Le conchiglie in oro con inciso un cartiglio reale trovate nelle sepolture delle principesse del Medio Regno.
FOTO N. 1 – Pendente in oro e corniola a forma di conchiglia con il cartiglio di Senwosret II (Kha-Kheper-Ra), oggi al MET di New York, ritrovato forse a Dahshur Dimensioni: L. 2,5 cm. – Numero di adesione: 26.7.1353 https://www.metmuseum.org/art/collection/search/549518
Pendenti a forma di conchiglie di ostrica con iscritto un cartiglio reale realizzati in oro o lega di oro ed argento sono attestate con i nomi di Senwosret II (FOTO N. 1) e Senwosret III (FOTO N. 2 – Manchester Museum).
FOTO N. 2 – Ciondolo in oro a forma di conchiglia con il cartiglio recante il nome di intronizzazione di Senwosret III (Kha-kau-re) saldato in filo d’oro e un ureo su ciascun lato del cartiglio, ritrovato da Petrie nella tomba n. 124 della necropoli A a el- Riqqa, nel Medio Egitto. Il retro del pendente è liscio, con un piccolo anello di sospensione. Il gioiello è stato analizzato scientificamente con metodiche non invasive nell’ambito del progetto “Study of Bronze Age Egyptian Gold Jewellery” (CNRS PICS 5995) ed è emerso che la conchiglia, in electron ricco d’argento, fu realizzata mediante martellatura mentre il motivo a fili della decorazione è stato creato mediante laminazione di una striscia d’oro e granulazione e fissato con la tecnica di saldatura a caldo con rame. In tutti i gioielli di Riqqa sono state osservate inclusioni di elementi del gruppo del platino, caratteristiche dell’uso di depositi d’oro alluvionali Dimensioni: 2,0 x 2,1 cm. – Ora al Manchester museum – N. inventario 5968 Foto: akhenatenator FONTI: Lore Troalen, Maria Filomena Guerra, Margaret Maitland, Matthew Ponting, Campbell Price. The Gold Working of Riqqa, Egypt: Analysis and Comparison. Between the 12th and 18th Dynasties. Bibliothèque générale (64), Institut français d’archéologie orientale, pp.221-232, 2022, Science of Ancient Egyptian Materials and Technologies, 978-2-7247-0931-5. ffhal-03855458f https://cnrs.hal.science/hal-03855458/document
Furono altresì rinvenuti, ma senza incisioni, nelle sepolture delle principesse reali della fine della XII dinastia, più precisamente di Mereret, Khenmet (o Khnumit), Sathathor e Nubhetepti-khered a Dahshur e di Senebtisi a Lisht.
E’ probabile che queste riproduzioni preziose fossero state realizzate per i membri della famiglia reale secondo una moda che coinvolgeva anche le persone comuni, che dovevano tuttavia ripiegare su versioni meno costose.
FOTO N. 3 – Pendente in forma di conchiglia d’ostrica oggi al British Museum di Londra. Esso è stato realizzato con una sottile lamina d’oro battuta su uno stampo e porta inciso il nome Senwosret in un cartiglio. L’interno è fortemente concavo. Dimensioni: h: 5 cm.(con anello) – N. di inventario EA65281 Il curatore del Museo osserva che è molto probabile che il cartiglio sia stato iscritto molti anni dopo la creazione del pendente, in quanto l’esame microscopico mostra che le linee, nitidissime, sono state create mediante incisione, una tecnica non in uso all’epoca di Senwosret. https://www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA65281
Era inoltre usuale che le principesse della seconda metà della XII dinastia portassero gioielli con funzioni di amuleto che avrebbero conferito loro poteri magici utili a supportare il sovrano, il cui nome era spesso iscritto sul gioiello stesso, nel suo ruolo di garante dell’ordine divino sulla terra.
FOTO N. 4 – Conchiglia d’oro con il cartiglio di Senakhtenra/Seqenenra Taa (1560 a.C. circa), 2° Periodo Intermedio – oggi al Petrie Museum. Questo faraone, appartenente alla XVII dinastia, iniziò l’offensiva contro gli Hyksos per riconquistare il Nord del paese, conclusa vittoriosamente dal figlio Ahmose, e morì trucidato dalle asce nemiche (la sua mummia, esposta nella galleria del National Museum of Egyptian Civilization mostra i segni delle spaventose ferite infertegli). https://www.ancient-egypt.co.uk/…/Petrie%20Museum%20…
La piccola piramide satellite; è ancora visibile il primo corso del rivestimento originale in calcare; l’ingresso è posto sulla destra, protetto da una piccola tettoia. Foto: Silvia Vitrò.
La nostra visita al sito piramidale prosegue lungo il suo perimetro esterno; essa era racchiusa da un ampio recinto quadrato, con lato di m. 299 circa, del quale sopravvivono solo tracce; sul lato sud, a m. 52 di distanza sorge una piramide satellite con rivestimento in calcare bianco oggi praticamente scomparso, sebbene il nucleo dell’edificio sia ancora in buone condizioni.
I resti della rampa processionale nei pressi della piramide.Foto: Silvia Vitrò.
Essa doveva essere alta m. 26,00 ed aveva una base quadrata con lato di m. 52,80; era destinata al culto o forse alla sepoltura della regina Hetepheres, moglie di Snefru, poi probabilmente traslata con il suo sontuoso corredo funerario in una tomba accanto alla piramide del figlio Cheope a Giza.
Questa costruzione fu inventariata da Lepsius come LVII ed è da poco visitabile in quanto il cunicolo interno è stato liberato dalla sabbia che vi era filtrata nel corso dei millenni; naturalmente Silvia ed io non ci siamo fatte sfuggire l’occasione e siamo scese lungo il corridoio che arriva sotto il livello del suolo per poi risalire e sbucare in una modesta camera a volta aggettante alta m. 7, all’interno della quale gli archeologi trovarono solo cocci di vasi.
Il corridoio discendente della piramide satellite. Foto: Silvia Vitrò.
