Donne di potere

I SARCOFAGI DI ASHAIT

Il sarcofago ligneo e l’interno del sarcofago calcareo di Ashait

Ashait venne inumata in un cassone in legno (oggi al museo del Cairo – JE 47355) recante sull’esterno fasce d’oro con testi magici intorno ai lati e sul coperchio, i due udjat all’altezza degli occhi e sopra di essi file di amuleti, necessari affinchè ella potesse superare tutte le insidie del periglioso viaggio verso l’Adilà.

L’interno, invece, era vivacemente colorato: il coperchio raffigura il cielo, ed è dipinto con una lunga preghiera e con la rara rappresentazione di un almanacco astrologico, riportante il momento del sorgere di stelle e costellazioni durante le ore notturne.

Il sarcofago ligneo di Ashait, oggi al Cairo. Per gentile concessione di www.meretsegerbooks.com

Questo sarcofago ligneo venne a sua volta inserito in quello calcareo; quest’ultimo è scolpito all’esterno con scene che sottolineano il rango reale e sacerdotale della defunta ed avevano la funzione di presentarla formalmente agli dei, mentre all’interno è dipinto con immagini di vita quotidiana che riflettono la sua identità personale ed altresì con scene di macellazione del bestiame, di deposito di granaglie e di preparazione di cibi per garantire alla defunta il perpetuo sostentamento.

Parte dell’iscrizione sul sarcofago, recante il nome della regina (Aashyt) e l’epiteto “giusta di voce”. Per gentile concessione di www.meretsegerbooks.com 

L’interno del sarcofago è stato quindi concepito come uno spazio magico nel quale la regina è circondata da ciò di cui avrà bisogno per l’eternità e dalle persone che l’avevano fedelmente servita durante la sua vita: Ashait, quindi, non aspira solo all’Aldilà, ma desidera mantenere un ruolo preminente ed autonomo nella sua casa e godere delle medesime prerogative che avevano caratterizzato la sua vita terrena.

Disegno del lato interno sinistro del sarcofago calcareo di Ashait, che mostra una scena che si ripete più volte sugli altri lati e nella decorazione esterna dei sarcofagi delle regine.
A sinistra si nota la sovrana assisa su di una sedia, mentre annusa una ninfea blu, simbolo di rinascita e di eterna giovinezza; davanti a lei lo scriba identificato dalle iscrizioni come “Intef” recita formule religiose leggendole da una tavoletta e alle sue spalle un’ancella si prende cura della sua bellezza porgendole un vasetto di unguento profumato e portandole uno specchio hathorico, che tiene in un’apposita custodia.
Dietro allo scriba, in piedi, si notano quattro offerenti (un uomo e tre donne); le due donne all’estrema destra della scena sono di etnia Medjay e si chiamano Federtyt e Mekhenet; probabilmente facevano parte dello staff personale della regina, che era loro affezionata al punto da volerle accanto a sé anche nell’Aldilà.
All’estremità sinistra, la scena è delimitata da un motivo a facciata di palazzo, sormontato da una gola egizia e con al centro i due grandi occhi udjat.
L’immagine venne realizzata da Charles K. Wilkinson, in scala 1:2 (l’originale misura h. 38.4 cm x w. 113.3 cm) per il MET di New York, dove è custodito con il numero 48.105.31
Immagine di pubblico dominio a questo link: https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544536
Il lato destro del sarcofago è occupato da scene analoghe: a sinistra la regina è seduta su di una sedia cerimoniale ed annusa una ninfea mentre un’ancella in piedi dietro di lei la rinfresca con un ventaglio.
Nell’immagine speculare posta a destra annusa un vasetto mentre la donna alle sue spalle ed un uomo ai suoi piedi gliene porgono altri. La scena centrale, delimitata da due tavole ricolme di offerte, è divisa in due registri: quello superiore raffigura due mucche, una rossiccia dalle corna lunghe ed una bianca a piccole macchie nere, che viene munta da un servo; di fronte ad essa, legato alla sua zampa anteriore, sta il suo vitellino.
Nel registro inferiore, invece, vi sono un uomo e quattro donne che portano varie offerte tra le quali si individuano un cesto, due specchi, due vasi e due scrigni
Disegno realizzato da Charles K. Wilkinson, in scala 1:2 (l’originale misura h. 38.4 cm x w. 113.3 cm) per il MET di New York, dove è custodito con il numero 48.105.31
Immagine di pubblico dominio a questo link: https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544536 
Disegno del lato superiore interno del sarcofago calcareo di Ashait: esso presenta in alto due registri di iscrizioni, un terzo con nove vasetti contenenti oli sacri; nel registro centrale è rappresentato un poggiatesta affiancato da due “erme” a testa umana, forse rappresentanti maschere in cartonnage; in quello più basso si notano due scrigni ed un collare.
L’immagine venne realizzata da Charles K. Wilkinson, in scala 1:2 (l’originale misura h. 38.1 cm x w. 35.6 cm) per il MET di New York, dove è custodito con il numero 48.105.30
Immagine di pubblico dominio a questo link: https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544534 
Fotografia dell’immagine originale: si notano la regina che annusa una ninfea, l’ancella con il vasetto di unguento profumato e con lo specchio, lo scriba che sta recitando formule religiose e un’offerente con un tessuto ed un cofanetto; sopra di essa altre offerte funerarie.
Fotografia di Luisa Bovitutti – Museo egizio di Piazza Tahrir – Il Cairo 
Disegno del lato inferiore interno del sarcofago calcareo di Ashait: esso presenta due registri di iscrizioni, uno con una serie di vasetti, un altro con tre paia di sandali che la defunta avrebbe potuto utilizzare nell’Aldilà ed infine il registro inferiore mostra una cesta, forse destinata a contenere i sandali stessi o altri accessori.
L’immagine venne realizzata da Charles K. Wilkinson, in scala 1:2 (l’originale misura h. 38.1 cm x w. 35.6 cm) per il MET di New York, dove è custodito con il numero 48.105.30
Immagine di pubblico dominio a questo link: https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544534
Fotografia del rilievo originale dipinto sul lato interno destro del sarcofago: Ashayt annusa un contenitore di unguento profumato e l’ancella dietro di lei gliene offre un altro. Per gentile concessione di www.meretsegerbooks.com
La fotografia del dipinto originale che raffigura la mucca rossiccia dalle corna lunghe. Per gentile concessione di www.meretsegerbooks.com 
La fotografia del dipinto originale della mucca bianca a piccole macchie, che viene munta da un servo, e del vitellino. Per gentile concessione di www.meretsegerbooks.com
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I SARCOFAGI DELLE SPOSE SECONDARIE DI MONTUHOTEP II

CENNI GENERALI

Secondo le usanze funerarie dell’epoca la mummia di ogni regina era stata deposta in un feretro di legno “a cassone”, a sua volta inserito in un sarcofago del medesimo tipo in calcare, recante il suo nome ed i suoi titoli; sono sopravvissuti solo quello di Kawit, di Henhenet, di Ashait e centinaia di frammenti di quello di Kemsit.

Essi non sono costituiti da un unico blocco di pietra in quanto il pozzo funerario era troppo stretto ed insufficiente a consentirne il passaggio; in modo ingegnoso gli antichi ne realizzarono ogni lato separatamente e lo trasportarono nella camera sepolcrale, provvedendo poi ad assemblare in loco i vari pezzi fissandoli tra loro con fasce di bronzo sugli angoli.

Il più raffinato di essi era probabilmente quello di Kemsit, che aveva scene scolpite e colorate all’esterno e dipinte all’interno ed i cui resti si trovano al British Museum di Londra, catalogato al numero EA 43037; M. me Neville disegnò le scene su di esso riprodotte in base ai frammenti rinvenuti, verificando che anche su questo manufatto era stato realizzato lo stesso programma iconografico presente sui sarcofagi di Kawit e di Ashait.

Notevole è anche il sarcofago di Kawit, decorato solo all’esterno ad altorilievo molto fine e dettagliato e recante un’unica iscrizione in nero; esso misura H. 119 cm., L. 262 cm. e Largh. 119 cm. e si trova ora al Vecchio Museo del Cairo, catalogato al n. JE 47397.

Uno dei lati del sarcofago di Kawit, al museo del Cairo di Piazza Tahrir.
Fotografia di Jacqueline Engel, a questo link sul nostro sito https://laciviltaegizia.org/…/sarcophagus-of-queen…/
L’altro lato del sarcofago di Kawit, tratta dal già citato testo di Naville, vol. I, Londra, 1907, tavola XIX. Immagine di dominio pubblico

Sontuosissimo era quello di Ashait, anch’esso esposto al museo di Piazza Tahrir al Cairo, catalogato con il n. JE 47267esso misura m. 2,5 di lunghezza e m. 0,97 di altezza e di profondità ed era riccamente decorato sia all’esterno che all’interno; nel 1926 le scene all’interno furono copiate a tempera ed in scala 1:2 da C. Wilkinson e i relativi disegni sono conservati presso il MET di New York, che li ha digitalizzati e messi a disposizione degli studiosi.

Sarcofago esterno di Ashait, per gentile concessione di Meretsegerbooks, a questo link: https://www.meretsegerbooks.com/…/sarcophagus-of-aashit

Molto più modesto è invece quello di Henhenet, in calcare ma con la base in arenaria; misura L. 261 × P. 105 × H. 97 cm. e si trova oggi al Metropolitan Museum di New York, con il numero di catalogo 07.230.1a,b..

Esso, infatti, è privo di immagini e reca solo due grandi occhi udjat sul fianco ed una riga di iscrizioni attorno al bordo e longitudinalmente sul coperchio, dipinte di verde e poi delineate di nero su due lati; il terzo lato fu iniziato ma lasciato incompiuto.

Il coperchio recava in origine un’iscrizione a bassorilievo per una donna chiamata Kawit (omonima, a quanto pare, della regina) sopra il cui nome fu poi aggiunto quello di Henhenet, dipinto di verde.

Sarcofago di Henhenet.
Come il sarcofago, anche il coperchio è composto da lastre separate.
Immagine di dominio pubblico a questo link: https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544207

I sarcofagi di Kawit, di Kemsit, di Ashait e di Henhenet recano nella parte alta una fascia di geroglifici con formule di invocazione ad Osiride, Anubi, Iside e Nefti perché permettessero alle defunte di godere loro tramite delle offerte funerarie consistenti in acqua pura ed in migliaia di focacce, vasi di birra, buoi, uccelli, alabastro, lino e di ogni cosa buona, oltre ad “una buona sepoltura nella terra dell’Ovest, nella tomba dell’Aldilà”.

Il sarcofago di Ashait reca queste formule anche all’interno.

Sotto di esse sono scolpite scene che si ripetono quasi identiche su tutti i sarcofagi (salvo quello di Henhenet) affinchè attraverso la magia dell’immagine, le regine potessero godere anche nell’Altro mondo ed in perpetuo del medesimo stile di vita; qualora per un qualsiasi motivo le offerte alla tomba fossero state interrotte, sarebbero state efficacemente sostituite da quelle dipinte sulle pareti.

Il protocollo iconografico di questi sarcofagi prevedeva immagini della regina assisa sul trono intenta a farsi pettinare da un ancella, ad inebriarsi del profumo di una ninfea o di balsami preziosi, a mangiare davanti a tavole di offerte riccamente imbandite mentre i servi attorno a lei soddisfano ogni suo desiderio e vari offerenti le portano vari e lussuosi beni; la mungitura, l’allevamento dei bovini e la macellazione rituale degli stessi; lo stoccaggio dei cereali; motivi a facciata di palazzo recanti simboli djed o due occhi udjat, che avrebbero permesso alla defunta di osservare il mondo dei vivi, di ricevere le offerte funerarie e di guardare il quotidiano sorgere del sole, simbolo di rinascita.

Esse sono state già descritte in quanto scene simili sono dipinte nella camera funeraria di Kemsit.

Iconografia dei sarcofagi – Le regine

Come abbiamo già sottolineato le scene rappresentate sui sarcofagi delle spose secondarie di Montuhotep II sono tipiche del protocollo decorativo funerario dell’epoca e si ripetono anche più volte sullo stesso reperto: quella più diffusa raffigura la regina che riceve le offerte o si fa servire dalle sue ancelle, spesso mentre annusa una ninfea, che simboleggia la rinascita e il profumo dell’eterna giovinezza .

Questa immagine sottolinea il rango elevato della defunta, che si distingue per l’abbigliamento ed i gioielli raffinati (un pettorale, collane, bracciali e lo scrigno destinato a contenerli) e che sta assisa su di un trono arcaico o su di una sedia cerimoniale.

