Viene qui esaminato il Protocollo Reale completo di Amenemhat III, sovrano della XII dinastia.
Le immagini sono prese dal lavoro che sto scrivendo. Si tratta del DIZIONARIO ANTROPONIMICO REGALE, cioè la raccolta in geroglifico, traslitterato e tradotto dei Protocolli Reali di più di 450 sovrani dell’antico Egitto.
Per chi fosse interessato all’argomento non posso che consigliare il Qde 22 IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica che potete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/
Una celeberrima massima presa dai testi sapienziali di Ptah-Hotep viene spesso riportata come:
Non insuperbire per il tuo sapere.
Chiedi consiglio all’ignorante come al sapiente.
Non si può porre limite all’arte,
né v’è artista che possieda appieno il suo mestiere.
La parola buona è più nascosta dello smeraldo,
ma la si può trovare anche tra le schiave che lavorano alla mola.
Io mi permetto di rifarmi al testo originale che ho svolto con i miei allievi in un ormai lontanissimo V Laboratorio di Filologia Egizia nel 2009-2010.
Durante le lezioni mi rifaccio spesso a questo brano e predico agli studenti di avere sempre una sviluppata modestia intellettuale. Evidentemente già nell’antico Egitto, se la si doveva esortare, non era e non è una virtù molto diffusa.
Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno ancora studiati.
Qui di seguito avete uno strumentario pressoché completo per imparare.
Sempre procedendo verso nord transitiamo davanti alla mastaba del visir Mehu, aperta al pubblico per la prima volta nel settembre 2018 dopo la sua scoperta, avvenuta nel 1940 ad opera di una missione archeologica egiziana, e non possiamo esimerci da una rapida visita.
L’ingresso della mastaba: è ancora visibile il muro di mattoni di fango che era stato eretto nell’antichità, secondo gli studiosi durante il breve regno di Userkara, per nascondere la sepoltura di Mehu, genero del Faraone Teti, che probabilmente era stato fatto assassinare proprio dal suo successore, il quale aveva usurpato il trono al legittimo erede Pepi I. FOTO DA INTERNET. Se l’autore la riconoscesse come propria, sarà mia premura sostituirla o attribuire i dovuti crediti.
QUI TROVATE IL LINK PER LA VISITA VIRTUALE DELLA TOMBA: ENTRATE E MERAVIGLIATEVI.
La sua fama è assolutamente meritata; a mio parere è una delle più belle e meglio conservate di Sakkara; restaurata in modo magistrale, mantiene intatti i vividissimi colori applicati 4500 anni orsono ed offre una panoramica completa dei protocolli decorativi delle tombe della sua epoca.
Mehu fu un altissimo dignitario di Teti e visse anche il breve regno di Userkara ed il primo periodo di quello di Pepi I (VI dinastia – 2300 a. C. circa); i suoi numerosissimi titoli onorifici (ben 48) sono incisi sulle pareti della sua camera funeraria e sul suo sarcofago: tra di essi figurano quello di sovrintendente dell’Alto Egitto, scriba dei documenti reali, visir, capo dei giudici, direttore del palazzo e sovrintendente di tutte le opere reali.
Mery Ra Ankh (il nome è scritto a sinistra in alto, in parte racchiuso in un cartiglio – Mery Ra – in segno di omaggio, trattandosi di uno dei nomi del re) davanti al quale sono state accumulate moltissime offerte, elencate nei registri superiori a sfondo bianco; sopra di esse i sacerdoti celebrano riti
La sua posizione di privilegio derivava, probabilmente, dall’essere genero del Faraone, avendo sposato la principessa Iku, “figlia del re del suo corpo”, ossia una delle nove figlie di Teti.
Mehu è raffigurato su entrambi i lati del portale d’ingresso della tomba, che immette in una piccola camera decorata con le tipiche scene di caccia e pesca nelle paludi; sulla parete meridionale di sinistra si trovano raffigurazioni che mostrano l’uccellagione, la riparazione delle reti e la preparazione del cibo per gli uccelli; sulla parete orientale si trovano rilievi che raffigurano volatili nei loro nidi.
Offerenti FOTO MIA
Da questa sala inizia un corridoio lungo e strettissimo decorato con scene di vita quotidiana, tra le quali la raccolta della frutta e del grano, la preparazione del pane e della birra, la cottura di uccelli per un pranzo, la pesca con le reti, le navi da carico, i velieri e la lavorazione dei metalli; sui lati sono raffigurate file di servi che portano offerte al titolare della tomba.
Nel primo registro colorato in alto si notano dei sacerdoti che celebrano dei riti ed effettuano lustrazioni; segue una lunga processione di offerenti di beni di ogni genere, il cui elenco è trascritto nella parte superiore sinistra dell’immagine, non colorata. FOTO MIA
Sul lato nord del corridoio una porta conduce ad un ampia stanza con due colonne a sezione quadrata con immagini di Mehu sui lati; le pareti dell’ambiente sono ornate da scene di offerte e di coltivazione, mentre sulla parete di fondo, dietro i pilastri, si trova una falsa porta dedicata a Kahotep, figlio di Mehu.
Scorcio di una cappella FOTO DA INTERNET. Se l’autore la riconoscesse come propria, sarà mia premura sostituirla o attribuire i dovuti crediti.
All’estremità occidentale del corridoio si apre una sala nella quale sono raffigurati sacerdoti con offerte e scene di musicisti e danzatori; una porta sulla destra conduce ad altre due cappelle; quella centrale apparteneva a Mehu, mentre le altre erano destinate a Mery Ra Ankh (sorvegliante della regione di Buttu ed ispettore dei profeti della piramide di Pepi oltre che detentore di altri 21 titoli, secondo alcuni suo figlio, secondo altri l’originario titolare della tomba al quale Mehu l’avrebbe usurpata) ed a suo nipote Kahotep II.
Ballerine ad una festa FOTO DA INTERNET. Se l’autore la riconoscesse come propria, sarà mia premura sostituirla o attribuire i dovuti crediti.
La cappella di Mehu, nella quale è stato trovato il suo sarcofago, presenta sulla parete occidentale la famosa falsa porta in calcare dipinto di rosso per simulare il pregiato granito, ed i testi e le scene sono stati tracciati in giallo oro.
La falsa porta. FOTO MIA
Parte superiore della falsa porta
A questo link sul nostro sito troverete un notevole lavoro di @Nico Pollone che ci ha offerto la trascrizione, la traslitterazione e la traduzione del testo geroglifico tracciato sulla falsa porta. https://laciviltaegizia.org/wp-content/uploads/…/falsaport….
Nella stele superiore della falsa porta è raffigurato il defunto seduto davanti ad un tavolo ricco di offerte e sulle pareti laterali numerosi servi che gli portano le offerte e il catalogo delle medesime.
Offerente FOTO DA INTERNET. Se l’autore la riconoscesse come propria, sarà mia premura sostituirla o attribuire i dovuti crediti.
Alla camera funeraria sotterranea si giunge attraverso un passaggio inclinato, il cui accesso si apre sul pavimento della corte.
Questi rilievi, emersi in tutto il loro splendore dopo un accurato restauro, furono creati sicuramente dagli artigiani che lavoravano al servizio del Faraone e venivano retribuiti dallo Stato; nel corso della V e della VI dinastia, infatti, il sovrano concedeva ai cortigiani più importanti il privilegio di avvalersi della loro opera per farsi costruire le proprie mastabe; si trattava di personale altamente specializzato e selezionato, che aveva acquisito grande esperienza ed abilità nell’utilizzo dei modesti strumenti all’epoca disponibili.
Sulla sinistra una delle colonne a base quadrata sui cui lati è raffigurato Mehu; sulla destra la falsa porta di Kahotep, raffigurato seduto davanti ad un tavolo di offerte che ne riceve altre da una serie di portatori FOTO DA INTERNET: Se l’autore la riconoscesse come propria, sarà mia premura sostituirla o attribuire i dovuti crediti.
Le loro opere erano assolutamente anonime in quanto non venivano realizzate per ragioni estetiche quanto per un fine utilitaristico, consistente nel procurare al defunto le risorse per la vita nell’aldilà (raffigurare sulle pareti della tomba le offerte equivaleva a metterle concretamente a sua disposizione) e per magnificarne il potere.
La realizzazione del rilievo presupponeva la preventiva preparazione della parete, che doveva essere pulita, lisciata e poi intonacata con uno strato di gesso; quindi con pittura rossa o nera venivano disegnati i contorni delle figure che dovevano poi essere lavorate con uno scalpello di rame, lisciate con una pietra levigata e poi dipinte.
