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MASCHERA FUNERARIA

Cartonnage dorato e dipinto, altezza cm 42, larghezza cm 26, lunghezza cm 40
Provenienza sconosciuta – Epoca Romana ( I secolo d. C.)
TR 18/8/19/1

La ricca decorazione di questa maschera funeraria, dal lieve sorriso “arcaico”, riprende i temi tradizionali dell’iconografia funeraria egizia.

Il volto e la mano sono d’oro, come la carne degli dei, e il disco solare alato, che campeggia al centro della testa fiancheggiato da due cobra, ha la funzione di proteggere il defunto.

I due lati del cartonnage

Sulle bande della parrucca, bordate da urei, compaiono le due figure speculiari di Anubi che tiene tra le zampe le zampe uno scettro a garanzia di rinascita nell’aldilà.

Lo stile e la fattura presentano molte analogie con le maschere tipiche della zona di Meir, nel Medio Egitto.

La parte superiore del cartonnage
Il retro del cartonnage

Fonte e fotografie

I Tesori dell’ Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – fotografia Araldo De Luca – Maria Sole Croce – National Geographic – Edizioni White Star

Foto: Abdelrahman, Abdelrahman Ali, and Ahmed Derbala. “An unpublished funerary mask in the egyptian museum (TR. 18.8. 19.4).” CADMO: revista de história antiga 31 (2022): 103-118.

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COLLANA

Oro, pietre rosse, lunghezza cm 42 – Periodo Greco-Romano
Dono del re Fauad I (1936)
Museo Egizio del Cairo – JE 67881

Le collane, presenti in Egitto fin dalle epoche più antiche, avevano spesso forme simboliche; la scelta stessa delle pietre corrispondeva a norme precise, legate al valore scaramantico dei monili.

Nel periodo Greco – Romano, a una produzione che riprende moduli del periodo faraonico se ne affianca un’altra in cui prevale l’elemento puramente decorativo, come testimonia questo raffinato gioiello.

Caratterizzato dal contrasto fra la lucentezza dell’oro e il colore vivo delle pietre rosse, il monile reca, in posizione centrale un semplice motivo a treccia ed è arricchito dalla presenza di otto ciondoli ripartiti.

Fonte e fotografie

I Tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Daniela Camand – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

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FIASCA CON DECORAZIONE

Terracotta, Altezza cm 30,5
Provenienza sconosciuta – Età romana
Museo Egizio del Cairo – JE 54502

La produzione di oggetti di terracotta, particolarmente fiorente in epoca faraonica, prospera anche durante l’ Età Romana.

Sono noti numerosi esemplari di statuine e di vasi solitamente connessi a questo periodo.

Nella produzione vascolare di Epoca Romana il repertorio figurativo si arricchisce di nuovi modelli iconografico e la sempre più vasta produzione fa sì che i manufatti vengano esportati in tutte le provincie dell’impero.

Nella tradizione di età Tardo-antica (IV secolo d. C.) sono note molte fiaschetta con decorazione realizzata a stampo.

È di questo periodo la fiasca della fotografia.

Su un lato la figurazione si sviluppa su due piani sovrapposti, racchiusi da una serie di quattro cornici a rilievo.

Le proporzioni dello schema compositivo sono determinate dalla superficie disponibile, come appare evidente nella parte superiore, in cui i due archi laterali sono di grandezza decisamente ridotta rispetto a quello centrale.

Nel registro inferiore si nota un tentativo di creare una prospettiva, resa dalle maggiori dimensioni delle due colonne dell’arco centrale.

Come nel registro superiore la soluzione è dettata dalla necessità di inserire in un’ area semicircolare lo schema compositivo.

Gli archi e i fusti delle colonne sono decorati da una serie di sottili linee parallele che si susseguono sulla superficie.

All’interno degli elementi architettonici sono inserite figure danzanti; nella parte superiore, lo spazio ridotto ha compromesso la realizzazione dei due personaggi laterali.

Nella parte inferiore, dove è in evidenza la figura centrale, la più ampia superficie ha consentito la maggiore cura dei dettagli.