Sul fianco sinistro del sarcofago di Kawit ella è rappresentata due volte: la prima con in mano uno specchio hathorico mentre un uomo le serve da bere probabilmente del latte ed un’ancella alle sue spalle le acconcia i capelli corti e ricci, e la seconda mentre sta mangiando del pane o una focaccia prelevata dal cumulo di offerte alimentari posto di fronte a lei.

Kawit raffigurata sul fianco sinistro del suo sarcofago, mentre viene acconciata da un’ancella e si disseta con una bevanda che le viene servita da un uomo.
Fotografia di Jacqueline Engel sul nostro sito a questo link 
https://laciviltaegizia.org/…/sarcophagus-of-queen…/

Sul fianco destro invece appare mentre annusa una ninfea e con l’altra mano prende un vasetto per unguenti offertole da un’ancella che regge una lunga piuma da utilizzare come ventaglio per rinfrescarla.

Kawit raffigurata sul fianco destro del suo sarcofago mentre annusa una ninfea e preleva un unguento profumato da un vasetto che un’ancella le porge mentre la rinfresca con un ventaglio costituito da una grande piuma.
Fotografia di Arthur Weigall (1880 – 1934), Public domain, via Wikimedia Commons

Sul lato sinistro del sarcofago di Ashait ella sta bevendo da un bicchiere e tiene in mano forse una ninfea; un domestico le offre una coppa nella quale versa del latte ed una donna le porge due boccali simili.

Ashait raffigurata sul lato destro del suo sarcofago, seduta davanti ad una ricca tavola di offerte che annusa una ninfea, viene rinfrescata con il ventaglio da un’ancella posta dietro di lei e riceve un’anatra da un servo.
Fotografia di Jon Bodsworth, Utilizzo libero protetto da copyright, via Wikimedia Commons

Di seguito ed in direzione opposta la regina è assisa davanti a una tavola traboccante di offerte mentre annusa una ninfea; un cane è accucciato ai suoi piedi e dietro di lei un’ancella le offre un vaso e nella mano destra impugna la piuma – ventaglio.

Sul lato destro la troviamo seduta davanti ad una ricca tavola di offerte che annusa una ninfea, viene rinfrescata con il ventaglio da un’ancella posta dietro di lei e riceve un uccello da un servo; in una seconda immagine avvicina al viso un contenitore con un unguento profumato, mentre una donna gliene porge un altro.

Sul lato destro del suo sarcofago la regina Ashait, è rappresentata assisa su di una sedia cerimoniale mentre annusa un vasetto contenente unguento profumato.
Fotografia di Luisa Bovitutti, presso il Vecchio Museo Egizio del Cairo

I BOVINI, LA MUNGITURA E LA “MUCCA PIANGENTE”

Un’altra scena tipica del protocollo decorativo dei sarcofagi delle regine è quella dei bovini al pascolo e della mungitura, che richiama il legame tra le defunte e la dea Hathor, che viene spesso raffigurata in forma di vacca, talvolta mentre nutre il sovrano con il suo latte divino.

Sul lato sinistro del sarcofago di Kawit compaiono due mucche con i loro vitellini, una con le corna lunghe e arcuate ed un’altra priva di corna che viene munta da un servo.

Sarcofago di Kawit, lato sinistro. Particolare della mucca che piange
Fotografia di Luisa Bovitutti, scattata al Vecchio Museo Egizio del Cairo

Anche sul lato destro si ritrovano due mucche con i loro piccoli, uno dei quali sta succhiando il latte della madre.

Sarcofago di Kawit, lato sinistro.
Fotografia di Luisa Bovitutti, scattata al Vecchio Museo Egizio del Cairo.

Analoghe scene compaiono su due registri sovrapposti realizzati sul lato sinistro del sarcofago di Ashait: in quello superiore un servo in ginocchio è raffigurato mentre munge una mucca, che ha il capo teneramente abbassato sul vitellino davanti a lei; in quello inferiore invece è un’altra tra le cui zampe si trova il suo piccolo.

Sarcofago di Ashait, lato destro.
Fotografia di Luisa Bovitutti, scattata al Vecchio Museo del Cairo
Sarcofago di Ashayt, lato destro. Particolare della mucca che piange
Fotografia di Luisa Bovitutti, scattata al Vecchio Museo Egizio del Cairo.

Anche sul lato destro sono raffigurati tre bovini ed un vitellino insieme all’uomo che forse ne è il guardiano (un altro è raffigurato all’estremità destra).

Sarcofago di Ashait, lato destro.
Fotografia di Luisa Bovitutti, scattata al Vecchio Museo del Cairo

Guardando con attenzione le immagini, si nota che una lacrima scende dall’occhio delle mucche.

Patrizia Burlini, in un interessante post che trovate sul nostro sito a questo link  ha analizzato il significato di questo dettaglio, oggetto di molteplici studi.

Osserva Patrizia che:

(Fonte: Perspectives on lived religions, Edited by N. starling, H. Twiston Davies and L Weiss Palma 21, Papers on Archeology of the Leiden Museum, Sidestone Press, 2019).

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LE TOMBE DELLE SPOSE SECONDARIE DI MONTUHOTEP II

Le tombe delle regine e di Myt sono tipiche del Medio Regno e sono costituite da un pozzo verticale lungo più o meno 5 m. e largo circa 2,5 m. scavato nella roccia che scende fino a una modesta camera sepolcrale rettangolare destinata ad ospitare il sarcofago ed il corredo funerario e che dopo l’inumazione veniva sigillata con blocchi di arenaria e mattoni; l’unica le cui pareti interne erano state decorate con scene analoghe a quelle realizzate sul sarcofago, è quella di Kemsit, delle quali parleremo in un prossimo post.

Nonostante le devastazioni dovute agli antichi saccheggi, vennero rinvenuti in loco alcuni depositi di fondazione: si pensa che ogni cappella ne avesse da uno a tre, collocati agli angoli e dalla composizione analoga: tessuti di lino, tre accette di metallo, ceselli, lame di selce, alcune manciate di chicchi di orzo e qualche perlina circolare blu in fayence.

Sopra ogni pozzo, tra il muro che divide la corte posteriore del tempio ed il massiccio quadrato centrale, nella zona nella quale in epoca successiva Montuhotep fece edificare il peristilio, sorgeva una piccola cappella simile ad un sacrario nella quale si celebravano i riti funebri e venivano deposte le offerte.

Frammento di bassorilievo in pietra calcarea dipinta proveniente dalla cappella di Kemsit, raffigurante in alto un disco solare alato con due urei e due segni ankh sopra la corona del re Nebhepetre Mentuhotep II e un testo geroglifico sulla destra.
Il sovrano indossa una corona bianca particolare, tipica della prima parte del suo regno, con fasce rosse larghe e strette e un tratteggio nella parte superiore che indicherebbe un materiale intrecciato e due piume nella parte posteriore.
Rappresentazioni del re con la stessa corona si trovavano altrove nella cappella di Kemsit, in quelle di Sadhe e di Ashayt, e nel tempio funerario del re.
Dimens.: H 36,50 cm. max; L. 26,50 cm. max; Prof. 15,50 cm. max.
Oggi al British Museum (EA1450), non esposto.
https://www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA1450_4
© The Trustees of the British Museum . Condiviso con licenza Creative Commons 4.0 Internazionale (CC BY-NC-SA 4.0)
 

Esse, tutte praticamente identiche, erano piccole stanze cubiche di circa tre metri per lato con spesse pareti, sormontate da una modanatura a gola egizia e decorate agli angoli da semicolonne lignee con capitello lotiforme addossate al muro; oggi sono individuabili solo grazie al tracciato del perimetro rimasto sul pavimento ed ai frammenti dei rilievi della decorazione delle pareti emersi durante gli scavi.

Nonostante le devastazioni provocate dagli antichi saccheggiatori, vennero rinvenuti ancora in loco alcuni depositi di fondazione: probabilmente ogni cappella ne aveva due o tre, dal contenuto standardizzato: tessuti di lino, accette di metallo di due diverse tipologie, ceselli, lame di selce, alcune manciate di chicchi di orzo e qualche perlina circolare blu in fayence.

Frammento di rilievo in pietra calcarea dipinta proveniente dalla cappella di Kemsit e raffigurante la parte posteriore di una scena di mungitura.
Dimens.: H. 17,50 cm. max; L. 12,70 cm. max;
Oggi al British Museum, non esposto. Grande numero EA1450.471
© The Trustees of the British Museum . Condiviso con licenza Creative Commons 4.0 Internazionale (CC BY-NC-SA 4.0) .

L’ingresso della cappella era chiuso da una porta lignea e la facciata era decorata con un motivo a doppio pilastro djed alternato a strutture architettoniche e sormontato da un registro superiore a mezzaluna con fregi khekeru; la restante superficie era suddivisa in pannelli da linee di testo, ed ogni pannello era organizzato in registri.

La regina era rappresentata riccamente vestita ed ornata di gioielli mentre viene acconciata dalle ancelle, oppure davanti ad una tavola colma di offerte, oppure in compagnia del re che la cingeva con un braccio (immagine del tutto atipica, in quanto i canoni stilistici dell’epoca prevedevano che fosse la sposa ad abbracciare il consorte) e come destinataria dei beni portati da processioni di servi; non mancavano formule di offerta ed i nomi ed i titoli delle defunte.

Altre scene ne richiamavano lo stato sacerdotale, come ad esempio quelle raffiguranti mucche con i loro vitellini e la mungitura, in quanto il latte era utilizzato nei riti in onore di Hathor, la dea mucca, e considerato nutrimento divino che ella elargiva al sovrano; Ashait e Kemsit sono inoltre raffigurate sui loro sarcofagi mentre ricevono specchi con l’impugnatura hathorica, e Kawit mentre lo tiene in mano; anche la mummia di Ashait presentava sulle bende l’impronta di uno specchio di bronzo.

Questo frammento di rilievo in calcare dipinto reca il cartiglio e la rappresentazione del re Nebhepetra Montuhotep con la regina Kemsit. Entrambi sono in piedi, la regina è alle sue spalle e lo abbraccia, mentre il re la tiene per mano.
Egli indossa un gonnellino plissettato, una corona bianca a fasce larghe e strette alternate, adornata sul retro da una piuma ed un diadema a fascia recante un ureo; al collo ha un ampio collare ed ai polsi indossa dei bracciali; impugna nella mano destra un lungo scettro.
La regina porta la tipica veste a tubino con una cintura a strisce verticali in vita e larghe bretelle a strisce orizzontali e porta un collare e dei bracciali.
Dimens.: H max 57 x L. max 51 x Prof. 22 cm. max Oggi al British Museum (EA1450), non esposto.
https://www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA1450_1
© The Trustees of the British Museum . Condiviso con licenza Creative Commons 4.0 Internazionale (CC BY-NC-SA 4.0)

Sulle pareti interne si trovavano doppie false-porte (è evidente l’intenzione del sovrano di ricollegarsi alle usanze funerarie dell’Antico Regno) sormontate da lunette decorate con fasci di papiro, teste di falco, pilastri djed e colonnine zigrinate; sul lato est si apriva una nicchia chiusa da una porta decorata con due occhi udjat contenente una statua della defunta, probabilmente in legno, che da quanto si desume dalle tracce sul pavimento veniva trasportata all’esterno con una slitta in occasione dei riti religiosi.

I pochi frammenti superstiti della cappella di Henhenet sono conservati al MET di New York, ove sono stati ricomposti per ricostruire uno dei pannelli (MMA 07.230.1d); presso questa stessa istituzione si trovano anche i resti più significativi della cappella di Sadeh, mentre alcuni di essi sono rimasti al museo del Cairo, dove sono conservati anche i frammenti superstiti di quelle di Kawit e di Aashayt; i modesti frammenti della cappella di Kemsit si trovano infine al British Museum.

Restauro moderno che incorpora i frammenti antichi appartenuti alla cappella della regina Henenet; la decorazione era realizzata in calcare dipinto, imitava la struttura di un sacrario in legno e recava nell’angolo in alto a sinistra dell’immagine il nome della regina.
Dimensioni: H. 120 x L. 114 x P. 34 cm.
Numero oggetto: 07.230.1d
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544208
IMMAGINE DI PUBBLICO DOMINIO 

M.me Naville (Marguerite Naville, fotografa e disegnatrice moglie dell’archeologo Edouard Naville che lo accompagnò nel corso delle sue campagne di scavo, Marguerite Naville ricostruì graficamente le cappelle delle regine e di Myt trovate nel complesso, documentando per i posteri i colori originari che si sono poi sbiaditi con il passare del tempo.

Le sue opere furono pubblicate nel secondo e terzo volume dell’opera del marito, The XIth Dynasty Temple at Deir el-Bahari apparsi nel 1910 e nel 1913.

