Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

FIGURA STANTE DI UOMO

Provenienza sconosciuta ( dall’alto Egitto)
Ardesia grigio-verde
Altezza 49,5 cm., P. 15 cm, L. 13,5 cm
Altezza della testa 7 cm
Agyptisches Museum, Berlino
Inv. n. 10972

Il soggetto di questa scultura può non apparire particolarmente attraente, ma l’opera è notevole.

A prima vista pare essere composto da due parti non appartenenti l’una all’altra; dal collo in giù sembra una scultura idealizzata, con il gonnellino quale unico capo di vestiario.

Uno sguardo più attento rivela un corpo tonico, non più giovane, ma ancora in forma; il modellato della mosculatura è limitato e sul petto risaltano seni quasi femminili.

La testa è notevole : la fronte corrugata, profondi solchi nasolabiali e l’angolo sinistro della bocca leggermente sollevato ne fanno un notevole approccio naturalistico.

Da: Lembke, Katja, and Günter Vittmann. “Die Ptolemäische Und Römische Skulptur Im Ägyptischen Museum Berlin. Teil I: Privatplastik.” Jahrbuch Der Berliner Museen, vol. 42, 2000, pp. 7–57.

Fonte

Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

Necropoli tebane

TT190 – TOMBA DI ESBANEBDED

Esbanebded in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT190[1] [2]

Epoca:                                   XX – XXI Dinastia, usurpata in Periodo Tardo

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
EsbanebdedPadre Divino, Profeta alla testa del reEl-AssasifXX-XXI dinastia (?)accessibile dalla TT189
Planimetria dell’area in cui insistono le tombe TT189, TT190, TT191, TT192, TT193, TT194-TT195-TT196-TT364-TT406

Planimetria dell’area in cui insistono le tombe TT192, TT364, TT407 (in basso a destra l’accesso alle tombe TT190 e TT191)

Biografia

Pakharkhonsu, anch’egli Padre Divino, fu suo padre; Meramuniotes, Suonatrice di sistro di Amon-Ra, fu sua madre; Tanub fu sua moglie e anche Pakharkhonsu, come il nonno, fu il nome di suo figlio[5].

La genealogia di Esbanebded. Da: Panov, Maxim. “The Family of the Theban Priest Nesbandebdjedet.” Studies in Ancient Art and Civilization 23 (2019): 137-151.

La tomba

L’ingresso attualmente murato della TT190. Le iscrizioni sugli stipiti hanno ricostruito la genealogia di Esbanebded. Da: Panov, Maxim. “The Family of the Theban Priest Nesbandebdjedet.” Studies in Ancient Art and Civilization 23 (2019): 137-151.

L’ingresso a TT190 si apre in un più vasto cortile di disimpegno che consente l’accesso a numerose altre tombe (TT192, TT364, TT407); ad essa si accede, inoltre, dall’annesso alla TT189 e, a sua volta, TT190 fa da ingresso alla TT191[6].

Molto danneggiata, è interpretabile una sola scena (1/nero in planimetria[7]) che rappresenta il defunto seduto con il figlio Pakharkhonsu e testi che riportano i titoli e i nomi. La TT190 venne verosimilmente usurpata in Periodo Tardo[8].

Le iscrizioni nella camera di ingresso della TT190. Da: Panov, Maxim. “The Family of the Theban Priest Nesbandebdjedet.” Studies in Ancient Art and Civilization 23 (2019): 137-151.

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 32
  4. Porter e Moss 1927,  p. 297.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 33

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 297, confermata in edizione del 1970.

[6]      Poiché in planimetria sono rappresentate due differenti tombe, i riferimenti sono stati riportati in differente colore. Per la TT190 seguire la numerazione nera.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 296.

[8]      Porter e Moss 1927,  confermata nell’edizione del 1970, p. 297.

Necropoli tebane

TT189 – TOMBA DI NAKHTDJEHUTY

Planimetria schematica della tomba TT189[1] [2]

Epoca:                                  XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
NakhtdjehutySupervisore dei costruttori di barche del lago settentrionale di Amon; Capo degli orafi nei possedimenti di AmonEl-AssasifXIX dinastia  (Ramses II  anno LVIII di regno)a est del pilone in mattoni; pochi passi a ovest dalla TT36

Planimetria dell’area in cui insistono le tombe TT192, TT364, TT407 (in basso il “corridoio” in cui si trova la TT189)

Biografia

Sono rilevabili i nomi delle mogli, Netemhab e Tentpa, e dei figli Kensemhab, Capo degli orafi dei possedimenti di Amon, e Amenemwia, Prete di Mut[5].

