguenti, ventagli, gioielli, armi, arredi domestici, carri, cavalli, oggetti di uso funerario; non è verosimile che tutti questi beni siano stati effettivamente collocati nella tomba, ma come si è più volte sottolineato, per gli Egizi l’immagine era magicamente idonea a sostituirli ed il defunto poteva beneficiarne come se avessero realmente fatto parte del suo corredo funebre.
Nel secondo registro, preceduta da portatori di offerte, si nota la cassa canopica, coperta da un panno a quadretti rossi e bianchi ed adagiata su di una slitta portata a spalla dagli uomini; la sua collocazione nel corredo funerario è singolare, in quanto normalmente veniva raffigurata prima o dopo il Tekenu, che compare invece nel primo registro in alto.

La seguono servi con grandi collari, con una lunga collana d’oro alla cui estremità c’era uno scarabeo decorato con il cartiglio di Amenhotep III, ora scomparso, con vassoi contenenti ushabti, un uccello Ba dalla testa umana, unguentari, frecce ed una specie di mazza con una lama. Un grande ventaglio ed una collana che termina con un ciondolo a forma di cuore pendono dall’incavo del braccio di due di loro.

Il primo registro è il meglio conservato, ma negli ultimi decenni sono andati perduti la parte finale della processione ed il catafalco dove riposa la mummia, riprodotti nei disegni risalenti nel tempo.
Sulla destra ci sono sette uomini che portano su di una spalla un giogo alle cui estremità sono appesi un vaso heset e due contenitori bianchi dai quali escono elementi vegetali; questi oggetti rituali sono chiamati “Giardini di Osiride“, per analogia con gli “Osiride vegetanti”, stampi con la forma del dio in cui venivano seminati l’orzo o il grano, simboli di resurrezione.

Dietro questo gruppo si trovano le prefiche con le braccia alzate in segno di disperazione; una di loro guarda dietro di sè e sembra rendere omaggio al catafalco del defunto che viene trasportato dietro di lei così come il Tekenu, raffigurato come una forma rannicchiata ed avvolta dalla pelle di un animale grigio, posta su di una slitta trainata da quattro uomini (vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2022/07/31/a-rite-of-passage/).

La processione è guidata da un sacerdote sem che indossa la tradizionale pelle maculata e tiene in mano un incensiere ed un vaso per eseguire i riti funebri; egli è accompagnato da due servi, uno dei quali porta una situla per le libagioni di latte.

Quattro bovini e sette sacerdoti lettori tirano la slitta sulla quale è collocata la barca che sostiene il catafalco che protegge il sarcofago di Horemheb (come si è detto la scena è oggi praticamente scomparsa), mentre due partecipanti alla triste cerimonia guardano verso di esso ed alzano le mani in segno di dolore.

La processione è conclusa dai colleghi o amici del defunto, certamente personaggi spicco, riconoscibili per l’abbigliamento e per il bastone simbolo del potere loro conferito.
IL GIUDIZIO DI OSIRIDE
L’immagine della psicostasia è l’ultima sulla sinistra della sala longitudinale, immersa nell’oscurità; il Tribunale divino, per secoli dipinto solo sui Libri dei Morti pervenutici su papiro, dalla XVIII dinastia entra a far parte sporadicamente dell’iconografia tombale (si trova anche nella TT69 appartenuta a Menna), per scomparire nel periodo amarniano e tornare ampiamente in auge con i ramessidi, circa cento anni più tardi.