Il tipo di vaso è la decorazione data o il reperto al IV se3 d. C.

Fonte e fotografia

Tesori Egizi nella collezione del Museo del Cairo

Foto Araldo De Luca – Edizioni WHITE STAR

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RILIEVO DI ISIDE ED ARPOCRATE

Calcare, altezza cm 75, larghezza cm 56
Bant Harith (Tbeadelfia) – Età Romana
Museo Egizio del Cairo – JE 47108

Il rilievo raffigura Iside e Arpocrate inquadrati fra due piccole colonne.

La presenza di questi elementi architettonici solitamente fornisce alla composizione l’aspetto di un naiskos, cioè un piccolo tempio.

In questo caso, per le sue dimensioni decisamente sproporzionate rispetto allo spazio disponibile, la figura femminile sembra quasi fuoriuscire dalla cornice.

Il corpo della dea, piuttosto massiccio, non pare armonizzare con le proporzioni del braccio.

Il chitone è realizzato semplicemente con una serie di tratti che si incrociano al centro del busto.

Sul collo altre due linee a rilievo suggeriscono la presenza di una collana.

La figurazione dell’acconciatura appare scandita dalla rigida successione di volumi geometrici.

Dalla scriminatura centrale si dipartono due serie di incisioni parallele con andamento leggermente ricurvo; a queste in corrispondenza delle tempie, si sovrappongono due fasce di incisioni curvilinee ripiegate verso l’alto.

Su entrambe le spalle scendono tre ciocche di capelli che incorniciando il volto e la scollatura.

L’identificazione con Iside è avvallata dalla presenza dagli attributi tipici della dea: sul capo il disco lunare iscritto dalle corna di vacca, nella mano destra le spighe di grano.

Arpocrate fa capolino dietro la spalla destra, il volto è caratterizzato da un sorriso impertinente, che richiama l’influenza ellenistica della tipologia di Eros, cui la divinità venne assimilata

Sul capo poggia la corona del Basso e Alto Egitto.

Iside pur essendo una divinità egizia, venne accolta nel pantheon romano, in ogni parte dell’impero sorsero templi a lei dedicati: era il nume tutelare della fertilità, della prosperità.

Per questo motivo era spesso assimilata da Artemide, come attestano le spighe di grano strette in mano.

Il risultato complessivo di quest’opera è modesto, quindi è possibile che si tratti di un lavoro il cui schema compositivi, legato alla tradizione scultore a romana, fosse stato realizzato da un artigiano locale.

Fonte e fotografia

Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – fotografia Araldo De Luca – Edizioni White Star

Kemet Djedu

NEBRA, UNA RONDINE E UNA GATTA

La cosiddetta Stele di Nebra è particolarmente originale dal momento che vi sono raffigurati una rondine ed una gatta. Si tratta evidentemente di due ipostasi divine.

La stele è al Museo Egizio di Torino e ne diamo qui il commento filologico con l’aggiunta dei codici IPA per far leggere i geroglifici a chi non li ha (ancora!) studiati.

“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

SEKHMET A LONDRA

La statua di Sekhmet a Londra nella sua nuova sede

Uno degli episodi più curiosi delle vicende di Belzoni è legato alla vendita dei reperti rinvenuti dal nostro padovano nei suoi viaggi in Egitto. E come tutti gli episodi straordinari, una parte della storia si incrocia con la leggenda

Si narra infatti che di tutta la collezione di Belzoni andata all’asta presso Sotheby’s a Londra, sia rimasta invenduta (o meglio, battuta ma mai ritirata – e pagata) solo una testa di Sekhmet. Non sappiamo i motivi per il mancato pagamento, né il nome dell’acquirente svanito nella nebbia londinese. Sappiamo però che la gestione dell’epoca non volle rimettere all’asta il reperto, ma decise di lasciarlo a “sorvegliare” prima il portico di Sotheby’s a Londra e poi direttamente l’ingresso della nuova sede della famosissima casa d’aste.

Il nuovo ingresso di Sotheby’s, protetto da Sekhmet in persona. Acquirenti, siete avvertiti…

Una sua riproduzione ha inoltre adornato per più di un secolo lo storico podio da dove vengono battute le aste, forse un monito per ricordarsi di incassare.