Vita nei campi; l’oggetto a forma di scudo è un enorme covone di grano che verrà caricato sull’asino per essere poi trebbiato ed immagazzinato. Foto di Richard Mortel da Flickr
La pittura veniva realizzata con la tecnica definita “a tempera”, che prevedeva l’utilizzo di pigmenti diluiti in acqua ai quali veniva aggiunto collante vegetale o animale; il colore veniva steso con pennelli ottenuti da legnetti fibrosi sfilacciati alle estremità, e i pigmenti ed i collanti venivano conservati in ciotoline di terracotta, nella valva di una conchiglia o in un coccio concavo.
Vita nei campi; l’oggetto a forma di scudo è un enorme covone di grano che verrà caricato sull’asino per essere poi trebbiato ed immagazzinato. Foto di Richard Mortel da Flickr
La decorazione prevedeva sempre numerosi registri orizzontali, talvolta anche dei sub-registri, all’inizio o alla fine dei quali di solito veniva rappresentato il titolare della tomba di dimensioni molto grandi davanti ad un tavolo di offerta.
Tornando sui nostri passi per raggiungere il parcheggio facciamo una piccola deviazione sulla destra per vedere la strada rialzata del complesso piramidale di Unis, ultimo sovrano della V dinastia.
Essa aveva origine sulle rive di un antico lago, sul retro del tempio della valle dove venivano preparate le offerte per il culto del sovrano, seguiva il percorso di un wadi naturale e terminava al tempio funerario adiacente al lato orientale della piramide che era circondato da un muro di cinta che definiva lo spazio sacro.
Essa è lunga circa 750 metri, e l’egittologo inglese Iorwerth Edwards stima che avesse pareti costituite di blocchi di calcare alte 4 metri e spesse 2,04 metri e che fosse larga circa 2,65 m.; in origine era una specie di galleria con una stretta fessura lungo l’asse del soffitto che permetteva alla luce del sole di illuminare le scene sulle pareti, delle quali sono rimaste solo poche tracce su blocchi isolati.
Secondo la ricostruzione di Hassan esse raffiguravano nella parte più ad est scene di vita quotidiana degli egizi: selvaggina del deserto, raccolta di fichi e miele, del grano (probabilmente parti del ciclo delle “stagioni”), artigiani al lavoro (orefici, vasai, vetrai), scene di mercato, portatori di offerte, battaglie tra Egizi ed Asiatici ed il trasporto via nave da Assuan delle colonne di granito per la costruzione dei templi piramidali.
Man mano che la strada procedeva verso occidente e quindi verso l’Aldilà, le scene diventavano solenni e concentrate sulla figura del re: il rito Heb-Sed, il monarca in trono di fronte alle processioni di dèi e personificazioni dei nòmi che gli portavano le offerte. A sud della parte superiore della strada rialzata furono collocate due navi realizzate in blocchi di calcare.
Alla fine della strada rialzata c’era una grande sala che si affacciava su di un cortile aperto circondato da stanze e da un portico delimitato da pilastri sul quale si affacciava il tempio funerario che ospitava le statue del re e dove avvenivano le offerte; all’angolo sud-est del recinto c’era una piccola piramide satellite per il Ka del sovrano.
Oggi la strada è stata in parte restaurata, e della decorazione originaria sono sopravvissuti intatti solo due rilievi (in loco di sono delle copie, mentre gli originali sono custoditi uno al Museo del Cairo e l’altro al Louvre), che raffigurano uomini magrissimi, stremati dalla fame, probabilmente beduini che abitavano nel deserto orientale.
Gli studiosi si chiedono se le immagini fotografino una vera carestia verificatasi durante il regno di Unis per il cambiamento climatico che segnò il terzo millennio a. C. e la conseguente siccità dovuta all’intermittenza delle piene del Nilo, oppure se rappresentasse la generosità del sovrano nell’aiutare le popolazioni affamate.
ESPINEL A. D., “Blocks from the Unas causeway recorded in Černý’s notebooks at the Griffith institute, Oxford”, in Old Kingdom, new Perspectives. Egyptian Art and Archaeology 2750–2150 b. C., Oxford, 2011
ESPINEL D. A., “Around the columns. Analisys of a relief from the causeway of Unis mortuary temple”, in Bulletin de l’Institut Francais d’archeologie oriéntale, Cairo 2007.
CWIEK A., “Relief decoration in the royal funerary complexes of the Old Kingdom studies in the development, scene content and iconography”, Warsaw University, 2003
Scriba del tesoro; custode dei possedimenti della tenuta della regina Tye nel dominio di Amon
El-Khokha
Tarda XVIII dinastia (Amenhotep III)
Biografia
Unica notizia biografica ricavabile dalla TT253 è il nome della moglie: Tamert[5].
La tomba
Alla TT254 si accede da un cortile in cui si aprono gli accessi anche alle tombe TT253, di Khnummose, e TT294, di Amenhotep (usurpata da Roma)[5]. Un breve corridoio, nell’angolo sud-ovest del cortile, immette in una sala trasversale.
Sulle pareti: su quattro registri sovrapposti (1 azzurro in planimetria[6]) il defunto e la moglie in piedi ed il defunto e la moglie seduti; dinanzi a loro un prete che reca offerte e tre uomini che offrono libagioni, scene di mietitura del grano e di carico di asini per il trasporto; poco oltre (2), su tre registri, scene di banchetto con offertorio a tre cobra e ospiti con accompagnatori, scene di processione funebre con prefiche e uomini che recano cibo e modelli di barche. Seguono (3) scene del defunto e della famiglia dinanzi ad Osiride e alla Dea dell’Occidente (Mertseger; poco oltre (7) una stele con il defunto dinanzi a Osiride e Maat, e testi di offertorio.
Portatori di offerte, dettaglio del II registro. Rilievo di N. de Garis Davies
Sulla stessa parete (6) su due registri, il defunto e due donne dinanzi ai quali un uomo reca offerte; due file di musiciste (arpiste, suonatrici di lira, liutiste e flautiste) accompagnano danzatori mentre il defunto riceve mazzi di fiori dalla moglie in un’abitazione.
Ospiti del banchetto funebre. Rilievo di N. de Garis Davies
Sul lato corto a nord (5), una stele con il defunto che adora Osiride, Anubi e la Dea dell’Occidente, in alto; ai lati, su tre registri, genti che offrono libagioni ad una coppia (il defunto e la moglie?), un prete che offre offerte e prefiche. Poco oltre (4), su due registri, un uomo dinanzi a un granaio intento a pesare il grano mentre tre uomini offrono libagioni a Osiride e a una divinità femminile; un magazzino con uomini che pesano e spostano carichi in ceste mentre altri bruciano incensi dinanzi al defunto e alla moglie[7].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Porter e Moss 1927, p. 337.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] Le tre tombe sono riportate in unica planimetria e differenziate per colore; la TT254 è in azzurro.
[6] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 334.
Scriba contabile del granaio delle divine offerte di Amon
El-Khokha
XVIII dinastia (Amenhotep III)[4]
Biografia
Unica notizia biografica ricavabile dalla TT253 è il nome della moglie: Tanufer[5].
La tomba
Alla TT253 si accede da un cortile in cui si aprono gli accessi anche alle tombe TT254, di Mose (Amenmose), e TT294, di Amenhotep (usurpata da Roma)[6].
Un breve corridoio, nell’angolo sud-est del cortile, immette in una sala trasversale secondo lo schema tipico, a “T” capovolta” delle sepolture del periodo. Sulle pareti: il defunto, la moglie (1 rosso in planimetria[7]) e un uomo in offertorio; poco oltre (2), su cinque registri sovrapposti, la contabilità del grano e una cerimonia cui partecipa il re, con l’arrivo di navi da carico.
Sulla parete corta a est (3) i resti di una stele con, ai lati, tracce di coppie; seguono (4) il defunto con la moglie e una figlia; un uomo reca loro mazzi di fiori mentre un altro è seguito da un aiutante. Sulla stessa parete (7) i resti di una lista di offerte con il defunto, la famiglia e alcuni ospiti; sul lato corto a ovest (6) resti di una stele (?) pesantemente danneggiata con portatori di offerte, il defunto con la moglie e preti che offrono libagioni.
Poco oltre (5) il defunto e la moglie in offertorio e a loro volta destinatari di offerte da parte di familiari e portatori; scene agricole con aratura e trasporto del lino.
Al centro del lato lungo opposto all’ingresso una nicchia sulle cui pareti (8) il defunto e altri tre uomini che recitano inni a Osiride e alla Dea dell’Occidente (Mertseger) con due sciacalli-Anubi. Sulla parete opposta (9) portatori e liste di offerte dinanzi ad una divinità non identificabile[8].
