EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

LA PIRAMIDE ROSSA (DASHUR NORD)

Immagine n. 35 Sulla sinistra è visibile l’entrata posta ad una trentina di metri di altezza sulla faccia settentrionale dell’edificio. Il nome attribuito correntemente al monumento è dovuto al particolare colore del nucleo, il cui abbagliante rivestimento in calcare bianco fu sottratto interamente in epoca medievale (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 118-119).

In conseguenza dei cedimenti verificatisi durante la costruzione della Piramide Romboidale, prima di dare il via all’edificazione del terzo dei grandi monumenti di Snefru, la cosiddetta Piramide Rossa (Immagini n. 35-36), si provvide ad un accurato rilevamento del sottosuolo. Il basamento fu esteso a 220 metri di lunghezza per lato e si decise di abbassare l’angolo di inclinazione delle facce a poco meno di 45°. In quest’occasione fu definitivamente abbandonato il metodo di costruzione a strati, adottato per le piramidi a gradoni, in quanto l’esperienza acquisita aveva dimostrato che, nella costruzione di edifici dalle pareti più ripide, non vi fosse alcun vantaggio in termini di risparmio di lavoro: si ricorse pertanto alla posa in opera di pietre disposte su corsi orizzontali. Con la sua altezza di 105 metri, la piramide di Dashur nord è la terza per dimensioni dopo quelle di Khufu e Menkhaura a Gizah. L’edificio, che si lascia ammirare per il suo aspetto armonioso e maestoso, è caratterizzato da una distribuzione interna proporzionata e coerente con i suoi ambienti disposti uno di seguito all’altro, situati appena sotto il livello del suolo, e resi accessibili tramite un passaggio che si apre sulla parete settentrionale a circa 30 metri di altezza (Immagine n. 37). Di certo questo ingresso non dovette rivelarsi particolarmente agevole durante il funerale del re quando fu introdotta la mummia e ci si occupò della sigillatura del corridoio.

Immagine n. 36 Veduta dalla sommità della Piramide Rossa in direzione della Piramide Romboidale (©Label News in Franck Monnier: “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 64).

Le fondamenta di un tempio funerario posto di fronte al lato orientale della piramide, completato evidentemente in tutta fretta, e alcuni miseri resti di un corpo mummificato rinvenuti nella camera del sarcofago hanno spinto l’egittologo Rainer Stadelmann a ritenere che Snefru fu inumato proprio in questo luogo. Inoltre, altri particolari, come il blocco di chiusura destinato a ostruire il passaggio verso la camera superiore della Piramide Romboidale che non fu mai abbassato e i danni sopraggiunti durante la costruzione dell’edificio, sembrano avvalorare questa ipotesi. Nel 1950 i primi frammenti di resti umani (e anche di ossa di animali), scoperti negli appartamenti della Piramide Rossa, furono analizzati da Ahmed Batrawi e i risultati lo indussero a pronunciarsi su una datazione risalente all’Antico Regno, quindi compatibili con una attribuzione a Snefru. Per contro, studi di questo tipo sono stati contraddetti da tecniche di analisi più moderne. È quindi opportuno mantenere una certa cautela, tanto più che questa tomba deve essere stata visitata e poi riutilizzata, come la maggior parte delle tombe dell’Antico Impero, dagli egiziani delle epoche successive. Nessuna prova decisiva permette di concludere che Snefru sia stato sicuramente sepolto in questo luogo, ma la Piramide Rossa resta il candidato più probabile.

Immagine n. 37 La prima anticamera della Piramide Rossa di Snefru presenta un perfetto soffitto aggettante alto 12,20 metri) (© Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.119).

I quasi cinquanta anni impiegati per gli incessanti lavori condotti durante il regno di Snefru apportarono grandi progressi nelle tecniche costruttive in particolar modo riguardo alla muratura, lo scavo delle gallerie, il trasporto delle pietre e l’ingegneria strutturale. Dopo le critiche esperienze culminate con i gravi cedimenti dovuti all’ instabilità del suolo a Dashur sud, fu posta una grande attenzione nella scelta dei siti e fu perfezionata sia l’organizzazione sia la logistica in conseguenza del trasferimento (per due volte) delle città dei costruttori di piramidi. La necessità di materiali edili, dei diversi tipi di pietra, di legname e di rame per gli utensili e le attrezzature stimolò spedizioni e commerci con i Paesi del nord e dell’est, portando ad una più profonda coscienza e conoscenza del mondo circostante la valle de Nilo. Inoltre, i funzionari, attraverso i numerosi compiti svolti, finirono per acquisire una formidabile esperienza che permise loro di divenire un efficiente strumento di governo centralizzato.

La Piramide rossa (Immagine n. 38) fu eretta poche centinaia di metri a nord della Piramide Romboidale di Dashur Sud. Deve il suo nome alla colorazione rossastra che la caratterizza dovuta all’impiego del calcare locale utilizzato per la sua costruzione. Oltre ad essere il più antico edificio di forma piramidale pura è anche uno dei più maestosi, figurando al terzo posto per dimensioni dopo quelli di Khufu e Kaefra.