D’altronde in molte aste scorre il sangue, Sekhmet sarà stata contenta.

Quanto sangue avrà visto scorrere di qui, senza uno Ptah a difendere i malcapitati…

Nota di cronaca: la testa di Sekhmet, battuta all’epoca (pare) per 40 sterline, viene stimata oggi più di due milioni di sterline. Pare che sia la più antica scultura di proprietà privata attualmente a Londra.

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TABERNACOLO CON IL SARCOFAGO DI PADICHONS

Abusir El-Melek – Epoca romana
Legno dipinto – Altezza 250 cm
Berlino, SMPK, Agyptisches Museum, 17039

La realizzazione di ritratti funerari doveva essere così costosa che nella media solo una mummia su cinquanta ne era dotata.

I defunti forniti di tali ritratti non venivano inumati subito nella necropoli, ma venivano conservati per un certo tempo casa in appositi stirpi verticali.

Questi mobili in legno, dei quali sono rinvenuti alcuni esemplari ad Abusir El-Melek, al margine del Fayyum, presentano due ante che potevano essere aperte quando la famiglia voleva che il defunto, il cui ritratto era visibile nel tabernacolo, partecipasse alla vita domestica.

Nel caso del tabernacolo di Padichons, la mummia originale del defunto è andata perduta, il sarcofago inserito nel tabernacolo non è perciò quello pertinente.

Fonte e fotografia

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schultz e Matthias Seidel, fotografie di Matthias Seidel – Edizioni Konemann

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STATUINA DI ISIDE-AFRODITE

Terracotta dipinta – Altezza 41 cm
Museo Egizio di Torino
Collezione Drovetti – C. 7215

Dall’Egitto di epoca romana è giunto sino a noi un discreto numero di statuine simili a questa, raffiguranti donne nude con alcuni simboli ricorrenti, quali un kalathos con ghirlanda di fiori sul capo, una doppia fascia colorata che si incrocia sul petto tra i seno, gioielli e nastri policromi.

Le figure, caratterizzate da un corpo morbido e carnoso dipinto a vivaci colori, hanno una forte connotazione erotica determinata dal fatto che esse rappresentano la dea dell’amore Afrodite, qui assimilata a Iside.

Entrambe le divinità erano anche ritenute protrettrici delle donne e ciò spiega la destinazione d’uso di queste piccole immagini che entravano a far parte della dote delle novelle spose con una chiara funzione beneaugurale.

A livello iconografico è difficile scorgere nelle statuine di Iside-Afrodite elementi tipicamente egizi dal momento che esse risultano fortemente influenzate dallo stile ellenistico di epoca romana.

Guardando questa statuina appare evidente che l’arte egizia è ormai molto lontana

Non si può nemmeno parlare di stile ibrido egizio – ellenistico perché qui c è un predominio assoluto della componente classica.

Con la conquista romana dell’ Egitto tutta la cultura locale di antica matrice faraonica subì un’ulteriore trasformazione, preludio della sua definitiva scomparsa.

Fonte e fotografia

I Grandi Musei : Torino Museo Egizio – Silvia Einaudi – Edizioni Electa

C'era una volta l'Egitto, Età Tarda

IL FARAONE ARTASERSE I LONGIMANO (ARTAKHSASSA)

E LA RIVOLTA EGIZIA DI INAROS E AMIRTEO

Di Piero Cargnino

Artaserse I, figlio di Serse I, successe al padre, assassinato con il fratello maggiore Dario dal funzionario Artabano nel suo tentativo di usurpare il trono.

A tutti gli effetti fu anche il sesto faraone achemenide della XXVII dinastia egizia con il nome persiano di Artakhsassa (anche se parlare di titolo di faraone in questi periodi oscuri per l’Egitto non ha alcun senso). Per un amante della storia egizia è triste prendere atto che gli egizi non erano più in grado di esprimere il loro valore storico, culturale ed artistico, oltre che militare. Parlare di faraoni stranieri le cui dinastie, seppur nobili ed in grado di esprimere un livello di civiltà notevole, nulla hanno a che vedere con le dinastie egizie, neppure con quelle che, seppur di etnia straniera, regnavano sulle Due Terre ma soprattutto vivevano nel paese. Artaserse, come i suoi predecessori, forse non visitò mai la Valle del Nilo.