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LE SACERDOTESSE – SPOSE SECONDARIE DI MONTUHOTEP II

Come si è visto la parte posteriore del peristilio del tempio funerario di Montuhotep II a Deir el-Bahari ospitava le tombe saccheggiate di cinque tra le sue spose minori oltre a quella di una bimba di cinque anni il cui legame con il sovrano non è stato possibile determinare ed alla quale dedicheremo un post a parte.

Si tratta delle regine Henhenet, Kemsit, Kawit (anche Kauit o Kawyt), Sadeh (o Sadhe) ed Ashait (o Aashayit o Ashayet), elencate in base alla successione delle loro tombe, incolonnate da sinistra a destra; l’ultima sulla destra apparteneva alla piccola Myt.

Le origini di queste donne non sono note ma certamente esse non avevano legami di sangue con la famiglia reale, diversamente avrebbero portato i titoli che competevano alle donne di quel rango; tutte erano definite “sposa del re, la sua amata”“ornamento del re” ed “unico ornamento del re”, e Sadeh era anche “Onorata presso Osiride”.

Ognuna di loro era Sacerdotessa di Hathor, la dea protettrice della necropoli e del sovrano; dal momento che nessun’altra regina associava questo titolo a quelli regali, è verosimile che esse facessero parte di un gruppo elitario che si occupava dei riti e delle cerimonie a sostegno dell’autorità del re presso il suo tempio funerario, che sorgeva addossato alle falesie di Deir el-Bahari, fin dall’Antico Regno sede di un culto particolarmente sentito della dea e dallo stesso Montuhotep, che le era devoto al punto da definirsi “Figlio di Hathor, Madre di Denderah”.

Henhenet (tomba DBXI.11) la cui mummia ed il cui sarcofago si trovano oggi al Metropolitan Museum di New York, morì di parto a soli ventun anni.

Kemsit (tomba DBXI.5 o TT308), le cui spoglie non sono sopravvissute alle depredazioni, pare avesse un ruolo di rilievo tra queste regine, in quanto la sua camera funeraria è l’unica che presenta rilievi parietali che riprendono le scene del sarcofago e la sua cappella è un poco più grande delle altre. Sia le decorazioni sopravvissute che i resti del sarcofago si trovano oggi al British museum.

Frammento in pietra calcarea proveniente dalla cappella di Kemsit, raffigurata seduta su di un trono arcaico, mentre annusa un vasetto di unguento profumato. Davanti a lei si trovava un servo del quale rimane solo una mano che regge una piccola tazza nella quale viene versato del liquido. Kemsit ha i capelli corti e ricci, un ampio collare ed alti bracciali ad ogni polso. Indossa un abito aderente e lungo, con le spalline molto strette che sembrano lasciare il seno scoperto, lavorato con un motivo a piume prerogativa delle divinità e che forse stava ad indicare il suo status di sacerdotessa. Sopra di esso porta un piccolo scialle rettangolare.
Il colore della pelle di Kemsit è rosato, così come il collare, i bracciali e altre parti del rilievo, ma verosimilmente si tratta del fondo sul quale veniva steso il colore definitivo, le cui tracce sono ancora visibili.
British museum, n. EA1450 – H. max: 41 cm., L. max 41 cm.; Pr. 16 cm.
© The Trustees of the British Museum . Condiviso con licenza Creative Commons (CC BY-NC-SA 4.0)

E’ stata invece rinvenuta la mummia di Kawit (tomba DBXI.9), morta a soli vent’anni; i ladri l’avevano spogliata degli amuleti e dei gioielli e poi riavvolta in un telo di lino e lasciata nel suo sarcofago di calcare.

Tra i detriti della tomba si ritrovarono i frammenti di un piccolo sacrario decorato, un vasetto di diorite alto 5 cm. e sei piccolo sarcofagi di legno iscritti con una linea di geroglifici in pittura verde lungo il centro del coperchio ed i lati, riportante il nome della defunta; essi contenevano proto ushabti bendati come mummie che recavano sul petto il nome della regina scritto in ieratico.

Le Regine Kawit e Kemsit (il cui nome è visibile in geroglifico tra le due figure); frammento dal tempio funerario di Montuhotep II a Deir el-Bahari
Dimensioni: H. 101 cm.; L. 73,5 cm.; Spess. 9,5 cm. Collezione Museo d’Arte e Storia di Ginevra Numero di accesso 004767
By Rama, CC BY-SA 3.0 fr https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=78254016

Questi reperti si trovano ora al Museo del Cairo.

Di Sadeh (tomba DBXI.7) non è sopravvissuto nulla se non i frammenti della sua cappella, che hanno permesso di determinarne la forma e la decorazione e che ora si trovano in parte al Museo del Cairo, in parte al MET di New York.

Ashait (tomba DBXI.17), il cui nome è attestato anche in uno scarabeo, aveva appena ventidue anni al momento della morte; ella venne inumata in un feretro rettangolare di legno recante una linea di iscrizione sull’esterno ed una mappa celeste all’interno, a sua volta inserito in un sarcofago in calcare dipinto con scene all’interno ed il cui esterno era decorato con rilievi, il cui coperchio era stato spezzato dai saccheggiatori.

Frammento calcareo recante l’immagine della regina Ashait, proveniente dalla sua cappella. I suoi resti, il sarcofago, il feretro ligneo e la decorazione della cappella si trovano al Museo del Cairo. Il numero di registrazione ufficiale (Journal d’Entrée) presso il Museo è JE 47267.
Foto scattata da Dave Robbins nel 2019.

Nella tomba vennero rinvenuti, oltre ai descritti sarcofagi ed ai miseri resti della regina, anche le bende di lino che ne fasciavano il corpo, recanti sigilli che ne certificavano la provenienza dai laboratori della necropoli reale e del palazzo, alcuni proto ushabti ed il cartonnage che ricopriva la mummia, oggi in cattivo stato di conservazione.

Del corredo funerario sono stati ritrovati solo alcune perline, un braccialetto di conchiglia, due cavigliere di perline argentate e ceramiche di poco valore; una statuetta che la raffigura è venuta alla luce quasi intatta nelle vicinanze.

Tutti questi reperti si trovano oggi al Museo del Cairo.

E’ probabile che queste regine – sacerdotesse vivessero nell’harem del sovrano, che all’epoca si trovava a Tebe ed ospitava le spose secondarie, il figli reali e spesso le regine vedove ed era un insediamento residenziale e produttivo fisicamente separato dal palazzo reale anche sotto il profilo finanziario.

Esso infatti si sostentava con il proprio ingente patrimonio ed era dotato di un’organizzazione amministrativa e di personale proprio che lavorava per garantire ai reali ospiti il tenore di vita adeguato al loro rango e per produrre beni, soprattutti manufatti tessili, che venivano venduti ed esportati; qui le nobildonne supervisionavano le attività domestiche e dirigevano quelle produttive.

Salvo Henhenet, che come già si è detto morì di parto, così come accertato dall’anatomopatologo dott. Douglas Derry che eseguì l’autopsia nel 1923, non risulta che queste regine abbiano avuto figli dal re, tant’è che alcuni studiosi ipotizzano che i loro matrimoni fossero solo simbolici e rappresentassero l’unione del sovrano con la dea Hathor al fine di rafforzare il suo ruolo divino e la sua legittimazione al trono.

I particolari onori che egli tributò a queste donne, facendosi rappresentare mentre le abbracciava e riservando loro una tomba nel suo tempio funerario adiacente alla montagna sacra alla dea sarebbero da interpretare in quest’ottica.

Altri ritengono invece che queste unioni avessero un significato puramente diplomatico e fossero finalizzate a cementare i rapporti con la Nubia, paese dal quale è possibile che provenissero Ashait, Kawit, Kemsit ed Henhenet.

In effetti Kawit ed Ashait hanno un antroponimo non egizio ed all’interno del sarcofago di quest’ultima erano raffigurate due nubiane appartenenti alla sua famiglia; Kemsit (“la nera”) veniva rappresentata con labbra marcate, capelli corti e ricci e la pelle d’ebano, anche se il colore potrebbe essere solo simbolico, legato ad Osiride ed alla rigenerazione; la mummia di Henhenet, infine, a parere di alcuni avrebbe i tratti somatici tipici delle donne originarie di quelle zone.

In effetti la Nubia era sottomessa militarmente all’Egitto ma ospitava tribù e governanti locali con i quali il sovrano doveva necessariamente mantenere rapporti amichevoli perché essi controllavano importanti rotte commerciali e territori ricchi di oro e di beni esotici.

E’ evidente che stringendo legami matrimoniali con nobildonne dell’élite locale Montuhotep II creava alleanze con le loro famiglie per conquistarne la fedeltà e ridurre il rischio di rivolte; ha altresì osservato acutamente la dott. Callender che queste giovani portate alla corte tebana non avrebbero mai più rivisto la loro terra natale e di fatto sarebbero diventate degli ostaggi nelle mani del sovrano egizio.

Le fonti alle quali abbiamo attinto per la redazione di questo post saranno indicate in calce all’ultimo della serie sulle spose di Montuhotep II; aprendo le immagini troverete le didascalie ed i crediti.

Le tombe ed i reperti in esse rinvenuti saranno oggetto di successiva trattazione.

Grazie a Dave Robbins che ci ha permesso di utilizzare la fotografia del frammento raffigurante Ashait da lui scattata al Museo del Cairo.

Donne di potere

LE SPOSE PRINCIPALI DI MONTUHOTEP II: TEM E NEFERU II

Tem (chiamata anche Temt o Temet) fu una delle due spose principali di Nebhepetre Mentuhotep (il titolo Grande Sposa Reale entrò in uso solo con la XIII dinastia); le sue origini sono oscure, poiché non compare nelle fonti storiche e nella tomba non vi sono prove della sua ascendenza reale; il nome è riportato solo sul suo sarcofago, realizzato in pregiato alabastro ed in arenaria, e su di frammento calcareo di una tavola per le offerte.

Da un’iscrizione in inchiostro blu che al momento della scoperta si trovava sul sarcofago e che già prima del 1906/1907 si era dissolta lasciando solo tracce illeggibili si apprende che ella portava i titoli di Moglie del Re, la sua amata, di Madre del Re dell’Alto e del Basso Egitto, di Madre del Re e Grande dello Scettro ed è nota solo per aver dato alla luce il futuro Mentuhotep III, impresa che le valse una sepoltura regale.

A quanto emerge dalle fonti attualmente a disposizione, è l’unica delle spose del re a non aver rivestito il ruolo di sacerdotessa di Hathor.

Ella sopravvisse al coniuge e, come già detto, venne sepolta nella grande tomba DBXI.15, sita nel complesso funerario da lui fatto edificare a Deir el-Bahari; il suo ingresso si trova all’estremità sud dell’edificio e si sviluppa parallelamente alla tomba del re.

Rilievo raffigurante Montuhotep III, dal tempio di Montu a Medamud, oggi al Louvre, E 15113, a questo link: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Montouhotep_III,_E_15113_(032008_37_b).jpg
Museo del Louvre, Public domain, via Wikimedia Commons

La camera funeraria è accessibile tramite un ripido corridoio scavato nella roccia, largo 1,5 metri, alto 2,3 metri, che dopo circa 9 metri diventa meno inclinato; molto probabilmente era sigillata con una lastra o un blocco di arenaria, alcuni frammenti del quale sono stati rinvenuti nei pressi dell’ingresso.

Essa misura 4,1 x 4,4 m., è scavata grossolanamente nella roccia, ha una volta poco profonda ed è quasi interamente occupata dal sarcofago, incassato nel pavimento in una fossa profonda 75 cm. e non parallela alle pareti della camera.

Il sarcofago fu probabilmente distrutto da un terremoto; era costituito da una base di arenaria con scanalature poco profonde lungo i lati nelle quali erano alloggiati i pannelli laterali in alabastro non particolarmente pregiato e riparato con gesso, alti 1,75 m.; ora è stato restaurato e le singole parti sono legate tra loro con del ferro; si trova ancora in loco, ma senza il coperchio, che non è stato rinvenuto.

Al momento della scoperta la tomba era già stata saccheggiata e i pochi reperti ritrovati sono oggi andati persi; durante i lavori del 1968, tra le macerie della sala colonnata del tempio è stato rinvenuto il citato frammento di una tavola per offerte recante il nome ed il titolo della regina, il che testimonia che fu destinataria di un culto funerario.

Non esistono raffigurazioni di Tem, anche se Renée J. Fleury ha sommessamente ipotizzato che l’immagine femminile che compare accanto a Montuhotep III sulla stele esposta al Brooklyn Museum of Art che trovate nelle fotografie, comunemente ritenuta essere la dea Iunyt, consorte del dio Montu dal quale il sovrano prendeva il nome (Montuhotep = Montu è soddisfatto) possa essere invece sua madre Tem, assimilata ad una divinità.