Fonti
^ Gardiner e Weigall 1913
^ Donadoni 1999, p. 115.
^ Porter e Moss 1927, p. 337.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
versante nord-est della collina; in alto nell’area superiore del margine[6]
Biografia
Tutti i dati biografici sul titolare di TT252 sono ricavabili dalla tomba del fratello Senmut (TT71). Ramosi fu il padre di Senimen, Hatnefer (detta anche Titutyu) la madre[7].
Neferether, e Iahotep furono le sue sorelle, e Senmut (TT71), Minhotep, prete “wab”[8] di Amon, Amenemhat, portatore della barca sacra di Amon e Pairi, guardiano del bestiame nel dominio del dio, i suoi fratelli. Analogamente dalla TT71 di Senmut si ricava il nome della moglie Senemiho[9].
La tomba
Unica vestigia visibile della TT252 è una statua scolpita nella roccia della facciata rappresentante il defunto che accudisce una giovane principessa, forse Neferura figlia di Hatshepsut. Alle sue spalle, in piedi, la moglie (?).
Provengono da questa tomba alcuni frammenti di architrave, nonché di vasi canopi intestati al defunto e frammenti di iscrizione recanti il cartiglio di Hatshepsut.[10]
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 38
Porter e Moss 1927, p. 337.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 38-39
Gardiner e Weigall 1913, p. 39
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3] La planimetria qui riportata non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.
[4]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[5]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[6] Con la TT252 termina la catalogazione delle Tombe dei Nobili dovuta a Gardiner e Weigall nel loro “Topographical Catalogue” del 1913.
[8] I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.
Nota: i casi di omonimia sono stati gestiti aggiungendo ai nominativi dei titolari un progressivo in numeri romani tra parentesi quadre (es.: Amenmose [I]; Amenmose [II]). Tali progressivi NON hanno alcuna valenza temporale o storica, ma servono solo per differenziare due titolari (nessuna indicazione è stata, ovviamente, riportata per i titolari “sconosciuti”).
Scriba reale; Supervisore del bestiame di Amon; Supervisore del magazzino di Amon
Sheikh Abd al-Qurna
XVIII dinastia (inizi del regno di Thutmosi III ?)
alla sommità del versante est della collina; fuori dal muro superiore, sotto le TT65 e TT66
Biografia
Unica notizia biografica ricavabile, il nome del padre: Nesu, a sua volta Capo del magazzino di Amon[5]
La tomba
TT251 si sviluppa, planimetricamente, con forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo; un breve corridoio di accesso, sulle cui pareti (1 in planimetria[6]) sono riportati testi dedicatori e sacri, segue una sala trasversale con soffitto sorretto da quattro pilastri.
Sulle pareti, (2) due gruppi di macellai; su due registri sovrapposti (3), resti di scene di banchetto, un uomo in offertorio, una suonatrice di lira e una danzatrice, nonché due suonatrici di nacchere e un suonatore di arpa. Su altra parete (4) un uomo riempie una giara e, sul alto corto (5), i resti di una stele con scene agricole tra cui uomini che zappano e che potano alberi; poco oltre (6) resti di scene non leggibili.
Analogamente non leggibili alcune scene sui pilastri tra cui una di purificazione. Un breve corridoio immette in una sala perpendicolare alla precedente; sulle pareti (7) una scimmia con una cesta piena di datteri sotto la sedia di una donna e, sulla parete opposta (8), una scena incompiuta di uomo con due tavole di offerte dinanzi al defunto e alla moglie (?)[7].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 38
Porter e Moss 1927, p. 336.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 38-39
Gardiner e Weigall 1913, p. 39
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Dopo una bella scarpinata raggiungiamo la zona a sud della piramide di Djoser dove sorge un gruppo di tombe del Nuovo regno, le più importanti delle quali sono quella di Maya e Merit e quella che Horemheb si fece costruire prima di salire al trono, durante il regno di Tutankhamon.
La ricostruzione delle tombe di Maya e Merit (a destra), della sorella di Ramses II Tia (al centro) e di Horemheb (a sinistra) opera di JEAN-CLAUDE GOLVIN – IMMAGINE DA INTERNET
Pur essendo splendide esse sono poco gettonate, non solo perché piuttosto lontane dal circuito tradizionale, ma anche perché per visitare quella di Horemheb occorre pagare un salato biglietto a parte (e comunque un bel bakhshish ai custodi….).
La nostra guida Monalisa ci ha avvertiti del rischio di non riuscire ad entrare, perchè è ormai il primo pomeriggio, il sole è a picco e può essere che il guardiano che dovrebbe aprirci le tombe se ne sia già andato a casa; peraltro siamo fortunati, perchè dopo averlo chiamato a gran voce compare e si mette a nostra disposizione con estrema gentilezza.
Illustrerò quindi la Tomba di Horemheb, la più sontuosa di quelle dell’area, la cui costruzione venne iniziata quando egli era già un influente personaggio e fu progressivamente ampliata quando venne nominato capo delle forze armate e responsabile degli affari esteri del regno e si distinse per le sue vittoriose campagne militari nell’area Siro Palestinese ed in Nubia.
All’epoca Menfi era tornata ad essere la capitale amministrativa del regno, ed è per questo che egli aveva inizialmente scelto di farsi inumare a Sakkara, la Necropoli della città; lì, infatti, furono seppellite la prima moglie Amenia, morta prima che diventasse Faraone, e poi la sua Grande Sposa Reale Mutnodjmet, mentre egli trovò l’ultimo riposo in una nuova magnifica sepoltura nella Valle dei Re (la KV57).
Horemheb era figlio di un oscuro funzionario di Eracleopoli, e nulla si sa sulla sua carriera prima del regno di Tutankhamon; alcuni studiosi hanno ipotizzato che potesse essere il militare di nome Pa-Aten-em-Heb (“Aton è in festa”) che era stato un fedelissimo di Akhenaton e che in seguito mutò il suo nome in Hor-em-Heb (“Horus è in festa”).
Quello che è certo è che con tenacia e abilità scalò i vari gradi del potere fino a diventare Generalissimo dell’esercito e Primo di tutte le opere del re ed insieme a Maya e ad Ay, del quale aveva sposato la figlia Mutnodjmet, compose il consiglio di reggenza durante il regno di Tutankhamon, che lo nominò Iry-pat (principe ereditario) e Idnw (rappresentante del re per l’intero Paese), così come si apprende dalle iscrizioni sulle pareti della sua tomba di Sakkara.
Sul pilastro posteriore di una sua statua conservata al Museo Egizio di Torino, inoltre, si legge: «Il cuore del re fu soddisfatto del Suo lavoro, condividendo le Sue decisioni. Egli lo fece Signore della terra perché mantenesse la legge della terra come Principe ereditario. Egli era unico, senza eguali. Tutti i piani per le Due Terre vennero dalle Sue mani. Tutti concordavano con quanto diceva quando veniva convocato dal re….»
La tomba di Horemheb venne scoperta attorno al 1820, probabilmente da Amalia Nizzoli, della quale ho già parlato, che ancora giovanissima diresse per conto del marito uno dei primi scavi a Sakkara; gli oggetti raccolti in quella campagna vennero poi venduti al pittore bolognese Pelagio Palagi, il quale, alla sua morte, li donò alla sua città natale.
Ecco perché alcuni bellissimi rilievi provenienti dalla tomba si trovano a Bologna; molti altri pregevoli frammenti furono prelevati nel XIX secolo da studiosi e tombaroli e sono esposti nei musei di tutto il mondo, mentre nell’edificio originario sono oggi collocate delle copie.
In seguito la tomba scomparve nuovamente sotto la sabbia e fu riscoperta nel 1975 insieme a quella di Maya da Geoffrey Almeric Thorndike Martin e dalla sua squadra che la ripulirono in quattro stagioni di scavi; i frammenti ritrovati nel corso di tale attività sono oggi esposti al museo Imhotep.
Anche la tomba di Horemheb, così come le altre dell’epoca di Tutankhamon a Sakkara, riproduce nelle forme un «Tempio dei Milioni di anni», ispirato ai templi amarniani ed a quelli solari della V dinastia: per questo aveva un orientamento est – ovest, camere sepolcrali sotterranee, una sovrastruttura “a cannocchiale” ed una piramide in miniatura posta sul tetto o dietro la cappella centrale.
