Mai cosa simile fu fatta, Templi

STATUA DI BABBUINO

Provenienza sconosciuta
Bronzo con oro e argento lavorati al niello
Altezza 6,5 cm – Museo Civico di Bologna.

Questa statuetta è una offerta ed è del tutto realistica nella forma, il mantello di pelliccia è rappresentato con uno schema stilizzato che ricorda penne sovrapposte.

Tale abbigliamento si vede talvolta sull’abbigliamento di divinità antropomorfi.

Il Babbuino era una delle manifestazioni del dio Thoth, la divinità locale di Ermopoli Magna ( El-Asmunein), ma adorato dovunque come dio della sapienza, della scrittura e della medicina.

Fonte

Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek Edizioni Phaidon

C'era una volta l'Egitto, Età Tarda

LA CENERENTOLA  EGIZIANA

RODOPIS,  “GUANCE DI ROSA”

Di Piero Cargnino

Sull’argomento vedi anche CENERENTOLA E RADOPIS

Una delle fonti alle quali attingiamo spesso sono le “Storie” di Erodoto di Alicarnasso; a questo punto penso che meriti la nostra attenzione. Cicerone, non a caso, lo definì il “Padre della storia”. Erodoto in certi casi è poco affidabile ma per troppo zelo; egli si pone in una prospettiva storica, utilizzando l’inchiesta e diffidando degli incerti resoconti dei suoi predecessori, magari poi completando le notizie secondo il suo istinto. Erodoto ci presenta le sue storie, spesso solo miti o folclore, così come gli vengono raccontate; è poi la gente che ama ripeterli ricamando particolari e finali alternativi, adattandoli alle epoche e rendendoli così realmente vivi.

Nelle sue “Storie” Erodoto lascia spesso al lettore la scelta di accettare o respingere una determinata notizia, ritenendola incredibile. Nel suo secondo libro delle “Storie” Erodoto inserisce questa prefazione:

Pertanto, visto che abbiamo appena parlato del faraone Amasis, ritengo giusto ricordare anche il racconto che Erodoto, per primo, propose, seguito poi da Strabone e da molti altri; si tratta della “fiaba, mito o leggenda” di Rodopis, considerata il più antico archetipo letterario di Cenerentola.

Presente in numerose tradizioni popolari, dall’Europa all’America fino in Cina, la fiaba di Cenerentola ci compare in oltre trecento varianti ed è ormai entrata a far parte dell’eredità culturale di molti popoli. Tra le numerose versioni ricordiamo quella di Gianbattista Basile, (La gatta Cenerentola, scritta in napoletano), che precede quelle di Charles Perrault e dei fratelli Grimm, fino ad arrivare al film di Walt Disney del 1950. Forse però non tutti sapete la provenienza di questa stupenda storia, l’Antico Egitto.

Erodoto racconta l’avvenimento forse per ridimensionare la fama di Rodopis, che doveva essere grande in quanto circolava voce che potesse aver fatto costruire a sue spese la piramide di Micerino (Herodotus dixit).

Di lei ci racconta che fu una schiava greca, compagna di schiavitù dello scrittore di favole Esopo. La giovane donna giunse in Egitto al seguito di Carasso di Mitilene (mercante di vino greco in Egitto e fratello della poetessa Saffo). Ne parla anche Claudio Eliano, filosofo e scrittore romano in lingua greca nella sua opera “Storie varie”, il quale non fece altro che riprendere una leggenda raccontata dal geografo greco Strabone (I sec. a.C.), quella di una schiava greca divenuta moglie del Faraone Amasis (XXVI dinastia egizia, circa 550 a.C.).

Secondo alcune versioni della fiaba Rodopis non era una modesta schiava, bensì una cortigiana di successo. Nel mio racconto seguo il tradizionale Erodoto.

