Nota: i casi di omonimia sono stati gestiti aggiungendo ai nominativi dei titolari un progressivo in numeri romani tra parentesi quadre (es.: Amenmose [I]; Amenmose [II]). Tali progressivi NON hanno alcuna valenza temporale o storica, ma servono solo per differenziare due titolari (nessuna indicazione è stata, ovviamente, riportata per i titolari “sconosciuti”).
Scriba reale; Supervisore del bestiame di Amon; Supervisore del magazzino di Amon
Sheikh Abd al-Qurna
XVIII dinastia (inizi del regno di Thutmosi III ?)
alla sommità del versante est della collina; fuori dal muro superiore, sotto le TT65 e TT66
Biografia
Unica notizia biografica ricavabile, il nome del padre: Nesu, a sua volta Capo del magazzino di Amon[5]
La tomba
TT251 si sviluppa, planimetricamente, con forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo; un breve corridoio di accesso, sulle cui pareti (1 in planimetria[6]) sono riportati testi dedicatori e sacri, segue una sala trasversale con soffitto sorretto da quattro pilastri.
Sulle pareti, (2) due gruppi di macellai; su due registri sovrapposti (3), resti di scene di banchetto, un uomo in offertorio, una suonatrice di lira e una danzatrice, nonché due suonatrici di nacchere e un suonatore di arpa. Su altra parete (4) un uomo riempie una giara e, sul alto corto (5), i resti di una stele con scene agricole tra cui uomini che zappano e che potano alberi; poco oltre (6) resti di scene non leggibili.
Analogamente non leggibili alcune scene sui pilastri tra cui una di purificazione. Un breve corridoio immette in una sala perpendicolare alla precedente; sulle pareti (7) una scimmia con una cesta piena di datteri sotto la sedia di una donna e, sulla parete opposta (8), una scena incompiuta di uomo con due tavole di offerte dinanzi al defunto e alla moglie (?)[7].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 38
Porter e Moss 1927, p. 336.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 38-39
Gardiner e Weigall 1913, p. 39
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Dopo una bella scarpinata raggiungiamo la zona a sud della piramide di Djoser dove sorge un gruppo di tombe del Nuovo regno, le più importanti delle quali sono quella di Maya e Merit e quella che Horemheb si fece costruire prima di salire al trono, durante il regno di Tutankhamon.
La ricostruzione delle tombe di Maya e Merit (a destra), della sorella di Ramses II Tia (al centro) e di Horemheb (a sinistra) opera di JEAN-CLAUDE GOLVIN – IMMAGINE DA INTERNET
Pur essendo splendide esse sono poco gettonate, non solo perché piuttosto lontane dal circuito tradizionale, ma anche perché per visitare quella di Horemheb occorre pagare un salato biglietto a parte (e comunque un bel bakhshish ai custodi….).
La nostra guida Monalisa ci ha avvertiti del rischio di non riuscire ad entrare, perchè è ormai il primo pomeriggio, il sole è a picco e può essere che il guardiano che dovrebbe aprirci le tombe se ne sia già andato a casa; peraltro siamo fortunati, perchè dopo averlo chiamato a gran voce compare e si mette a nostra disposizione con estrema gentilezza.
Illustrerò quindi la Tomba di Horemheb, la più sontuosa di quelle dell’area, la cui costruzione venne iniziata quando egli era già un influente personaggio e fu progressivamente ampliata quando venne nominato capo delle forze armate e responsabile degli affari esteri del regno e si distinse per le sue vittoriose campagne militari nell’area Siro Palestinese ed in Nubia.
All’epoca Menfi era tornata ad essere la capitale amministrativa del regno, ed è per questo che egli aveva inizialmente scelto di farsi inumare a Sakkara, la Necropoli della città; lì, infatti, furono seppellite la prima moglie Amenia, morta prima che diventasse Faraone, e poi la sua Grande Sposa Reale Mutnodjmet, mentre egli trovò l’ultimo riposo in una nuova magnifica sepoltura nella Valle dei Re (la KV57).
Horemheb era figlio di un oscuro funzionario di Eracleopoli, e nulla si sa sulla sua carriera prima del regno di Tutankhamon; alcuni studiosi hanno ipotizzato che potesse essere il militare di nome Pa-Aten-em-Heb (“Aton è in festa”) che era stato un fedelissimo di Akhenaton e che in seguito mutò il suo nome in Hor-em-Heb (“Horus è in festa”).
Quello che è certo è che con tenacia e abilità scalò i vari gradi del potere fino a diventare Generalissimo dell’esercito e Primo di tutte le opere del re ed insieme a Maya e ad Ay, del quale aveva sposato la figlia Mutnodjmet, compose il consiglio di reggenza durante il regno di Tutankhamon, che lo nominò Iry-pat (principe ereditario) e Idnw (rappresentante del re per l’intero Paese), così come si apprende dalle iscrizioni sulle pareti della sua tomba di Sakkara.
Sul pilastro posteriore di una sua statua conservata al Museo Egizio di Torino, inoltre, si legge: «Il cuore del re fu soddisfatto del Suo lavoro, condividendo le Sue decisioni. Egli lo fece Signore della terra perché mantenesse la legge della terra come Principe ereditario. Egli era unico, senza eguali. Tutti i piani per le Due Terre vennero dalle Sue mani. Tutti concordavano con quanto diceva quando veniva convocato dal re….»
La tomba di Horemheb venne scoperta attorno al 1820, probabilmente da Amalia Nizzoli, della quale ho già parlato, che ancora giovanissima diresse per conto del marito uno dei primi scavi a Sakkara; gli oggetti raccolti in quella campagna vennero poi venduti al pittore bolognese Pelagio Palagi, il quale, alla sua morte, li donò alla sua città natale.
Ecco perché alcuni bellissimi rilievi provenienti dalla tomba si trovano a Bologna; molti altri pregevoli frammenti furono prelevati nel XIX secolo da studiosi e tombaroli e sono esposti nei musei di tutto il mondo, mentre nell’edificio originario sono oggi collocate delle copie.
In seguito la tomba scomparve nuovamente sotto la sabbia e fu riscoperta nel 1975 insieme a quella di Maya da Geoffrey Almeric Thorndike Martin e dalla sua squadra che la ripulirono in quattro stagioni di scavi; i frammenti ritrovati nel corso di tale attività sono oggi esposti al museo Imhotep.
Anche la tomba di Horemheb, così come le altre dell’epoca di Tutankhamon a Sakkara, riproduce nelle forme un «Tempio dei Milioni di anni», ispirato ai templi amarniani ed a quelli solari della V dinastia: per questo aveva un orientamento est – ovest, camere sepolcrali sotterranee, una sovrastruttura “a cannocchiale” ed una piramide in miniatura posta sul tetto o dietro la cappella centrale.
L’ingresso della tomba: la spianata davanti alla costruzione era in origine lastricata, ma è stata ora lasciata in terra battuta; il pilone d’ingresso, alto 7 metri e diviso in due, era realizzato in mattoni di fango e rivestito di pietra calcarea, alcune lastre della quale sono rimaste in loco. Da Osirisnet.net
La sovrastruttura della tomba è lunga circa m. 65 e larga m. 20 ed è costituita da un pilone seguito da un cortile in origine porticato, da una sala delle statue fiancheggiata da due magazzini, da un secondo cortile porticato e da tre cappelle per le offerte (quella centrale originariamente con una piccola piramide sul tetto).
Il primo cortile: le colonne, che nella parte interna sono in due file, originariamente sorreggevano la copertura di un portico alto circa 3 metri, destinato a proteggere i rilievi e a dare ombra ai visitatori. FOTO MIA
Un’altra immagine del primo cortile, visto poco dopo l’ingresso. La porta in fondo è l’entrata della sala delle statue. FOTO MIA
Ogni colonna del primo cortile reca una formella rettangolare sulla quale è raffigurato Horemheb in adorazione perpetua davanti al sole: a quanto consta, è l’unico sito egizio nel quale si trovano formelle decorative applicate alle colonne. FOTO MIA
L’articolatissima parte sotterranea, non visitabile, risale alla V dinastia: Horemheb non si fece alcun problema a radere al suolo le mastabe più antiche che sorgevano dove egli intendeva costruire la sua tomba, e a riutilizzarne per sè le sottostrutture ed i materiali.
Sul lato di fondo del primo cortile, di fianco all’apertura che conduce alla sala delle statue, in origine erano collocate due stele; una è frantumata in diversi pezzi, distribuiti presso vari musei, l’altra è solo un poco danneggiata sul bordo superiore e si trova ora al British Museum di Londra.
Essa è in pietra calcarea (H. cm. 195 – L. cm. 100) ed ha un profondo significato storico: segna il definitivo tramonto dell’atonismo, in quanto raffigura in rilievo sulla lunetta un disco solare alato con uraei pendente, sotto il quale Horemheb è rappresentato in piedi con le braccia alzate in adorazione davanti a Ra-Horakhty, Thot e Maat, facenti parte del pantheon da lui restaurato; vi sono altresì i resti di quindici colonne di geroglifici.
Il registro inferiore comprende un’iscrizione di venticinque righe orizzontali.
I corpi maschili, il disco di Horakhty, la veste e il nastro sulla fronte di Maat recano notevoli tracce di vernice rossa; il giallo è visibile in molti geroglifici e rimane del blu brillante sui bordi.
