Donne di potere

LE SACERDOTESSE – SPOSE SECONDARIE DI MONTUHOTEP II

Come si è visto la parte posteriore del peristilio del tempio funerario di Montuhotep II a Deir el-Bahari ospitava le tombe saccheggiate di cinque tra le sue spose minori oltre a quella di una bimba di cinque anni il cui legame con il sovrano non è stato possibile determinare ed alla quale dedicheremo un post a parte.

Si tratta delle regine Henhenet, Kemsit, Kawit (anche Kauit o Kawyt), Sadeh (o Sadhe) ed Ashait (o Aashayit o Ashayet), elencate in base alla successione delle loro tombe, incolonnate da sinistra a destra; l’ultima sulla destra apparteneva alla piccola Myt.

Le origini di queste donne non sono note ma certamente esse non avevano legami di sangue con la famiglia reale, diversamente avrebbero portato i titoli che competevano alle donne di quel rango; tutte erano definite “sposa del re, la sua amata”“ornamento del re” ed “unico ornamento del re”, e Sadeh era anche “Onorata presso Osiride”.

Ognuna di loro era Sacerdotessa di Hathor, la dea protettrice della necropoli e del sovrano; dal momento che nessun’altra regina associava questo titolo a quelli regali, è verosimile che esse facessero parte di un gruppo elitario che si occupava dei riti e delle cerimonie a sostegno dell’autorità del re presso il suo tempio funerario, che sorgeva addossato alle falesie di Deir el-Bahari, fin dall’Antico Regno sede di un culto particolarmente sentito della dea e dallo stesso Montuhotep, che le era devoto al punto da definirsi “Figlio di Hathor, Madre di Denderah”.

Henhenet (tomba DBXI.11) la cui mummia ed il cui sarcofago si trovano oggi al Metropolitan Museum di New York, morì di parto a soli ventun anni.

Kemsit (tomba DBXI.5 o TT308), le cui spoglie non sono sopravvissute alle depredazioni, pare avesse un ruolo di rilievo tra queste regine, in quanto la sua camera funeraria è l’unica che presenta rilievi parietali che riprendono le scene del sarcofago e la sua cappella è un poco più grande delle altre. Sia le decorazioni sopravvissute che i resti del sarcofago si trovano oggi al British museum.

Frammento in pietra calcarea proveniente dalla cappella di Kemsit, raffigurata seduta su di un trono arcaico, mentre annusa un vasetto di unguento profumato. Davanti a lei si trovava un servo del quale rimane solo una mano che regge una piccola tazza nella quale viene versato del liquido. Kemsit ha i capelli corti e ricci, un ampio collare ed alti bracciali ad ogni polso. Indossa un abito aderente e lungo, con le spalline molto strette che sembrano lasciare il seno scoperto, lavorato con un motivo a piume prerogativa delle divinità e che forse stava ad indicare il suo status di sacerdotessa. Sopra di esso porta un piccolo scialle rettangolare.
Il colore della pelle di Kemsit è rosato, così come il collare, i bracciali e altre parti del rilievo, ma verosimilmente si tratta del fondo sul quale veniva steso il colore definitivo, le cui tracce sono ancora visibili.
British museum, n. EA1450 – H. max: 41 cm., L. max 41 cm.; Pr. 16 cm.
© The Trustees of the British Museum . Condiviso con licenza Creative Commons (CC BY-NC-SA 4.0)

E’ stata invece rinvenuta la mummia di Kawit (tomba DBXI.9), morta a soli vent’anni; i ladri l’avevano spogliata degli amuleti e dei gioielli e poi riavvolta in un telo di lino e lasciata nel suo sarcofago di calcare.

Tra i detriti della tomba si ritrovarono i frammenti di un piccolo sacrario decorato, un vasetto di diorite alto 5 cm. e sei piccolo sarcofagi di legno iscritti con una linea di geroglifici in pittura verde lungo il centro del coperchio ed i lati, riportante il nome della defunta; essi contenevano proto ushabti bendati come mummie che recavano sul petto il nome della regina scritto in ieratico.

Le Regine Kawit e Kemsit (il cui nome è visibile in geroglifico tra le due figure); frammento dal tempio funerario di Montuhotep II a Deir el-Bahari
Dimensioni: H. 101 cm.; L. 73,5 cm.; Spess. 9,5 cm. Collezione Museo d’Arte e Storia di Ginevra Numero di accesso 004767
By Rama, CC BY-SA 3.0 fr https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=78254016

Questi reperti si trovano ora al Museo del Cairo.

Di Sadeh (tomba DBXI.7) non è sopravvissuto nulla se non i frammenti della sua cappella, che hanno permesso di determinarne la forma e la decorazione e che ora si trovano in parte al Museo del Cairo, in parte al MET di New York.