Di tanto in tanto però qualche anelito di libertà spirava anche in Egitto. Profittando della debolezza persiana seguita alla morte di Serse I, nella regione del Delta scoppiarono locali rivolte finché nel 460 a.C. avvenne un’aperta ribellione guidata da Inaros, il cui nome egizio significa “L’occhio di Horo [è contro di essi]”, figlio di Psametek, un principe imparentato con la decaduta dinastia saitica. Tucidide lo chiama “re dei Libu” con riferimento alle origini libiche della dinastia.

Inaros non si lasciò sfuggire l’occasione, dopo aver assoldato mercenari diede inizio alla rivolta dell’Egitto contro l’occupazione cui era sottoposto da sessant’anni. Con lui si schierò anche il governatore di Sais, il principe Amonirdisu (Amirteo) discendente della famiglia reale saitica annettendo il suo governatorato alla causa di Inaros. Intanto Artaserse I dopo aver consolidato la sua posizione di sovrano in patria, inviò in Egitto un’armata di 400.000 uomini con 80 navi  guidati dal satrapo Achemene.

Neppure Atene, acerrima nemica dei persiani, si lasciò sfuggire l’occasione, inviò, in aiuto degli insorti, truppe di terra ed la flotta di oltre 200 navi, che si trovava a Cipro al comando di Caritimide di Cimone. I due eserciti, quello egizio-greco e quello persiano, si scontrarono a Papremi. I persiani furono sconfitti e lo stesso Achemene trovò la morte. Papremi era una città nel Delta del Nilo poco lontano da Xois; citata da fonti storiche ma a tutt’oggi non è stata identificata. Curiosità: racconta Erodoto che Papremi era l’unico luogo  in tutto l’Egitto nel quale l’ippopotamo veniva considerato sacro. Nello scontro i persiani persero 100.000 uomini mentre il resto dell’esercito si ritirò a Menfi. La battaglia ebbe un seguito al largo dove la flotta ateniese con quaranta navi si scontrò con cinquanta navi persiane, i greci ne catturarono venti col loro equipaggio ed affondando le rimanenti. Finita la battaglia Inaros fece inviare al Gran Re Artaserse I il cadavere di Achemene. A questo punto Inaros poteva dirsi padrone di tutto il Delta ma non si attribuì i titoli regali. Forse però si montò un po la testa e diede l’assalto a Menfi che conquistò solo in parte. Artaserse I inviò nuovi rinforzi persiani guidati dal generale Megabizo che sbaragliò i ribelli i quali dovettero rifugiarsi nel dedalo di paludi del Delta del Nilo. I persiani riuscirono a catturare Inaros che deportarono a Susa dove nel 454 a.C. venne crocifisso (o impalato). Altre ribellioni scoppiarono durante l’occupazione persiana in Egitto ma quella di Inaros fu quella che lasciò una grande impronta nella storia egiziana. Persino Erodoto ne fu impressionato tanto che scrisse:

Ma la rivolta egizia non finì così; Amirteo, che aveva trovato rifugio nelle vaste zone paludose del Delta nord-occidentale tornò a chiedere l’aiuto degli ateniesi i quali inviarono sessanta navi da Cipro. Queste però non giunsero mai: durante il percorso scoppiò un’epidemia tra i marinai ed il comandante Cimone perse la vita e di conseguenza la flotta non proseguì ma fece ritorno a Cipro.

Finì così nel nulla l’ultimo anelito egizio di riconquistare la sua indipendenza. Rassegnati, gli egizi si trovavano ora governati da una pacifica satrapia che si affermò nel 448 a.C. con la pace di Callia che poneva fine, per il momento, alle ostilità tra la Grecia e l’impero achemenide.