Riporto qui parte del testo, secondo la traduzione trovata in Osirisnet:
“Salute a te che sei benefico ed efficace, Atum-Horakhty. Quando sei apparso all’orizzonte del cielo, le lodi a te sono sulla bocca di tutti, perché sei bello e ringiovanito come il Disco nell’abbraccio di tua madre Hathor. Appari ovunque, il tuo cuore è felice per sempre!… Adorazione a te, Thot, signore di Hermopolis, che hai dato vita a te stesso, che non sei nato, dio unico, condottiero degli Inferi!… Possa tu far sì che lo scriba reale Horemheb stia saldamente al fianco del sovrano come lo sei stato tu al fianco del signore dell’universo, come lo allevasti quando uscì dal grembo!… Adorazione a te Ma’at, signora del vento del nord… possa tu far respirare al principe ereditario Horemheb i venti che sono usciti dal cielo…”.
L’immagine è una foto della copia della stele scattata da me. E’ molto più chiara di quella dell’originale pubblicata sul sito del British museum dove essa è custodita.
I rilievi del primo cortile sono molto danneggiati; sopravvivono la rappresentazione di un accampamento militare e delle attività che vi si stanno svolgendo, mentre quelle che mostrano Horemheb nell’espletamento dei suoi doveri pubblici sono praticamente scomparse.
L’ACCAMPAMENTO. Rilievo ORIGINALE custodito a Berlino, al Neues Museum. Questa tenda, forse il quartier generale, si trovava al centro dell’accampamento, era la più grande e la meglio arredata: si notano diversi sgabelli pieghevoli con i loro poggiapiedi, giare sui propri supporti, un tavolino sul quale ci sono viveri e addirittura un vaso con mazzi di fiori. Attorno ad essa la vita si svolge serenamente: un auriga con ancora la frusta in mano è seduto sul pianale del suo carro, a terra, uno stalliere tiene due cavalli per una corda, un mulo bruca da un cesto, un ragazzino riconoscibile dalla treccia della fanciullezza porta un vassoio con del cibo. Berlino, Neues Museum ÄM 20363 FOTO di Archai Optix – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Fragment_of_a_relief_from_the_tomb_of_Horemheb.jpg
Qui vi propongo le scene migliori sotto il profilo della conservazione ed anche a livello storico.
L’ACCAMPAMENTO: Rilievo ORIGINALE ora custodito al Museo Archeologico di Bologna. Al centro della scena si trova un padiglione da campo destinato al comandante; al piano superiore sono stoccati gli arredi e le provviste alimentari, a quello inferiore, sotto l’occhio vigile di Horemheb in persona, un soldato versa acqua per compattare il pavimento in terra battuta, mentre un altro lo spazza tenendo spalancata la porta. Un terzo soldato, fuori dall’edificio a sinistra, appoggia la mano destra alla spalla in segno di deferenza nei confronti di un superiore che si sta allontanando oppure si sta massaggiando perchè è stato colpito dallo stesso per punizione. Dall’altra parte del padiglione, un uomo impartisce ordini a gran voce ad un portatore d’acqua che avanza verso di lui. Le stature diverse dei personaggi raffigurati suggeriscono il senso di profondità del campo nel quale si svolge l’azione, ma anche l’appartenenza dei militari a ranghi differenziati, ulteriormente ribaditi dalla presenza o meno della parrucca e dei bastoni del comando. L’estrema dinamicità della scena, fedele alla frenetica attività di un accampamento militare, costituisce l’elemento di maggior pregio del rilievo. Materiale: calcare con tracce di colore Dimensione: cm 62 x 106 Numero di inventario: KS 1888 FONTE DEL TESTO E DELL’IMMAGINE: http://www.museibologna.it/…/48653/id/48720/oggetto/48724/
Horemheb in nome di Tutankhamon conferisce l’oro del valore ad un funzionario. Di questa scena, molto deteriorata e rimasta in loco sulla parete nord, ho trovato solo in disegno. Essa ha un notevole valore storico perchè mostra il Generalissimo in scala molto grande che in sostituzione di Tutankhamon premia con l’”oro del valore” un personaggio con le braccia alzate in segno di ringraziamento. Molti studiosi ritengono che quest’ultimo possa essere Pa-Ramessu, il futuro Ramses I: la parte di rilievo che riportava il nome del gran dignitario già più volte decorato con l’oro del valore ed ancora premiato da Horemheb è scomparsa, per cui non è possibile avere certezza assoluta della sua identità. Peraltro il futuro Ramses I fu compagno d’armi di Horemheb, e il nostro personaggio sfoggia un deciso naso aquilino, che caratterizza il profilo dei primi ramessidi, così come si desume dalle loro mummie. IMMAGINE DA OSIRISNET
L’ACCAMPAMENTO. Il rilievo, costituito da due parti perfettamente combacianti e suddiviso in due registri decorativi, mostra altre scene di vita militare, che troverete meglio dettagliate nelle prossime immagini. Materiale: calcare con tracce di colore Dimensione: cm 64 x 174 Numero di inventario: KS 1886 http://www.museibologna.it/…/47680/id/48720/oggetto/48724/
L’ACCAMPAMENTO. Nel registro superiore, a sinistra, un ufficiale accompagnato da uno scriba e da un altro egizio armato di bastone sorveglia l’allenamento alla corsa di due uomini che si dirigono verso di lui. FOTOGRAFIA By Sailko – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29274171
L’ACCAMPAMENTO. Nella parte destra del registro e nella fascia sottostante (vedi foto), alcuni magazzinieri sistemano grandi quantità di derrate alimentari sotto l’attento controllo di un secondo scriba, raffigurato nella prossima immagine. Si notano pani di forma circolare, giare da vino, i frutti della palma dum racchiusi in voluminosi sacchi a rete e alcuni mazzetti di porri destinati ad essere distribuiti ai soldati, che venivano retribuiti in natura. FOTOBy Sailko – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29274170
L’ACCAMPAMENTO. A destra della precedente immagine gli scribi controllano l’approvvigionamento dei magazzini, ed i servi sistemano le provviste da distribuire alla truppa. FOTO By Sailko – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29274172
Sono rimasta affascinata dai rilievi custoditi a Bologna, tant’è che sono andata al museo proprio per vederli dal vivo. Sono di una vivacità e di una ricchezza di particolari notevole. Ho scattato moltissime fotografie, e vi sottopongo quelle più dettagliate. Questo rilievo proviene dal primo cortile della tomba e fa parte della grande scena dell’accampamento militare.
Ecco una vivacissima scena che si svolge nell’accampamento di Horemheb; nel registro inferiore un messaggero arriva al galoppo perobabilmente per portare un dispaccio urgente al Generalissimo, e davanti a lui un ufficiale fa segno ad un portatore d’acqua di avvicinarsi per dissetarlo; dietro al cavaliere un gruppo di soldati sta trasportando un oggetto pesante, forse una tenda arrotolata; nel registro superiore due aurighi si stanno riposando accanto ai loro carri, mentre uno scriba (riconoscibile dall’astuccio scrittorio che tiene in mano) si sta dirigendo altrove ad ampie falcate. MUSEO ARCHEOLOGICO DI BOLOGNA FOTO MIA
Esso conserva ancora tracce di colore e misura cm. 62 x 126,5; troverete una descrizione particolareggiata nelle didascalie delle immagini.
Questa rappresentazione è insolita, in quanto gli Egizi non avevano l’abitudine di montare a cavallo e preferivano servirsene per trainare i carri; inoltre non erano particolarmente abili nel disegnare il nobile animale, che qui, invece,è stato reso in modo mirabile, anche nei più minuti particolari. Piuttosto è la posizione del cavaliere ad essere alquanto innaturale: in assenza di sella e staffe, che ancora non venivano adoperate – al massimo si usava porre una coperta sul dorso dell’animale -) una posizione così arretrata sulla groppa dell’animale sarebbe stata troppo precaria. E’ probabile che questo cavaliere non fosse un egizio, ma uno straniero al servizio del faraone.
APPROFONDIMENTO: IL MESSAGGERO
Ulteriori informazioni sull’uso del cavallo da parte degli Egizi, a cura di Livio Secco
I cavalli furono importati in Egitto dagli Hyksos attorno al 1.600 a. C., erano piccoli (l’altezza al garrese, cioè alla spalla, non superava i 150 cm.) e poco resistenti anche dal punto di vista scheletrico; essi venivano utilizzati in coppia per il traino di bighe da guerra, cioè di carri leggeri ad un solo asse, al quale venivano aggiogati “a strozzo”, in quanto il traino a spalla venne introdotto solo nel Medioevo.
Gli Ittiti usavano inizialmente carri a due assi (il primo dei quali non era sterzante) ma erano pesantissimi ed avevano notevoli problemi di manovrabilità.
In ogni caso, dalla documentazione dell’epoca si evince che per il traino venivano preferiti emioni oppure onagri, cioè asini selvatici più mansueti e meno costosi dei cavalli.
I cavallini dell’epoca venivano cavalcati solo in situazioni di eccezionale urgenza, a pelo e senza staffe nè sella, comparse solo in epoca tardo romana; il cavaliere veniva scelto giovanissimo perchè era più leggero di un adulto, e montava a cavalcioni del posteriore e non del dorso dell’animale per distribuire il proprio peso sulla sua parte più robusta e muscolare e non gravare sulla spina dorsale indubbiamente fragile.
La mia critica all’antico scultore, che a mio avviso aveva posizionato il cavaliere in posizione anomala in groppa al destriero, è quindi del tutto fuori luogo.
Poste queste premesse di carattere generale, è chiaro che il cavaliere che arriva al galoppo nell’accampamento del Generalissimo è molto probabilmente un messaggero che porta un dispaccio urgente e di fondamentale importanza.
Il messaggero nel rilievo bolognese proveniente dalla tomba di Horemheb a Sakkara. FOTO MIA
La rappresentazione di un uomo a cavallo appare solo un’altra volta sui rilievi parietali egizi, più precisamente sulla parete destra della sala ipostila del tempio maggiore di Abu Simbel che illustra la battaglia di Qadesh.