Ashait (tomba DBXI.17), il cui nome è attestato anche in uno scarabeo, aveva appena ventidue anni al momento della morte; ella venne inumata in un feretro rettangolare di legno recante una linea di iscrizione sull’esterno ed una mappa celeste all’interno, a sua volta inserito in un sarcofago in calcare dipinto con scene all’interno ed il cui esterno era decorato con rilievi, il cui coperchio era stato spezzato dai saccheggiatori.

Frammento calcareo recante l’immagine della regina Ashait, proveniente dalla sua cappella. I suoi resti, il sarcofago, il feretro ligneo e la decorazione della cappella si trovano al Museo del Cairo. Il numero di registrazione ufficiale (Journal d’Entrée) presso il Museo è JE 47267.
Foto scattata da Dave Robbins nel 2019.

Nella tomba vennero rinvenuti, oltre ai descritti sarcofagi ed ai miseri resti della regina, anche le bende di lino che ne fasciavano il corpo, recanti sigilli che ne certificavano la provenienza dai laboratori della necropoli reale e del palazzo, alcuni proto ushabti ed il cartonnage che ricopriva la mummia, oggi in cattivo stato di conservazione.

Del corredo funerario sono stati ritrovati solo alcune perline, un braccialetto di conchiglia, due cavigliere di perline argentate e ceramiche di poco valore; una statuetta che la raffigura è venuta alla luce quasi intatta nelle vicinanze.

Tutti questi reperti si trovano oggi al Museo del Cairo.

E’ probabile che queste regine – sacerdotesse vivessero nell’harem del sovrano, che all’epoca si trovava a Tebe ed ospitava le spose secondarie, il figli reali e spesso le regine vedove ed era un insediamento residenziale e produttivo fisicamente separato dal palazzo reale anche sotto il profilo finanziario.

Esso infatti si sostentava con il proprio ingente patrimonio ed era dotato di un’organizzazione amministrativa e di personale proprio che lavorava per garantire ai reali ospiti il tenore di vita adeguato al loro rango e per produrre beni, soprattutti manufatti tessili, che venivano venduti ed esportati; qui le nobildonne supervisionavano le attività domestiche e dirigevano quelle produttive.

Salvo Henhenet, che come già si è detto morì di parto, così come accertato dall’anatomopatologo dott. Douglas Derry che eseguì l’autopsia nel 1923, non risulta che queste regine abbiano avuto figli dal re, tant’è che alcuni studiosi ipotizzano che i loro matrimoni fossero solo simbolici e rappresentassero l’unione del sovrano con la dea Hathor al fine di rafforzare il suo ruolo divino e la sua legittimazione al trono.

I particolari onori che egli tributò a queste donne, facendosi rappresentare mentre le abbracciava e riservando loro una tomba nel suo tempio funerario adiacente alla montagna sacra alla dea sarebbero da interpretare in quest’ottica.

Altri ritengono invece che queste unioni avessero un significato puramente diplomatico e fossero finalizzate a cementare i rapporti con la Nubia, paese dal quale è possibile che provenissero Ashait, Kawit, Kemsit ed Henhenet.

In effetti Kawit ed Ashait hanno un antroponimo non egizio ed all’interno del sarcofago di quest’ultima erano raffigurate due nubiane appartenenti alla sua famiglia; Kemsit (“la nera”) veniva rappresentata con labbra marcate, capelli corti e ricci e la pelle d’ebano, anche se il colore potrebbe essere solo simbolico, legato ad Osiride ed alla rigenerazione; la mummia di Henhenet, infine, a parere di alcuni avrebbe i tratti somatici tipici delle donne originarie di quelle zone.

In effetti la Nubia era sottomessa militarmente all’Egitto ma ospitava tribù e governanti locali con i quali il sovrano doveva necessariamente mantenere rapporti amichevoli perché essi controllavano importanti rotte commerciali e territori ricchi di oro e di beni esotici.

E’ evidente che stringendo legami matrimoniali con nobildonne dell’élite locale Montuhotep II creava alleanze con le loro famiglie per conquistarne la fedeltà e ridurre il rischio di rivolte; ha altresì osservato acutamente la dott. Callender che queste giovani portate alla corte tebana non avrebbero mai più rivisto la loro terra natale e di fatto sarebbero diventate degli ostaggi nelle mani del sovrano egizio.

Le fonti alle quali abbiamo attinto per la redazione di questo post saranno indicate in calce all’ultimo della serie sulle spose di Montuhotep II; aprendo le immagini troverete le didascalie ed i crediti.

Le tombe ed i reperti in esse rinvenuti saranno oggetto di successiva trattazione.

Grazie a Dave Robbins che ci ha permesso di utilizzare la fotografia del frammento raffigurante Ashait da lui scattata al Museo del Cairo.

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