Particolare di un’imponente lastra di calcare (78,7 x 130,8 x 11,4 cm.), appartenente in origine alla parete di una cappella costruita per Montuhotep III ad Armant. Alla destra il sovrano con il nemes reale e l’ureo, a sinistra la dea Iunyt (ipoteticamente Tem). La scena probabilmente raffigurava l’Heb Sed, l’antico rituale di rinnovamento che si teneva di norma nel trentesimo anno di regno; Montuhotep III regnò solo per dodici anni, quindi probabilmente l’immagine ha un significato augurale.
Brooklyn Museum, 37.16E.(Foto: Brooklyn Museum utilizzabile in base alla seguente licenza: https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/4.0/

Neferu II portava i titoli di sposa del resposa del re la sua amata, figlia maggiore del re del suo corpo, principessa ereditaria e signora di tutte le donne, che compaiono nella camera funeraria della sua tomba (TT319 di Deir el-Bahari) e sul suo sarcofago e che enfatizzano la sua origine regale; fonti archeologiche provano che prima di diventare regina era sacerdotessa di Hathor, ma il titolo scompare dopo la sua unione con il re.

Questo rilievo in calcare in origine dipinto si trova al museo di Brooklyn (n. cat. 3599 – 19 x 23.6 x 1.9 cm) e faceva parte di una scena che raffigurava la regina Neferu pettinata dalle ancelle, probabilmente in vista della sua partecipazione ad un rituale in onore di Hathor.
Neferu è identificata come “la sposa del re” ed indossa un elaborato collare di perline. Dietro di lei, Henut ha già fissato una ciocca di capelli e ne sta attorcigliando un’altra.
Le immagini e le informazioni sono del Brooklyn museum (si veda il sito ufficiale) ed utilizzate in base a Creative Commons License: CC BY-NC-SA . 

Ella era anche la sorella di Montuhotep II perchè, come lui, era figlia di Antef III e della regina Iah, il che le valse, come da tradizione, il ruolo di sposa principale.

La traccia più significativa della sua esistenza è costituita dalla grande tomba, degna della donna più importante del regno, che secondo tradizione era destinata a dare all’Egitto il futuro sovrano.

L’aspettativa venne delusa, in quanto probabilmente morì giovane, durante i primi anni di regno del coniuge, tant’è che fu il figlio di Tem ad ereditare il trono.

Hatshepsut probabilmente demolì la sovrastruttura originaria per costruire il suo tempio, creando tuttavia un ingresso nel cortile del Djeser Djeseru affinchè la parte ipogea rimanesse accessibile.

La TT319 è una tomba a pozzo lunga circa 20 m., costituita da una cappella esterna dotata di una falsa porta e destinata alle attività di culto funerario, in parte scavata nella roccia della montagna tebana e lastricata con pietra calcarea, dalla quale si diparte un corridoio inclinato che porta alla camera funeraria collocata a circa 50 m. sotto il livello del suolo.

Le pareti erano rivestite di blocchi di arenaria decorati ed al suo interno ospitava il sarcofago in calcare della regina, del quale sono sopravvissuti solo dei resti ed il corredo funerario, completamente depredato già nell’antichità.

Ushabty rappresentante il sarcofago della regina Neferu (Metropolitan Museum, cat. 25.3.244 A-C), licenza Creative Commons CC0 1.0 Universal

Le decorazioni della camera funeraria erano ancora in discrete condizioni ma la cappella ed il corridoio erano molto deteriorati sia per i precedenti saccheggi che per l’intervenuta successiva rimozione a fini di riutilizzo delle lastre di calcare; fortunatamente molti frammenti dei rilievi della cappella sono stati ritrovati in loco o mescolati ai detriti che la ingombravano e sono oggi conservati al MET di New York (ne parleremo in un prossimo post).

Donne di potere

LA SCOPERTA DELLE OTTO TOMBE

LE REGINE DI MONTUHOTEP II

Tra il 2050 ed il 2000 a. C. circa Montuhotep II fece erigere il proprio complesso templare a Deir el Bahari, nel remoto e desertico anfiteatro roccioso dove in seguito sorsero anche i templi di milioni di anni di Hatshepsut e di Thutmose III.

Il monumento era dedicato al dio Montu e non svolgeva solo funzioni funerarie per il re, ma era anche un luogo di commemorazione delle sue imprese come leader militare e spirituale nella riunificazione dell’Egitto ed ospitava le tombe della sua Grande Sposa Reale Tem, delle spose secondarie Kawit, Henhenet, Sadeh, Kemsit ed Ashayet (o Aashait) e della piccola Mayt (o Myt), una bimba di cinque anni che forse era sua figlia oppure che era destinata, crescendo, a diventare sua moglie.

Particolare di un rilievo calcareo proveniente dal tempio di Montuhotep II che mostra il sovrano con Hathor (qui non visibile). Esso risale al 2010–2000 a.C. circa ed è in mostra al MET di New York.
La figura della dea Hathor sulla destra del blocco fu scalpellata durante il periodo di Amarna e fu restaurata con intonaco all’inizio della XIX dinastia, quando venne probabilmente rinnovata anche parte dell’area dipinta.
Immagine di dominio pubblico.
Dimensioni: H. 36 cm; L. 98 cm – Numero oggetto: 07.230.2
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/548212

Sebbene gli egizi fossero tendenzialmente monogami, infatti, fin dal predinastico la poligamia era per il Faraone quasi doverosa, perché in un’epoca nella quale la mortalità infantile era elevatissima, era essenziale garantire la continuità della dinastia e quindi avere molti figli.

Tale pratica rimase comune anche nei secoli successivi, tant’è che nel corso della XIII dinastia comparve il titolo di Grande Sposa Reale (Hmt nswt wrt) attribuito alla moglie principale del faraone, spesso una sorella del re, la quale, oltre a garantirgli numerosi eredi, doveva acquisire esperienza di governo, in quanto avrebbe dovuto assumere il ruolo di reggente qualora egli fosse morto quando il principe ereditario era ancora piccolo.

Tutte le altre spose (Hmt nswt) avevano un ruolo secondario sostanzialmente paritetico; potevano essere egizie nobili o di umili origini, oppure principesse straniere entrate a far parte della famiglia reale per ragioni politiche; esse conducevano una vita lussuosa e consona al loro rango, ma neppure il fatto di aver dato alla luce l’erede al trono faceva loro acquisire uno status più elevato, tant’è che quando Thutmose III e Siptah, figli di spose secondarie, divennero Faraoni ancora giovanissimi, la reggenza venne assegnata alle Grandi Spose Reali Hatshepsut e Tausert.

Il tempio di Montuhotep visto dal retro e dall’alto della falesia tebana. L’ingresso della tomba di Tem si trovava sulla destra in basso, proprio dove finiva la costruzione, ed era parallela a quella del consorte; quelle delle sei regine secondarie sorgono in corrispondenza delle colonne che circondano la massiccia base centrale, là dove l’edificio si restringe. Quella di Nefer è esterna al recinto templare e come già detto si trova oggi nel cortile del tempio di Hatshepsut. Autore dell’immagine: Markh, pubblicata qui con licenza Creative Commons

Nel 1859 il Dr. Lorange e C.C. Graham, scavando per conto di Lord Dufferin nel sito oggi in completa rovina scoprirono sul retro del tempio, in posizione parallela alla tomba del sovrano, quella appartenente a Tem, madre del futuro Mentuhotep III, che in seguito ad una modifica del progetto originario che previde l’edificazione della porzione posteriore venne inglobata nel complesso del consorte.

Sul pavimento, infatti, si notano le tracce dell’intervenuto allargamento dello spazio tra le colonne per consentire di portare il massiccio sarcofago della regina nella tomba, situata tra le prime due file di colonne da sud.

L’ipogeo fu riaperto qualche decennio dopo da G. Maspero, da Naville e da Winlock ma venne ripulita dai detriti e studiata solo nel 1968 da Dieter Arnold durante una campagna dell’Istituto Archeologico Germanico (DAI); oggi essa ora funge da deposito ed è chiusa da una porta, nel corso del tempo nuovamente ostruita da sabbia e detriti.

Nel 1907 Édouard Naville, che scavava per conto dell’Egypt Exploration Fund portò alla luce quella di Kawit e tra il 1923 ed il 1931 il team del Metropolitan Museum of Art di New York diretto da Herbert Winlock rinvenne quelle di Henhenet, di Sadeh, di Kemsit e di Ashayet, che erano forse anche sacerdotesse di Hathor e di Myt.

Esse erano tutte sostanzialmente simili a quella di Kawit, ed erano costituite da una piccola cappella funeraria a pianta quadrata, chiusa da porte di legno; le pareti erano decorate e all’interno veniva deposta una statua della defunta (nell’ordine da destra a sinistra Mayt, Ashayt, Sadhe, Kawit, Kemsit e Henhenet); dalla cappella si accedeva ad una semplice tomba a pozzo, sul fondo della quale doveva trovare posto il sarcofago.

Il tempio di Montuhotep II secondo la ricostruzione di Édouard Naville, a questo link: https://archive.org/…/xithdynastytemp…/page/n90/mode/1up

In origine le cappelle facevano parte di una tomba a saff, poi vennero inglobate nell’ala ovest del peristilio (o ambulatorio), costruito successivamente e delimitato sul lato esterno da un muro spesso cinque cubiti, che circondava l’edificio centrale (forse una piramide, oppure un tronco di piramide, oppure ancora una collinetta) edificato sulla terrazza del tempio.

L’accesso al peristilio avveniva attraverso una stretta apertura nel muro (m. 1,21) posta al centro del lato est, della quale, oggi, non resta che la soglia rivestita in granito; esso permetteva l’accesso ad una sola persona alla volta, ma non ad una barca sacra, che era più grande; un secondo ingresso analogo si apriva ad ovest collegando la corte centrale al peristilio.

Visto che le cappelle erano preesistenti e non potevano essere spostate, i costruttori non riuscirono ad allinearne la parte anteriore con il muro ovest della sala, tanto che la loro facciata rimase sporgente nel peristilio e che l’erezione delle colonne rese faticoso se non impossibile accedervi.

Secondo Arnold, la cappella di Aashayt venne completamente sbarrata da una colonna, mentre l’accesso a quelle di Henhenet e Kauit divenne difficile; anche la cappella di Myt venne nascosta quasi del tutto dalle murature dell’angolo Nord-Ovest del peristilio pur conservando un piccolo accesso che permetteva di entrarvi.

Dettaglio dell’area del tempio ove sono evidenziate le cappelle ed i pozzi funerari.
Disegno tratto da WINLOCK, HE, la spedizione egiziana del 1920 – 1921: III. Scavi a Tebe, in BMMA 16, n. 11 parte 2 (novembre 1921), fig. 20 

I pozzi vennero scoperti successivamente, ed associati alle cappelle grazie ai nomi degli occupanti che vennero rinvenuti al loro interno, che coincidevano con i nomi iscritti sulle cornici delle cappelle.

Fuori dal complesso templare emerse anche la tomba di Neferu II, la seconda delle spose principali del re, probabilmente anch’essa in origine compresa nel recinto del tempio poi smantellato da Hatshepsut per costruire il suo Djeser Djeseru; durante la XVIII dinastia era divenuta un luogo di culto, poi nel corso dei secoli fu saccheggiata e smantellata per recuperare la pregiata pietra calcarea che rivestiva le pareti.

Donne di potere

DALLA FINE DELL’ANTICO REGNO AL MEDIO REGNO

Alla morte della regina Nitocris (o chi per essa) tramonta l’Antico Regno e ha origine il “Primo periodo intermedio”, un’epoca oscura e segnata da lotte interne che si concluse con Mentuhotep II (XI dinastia), il quale attorno al 2065 a. C. riunì sotto il suo dominio il nord ed il sud dell’Egitto dando inizio al Medio Regno, un’epoca di prosperità e di splendore.

TESTA IN ARENARIA DI MENTUHOTEP II RAFFIGURATO COME OSIRIDE. Questa testa del re Mentuhotep II è in arenaria e lo raffigura come Osiride, esprimendone l’assimilazione con la divinità dopo la morte. La statua completa rappresentava il sovrano con il corpo avvolto in un corto mantello bianco sotto il quale le braccia erano incrociate sul petto, con solo le mani scoperte. Egli indossa la corona bianca Atef, la stessa del dio Osiride, adornata con l’ureo reale; in origine aveva anche la barba posticcia, della quale rimane solo la linea nera lungo la mascella del re. Attualmente conservato al British Museum. N. cat. EA720.