Si tratta di un giovane armato che cavalca verso la terza divisione Ptah, probabilmente per invitare i comandanti ad accelerare il passo o ad inviare subito l’aliquota carri per soccorrere Ramesse, che si trovava in difficoltà in quanto la seconda divisione Ra era stata sbaragliata e la prima divisione Amon rischiava di essere travolta dall’attacco dei carri Ittiti.
La battaglia di Kadesh: rilievo nel tempio maggiore di Abu Simbel – disegno di Ippolito Rosellini. Nel riquadro in rosso un messaggero armato galoppa verso la divisione Ptah per portare i nuovi ordini e farla intervenire a soccorrere il resto dell’esercito che stava avendo la peggio.
Ingrandimento del particolare riquadrato in rosso nella precedente immagine che evidenzia il messaggero e il suo particolare modo di cavalcare.
Per informazioni piu’ approfondite sulla battaglia di Kadesh si vedano gli articoli di Andrea Petta, Giuseppe Esposito, Livio Secco ed Ivo Prezioso sul nostro sito laciviltaegizia.org nella sezione dedicata alle grandi battaglie.
Un ufficiale, riconoscibile dal bastone a forma di cuneo simbolo del suo grado e dall’elegante divisa, richiama l’attenzione del portatore d’acqua, forse per dissetare il messaggero dopo il lungo viaggio. MUSEO ARCHEOLOGICO DI BOLOGNA FOTO MIA
Sette soldati trasportano a spalla un pesante oggetto, forse una tenda arrotolata; tre di essi portano un elmo, o forse un copricapo, del tutto inusuale presso gli Egizi. Divertente è il contributo offerto dall’ufficiale, l’ultimo personaggio sulla destra: mentre gli altri sudano sotto il peso si limita a dare indicazioni, fingendo in modo poco convincente di dare loro aiuto. Un altro particolare interessante è l’abbigliamento dei soldati, che portano un perizoma di pelle sul quale venivano praticati moltissimi piccoli tagli verticali per renderlo più leggero e traspirante. Solo un rettangolo nella parte posteriore centrale era compatto, forse per motivi di decenza? Alcuni perizomi simili a questi sono giunti fino a noi; ne parlerò prossimamente.
Due aurighi sostano accanto ai rispettivi carri, tenendo in mano le briglie dei cavalli. MUSEO ARCHEOLOGICO DI BOLOGNA FOTO MIE
A proposito di questo rilievo osserva la nostra amica Marina Celegon (che ringrazio), nel suo interessante articolo il cui link trovate a fondo pagina:
“Già di per sé le scene di vita militare sono abbastanza insolite per una tomba, ma una di quelle conservate a Bologna ancora oggi rappresenta qualcosa di speciale. Questa raffigura un uomo a cavallo che arriva o che si allontana al galoppo. Se molte delle scene sono connotate da un generale senso del movimento, da originalità compositiva e da un accentuato naturalismo, tutte cose infrequenti nell’arte funeraria egizia, queste caratteristiche sono ancora più evidenti nell’immagine del cavaliere, che sembra attraversare il campo al galoppo. La decorazione della tomba risente certamente dell’arte ispirata dal faraone eretico Akhenaton, durante il cui regno venne in buona parte realizzata. Oltre che per la particolarità della resa artistica, la figura del cavaliere è insolita anche per un altro aspetto degno di nota. Nell’arte egiziana i cavalli sono normalmente rappresentati aggiogati ai carri da guerra, meno spesso a quelli da caccia o da parata. Sono rarissime, invece, le immagini di cavalieri. Conseguentemente si pensa che gli egiziani non cavalcassero, o almeno non abitualmente, questi preziosi animali. Ed è per questo che l’uomo nudo e barbuto che cavalca senza sella è ritenuto essere un soldato appartenente ad un corpo mercenario dell’esercito, forse un siriano, utilizzato come “esotico” messaggero al servizio del faraone”.
RILIEVO IN LOCO: lo stipite sinistro della sala delle statue. Si tratta dell’unica tra le molteplici rappresentazioni di Horemheb in questa zona della tomba alla quale, dopo la sua ascesa al trono, è stato aggiunto l’ureo sulla fronte, appena visibile. Sopra Horemheb seduto, si nota ripetuto per quattro volte il suo nome: ḥr-m-ḥb, ossia il falco ḥr sopra il quale troviamo la costola m e sotto il quale c’è il bacino d’alabastro ḥb (Horus è in festa). Sotto, il determinativo del dignitario assiso ammantellato che indicava che si trattava di un alto funzionario defunto e la definizione tipica per il defunto che ha superato il giudizio di Osiride “mAa-xrw”, ossia “giusto di voce”. FOTO MIA
Da un’apertura sulla parete di fondo del primo cortile si accede alla “sala delle statue”, cosiddetta perchè al suo interno sono state trovate statue di Horemheb ed i basamenti di statue di Anubi; essa ha forma rettangolare, misura m. 8,00 x 5,34 ed è fiancheggiata da due ambienti utilizzati come cappelle o come magazzino e più di recente, forse, come celle per i monaci del vicino monastero di San Geremia; essa un tempo era coperta da una volta a botte che crollando ha distrutto le pitture parietali dalle quale era decorata.
Su entrambi gli stipiti dell’ingresso si trova un’immagine di Horemheb (o di una statua che lo raffigura) davanti a una tavola di offerte; solo in una di esse porta l’ureo, aggiunto dopo la sua ascesa al trono; un sacerdote Iunmutef gli sta di fronte ed esegue fumigazioni con incenso ed il rito dell’apertura della bocca.
RILIEVO IN LOCO: La copia dello stipite destro della sala delle statue. Si noti l’ureo sulla fronte di Horemheb, aggiunto dopo il sua ascesa al trono. Il ventaglio che egli porta con sè, infatti, non era un attributo del re, quanto dei suoi figli e di coloro che gli erano particolarmente vicini, che venivano gratificati del titolo di “Portatore di ventaglio alla destra del re”. FOTO MIA
Un’altra immagine a fianco di uno stipite (copia), raffigurante Horemheb davanti al quale vi è una tavola d’offerta e dietro la cui sedia si trova il suo segretario, di nome Sementaui, con la tavoletta da scriba in mano. Successivamente il nome dello scriba fu corretto in Ramose, perchè Sementaui è morto o è caduto in disgrazia. FOTO MIA
All’estrema destra si trova il suo scriba militare Sementaui che compare anche altrove nella tomba, il cui nome e titolo furono in seguito erasi e sostituiti con quello di Ramose, o perchè morto, o perchè caduto in disgrazia.
RILIEVO IN LOCO: Il rito dell’apertura della bocca: davanti al defunto si trovano mazzi di fiori ed una tavola ricca d’offerte; il sacerdote sta celebrando il rito dell’apertura della bocca pronunciando le formule sacre ed effettuando delle fumigazioni con l’incensiere che tiene nella mano destra. Dietro Horemheb, in piccolo, è raffigurato il suo segretario personale. FOTOGRAFIA DI KAIROINFO4U DA FLICKR
Un’immagine più dettagliata del sacerdote, che porta ancora la treccia della giovinezza ed i cui tratti delicati sono stati resi con estrema precisione. FOTO di Panegirici di Granovetter, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons a questo link https://commons.wikimedia.org/…/File:26672-_youth_with…
Le iscrizioni sugli stipiti sono molto interessanti e costituiscono una glorificazione della grandezza del Generalissimo e delle sue vittorie sulle città stato del Vicino Oriente ed in Nubia: ecco i testi, secondo la traduzione trovata su https://nefershapiland.de/HaremhabGrabMemphis.htm
” …..era più grande dei grandi, più potente dei potenti, il grande condottiero dei sudditi…..che sosteneva il re nel suo percorrere le terre straniere del sud e del nord…. Supremo dei cortigiani più importanti, a cui gli unici portano i segreti confidenziali, custode del palazzo…..”
“ambasciatore inviato dal re a capo delle sue spedizioni nelle terre straniere del sud e del nord… scelto dal re per essere a capo delle Due Terre, per governare le due sponde [l’Egitto], capo dei generali del signore dei due paesi…..l’unico che conta le truppe…. uno che non lascia il suo padrone [il Faraone] da parte sul campo di battaglia in questo giorno in cui si schiacciano gli asiatici.”
I Ramessidi, che ad Horemheb dovevano il trono, istituirono un culto alla sua memoria, testimoniati da due architravi, risalenti a Ramses II, che mostrano la famiglia di sacerdoti funerari che aveva la responsabilità di curare la tomba e di eseguire i rituali.
Un breve passaggio sul lato occidentale della sala delle statue conduce al secondo cortile interno, più piccolo del primo ed anch’esso circondato da un portico sorretto da sedici colonne alte poco più di due metri; nell’angolo nord-ovest di questo cortile si trova uno degli ingressi alle camere sepolcrali.
Anche le pareti di questo portico sono ricoperte da rilievi molto ben conservati; alcuni dei blocchi erano ancora in situ, altri sono stati ritrovati dal team del prof. Martin tra le macerie del cortile e nell’area circostante e sono stati poi ricollocati nella loro sede originaria, altri ancora, rimossi dalla tomba all’inizio del XVIII secolo ed ora esposti in musei stranieri, sono stati sostituiti da calchi.
Sulla parte meridionale del muro est, sul muro sud nonché sul muro ovest del cortile vi sono scene con episodi della carriera di Horemheb, che documentano le sue vittoriose spedizioni militari e la decorazione con l’oro del valore, una pesante collana d’oro che il re attribuiva ai suoi sudditi più fedeli e meritevoli come riconoscenza per i servizi prestati.