L’ingresso della tomba: la spianata davanti alla costruzione era in origine lastricata, ma è stata ora lasciata in terra battuta; il pilone d’ingresso, alto 7 metri e diviso in due, era realizzato in mattoni di fango e rivestito di pietra calcarea, alcune lastre della quale sono rimaste in loco. Da Osirisnet.net
La sovrastruttura della tomba è lunga circa m. 65 e larga m. 20 ed è costituita da un pilone seguito da un cortile in origine porticato, da una sala delle statue fiancheggiata da due magazzini, da un secondo cortile porticato e da tre cappelle per le offerte (quella centrale originariamente con una piccola piramide sul tetto).
Il primo cortile: le colonne, che nella parte interna sono in due file, originariamente sorreggevano la copertura di un portico alto circa 3 metri, destinato a proteggere i rilievi e a dare ombra ai visitatori. FOTO MIA
Un’altra immagine del primo cortile, visto poco dopo l’ingresso. La porta in fondo è l’entrata della sala delle statue. FOTO MIA
Ogni colonna del primo cortile reca una formella rettangolare sulla quale è raffigurato Horemheb in adorazione perpetua davanti al sole: a quanto consta, è l’unico sito egizio nel quale si trovano formelle decorative applicate alle colonne. FOTO MIA
L’articolatissima parte sotterranea, non visitabile, risale alla V dinastia: Horemheb non si fece alcun problema a radere al suolo le mastabe più antiche che sorgevano dove egli intendeva costruire la sua tomba, e a riutilizzarne per sè le sottostrutture ed i materiali.
Sul lato di fondo del primo cortile, di fianco all’apertura che conduce alla sala delle statue, in origine erano collocate due stele; una è frantumata in diversi pezzi, distribuiti presso vari musei, l’altra è solo un poco danneggiata sul bordo superiore e si trova ora al British Museum di Londra.
Essa è in pietra calcarea (H. cm. 195 – L. cm. 100) ed ha un profondo significato storico: segna il definitivo tramonto dell’atonismo, in quanto raffigura in rilievo sulla lunetta un disco solare alato con uraei pendente, sotto il quale Horemheb è rappresentato in piedi con le braccia alzate in adorazione davanti a Ra-Horakhty, Thot e Maat, facenti parte del pantheon da lui restaurato; vi sono altresì i resti di quindici colonne di geroglifici.
Il registro inferiore comprende un’iscrizione di venticinque righe orizzontali.
I corpi maschili, il disco di Horakhty, la veste e il nastro sulla fronte di Maat recano notevoli tracce di vernice rossa; il giallo è visibile in molti geroglifici e rimane del blu brillante sui bordi.
Riporto qui parte del testo, secondo la traduzione trovata in Osirisnet:
“Salute a te che sei benefico ed efficace, Atum-Horakhty. Quando sei apparso all’orizzonte del cielo, le lodi a te sono sulla bocca di tutti, perché sei bello e ringiovanito come il Disco nell’abbraccio di tua madre Hathor. Appari ovunque, il tuo cuore è felice per sempre!… Adorazione a te, Thot, signore di Hermopolis, che hai dato vita a te stesso, che non sei nato, dio unico, condottiero degli Inferi!… Possa tu far sì che lo scriba reale Horemheb stia saldamente al fianco del sovrano come lo sei stato tu al fianco del signore dell’universo, come lo allevasti quando uscì dal grembo!… Adorazione a te Ma’at, signora del vento del nord… possa tu far respirare al principe ereditario Horemheb i venti che sono usciti dal cielo…”.
L’immagine è una foto della copia della stele scattata da me. E’ molto più chiara di quella dell’originale pubblicata sul sito del British museum dove essa è custodita.
I rilievi del primo cortile sono molto danneggiati; sopravvivono la rappresentazione di un accampamento militare e delle attività che vi si stanno svolgendo, mentre quelle che mostrano Horemheb nell’espletamento dei suoi doveri pubblici sono praticamente scomparse.
L’ACCAMPAMENTO. Rilievo ORIGINALE custodito a Berlino, al Neues Museum. Questa tenda, forse il quartier generale, si trovava al centro dell’accampamento, era la più grande e la meglio arredata: si notano diversi sgabelli pieghevoli con i loro poggiapiedi, giare sui propri supporti, un tavolino sul quale ci sono viveri e addirittura un vaso con mazzi di fiori. Attorno ad essa la vita si svolge serenamente: un auriga con ancora la frusta in mano è seduto sul pianale del suo carro, a terra, uno stalliere tiene due cavalli per una corda, un mulo bruca da un cesto, un ragazzino riconoscibile dalla treccia della fanciullezza porta un vassoio con del cibo. Berlino, Neues Museum ÄM 20363 FOTO di Archai Optix – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Fragment_of_a_relief_from_the_tomb_of_Horemheb.jpg
Qui vi propongo le scene migliori sotto il profilo della conservazione ed anche a livello storico.
L’ACCAMPAMENTO: Rilievo ORIGINALE ora custodito al Museo Archeologico di Bologna. Al centro della scena si trova un padiglione da campo destinato al comandante; al piano superiore sono stoccati gli arredi e le provviste alimentari, a quello inferiore, sotto l’occhio vigile di Horemheb in persona, un soldato versa acqua per compattare il pavimento in terra battuta, mentre un altro lo spazza tenendo spalancata la porta. Un terzo soldato, fuori dall’edificio a sinistra, appoggia la mano destra alla spalla in segno di deferenza nei confronti di un superiore che si sta allontanando oppure si sta massaggiando perchè è stato colpito dallo stesso per punizione. Dall’altra parte del padiglione, un uomo impartisce ordini a gran voce ad un portatore d’acqua che avanza verso di lui. Le stature diverse dei personaggi raffigurati suggeriscono il senso di profondità del campo nel quale si svolge l’azione, ma anche l’appartenenza dei militari a ranghi differenziati, ulteriormente ribaditi dalla presenza o meno della parrucca e dei bastoni del comando. L’estrema dinamicità della scena, fedele alla frenetica attività di un accampamento militare, costituisce l’elemento di maggior pregio del rilievo. Materiale: calcare con tracce di colore Dimensione: cm 62 x 106 Numero di inventario: KS 1888 FONTE DEL TESTO E DELL’IMMAGINE: http://www.museibologna.it/…/48653/id/48720/oggetto/48724/
Horemheb in nome di Tutankhamon conferisce l’oro del valore ad un funzionario. Di questa scena, molto deteriorata e rimasta in loco sulla parete nord, ho trovato solo in disegno. Essa ha un notevole valore storico perchè mostra il Generalissimo in scala molto grande che in sostituzione di Tutankhamon premia con l’”oro del valore” un personaggio con le braccia alzate in segno di ringraziamento. Molti studiosi ritengono che quest’ultimo possa essere Pa-Ramessu, il futuro Ramses I: la parte di rilievo che riportava il nome del gran dignitario già più volte decorato con l’oro del valore ed ancora premiato da Horemheb è scomparsa, per cui non è possibile avere certezza assoluta della sua identità. Peraltro il futuro Ramses I fu compagno d’armi di Horemheb, e il nostro personaggio sfoggia un deciso naso aquilino, che caratterizza il profilo dei primi ramessidi, così come si desume dalle loro mummie. IMMAGINE DA OSIRISNET
L’ACCAMPAMENTO. Il rilievo, costituito da due parti perfettamente combacianti e suddiviso in due registri decorativi, mostra altre scene di vita militare, che troverete meglio dettagliate nelle prossime immagini. Materiale: calcare con tracce di colore Dimensione: cm 64 x 174 Numero di inventario: KS 1886 http://www.museibologna.it/…/47680/id/48720/oggetto/48724/
L’ACCAMPAMENTO. Nel registro superiore, a sinistra, un ufficiale accompagnato da uno scriba e da un altro egizio armato di bastone sorveglia l’allenamento alla corsa di due uomini che si dirigono verso di lui. FOTOGRAFIA By Sailko – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29274171
L’ACCAMPAMENTO. Nella parte destra del registro e nella fascia sottostante (vedi foto), alcuni magazzinieri sistemano grandi quantità di derrate alimentari sotto l’attento controllo di un secondo scriba, raffigurato nella prossima immagine. Si notano pani di forma circolare, giare da vino, i frutti della palma dum racchiusi in voluminosi sacchi a rete e alcuni mazzetti di porri destinati ad essere distribuiti ai soldati, che venivano retribuiti in natura. FOTOBy Sailko – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29274170
L’ACCAMPAMENTO. A destra della precedente immagine gli scribi controllano l’approvvigionamento dei magazzini, ed i servi sistemano le provviste da distribuire alla truppa. FOTO By Sailko – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29274172
Sono rimasta affascinata dai rilievi custoditi a Bologna, tant’è che sono andata al museo proprio per vederli dal vivo. Sono di una vivacità e di una ricchezza di particolari notevole. Ho scattato moltissime fotografie, e vi sottopongo quelle più dettagliate. Questo rilievo proviene dal primo cortile della tomba e fa parte della grande scena dell’accampamento militare.