Particolare dalla foto a questo link: https://www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA72

Come già si è detto questa fase della storia egizia, la cui delimitazione temporale precisa è controversa stante la povertà e la contraddittorietà delle fonti,  fu caratterizzata dalla rapida disintegrazione del potere centrale menfitico e dal progressivo rafforzamento dei nomarchi locali, che ottennero l’ereditarietà della propria carica; a ciò si aggiunse l’inaridirsi del clima, che comportò la diminuzione delle risorse alimentari inducendo la popolazione che viveva distante dal Nilo a compiere scorrerie ed a rifugiarsi nella valle, alterandone l’equilibrio economico-sociale.

Lo sfacelo della monarchia e la rivalità tra i nomarchi favorì una situazione di anarchia, tanto che al termine dell’VIII dinastia l’Egitto era diviso in tre parti.

Al Nord si riscontrava una forte presenza di immigrazione asiatica; a Menfi, resisteva la vecchia monarchia centralizzata; nel Medio Egitto il nomarca di Heracleopoli chiamato Kheti  assunse il titolo di re dell’Alto e del Basso Egitto con il nome di Kheti I e ben presto espanse il suo dominio anche sul Delta, nella zona di Menfi, sul Fayum ed a Sud fino ad Assyut, formando una nuova linea dinastica di faraoni (IX e X dinastia); nel Sud del Paese invece i re menfiti furono sostituiti dai nomarchi di Tebe,  potenti principi guerrieri che fondarono l’XI dinastia regnando tra Abydo ed Elefantina.

Particolare di un rilievo in pietra calcarea dipinta conservato al British Museum di Londra (n. cat. EA1397) proveniente dal Tempio di Montuhotep a Deir el-Bahari.
Esso raffigura Mentuhotep II con la corona rossa del Basso Egitto; il re indossa un ampio collare, una tunica a una sola spallina e un gonnellino corto dalla cui cintura pendono decorazioni di perline e la coda di uro (toro selvatico estinto) che contraddistingueva il sovrano come “toro vittorioso”.
Il re è abbracciato dal dio della guerra Montu (non più visibile, ma riconoscibile dai resti del disco solare e dell’ureo che portava sul capo), che gli garantisce il suo favore; sulla sua spalla si nota la mano del dio e altre due, che non possono appartenere alla dea che era raffigurata dietro di lui; è possibile che si tratti di un errore dell’artigiano, commesso in occasione del restauro del rilievo avvenuto durante il Nuovo Regno, oppure risalente all’epoca della costruzione del tempio e nascosto sotto uno strato di intonaco e pittura poi caduto nel corso dei secoli.

Il capostipite della dinastia tebana fu Antef il Grande, anche se nelle liste reali successive questo onore è attribuito a Mentuhotep I, che regnò dopo di lui fino al 2125 a.C. ed è conosciuto come  “l’Antenato” o l’Horus Tepi-A; dopo di lui il trono passò brevemente a suo figlio Antef I Sehertawy, poi all’altro suo figlio Antef II, che nel corso di un lungo regno consolidò il suo potere e si assimilò ai Faraoni legittimi attraverso l’inclusione nella sua titolatura dei nomi delle Due Signore e di Figlio di Ra.

Il delicato equilibrio politico cominciò a vacillare con Antef III Nakhtnebtepnefer, che nel suo regno di soli otto anni, riuscì a strappare alcuni territori al re di Heliopolis; la definitiva unificazione delle Due Terre si deve tuttavia al suo successore Mentuhotep II, il quale partì alla conquista del Basso Egitto e in venticinque anni di guerre sconfisse definitivamente Merikara discendente di Kheti I e sottomise i nomarchi del Delta.

Per rafforzare la propria autorità privò i nomarchi di parte del loro potere e li tenne sotto controllo disponendo periodiche ispezioni da parte di funzionari del governo centrale, rinnovò l’apparato burocratico sostituendo tutti i funzionari menfiti ed heracleopolitani con uomini di sua fiducia provenienti da Tebe, nominò due nuovi visir che chiamò “supervisore del sigillo” e “supervisore della casa” ed adottò il completo protocollo reale.

Frammento di rilievo in calcare dipinto raffigurante la testa del re Nebhepetre Montuhotep II che indossa una corta parrucca di capelli ricci e il diadema detto “del barcaiolo”.
Dal suo tempio a Deir el-Bahari, attualmente custodito presso il Nuovo Museo Nazionale scozzese ad Edimburgo – n. A.1906.349
Foto a questo link: https://www.nms.ac.uk/collections/departments/global-arts-cultures-design/projects/buying-power

Nel Primo Periodo Intermedio si succedettero sul trono d’Egitto vari sovrani, ma le liste reali dell’epoca non riportano nomi femminili né risulta che vi siano state regine o personaggi femminili che abbiano acquisito un ruolo di potere; situazione sostanzialmente analoga si ha con riguardo al Medio Regno, durante il quale emerge solo Nefrusobek (nota anche come Sobekneferu e col nome completo di Sobekkara Sobekneferu/Nefrusobek).

Ci occuperemo tuttavia di altre figure, che esercitarono solo un ruolo di rappresentanza in qualità di spose o figlie del Faraone, ma che hanno lasciato una traccia nella storia documentata dalle loro tombe e da quel che rimane del loro corredo funerario, che offrono un’interessante immagine della vita delle nobildonne dell’epoca e del prestigio sociale del quale godevano.  

FONTI:

Donne di potere

NITOCRIS

La regina Nitocris: personaggio storico o mitologico?


Il lunghissimo regno di Pepi II, negli ultimi anni di vita incapace di governare efficacemente il paese, segnò la definitiva disgregazione dell’amministrazione centrale e la crescita incontrollata del potere dei nomarchi locali, che resero ereditaria la propria carica ed istituirono delle dinastie regnanti parallele a quella ufficiale.

La confusione politica che caratterizzò la fine della VI dinastia ed il tramonto dell’Antico Regno fece sì che non venissero tenute registrazioni delle linee successorie, per cui è oggi difficile stabilire con esattezza chi regnò alla morte di Merenra II, suo figlio ed erede, intervenuta dopo un solo anno di regno.

Erodoto, vissuto nel V secolo a. C., narra che un sovrano egizio (verosimilmente proprio Merenra II) venne assassinato in una congiura di palazzo e secondo Manetone, che visse due secoli dopo, gli sarebbe succeduta sul trono come ultimo sovrano della dinastia la moglie e sorella Nitocris, descritta non solo come la più nobile e la più bella tra le donne, ma anche più coraggiosa di tutti gli uomini suoi contemporanei; a lei viene attribuita la costruzione della “terza piramide”, nella quale sarebbe stata sepolta in un sarcofago di basalto blu.

Lo storico greco aggiunge che dimostrando una ferocia incredibile vendicò la morte del coniuge uccidendo tutti i congiurati: ella li invitò ad un banchetto in una vasta sala sotterranea appositamente fatta scavare, e dopo averli ivi rinchiusi l’allagò convogliando al suo interno le acque del Nilo tramite un apposito condotto e facendoli annegare; in seguito, per sottrarsi alle conseguenze del suo gesto (o, secondo un’interpretazione moderna, per espiare l’offesa alla Ma’at derivante dagli omicidi da lei commessi) si suicido’ gettandosi in una stanza colma di braci ardenti.

Questa vicenda narrata da Erodoto non trova riscontri, in quanto al di là delle citate testimonianze, rese da autori vissuti più di duemila anni dopo la fine della VI dinastia, non esistono fonti egizie che menzionino Nitocris né tracce archeologiche del suo regno, tanto che molti studiosi moderni l’hanno ritenuta una figura mitologica.

Fu l’egittologo Percy E. Newberry ad affermarne la storicità, riaprendo un dibattito ad oggi non ancora sopito, rilevando che il nome dell’ultimo sovrano della VI dinastia nella forma “Nt-iqurti” compare non solo nel papiro dei Re di Torino ma anche nella lista di Abydos e suppose trattarsi di Neith, figlia di Pepi I e una delle spose di Pepi II, la cui piramide sorge a Sakkara e ben potrebbe essere stata la terza costruita in quella zona (in realtà l’ipotesi è poco verosimile, in quanto questa regina visse diversi anni prima della misteriosa Nitocris).

Eratostene di Cirene le attribuisce un regno di sei anni da Tebe (pare che ella in precedenza abbia regnato sei anni da Menfi) e sottolinea che fu la ventiduesima sovrana dopo Menes, “una regina, non un re, il suo nome significa ‘Atena Vittoriosa’”, ed anche Giuseppe Flavio la menziona come Nicaule citando Erodoto, senza tuttavia riferire alcunchè in merito alla vendetta da lei compiuta per l’uccisione del fratello.

Altri egittologi hanno peraltro rilevato che il cartiglio di Abydos è praticamente illeggibile e che analisi microscopiche del papiro torinese, ricomposto da molteplici frammenti, proverebbero che la parte sulla quale esso è iscritto è stata inserita erroneamente; la sua collocazione esatta condurrebbe a riferirlo a Netjerkara, chiamato anche Neitiqerty Siptah, indicato come re dell’VIII dinastia.

Anche Wilkinson ritiene che il frammento si riferisca a Neitiqerty Siptah, che ritiene essere l’ultimo sovrano della dinastia; si tratterebbe di un uomo del quale non si sa quasi nulla, identificato dalla tradizione successiva in Nitocris (il cui regno si sovrappone al suo) a causa di un errore di trascrizione.

L’ipotesi oggi maggiormente accreditata è che Merenra Nemtyemsaf II fu l’ultimo sovrano maschio della dinastia, che regnò solo un anno e che alla sua morte, la moglie – sorella Nitocris dovette prendere le redini dello Stato ed affrontare una gravissima crisi dinastica ed il crollo dell’Antico Regno; dopo di lei ebbe inizio il Primo Periodo Intermedio e si susseguirono diciassette sovrani di nessuno spessore, che Manetone riferisce alla VII ed all’VIII dinastia.

Poste queste premesse di ordine storico, l’egittologa Kathleen Cooney ipotizza in modo verosimile che il mito di Nitocris sarebbe la memoria culturale degli eventi reali verificatisi in quegli anni, i cui dettagli nel corso dei millenni sono stati confusi e mitizzati.

Come già detto quel periodo fu poco documentato dagli storici di corte in quanto segnato da scontri tra opposti gruppi di potere, guerre civili, invasioni, flussi migratori, carestia dovuta alla scarsità delle piene del Nilo, ed in assenza di fonti sarebbe nato il mito della regina salita al trono per salvare l’Egitto, situazione che già si era verificata in passato, allorchè la fine di una dinastia ed il conseguente vuoto di potere erano sempre stati preceduti dal regno di una donna in assenza di eredi maschi in età adatta per governare.

Effettivamente sia la madre di Pepi I che quella di Pepi II avevano governato come reggenti del figlio ancora bambino, mantenendo la propria influenza anche quando il giovane re fu in grado di governare da solo; come già spiegato nel post precedente su Nebet, l’egittologa ritiene che non a caso il sovrano avesse escluso dalla successione i figli maggiori nominando erede al trono un principe infante che necessitava di una reggente.

Prima di sposare Ankhesenpepi I e II, infatti, Pepi I aveva certamente avuto altri figli dalle mogli – sorelle più anziane, che alla sua morte (e anche prima) sarebbero stati adulti e si sarebbero contesi il potere, facendo ricorso anche alla violenza, aggravando una situazione di instabilità che già era preoccupante.

Per togliere ai figli maschi adulti ed alle loro madri il potere che derivava dal rapporto endogamico e per dare nuova linfa alla dinastia avrebbe privilegiato Merenra (che associò al trono e poi regnò solo un anno), ed il successore di costui Pepi II, due principi nati quando era ormai avanti negli anni dalle giovani spose di Abydos estranee alla famiglia reale.

Il regno di Nitocris fu troppo breve per permetterle di salvare il paese dal caos; tra l’altro Pepi II non adottò l’espediente ideato dal padre per garantire una successione tranquilla, ed alla sua morte le liste dei re registrano i regni di una serie di sovrani che governarono solo brevemente.

FONTI

Immagine di copertina realizzata con l’IA.

Donne di potere

NEBET

La prima donna visir

Biografia

Inseriamo tra le grandi della storia egizia anche Nebet, una nobildonna vissuta durante la VI dinastia della quale non si sa quasi nulla, se non che era molto vicina al trono, che era definita Figlia di Geb, di Merhu, di Thoth, di Horus, amica unica del Re del Basso Egitto, Ornamento del re, Venerabile del re, Principessa ereditaria, e soprattutto che fu la prima ed unica egizia a rivestire l’incarico di Visir del sud.