Questo è il rilievo originale di un gruppo di prigionieri nubiani che accovacciati a terra aspettano di conoscere il proprio destino, controllati da tre ufficiali che si dimostrano particolarmente rudi con loro (il secondo sta per colpire uno di essi con una bastonata). Lo scriba al centro deve sceglierne alcuni perché entrino al servizio personale del re. MUSEO ARCHEOLOGICO DI BOLOGNA – FOTO MIA
Particolare della parte sinistra del rilievo di Bologna: i tratti somatici dei nubiani sono rappresentati con estremo realismo, e si differenziano nettamente da quelli degli egizi; essi hanno labbra marcate e sporgenti, una capigliatura (non credo sia un copricapo) aderente alla testa, grandi cerchi alle orecchie ed indossano un gonnellino corto e liscio. FOTO MIA
Particolare della parte centrale del rilievo di Bologna: lo scriba con il suo calamo e la tavoletta dove tiene la sua attrezzatura sta annotando le operazioni compiute: si noti con che delicatezza tiene il calamo, affinché il tratto sul papiro risulti perfetto! L’inquadratura ravvicinata permette di notare le rughe nasolabiali e frontali dei prigionieri, forse più anziani degli egizi, forse provati dalla tragica vicenda personale che stanno vivendo. FOTO MIA
Particolare dei prigionieri nella parte centrale del rilievo di Bologna. FOTO MIA
Particolare della parte destra del rilievo di Bologna. FOTO MIA
Particolare della parte destra del rilievo di BolognaFOTO MIA
Le immagini sono fortemente autocelebrative, in quanto non esiste alcuna prova storica di guerre o di campagne contro Libici, Nubiani o Asiatici durante il regno di Tutankhamon; il prof. Martin ipotizza che in realtà Horemheb condusse spedizioni punitive in quelle aree per ripristinare la sovranità dell’Egitto, fortemente indebolitasi durante il periodo amarniano per il disinteresse di Akhenaton.
COPIA DEL RILIEVO ORIGINALE Immediatamente sotto la copia del rilievo bolognese troviamo quest’altro gruppo di prigionieri Nubiani. La scena è dotata di particolare vivacità, perchè i prigionieri, pur essendo in fila indiana ed essendo tutti seduti a terra, hanno altezze differenti, non guardano tutti nella medesima direzione ed alcuni gesticolano. FOTO E TESTO MIEI
COPIA DEL RILIEVO ORIGINALE: Sul lato destro, Horemheb è rappresentato in piedi, di grandi dimensioni, con in mano il bastone simbolo del suo comando (figura che è sopravvissuta solo in parte); davanti a lui, un ufficiale costringe un capo nubiano ad abbassarsi di fronte al Generalissimo in segno di sottomissione. Gli scribi militari, dietro al capo nubiano sconfitto, registrano tutti i dettagli della sua resa. Nel registro inferiore, altri due capi nubiani sono costretti a rendere omaggio al Generalissimo. FOTO MIA
COPIA DEL RILIEVO ORIGINALE Dietro gli ufficiali si trovano tre registri con lunghe file di prigionieri che rappresentano le città-stato libiche, del Vicino Oriente e della Nubia, sorvegliati dai soldati egizi armati di bastoni dalla forma a cuneo, in uso nella XVIII dinastia. Questo registro raffigura i nubiani, riconoscibili per i capelli ricciolini e per i grandi orecchini ad anello I guardiani sono raffigurati di piccole dimensioni, forse per indicare che si tratta di giovani reclute, delle quali Horemheb era il responsabile supremo, ma nonostante ciò si dimostrano piuttosto rudi con i prigionieri: il soldato a sinistra afferra uno di loro per un braccio con entrambe le mani, quello più a destra sferra un pugno sotto il mento del povero nubiano….. FOTO MIA
COPIA DEL RILIEVO ORIGINALE. Dietro gli scribi sei ufficiali egizi, rappresentati molto più grandi dei prigionieri, abbigliati in uniforme di gala con tuniche plissettate e frangiate, sandali ai piedi, parrucche differenti l’una dall’altra (notate quella del secondo personaggio, fortemente stempiato….) e con in mano il bastone simbolo del loro grado prendono parte alla cerimonia della sottomissione FOTO MIA
Le parti inferiori della parete nord mostrano invece scene del rito funebre, alcune delle quali si estendono anche alla parete est.
Qui vi mostro altri rilievi del secondo cortile, tra i più belli della tomba; gli originali si trovano al museo di Leida, salvo i due del registro superiore che sono uno a Vienna ed uno a Berlino.
Le scene, che devono essere lette da destra a sinistra, sono ambientate probabilmente nel palazzo reale di Menfi, dove Tutankhamon aveva trasferito la sua capitale per prendere le distanze dalle scelte del padre e da Amarna.
Una di esse rappresenta una delegazioni di libici, nubiani e asiatici inginocchiati o distesi a terra, che hanno raggiunto l’Egitto a cavallo con un estenuante viaggio per implorare la clemenza del Faraone e che, con l’ausilio di un interprete, chiedono ad Horemheb di farsi portavoce delle loro richieste.
Il sovrano è rappresentato sulla sinistra, insieme alla moglie Ankhesenamon, sul balcone del palazzo o comunque su di un piedestallo (il rilievo, purtroppo, si è conservato solo in parte); davanti a lui il Generalissimo, unico che ha titolo per parlare con il Faraone, riferisce le implorazioni degli ambasciatori.
Nel registro superiore composto da due blocchi è visibile un gruppo di Egizi che assiste alla scena.
Ho inserito descrizioni più precise nelle didascalie delle immagini.
RILIEVO ORIGINALE, oggi a Leida. L’interprete è raffigurato due volte, sulla sinistra dell’immagine, ma fa parte di due scene distinte. Quando è girato verso destra ascolta le implorazioni dei delegati dei popoli sconfitti, mentre quando è rivolto a sinistra sta parlando con Horemheb e gliele traduce. Il gruppo di ambasciatori è di una espressività unica: il primo uomo in basso, secondo l’usanza orientale, si è prostrato a terra in segno di sottomissione, mentre gli altri, in ginocchio o in piedi, alzano le mani rendendo omaggio al vincitore. Il secondo uomo dal basso sembra aver superato a stento il viaggio; calvo e non più giovanissimo giace prono, rigido, in posizione anomala rispetto al contesto, ha la testa leggermente girata indietro ma nonostante sia fisicamente distrutto alza le mani implorando pietà. Nel gruppo sono rappresentati i nemici storici dell’Egitto: i nubiani (uno solo in alto, con i capelli crespi trattenuti da una fascia sulla fronte); i siriani, caratterizzati dall’abito lungo fino alle caviglie con quella specie di mantellina e con le maniche lunghe di stoffa diversa; i libici, con la barbetta a punta, la frangia, la treccia laterale ed una piuma tra i capelli. FOTO di Sailko, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons
RILIEVO ORIGINALE oggi a Leida. Anche Horemheb è raffigurato due volte, al centro, come protagonista di due differenti scene, svoltesi in momenti diversi perchè non era pensabile che i sudditi voltassero le spalle al re. A destra ascolta l’interprete che gli riferisce le richieste di clemenza dei popoli sconfitti; a sinistra si rivolge verso Tutankhamon ed Ankhesenamon e le espone loro. Il Generalissimo compare in alta uniforme, con la veste perfettamente pieghettata, la parrucca con un complesso “taglio scalato”, numerosi ori del valore al collo, il ventaglio simbolo del titolo di “portatore di ventaglio alla destra del re”, che il sovrano attribuiva solo ai figli ed ai suoi prediletti. Egli indossa anche i sandali, per concessione suprema del sovrano, dinanzi al quale bisognava presentarsi scalzi in segno di sottomissione. Sulla fronte porta l’ureo, evidentemente aggiunto dopo la sua ascesa al trono. Nella mano tiene anche una sciarpa ed una scure, il cui significato sinceramente non conosco…. qualcuno può illuminarci? FOTO dal sito del museo di Leida, a questo link: https://www.rmo.nl/imageproxy/jpg/143186
RILIEVO ORIGINALE oggi a Leida Questi blocchi sono ciò che rimane della delicata rappresentazione di Tutankhamon ed Ankhesenamon affacciati ad un balcone del palazzo, o forse alla finestra delle apparizioni. La coppia reale è riccamente abbigliata con abiti di finissima stoffa, la cui trasparenza l’antico scultore ha saputo fissare nel calcare. Il re è inclinato in avanti, per ascoltare la supplica del suo Generale che gli chiede pietà per i popoli che egli stesso ha sconfitto. PARTICOLARE DELLA FOTO TRATTA DAL SITO DEL MUSEO DI LEIDA, A QUESTO LINK https://www.rmo.nl/…/search…/collection-piece/…
RILIEVO ORIGINALE oggi a Berlino. Questo rilievo fa parte del registro posto sopra a quello che raffigura Horemheb davanti a Tutankhamon; si notano dei dignitari Egizi, forse alti ufficiali dell’esercito, in posizione di omaggio dinanzi al sovrano, che ascoltano il discorso del Generalissimo. FOTO DAL SITO DEL MUSEO DI BERLINO A QUESTO LINK: https://recherche.smb.museum/detail/607109 Credito: Musei statali di Berlino, Museo Egizio e Collezione di papiri / Sandra Steiß CC BY-SA 4.0
Anche questi rilievi del portico del secondo cortile sono di una bellezza stupefacente; gli originali si trovano tutti al museo di Leida.
Così come quelle già viste, anche queste scene devono essere lette da destra a sinistra; esse sono ambientate probabilmente a Menfi, perchè raffigurano la cerimonia solenne della consegna ad Horemheb dell’ennesimo oro del valore: il Generalissimo è circondato dai servi che gli allacciano sull’uniforme candida e finemente plissettata la decorazione, mentre altri portano un contenitore con un cono di prezioso unguento profumato e vassoi con altri collari d’oro destinati a manifestare la riconoscenza del sovrano nei suoi confronti per i notevoli servizi resi alla corona.
