LE REGINE DI MONTUHOTEP II
Di Grazia Musso e Luisa Bovitutti
Tra il 2050 ed il 2000 a. C. circa Montuhotep II fece erigere il proprio complesso templare a Deir el Bahari, nel remoto e desertico anfiteatro roccioso dove in seguito sorsero anche i templi di milioni di anni di Hatshepsut e di Thutmose III.
Il monumento era dedicato al dio Montu e non svolgeva solo funzioni funerarie per il re, ma era anche un luogo di commemorazione delle sue imprese come leader militare e spirituale nella riunificazione dell’Egitto ed ospitava le tombe della sua Grande Sposa Reale Tem, delle spose secondarie Kawit, Henhenet, Sadeh, Kemsit ed Ashayet (o Aashait) e della piccola Mayt (o Myt), una bimba di cinque anni che forse era sua figlia oppure che era destinata, crescendo, a diventare sua moglie.

La figura della dea Hathor sulla destra del blocco fu scalpellata durante il periodo di Amarna e fu restaurata con intonaco all’inizio della XIX dinastia, quando venne probabilmente rinnovata anche parte dell’area dipinta.
Immagine di dominio pubblico.
Dimensioni: H. 36 cm; L. 98 cm – Numero oggetto: 07.230.2
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/548212
Sebbene gli egizi fossero tendenzialmente monogami, infatti, fin dal predinastico la poligamia era per il Faraone quasi doverosa, perché in un’epoca nella quale la mortalità infantile era elevatissima, era essenziale garantire la continuità della dinastia e quindi avere molti figli.
Tale pratica rimase comune anche nei secoli successivi, tant’è che nel corso della XIII dinastia comparve il titolo di Grande Sposa Reale (Hmt nswt wrt) attribuito alla moglie principale del faraone, spesso una sorella del re, la quale, oltre a garantirgli numerosi eredi, doveva acquisire esperienza di governo, in quanto avrebbe dovuto assumere il ruolo di reggente qualora egli fosse morto quando il principe ereditario era ancora piccolo.
Tutte le altre spose (Hmt nswt) avevano un ruolo secondario sostanzialmente paritetico; potevano essere egizie nobili o di umili origini, oppure principesse straniere entrate a far parte della famiglia reale per ragioni politiche; esse conducevano una vita lussuosa e consona al loro rango, ma neppure il fatto di aver dato alla luce l’erede al trono faceva loro acquisire uno status più elevato, tant’è che quando Thutmose III e Siptah, figli di spose secondarie, divennero Faraoni ancora giovanissimi, la reggenza venne assegnata alle Grandi Spose Reali Hatshepsut e Tausert.

Nel 1859 il Dr. Lorange e C.C. Graham, scavando per conto di Lord Dufferin nel sito oggi in completa rovina scoprirono sul retro del tempio, in posizione parallela alla tomba del sovrano, quella appartenente a Tem, madre del futuro Mentuhotep III, che in seguito ad una modifica del progetto originario che previde l’edificazione della porzione posteriore venne inglobata nel complesso del consorte.
Sul pavimento, infatti, si notano le tracce dell’intervenuto allargamento dello spazio tra le colonne per consentire di portare il massiccio sarcofago della regina nella tomba, situata tra le prime due file di colonne da sud.
L’ipogeo fu riaperto qualche decennio dopo da G. Maspero, da Naville e da Winlock ma venne ripulita dai detriti e studiata solo nel 1968 da Dieter Arnold durante una campagna dell’Istituto Archeologico Germanico (DAI); oggi essa ora funge da deposito ed è chiusa da una porta, nel corso del tempo nuovamente ostruita da sabbia e detriti.
Nel 1907 Édouard Naville, che scavava per conto dell’Egypt Exploration Fund portò alla luce quella di Kawit e tra il 1923 ed il 1931 il team del Metropolitan Museum of Art di New York diretto da Herbert Winlock rinvenne quelle di Henhenet, di Sadeh, di Kemsit e di Ashayet, che erano forse anche sacerdotesse di Hathor e di Myt.
Esse erano tutte sostanzialmente simili a quella di Kawit, ed erano costituite da una piccola cappella funeraria a pianta quadrata, chiusa da porte di legno; le pareti erano decorate e all’interno veniva deposta una statua della defunta (nell’ordine da destra a sinistra Mayt, Ashayt, Sadhe, Kawit, Kemsit e Henhenet); dalla cappella si accedeva ad una semplice tomba a pozzo, sul fondo della quale doveva trovare posto il sarcofago.

In origine le cappelle facevano parte di una tomba a saff, poi vennero inglobate nell’ala ovest del peristilio (o ambulatorio), costruito successivamente e delimitato sul lato esterno da un muro spesso cinque cubiti, che circondava l’edificio centrale (forse una piramide, oppure un tronco di piramide, oppure ancora una collinetta) edificato sulla terrazza del tempio.
L’accesso al peristilio avveniva attraverso una stretta apertura nel muro (m. 1,21) posta al centro del lato est, della quale, oggi, non resta che la soglia rivestita in granito; esso permetteva l’accesso ad una sola persona alla volta, ma non ad una barca sacra, che era più grande; un secondo ingresso analogo si apriva ad ovest collegando la corte centrale al peristilio.
Visto che le cappelle erano preesistenti e non potevano essere spostate, i costruttori non riuscirono ad allinearne la parte anteriore con il muro ovest della sala, tanto che la loro facciata rimase sporgente nel peristilio e che l’erezione delle colonne rese faticoso se non impossibile accedervi.
Secondo Arnold, la cappella di Aashayt venne completamente sbarrata da una colonna, mentre l’accesso a quelle di Henhenet e Kauit divenne difficile; anche la cappella di Myt venne nascosta quasi del tutto dalle murature dell’angolo Nord-Ovest del peristilio pur conservando un piccolo accesso che permetteva di entrarvi.

Disegno tratto da WINLOCK, HE, la spedizione egiziana del 1920 – 1921: III. Scavi a Tebe, in BMMA 16, n. 11 parte 2 (novembre 1921), fig. 20
I pozzi vennero scoperti successivamente, ed associati alle cappelle grazie ai nomi degli occupanti che vennero rinvenuti al loro interno, che coincidevano con i nomi iscritti sulle cornici delle cappelle.
Fuori dal complesso templare emerse anche la tomba di Neferu II, la seconda delle spose principali del re, probabilmente anch’essa in origine compresa nel recinto del tempio poi smantellato da Hatshepsut per costruire il suo Djeser Djeseru; durante la XVIII dinastia era divenuta un luogo di culto, poi nel corso dei secoli fu saccheggiata e smantellata per recuperare la pregiata pietra calcarea che rivestiva le pareti.