Nel 187 a. C. anche Cleopatra Tea Epifane (Cleopatra I, detta Sira) ricevette il visirato dal marito Tolomeo V, ma ella era macedone, in quanto discendente di Seleuco I Nicatore, diadoco di Alessandro Magno, che si battè contro gli altri generali per succedergli e conquistò un impero che si estendeva dall’Anatolia centrale all’Indo. 

Testa raffigurante forse Cleopatra I (o Cleopatra II or Berenice III) come Iside, II secolo a. C., da El Ashmunein (antica Hermopolis), Egypt, ora al Louvre (7462962150)

Nebet era la moglie del nobile di Abydos chiamato Huy o Khuy, il cui padre aveva già rivestito un ruolo di rilievo sotto Teti, ed entrambi compaiono insieme sulla stele ivi rinvenuta detta “di Huy e Nebet”, che risale ai primi anni di regno di Pepi II ed il cui disegno trovate nelle immagini (oggi al museo del Cairo cat. CG 1578).

La stele di Nebet e Khuy, disegno tratto da FISCHER H. G., Egyptian women of the Old Kingdom and of the Heracleopolitan Period, Second Edition, The Metropolitan Museum of Art, New York, 2000.

Nonostante dal tenore dell’iscrizione sulla stele e dalla sua posizione sul lato sinistro della stessa, di solito riservata al personaggio più eminente, si desuma che i suoi titoli sono più elevati rispetto a quelli di Khuy, è rappresentata in scala minore rispetto a lui; da altre fonti peraltro sappiamo che quest’ultimo fu altresì nominato Padre del dio ed Amato dal dio (avendo le sue due figlie Ankhesenpepi I e Ankhesenpepi II sposato Pepi I) ed altresì Sovrintendente della Città Piramidale, un titolo normalmente detenuto dal Visir.

Il visir Mereruka, rilievo dalla sua mastaba a Sakkara. VI dinastia – regno di Teti. Egli era il genero del re e gli fu fedele, ma le immagini di uno dei suoi figli nella mastaba risultano erase, segno che fu coinvolto nella congiura.
Foto del prof. Mortel, via Wikimedia commons

Anche Nebet ricevette dal regale genero il prestigioso titolo di Visir dopo essere divenuta sua suocera (alcuni studiosi sostengono che fosse la madre solo della più giovane delle due ragazze, mentre Ankhesenpepi I sarebbe nata da un’altra moglie di Khuy) ed in seguito anche suo figlio Djau ricevette analogo prestigioso incarico.

Alcuni ritengono che ella ricevette questo onore e gli ulteriori molteplici titoli perché non era di stirpe reale e necessitava di un lignaggio adeguato, essendo destinata a dare continuità alla dinastia tramite le figlie, madri dei futuri sovrani Merenra Nemtyemsaf I e Pepi II.

Statua in grovacca di Pepi I – Brooklyn Museum,
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=168242149

Altri pensano che fu Ankhesenpepi II ad esercitare pressioni sul re affinchè elevasse il rango di sua madre o addirittura che quest’ultima vi provvide personalmente quando divenne reggente in nome del figlio; potrebbe anche essere che Nebet stessa avesse conquistato tale ruolo facendosi apprezzare dal sovrano per le sue qualità e le sue competenze o grazie ad una relazione intima che aveva con lui.

E’ chiaro tuttavia che in assenza di prove si rimane nel campo delle ipotesi.

Gli studiosi inoltre si sono chiesti se ella esercitasse concretamente i poteri derivanti dai suoi titoli, oppure se essi avessero un significato puramente onorifico, mentre le responsabilità gravavano sul solo Khui, il quale, come già evidenziato, sulla citata stele è rappresentato di dimensioni maggiori rispetto a Nebet e da altre fonti risulta parimenti titolato.     

Peraltro non risulta che siano esistiti Visir non operativi: l’amministrazione dello stato era molto complessa e il sovrano doveva necessariamente applicare una politica di decentramento, assegnando la supervisione degli affari locali a suoi fidati rappresentanti stanziati al nord ed al sud, che ricevevano i rapporti dagli ispettori loro sottoposti per poi relazionare direttamente a lui. 

Sebbene sembri anomalo che Nebet sia stata scelta come visir, occorre notare che gli studi moderni non hanno mai adeguatamente valorizzato il ruolo della donna nell’antico Egitto: nelle Due Terre, infatti, a differenza di quanto avveniva nella maggior parte delle altre civiltà del mondo antico, era titolare di diritti e poteva disporne autonomamente, al pari di un uomo.

Ella era libera di stipulare atti legali, di gestire la propria dote, di ereditare, di rivestire importanti cariche amministrative; molte regine regnarono sull’Egitto in qualità di reggenti per il figlio, ed altre addirittura in proprio, come ad esempio Sobeknofrura, Hatshepsut e Tausert.

Pepi I, la nuova linea dinastica e l’accresciuto potere femminile

Il successo di Nebet va interpretato nel particolare contesto politico che caratterizzò il regno di Pepi I, che salì al trono in un momento storico molto delicato: Unas, ultimo sovrano della V dinastia, non aveva eredi maschi ed era iniziata la corsa al trono, nella quale rivestivano una posizione privilegiata i suoi Visir ed i governatori locali che avevano acquisito grandi poteri e gestivano i loro nomoi in modo indipendente dal potere centrale.

Dalla documentazione archeologica ed epigrafica emerge un clima di forte instabilità: Teti, primo sovrano della VI dinastia, fu assassinato dalle sue stesse guardie del corpo per iniziativa dei suoi generi – visir (le cui immagini furono erase dalle rispettive tombe) e sostituito da Userkara, fratello o fratellastro dell’erede designato; l’usurpatore morì dopo solo un anno e gli successe legittimamente Pepi I che era ancora molto piccolo, per cui la reggenza venne affidata a sua madre Iput.

Questa situazione imponeva al sovrano di circondarsi di alleati forti, ed egli, una volta cresciuto, scelse la politica matrimoniale: per legare a sé i suoi collaboratori ed emulando quanto aveva fatto suo padre Teti, diede loro in moglie le proprie sorelle; le sue figlie Neith ed Iput II sposarono suo figlio Pepi II ed egli stesso impalmò le figlie dei governatori dei nomoi.

Allo stato sono documentate sette mogli, sei delle quali furono seppellite accanto a lui a Saqqara mentre dell’ultima non è rimasta traccia perché fu coinvolta in una fallita congiura in suo danno e venne cancellata dalla storia.

Tale cospirazione ebbe origine all’interno del suo harem, e verosimilmente era finalizzata a porre sul trono il figlio della settima sposa; questa circostanza indusse il sovrano ad iniziare una nuova linea dinastica attraverso il matrimonio con le citate Ankhesenpepi I e Ankhesenpepi II, due giovani di Abydos estranee alla famiglia reale, e ad una drastica epurazione che si concluse con la punizione e la damnatio memoriae dei congiurati, le cui immagini ed i cui nomi furono erasi dalle pareti delle mastabe che si erano fatti costruire a Sakkara, in molti casi espropriate ed assegnate ad altri.

Statua in alabastro raffigurante Ankhesenpepi II seduta su di un trono arcaico che tiene sulle braccia Pepi II, già sovrano.
Dimensioni: 39,2 x 24,9 cm
Museo di Brooklyn – N. di acquisizione 39.119
Immagine a questo link:
https://www.reddit.com/…/statue_of_queen_ankhnesmeryre…/

Le scoperte archeologiche nella necropoli di Pepi I a Sakkara dimostrano che egli, infrangendo la tradizione, non volle che i suoi dignitari venissero sepolti accanto alla sua piramide (in effetti le loro tombe si trovano nella necropoli di Teti) e privilegiò il nuovo ramo familiare, in particolare la suocera Nebet e le sue due figlie, mostrando grande rispetto anche verso le altre donne della corte, che continuò ad utilizzare per creare alleanze matrimoniali ma che acquisirono una notevole influenza politica, anche attraverso il proprio entourage (nell’harem, insieme alle regine, viveva la loro corte personale, composta da numerose persone di vario rango).

E così Pepi I onorò la madre Iput I facendole costruire un complesso funerario degno di un sovrano; tenne presso di sè le sorelle che avevano sposato i responsabili delle cospirazioni a carico di suo padre e di se stesso, mantenendo il più assoluto riserbo sul coinvolgimento e sull’identità della moglie traditrice; attribuì ad Ankhesenpepi II, madre ed in seguito reggente del figlio Pepi II un potere superiore a quello delle altre spose.

Rilievo raffigurante il profilo di Ankhesenpepy II, dal tempio funerario del suo complesso piramidale sito a Sakkara. Oggi al Museo Imhotep.
Foto di Juan R. Lazaro via Wikimedia commons

L’eliminazione dei congiurati impose un rinnovamento dell’amministrazione statale attraverso l’inserimento in organico di personaggi di comprovata lealtà, che furono scelti a prescindere dal ruolo fino ad allora rivestito nella gerarchia sociale: uno di questi nuovi dignitari fu, ad esempio, il già citato Weni il vecchio (o Uni), entrato al servizio della corona con Teti e che raggiunse l’apice della carriera proprio con Pepi I (a proposito di Weni e del suo complesso funerario si veda l’articolo di @Ivo Prezioso sul nostro sito, a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/06/08/sulle-tracce-di-uni/).

Egli era il Responsabile dell’Harem del sovrano ed è verosimile che abbia contribuito a scoprire la congiura in quanto il re lo nominò immediatamente Amico unico, Custode superiore dei domini del faraone e Giudice di Nekhen e, come già detto, lo incaricò di celebrare in gran segreto e con l’assistenza di un solo cancelliere il processo a carico della regina per il tentato regicidio, preferendolo ai più titolati Visir ed ai giudici di alto rango della cui fedeltà evidentemente non si sentiva sicuro.

Rilievo raffigurante Weni, il cui nome è scritto sopra di lui sulla sinistra, attualmente al museo di Sohag.
Immagine a questo link https://ancienegypte.fr/musee_sohag4/page5.htm

Nella sua autobiografia scolpita su di una grande stele di calcare oggi al Cairo e proveniente dalla sua mastaba ad Abydos, Weni dichiara, compiaciuto, che “il cuore di Sua Maestà di me si fidava più che di ogni suo funzionario, più di ogni suo dignitario, più di ogni suo servo”

Alcuni ipotizzano che anche Nebet avesse rivestito un incarico nell’harem (in effetti è possibile anche che vi abbia vissuto da ragazza in quanto “Ornamento del re”, epiteto dato alle favorite che venivano poi date in sposa a funzionari di alto grado, oppure come componente della corte delle figlie) e che il visirato conferitole fosse un segno della riconoscenza del re per l’aiuto dato nello sventare la cospirazione; anche questa ipotesi è sfornita di prove, ma è verosimile che la donna fosse del tutto leale al sovrano perché in qualità di nonna dell’erede al trono aveva il massimo interesse a tutelare i diritti successori del nipote.

Nelle didascalie delle foto troverete i relativi crediti.

FONTI:

Immagine di copertina realizzata con l’IA.

Ringraziamo Andrea Petta e Nico Pollone per il materiale e l’immagine fornitaci.

Donne di potere

KHENTKAUS I o Khentkawes

Immagine di Khentkaus I, da un pilastro all’ ingresso della sua tomba a Giza.
https://commons.org/wiki/category: Khentkaus I
Autore: Jon Bosworth

Nota come madre di due faraoni egizi, Khentkaus I è una figura misteriosa che visse tra la IV e la V dinastia e che ha affascinato storici e archeologi fin dalla scoperta, nei pressi del complesso piramidale di Micerino, della sua doppia mastaba (identificata dalle sigle LG 100 e G 8400), che fu l’ultima tomba reale costruita nella necropoli.

Molti studiosi ritengono che ella fosse figlia di Micerino; peraltro vi è incertezza in ordine all’identità del coniuge, anche se è probabile che avesse sposato in prime nozze Shepseskaf, dal quale avrebbe avuto Sahure e Neferirkare Kakai, e poi, rimasta vedova, che si fosse unita con Userkaf (estraneo alla linea di successione e fondatore della V dinastia), il quale regnò prima dei due figliastri, ancora troppo giovani per governare.

Altri pensano invece che avesse sposato Sahure; Dodson ed Hilton propongono cautamente come unico consorte Userkaf; Vivienne Callender pensa sia stata la moglie di Shepseskaf o Thampthis (uno sconosciuto sovrano della IV dinastia menzionato solo da Manetone, della cui esistenza non esistono prove archeologiche); H. Altenmüller, infine, suggerisce che Khentkaus sarebbe da identificare nella mitica regina Rededjet menzionata nel Papiro Westcar, che avrebbe governato l’Egitto alla fine della IV dinastia e che avrebbe avuto addirittura dal dio Ra i futuri sovrani Userkaf, Sahure e Neferirkare Kakai.