La volta aggettante della piccola camera interna alla piramide satellite. Foto: Silvia Vitrò.
Sul lato nord della piramide principale sorgeva un luogo di culto di cui restano pochissime vestigia; ad est, invece, è ben riconoscibile la pianta del tempio funerario, costituito da una cappella per le offerte e da alcuni locali annessi circondati da un muro di mattoni crudi; qui terminava la rampa processionale che iniziava al tempio a valle.
Particolare di un mattone crudo delle pareti esterne del tempio funerario, costituito di fango e paglia sminuzzata, ben visibile. Foto: Silvia Vitrò.
All’interno della cappella si elevavano due stele in calcare alte almeno nove metri iscritte con la titolatura del sovrano, oggi ridotte all’altezza di un paio di metri; tra di esse si trova un altare in calcare, sotto il quale c’è ancora la tavola per le offerte in alabastro con la forma del geroglifico hotep.
I resti della cappella del tempio funerario; si notano al centro l’altare fiancheggiato dalle due stele ed ai lati le vestigia più scure che facevano parte delle pareti esterne della cappella e delle stanze adiacenti, costruite in mattoni crudi. Foto: Silvia Vitrò.
La base dell’altare è costituita da una tavola per le offerte con la forma del geroglifico htp, costituito da una stanghetta orizzontale sormontata da una forma ovale che rappresenta un pane, qui leggermente incavato. Foto: Silvia Vitrò.
Ci ha suggerito una delle guardie che sorveglia l’area di inginocchiarci sulla tavola appoggiando in modo reverente la fronte sull’incavo che rappresenta il pane, perché questo semplice rito ci avrebbe portato fortuna…. a noi non so, a lui certamente sì, perché poi ci ha regalato in gran segreto un pezzetto di alabastro, si è soffermato a chiacchierare con noi e si è guadagnato un buon bakshish, che lo aiuterà a mantenere i suoi tre bambini.
All’orizzonte del tempio funerario di Snefru, a circa un chilometro di distanza, si staglia la cosiddetta “Piramide nera”, qui ritratta molto ingrandita. Essa fu edificata da Amenemhat III della XII dinastia e prende il nome dal colore dei mattoni crudi che costituiscono il suo nucleo, unica parte superstite dell’edificio originario che era rivestito con lastre di calcare ed aveva un pyramidion in basalto finemente iscritto, oggi custodito al museo del Cairo. Si tratta di un cenotafio, in quanto il sovrano fu seppellito più a sud, in un’altra piramide che si era fatto costruire ad Hawara, nel Fayyum. Foto: Silvia Vitrò. Per ulteriori notizie, leggete sul nostro sito il bell’articolo di Grazia Musso, a questo link: https://laciviltaegizia.org/?s=piramide+di+amenemhat+III
L’attuale aspetto della “Piramide nera”. Foto: Silvia Vitrò.
Oltre a quelle già citate nel primo post su Dahshur, ho consultato le seguenti fonti:
La piramide a doppia pendenza, che presenta ancora quasi tutto il suo rivestimento originale anche se in epoca recente sono stati necessari puntelli esterni per contenere il rischio di crolli. Essa infatti venne costruita con blocchi di pietra molto grandi ed irregolari, ed il rivestimento venne “cementato” sulla superficie per rendere più solide le pareti a rischio cedimento e per lisciarle; l’asportazione delle lastre di calcare diventava quindi molto difficoltoso e fonte di pericolo perché la struttura avrebbe potuto cedere. Foto: Silvia Vitrò
La perfezione della Grande Piramide di Giza si fonda sulle conoscenze acquisite sul campo dagli architetti di Snefru, primo faraone della IV dinastia e padre di Cheope, i quali, prima di raggiungere un buon risultato con la piramide rossa di Dahshur, incontrarono ben due fallimenti, edificandone una a Meidum crollata in breve tempo, ed un’altra di cui parlerò ora, sempre a Dahshur, che li costrinse a correggere in corso d’opera l’inclinazione delle pareti laterali, rivelatesi inidonee a garantire la stabilità dell’edificio che sorgeva su di un terreno friabile e che fin da subito iniziò a presentare pericolose crepe.
Un angolo della piramide che si sta sgretolando. Foto: Silvia Vitrò
E così la piramide, che nel progetto originario avrebbe dovuto raggiungere l’altezza di m. 128,5, arrivò alla fine a m. 104,71 per una superficie di base pari a m. 188,6.
Per salvaguardare la buona reputazione degli architetti egizi, mi preme sottolineare l’estrema complessità dell’opera, che doveva essere realizzata partendo dall’interno e quindi dalla realizzazione delle tre camere funerarie: la più bassa che rappresentava il mondo sotterraneo, quella intermedia che segnava l’assunzione al cielo del Sovrano, quella superiore che rappresentava il suo nuovo mondo.
Questa prima operazione prevedeva lo scavo di un pozzo delle dimensioni di m. 7 x 7 e profondo 22,5; il “guscio” di pietra veniva aggiunto in seguito e costruito prevedendo i corridoi d’accesso, che avevano anche la funzione di consentire l’ascesa diretta del re defunto fino alle stelle circumpolari.
La pianta della prima parte dell’interno della piramide: il corridoio giunge nelle viscere della terra da destra e sbuca nell’anticamera; a metà altezza dell’anticamera vi è l’ingresso alla camera inferiore, in faccia al quale vi è il “camino”. Quasi in cima alla volta si apre il “budello”. Le varie aperture sono oggi raggiungibili tramite torri di scale.
Snefru, per la prima volta nella storia, introdusse importanti modifiche nel complesso piramidale: ne modificò l’orientamento dall’asse nord-sud, tipico della III dinastia, a quello est-ovest perchè in quel periodo cominciò ad affermarsi l’associazione tra il faraone ed il disco solare, che nasce a est e tramonta ad ovest, per poi risorgere il giorno successivo; lo arricchì con un tempio funerario ed un tempio a valle collegati da una rampa processionale; fece edificare una piramide satellite per il culto o, secondo alcuni, per la propria regina, la grande Hetepheres.