Rodopis “guance di rosa”, era una bellissima schiava di un nobile egiziano che passava molto del suo tempo a dormire e pertanto completamente ignaro dei maltrattamenti che Rodopis era costretta a subire dalle altre schiave. Queste si prendevano gioco del fatto che era straniera e della sua carnagione chiara, sottoponendola, di conseguenza, a continui ordini e comandi vessatori. Rodopis amava molto il ballo ed un giorno il suo padrone la sorprese a danzare da sola con grande abilità, estasiato le fece dono di un paio di pantofole d’oro rosso con il risultato, a sua insaputa, di inasprire ancor più il comportamento delle altre schiave nei confronti di Rodopis. Un giorno il faraone Amasis invitò il popolo d’Egitto ad un’imponente celebrazione da lui offerta nella città di Menfi. Le altre schiave ostacolarono la partecipazione di Rodopis, ingiungendole di portare a termine una lunga lista di ingrati lavori domestici. Mestamente Rodopis si recò dunque al fiume a fare il bucato lasciando le sue pantofole nuove esposte ad asciugare al sole, ma impietosito dalla tristezza della fanciulla, il dio Horus prese le sembianze di un falco, si lanciò in picchiata e le rubò una pantofola. Horus volò fino a Menfi e lasciò cadere la pantofola in grembo al faraone Amasis che, stupito, interpretò l’evento come un segno del dio. Decretò quindi che tutte le fanciulle del regno dovevano provare la pantofola perché lui avrebbe sposato quella che fosse riuscita a calzarla. La ricerca del faraone fu lunga e purtroppo vana fino a che non giunse alla casa di Rodopis. La schiava, vista arrivare l’imbarcazione reale, fece di tutto per nascondersi ma invano. Quando la vide il faraone le ingiunse di provare la calzatura. Questa scivolò facilmente nel suo piede, allora ella trasse fuori l’altra  ed il faraone, con grande gioia, la portò con sé per sposarla. (e vissero felici e contenti).

Secondo alcuni studiosi, il faraone Amasis  sposò effettivamente una schiava greca di nome Rodopis, facendo di lei la Grande Sposa Reale. Secondo altri, pur non arrivando al punto di sposarla  gli riservò ugualmente una vita particolarmente agiata. Secondo altri ancora:

Fonti e bibliografia:

  • Erodoto, in “Dizionario di storia”, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2010
  • Erodoto, su “Sapere.it”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
  • Claudio Eliano, “Storie varie”, Adelphi, 1996
  • Aldo Troisi, “Favole e racconti dell’Egitto faraonico”, Xenia editori, 1991
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario” Einaudi, Torino, 2012
  • Gaetano De Sanctis, “Erodoto”, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1932
“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

LA BARBA ED IL NASO DELLA SFINGE

Il frammento al British Museum (Inv. EA58, “D” nei disegni originali più sotto). Foto: British Museum

La barba della Sfinge

Durante i suoi scavi del 1817 per liberare la Sfinge, Caviglia recuperò diversi frammenti della barba cerimoniale che adornava il mento della Sfinge. Non è tuttavia chiaro se la barba facesse parte della struttura originale della Grande Sfinge oppure se sia stata un’aggiunta successiva, magari proprio di Tuthmosis IV nella sua impresa descritta nella Stele del Sogno (vedi: https://laciviltaegizia.org/2020/12/31/la-stele-del-sogno-2/). Secondo alcuni studiosi, infatti, la “caduta” di una barba integrata dal principio avrebbe danneggiato il mento della Sfinge, che però non mostra segni di questo danno. Da notare però che la roccia della barba è congrua con gli strati corrispondenti al collo ed al petto della Sfinge.

I frammenti, disegnati da Henry Salt ma pubblicati solo nel 1837 nelle Operations Carryed on at the Pyramids of Gizeh in 1837 (Vol 3) sono ora divisi tra il British Museum a Londra ed il Museo Egizio del Cairo.

I frammenti della barba nel disegno originale di Salt

Da questi frammenti Mark Lehner ha tentato una ricostruzione della barba stessa, che sarebbe stata in origine lunga tra i 6 e gli 8 metri, collegata al petto della Sfinge da una lastra piatta di sostegno ed appoggiata ad una struttura sottostante in posizione simile a quella della “Stele del Sogno”.