La tomba

L’ingresso a TT189 si apre in un lungo cortile, quasi un corridoio[6], in cui si apre anche l’accesso alla TT194 e si trova una stele pertinente alla TT193[7].

TT189 è planimetricamente strutturata con un corridoio di accesso che immette in una sala trasversale; un secondo corridoio dà accesso a una seconda sala trasversale; presenta, inoltre, un “annesso” ubicato al fondo del “corridoio” antistante l’accesso. Sulla parete in cui si apre l’ingresso (1/nero in planimetria[8]) un testo di ammonimenti ai viventi dati dal defunto e (2) su quattro registri sovrapposti barche sacre e le porte d’oro del tempio. Sulle pareti del corridoio (3) che dà accesso alla prima sala trasversale i titoli del defunto e resti di testo, nonché il defunto e la moglie Netemhab seduti. Sulle pareti della sala: (4-5-6) su tre registri brani del Libro delle Porte e scena di psicostasia; tesi autobiografici che recano l’indicazione dell’anno LV di regno di Ramses II e scene della processione funeraria, con dolenti e buoi che trainano scrigni. Analogamente, sulle pareti opposte (7-8-9) brani del Libro delle Porte, il defunto con la moglie Tentpa dinanzi alla Dea dell’Occidente (Mertseger) e il figlio Kensemhab, Capo degli orafi dei possedimenti di Amon, in offertorio ai genitori.

Un secondo corridoio immette nella seconda sala trasversale; sulle pareti: doppia scena del defunto (10) inginocchiato dinanzi a Osiride e Iside e dinanzi a Osiride e Nephtys; testi di offertorio con il defunto abbracciato dalla Dea dell’Occidente. Sulle pareti opposte (11-12), su tre registri sovrapposti, scene di banchetto con ospiti e due preti dinanzi a un altare che offrono fiori al defunto. Al centro della sala (13) i resti di una falsa porta con il figlio Kensemhab in offertorio al defunto e alla madre e, su due registri, scene di offertorio di fiori al defunto anche da parte del figlio Amenemwia, Prete di Mut. Un breve cunicolo lascia intendere forse la volontà, non conclusa, di ampliare la tomba.

Fuori dalla TT189, nel corridoio antistante, all’estremità nord dello stesso, si trova un annesso costituito da una sala trasversale e una camera rettangolare. Un breve corridoio (14/nero), sulle cui pareti sono rappresentati il defunto e la moglie Netemhab in offertorio a Ra-Horakhti e Maat e a Osiride e Iside, conduce alla sala trasversale in cui (15) il defunto e la moglie sono inginocchiati in offertorio (i danni alla scena non consentono di stabilire che fosse il destinatario delle offerte). Nella sala rettangolare (16), su due registri, un uomo purifica il defunto e la moglie; (17) la copia seduta mentre un uomo offre loro mazzi di fiori; (18-19) resti di brani del Libro delle Porte; (20) in una doppia scena, il defunto, la moglie e un’altra coppia dinanzi a Osiride e Maat e dinanzi a Osiride (?) e Iside[9].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 32
  4. Porter e Moss 1927,  p. 295.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 33

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 295, confermata in edizione del 1970.

[6]      Tale “corridoio”, a sua volta, fa parte di in un più vasto cortile di disimpegno che consente l’accesso a numerose altre tombe (TT192, TT364, TT407).

[7]      Poichè sull’area insistono tre differenti tombe, i riferimenti sono stati riportati in differente colore. Per la TT189, e per il suo annesso, seguire la numerazione nera.

[8]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 296.

[9]      Porter e Moss 1927, pp. 295-297.

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

STATUA DI HOR, FIGLIO DI HOR

Alessandria
Basalto, altezza cm 83
Museo Egizio del Cairo

Questa scultura presenta il pilastro dorsale, caratteristico della tradizione egizia.

Chi non ha familiarità con le sculture realizzate durante l’ Età Tolemaica e i primi anni del l’occupazione romana tende a negare l’origine egizia dell’opera.

Uno dei motivi è l’abbigliamento, che può essere egizio o introdotto dall’estero.

In quest’ultimo caso si tratterebbe comunque di una statua che riflette la moda dell’epoca.

Secondo motivo i capelli, corti e con una pronunciata stempiatura, ma anche in questo caso potrebbe trattarsi dalla resa realistica di una pettinatura comune.

