C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

ERNESTO SCHIAPARELLI  –  LA  TOMBA DI KHA E MERIT

Di Piero Cargnino

Sull’argomento vedi anche: LA TOMBA DI KHA E MERIT

La XVIII dinastia è finita, prima però di addentrarmi nella XIX vorrei parlare, con una sorta di campanilismo, di un gioiello che possediamo qui al Museo Egizio di Torino, l’unica tomba egizia mai saccheggiata nell’antichità, (quella di Tutankhamon era già stata profanata nell’antichità), la tomba di Kha e di sua moglie Merit, (TT8).

Già scopritore della tomba di Nefertari, moglie di Ramses II nel 1904, considerata tra le tombe più belle della Valle delle Regine, l’egittologo piemontese, allora direttore del Museo Egizio di Torino, Ernesto Schiaparelli,  nel 1906, scavando nella necropoli di Deir el-Medina, scopre la tomba dell’architetto reale Kha, perfettamente intatta e con un ricco corredo funerario che fu portato interamente a Torino dove si trova tutt’ora.

L’architetto Kha era di umili origini anche se parlare di umili origini in quel tempo è perlomeno improprio. Nell’antico Egitto non esisteva una vera e propria distinzione in classi sociali ed economiche, pare che i cittadini vivessero sì su livelli diversi ma con una numerosa classe media.

Grazie ai suoi meriti divenne prima scriba (come riportato su due dei suoi bastoni da passeggio), arrivando a ricoprire l’incarico di supervisore alla costruzione delle tombe reali nella necropoli di Tebe.

Prestò servizio principalmente alla corte del faraone Amenhotep III ma aveva già svolto incarichi sotto Amenhotep II e Thutmosi IV (circa vent’anni prima di Tutankhamon). Direttore dei Lavori Reali, certamente non apparteneva ad un livello molto basso nella scala sociale, basta pensare che a quei tempi il costo di un semplice sarcofago era pari al costo di una mucca e nella tomba di Kha i sarcofagi erano ben cinque (inseriti gli uni negli altri), si deduce che doveva godere di una certa agiatezza.

Certo che alcuni di questi sarcofagi sono dorati ma la doratura è talmente sottile (10-11 micron) che tutto l’oro che li ricopre complessivamente è pari a quella di un dente d’oro. Stessa cosa si può dire per il lino che era un materiale costoso, nella tomba di Kha ne erano contenute grandi quantità oltre a numerosi abiti e biancheria, quasi tutta ricamata con il suo monogramma.

Parlando della scoperta, Schiaparelli racconta che la porta era così ben conservata che, al momento di entrare chiese la chiave al suo domestico il quale molto seriamente gli rispose: “Non so dove sia signore”. Lo spettacolo che si presentò all’interno lasciò l’egittologo senza fiato.

Due enormi sarcofagi in legno laccati di nero e coperti da teli per ripararli dalla polvere, uno lungo la parete di fondo e l’altro, un po’ più piccolo lungo la parete di destra.

Dai suoi attrezzi, trovati nella tomba, si nota che sono tutti piuttosto consumati, da ciò si deduce che oltre che supervisore fosse anche lui un lavoratore che si mescolava agli altri artigiani, forse fu per una forma di “rispetto professionale” che la sua tomba non fu mai violata dai suoi contemporanei.

Sicuramente era una persona molto scaltra poiché costruì la sua tomba in un luogo nascosto a circa 25 metri dalla cappella funerari di famiglia sotto la quale ci si aspettava che si trovasse. Talmente nascosta che neppure alcuni secoli dopo, quando le violazioni erano un fatto quotidiano, la sua tomba era ormai dimenticata ed introvabile.

Kha iniziò a costruire la sua tomba con il relativo sarcofago parecchio prima di morire, disgraziatamente sua moglie Merit gli premorì, fu così che Kha gli cedette il suo sarcofago.

Il fatto che per Merit sia stato usato il sarcofago giù predisposto per Kha e riadattato è così evidente che essendo Merit parecchio più piccola, onde evitare che il corpo potesse spostarsi, vennero posti dei rotoli di bendaggio sopra il capo della mummia (vedere la foto).

Una volta aperto il sarcofago di Merit apparve un secondo sarcofago antropomorfo in legno stuccato, bitumato e con doratura a foglia. Secondo Schiaparelli Merit era collocata sul fianco sinistro, tesi che cozza con le foto dell’epoca che la mostrano distesa sulla schiena e con il fatto che la mummia non presenta malformazioni, che si sarebbero prodotte col tempo, che denotino la sua collocazione sul fianco.