La pianta dell’interno della piramide: a sinistra la camera inferiore, dalla quale si diparte il “budello di pietra”, ossia quel serpentone che sbuca nel corridoio che conduce alla camera superiore, posta a destra. Assolutamente particolari sono quelle due costruzioni perpendicolari al corridoio, poste una prima ed una dopo il budello: si tratta di spesse saracinesche di pietra destinate a scendere diagonalmente dopo la sepoltura del Faraone ed a sigillare definitivamente la camera sepolcrale.
Il disegno della saracinesca di pietra: dopo la sepoltura sarebbe stato tolto il perno visibile sulla sinistra ed il lastrone di pietra sarebbe scivolato verso il basso incastrandosi perfettamente nel suo alloggiamento e sigillando la camera sepolcrale.
La piramide romboidale, chiusa al pubblico nel 1965 e finalmente riaperta nel 2019, ha due ingressi, uno sul lato ovest ad oltre 32 metri dal livello del suolo, che conduce alla camera sepolcrale superiore ed attualmente chiuso, ed uno su quello nord che porta a quella inferiore e da lì a quella superiore tramite un cunicolo forse scavato dagli antichi ladri; esso è posto a circa m. 12 di altezza ed è accessibile grazie una scala esterna.
Il corridoio che porta nel cuore della piramide è lungo m. 79,53 ed affonda nel sottosuolo per m. 25; esso è illuminato, dotato sia a destra che a sinistra di comodi corrimano ed è lastricato con assi sulle quali a distanza regolare sono inchiodate orizzontalmente barre di legno che impediscono di scivolare.
Peraltro è impossibile percorrerlo eretti, perchè ha sezione quadrata con lati di un metro, ed occorre procedere piegati a 90° prestando attenzione a non sbattere la testa sul soffitto e facendo una gran fatica: per questo ho preferito camminare all’indietro guardandomi i piedi ed ancorandomi ai corrimano, come si fa scendendo da una scala a pioli, risparmiandomi mal di schiena e capocciate.
Il corridoio discendente dell’ingresso sul lato nord: ho messo questa foto con la mia immagine per darvi un’idea delle dimensioni: io sono alta m. 1,60 e qui sto scendendo, applicando la tecnica “alpinistica” di cui vi ho parlato. Foto: Silvia Vitrò
Alla fine di questo corridoio il tragitto comincia a salire tramite una stretta e ripida scala di legno che immette in un vestibolo sotterraneo non rifinito con base di m. 6 x 5 metri e che si estende in altezza per m. 12; a circa m. 7 dal suolo si trova l’ingresso della camera sepolcrale inferiore, raggiungibile tramite scale di legno moderne, posizionate per facilitare i visitatori.
Alla fine del corridoio discendente, nella roccia che costituisce il basamento naturale della piramide è stato scavato questo lungo e stretto corridoio ascendente che conduce all’anticamera incompiuta, con volta aggettante; per agevolare i visitatori, è stata collocata una scalinata in legno. Foto: Silvia Vitrò
La torre di scale che permette di salire verso la cuspide della camera inferiore; guardando con attenzione si notano i lastroni aggettanti, che sporgono l’uno da quello precedente di circa quindici centimetri. Foto: Silvia Vitrò
Essa, di forma rettangolare, arriva alla notevole altezza di m. 17,30 ed è caratterizzata dalla presenza di un pozzo verticale alto m. 14 detto “il camino”, il cui uso è tuttora sconosciuto; a m. 12 dal pavimento si apre il famoso cunicolo claustrofobico non rifinito, lungo circa m. 18 e con un dislivello di 5, che la mette in comunicazione con il corridoio proveniente dall’ingresso sul lato ovest che raggiunge la camera funeraria superiore.
Il “budello di pietra” rozzamente scavato che congiunge la camera sepolcrale inferiore al corridoio che conduce a quella superiore. Foto: Leon Petrosyan
Per darvi un’idea delle dimensioni del corridoio che immette nella camera sepolcrale superiore. Foto: Leon Petrosyan
Sia l’anticamera che le camere sepolcrali hanno pareti aggettanti, ossia costituite da lastroni sovrapposti progressivamente sporgenti che costituiscono il soffitto, perché gli Egizi non conoscevano l’arco e la volta, introdotti secoli dopo dagli Etruschi; questo limite, tuttavia, non deve indurre a sminuire le loro capacità architettoniche: basti pensare che anche i Maya, la cui civiltà nacque e fiorì duemila anni dopo Snefru, si avvalevano della medesima tecnica.
L’ultima parte del corridoio che dalla facciata ovest conduce alla camera sepolcrale superiore, nella quale sbuca il “budello di pietra”. Foto: Silvia Vitrò
La camera superiore oggi è molto danneggiata e sembra quasi una grotta, in quanto i tentativi esperiti nell’antichità per alleggerire le pareti assottigliandole e la cattiva qualità della pietra utilizzata hanno fatto sì che i lastroni aggettanti si sgretolassero nel corso dei secoli.
La scalinata che permette di raggiungere il punto più alto della camera sepolcrale superiore. Foto: Silvia Vitrò
Essa, alta m. 14, era occupata da un grande catafalco in pietra recante i cartigli di Snefru e da numerose travi in legno di cedro dall’uso sconosciuto, probabilmente appartenenti al carico che il sovrano importò dal Libano al quale si fa cenno sulla Pietra di Palermo.