Infine il volto, lungo e magro, con borse sotto gli occhi e un solco orizzontale sopra il mento.

Alcune sculture dell’ Età Tolemaica e del periodo immediatamente successivo sono chiaramente naturalistiche, e ritraggono fedelmente l’aspetto della persona.

Non c’è quindi da dubitare che la statua di Hor figlio di Hor appartenga alla tradizione egizia.

Fonte: Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

MUMMIA DI TAKERHEB

Provenienza e acquisizione: dono del museo Antropologico, 1884
Museo Egizio di Firenze, inv. n. 5703
Legno, tela struccata e dipinta, pittura nera, bianca, rossa, verde e azzurra. Lamina e foglia d’oro
Sarcofago: lunghezza c. 169, larghezza cm 50

Mummia di donna, chiamata Takerheb

Il sarcofago si presenta di forma antropoide: sul coperchio è applicata una maschera con il volto ricoperto di lamina d’oro, con parrucca ripartita decorata da un nastro di petali di ninfea.

L’ampio collare usekh è dipinto al di sopra dell’immagine di un avvoltoio con testa umana e ali spiegate; al di sotto è raffigurato un pettorale a forma di naos con Osiride, Iside e Nefti e quindi lo scarabeo alato con disco solare dorato.

Il segno geroglifico del cielo sormontato cinque colonne di iscrizione geroglifica, fiancheggiate dalle immagini dei quattro figli di Horus, mummiformi, e delle dee Iside e Nefti.

L’iscrizione, che consiste in invocazione per l’aldilà, riporta il nome della defunta:”L’ Osiride Takerheb, giustificata, figlia dello scriba reale, sacerdote, Aapehty, giustificato, nata dalla signora della casa Nebetdenehyt, giustificata”.

I geroglifici sono incisi e riempiti di colore azzurro, con alcuni particolari in bianco e in rosso.

Il coperchio, che all’interno non presenta decorazione, si inserisce alla nella cassa mediante sei tenoni.

L’interno della cassa presenta sul fondo l’immagine dipinta della dea Nut, con parrucca a riccioli sormontata dal disco solare: la dea indossa il collare usekh, una tunica con bretelle e un nastro che si annoda sotto il petto, con una iscrizione dipinta fra i due risvolti che scendono lungo il corpo, contenente un’ invocazione per la defunta.

All’interno del sarcofago, la mummia di Takerheb era conservata in un involucro, che viene chiamato cartonnage, costituito da vari strati di tela applicata direttamente sul corpo, quindi stuccato e accuratamente dipinto sulla superficie esterna, e decorato con foglia d’oro.

Cartonnage: lunghezza cm 163
Larghezza cm 40

L’uso del cartonnage compare agli inizi della XXII Dinastia, durante il Terzo Periodo Intermedio, e continua fino all’ epoca tolemaica e romana.

L’involucro di Takerheb si presenta mummiforme : la defunta Indossa una parrucca tripartita, sormontata dall’immagine dello scarabeo alato, con disco solare; sul retro della parrucca è Osiride sotto forma di pilastro djed, tra le dee Iside e Nefti.

Sotto l’ampio collare usekh riccamente decorato con le fermature sulle spalle a forma di testa di falco, il corpo della defunta è coperto da numerose immagini di divinità con il nome indicato in geroglifico, quasi un vero e proprio “pantheon” egizio.

Al centro è da notare la scena della mummuficazione del corpo della defunta, steso sul letto funebre, da parte del dio Anubi: sotto il letto sono raffigurati i vasi canopi destinato a conservare le viscere della mummia ; sotto i piedi è la tipica raffigurazione di due prigionieri in abbigliamento siriano, dipinti sotto la suola dei sandali.

Un’iscrizione geroglifica, nella quale sono ripetuti i nomi defunta e dei genitori, su sfondo verde, delimitato il bordo inferiore del cartonnage, e altre iscrizioni, in lamina d’oro, sono sulla parrucca e sulle gambe, con formule di preghiera alle divinità

Il volto di Takerheb, parti del collare e alcune delle immagini divine sono ricoperte di sottile lamina d’oro, applicata su stucco i rilievi, che dà grande preziosità all’involucro.