Ecco una vivacissima scena che si svolge nell’accampamento di Horemheb; nel registro inferiore un messaggero arriva al galoppo perobabilmente per portare un dispaccio urgente al Generalissimo, e davanti a lui un ufficiale fa segno ad un portatore d’acqua di avvicinarsi per dissetarlo; dietro al cavaliere un gruppo di soldati sta trasportando un oggetto pesante, forse una tenda arrotolata; nel registro superiore due aurighi si stanno riposando accanto ai loro carri, mentre uno scriba (riconoscibile dall’astuccio scrittorio che tiene in mano) si sta dirigendo altrove ad ampie falcate. MUSEO ARCHEOLOGICO DI BOLOGNA FOTO MIA
Esso conserva ancora tracce di colore e misura cm. 62 x 126,5; troverete una descrizione particolareggiata nelle didascalie delle immagini.
Questa rappresentazione è insolita, in quanto gli Egizi non avevano l’abitudine di montare a cavallo e preferivano servirsene per trainare i carri; inoltre non erano particolarmente abili nel disegnare il nobile animale, che qui, invece,è stato reso in modo mirabile, anche nei più minuti particolari. Piuttosto è la posizione del cavaliere ad essere alquanto innaturale: in assenza di sella e staffe, che ancora non venivano adoperate – al massimo si usava porre una coperta sul dorso dell’animale -) una posizione così arretrata sulla groppa dell’animale sarebbe stata troppo precaria. E’ probabile che questo cavaliere non fosse un egizio, ma uno straniero al servizio del faraone.
APPROFONDIMENTO: IL MESSAGGERO
Ulteriori informazioni sull’uso del cavallo da parte degli Egizi, a cura di Livio Secco
I cavalli furono importati in Egitto dagli Hyksos attorno al 1.600 a. C., erano piccoli (l’altezza al garrese, cioè alla spalla, non superava i 150 cm.) e poco resistenti anche dal punto di vista scheletrico; essi venivano utilizzati in coppia per il traino di bighe da guerra, cioè di carri leggeri ad un solo asse, al quale venivano aggiogati “a strozzo”, in quanto il traino a spalla venne introdotto solo nel Medioevo.
Gli Ittiti usavano inizialmente carri a due assi (il primo dei quali non era sterzante) ma erano pesantissimi ed avevano notevoli problemi di manovrabilità.
In ogni caso, dalla documentazione dell’epoca si evince che per il traino venivano preferiti emioni oppure onagri, cioè asini selvatici più mansueti e meno costosi dei cavalli.
I cavallini dell’epoca venivano cavalcati solo in situazioni di eccezionale urgenza, a pelo e senza staffe nè sella, comparse solo in epoca tardo romana; il cavaliere veniva scelto giovanissimo perchè era più leggero di un adulto, e montava a cavalcioni del posteriore e non del dorso dell’animale per distribuire il proprio peso sulla sua parte più robusta e muscolare e non gravare sulla spina dorsale indubbiamente fragile.
La mia critica all’antico scultore, che a mio avviso aveva posizionato il cavaliere in posizione anomala in groppa al destriero, è quindi del tutto fuori luogo.
Poste queste premesse di carattere generale, è chiaro che il cavaliere che arriva al galoppo nell’accampamento del Generalissimo è molto probabilmente un messaggero che porta un dispaccio urgente e di fondamentale importanza.
Il messaggero nel rilievo bolognese proveniente dalla tomba di Horemheb a Sakkara. FOTO MIA
La rappresentazione di un uomo a cavallo appare solo un’altra volta sui rilievi parietali egizi, più precisamente sulla parete destra della sala ipostila del tempio maggiore di Abu Simbel che illustra la battaglia di Qadesh.
Si tratta di un giovane armato che cavalca verso la terza divisione Ptah, probabilmente per invitare i comandanti ad accelerare il passo o ad inviare subito l’aliquota carri per soccorrere Ramesse, che si trovava in difficoltà in quanto la seconda divisione Ra era stata sbaragliata e la prima divisione Amon rischiava di essere travolta dall’attacco dei carri Ittiti.
La battaglia di Kadesh: rilievo nel tempio maggiore di Abu Simbel – disegno di Ippolito Rosellini. Nel riquadro in rosso un messaggero armato galoppa verso la divisione Ptah per portare i nuovi ordini e farla intervenire a soccorrere il resto dell’esercito che stava avendo la peggio.
Ingrandimento del particolare riquadrato in rosso nella precedente immagine che evidenzia il messaggero e il suo particolare modo di cavalcare.
Per informazioni piu’ approfondite sulla battaglia di Kadesh si vedano gli articoli di Andrea Petta, Giuseppe Esposito, Livio Secco ed Ivo Prezioso sul nostro sito laciviltaegizia.org nella sezione dedicata alle grandi battaglie.
Un ufficiale, riconoscibile dal bastone a forma di cuneo simbolo del suo grado e dall’elegante divisa, richiama l’attenzione del portatore d’acqua, forse per dissetare il messaggero dopo il lungo viaggio. MUSEO ARCHEOLOGICO DI BOLOGNA FOTO MIA
Sette soldati trasportano a spalla un pesante oggetto, forse una tenda arrotolata; tre di essi portano un elmo, o forse un copricapo, del tutto inusuale presso gli Egizi. Divertente è il contributo offerto dall’ufficiale, l’ultimo personaggio sulla destra: mentre gli altri sudano sotto il peso si limita a dare indicazioni, fingendo in modo poco convincente di dare loro aiuto. Un altro particolare interessante è l’abbigliamento dei soldati, che portano un perizoma di pelle sul quale venivano praticati moltissimi piccoli tagli verticali per renderlo più leggero e traspirante. Solo un rettangolo nella parte posteriore centrale era compatto, forse per motivi di decenza? Alcuni perizomi simili a questi sono giunti fino a noi; ne parlerò prossimamente.
Due aurighi sostano accanto ai rispettivi carri, tenendo in mano le briglie dei cavalli. MUSEO ARCHEOLOGICO DI BOLOGNA FOTO MIE
A proposito di questo rilievo osserva la nostra amica Marina Celegon (che ringrazio), nel suo interessante articolo il cui link trovate a fondo pagina:
“Già di per sé le scene di vita militare sono abbastanza insolite per una tomba, ma una di quelle conservate a Bologna ancora oggi rappresenta qualcosa di speciale. Questa raffigura un uomo a cavallo che arriva o che si allontana al galoppo. Se molte delle scene sono connotate da un generale senso del movimento, da originalità compositiva e da un accentuato naturalismo, tutte cose infrequenti nell’arte funeraria egizia, queste caratteristiche sono ancora più evidenti nell’immagine del cavaliere, che sembra attraversare il campo al galoppo. La decorazione della tomba risente certamente dell’arte ispirata dal faraone eretico Akhenaton, durante il cui regno venne in buona parte realizzata. Oltre che per la particolarità della resa artistica, la figura del cavaliere è insolita anche per un altro aspetto degno di nota. Nell’arte egiziana i cavalli sono normalmente rappresentati aggiogati ai carri da guerra, meno spesso a quelli da caccia o da parata. Sono rarissime, invece, le immagini di cavalieri. Conseguentemente si pensa che gli egiziani non cavalcassero, o almeno non abitualmente, questi preziosi animali. Ed è per questo che l’uomo nudo e barbuto che cavalca senza sella è ritenuto essere un soldato appartenente ad un corpo mercenario dell’esercito, forse un siriano, utilizzato come “esotico” messaggero al servizio del faraone”.
RILIEVO IN LOCO: lo stipite sinistro della sala delle statue. Si tratta dell’unica tra le molteplici rappresentazioni di Horemheb in questa zona della tomba alla quale, dopo la sua ascesa al trono, è stato aggiunto l’ureo sulla fronte, appena visibile. Sopra Horemheb seduto, si nota ripetuto per quattro volte il suo nome: ḥr-m-ḥb, ossia il falco ḥr sopra il quale troviamo la costola m e sotto il quale c’è il bacino d’alabastro ḥb (Horus è in festa). Sotto, il determinativo del dignitario assiso ammantellato che indicava che si trattava di un alto funzionario defunto e la definizione tipica per il defunto che ha superato il giudizio di Osiride “mAa-xrw”, ossia “giusto di voce”. FOTO MIA
Da un’apertura sulla parete di fondo del primo cortile si accede alla “sala delle statue”, cosiddetta perchè al suo interno sono state trovate statue di Horemheb ed i basamenti di statue di Anubi; essa ha forma rettangolare, misura m. 8,00 x 5,34 ed è fiancheggiata da due ambienti utilizzati come cappelle o come magazzino e più di recente, forse, come celle per i monaci del vicino monastero di San Geremia; essa un tempo era coperta da una volta a botte che crollando ha distrutto le pitture parietali dalle quale era decorata.