La sua titolatura peraltro si presta a differenti interpretazioni, che implicano una diversa collocazione nella gerarchia del potere delle Due Terre.

Alcuni credono che sia stata reggente per uno dei suoi figli, ma già nel 1933 l’archeologo Selim Hassan che aveva condotto sul sito scavi su vasta scala e poi Hermann Junker ipotizzarono che ella potesse avere regnato come sovrana in quanto il titolo scolpito sullo stipite in granito rosso dell’ingresso alla sua tomba che recita: “Re dell’alto e del Basso Egitto, Madre del re del Basso Egitto, Figlia del dio, ogni cosa buona che ella ordina viene eseguita per lei”.

In seguito l’egittologo britannico Alan Gardiner propose di tradurlo come “Madre dei due re dell’Alto e del Basso Egitto”, e così Vivienne Callender, che ritiene che ella sia stata madre di Userkaf e Neferirkare escludendo che potesse aver regnato autonomamente in quanto il suo nome non appare in un cartiglio.

Le successive scoperte archeologiche hanno portato a questa traduzione condivisa: “Madre del Re dell’Alto e del Basso Egitto, [in carica come] Re dell’Alto e del Basso Egitto” che attribuisce a Khentkaus I un ruolo regale, confermato da un rilievo che appare su di una colonna di granito del suo complesso piramidale, che la raffigura con abiti femminili ma con lo scettro in pugno, l’ureo sulla fronte e la barba posticcia insegne di regalità.

Anche Ana Tavares, direttrice degli scavi in ​​corso nel sito di Giza ritiene che ella governò come re, alla luce della maestosità del suo complesso funerario, che comprendeva anche un tempio a valle, un porto ed un insediamento probabilmente destinato ai sacerdoti addetti al suo culto funerario protrattosi fino alla fine della VI dinastia.Fine modulo

Ella morì presumibilmente nel corso della V dinastia; la sua tomba ha una forma particolare, simile a quella di Shepseskhaf, nota come “Mastabat Faraun” che sorge a Sakkara meridionale

La mastaba di Khentkaus I

Cenni generali e basamento

La mastaba di Khentkaus I, nota con le sigle LG100 e G8400, è una grande struttura orientata nord-sud, costituita da una base quasi quadrata di roccia locale rivestita di fine calcare di Tura sulla quale venne edificato un secondo piano in pietra; essa sorge al centro del cosiddetto Campo Centrale di Giza, una cava di forma più o meno circolare delimitata a sud dalla strada rialzata di Chefren.

Lepsius la ritenne una sepoltura privata; Hölscher e Reisner pensarono potesse essere la piramide incompiuta di Shepseskaf (da qui il soprannome di “quarta piramide di Giza”) e finalmente, nel 1932, Selim Hassan dimostrò che apparteneva a Khentkaus I, il cui nome, i titoli e l’immagine rinvenne incisi su uno dei blocchi di granito rosso che aveva fatto parte del monumentale ingresso, da lui riportato alla luce ed utilizzato come prova del fatto che ella avesse regnato.

A questo proposito occorre precisare che recentemente Verner, Lehner e Hawass hanno rimesso in discussione l’argomento, sottolineando che l’evanescenza dell’immagine è tale per cui il segno sulla fronte di Khentkaus ed interpretato con un ureo reale potrebbe in realtà essere la parte anteriore del copricapo a forma di avvoltoio tipico delle regine madri oppure essere semplicemente di un “piccolo segno nella trama del granito”.

Fotografia d’epoca, prima che Hassan riportasse in luce gli edifici ad est della tomba; sullo sfondo la piramide di Chefren, ed in primo piano il tempio della valle di Micerino; tra le due costruzioni la mastaba di Khentkaus.
Immagine da: Khentkawes Tomb, Giza. A Layman’s Guide, di Keith Hamilton, 2018, a questo link: https://www.academia.edu/…/Khentkawes_Tomb_Giza_A…

Hassan accertò che l’edificio era costituito da un massiccio basamento, (che fece restaurare sigillando tre brecce di importanti dimensioni sul lato est), da una sovrastruttura oggi praticamente scomparsa e da una sottostruttura destinata ad ospitare il sarcofago, il corredo funerario ed i vasi canopici, ma non ne documentò la conformazione interna, né la fotografò; solo attorno al 1960 Maragioglio e Rinaldi (M&R) descrissero e disegnarono dettagliatamente la mastaba, che a far tempo dal 2005, insieme agli insediamenti limitrofi è ancora oggetto di studio ed esplorazione ad opera di Ancient Egypt Research Associates, Inc..(AERA).

Gli studiosi ritengono che la mastaba sia stata edificata in due fasi: inizialmente sarebbero stati realizzati il basamento e le camere sotterranee, poi, nel corso della V dinastia, sarebbe stata aggiunta la sovrastruttura.

Il primo gradone, che misurava 45,50 x 46,50 m ed era alto 10 m, fu ricavato da un grande affioramento roccioso rimasto in loco dopo l’asportazione attorno ad esso dei blocchi di calcare utilizzati per l’edificazione dei complessi piramidali.

Esso venne separato dall’altopiano sul lato nord attraverso la creazione di un corridoio artificiale che si sviluppa anche lungo la base del lato ovest; alcuni dei blocchi superstiti del primo corso del rivestimento sono stati tagliati in modo da formare parte di questo passaggio.

Successivamente il grande monolite fu livellato e trasformato in un parallelepipedo regolare riempiendo di ghiaia, detriti e blocchi di calcare le fratture e le cavità naturali, fu asportato e ricostruito in muratura l’angolo sud-est ed infine venne rivestito di calcare bianco di Tura.

La parte inferiore del lato sud conserva ancora una decorazione a “facciata di palazzo”, probabilmente protetta dai detriti che vi si erano accumulati contro; Lehner ed Hawass hanno ipotizzato che essa fosse prevista in origine per tutto il perimetro della mastaba, e che i costruttori avessero preferito applicare un rivestimento liscio perché il calcare del nucleo era di cattiva qualità e non si prestava ad essere scolpito.

Vista posteriore della mastaba. Lungo la base del lato sud è visibile la decorazione a facciata di palazzo, mentre sul lato a nord si nota ancora parte del rivestimento.
Immagine da https://isida-project.org/egypt_april_2019/khentkaus_en.htm

Keith Hamilton, ricercatore britannico e membro del team del progetto ISIDA ha invece osservato che a far tempo dalla IV dinastia quella particolare decorazione, tipica delle tombe reali precedenti, fu riservata ai sarcofagi ed a piccole aree delle cappelle, per cui è possibile che l’unico muro a facciata di palazzo della mastaba di Khentkaus appartenesse ad una costruzione preesistente.

A sostegno di questa ipotesi il geoarcheologo Colin Reader, che ha studiato la piana di Giza ed i suoi monumenti, ha portato l’esempio delle mastabe di Kai, scavata nella roccia e di quella adiacente di Nisutpunetjer, edificata in muratura, entrambi appartenenti a dignitari della V dinastia.

La tomba di Kai, infatti, presenta il lato principale decorato a facciata di palazzo ed un grado di erosione superiore a quello della costruzione limitrofa, segno incontrovertibile del fatto che era molto più antica: è chiaro che Kai riutilizzò per sé una struttura preesistente, con caratteristiche architettoniche tipiche delle precedenti dinastie.

L’ingresso e le stanze interne della base

Ove non diversamente specificato, le immagini di questa sezione sono tratte dal testo al seguente link: https://www.academia.edu/37239131/Khentkawes_Tomb_Giza_A_Laymans_Guide

L’ingresso della tomba di Khentkaus si trovava sull’angolo sud – est, dove Hassan trovò gli stipiti in granito rosso di Assuan che avevano fatto parte del massiccio portale sui quali erano incisi il nome e i titoli della regina e la sua immagine, della quale si è già parlato nel post precedente.

A questo proposito è opportuno precisare che recentemente Verner, Lehner e Hawass hanno rianalizzato la raffigurazione della sovrana, ritenuta prova inconfutabile del fatto che ella avesse regnato, sottolineando che essa è così evanescente per cui il segno sulla fronte di Khentkaus e finora interpretato come un ureo potrebbe in realtà essere la parte anteriore del copricapo a forma di avvoltoio tipico delle regine madri, oppure essere semplicemente un “piccolo segno nella trama del granito”.

L’ingresso della mastaba visto da vicino. sul blocco di granito centrale erano iscritti i titoli ed i nomi della regina ed è appena visibile, a destra della scanalatura, l’immagine di Khentkaus.
Immagine a questo link: https://isida-project.org/egypt_april_2019/khentkaus_en.htm

Gli stipiti in questione dovevano essere alti oltre 3 m., larghi 88 cm. e profondi circa 150 cm., mentre la porta era ampia poco meno di un metro (i pochi resti dell’edificio sopravvissuti al trascorrere del tempo non hanno consentito di ricostruire con precisione le misure dei vari ambienti e degli elementi architettonici).

Pianta dell’ingresso: in rosa gli stipiti, davanti ai quali si apre l’anticamera collegata alla sala frontale con le tre nicchie e con la cappella esterna sulla destra.

Superata la soglia, un corridoio lastricato in calcare lungo poco più di 3 m. e largo circa 140 cm. conduceva ad un’anticamera oggi in completa rovina, sulla cui parete frontale si trovavano tre nicchie dal pavimento sopraelevato che probabilmente ospitavano delle statue e che forse erano chiuse da un muro che sosteneva le travi in calcare del tetto, destinate a mascherarne le irregolarità.

Sulla parete di destra dell’anticamera alcuni gradini conducevano alla cappella esterna, in parte scavata nella roccia e decorata (tra i detriti sono stati rinvenuti frammenti incisi); in questo ambiente si apre il passaggio inclinato che porta alla cappella sotterranea interamente scavata nella roccia, con pareti grezze e irregolari, una superficie di 11,80 x 4,50 m. ed un’altezza intorno ai 5,5 m..

Le stanze del basamento erano rivestite in pietra calcarea (è ancora in loco il corso inferiore sulla parete est) e lastricate con blocchi spessi 45 cm., mentre il soffitto era realizzato con travi che poggiavano sulle pareti est e ovest, costruite in muratura.

Pianta della cappella esterna: sulla sinistra il collegamento con l’anticamera; sulla parete di fronte nell’immagine le due false porte (in rosa quella conservata).

Hassan riferisce che la parete ovest della camera esterna conteneva due grandi false porte in granito rosso, larghe poco più di due metri e molto deteriorate, tanto che fu possibile ripristinare in parte solo quella meridionale; è probabile che nella parte inferiore fossero decorate a facciata di palazzo e che in quella superiore avessero il pannello centrale con la tipica raffigurazione del defunto seduto davanti alla tavola delle offerte.

Quel che rimane della falsa porta nella cappella esterna; sulla sinistra di essa si apre il condotto inclinato che porta alla sottostruttura.

Sul pavimento della camera si trova un’area profonda circa 90 cm e larga circa 170 cm. che serviva probabilmente per alloggiare i blocchi di grandi dimensioni che dovevano essere collocati nella camera funeraria e che vi venivano introdotti attraverso il passaggio inclinato prima che fosse rivestito con il granito.

Le camere sotterranee e la sovrastruttura

La mastaba: si notano i cinque corsi residui della sovrastruttura in blocchi di calcare (parte più scura), edificata sul basamento di roccia dell’altipiano che mantiene ancora in parte il rivestimento originale in calcare di Tura.
Immagine a questo link: https://isida-project.org/egypt_april_2019/khentkaus_en.htm

Il passaggio inclinato che mette in comunicazione la parte superiore della mastaba con la sottostruttura si apre, come già detto, a lato della falsa porta di sinistra; misura quasi 7 m. di lunghezza e 0,90 m di larghezza ed era rivestito da blocchi di granito rosso, salvo che sulla base; esso termina nel cosiddetto vestibolo, a circa 4,40 cm. sotto il pavimento della cappella e nella sua parte finale si livella per un breve tratto ed assume l’altezza di 1,85 m..  

Il condotto inclinato, ancora parzialmente foderato di giganteschi blocchi di granito di Assuan.
Immagine a questo link: https://isida-project.org/egypt_april_2019/khentkaus_en.htm

Alla fine della discesa si trova una fossa quadrata che misura 2 x 1,5 m., incassata 45 cm sotto il livello del pavimento e che probabilmente, come quella superiore, serviva per facilitare lo spostamento di materiali od oggetti di grandi dimensioni nella camera inferiore; questa funzione è confermata dalla presenza sulla parete rocciosa di intagli rettangolari, che a parere di Lehner ed Hawass potrebbero aver permesso l’utilizzo di leve di legno per governare i blocchi di granito.

La sottostruttura è costituita dal vestibolo, da sei piccoli magazzini e dalla camera sepolcrale.