Fonte: Le Mummie del Museo Egizio di Firenze -aria Cristina Guidotti – fotografie Paola Roberta Faggio i, Roberto Magazzini – Edizioni Giunti

Bibliografia:

  • Scamuzzi, Le Antichità Egiziane p. 43, nota 7;
  • Ieri, Arcangelo Michele Migliarino pp. 451-457:
  • AA.VV., Arte sublime, p. 234 n69 M. C. G.
Necropoli tebane

TT188 – TOMBA DI PARENNEFER

Planimetria schematica della tomba TT188[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
ParenneferMaggiordomo reale, netto di mani e AmministratoreEl-KhokhaXVIII dinastia  (Amenhotep IV/Akhenaton]]versante nord-est, a ovest della TT39 e a est delle TT25 e TT28

Biografia

Nessun dato rilevabile[5].

Parennefer con indosso l’Oro dell’Onore. Da: Redford, A.F. Theban Tomb No. 188 (the tomb of Parennefer): A case study of tomb reuse in the Theban necropolis. 2006.

La tomba

Il cortile su cui si affacciano la TT181 e la TT374. Da: Redford, A.F. Theban Tomb No. 188 (the tomb of Parennefer): A case study of tomb reuse in the Theban necropolis. 2006.

L’ingresso a TT188 si apre in un cortile da cui si accede anche alla TT374; è una delle prime tombe scavate durante il regno di Amenhotep IV/Akhenaton. Considerando la damnatio memoriae cui venne condannato il re, si giustificherebbero i pesanti danni riportati dai rilievi parietali e, in alcuno casi, la scalpellatura del nome del titolare Parennefer legato, per suo stesso incarico, alla figura del re eretico.

La “scena delle ricompense” pesantemente danneggiata dalla damnatio memoriae. Da: Redford, A.F. Theban Tomb No. 188 (the tomb of Parennefer): A case study of tomb reuse in the Theban necropolis. 2006.

Su una stele (1 in planimetria[6]) i resti di scena con Amenhotep IV[7]/Akhenaton]] e una regina[8] [9] dinanzi al sole raggiato (Aton).

A sinistra si nota il cartiglio quasi intatto con il nome di intronizzazione di Amenhotep IV/Akhenaton: Neferkheperure Waenra. Da: Redford, A.F. Theban Tomb No. 188 (the tomb of Parennefer): A case study of tomb reuse in the Theban necropolis. 2006.

Un corridoio, sulle cui pareti (2) il defunto, sotto il disco solare di Aton, adora Ra-Horakhti e il defunto e la moglie che adorano la stessa divinità, dà accesso ad una sala trasversale originariamente dotata di otto pilastri. Sulle pareti: il defunto (3) dinanzi ad Amenhotep IV (Akhenaton che si affaccia da un balcone e, su tre registri sovrapposti, la registrazione di prodotti, tra cui il grano ammassato in un granaio, a cura di scribi; seguono scene del defunto che ispeziona l’imbottigliamento del vino in giare e il sigillo delle stesse.

La raccolta del grano. Da: Redford, A.F. Theban Tomb No. 188 (the tomb of Parennefer): A case study of tomb reuse in the Theban necropolis. 2006.

Poco oltre (5) resti di scene di vendemmia, con la raccolta e la pigiatura delle uve in presenza di Thermutis e il defunto che riporta l’esito ad Amenhotep IV/Akhenaton sotto un padiglione, seguono (6-7) uomini che raccolgono frutti e il defunto e la moglie seduti. Su altra parete (8) resti di scene del defunto seduto che riceve doni da servitori e che assiste ad un concerto di suonatrici di flauto doppio e tamburelli; poco oltre (9), su due registri, Amenhotep IV/Akhenaton e una regina (?) sotto un padiglione e il defunto, e altri due accompagnatori, prostrati dinanzi ai reali per ricevere una ricompensa.

La produzione del vino. Da: Redford, A.F. Theban Tomb No. 188 (the tomb of Parennefer): A case study of tomb reuse in the Theban necropolis. 2006.

Su altra parete, molto danneggiata, il defunto (10), decorato da un largo collare, segue Amenhotep IV/Akhenaton dinanzi a Ra-Horakhti e alle Anime di Pe e Nekhen e resti di una scena con adorazione di babbuini. Poco oltre (11) su due registri i resti di scene del defunto con mazzi di fiori, portatori di offerte e pastori con bestiame; su altra parete (12) resti di otto rappresentazioni del defunto (?) che offre fiori ad (?) Amenhotep IV/Akhenaton e a una regina sotto un padiglione. Sul fondo (13) l’accesso ad una parte non ancora esplorata della tomba[10].