Immagine n. 38 La Piramide Rossa di Dashur-Nord (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 65).

Da quanto è possibile giudicare, il complesso funerario si presenta di una grande semplicità, essendo costituito da un tempio accostato alla facciata orientale, racchiuso in un recinto che circondava da vicino l’assieme (Immagine n. 39). Nessuna piramide satellite fu edificata nei pressi della sepoltura, così come sembra che non sia stata realizzata alcuna via ascensionale per collegare il tempio alto ad un eventuale porto di accoglienza.

Immagine n. 39 Pianta del complesso della Piramide Rossa e ricostruzione in prospettiva del tempio funerario (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 65).

Nonostante le sue modeste dimensioni, la pianta di questo tempio segna una netta evoluzione rispetto a quelli delle piramidi di Meidum e Dashur-Sud: il vestibolo lascia il posto, stavolta, ad un piccolo cortile a peristilio fiancheggiato da magazzini, mentre la corte con la tavola delle offerte è sostituita da una cappella coperta.

Il monumento ha un’inclinazione media delle facce di 44°44’ e, in origine la sua altezza doveva essere di 108,51 metri; la sua base presenta un errore di livellamento inferiore ai 10 centimetri! Se si esclude la sparizione quasi completa del rivestimento esterno, l’edificio si presenta in condizioni davvero eccellenti. Le assise di blocchi di pietra sono disposte orizzontalmente (secondo l’uso che da questo momento diventerà standard) e rivelano un’altezza variabile, che diminuisce progressivamente dal basso verso l’alto, tra 1,18 e 0,50 metri.

Sulla facciata settentrionale, ad un’altezza di 30,92 metri, e leggermente spostata verso est rispetto all’asse della piramide, si trova l’accesso alla distribuzione interna. Un passaggio discendente penetra all’interno dell’edificio per poi, dopo 55,55 metri, assumere una posizione orizzontale formando un corridoio lungo 7,43 metri. Quest’ultimo sbocca in un’anticamera lunga 8,33 metri e larga 3,65 metri, ricoperta da una volta aggettante impostata sulle pareti est ed ovest. L’altezza totale della struttura raggiunge 12,31 metri e alla base del muro meridionale, nei pressi dell’angolo sud-ovest, si diparte un corridoio che conduce ad una seconda anticamera del tutto simile alla prima e situata esattamente sotto la sommità della piramide. Nella parete sud di questa, a un’altezza di 7,80 metri, si trova l’apertura di un passaggio che, una volta chiuso, doveva risultare assolutamente invisibile, anche alla luce delle torce, ed al quale oggi vi si può accedere solo grazie ad un’impalcatura. Dopo qualche metro di distanza questo condotto raggiunge una camera orientata da est a ovest di dimensioni leggermente maggiori delle due precedenti. In origine il passaggio era alto solo 1,05 metri, ma uno scavo avvenuto in un’epoca sconosciuta, permette ai visitatori di mantenersi in posizione eretta (Immagine n. 40). 

Immagine n. 40 Ricostruzione in prospettiva degli appartamenti funerari della Piramide Rossa (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 67).

La camera funeraria è lunga 8,35 metri e larga 4,18 metri e come di regola per le soluzioni adottate durante il regno di Snefru, la sua campata venne progressivamente ridotta da una serie di sporgenze fino a un’altezza di 13,68 metri. Il pavimento di questa stanza è stato scavato e smantellato abbondantemente fino a una profondità di oltre 4 metri, mettendo a nudo le fondamenta costituite da grossi blocchi disposti a vista (Immagine n. 41). È fuor di dubbio che queste devastazioni furono causate da saccheggiatori che di certo non lesinarono nell’impiego di mezzi poco ortodossi nella ricerca di eventuali tesori. Sicuramente è da imputare a loro la modifica del passaggio tra la camera e l’anticamera sud, un intervento il cui scopo era quello di facilitare la rimozione dei materiali di scavo. Fu, inoltre scavata una galleria profonda alcuni metri al di sotto del livello del pavimento scomparso, nella parete nord della camera. Poiché non è mai stato rinvenuto alcun frammento di sarcofago, si può supporre che l’assenza di tale elemento abbia spinto gli esploratori del passato a cercare altrove una camera funeraria. (Ricerche che sicuramente dovettero andare deluse).

Immagine n. 41 La camera funeraria della Piramide Rossa (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 67).

La qualità della muratura e le finiture – davvero di notevole fattura – contrastano con l’aspetto caotico degli appartamenti di Meidum e di Dashur-Sud e le volte si presentano in uno stato di conservazione eccezionale. E’ evidente che i capomastri hanno dato prova in questo luogo, come raramente altrove, di una padronanza assoluta della loro arte, optando per una pianta e forme semplici, ma sapendo al contempo offrire al loro sovrano una dimora eterna all’altezza del suo status divino.

Fonti:

  • Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 46÷67
  • Rainer Stadelmann ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.112÷119

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