L’interno della camera sepolcrale superiore che ospita un catafalco in pietra (quei lastroni chiari a forma di parallelepipedo posti a sinistra). Gli architetti provvidero a rinforzare la struttura con le grosse travi di cedro che sono ancora oggi in loco. Foto: Silvia Vitrò
La cuspide del soffitto della camera superiore; i lastroni aggettanti sono stati ridotti di spessore, si sono spezzati per il peso e si sono in più parti frantumati, al punto che la volta ha perso completamente il suo elegante aspetto originario. Per evitare crolli gli egizi avevano posizionato anche quel grosso palo di cedro che si nota al centro ed avevano in più punti riparato le crepe con la malta. I costruttori di Snefru avevano fatto un buon lavoro, visto che i rattoppi sono ancora in essere dopo 4.500 anni, ma il sovrano preferì non fidarsi della solidità dell’edificio e dispose che si costruisse una nuova piramide…. immagino il disappunto degli architetti e delle maestranze, ammesso che siano riusciti a sfuggire all’ira del Faraone! Foto: Silvia Vitrò
Un’ampia crepa nella struttura puntellata con l’utilizzo delle solite travi di cedro. Foto: Leon Petrosyan
Tuttavia nella piramide non sono stati rinvenuti resti di sepoltura, per cui gli studiosi tendono ad escludere che sia stata utilizzata in quanto troppo instabile e piena di crepe dovute all’assestamento del terreno, stuccate con malta gessosa ed ancora oggi visibili.
La visita alle camere funerarie è molto suggestiva ma sinceramente non alla portata di tutti, perché è faticosa (non dimentichiamo, oltre al numero esagerato di gradini, il caldo e il minimo ricambio d’aria), i cunicoli che permettono di raggiungerla sono molto bassi e un tratto è claustrofobico perché si restringe al punto che bisogna quasi procedere carponi: non avrei rinunciato per niente al mondo, ma quando mi sono trovata davanti a quel buco….avrei voluto pesare una ventina di chili in meno!
Una turista inglese entrata con noi è stata presa dal panico al momento di uscire e si è bloccata nella piazzola antistante quel budello di pietra senza trovare il coraggio di entrarvi; per fortuna siamo riuscite a calmarla e con pazienza, un passo alla volta, l’abbiamo scortata fino a quando non ha ripreso sicurezza vedendo la luce del sole alla fine del tunnel.
Ad ogni modo, se appena il fisico ve lo consente e non soffrite negli ambienti chiusi, portatevi abbondanti scorte d’acqua e non perdetevi questa avventura quasi in solitaria: le emozioni che si provano rispetto alla visita delle piramidi di Cheope e Chefren, al cui interno si creano due file ininterrotte di turisti in entrata ed in uscita, sono decisamente differenti.
FONTI:
MONNIER F., L’univers fascinant des piramides d’Egypte, Dijon, 2021
HAWASS Z., Piramidi. Tesori, misteri e nuove scoperte in Egitto, seconda edizione, Vercelli, 2011
Accompagnati da Monalisa e dal nostro fido autista dedichiamo l’intera giornata alla visita del sito di Dahshur, che di solito non fa parte degli itinerari proposti dai Tour operators ma che merita una visita a passo lento, per immergersi nel silenzio e nella solitudine del deserto, camminare sulla sabbia, cercare ciottoli di selce o di alabastro forse scalpellati dagli antichi frequentatori della necropoli o cocci di ceramica, miseri resti di sontuosi corredi tombali trafugati da antichissimi ladri.
Insieme alla mia famiglia ci ero già stata vent’anni orsono, ed ero rimasta impressionata dalla magica atmosfera del luogo, che mi ha indotta a tornarci nuovamente; non ne sono rimasta delusa, ed anzi, questa volta ho potuto visitare anche l’interno della piramide a doppia pendenza e della sua piccola piramide satellite che in passato erano chiuse al pubblico e trattenermi a chiacchierare con una delle guardie addette alla sorveglianza del luogo, che trascorrono la loro giornata lavorativa sotto il sole feroce, intrappolati in una divisa con pantaloni e basco di panno caldissimo e con pesanti scarpe nere con i lacci, dalle spesse suole di gomma.
Il sito si trova a circa 45 km. a sud ovest del Cairo, di fronte ai resti dell’antica città di Menfi, subito dopo le necropoli di Abusir (ora purtroppo chiusa per lavori in corso) e di Sakkara.
Il pur breve viaggio è una piacevole esperienza: abbandonata la fatiscente periferia del Cairo, percorriamo una strada asfaltata ad una sola corsia che attraversa la verdeggiante campagna lungo il Nilo, sulle cui rive si estendono fitti palmeti che offrono abbondanti raccolti di datteri e prati verdissimi nei quali brucano liberi cavalli, bufali, pecore e capre.
Qui il tempo sembra essersi fermato: gli unici edifici sono rare casette rurali di mattoni di fango nei cui cortili becchettano liberi dei polli; per ripararsi dal sole che dardeggia inesorabile già a metà mattina, nei campi sono state costruite tettoie rettangolari di rami di palma sorrette da un’intelaiatura di tronchi, sotto le quali trovano ristoro animali e fellahin, i quali, a differenza dei loro antenati egizi che lavoravano nudi o con un minuscolo perizoma, indossano lunghe galabye in cotone, grigie, marroni o azzurre e proteggono il capo con un cappellino morbido a forma di tamburello oppure con lo shesh, una lunga striscia di stoffa avvolta in più giri attorno alla testa a formare un turbante.
La grande fertilità della Valle del Nilo e le particolari condizioni climatiche garantiscono fino a tre raccolti all’anno, ed infatti l’erba è rigogliosa e le coltivazioni di tabacco, ortaggi, canna da zucchero, mais appaiono lussureggianti; molti contadini non usano macchine agricole, ma zappe ed aratri trainati da cavalli o da bufali; i prodotti vengono caricati sulla groppa degli asinelli oppure su carretti a due ruote dotati di stanghe alle quali vengono aggiogati muli o cavalli.
Abbandonata la zona coltivata rimaniamo sulla riva occidentale e ci addentriamo nel deserto al margine dell’altopiano libico, una piatta distesa di sabbia beige mista a ciottoli che si estende a perdita d’occhio; in occasione della mia precedente visita il sito di Dahshur era raggiungibile solo percorrendo una pista sterrata nel deserto, mentre oggi è stata creata una strada asfaltata che per non alterare la particolare atmosfera del luogo si interrompe fortunatamente a debita distanza dalle piramidi, raggiungibili solo a piedi.