Uno scriba assiste alla scena tenendo in mano il suo astuccio con i colori e i calami.
Anche in questo caso la figura di Horemheb venne completata con l’aggiunta di un diadema recante l’ureo in epoca successiva alla sua salita al trono.
Dietro di lui vi sono cortei di prigionieri asiatici che sfilano come bottino di guerra, non solo uomini ammanettati e tenuti “al guinzaglio” con una corda, ma anche donne e bambini.
Era abitudine degli Egizi portare in patria come ostaggi i figli dei capi delle popolazioni sottomesse per educarli nel Kap, la scuola di palazzo dove veniva cresciuto ed istruito anche il principe ereditario. In questo modo il Faraone si garantiva la fedeltà dei loro padri, e faceva sì che questi principi assorbissero la cultura egizia e fraternizzassero con l’erede al trono, con il quale sarebbero rimasti in buoni rapporti anche quando avrebbero fatto ritorno nel proprio paese per occupare ruoli di comando. Vi rimando alle didascalie delle immagini per informazioni più dettagliate
ORIGINALE DEL RILIEVO oggi a Leida. Una delle due ampie scene del portico del secondo cortile della tomba di Horemheb. Nelle immagini successive potrete apprezzare i magnifici particolari della scena principale. Anche il registro inferiore illustrava una sfilata di prigionieri asiatici, mentre quello superiore mostrava una mandria di cavalli, dei quali sono rimaste solo le zampe, che probabilmente era stata razziata ai nemici sconfitti. Davanti ai cavalli c’erano probabilmente dei soldati, e in prima fila degli ufficiali e degli alti dignitari, riconoscibili dall’abito lungo e dal flabello. Il registro inferiore è interessante per l’estrema varietà dei personaggi. FOTO di Sailko a questo link: https://w.wiki/9DY9https://creativecommons.org/licenses/by/3.0/ Numero museo: H.III.PPPP Dimensioni: 86 x 109 x 19,5 cm
ORIGINALE DEL RILIEVO Alcuni servi allacciano l’oro del valore al collo di Horemheb, mentre altri gli portano ulteriori collari e un cono di unguento profumato. Numero museo: H.III.PPPP Dimensioni: 86 x 109 x 19,5 cm Materiale: pietra calcarea FOTOGRAFIA DAL SITO DEL MUSEO DI LEIDA, A QUESTO LINK: htpps//www.rmo.nl/en/collection/highlights-collection/horemheb/
ORIGINALE DEL RILIEVO ora a Leida. Alla cerimonia di conferimento dell’oro del valore ad Horemheb vengono portati i prigionieri da lui catturati nel corso delle sue campagne nel Vicino Oriente. Gli uomini, probabilmente siriani in ragione dei tratti somatici e degli abiti caratteristici, hanno le mani immobilizzate in un ceppo di legno; alle estremità di questo strumento di contenzione si diparte una corda che lo fissa al collo del prigioniero e che può essere usata come un guinzaglio (si noti il primo prigioniero). I due egizi che sorvegliano gli altri due prigionieri qui rappresentati preferiscono trattenerli per il ceppo. FOTO di Sailko, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons a questo link: https://commons.wikimedia.org/…/File:Xviii_dinastia…
ORIGINALE DEL RILIEVO oggi a Leida. Questa è la prosecuzione della sfilata di prigionieri; gli egizi sono piuttosto rudi nei loro confronti, e non esitano a percuoterli sebbene essi non possano in alcun modo difendersi. Il penultimo del gruppo sembra avere appena ricevuto un colpo al mento (si noti la mano ancora chiusa a pugno sotto la sua testa), tanto che inclina il capo all’indietro. FOTO di Sailko, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons a questo link: https://commons.wikimedia.org/…/File:Xviii_dinastia…
ORIGINALE DEL RILIEVO ora a Leida. L’ultima parte del rilievo dei prigionieri asiatici. La sfilata si conclude con un gruppo di donne; quella visibile per intero ha sulle spalle due bambini, uno piccolo sta in un tessuto a mò di zaino, dal quale spuntano la sua testolina, una manina e le gambe, e l’altro, un po’ più grandicello, è appollaiato sul suo collo e si aggrappa ai suoi capelli. I soldati dimostrano rispetto nei suoi confronti perchè non è legata, ma viene tenuta per un polso. FOTO DA INTERNET. NON SONO IN GRADO DI INDICARE L’ESATTA PROVENIENZA. SE L’AUTORE L’INDIVIDUASSE COME PROPRIA, PROVVEDERO’ A RICONOSCERE IL DOVUTO CREDITO O A SOSTITUIRLA.
PARTICOLARE DELLA SFILATA DI PRIGIONIERI I prigionieri hanno i lineamenti molto marcati e profonde rughe naso-labiali ed alcuni di loro sono calvi, mentre i sorveglianti egizi hanno lineamenti delicati e pelle liscia. Mi viene da pensare che questi ultimi siano giovani reclute, addette a compiti di ordinaria amministrazione, mentre i prigionieri siano già uomini maturi, provati dalla dura vita militare e dalle tristi vicende che stanno vivendo. FOTO DAL PROFILO FACEBOOK DI HEQAIB
Particolare di un prigioniero ittita, riconoscibile per le due lunghe ciocche di capelli. Si trova nella sfilata del registro inferiore, sopravvissuto solo con riferimento alla parte superiore del corpo dei personaggi. FOTO di Rob Koopman da Leiderdorp, Paesi Bassi, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons https://commons.wikimedia.org/…/File:Hittite_prisoner…
Nel registro posto sopra quello che ospita la sfilata di prigionieri asiatici si trova anche il famoso rilievo degli scribi che registrano il bottino, il cui originale si trova al museo archeologico di Firenze.
Nel secondo cortile si trovano altresì raffigurazioni del rituale di sepoltura di Horemheb ed in particolare file di offerenti, gruppi di prefiche e l’allestimento del banchetto funebre, allestito sotto dei pergolati montati per l’occasione.
Questi scribi prendono nota del bottino che Horemheb ha portato dalle sue campagne in Asia; essi sono in piedi, piegati in avanti, e tengono con la mano sinistra l’astuccio con il materiale scrittorio e nella destra il calamo con il quale si apprestano a scrivere. La vivacità del gruppo riflette chiaramente lo stile amarniano, ancora diffuso durante il regno di Tutankhamon. Questo frammento (2566) è ora esposto nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze. FOTO dal sito del Museo di Firenze a questo link: https://museoarcheologiconazionaledifirenze.wordpress.com…
RILIEVO IN LOCO: Portatori di offerte: i due uomini portano animali vivi (un orice, un vitello e delle anatre), mazzi di fiori, un vassoio con pani, un volatile già spennato e forse già cotto, da aggiungere alla grande quantità di offerte già accatastata per il defunto, dove sono visibili un grappolo d’uva, dei melograni, dei frutti di sicomoro di grandi dimensioni. FOTO MIA
RILIEVO IN LOCO. Un sacerdote sem, che indossa la pelle di felino, effettua lustrazioni, mentre una donna riccamente abbigliata con una lunga veste plissettata e trasparente, una parrucca a treccioline e un cono di profumo sulla testa porta in offerta fiori, anatre, pani e frutta. FOTO MIA
APPROFONDIMENTO: IL MESSAGGERO
Dopo la pubblicazione del post sulla scena dell’accampamento nella tomba di Horemheb, Livio Secco mi ha fornito ulteriori informazioni sull’uso del cavallo da parte degli Egizi, che mi sembra interessante trasmettere anche a voi.
I cavalli furono importati in Egitto dagli Hyksos attorno al 1.600 a. C., erano piccoli (l’altezza al garrese, cioè alla spalla, non superava i 150 cm.) e poco resistenti anche dal punto di vista scheletrico; essi venivano utilizzati in coppia per il traino di bighe da guerra, cioè di carri leggeri ad un solo asse, al quale venivano aggiogati “a strozzo”, in quanto il traino a spalla venne introdotto solo nel Medioevo.
Gli Ittiti usavano inizialmente carri a due assi (il primo dei quali non era sterzante) ma erano pesantissimi ed avevano notevoli problemi di manovrabilità.
In ogni caso, dalla documentazione dell’epoca si evince che per il traino venivano preferiti emioni oppure onagri, cioè asini selvatici più mansueti e meno costosi dei cavalli.
I cavallini dell’epoca venivano cavalcati solo in situazioni di eccezionale urgenza, a pelo e senza staffe nè sella, comparse solo in epoca tardo romana; il cavaliere veniva scelto giovanissimo perchè era più leggero di un adulto, e montava a cavalcioni del posteriore e non del dorso dell’animale per distribuire il proprio peso sulla sua parte più robusta e muscolare e non gravare sulla spina dorsale indubbiamente fragile.
La mia critica all’antico scultore, che a mio avviso aveva posizionato il cavaliere in posizione anomala in groppa al destriero, è quindi del tutto fuori luogo.
Poste queste premesse di carattere generale, è chiaro che il cavaliere che arriva al galoppo nell’accampamento del Generalissimo è molto probabilmente un messaggero che porta un dispaccio urgente e di fondamentale importanza.
La rappresentazione di un uomo a cavallo appare solo un’altra volta sui rilievi parietali egizi, più precisamente sulla parete destra della sala ipostila del tempio maggiore di Abu Simbel che illustra la battaglia di Qadesh.