Con la nomina del nuovo satrapo Arsame, si instaurò un periodo di pace e prosperità economica conciliante con la popolazione egizia; Arsame restituì a Tannira, figlio di Inaros ed a Paosiri, figlio di Amirteo, la direzione dei distretti di cui erano originari.

Ostile come sempre ai persiani, Erodoto, che in questo periodo storico compì il suo viaggio in Egitto, afferma che non fu comunque un atto di benevolenza ma semplicemente un uso dei persiani presso le popolazioni sottomesse. Giungiamo così al 424 a.C. quando Artaserse muore lasciando il trono al figlio Serse II.        

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
  • Artaserse in “Dizionario di storia”, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2010
  • Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Pierre Briant, “Storia dell’impero Persiano da Ciro ad Alessandro”, Fayard, Parigi, 1996
  • Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
Necropoli tebane

TT214 – TOMBA DI KHAWEY

Khawey in geroglifici
 Planimetria schematica della tomba TT214[1] [2]

Epoca:                                   XIX – XX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
KhaweyCustode nel Luogo della Verità[5]; servo di Amon in LuxorDeir el-MedinaXIX-XX dinastiatomba meridionale, a metà della collina e a sud della TT2

Biografia

Uniche notizie ricavabili dalle decorazioni parietali, il nome della moglie, Tawert, e del figlio Huy[6].

La tomba

L’ingresso della TT214[9]

TT214 è costituita da una cappella superiore e da un appartamento funerario sotterraneo cui si accede per il tramite di un pozzo sito nel cortile antistante la cappella. Sulle pareti del cortile, una stele (1 in planimetria[7]) recante una doppia scena del defunto inginocchiato dinanzi ad Amon e Ra-Horakhti, e del defunto e la moglie dinanzi a Osiride. Un breve corridoio, sulle cui pareti, molto danneggiate, (2) sono rappresentati il defunto e la moglie dinanzi a Osiride e alla dea dalla testa di serpente Mertseger, adduce alla cappella; su una parete (3), solo abbozzati, un uomo seduto e un falco e frammenti di decorazione.

Prospetto ortogonale della camera funeraria sotterranea della TT214[9]

Un pozzo nel cortile, al cui fondo si snoda una rampa di scale, immette all’appartamento funerario sotterraneo che consta di una anticamera in prosecuzione della scala, di una sala trasversale, in cui si apre una sala laterale, e una seconda scala che conduce alla camera funeraria. Sulle pareti: (4-5) due guardiani ai lati della porta di accesso e la personificazione dell’Occidente con una torcia tra due Anubi/sciacalli. Poco oltre (6) duplice scena del defunto inginocchiato dinanzi a una dea/cobra e il defunto e la moglie in adorazione del dio Harsiesi come falco. Sulla parete opposta (7) in due scene, il defunto adora Maat e Thot quale babbuino, e il defunto e la moglie adorano Hathor. Sul fondo (8) il figlio Huy dolente sulla mummia, poggiata su un letto, protetta da Anubi.

Miglioramento della leggibilità delle iscrizioni della TT214 in fotogrammetria[9]

Da questa tomba, e segnatamente da una nicchia forse della camera funeraria, provengono alcuni frammenti di scene del defunto inginocchiato in adorazione di Amon-Ra (Museo Egizio di Torino, cat. 9512, 9503).

Una tavola di offerte intestata al defunto, oggi al Scheurleer Museum de L’Aia (cat. 1098), proviene molto probabilmente dalla TT214[8].

Fonti

  1. ^ Porter e Moss 1927,  p. 310.
  2. ^ Gardiner e Weigall 1913
  3. ^ Donadoni 1999,  p. 115.
  4. ^ Gardiner e Weigall 1913, p. 34
  5. ^ Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
  6. ^ Gardiner e Weigall 1913, p. 35

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 311

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 308.

[8]      Porter e Moss 1927,  p. 310.

[9]        Mandelli, Alessandro, et al. “Digital twin and 3d documentation of a Theban tomb at Deir Al-Medina (Egypt) using a multi-lenses photogrammetric approach.” The International Archives of the Photogrammetry, Remote Sensing and Spatial Information Sciences 43 (2021): 591-597.