La monotonia del paesaggio è interrotta solo dalle vestigia dei complessi piramidali appartenuti ai grandi del passato: in un’area di circa Km. 5 x 3 (tanto misura la necropoli) in origine ne sorgevano ben undici, cinque delle quali appartenute a Faraoni ed almeno due temporalmente anteriori a quelle di Giza in quanto edificate da Snefru, padre di Cheope.
Esse sono ben conservate in quanto furono costruite con blocchi lapidei provenienti dall’altopiano libico; per contro quelle che i sovrani della XII dinastia Amenemhat II, Sesostris III e suo figlio Amenemhat IIIscelsero di edificare accanto a quelle del loro grande predecessore per condividerne la gloria si trovano in condizioni deplorevoli dal momento che il nucleo centrale, costituito da mattoni crudi, si è rapidamente deteriorato dopo l’asportazione del rivestimento di pietra, utilizzato per altre costruzioni.
L’area comprende anche sepolture di nobili ed un villaggio di operai e funzionari non aperti al pubblico, e promette significativi ritrovamenti archeologici perchè i faraoni della IV e V dinastia amavano essere circondati dalla propria corte anche da morti, e consentivano ai nobili ed ai funzionari più fedeli di costruire le proprie mastabe nei pressi delle loro piramidi.
Purtroppo essa è ancora in larga parte non investigata perchè nel 1967 è stata dichiarata zona militare e gli scavi sono stati vietati per trent’anni; nel 1996 è tornata in parte accessibile, ma ancora oggi un ampio settore è recintato ed è off limits per i civili senza che si sappia perchè, per cui almeno al momento continuerà a custodire gelosamente i propri segreti.
lato meridionale del wadi che delimita la parte settentrionale della collina; circa 50 passi a ovest e sullo stesso livello della TT154
Biografia
Unica notizia ricavabile il nome della moglie, Ani[7].
La tomba
A un corridoio di accesso, sulle cui pareti sono ancora leggibili solo poche scene, (1 in planimetria[5]) uomini con abiti funebri e (2) il defunto e la moglie seduti, segue una sala trasversale; nel corridoio di accesso (3) il nome del defunto[6].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 36
Porter e Moss 1927, p. 329.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
Gardiner e Weigall 1913, p. 37
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 318.
Scriba reale della tavola delle offerte del Signore delle Due Terre
Dra Abu el-Naga
Periodo Ramesside
versante nord della collina; più in alto e a circa 40 m a nord della TT148
Biografia
Nessuna notizia biografica ricavabile secondo il testo di Porter e Moss nell’aggiornamento del 1970[5].
Recenti scavi, tuttavia[6], hanno consentito di appurare che la tomba venne predisposta per Saroy e per il suo assistente Amenhotep-Huy che, in una scena parietale, viene indicato come “suo figlio” e che vanta lo stesso titolo del titolare principale[7][8].
A Saroy, tuttavia, sono ascrivibili ulteriori e importanti titoli:
Scriba reale dei pasti del re;
Custode dei documenti reali in presenza del re;
Scriba reale nella Casa dei Rituali del Signore delle Due Terre;
Scriba reale del smA.y (archivio?) del Signore delle Due Terre[9][10];
Maggiordomo del pane;
Maestro delle cerimonie;
Contabile del bestiame nel dominio di Amon;
Supervisore dei cacciatori di Amon;
Consigliere, amato dal suo Signore.
La tomba
TT233 era ridotta alla sola sala trasversale[11], si riteneva, perciò, che seguisse lo sviluppo planimetrico a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo. Dal 1988 è stato attivato il Macquarie Theban Tombs project[12], con l’intento di procedere all’attività di studio, rilevazione epigrafica, svuotamento, catalogazione, conservazione e restauro di alcune Tombe dei Nobili, tra cui la TT147 e la TT148[13][14].
Si è così potuto appurare che TT233 ha uno sviluppo ben più complesso di quanto previsto e segnalato da Porter e Moss[15]: da un cortile (A in planimetria) si accede infatti alla sala trasversale (B) in cui sono presenti alcune scene parietali: su tre registri sovrapposti (1 in planimetria secondo la numerazione di Porter e Moss[16]) scene della processione funebre con il defunto e parenti; dolenti dinanzi alla mummia nei pressi della piramide tombale e il defunto e la moglie ricevuti da Hathor e dalla dea dell’occidente (Mertseger); uomini con buoi che trainano il sarcofago e resti di partecipanti alla processione.
Poco oltre (2) su tre registri, brani dal Libro delle Porte con Horus in colloquio con Osiride.
Un lungo testo (3) circonda preti che offrono incenso e cibo; sull’entrata a una sala più interna (C), resti di scena non leggibile. E’ noto, poiché citate da Ernesto Schiaparelli, che nella tomba si trovassero scene del Cerimoniale di apertura della bocca, nonché di adorazione di statue di divinità[17].
Planimetria di TT233 come riportata in Porter e Moss[18]
Nell’angolo sud-est della sala trasversale (B), là ove si trovava l’accesso alla TT233, è stata in realtà rinvenuta una seconda tomba, nota come “Kampp 183”[19][20] che, da frammenti testuali rinvenuti all’ingresso, si suppone fosse la sepoltura di Amenhotep-Huy; questa presenta la struttura tipica a “T” rovesciata delle sepolture della XVIII dinastia tanto da far ritenere che si sia trattato di un riuso[21].
Di riuso, risalenti al Terzo Periodo Intermedio, sono inoltre due pozzi funerari (5-6 in planimetria) rispettivamente nell’angolo nord-est del cortile (A) e nell’angolo sud-ovest della sala trasversale (B)[22]. Un’anticamera (D), nell’angolo nord-ovest della sala trasversale immette, attraverso una scala, nell’appartamento funerario sotterraneo che termina (E) con la camera funeraria in cui vennero rinvenuti frammenti di un sarcofago in arenaria intestato a Saroy; altri frammenti del sarcofago vennero rinvenuti tra i detriti che ostruivano i locali, nonché in altre aree della tomba, ivi compreso il cortile esterno. Benché pochi siano stati i reperti rinvenuti, la fattura stessa del sarcofago nonché una base di statuetta in steatite blu con iscrizioni geroglifiche, hanno consentito di ipotizzare un corredo funerario particolarmente ricco data l’importanza del personaggio[23][24].