Si tratta di un giovane armato che cavalca verso la terza divisione Ptah, probabilmente per invitare i comandanti ad accelerare il passo o ad inviare subito l’aliquota carri per soccorrere Ramesse, che si trovava in difficoltà in quanto la seconda divisione Ra era stata sbaragliata e la prima divisione Amon rischiava di essere travolta dall’attacco dei carri Ittiti.
FONTI: Ringrazio Livio Secco per le informazioni e le immagini che mi ha fornito sull’immagine del messaggero di Kadesh.
Per informazioni piu’ approfondite sulla battaglia di Kadesh si vedano gli articoli di Andrea Petta, Giuseppe Esposito, Livio Secco ed Ivo Prezioso sul nostro sito laciviltaegizia.org nella sezione dedicata alle grandi battaglie.
DIDASCALIA DELLE FOTO:
– Il messaggero nel rilievo bolognese proveniente dalla tomba di Horemheb a Sakkara. FOTO MIA
– La battaglia di Kadesh: rilievo nel tempio maggiore di Abu Simbel – disegno di Ippolito Rosellini.
Nel riquadro in rosso un messaggero armato galoppa verso la divisione Ptah per portare i nuovi ordini e farla intervenire a soccorrere il resto dell’esercito che stava avendo la peggio.
– Ingrandimento del particolare riquadrato in rosso nella precedente immagine che evidenzia il messaggero e il suo particolare modo di cavalcare.
Particolare di un portatore di offerte; egli tiene in mano un vaso per le libagioni, fiori di ninfea e ombrelli di papiro. FOTO DA INTERNET. SE L’AUTORE LA RICONOSCESSE COME PROPRIA, ME LO SEGNALI E PROVVEDERO’ A SOSTITUIRLA O AD ATTRIBUIRE IL DOVUTO CREDITO.
Lasciata la mastaba di Ti raggiungiamo nuovamente il viale d’ingresso del Serapeum e ci dirigiamo verso l’area delle tombe del Nuovo Regno imboccando il sentiero parallelo al viale delle sfingi ed una stradina che porta verso sud e che in breve conduce alla mastaba di Akhtihotep e di suo figlio Ptahhotep Tshefi, che vissero attorno al 2400 a. C..
Uno scriba al lavoro: egli ha con sè la sua attrezzatura, costituita da un astuccio lungo e stretto nel quale conserva le cannucce che adopera per scrivere e delle “pastiglie” di colori solidi; come si usa fare anche oggi, tiene due “penne” dietro l’orecchio. FOTO DA TUMBLR. SE L’AUTORE LA RICONOSCESSE COME PROPRIA, ME LO SEGNALI E PROVVEDERO’ A SOSTITUIRLA O AD ATTRIBUIRE IL DOVUTO CREDITO.
Questa visita in realtà non era prevista nel nostro programma, ma passiamo proprio davanti al complesso, per cui non resistiamo ed entriamo per dare un’occhiata veloce e scattare qualche fotografia. Potrete trovare sul nostro sito un ampio articolo e belle immagini pubblicate da Ivo Prezioso a questo link:
Quattro servi stanno costruendo una barca di papiro, legando strettamente insieme i giunchi con delle corde vegetali. FOTO DA INTERNET. SE L’AUTORE LA RICONOSCESSE COME PROPRIA, ME LO SEGNALI E PROVVEDERO’ A SOSTITUIRLA O AD ATTRIBUIRE IL DOVUTO CREDITO.
Una processione di portatori di offerte: fiori, frutta, verdure, anatre già pronte per la cottura, anatre e oche vive, tessuti, vasi, pane, un orice, un’antilope, un ibex ed un bue legati con una corda. FOTO MIA
Un’altra processione di offerenti. FOTO MIA
Questa tomba appartiene a due alti dignitari e fu scoperta nel 1950 da Mariette in una depressione posta nei pressi della strada processionale che univa il tempio a valle di Unis alla sua piramide, a circa 200 metri dalla stessa.
Akhtihotep fu visir di Djedkara Isesi oltre che supervisore delle tesorerie, degli scribi dei documenti del re e dei granai, e sia lui che il figlio Ptahhotep Tshefi (o Ptahhotep II, per distinguerlo dall’omonimo e famoso nonno, titolare dell’adiacente mastaba D62) rivestirono il prestigioso ruolo di ispettori dei sacerdoti delle piramidi di Abusir durante il regno di tre sovrani, a cavallo tra la IV e la V dinastia.
Il defunto davanti alla tavola delle offerte, mentre annusa l’inebriante profumo di un unguento pregiato. FOTO MIA
Ptahhotep Tshefi inoltre è ritenuto l’autore del testo noto come “Massime di Ptahhotep”, una serie di consigli saggi impartiti da un padre al figlio e che l’estensore, per conferirgli maggiore autorevolezza, attribuisce all’avo, anch’egli visir di Djedkara Isesi.
Il cartiglio di Isesi, il sovrano sotto il quale, probabilmente, Ptahhotep II vide decollare la sua carriera. FOTO MIA
La mastaba D64 comprende due spazi decorati a nome di Akhtihotep ed uno a nome di Ptahhotep: i rilievi sono vivissimi, ed hanno in buona parte mantenuto la brillantezza dei colori originari; come gli altri già visti nelle altre tombe, mostrano scene di portatori d’offerta, di presentazioni di animali, di mietitura, di caccia con la rete, di costruzione di barche di papiro e di vita dei defunti, raffigurati seduti davanti al tavolo d’offerte, mentre fanno la manicure e assistono ad un concerto, durante banchetti o sacrifici, mentre cacciano.
Un musicista suona il suo strumento, mentre il suo compagno sembra stia battendo il tempo con le mani. FOTO DA INTERNET
Una scena di caccia nel deserto: due cani addestrati (notate il collare) hanno aggredito un orice e un ibex facendoli cadere a terra ed azzannandoli alla nuca mentre due antilopi brucano tranquillamente. Nella parte superiore della scena una mangusta sta entrando nella propria tana.
Vi propongo qui le fotografie che abbiamo scattato in loco, insieme ad altre molto belle trovate in rete.
Recentemente il Museo Egizio di Torino ha pubblicato un post sul pilastrino “djed” (raffigurante la colonna vertebrale e le costole di Osiride) trovato nella tomba di Nefertari da Schiaparelli, uno dei pochi reperti ritrovati nella tomba della Regina.
L’amuleto “djed” di Nefertari esposto recentemente a Vicenza prima che rientrasse “in sede” a Torino. Foto di Patrizia Burlini
Come paragone ed approfondimento, questo era lo stesso tipo di amuleto ritrovato nella tomba di Tutankhamon (Carter 260), fotografato da Burton ancora nella sua collocazione originale.
Si trova oggi conservato al Museo Egizio del Cairo, con il numero di inventario JE 61378
Il pilastrino djed di Tutankhamon a Museo Egizio del Cairo, inv. JE 61378 / Carter 260. Foto di Alain Lecler (purtroppo scomparso nel 2020) – Institut Français d’Archéologie Orientale
È in legno, alto 9.2 cm, originariamente placcato in oro, e la sua “funzione” era iscritta sulla sua base:
<<Questa formula deve essere pronunciata su un amuleto “djed” in smalto, le cui traverse siano d’oro puro, ricoperto di lino reale e su cui sia stato versato dell’olio. Deve essere fissato su un mattone di argilla cruda, [sul quale sia stata incisa questa formula], inserito in un foro fatto per esso nel muro occidentale [della tomba], e deve essere rivolto ad oriente coperto con la terra che si trovava sotto un albero “aaru”>>.
Il riferimento è quello del Capitolo 151 del Libro dei Morti, in cui si parla del quattro mattoni magici che dovevano essere presenti nella camera sepolcrale. L’incantesimo riferito al pilastro djed suona più o meno così, “interpretando” la traduzione letterale:
“O tu che ti avvicini per incontrarmi
Coperto da un velo illuminato dal tuo viso
Io sono colui che si erge dietro il pilastro djed
Io sono davvero colui che si erge dietro il pilastro djed, il giorno in cui si respinge il massacro.
Io sono il protettore di Osiride” (fonte: University College di Londra)
Curiosamente, però, l’amuleto “djed” nella tomba di Tutankhamon era inserito nella parete sud (non ovest), all’altezza della testa del sarcofago in granito.
La parete sud della camera sepolcrale di Tutankhamon. Il cartellino con il numero 260 indica la nicchia ancora chiusa ed intonacata dove verrà ritrovato l’amuleto
L’AMULETO DJED
All’interno della camera sepolcrale di Tutankhamon non c’era soltanto l’amuleto “djed” del mattone magico celato nella parete sud ma anche un secondo amuleto (Carter 250), più grande, lasciato dai sacerdoti che officiavano i riti funebri tra il sarcofago in quarzite di Tutankhamon ed il quarto sacrario, quello più interno.
Secondo Wilkinson, faceva parte del rito finale legato alla nuova vita del Faraone dopo la sua deposizione nel sarcofago.
Alto 56 cm e largo 20, in legno dipinto, aveva ancora sulla base un perno che suggerisce potesse essere inserito su un supporto.
Era appoggiato al lato sud del sarcofago, rivolto verso la parete che celava il mattone magico con l’altro amuleto “djed”, quasi a stabilire una connessione che richiama l’unione del “ba” con il corpo del defunto descritta nel Libro delle Porte.
Il pilastro djed davanti al sarcofago in quarzite di Tutankhamon
In quest’ottica, il posizionamento del mattone magico nella parete sud (di solito era posizionato in quella rivolta a ovest) non sarebbe un errore ma un legame con il suo “corrispettivo” appoggiato al sarcofago.
Ricordiamoci infatti che le nicchie dei mattoni magici venivano scavate DOPO la sepoltura; ne abbiamo conferma dalla presenza nelle nicchie stesse di residui del colore delle decorazioni esterne. Le nicchie venivano poi chiuse ed intonacate con colori simili ma chiaramente distinguibili a distanza di millenni.