Su entrambi gli stipiti dell’ingresso si trova un’immagine di Horemheb (o di una statua che lo raffigura) davanti a una tavola di offerte; solo in una di esse porta l’ureo, aggiunto dopo la sua ascesa al trono; un sacerdote Iunmutef gli sta di fronte ed esegue fumigazioni con incenso ed il rito dell’apertura della bocca.
RILIEVO IN LOCO: La copia dello stipite destro della sala delle statue. Si noti l’ureo sulla fronte di Horemheb, aggiunto dopo il sua ascesa al trono. Il ventaglio che egli porta con sè, infatti, non era un attributo del re, quanto dei suoi figli e di coloro che gli erano particolarmente vicini, che venivano gratificati del titolo di “Portatore di ventaglio alla destra del re”. FOTO MIA
Un’altra immagine a fianco di uno stipite (copia), raffigurante Horemheb davanti al quale vi è una tavola d’offerta e dietro la cui sedia si trova il suo segretario, di nome Sementaui, con la tavoletta da scriba in mano. Successivamente il nome dello scriba fu corretto in Ramose, perchè Sementaui è morto o è caduto in disgrazia. FOTO MIA
All’estrema destra si trova il suo scriba militare Sementaui che compare anche altrove nella tomba, il cui nome e titolo furono in seguito erasi e sostituiti con quello di Ramose, o perchè morto, o perchè caduto in disgrazia.
RILIEVO IN LOCO: Il rito dell’apertura della bocca: davanti al defunto si trovano mazzi di fiori ed una tavola ricca d’offerte; il sacerdote sta celebrando il rito dell’apertura della bocca pronunciando le formule sacre ed effettuando delle fumigazioni con l’incensiere che tiene nella mano destra. Dietro Horemheb, in piccolo, è raffigurato il suo segretario personale. FOTOGRAFIA DI KAIROINFO4U DA FLICKR
Un’immagine più dettagliata del sacerdote, che porta ancora la treccia della giovinezza ed i cui tratti delicati sono stati resi con estrema precisione. FOTO di Panegirici di Granovetter, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons a questo link https://commons.wikimedia.org/…/File:26672-_youth_with…
Le iscrizioni sugli stipiti sono molto interessanti e costituiscono una glorificazione della grandezza del Generalissimo e delle sue vittorie sulle città stato del Vicino Oriente ed in Nubia: ecco i testi, secondo la traduzione trovata su https://nefershapiland.de/HaremhabGrabMemphis.htm
” …..era più grande dei grandi, più potente dei potenti, il grande condottiero dei sudditi…..che sosteneva il re nel suo percorrere le terre straniere del sud e del nord…. Supremo dei cortigiani più importanti, a cui gli unici portano i segreti confidenziali, custode del palazzo…..”
“ambasciatore inviato dal re a capo delle sue spedizioni nelle terre straniere del sud e del nord… scelto dal re per essere a capo delle Due Terre, per governare le due sponde [l’Egitto], capo dei generali del signore dei due paesi…..l’unico che conta le truppe…. uno che non lascia il suo padrone [il Faraone] da parte sul campo di battaglia in questo giorno in cui si schiacciano gli asiatici.”
I Ramessidi, che ad Horemheb dovevano il trono, istituirono un culto alla sua memoria, testimoniati da due architravi, risalenti a Ramses II, che mostrano la famiglia di sacerdoti funerari che aveva la responsabilità di curare la tomba e di eseguire i rituali.
Un breve passaggio sul lato occidentale della sala delle statue conduce al secondo cortile interno, più piccolo del primo ed anch’esso circondato da un portico sorretto da sedici colonne alte poco più di due metri; nell’angolo nord-ovest di questo cortile si trova uno degli ingressi alle camere sepolcrali.
Anche le pareti di questo portico sono ricoperte da rilievi molto ben conservati; alcuni dei blocchi erano ancora in situ, altri sono stati ritrovati dal team del prof. Martin tra le macerie del cortile e nell’area circostante e sono stati poi ricollocati nella loro sede originaria, altri ancora, rimossi dalla tomba all’inizio del XVIII secolo ed ora esposti in musei stranieri, sono stati sostituiti da calchi.
Sulla parte meridionale del muro est, sul muro sud nonché sul muro ovest del cortile vi sono scene con episodi della carriera di Horemheb, che documentano le sue vittoriose spedizioni militari e la decorazione con l’oro del valore, una pesante collana d’oro che il re attribuiva ai suoi sudditi più fedeli e meritevoli come riconoscenza per i servizi prestati.
Questo è il rilievo originale di un gruppo di prigionieri nubiani che accovacciati a terra aspettano di conoscere il proprio destino, controllati da tre ufficiali che si dimostrano particolarmente rudi con loro (il secondo sta per colpire uno di essi con una bastonata). Lo scriba al centro deve sceglierne alcuni perché entrino al servizio personale del re. MUSEO ARCHEOLOGICO DI BOLOGNA – FOTO MIA
Particolare della parte sinistra del rilievo di Bologna: i tratti somatici dei nubiani sono rappresentati con estremo realismo, e si differenziano nettamente da quelli degli egizi; essi hanno labbra marcate e sporgenti, una capigliatura (non credo sia un copricapo) aderente alla testa, grandi cerchi alle orecchie ed indossano un gonnellino corto e liscio. FOTO MIA
Particolare della parte centrale del rilievo di Bologna: lo scriba con il suo calamo e la tavoletta dove tiene la sua attrezzatura sta annotando le operazioni compiute: si noti con che delicatezza tiene il calamo, affinché il tratto sul papiro risulti perfetto! L’inquadratura ravvicinata permette di notare le rughe nasolabiali e frontali dei prigionieri, forse più anziani degli egizi, forse provati dalla tragica vicenda personale che stanno vivendo. FOTO MIA
Particolare dei prigionieri nella parte centrale del rilievo di Bologna. FOTO MIA
Particolare della parte destra del rilievo di Bologna. FOTO MIA
Particolare della parte destra del rilievo di BolognaFOTO MIA
Le immagini sono fortemente autocelebrative, in quanto non esiste alcuna prova storica di guerre o di campagne contro Libici, Nubiani o Asiatici durante il regno di Tutankhamon; il prof. Martin ipotizza che in realtà Horemheb condusse spedizioni punitive in quelle aree per ripristinare la sovranità dell’Egitto, fortemente indebolitasi durante il periodo amarniano per il disinteresse di Akhenaton.
COPIA DEL RILIEVO ORIGINALE Immediatamente sotto la copia del rilievo bolognese troviamo quest’altro gruppo di prigionieri Nubiani. La scena è dotata di particolare vivacità, perchè i prigionieri, pur essendo in fila indiana ed essendo tutti seduti a terra, hanno altezze differenti, non guardano tutti nella medesima direzione ed alcuni gesticolano. FOTO E TESTO MIEI
COPIA DEL RILIEVO ORIGINALE: Sul lato destro, Horemheb è rappresentato in piedi, di grandi dimensioni, con in mano il bastone simbolo del suo comando (figura che è sopravvissuta solo in parte); davanti a lui, un ufficiale costringe un capo nubiano ad abbassarsi di fronte al Generalissimo in segno di sottomissione. Gli scribi militari, dietro al capo nubiano sconfitto, registrano tutti i dettagli della sua resa. Nel registro inferiore, altri due capi nubiani sono costretti a rendere omaggio al Generalissimo. FOTO MIA
COPIA DEL RILIEVO ORIGINALE Dietro gli ufficiali si trovano tre registri con lunghe file di prigionieri che rappresentano le città-stato libiche, del Vicino Oriente e della Nubia, sorvegliati dai soldati egizi armati di bastoni dalla forma a cuneo, in uso nella XVIII dinastia. Questo registro raffigura i nubiani, riconoscibili per i capelli ricciolini e per i grandi orecchini ad anello I guardiani sono raffigurati di piccole dimensioni, forse per indicare che si tratta di giovani reclute, delle quali Horemheb era il responsabile supremo, ma nonostante ciò si dimostrano piuttosto rudi con i prigionieri: il soldato a sinistra afferra uno di loro per un braccio con entrambe le mani, quello più a destra sferra un pugno sotto il mento del povero nubiano….. FOTO MIA
COPIA DEL RILIEVO ORIGINALE. Dietro gli scribi sei ufficiali egizi, rappresentati molto più grandi dei prigionieri, abbigliati in uniforme di gala con tuniche plissettate e frangiate, sandali ai piedi, parrucche differenti l’una dall’altra (notate quella del secondo personaggio, fortemente stempiato….) e con in mano il bastone simbolo del loro grado prendono parte alla cerimonia della sottomissione FOTO MIA
Le parti inferiori della parete nord mostrano invece scene del rito funebre, alcune delle quali si estendono anche alla parete est.