TT233: il sarcofago di Saroy ricostruito dai frammenti rinvenuti nella tomba
Altri frammenti di statuette e suppellettili sono state rinvenute in altre aree della TT233, nonché nel cortile, ivi compreso un portatore di stele con inno al sole, amuleti in amazzonite e, in cera, la raffigurazione dei Figli di Horo. Le tracce di un fuoco nel cortile, risalente alla fine del Nuovo Regno, indicano molto verosimilmente il luogo in cui vennero fusi oggetti o foglie d’oro da parte dei primi razziatori della tomba[25]; tra i detriti, infatti, sono state rinvenute tracce di oro, nonché pezzi in legno di ebano pertinenti a nacchere con rappresentazioni della dea Hathor, ushabti in faience intestati a Saroy, frammenti di uno scarabeo in cristallo di rocca e tracce di decorazione di un coperchio di sarcofago con la rappresentazione del dio Thot[26].
Anche sotto il profilo testuale TT233 si è rivelata essere la sepoltura di un alto funzionario di Corte: sono infatti attestate selezioni estese di brani dal Libro dei Morti[27], nonché testi inusuali per una tomba privata[28]. La tomba, infine, venne impiegata come ricovero per una comunità copta tra il VII e il IX secolo, come peraltro attestato dai numerosi ostraka e frammenti di papiro rinvenuti all’interno e nel cortile antistante l’accesso.
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 36
Porter e Moss 1927, p. 328.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
Gardiner e Weigall 1913, p. 37
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[7] Scriba reale della tavola delle offerte del Signore delle Due Terre.
[8] Esiste tuttavia difficoltà di interpretazione dei rapporti di parentela giacché una stessa parola viene usata per indicare, invece, differenti legami. A titolo di esempio la parola “senet”, traducibile con “sorella”, viene spesso utilizzata per indicare la moglie, mentre la parola per “fratello” talvolta indica un cugino.
[9] il termine traslitterato in smA.y è stato ipotizzato essere un archivio particolare ed ha consentito la connessione tra il Saroy della TT233 e due statue, intestate allo stesso nome, rinvenute in un nascondiglio di Karnak e oggi al Museo Egizio del Cairo (cat. CG42168 e CG42167) e recanti su una spalla il cartiglio di Ramses II. Il personaggio rappresentato, Saroy, porta al collo, inoltre, un collare decorativo che lo indica come destinatario, da parte del re, dell’Oro al Valore, la massima onorificenza concessa per azioni militari. Ciò indicherebbe, inoltre, che Saroy era alle dirette dipendenze del re il che, unitamente ai titoli, ne fa uno dei funzionari più importanti di Palazzo.
[13] I lavori sono stati agevolati dalla demolizione, eseguita nel 2006, del villaggio di Gurna che da centinaia d’anni ricopriva l’area delle Tombe dei Nobili con il trasferimento degli abitanti in Gurna Gedida, ovvero “Nuova Gurna”. Questo ha consentito, inoltre, il rinvenimento di ulteriori tombe fino ad allora sconosciute perché coperte, oppure occupate, dalle case del villaggio.
[14] Ockinga 2012.; Choat 2015; Binder 2009, pp. 234-243.
[19] Friederike Kampp-Seyfried (Mosbach 1960), archeologo tedesco, da agosto 2009 Direttore del Museo Egizio di Berlino (Ägyptisches Museum und Papyrussammlung), che ha catalogato evidenze archeologiche della Necropoli Tebana secondo una numerazione costituita, e riconosciuta, dalla sigla “Kampp” seguita da un numero progressivo.
[23] Tra gli altri oggetti: frammenti di ushabti in faience con la dedica di tale Ky-Nefer “Scriba reale della tavola delle offerte”, altri in steatite rossa, nonché ushabti “supervisori” e “operai” risalenti alla XXI dinastia con la dedica di Amon-Kha “Prete di Amon”
[28] Un testo rituale, dalla parete ovest della sala trasversale, è attestato unicamente nel tempio di Medinet Habu di Ramses III, mentre di un altro, una litania a Osiride, pur essendo un testo spesso ripetuto nei templi, è nota solo un’altra trascrizione in contesto privato nella TT65 di Nebamun, Supervisore dei granai di Amon durante il regno di Hatshepsut.
Questa brocca, come gli altri oggetti esposti, veniva probabilmente utilizzata per servire il vino in occasione della grande festa annuale in onore della dea Bastet; è un reperto eccezionale, in quanto è realizzato in argento, all’epoca rarissimo in Egitto. Essa ha il manico a forma di capra rampante, è alto cm. 16,8 e risale al regno di Ramses II; la parte inferiore globulare è decorata con cuori e con testi augurali per Atumentaneb, il probabile offerente, mentre il collo è inciso con una doppia fascia di scene naturalistiche che presentano anche elementi decorativi tipici del vicino oriente. Il bellissimo calice lotiforme reca il cartiglio di Tausert, moglie di Sethi II, la quale alla morte del figliastro Siptah assunse prerogative e titolatura reali. Esso è alto appena dieci centimetri; la coppa è costituita da un fiore di loto (simbolo dell’Alto Egitto), il piede ha invece la forma di ombrello di papiro rovesciato (simbolo del Basso Egitto).
L’attrattività del museo è enfatizzata da una serie di reperti preziosi prodotti in varie epoche storiche dagli abilissimi artigiani egizi, insuperabili nella lavorazione dell’oro, dell’argento e delle pietre dure.