Foto: dove non diversamente specificato da The Griffith Institute – University of Oxford
In copertina: i pilastri djed nella camera sepolcrale di Nefertari, foro kairoinfo4u
L’ingresso a pilastri che immette nel cortile porticato della mastaba Foto mia
Usciti dal Serapeum ripercorriamo a ritroso per un breve tratto il Viale delle Sfingi per poi svoltare a sinistra e seguire la strada verso la mastaba di Ti e della sua famiglia (la moglie Neferhetepes e i suoi quattro figli), che sorge a circa cento metri a nord ovest dalla Piramide a gradoni; la visita è irrinunciabile anche se ci siamo già stati perchè è ricca di dettagli e si scoprono sempre scene nuove.
La statua di Ti visibile attraverso la fessura del serdab. Foto mia
Essa fu scoperta da Mariette nel 1860 e si trova sotto il livello del suolo perchè nel corso dei secoli è stata sepolta dalla sabbia che l’ha preservata in ottime condizioni; pur essendo molto più piccola di quella di Mereruka è di grande impatto perchè ha ancora il cortile porticato antistante ed il serdab ed i rilievi ancora in buona parte integri su buona parte delle pareti.
Uno dei corridoi riccamente decorati. FOTO DI ALDO VITRO’
Vi entriamo con reverenza ed attraversato il cortile veniamo accolti dallo stesso Ti (più esattamente dal suo Ka), che da 4.500 anni in forma di statua osserva il visitatore da una lunga fessura del serdab posto sull’angolo destro in fondo al portico: guardate sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2023/11/10/serdab-statue-of-ti/ e troverete una notevole immagine di questa statua scattata e commentata da Jacqueline Engel.
Una delle false porte di Ti FOTO DI SILVIA VITRO’
Egli sembra sorvegliare attentamente chi osa presentarsi al suo cospetto e nella sua fissità ha un atteggiamento altero: visti il suo potere e la sua ricchezza poteva ben permetterselo!
La cattura degli uccelli con la rete. Nel registro in basso si vede il sovrintendente che dà il segnale di tirare la fune per chiudere la rete. FOTO MIA
La cattura degli uccelli con la rete: gli uomini a terra, al segnale del loro capo, in piedi, tirano energicamente le funi per far richiudere la rete sugli uccelli che vi si sono posati. FOTO MIA
Ti infatti era un altissimo funzionario che visse verso la metà della V dinastia, salì i gradini della sua strepitosa carriera al servizio di quattro sovrani (Neferirkara Kakai, Shepseskara, Neferefra e Niuserra) e pur non essendo di nobili origini sposò la principessa reale Neferhetepes. Nella mastaba sono scolpiti i suoi numerosi titoli sia civili che religiosi, che ne testimoniano la posizione sociale molto elevata e la grande influenza che gli derivava dalla vicinanza con il re: era definito, tra l’altro, “Amico Unico del Faraone”, “Amministratore del palazzo”, “Capo dei parrucchieri del re”, “Sacerdote ritualista” e risulta essere stato fu sovrintendente delle piramidi di Neferirkare e Niuserre e dei templi solari di Sahure e Neferefra.
Dopo aver falciato il grano, i contadini preparano ed ammucchiano i covoni (sotto) e poi, dopo averli messi nei sacchi hanno caricato gli asini per il trasporto. Un sacco è caduto a terra e gli uomini stanno cercando di rimetterlo sulla groppa del povero animale. Delizioso è l’asinello davanti alla fila che precede la madre (sopra). Foto di Kairoinfo4u, da Flickr
Le parte ipogea della tomba, che si raggiunge da una scala nel centro del cortile, non è visitabile, ma i due corridoi interni, l’ambiente successivo e la cappella per le offerte, interamente decorate, portano il visitatore a fare un viaggio a ritroso nel tempo, ricostruendo come in un gigantesco diorama la vita che si svolgeva lungo le rive del Nilo nel corso della V dinastia.
Tre contadini dissodano il terreno con la zappa e dietro di loro un terzo semina. Foto di Kairoinfo4u, da Flickr
Ti appare in tutta la sua grandezza (non solo metaforica, in quanto è raffigurato in dimensioni reali accanto agli altri personaggi minuscoli) mentre osserva il lavoro dei suoi servi (contadini, mandriani, macellai, carpentieri navali, scultori, ebanisti, vasai, orafi….) e le processioni di offerte che provengono dai suoi domini.
Gli impiegati amministrativi di Ti: uno scriba con in mano il suo materiale scrittorio ed altri due con il loro papiro già compilato (o da compilare). Foto di kairoinfo4u, da Flickr
Anche con riferimento alla Mastaba di Ti mi limiterò a proporvi alcune tra le foto che ho scattato, non bellissime perchè gli ambienti sono lunghi e stretti e poco illuminati: sul nostro sito, al link seguente, potrete trovare un dettagliatissimo articolo scritto da Andrea Petta e Grazia Musso, con un bel repertorio fotografico https://laciviltaegizia.org/2021/03/06/la-mastaba-di-ti/
I mandriani guadano il Nilo con la mandria. Il fiume è rappresentato come una striscia blu. caratterizzata da incisioni a zig zag, che danno l’impressione del movimento e del fluire dell’acqua. FOTO DI KAIROINFO4U DA FLICKR
Entrando nella mastaba di Ti l’occhio del visitatore è catturato dalla magnificenza del complesso architettonico e dall’insieme delle immagini, che coprono interamente le alte pareti, ma spesso gli sfuggono mille piccoli particolari di una suggestività unica.
Ne ho trovati alcuni in rete, che vi propongo qui: la scena con l’asino in primo piano è proprio divertente!
Questa scena divertente descrive gli sforzi dei contadini per convincere un asino recalcitrante a lasciarsi caricare con i covoni di grano da portare verso i magazzini. Sulla sinistra un servo ha in mano un sacco enorme pieno di covoni, che sembra uno scudo verticale, che dovrà essere caricato sul dorso dell’asino. Il conducente dell’animale, davanti a lui, sembra avere fretta ed è irritato perchè l’asino è recalcitrante, gli afferra con la mano sinistra la zampa anteriore destra tesa mentre con la mano destra gli torce l’orecchio, esclamando: “Accettalo!” (il carico). L’uomo dietro è ancora più furioso e sta per colpire con il suo bastone il povero somarello, insultandolo pesantemente: “Indossalo (il sacco), stronzo!”. FOTO DA OSIRISNET
Questa scena è tenerissima: il somarello precede la fila degli asini che trasportano i sacchi di grano per stare vicino alla sua mamma, che è la prima del gruppo. FOTO DA OSIRISNET
Il supervisore bastonato: gli egizi erano molto ironici, e spesso aggiungevano scene simpatiche alle decorazioni parietali, rese ancora più vivide dall’aggiunta di frasi illustrative, come se fossero dei fumetti. Questa scena, nella quale si vede “Il guardiano Iunenek” che bastona un “Capo del magazzino” forse è stata inserita dallo stesso decoratore della parete per vendicarsi di quest’ultimo che a sua volta lo aveva percosso. FOTO DA OSIRISNET
L’offerente: questa giovane proviene da una delle fattorie di Ti, e porta i prodotti delle sue terre. Indossa un lungo abito trasparenti sbracciato, bracciali ai polsi ed un bel collare a più fili. Con un braccio sorregge sulla testa un cestino pieno di frutta e con l’altra tiene in braccio un piccolo di gazzella. FOTO: DA TUMBLR
Vi trascrivo anche un breve frammento tratto dalla cronaca di viaggio di Amelia Edwards, l’egittologa inglese di cui vi ho già parlato, che ci dà un’idea delle sensazioni suscitate dalla tomba all’indomani della sua scoperta, non dissimili da quelle che ancora oggi offre ai visitatori.
“Da qui (ndr dal Serapeum), attraverso uno spazio di sabbia più lontano, ci recammo nella luce di mezzogiorno alla tomba di un certo Ti, un sacerdote e cittadino comune della quinta dinastia, che si sposò con una signora di nome Nefer-hotep-s, nipote di un Faraone, e qui si costruì una magnifica tomba nel deserto.
Della facciata di questa tomba, che in origine doveva avere l’aspetto di un tempietto, restano solo due grandi pilastri. Segue un cortile quadrato circondato da un colonnato senza tetto, da un angolo del quale un passaggio coperto conduce a due camere. Al centro del cortile si apre una fossa aperta profonda circa venticinque piedi, con un sarcofago frantumato appena visibile nell’oscurità della volta sottostante. Qui tutto è pietra calcarea…
Nel passaggio dove c’è ombra, e nella grande camera, dove è così buio che possiamo vedere solo con l’aiuto di candele accese, troviamo una successione di bassorilievi così numerosi e così fitti che ci vorrebbe mezza giornata per vederli bene. Disposte in linee orizzontali parallele a circa un piede e mezzo di profondità, queste straordinarie immagini, fila dopo fila, coprono ogni centimetro di spazio della parete dal pavimento al soffitto… La superficie, ricoperta da una sottile pellicola di cemento finissimo, ha qualità e lucentezza come l’avorio. Le figure misurano un’altezza media di circa dodici pollici e sono tutte colorate.
Qui, come in un libro aperto, abbiamo la biografia di Ti. Tutta la sua vita, i suoi piaceri, i suoi affari, le sue relazioni domestiche, ci vengono presentati … con fedele semplicità…
Ti era un uomo ricco e la sua ricchezza era di tipo agricolo. Possedeva greggi, armenti e vassalli in abbondanza. Teneva molte specie di uccelli e di animali: oche, anatre, piccioni, gru, buoi, capre, asini, antilopi e gazzelle. Amava la pesca e l’uccellagione, e talvolta andava a caccia di coccodrilli e ippopotami, che ai suoi tempi scendevano fino a Menfi. Era anche un marito gentile e un buon padre e amava condividere i suoi piaceri con la sua famiglia. Qui lo vediamo seduto in pompa magna con la moglie e i figli, mentre davanti a loro si esibiscono cantanti e ballerini professionisti.