Inno al sole. Da: Redford, A.F. Theban Tomb No. 188 (the tomb of Parennefer): A case study of tomb reuse in the Theban necropolis. 2006.

Le raffigurazioni di Amenhotep IV/Akhenaton, e più in generale dell’intera TT188, sono considerate tra le prime della cosiddetta arte amarniana[11]

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 32
  4. Porter e Moss 1927,  p. 293.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 33

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 293, confermata in edizione del 1970.

[6]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 292.

[7]      in tutte le rappresentazioni della TT188 Amenhotep IV viene indicato con tal nome e non ancora con quello, mutato, di Akhenaton.

[8]      Non identificabile, ma verosimilmente si tratta di una delle prime rappresentazioni di Nefertiti.

[9]      Aldred 1991, pp. 91-92. e Tyldesley 1998, p. 50.

[10]     Porter e Moss 1927,  confermata nell’edizione del 1970, pp. 293-295.

[11]     Nims 1973, pp. 181-187 e Davies 1905.

Necropoli tebane

TT187 – TOMBA DI PAKHIHET

Pakhihet in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT187[1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
PakhihetPrete wab[5] di AmonEl-KhokhaXIX Dinastiacasa disabitata[6]; versante nord-est, subito dopo la TT49; a nord dello stesso cortile

Biografia

Ashakhet, titolare della TT174, Prete alla presenza di Mut, fu suo padre; Tazabu fu sua madre e Mutemonet sua moglie[7].

La tomba

La tomba si apre al fondo di un ampio cortile che da ulteriormente accesso ad altre tombe: TT363, TT362 e TT49, tutte risalenti alla XIX dinastia. Secondo l’usanza tipica dell’area, anche TT187 venne usata come abitazione per secoli con i danni conseguenti; all’atto della rilevazione a cura di Gardiner e Weigall[8] questa era, tuttavia, disabitata.

Frammento della parete del corridoio della TT187. Da: Lemos, R. et al. 2017. Entangled temporalities in the Theban necropolis: a materiality and heritage perspective on the excavation of Theban Tomb 187. Journal of Eastern Mediterranean Archaeology and Heritage Studies 5 (2), 178-197.

Dal cortile si accede, tramite un corridoio (1/verde in planimetria[9] [10]), sulle cui pareti è rappresentato il defunto con due figli (di cui non viene riportato il nome) dinanzi a Osiride e Ra-Horakhti; il defunto, la moglie e una figlia (?) in adorazione verosimilmente (il rilievo è particolarmente danneggiato) di Ra, a una sala trasversale secondo lo schema tipico, a “T” rovesciata, delle sepolture del periodo. Su una parete (le altre sono danneggiate) (2) scene di servitori e tavole imbandite; in una sala perpendicolare alla precedente (3), una nicchia con pilastri Djed personificati su ogni lato[11].

Nella TT187, come conseguenza del riuso anche per uso domestico, sono stati ritrovati i resti di 71 individui (59 adulti e 12 bambini). Di questi, quasi il 30% recava i segni di incendi8.

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 293.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Gardiner e Weigall 1913, p. 32
  5. Porter e Moss 1927,  p. 293.
  6. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
  7. Gardiner e Weigall 1913, p. 33
  8. D’Anastasio et al. The human remains of the funerary complex of Neferhotep (XVIIIth–XXth Dynasty, Valley of the Nobles, Luxor, Egypt): taphonomy and anthropology. Anthropological Science, 2021, 129.2: 223-232.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.

[6]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[7]      Porter e Moss 1927,  p. 293, confermata in edizione del 1970.

[8]      Gardiner e Weigall 1913, p. 33

[9]      Giacché dal cortile si accede a quattro distinte tombe, i riferimenti alla TT187 sono stati riportati in differente colore; quelli relativi alla TT49 sono di colore verde.

[10]     La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 90.

[11]     Porter e Moss 1927,  pp. 291-293.

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

DONNE CHE PREPARANO UN UNGUENTO

Eliopoli (?)
Bassorilievo in pietra calcarea – Altezza 26 cm
Musée du Louvre, Département des Antiquités égyptiennes, E 11162 –

Scene con la raccolta dei fiori di loto e la successiva estrazione per pressatura di un unguento profumato, il lirinon, citato da Plinio, ricorrono in parecchie tombe dell’ Epoca Tarda dell’area menfita e del Delta.