Questo bracciale, facente parte di una coppia, è in oro massiccio e lapislazzuli e reca il cartiglio del nome di intronizzazione di Ramses II (User Maât Rê Setep en Râ); potrebbero quindi essere stati donati dal re in persona. Essi sono costituiti da due semicerchi incernierati; la parte superiore è decorata con due anatre appaiate, con teste e coda in oro ed il corpo in lapislazzuli. La parte in oro è finemente decorata con motivi geometrici a granulazione; con la stessa tecnica e con l’applicazione di fili in oro sono state rese anche le piume e la coda dei due volatili.
Una bacheca è interamente occupata dai tesori rinvenuti a Bubastis, una città nel Delta ove sorgeva un importantissimo tempio di Bastet, visitato da numerosi pellegrini che lasciavano offerte votive anche di notevole valore, molte delle quali sono giunte fino a noi.
Il vasetto d’oro sulla destra (solo 11 cm. di altezza) ha la forma di un melograno, i cui chicchi sono stati resi a sbalzo. Il collo del vaso è decorato con quattro registri di motivi di foglie, fiori ed uva. Esso fu realizzato nel Terzo periodo intermedio. L’altro vaso d’oro (XIX dinastia) è decorato con tre fasce di foglie lanceolate, di grandi gocce e di cerchi con rosette stilizzate. Il corpo del vaso è inciso con una ghirlanda di foglie a forma di collare da cui pende un fiore di loto affiancato da due uccelli con ali spiegate. Si vede anche l’incisione di un gatto.
Nelle didascalie delle foto (quelle dei vasi e della coppa sono state scattate da @Silvia Vitrò, quella dei bracciali proviene da internet) troverete brevi informazioni sui manufatti, ampiamente descritti nel sito, ove sono pubblicati anche svariati articoli su Bubastis e le ricostruzioni virtuali della città realizzate dal nostro Francesco Volpe, a questi link:
Il sarcofago interno di Sennedjem ha forma antropoide e conteneva la sua mummia; esso lo rappresenta nei suoi abiti abituali, ossia un lungo gonnellino di lino bianco, il collare e la parrucca. Il coperchio del sarcofago esterno è invece decorato con scene funerarie di dee protettive tratte dal Libro dei Morti e di dee dell’albero che nutrono Sennedjem. Fotografia di Silvia Vitrò Per maggiori informazioni sul sarcofago esterno, vedi sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/il-sarcofago-di-sennedjem/
I reperti di questa tomba trovata intatta sono veramente strepitosi; gli oggetti del corredo funerario di Sennedjem, mirabilmente conservati anche nei loro colori vivaci, tratteggiano la vita quotidiana di un artigiano specializzato sorvegliante della necropoli reale che viveva a Deir el-Medinah con la sua famiglia al tempo della XIX dinastia.
Particolare del sarcofago esterno. Foto di Silvia Vitrò
Deir el-Medinah era uno dei villaggi sorti durante la XVIII dinastia sulla Riva Occidentale del Nilo di fronte a Tebe, nella zona che gli antichi Egizi chiamavano Oasi, e fino alla XX dinastia fu la residenza degli artigiani e degli scultori responsabili di scavare e decorare le tombe nella Valle dei re.
Particolare dei due sarcofagi. Foto di Silvia Vitrò
Sennedjem, figlio di Kabekhnet e di Tahennu visse nel villaggio sotto Seti I e Ramses II e morì attorno al 20′ anno di regno di quest’ultimo; egli ereditò dal padre il ruolo di decoratore delle tombe reali e dei nobili ed entrambi ricevettero il titolo di “Servi nel luogo della Verità”; con il tempo egli fu elevato a “sorvegliante della necropoli dei re” come dimostra, una scena parietale nella sua tomba che lo ritrae mentre impugna uno scettro sekhem simbolo di potere.
Sennedjem preparò per sé e per la propria moglie Iyneferti la tomba contrassegnata dalla sigla TT1 scavandola nella falesia che si erge nella zona occidentale del villaggio vicino alla sua abitazione; essa è di modeste dimensioni, ma le decorazioni interne sono state certamente realizzate dalle maestranze specializzate che lavoravano per la nobiltà e per il Faraone.
Ceramiche trovate nella tomba. Foto di Silvia Vitrò
La tomba fu scoperta intatta il 31 gennaio 1886 dagli operai egiziani supervisionati da Maspero; essa conteneva ancora tutto il corredo funerario, costituito da molti ushabtis, dai vasi canopici, da numerosi oggetti di uso comune e da venti mummie dei familiari di Sennedjem, in quanto essa era in uso da tre generazioni (per ulteriori informazioni ed immagini sulla tomba si veda sul nostro sito l’articolo di Franca Loi a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/06/24/la-tomba-di-sennedjem/ e quello di Giuseppe esposito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2023/12/12/tt1-tomba-di-sennedjem/.
Tra coloro che trovarono qui l’ultimo riposo c’è anche Khonsu, figlio di Sennedjem, sepolto in un fenomenale sarcofago, oggi al MET di New York, del quale ci ha parlato Grazia Musso: potrete trovare le immagini e l’articolo sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2023/06/20/il-sarcofago-di-khonsu/
Molti oggetti furono venduti a vari collezionisti intorno al mondo, ma i più significativi si trovano al Cairo, a New York ed a Berlino.
Parte del corredo funerario di Sennedjem: una serie di ushabti con le cassette destinate a contenerli, la sedia recante il nome del figlio, due casse canopiche. Fotografia di Silvia Vitrò
La tomba di Sennedjem si distingue per lo splendore dell’esecuzione dei dipinti parietali, molto realistici e dai colori vividissimi; quelli che circondano la camera sepolcrale rappresentano scene tratte dal Libro dei Morti per supportare Sennedjem nel suo viaggio verso il regno di Osiride e riunirsi alla moglie ed agli altri familiari.