Laggiù escono insieme e osservano i servi della fattoria al lavoro, e osservano l’arrivo delle barche che portano a casa i prodotti delle terre più lontane di Ti. Qui le oche vengono ricondotte a casa; le mucche attraversano un guado; i buoi arano; il seminatore sparge il suo seme; il mietitore usa la falce; i buoi pestano il grano; il mais viene conservato nel granaio… Ti ha i suoi artigiani nella sua tenuta e tutti i suoi beni e beni mobili sono fatti in casa. Qui i falegnami stanno costruendo nuovi mobili per la casa; i maestri d’ascia sono impegnati su nuove barche; i vasai modellano i vasi; gli orafi fondevano lingotti d’oro rosso. È evidente che Ti viveva come un re entro i suoi confini. Anche lui costituisce una figura imponente in tutte queste scene e, essendo rappresentato circa otto volte più grande dei suoi servi, siede e sta in piedi come un gigante tra i pigmei. Sua moglie (non dobbiamo dimenticare che era di sangue reale) è grande quanto lui; e i bambini sono raffigurati grandi circa la metà dei loro genitori…
…nulla può essere più naturale del disegno, o più vivace dell’azione, di tutti questi uomini e animali. I movimenti più difficili e transitori sono espressi con magistrale certezza. L’asino scalcia e raglia, il coccodrillo si tuffa, l’anitra selvatica si alza in volo…
Le forme, che non hanno nulla della rigidità convenzionale delle successive opere egiziane, sono modellate in modo rotondo e audace, ma rifinite con squisita precisione e delicatezza. La colorazione, invece, è puramente decorativa; ed essendo applicate in singole tinte, senza alcun tentativo di gradazione o ombreggiatura, nasconde piuttosto che esaltare la bellezza delle sculture. Questi, infatti, si vedono meglio dove il colore è completamente cancellato. Le tinte sono ancora piuttosto brillanti in alcune parti della camera più grande; ma nel corridoio e nel cortile, che sono stati scavati solo da pochi anni e che di giorno in giorno si tengono a fatica sgombrati, non è rimasta alcuna traccia di colore.
Questa tomba, come abbiamo visto, è costituita da un portico, un cortile, due camere e una volta sepolcrale; ma contiene anche un passaggio segreto del tipo noto come “serdab”…
Venti statue di Ti furono trovate qui murate nel serdab della sua tomba, tutte rotte tranne una: una figura vivace in pietra calcarea, alta circa sette piedi, e ora nel museo di Boulak. Questa statua rappresenta un bel giovane con una tunica bianca, ed è evidentemente un ritratto. I lineamenti sono regolari; l’espressione è bonaria; tutto il giro della testa è più greco che egiziano. L’incarnato è dipinto di una tinta giallastra di mattone, e la figura sta nel consueto atteggiamento ieratico, con la gamba sinistra avanzata, le mani serrate e le braccia tese lungo i fianchi. Sembra di conoscere Ti così bene dopo aver visto le meravigliose immagini nella sua tomba, che questa affascinante statua interessa come il ritratto di un amico familiare”.
FONTI:
OSIRISNET
EDWARDS A., A thousand miles up the Nile, 1831, cit.
Ankhet’s sarcophagus is decorated with images and texts that will allow her to breathe again in the afterlife.
The human headed bird across her chest is Ankhet’s ba, or soul, which travels between the worlds of the living and the dead.
It grasps symbols of eternal life, such as masts and sails representing wind and air, and the ankh-sign representing life.
Book of the Dead spell 191, inscribed in hieroglyphs, describes bringing the ba removing the shades.
Below, the four winds are depicted as ram-headed creatures bringing life-giving air from all directions. Underneath, the god of the afterlife, Osiris, reclines on a bed and the sun god Ra is barn from a lotus flower, flanked by three gods holding a mast.
This statue, found at Saqqara, came from the tomb of Kaaper and depicts him in his youth as a toll slim young man.
The statue would have stood at the back of the offering chapel in his tomb along with the other statue of Kaaper.
Next to him: Upper part of statue of wife of the chief lector priest Kaaper, called ‘Sheikh El-Balad
This statue was discovered in the same mastaba as the statue of Kaaper.
It is therefore thought to belong to his wife.
It shows a woman with a wig with a straight hairstyle and central parting.
She wears a tight dress and the usekh, a wide collar, which are both typical of Old Kingdom fashion.
His mastaba, a flat-roofed tomb (named “Saqqara C8”) was discovered by Auguste Mariette in the Saqqara necropolis, just north of the Step Pyramid of Djoser.
La tavola d’offerta. Foto di Christian Mariais da osirisnet.net
Al momento della scoperta, le cappelle e il sito sono stati fotografati dal fotografo della spedizione Mohamadani, al quale si devono quasi tutte le fotografie illustrate. I disegni al tratto dei rilievi di Qar in situ, sono stati realizzati da Hansmartin Handrick, e successivamente corrette da Stevenson Smith nel 1951. Ridisegnati poi da Suzanne Chapman nel 1974 in “The mastabas of Qar and Idu, G7101 and 7102.” di William Kelly Simpson.
Questa tavola contiene un N° impressionante di offerte che vale la pena contare. Provateci.
Il tutto sembra una pura e semplice elencazione, ma non è così. L’elenco e composto da 99 caselle. Sotto ogni parola sono raffigurate delle stanghette a indicare numericamente la quantità. Sotto alle stanghette è raffigurato un uomo nell’atto di compiere l’offerta. In mano porta il recipiente adatto all’offerta: vaso specifico o vaso sovrastato da indicazione a disegno dell’offerta es. un volatile o un pane. Da una analisi comparata su altre tavole dell’antico Regno, non ho rilevato offerte di pesci. Strano perché il pesce era la fonte primaria di sostentamento.
Le tavole d’offerta, in raffigurazione pittorica, in incisione e in forme e dimensioni diverse, compaiono a partire dall’antico regno. La cosa più semplice per offrire una offerta era un tappetino con sopra una pagnotta di pane. L’evoluzione culturale e religiosa, li ha trasformati in “tavoli” delle offerte, scolpiti o dipinti con immagini di offerte tipiche, come pane, birra, carni e pollami. Se la famiglia non avesse più fatto offerte, si pensava che le immagini delle offerte avrebbero sostenuto il defunto.
Le “tavole” consistono in una elencazione di vari prodotti della vita quotidiana raffigurati in immagine e/o in forma scritta (Testo geroglifico) davanti o in prossimità del personaggio a cui sono dedicate o in manufatti appositi, di varie forme ritrovate in varie tombe. Il N° di queste offerte è estremamente variabile. Parte da poche rappresentazioni fino ad arrivare ad elenchi che ne contengono più di cento. In appositi riquadri o caselle è scritto il nome dell’offerta e la quantità in valore numerale: i, 2, ecc. In aggiunta viene accompagnato il disegno con la rappresentazione della categoria a cui si riferisce (es. pollame, carne, spezie, ecc.).
Un’altra aggiunta può essere la rappresentazione reale di un uomo in offerta di quel particolare prodotto
La disposizione delle offerte, a un primo impatto visivo, sembra non avere un senso logico ma può sembrare solo un insieme di elencazioni di offerte, raggruppate tra loro per affinità.
Esiste invece un preciso ordine che riguarda praticamente tutte le rappresentazioni con le simili quantità di offerte.
L’inizio della rappresentazione è sempre preceduta da due caselle che non sono offerte vere e proprie, ma rappresentano (in forma scritta) due atti di purificazione. Il primo con abluzione di acqua e il secondo con fumigazione d’incenso.
Dopo le due parole che indicano una purificazione con acqua e incenso, sono elencati i sette oli sacri.
Questi erano utilizzati nella preparazione del cadavere, per la mummificazione o per ungere occhi e/o bocca del corpo o della statua del defunto durante il “Rituale dell’apertura della bocca”.
Nelle tavole d’offerta reali, in corrispondenza con il nome dell’olio era ricavata una coppella dove l’olio era realmente versato. (vedi foto sotto)
Tutte le versioni delle tavole sono concordi nell’elencare i sette oli. (in molte varianti di scrittura).
Questa ulteriore serie di offerte (mediamente otto), segue l’elenco degli oli e appartengono a diverse categorie.
Tutte però sembrano determinare una sorta di indicazione che sono usate verso la persona, nel senso di tolettatura personale, o alla purificazione delle strutture funerarie.
Ad es:
le creme per il trucco degli occhi, le stoffe/abiti, per la persona.
L’incenso, il natron, tavolo d’offerta, preparazione ambiente e purificazione.
Offerta al re, offerta nell’ampia sala a un luogo e a una simbolica citazione al re in quanto dio ?
In immagine elenco da tre tavole d’offerta ricavate da materiali diversi e di forma tondeggiante.
Con questa ultima parte termina l’analisi della parte preliminare delle tavole d’offerta. Si tratta di una casella unica, posizionata in modo categorico in diciottesima posizione.
In realtà, questo elemento è un invito al defunto a sedersi alla sua tavola d’offerta, e logicamente, seguire la presentazione successiva del tavolo dove sono elencati i cibi e/o altro. Per quanto ne so, non compare in nessuna lista prima della seconda metà della quarta dinastia.
Per chi vuole scaricare la versione PdF, questa è già inserita grazie ad Andrea nella pag. Web del gruppo al link indicato.