Qui vi mostro altri rilievi del secondo cortile, tra i più belli della tomba; gli originali si trovano al museo di Leida, salvo i due del registro superiore che sono uno a Vienna ed uno a Berlino.
Le scene, che devono essere lette da destra a sinistra, sono ambientate probabilmente nel palazzo reale di Menfi, dove Tutankhamon aveva trasferito la sua capitale per prendere le distanze dalle scelte del padre e da Amarna.
Una di esse rappresenta una delegazioni di libici, nubiani e asiatici inginocchiati o distesi a terra, che hanno raggiunto l’Egitto a cavallo con un estenuante viaggio per implorare la clemenza del Faraone e che, con l’ausilio di un interprete, chiedono ad Horemheb di farsi portavoce delle loro richieste.
Il sovrano è rappresentato sulla sinistra, insieme alla moglie Ankhesenamon, sul balcone del palazzo o comunque su di un piedestallo (il rilievo, purtroppo, si è conservato solo in parte); davanti a lui il Generalissimo, unico che ha titolo per parlare con il Faraone, riferisce le implorazioni degli ambasciatori.
Nel registro superiore composto da due blocchi è visibile un gruppo di Egizi che assiste alla scena.
Ho inserito descrizioni più precise nelle didascalie delle immagini.
RILIEVO ORIGINALE, oggi a Leida. L’interprete è raffigurato due volte, sulla sinistra dell’immagine, ma fa parte di due scene distinte. Quando è girato verso destra ascolta le implorazioni dei delegati dei popoli sconfitti, mentre quando è rivolto a sinistra sta parlando con Horemheb e gliele traduce. Il gruppo di ambasciatori è di una espressività unica: il primo uomo in basso, secondo l’usanza orientale, si è prostrato a terra in segno di sottomissione, mentre gli altri, in ginocchio o in piedi, alzano le mani rendendo omaggio al vincitore. Il secondo uomo dal basso sembra aver superato a stento il viaggio; calvo e non più giovanissimo giace prono, rigido, in posizione anomala rispetto al contesto, ha la testa leggermente girata indietro ma nonostante sia fisicamente distrutto alza le mani implorando pietà. Nel gruppo sono rappresentati i nemici storici dell’Egitto: i nubiani (uno solo in alto, con i capelli crespi trattenuti da una fascia sulla fronte); i siriani, caratterizzati dall’abito lungo fino alle caviglie con quella specie di mantellina e con le maniche lunghe di stoffa diversa; i libici, con la barbetta a punta, la frangia, la treccia laterale ed una piuma tra i capelli. FOTO di Sailko, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons
RILIEVO ORIGINALE oggi a Leida. Anche Horemheb è raffigurato due volte, al centro, come protagonista di due differenti scene, svoltesi in momenti diversi perchè non era pensabile che i sudditi voltassero le spalle al re. A destra ascolta l’interprete che gli riferisce le richieste di clemenza dei popoli sconfitti; a sinistra si rivolge verso Tutankhamon ed Ankhesenamon e le espone loro. Il Generalissimo compare in alta uniforme, con la veste perfettamente pieghettata, la parrucca con un complesso “taglio scalato”, numerosi ori del valore al collo, il ventaglio simbolo del titolo di “portatore di ventaglio alla destra del re”, che il sovrano attribuiva solo ai figli ed ai suoi prediletti. Egli indossa anche i sandali, per concessione suprema del sovrano, dinanzi al quale bisognava presentarsi scalzi in segno di sottomissione. Sulla fronte porta l’ureo, evidentemente aggiunto dopo la sua ascesa al trono. Nella mano tiene anche una sciarpa ed una scure, il cui significato sinceramente non conosco…. qualcuno può illuminarci? FOTO dal sito del museo di Leida, a questo link: https://www.rmo.nl/imageproxy/jpg/143186
RILIEVO ORIGINALE oggi a Leida Questi blocchi sono ciò che rimane della delicata rappresentazione di Tutankhamon ed Ankhesenamon affacciati ad un balcone del palazzo, o forse alla finestra delle apparizioni. La coppia reale è riccamente abbigliata con abiti di finissima stoffa, la cui trasparenza l’antico scultore ha saputo fissare nel calcare. Il re è inclinato in avanti, per ascoltare la supplica del suo Generale che gli chiede pietà per i popoli che egli stesso ha sconfitto. PARTICOLARE DELLA FOTO TRATTA DAL SITO DEL MUSEO DI LEIDA, A QUESTO LINK https://www.rmo.nl/…/search…/collection-piece/…
RILIEVO ORIGINALE oggi a Berlino. Questo rilievo fa parte del registro posto sopra a quello che raffigura Horemheb davanti a Tutankhamon; si notano dei dignitari Egizi, forse alti ufficiali dell’esercito, in posizione di omaggio dinanzi al sovrano, che ascoltano il discorso del Generalissimo. FOTO DAL SITO DEL MUSEO DI BERLINO A QUESTO LINK: https://recherche.smb.museum/detail/607109 Credito: Musei statali di Berlino, Museo Egizio e Collezione di papiri / Sandra Steiß CC BY-SA 4.0
Anche questi rilievi del portico del secondo cortile sono di una bellezza stupefacente; gli originali si trovano tutti al museo di Leida.
Così come quelle già viste, anche queste scene devono essere lette da destra a sinistra; esse sono ambientate probabilmente a Menfi, perchè raffigurano la cerimonia solenne della consegna ad Horemheb dell’ennesimo oro del valore: il Generalissimo è circondato dai servi che gli allacciano sull’uniforme candida e finemente plissettata la decorazione, mentre altri portano un contenitore con un cono di prezioso unguento profumato e vassoi con altri collari d’oro destinati a manifestare la riconoscenza del sovrano nei suoi confronti per i notevoli servizi resi alla corona.
Uno scriba assiste alla scena tenendo in mano il suo astuccio con i colori e i calami.
Anche in questo caso la figura di Horemheb venne completata con l’aggiunta di un diadema recante l’ureo in epoca successiva alla sua salita al trono.
Dietro di lui vi sono cortei di prigionieri asiatici che sfilano come bottino di guerra, non solo uomini ammanettati e tenuti “al guinzaglio” con una corda, ma anche donne e bambini.