Il breve testo geroglifici afferma solo “pressatura del loto bianco”.

Le donne al centro della scena estraggono l’unguento dai fiori torcendo i bastoni all’estremità di un piccolo sacchetto.

L”unguento cola in un vaso posto su una base.

Si può pensare che quella raffigurata sia una scena che rappresenti la vita quotidiana, ma in realtà si tratta di temi connessi agli usi funerari.

Gli oli e unguenti si usavano per la preparazione della salma per la sepoltura, e facevano parte dei corredi funerari posti nelle tombe.

Nonostante si tratti di un lavoro eseguito da servitori, le donne raffigurate indossano parrucche con diademi da cui pende un anello.

L”immagine mostra l’anello nella sua interezza, secondo la visione egizia delle cose.

Fonte: Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

STATUA DI SOVRANO TOLEMAICO

Granito, Altezza cm 280
Karnak – Epoca Tolemaica
Museo Egizio del Cairo – CG 701

Questa statua raffigura un sovrano, probabilmente Tolomeo, in piedi con la gamba sinistra avanzata e le braccia rigidamente distese lungo il corpo, nel tradizionale atteggiamento della statuaria maschile egizia.

L’abbigliamento è costituito da un semplice gonnellino e dal nemes, indossato sovente dai re al posto della corona.

Sulla fronte un’ureo, emblema di regalità.

Si tratta probabilmente di un sovrano tolemaico anche se mancano le iscrizioni per identificarlo e collocarlo in una data precisa.

Mentre la postura e l’abbigliamento sono tipici dell’arte egizia, la resa dei tratti del volto allungato e la descrizione accurata delle ciocche di capelli che spuntano dal nemes, risentono degli influssi dell’arte ellenistica.

I sovrani tolemaici si presentavano agli Egizi in qualità di faraoni, per cui le loro raffigurazioni erano spesso realizzate seguendo gli antichi canoni iconografici, anche se con il frequente inserimento di elementi d’ispirazione greca.

In questo periodo non sono rare le sculture in cui coesistono i caratteri di entrambe le culture, nonostante le due tradizioni artistiche continuino a mantenere una loro individualità.

Fonte

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – fotografie Araldo De Luca – testo di Daniela Comand – National Geographic Edizione – White Star.

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

COLLANA CON PENDENTI

Oro, diametro cm 12, 5, peso gr 169
Ritrovata a Dendera nel 1914
Epoca Tolemaica
Museo Egizio del Cairo – JE 45206

Questo pesante collare è costituito da uno spesso filo d’oro al quale sono appesi dieci ciondoli variamente sagomati, di altezza compresa fra 1,3 e 3,7 cm.

Il secondo filo è stato infilato negli anelli di sospensione e arrotolato sul primo ai lati dei pendagli, che in tal modo non possono spostarsi sulla collana.

I pendenti raffigurano, partendo da sinistra:

  1. la dea Tueris, divinità popolare rappresentata sotto forma di ippopotamo conle zampe di leone e coda di coccodrillo, protegge le donne gravide e sorveglia i parti e l’allattamento. Il suo culto conosce una grande diffusione nel tardo periodo..
  2. la dea Iside sedura sul trono, sposa di Osiride e madre di Horo, esperta di arti magiche, a partire dal periodo ellenistico viene associata al dio Serapide, introdotto in Egitto dai sovrani tolemaici.
  3. un falco immagine di Horus, antica divinità del cielo e della regalità. Indossa la doppia corona.
  4. un altro falco che un tempo aveva le ali e la coda arricchiti da una decorazione ad intarsi.
  5. un uccello a testa umana, rappresentazione del ba manifestazione animata del defunto. Porta sul capo un disco solare racchiuso fra due corna bovine.
  6. un altro uccello a testa umana di uguali dimensioni.
  7. un altro falco con la doppia corona..
  8. un altro falco con la corona bianca, a tiara, dell’Alto Egitto.
  9. un occhio – udjat, l’occhio risanato di Horus, potente amuleto che assicura a chi lo porta salute e integrità.
  10. 1un’immagine del dio Nefertem, personificazione del loto primordiale da cui ebbe origine la vita.

Tutti i ciondoli, tranne l’occhio-udjat, sono dotati di un sottile basamento.

La chiusura della collana era assicurata da due ganci ottenuti piegando le estremità del filo.

Fonte e fotografia

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del museo egizio del Cairo – fotografie Araldo De Luca – testo Daniela Comand – National Geographic, Edizioni White Star