La mastaba vista dall’alto: immagine di una nuvola di punti ortofotografica (rilievo 3D) della tomba (Yukinori Kawae/ Ancient Egypt Research Associates
 

Il vestibolo è un ambiente lungo e stretto scavato nella roccia (misura circa 2,70 x 7,85 m e ha un’altezza di 3,70 m.) e dai muri ben levigati; nella sua parete est si aprono quattro magazzini, in quella sud ne sono stati ricavati altri due; essi sono incassati nel suolo di circa mezzo metro, forse per impedire che il liquame derivante dalla putrefazione delle  offerte funerarie deperibili potesse disperdersi sul pavimento del vestibolo e danneggiare le suppellettili che vi sarebbero state collocate. 

Sulla parete ovest del vestibolo si trova un’ampia apertura che dà accesso alla camera sepolcrale, ai lati della quale c’erano due false porte identiche alte 3,30 m e larghe 0,95 m.; l’architrave, la stele superiore ed il rivestimento in pietra pregiata sono ormai perduti.

Essa aveva un’area di circa 20 m. quadrati ed una forma vagamente rettangolare; forse il soffitto presentava una curvatura che lo rendeva simile ad un naos. Quasi tutta la superficie di questa stanza è occupata da una fossa rettangolare di circa 3,6 x 3,0 m., scavata nella roccia e riempita di enormi blocchi di granito rosso e da molti grandi frammenti di calcare bianco di Tura ora rimossi, forse in origine destinati a rivestire le pareti.

Probabilmente essa ospitava il sarcofago che doveva essere in alabastro levigato, in quanto nella camera, tra i detriti e la sabbia, ne furono rinvenuti molti frammenti; Lehner ed Hawass hanno ipotizzato che avesse la forma di quello di Chefren (si veda in merito il bel post di Nico Pollone a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/02/06/il-sarcofago-della-piramide-di-chefren/) e che misurasse 1,04 m. in larghezza, 2,1 m. in lunghezza ed 1,22 m. in altezza.

Pianta della sottostruttura; si nota il vestibolo al centro sul quale si affacciano i magazzini e la camera sepolcrale , caratterizzata dalla fossa rettangolare che la occupa quasi per intero.
 

Nella parte inferiore della parete sud della camera funeraria si trova una nicchia quadrata che misura 0,52 x 0,60 x 0,80 m., in origine chiuda da una lastra di pietra e destinata verosimilmente ai vasi canopi della regina; nella parete nord, di fronte ad essa, si trova un’altra nicchia orizzontale lunga e stretta (0,62 x 0,20 x 0,19 m) che potrebbe aver sorretto una mensola di pietra oppure essere stata utilizzata come vano per custodire materiale per libagioni.

Come si è già detto, nel corso della V dinastia sopra la mastaba originaria venne edificata una sovrastruttura in blocchi di pietra, anch’essa rivestita in pregiato calcare di Tura che secondo Lehner ed Hawass misurava 22,44 x 28,85 m.; la parte sopravvissuta è troppo modesta per stabilirne con esattezza l’aspetto, ma è verosimile ipotizzare che assomigliasse a quella di Shepseskaf, che presentava un secondo gradone un poco più piccolo del primo.

Essa non era posizionata al centro del basamento, ma spostata a ovest in modo che il peso non gravasse sulle cappelle ma sulla camera sepolcrale che si trovava più in profondità, conferendo quindi una maggiore stabilità all’edificio.

La parte meglio conservata è alta m. 8,31 ed è composta da dieci strati di blocchi di calcare locale; i primi cinque più spessi (il primo, che è il più grande, è alto  circa 1,5 m.), gli altri cinque molto più sottili; è possibile che la struttura avesse una volta a tutto sesto, realizzata sovrapponendo i corsi più sottili ed arretrandoli di circa un metro l’uno dall’altro. I blocchi di muratura posizionati all’esterno sono accuratamente rifiniti, mentre quelli interni hanno dimensioni irregolari, non corrispondono ai corsi esterni e presentano giunture molto larghe non sempre sigillate con ghiaia e malta.

Le pertinenze ed il tempio a valle


Pianta del sito: in basso a sinistra sono indicati gli egittologi che vi lavorarono e gli anni delle campagne dagli stessi effettuate. Per una migliore comprensione, MVT = tempio a valle di Micerino; KKM = Mastaba di Khentkaus; KKT = Città di Khentkaus; Ante-town = zona ad est del tempio di Micerino; KKT-E = edificio E della città di Khentkaus, SBC = Complesso dei silos.
Negli edifici a destra della zona colorata in grigio poteva avere sede la casa della mummificazione, e la vasca potrebbe essere stata utilizzata per i riti di purificazione della regina.
Nell’area definita Ante-town forse sorgeva il tempio a valle di Khentkaus.

Visto che la mastaba sorgeva in una cava e che nei quadranti a ovest e a sud del basamento era stata effettuata un’attività di estrazione più profonda, il terreno venne livellato con grandi blocchi di calcare, che diventarono le fondamenta di un muro di cinta in mattoni di fango.

Esso aveva uno spessore medio di 2,75 m. e si ergeva molto vicino alla costruzione, nell’angolo nord-est quasi aderente alla parete rocciosa; all’epoca dello scavo di Hassan era alto ancora una quarantina di centimetri ed ora ne rimane solo una traccia.

Nell’angolo a destra del lato sud si trovava una vasca scavata nella roccia, delle dimensioni di 6,25 x 5,40 x 3,0 m., alimentata da tre canali di scolo e nella quale si entrava grazie ad una scala di undici gradini; attorno al bordo superiore erano stati edificati bassi muri e forse essa aveva anche un soffitto a volta.

La vasca posta nei pressi dell’angolo nord est della mastaba. Sul fondo si notano dei pozzi utilizzati come sepolture intrusive molti anni dopo la morte della regina.

Nel selciato roccioso dietro la mastaba era stata scavata una fossa per una barca sacra lunga 30,25 m e con altezza totale massima di circa 7,7 m., destinata ad essere chiusa con lastre di pietra e circondata da un muro per contenere la sabbia circostante.

Pianta della mastaba: si notino nell’angolo inferiore a sinistra il pozzo per la barca sacra; attorno all’edificio ed adiacente ad esso, il muro di cinta che circonda i lati sud, ovest e nord; sull’angolo nord est la vasca e sulla destra le prime abitazioni del complesso sacerdotale

Ad est del tempio della valle di Micerino ed adiacente ad esso sorge una struttura ritenuta il tempio a valle di Khentkaus I, realizzato in mattoni di fango rivestiti con calcare bianco e alabastro; nei pressi sorge un’altra costruzione che Hassan ritenne essere la casa della mummificazione, mentre il limitrofo bacino sarebbe stato il “luogo di purificazione”; non ho trovato, tuttavia, ulteriori informazioni in merito.

La mastaba e sulla destra gli edifici superstiti.
Fotografia di Bruce Alladice, da Flickr

Ove non diversamente specificato nelle didascalie, le immagini sono tratte dai report di scavo pubblicati online annualmente da AERA, che opera sul sito.

La città di Khentkaus ed il Complesso a valle.

Lavori di ricostruzione dei perimetri delle costruzioni della città

Ad est della mastaba sorgeva la cosiddetta Città di Khentkaus (KKT), uno dei più antichi insediamenti pianificati dell’Egitto, costruito alla fine della IV dinastia in mattoni di fango.

Evidenze archeologiche provano che esso fu utilizzato inizialmente per le maestranze che costruivano il tempio della Valle di Micerino e che rimase attivo fino alla VI dinastia per ospitare la comunità sacerdotale addetta al culto funerario dei sovrani dopo che la necropoli reale venne trasferita altrove (Sakkara ed Abusir).

Il sito fu portato alla luce da Selim Hassan nel 1932, che scavò sistematicamente l’area coperta di sabbia e di detriti trascurata anni prima da Reisner e Lepsius.

Il bacino ed il complesso della valle, con zone dedicate a civile abitazione, e magazzini per il grano e a panificio.

Esso si estende verso est in leggera discesa fino ad una depressione rocciosa che costrinse i costruttori a continuare la costruzione perpendicolarmente alla parte già completata; era delimitato a nord e a sud da lunghe mura perimetrali, aveva due grandi cisterne ed era costituito da dieci appartamenti adiacenti simili a villette a schiera, tutti della medesima metratura, costruiti con mattoni di fango e decorati con intonaco giallo.

Questa unità abitative sorgevano lungo la strada rialzata che collegava la mastaba alla zona a valle e nella parte posteriore avevano dei silos per il grano, che denotavano la ricchezza e l’elevato status sociale di che vi abitava.

I primi scavi della città all’epoca di Hassan (1932). Sulla facciata della mastaba si notano ancora le tre grandi brecce successivamente restaurate.

Alla luce delle caratteristiche del complesso, Ana Tavares, co-direttrice sul campo dell’Ancient Egypt Research Associates (AERA) che si occupa degli scavi, ha osservato che la definizione di “città” è impropria, perché un insediamento urbano implica abitazioni differenziate in relazione alle possibilità economiche ed alle mansioni del titolare; esso invece era la sede di un’istituzione della quale facevano parte diversi sacerdoti dello stesso rango che insieme alle rispettive famiglie risiedevano lì per adempiere al medesimo scopo.

Gli scavi compiuti negli ultimi vent’anni hanno portato alla luce anche un’estensione del sito a est, edificata in una depressione della cava, ad un livello inferiore rispetto alle case e definito Complesso della valle di Khentkaus (KKT-E).

Il perimetro della casa E riportato alla luce nei primi anni 2000; già scavato da Selim Hassan, nei decenni successivi era stato nuovamente ricoperto dalla sabbia e dai detriti.

Questo grande insediamento potrebbe essere stato l’abitazione di un sovrintendente o un palazzo e si allargava probabilmente sia verso est che verso sud in una zona oggi inaccessibile agli scavi perché occupata da un cimitero islamico moderno; era costituita da un muro di cinta e da due terrazze che delimitavano i lati nord ed est di un ampio bacino comunicante con il Nilo attraverso una diramazione ora scomparsa, che durante l’inondazione si riempiva d’acqua e permetteva di portare vicino ai cantieri i blocchi di granito e di calcare che venivano trasportati via nave sul fiume; sul lato ovest rampe e scale conducevano ad un ingresso monumentale della città di Khentkaus.

Pianta della casa E e delle abitazioni confinanti.

Sul lato opposto del bacino rispetto alla mastaba, inoltre, è stata scoperta un’importante costruzione denominata Complesso dei silos (SBC), che potrebbe essere stata la sede di un’istituzione chiamata per shenau (magazzino o commissariato), che si occupava della lavorazione di prodotti agricoli, bestiame e altri beni provenienti dalle terre destinate al sostentamento della città piramidale.

Pianta del complesso dei silos visto da nord realizzata sulla base degli scavi di AERA.

Essa era collegata alla città grazie a due rampe lungo il lato nord; fu edificata in varie fasi e consisteva in una serie di stanze circondate da uno spesso muro di cinta, parte delle quali sembra essere stata adibita alla produzione ed allo stoccaggio alimentare, in quanto sono stati identificati silos per il grano, ambienti dedicati alla produzione della birra ed alla panificazione, resti di focolari o forni recanti ancora tracce di cenere, tinozze per impastare, depositi di forme di ceramica per cuocere il pane e giare anche incassate nel pavimento.

Zona di passaggio tra le abitazioni “a schiera” della città ed il complesso della valle; all’altezza delle scale si trovava la terrazza e sotto di essa il bacino

La datazione di questo complesso è ancora incerta; alla luce della sua collocazione gli archeologi avevano ipotizzato inizialmente che esso facesse parte delle strutture edificate per Khentkaus; nel 2012 tuttavia scoprirono che sorgeva nell’angolo nord-ovest di una spessa cinta muraria più antica, ed il rinvenimento in loco di un sigillo d’argilla che includeva il nome della piramide “Grande è Chefren” li portò a prendere in considerazione la possibilità che esso potesse appartenere alla città piramidale di quel sovrano.

Sul sigillo compariva anche il nome di Niuserre che regnò a metà della V dinastia, il che suggerisce che la città piramidale di Chefren fosse ancora attiva in quell’epoca, tenuto conto del fatto che vi furono rinvenuti numerosi altri sigilli contenenti solo il nome di questo re.

Ove non diversamente specificato nelle didascalie, le immagini sono tratte dai report di scavo pubblicati online annualmente da AERA, che opera sul sito.

Ringraziamo Nico Pollone per averci messo a disposizione l’articolo al link seguente e la relativa traduzione in italiano: https://www.academia.edu/…/Khentkawes_Tomb_Giza_A…

FONTI :