Il processo inizia con la presentazione del defunto, la cui immagine è stata scalpellata; egli recita una formula parzialmente derivata dal Libro dei morti, affinchè il suo cuore gli permetta di accedere all’Aldilà (a proposito del significato attribuito dagli Egizi al cuore, si veda il nostro sito al seguente link sul nostro sito: https://laciviltaegizia.org/2021/05/15/ib-il-cuore/)

Giunto alla presenza del Tribunale divino, composto (dal basso verso l’alto) dall’Enneade, dai quattro Figli di Horus e da Amenhotep III, Thutmose IV, Amenhotep II e Thutmose III, rappresentati dai loro cartigli, Horemheb recita una requisitoria in proprio favore (si tratta delle 17 colonne di geroglifici confuse con le immagini): eccone un estratto, da Osirisnet.com:
“Ho seguito il dio perfetto, il signore delle Due Terre, Aa-kheperu-Re (Amenhotep II), dotato di vita. E suo figlio che ama, il Signore delle corone Men-kheperu-Re (Tuthmosis IV), dotato di vita, e suo figlio che ama, il signore delle terre straniere Neb-Maat-Re, il figlio di Re, Amen-hotep-heqa-Uaset (Amenhotep-signore-di-Tebe, cioè Amenhotep III), che Amon ama. La sua parola non è mai stata criticata, il suo popolo non è mai stato ingannato a causa sua. Non c’è stata ingiustizia, nessuno si è lamentato”. E gli dei devono ora rallegrarsi di questa nuova recluta!” Possa il vostro cuore gioire, signori dell’eternità, spiriti della necropoli. Ecco, sono venuto dalla terra dei vivi per unirmi a voi nella terra delle ombre. Sono uno di voi.”
Successivamente Horus, inginocchiato, procede a valutare Horemheb: sulla bilancia si trovano il suo cuore e la piuma della dea Maat, che assiste alle operazioni e tiene nella mano destra uno scettro uas e nella sinistra il segno ankh; di fronte a lei, dall’altro lato della bilancia, il dio Thoth in funzione di sacerdote lettore (indicata dalla fascia sul petto) tiene nella mano sinistra la sua tavolozza da scriba e si appresta a prendere nota dell’esito della pesatura.
I due piatti della bilancia sono in perfetto equilibrio: questo significa che nel corso della sua vita Horemheb si è attenuto ai precetti di Maat e merita la vita ultraterrena.
Alla scena assiste Osiride sotto il suo baldacchino, raffigurato come un Faraone: il dio, la cui pelle era in origine di un azzurro intenso, è rappresentato frontalmente con le braccia incrociate sul petto, tiene tra le mani il flagello e lo scettro simboli del potere regale ed indossa una corona inconsueta, che associa l’Atef a due cobra eretti ed a dischi solari e che si appoggia su un paio di corna di montone intrecciate.

Gli oggetti sono realizzati soprattutto in oro, argento e pasta vitrea: nell’immagine si notano vasi per libagioni, due incensieri, due tavole d’offerta, due brocche, una statuina Ba, due pettorali con il pendente a forma di scarabeo ed uno con il pendente a forma di fiore di loto, un pettorale d’oro raffigurante Horus con le ali spiegate, un collare costituito da cinque dischi piatti d’oro, interpretati come altrettante onorificenze (“l’oro del valore”), un collare composto da due file di perle in oro e vari bracciali.
Ad essi sono state aggiunte insegne reali che simboleggiano il potere attribuito ad Horemheb: uno scettro heqa, un flagello, un segno ankh, uno scettro Uas, un gonnellino reale, una maschera funeraria, una corona del Basso Egitto e una dell’Alto Egitto ed una mummia.
CACCIA E PESCA NELLA PALUDE
La parete a destra della stanza longitudinale, proprio di fronte alla rappresentazione del corteo funebre, era decorata con la scena del rito dell’apertura della bocca, oggi praticamente scomparsa così come quella successiva di offerta.
Ancora discretamente conservato invece è il grande murale che si estende all’estremità occidentale del muro, di fronte al giudizio di Osiride, che raffigura il defunto che caccia e pesca nella palude.