LA MASCHERA FUNERARIA DI SENNEDJEM E DI SUA NIPOTE ISIS
Le maschere di Sennedjem (a sinistra) e di Isis (a destra)
Queste due maschere sono definite “ad elmetto” perchè coprivano completamente la testa del defunto; questa tipologia comparve con l’VIII dinastia e rimase in uso fino all’epoca ramesside per poi tornare di moda nel periodo tolemaico. Sennedjem, la moglie Iyneferti, il figlio Khonsu e la figlia di quest’ultimo di nome Isis furono sepolti con tali maschere: le due raffigurate nell’immagine appartennero a Sennefer e ad Isis, e sono le uniche conservate al Cairo, mentre le altre due si trovano al MET di New York. La maschera di Sennedjem (a sinistra) ha la tipica parrucca maschile, realizzata in rilievo e con le treccine incise; essa è circondata da una ghirlanda decorata con petali di ninfea; tre boccioli di questo fiore cadono sulla fronte; il volto tondeggiante è di colore rosso molto scuro, le orecchie ben modellate presentano fori per gli orecchini dipinti in colore nero. Il collare ampio e coloratissimo è formato da giri di frutti di mandragora, di petali di ninfea, di piume stilizzate, di perline a forma di goccia, ed ancora di petali di ninfea; la chiusura ha la caratteristica forma del fiore di ninfea come quelli più antichi. La maschera di Isis presenta una parrucca lavorata ed una particolare composizione dell’ampio collare che la differenzia dalle altre della medesima tomba: tra le falde anteriori della parrucca, infatti, vi sono due fascie, una decorata con geroglifici nefer e occhi wadjet ed un’altra con una ghirlanda di petali di ninfea; al di sotto delle falde della parrucca i seni sono coperti con una rosetta. Sebbene siano noti solo sei esemplari di maschere funerarie ramessidi, è possibile affermare che esse coesistettero sempre con il sarcofago antropoide e rappresentano una evoluzione rispetto a quelle della XVIII dinastia, che erano usate solo in alternativa ad esso ed in abbinamento solo con il sarcofago rettangolare. Le maschere più antiche inoltre erano dotate di un pannello anteriore e di uno posteriore di varia lunghezza con fori alle estremità inferiori tramite i quali venivano assicurate al corpo del defunto con cordicelle: in quelle ramessidi invece manca il pannello posteriore che proteggeva la schiena del defunto e questa evoluzione stilistica preannuncia le cosiddette maschere “a coperchio” perchè coprivano solo la parte anteriore del viso della mummia. Inoltre i pannelli delle maschere della XIX dinastia sono più ampi di quelli antecedenti e presentano motivi e tecniche decorative che li impreziosiscono: i frutti di mandragora, i pigmenti colorati, il motivo a scacchiera, la lavorazione a rilievo delle parrucche e l’assenza di foglia d’oro.
LA PORTA D’INGRESSO DELLA TOMBA DI SENNEDJEM
Fotografia di Silvia Vitrò.
Porta d’ingresso della tomba di Sennedjem, recante scene tratte dal capitolo 17 del libro dei morti. E’ in legno di sicomoro dipinto di giallo, che è il colore dominante di tutta la decorazione parietale della tomba. Esso richiamava l’oro, legato all’eternità in quanto incorruttibile, e per il suo colore legato alla divinità solare.
Pannello interno della porta della tomba di Sennedjem, che raffigura i coniugi che giocano a senet, e i due sgabelli trovati nella tomba. Foto di Silvia Vitrò
Il gioco del senet trovato nella tomba. Foto di Silvia Vitrò
CASINI E., Volti eterni guide nell’Aldilà: alcune osservazioni sulle maschere funerarie ritrovate nella tomba di Sennedjem a Deir el-Medina, in Egitto e Vicino Oriente (vol. 39) 2016, pag. 91 – 106 a questo link: https://www.jstor.org/stable/26490806
versante nord della collina; sopra e a ovest della TT20
Biografia
Unica notizia ricavabile il nome del padre, Washebamunheref[5].
La tomba
Si ritiene che la tomba sia stata originariamente realizzata agli inizi della XVIII dinastia per Minmonth, detto Senires, Primo Profeta di Amon durante il regno di Ahmose I, i cui coni funerari, nonché alcune suppellettili a lui intestate, sono stati rinvenuti poco distante dall’ingresso[6]; la stessa sarebbe perciò successivamente stata usurpata, in periodo ramesside, da Tharwas, probabilmente non egizio.
Planimetricamente TT232 si sviluppa partendo da un portico con dieci pilastri e due paraste; da questo si diparte un corridoio ortogonale al portico il cui soffitto è sorretto da dieci pilastri. Scarse sono le rimanenze pittoriche parietali: un’architrave (1 in planimetria[7]) reca i resti di un fregio rappresentante il defunto in adorazione di una sfinge e, ai lati del corridoio di accesso (2-3) resti di fregio con il defunto in adorazione di una sfinge su un pilone templare.
Un breve corridoio dà accesso ad una sala più interna con soffitto astronomico: all’esterno la barca divina, più al centro la dea Nut sorregge il disco solare con babbuini adoranti su entrambi i lati e due divinità; poco oltre la dea ippopotamo Tueris con due altre divinità tra i resti di rappresentazione delle costellazioni settentrionali[8].
Fonti
^ Gardiner e Weigall 1913
^ Donadoni 1999, p. 115.
^ Gardiner e Weigall 1913, p. 36
^ Porter e Moss 1927, p. 328.
^ Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
^ Gardiner e Weigall 1913, p. 37
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Scriba contabile del grano di Amon nei granai delle divine offerte
Dra Abu el-Naga
Inizi della XVIII dinastia
circa 9 m a nord-ovest e più in alto della TT17
Biografia
Unica notizia ricavabile il nome della moglie, Nefertere[5].
La tomba
TT231 non è ultimata; planimetricamente si sarebbe sviluppata secondo la forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo. Nella sala trasversale è leggibile solo una stele (1 in planimetria[6]) recante, su due registri sovrapposti, il figlio, la figlia e la moglie, in alto e il defunto seduto in basso con liste di offerte[7].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 36
Porter e Moss 1927, p. 328.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
Gardiner e Weigall 1913, p. 37
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.