Meravigliosa la maschera funebre di Merit in lino stuccato con doratura a foglia e con inseriti di pietre preziose e vetro colorato.

Il sarcofago esterno di Kha è simile a quello di Merit ma molto più massiccio.

Al suo interno si trova un secondo sarcofago antropomorfo in legno dorato e bitumato. Il secondo sarcofago ne conteneva un terzo, sempre antropomorfo ed anch’esso in legno stuccato e dorato, bitumato all’interno.

Sul secondo sarcofago di Kha venne rinvenuto, piegato senza molta cura, il suo  libro dei morti. Un enorme papiro lungo 13,80 mt. contenente oltre 30 capitoli destinati anche alla consorte.

Le mummie sono in ottimo stato di conservazione all’interno dei loro sarcofagi e raramente vengono messe in mostra.

All’interno della tomba di dimensioni modeste trovavano posto, alla rinfusa (lo si vede dalle foto originarie), circa 500 oggetti che avrebbero dovuto servire a Kha e sua moglie Merit nell’aldilà.

Oltre agli immancabili vasi canopi, una serie di mobili, tra cui due letti con poggiatesta, vari cofanetti che risultarono pieni di biancheria di lino, tra cui 17 tuniche di Kha, alcune in lino leggero ed altre in lino più pesante, altri cofanetti  contenevano recipienti per profumi, balsami e creme oltre ad un paio di forbici, rasoi da barba e una pietra per affilare.

Vennero inoltre rinvenuti oltre 50 perizomi molti dei quali puliti e ben ripiegati mentre molti altri, consunti, sporchi e bucherellati erano conservati a parte.

Numerose brocche e vasi uno dei quali bellissimo in terracotta biancastra dipinta che reca ancora il tappo di tela che copre il collo sul quale spicca l’occhio udjat dipinto.

Numerosi pani impastati in varie forme alcuni dei quali su di un tavolino di canne.

Alcuni sgabelli tra cui uno pieghevole in legno di sicomoro con le quattro gambe incrociate che terminano in teste di anatra scolpite con intarsi in ebano ed uno sgabello che denuncia chiaramente la sua funzione (wc), una bellissima sedia ad alto schienale, posta di fronte al sarcofago di Merit, sulla quale era poggiata una statuetta lignea con una ghirlanda di fiori essiccati, due piccoli ushabti, una piccola zappa ed un modellino di sarcofago.

In un cofanetto era riposta con cura la stupenda parrucca di Merit di lunghi capelli arricciati, si tratta di capelli umani lunghi 54 cm., che formano lunghe trecce arricciate e intrecciate nella parte finale. Tre di esse, lunghe e spesse scendono sulla schiena mentre due più piccole incorniciano il viso.

Sono presenti tra l’altro vari doni tra cui un cubito rivestito di foglia d’oro che reca un’iscrizione del faraone Amenofi II (quello esposto è una copia) probabile dono del faraone al suo architetto, una coppa di bronzo con l’iscrizione del faraone Amenofi III, una situla di bronzo a forma di secchio recante il nome di un sacerdote Userhat, figlio dello scriba Sau, una tavolozza da scriba forse appartenuta ad un certo Amenmes.

Numerosi bastoni che pare non siano appartenuti tutti a Kha in quanto su alcuni si leggono nomi di altre persone tra cui Neferhebef e Khaemwaser. Il dono più strano è un bellissimo gioco della Senet probabilmente offerto da un suo operaio di nome Benermerit.

Sottoposto ai raggi X, sul corpo di Kha è evidente  un ampio collare e pesanti orecchini entrambe d’oro.

Fonti e bibliografia:

  • Eleni Vassilika, “La Tomba di Kha”, Scala, 2010
  • Anna Maria Donadoni Roveri, “Dal Nuseo al Museo, Passato e Futuro Museo Egizio di Torino”, 1989
  • Silvio Curto, Renato Grilletto, “Le mummie del Museo Egizio di Torino”, 1989
  • Beppe Moiso, “Ernesto Schiaparelli e la tomba di Kha”,  Ed. Adarte – 2008
  • Eleni Vassilika, “I capolavori del Museo Egizio di Torino, 2009
  • Ernesto Schiaparelli, “La tomba intatta dell’architetto Kha nella necropoli di Tebe”, Milano, 1927
  • Enrico Ferraris, “La tomba di Kha e Merit”, Bologna, Franco Cosimo Panini, 2019
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Milano, Electa, 1999
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Torino, Ananke, 2005
  • Peis Luca, “Il papiro di Kha”, Monaco, LiberFaber, 2017) Le foto (ove non indicato diversamente) sono opera di Giacomo Franco Lovera, fotografo ufficiale

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