Le due scene sono aderenti all’iconografia tradizionale, in auge fin dall’Antico Regno, e sono delimitate a destra ed a sinistra e divise al centro da boschetti di papiri; in entrambe il defunto, di dimensioni eroiche, è in piedi su di una barca di papiro che galleggia sul Nilo accompagnato dalla moglie (oggi molto rovinata) che si tiene alla sua gamba destra e dal figlio, ancora ragazzino in quanto ha ancora la treccia dell’infanzia.
Il boschetto di papiri che delimita la parte sinistra del murale. Molte anatre spiccano il volo, un airone è appollaiato su di un ombrello di papiro, sotto di lui una farfalla e un nido nel quale ci sono due uova e un uccello che sta covando. Sulla barca è collocato un seggiolino pieghevole per Horemheb, il cui corpo è scomparso (nella realtà è improbabile che il seggiolino potesse stare sull’instabile e leggero natante…).

Nell’immagine a sinistra Horemheb trafigge con un arpione biforcuto due grossi pesci (evidentemente tilapie) che nuotano in una specie di stagno verticale che rappresenta le acque libere oltre la riva paludosa del fiume; in quella a destra sta per scagliare il bastone da lancio, mentre con l’altra mano tiene per le zampe due anatre vive che starnazzano e che sono utilizzate come richiamo; in effetti poco oltre un gruppo di anatre spaventate si alza in volo dalla macchia di papiri e tre di loro sono già state colpite al collo con dei bastoni da lancio.
Queste macchie di papiro sono piene di vita e il pittore ha rappresentato varie specie di uccelli e insetti.


Come già si è detto descrivendo la tomba di Userhat, è probabile che questi dipinti parietali relativi alla caccia ed alla pesca assumano un significato simbolico: le prede che vivono in ambienti non dominati dall’uomo rappresentano le forze del caos e devono essere abbattute perché Ma’at abbia il sopravvento ed il defunto possa entrare nell’Aldilà garantendosi la possibilità di rinascita.
I SERVI CHE CACCIANO E PESCANO NELLA PALUDE – I PELLICANI E LE ANATRE
Proprio sotto al murale che raffigura Horemheb che caccia e pesca nella palude vi è un registro sul medesimo tema, nel quale però i protagonisti sono dei servi che si avvalgono di reti.
Sulla destra compare la scena della cattura della selvaggina con la rete esagonale: essa è stata tesa sulla vegetazione acquatica tra due boschetti di papiro e su di essa si sono incautamente posati numerosi volatili di varie specie; ad un segnale del capo cacciatore nascosto nei pressi (si tratta dell’uomo accovacciato sotto i geroglifici, accanto ai pellicani, il cui nome ed il cui grado – “il più alto dei cacciatori, Ptahmes”- ) sono scritti accanto a lui insieme all’esortazione ai compagni appostati a distanza: “Stai attento, tira forte, vigorosamente, sono nascosto da steli di papiro quando volano uccelli puri“) che l’avrebbero chiusa in verticale, tirando l’estremità della lunga corda che era assicurata ad essa (come esattamente funzionasse questo meccanismo ancora non è chiaro) ed intrappolando i volatili che sarebbero stati recuperati ancora vivi.

Sulla sinistra del registro vi era la scena della pesca con la rete, oggi quasi del tutto scomparsa ma fortunatamente disegnata dai primi visitatori della tomba quando ancora era intatta.

L’immagine è divisa in due da linee verticali d’acqua; sulla destra vi è la rete che ha intrappolato numerosi pesci ben riconoscibili (tilapie, mormore, synodonti – una specie di pesci gatto -) e che viene tirata in secco da tre uomini (e da altri due, ora scomparsi); a sinistra si trovava l’immagine della barca sulla quale venivano essiccati al sole i pesci dopo averli eviscerati.

Tra le due scene descritte si inseriscono due registri: uno raffigura cinque pellicani bianchi (Pelecanus onocrotalus) e quattro grandi ceste di uova riparate dal sole da uno strato d’erba, l’altro delle anatre adulte e due cestini di giunco intrecciato che contengono dei pulcini e delle uova.

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