Era abitudine degli Egizi portare in patria come ostaggi i figli dei capi delle popolazioni sottomesse per educarli nel Kap, la scuola di palazzo dove veniva cresciuto ed istruito anche il principe ereditario. In questo modo il Faraone si garantiva la fedeltà dei loro padri, e faceva sì che questi principi assorbissero la cultura egizia e fraternizzassero con l’erede al trono, con il quale sarebbero rimasti in buoni rapporti anche quando avrebbero fatto ritorno nel proprio paese per occupare ruoli di comando. Vi rimando alle didascalie delle immagini per informazioni più dettagliate
ORIGINALE DEL RILIEVO oggi a Leida. Una delle due ampie scene del portico del secondo cortile della tomba di Horemheb. Nelle immagini successive potrete apprezzare i magnifici particolari della scena principale. Anche il registro inferiore illustrava una sfilata di prigionieri asiatici, mentre quello superiore mostrava una mandria di cavalli, dei quali sono rimaste solo le zampe, che probabilmente era stata razziata ai nemici sconfitti. Davanti ai cavalli c’erano probabilmente dei soldati, e in prima fila degli ufficiali e degli alti dignitari, riconoscibili dall’abito lungo e dal flabello. Il registro inferiore è interessante per l’estrema varietà dei personaggi. FOTO di Sailko a questo link: https://w.wiki/9DY9https://creativecommons.org/licenses/by/3.0/ Numero museo: H.III.PPPP Dimensioni: 86 x 109 x 19,5 cm
ORIGINALE DEL RILIEVO Alcuni servi allacciano l’oro del valore al collo di Horemheb, mentre altri gli portano ulteriori collari e un cono di unguento profumato. Numero museo: H.III.PPPP Dimensioni: 86 x 109 x 19,5 cm Materiale: pietra calcarea FOTOGRAFIA DAL SITO DEL MUSEO DI LEIDA, A QUESTO LINK: htpps//www.rmo.nl/en/collection/highlights-collection/horemheb/
ORIGINALE DEL RILIEVO ora a Leida. Alla cerimonia di conferimento dell’oro del valore ad Horemheb vengono portati i prigionieri da lui catturati nel corso delle sue campagne nel Vicino Oriente. Gli uomini, probabilmente siriani in ragione dei tratti somatici e degli abiti caratteristici, hanno le mani immobilizzate in un ceppo di legno; alle estremità di questo strumento di contenzione si diparte una corda che lo fissa al collo del prigioniero e che può essere usata come un guinzaglio (si noti il primo prigioniero). I due egizi che sorvegliano gli altri due prigionieri qui rappresentati preferiscono trattenerli per il ceppo. FOTO di Sailko, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons a questo link: https://commons.wikimedia.org/…/File:Xviii_dinastia…
ORIGINALE DEL RILIEVO oggi a Leida. Questa è la prosecuzione della sfilata di prigionieri; gli egizi sono piuttosto rudi nei loro confronti, e non esitano a percuoterli sebbene essi non possano in alcun modo difendersi. Il penultimo del gruppo sembra avere appena ricevuto un colpo al mento (si noti la mano ancora chiusa a pugno sotto la sua testa), tanto che inclina il capo all’indietro. FOTO di Sailko, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons a questo link: https://commons.wikimedia.org/…/File:Xviii_dinastia…
ORIGINALE DEL RILIEVO ora a Leida. L’ultima parte del rilievo dei prigionieri asiatici. La sfilata si conclude con un gruppo di donne; quella visibile per intero ha sulle spalle due bambini, uno piccolo sta in un tessuto a mò di zaino, dal quale spuntano la sua testolina, una manina e le gambe, e l’altro, un po’ più grandicello, è appollaiato sul suo collo e si aggrappa ai suoi capelli. I soldati dimostrano rispetto nei suoi confronti perchè non è legata, ma viene tenuta per un polso. FOTO DA INTERNET. NON SONO IN GRADO DI INDICARE L’ESATTA PROVENIENZA. SE L’AUTORE L’INDIVIDUASSE COME PROPRIA, PROVVEDERO’ A RICONOSCERE IL DOVUTO CREDITO O A SOSTITUIRLA.
PARTICOLARE DELLA SFILATA DI PRIGIONIERI I prigionieri hanno i lineamenti molto marcati e profonde rughe naso-labiali ed alcuni di loro sono calvi, mentre i sorveglianti egizi hanno lineamenti delicati e pelle liscia. Mi viene da pensare che questi ultimi siano giovani reclute, addette a compiti di ordinaria amministrazione, mentre i prigionieri siano già uomini maturi, provati dalla dura vita militare e dalle tristi vicende che stanno vivendo. FOTO DAL PROFILO FACEBOOK DI HEQAIB
Particolare di un prigioniero ittita, riconoscibile per le due lunghe ciocche di capelli. Si trova nella sfilata del registro inferiore, sopravvissuto solo con riferimento alla parte superiore del corpo dei personaggi. FOTO di Rob Koopman da Leiderdorp, Paesi Bassi, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons https://commons.wikimedia.org/…/File:Hittite_prisoner…
Nel registro posto sopra quello che ospita la sfilata di prigionieri asiatici si trova anche il famoso rilievo degli scribi che registrano il bottino, il cui originale si trova al museo archeologico di Firenze.
Nel secondo cortile si trovano altresì raffigurazioni del rituale di sepoltura di Horemheb ed in particolare file di offerenti, gruppi di prefiche e l’allestimento del banchetto funebre, allestito sotto dei pergolati montati per l’occasione.
Questi scribi prendono nota del bottino che Horemheb ha portato dalle sue campagne in Asia; essi sono in piedi, piegati in avanti, e tengono con la mano sinistra l’astuccio con il materiale scrittorio e nella destra il calamo con il quale si apprestano a scrivere. La vivacità del gruppo riflette chiaramente lo stile amarniano, ancora diffuso durante il regno di Tutankhamon. Questo frammento (2566) è ora esposto nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze. FOTO dal sito del Museo di Firenze a questo link: https://museoarcheologiconazionaledifirenze.wordpress.com…
RILIEVO IN LOCO: Portatori di offerte: i due uomini portano animali vivi (un orice, un vitello e delle anatre), mazzi di fiori, un vassoio con pani, un volatile già spennato e forse già cotto, da aggiungere alla grande quantità di offerte già accatastata per il defunto, dove sono visibili un grappolo d’uva, dei melograni, dei frutti di sicomoro di grandi dimensioni. FOTO MIA
RILIEVO IN LOCO. Un sacerdote sem, che indossa la pelle di felino, effettua lustrazioni, mentre una donna riccamente abbigliata con una lunga veste plissettata e trasparente, una parrucca a treccioline e un cono di profumo sulla testa porta in offerta fiori, anatre, pani e frutta. FOTO MIA
APPROFONDIMENTO: IL MESSAGGERO
Dopo la pubblicazione del post sulla scena dell’accampamento nella tomba di Horemheb, Livio Secco mi ha fornito ulteriori informazioni sull’uso del cavallo da parte degli Egizi, che mi sembra interessante trasmettere anche a voi.
I cavalli furono importati in Egitto dagli Hyksos attorno al 1.600 a. C., erano piccoli (l’altezza al garrese, cioè alla spalla, non superava i 150 cm.) e poco resistenti anche dal punto di vista scheletrico; essi venivano utilizzati in coppia per il traino di bighe da guerra, cioè di carri leggeri ad un solo asse, al quale venivano aggiogati “a strozzo”, in quanto il traino a spalla venne introdotto solo nel Medioevo.
Gli Ittiti usavano inizialmente carri a due assi (il primo dei quali non era sterzante) ma erano pesantissimi ed avevano notevoli problemi di manovrabilità.
In ogni caso, dalla documentazione dell’epoca si evince che per il traino venivano preferiti emioni oppure onagri, cioè asini selvatici più mansueti e meno costosi dei cavalli.
I cavallini dell’epoca venivano cavalcati solo in situazioni di eccezionale urgenza, a pelo e senza staffe nè sella, comparse solo in epoca tardo romana; il cavaliere veniva scelto giovanissimo perchè era più leggero di un adulto, e montava a cavalcioni del posteriore e non del dorso dell’animale per distribuire il proprio peso sulla sua parte più robusta e muscolare e non gravare sulla spina dorsale indubbiamente fragile.
La mia critica all’antico scultore, che a mio avviso aveva posizionato il cavaliere in posizione anomala in groppa al destriero, è quindi del tutto fuori luogo.
Poste queste premesse di carattere generale, è chiaro che il cavaliere che arriva al galoppo nell’accampamento del Generalissimo è molto probabilmente un messaggero che porta un dispaccio urgente e di fondamentale importanza.
La rappresentazione di un uomo a cavallo appare solo un’altra volta sui rilievi parietali egizi, più precisamente sulla parete destra della sala ipostila del tempio maggiore di Abu Simbel che illustra la battaglia di Qadesh.
Si tratta di un giovane armato che cavalca verso la terza divisione Ptah, probabilmente per invitare i comandanti ad accelerare il passo o ad inviare subito l’aliquota carri per soccorrere Ramesse, che si trovava in difficoltà in quanto la seconda divisione Ra era stata sbaragliata e la prima divisione Amon rischiava di essere travolta dall’attacco dei carri Ittiti.
FONTI: Ringrazio Livio Secco per le informazioni e le immagini che mi ha fornito sull’immagine del messaggero di Kadesh.
Per informazioni piu’ approfondite sulla battaglia di Kadesh si vedano gli articoli di Andrea Petta, Giuseppe Esposito, Livio Secco ed Ivo Prezioso sul nostro sito laciviltaegizia.org nella sezione dedicata alle grandi battaglie.
DIDASCALIA DELLE FOTO:
– Il messaggero nel rilievo bolognese proveniente dalla tomba di Horemheb a Sakkara. FOTO MIA
– La battaglia di Kadesh: rilievo nel tempio maggiore di Abu Simbel – disegno di Ippolito Rosellini.
Nel riquadro in rosso un messaggero armato galoppa verso la divisione Ptah per portare i nuovi ordini e farla intervenire a soccorrere il resto dell’esercito che stava avendo la peggio.
– Ingrandimento del particolare riquadrato in rosso nella precedente immagine che evidenzia il messaggero e il suo particolare modo di cavalcare.