Il disegno di Lehner che mostra la ricostruzione dei due principali frammenti (A+B) e (a sinistra) quello che rimane con il danno alla testa del Faraone raffigurato

I frammenti del Cairo mostrano sulla porzione che faceva parte della parte piatta di supporto  un Faraone raffigurato mentre fa un’offerta; i geroglifici che sono sopravvissuti vengono tradotti da Mark Lehner come ” vita e protezione intorno e dietro di lui “. La testa del faraone peraltro è andata persa; il frammento ha subito dei danni anche al Museo…

La ricostruzione effettuata da Lehner della barba della Sfinge con inseriti i frammenti descritti da Salt

Il naso della Sfinge

Per decenni il povero Napoleone venne accusato di aver sfregiato la Sfinge bombardandola e privandola del naso, probabilmente sulla base del disegno di Diderot che la raffigura con naso ed ureo. Ma i disegni antecedenti, come abbiamo visto, mostrano già la Sfinge priva del suo naso.

Un’immagine della Sfinge nel 1780, chiaramente mostrata senza naso. Da: The Antiquities, Natural History, Ruins and other Curiosities of Egypt, Nubia and Thebes (1780) di Frederik Louis Norden.

Sappiamo invece per certo che i Mamelucchi la presero per bersaglio delle loro esercitazioni con i cannoni, ma fortunatamente la pessima mira portò a danni solo sul corpo

Il naso potrebbe essere già stato danneggiato dall’invasione araba del VII secolo o, più probabilmente, dalla furia iconoclasta di un sufi, tale Muhammad Sa’im al-Dahr, che nel 1378 avrebbe scalpellato il naso per punire dei contadini del luogo che offrivano doni alla Sfinge chiedendo prosperità in un periodo di carestia.

Comunque sia andata, anche senza il suo naso lo sguardo ieratico della Sfinge rimane uno dei simboli più noti dell’Antico Egitto.

Naturalmente, tutti quelli che hanno letto o visto “Asterix e Cleopatra” sanno benissimo chi ha rotto il naso della Sfinge…

Riferimenti:

  • Lehner, Mark Edward. “Archaeology of an image: the Great Sphinx of Giza.” (No Title) (1991).
  • Wahby WS Restoring And Preserving Egypt’s Sphinx. 2005
  • Hawass Z et al. The Great Sphinx of Giza: Who built it, and Why? Archaeological Institute of America, 47:30-41, 1994
  • Vyse, Richard William Howard, and Richard William Howard Howard-Vyse. Operations Carried on at the Pyramids of Gizeh in 1837. Vol. 2. Cambridge University Press, 2014.
Kemet Djedu

UNA TRIADE TORINESE

Soggetto statua di Ramesse II seduto tra il dio Amon-Ra e la dea Mut.
Materiale granito rosa con geroglifici incisi.
Datazione Nuovo Regno, XIX dinastia, regno di Ramesse II (1279-1213 a.C.).
Ubicazione Karnak, tempio di Amon.
Origine Collezione Drovetti (1824).
Catalogo 767
Collocazione Museo Egizio di Torino, Sala II, B 07
Dimensioni altezza 1,74 metri, larghezza 1,12 metri

Il lavoro che qui presento è un “Laboratorio Rapido” che ho preparato per i miei allievi di Filologia Egizia. Lo condivido con voi pensando di fare cosa gradita.

La statua di cui ci vogliamo occupare è identificata come Triade tebana perché rappresenta la coppia divina Amon-Ra con la sua sposa Mut. Queste due divinità avevano un importantissimo tempio a Karnak, sulla riva orientale del Nilo. In prossimità di esso sorgeva l’antica capitale della XVIII dinastia, Tebe. Queste due divinità erano anche una coppia di sposi.

Le tre figure si stringono tutte insieme in un abbraccio che trascende il gesto familiare per indicare l’accordo esistente tra il potere terreno del faraone e quelle soprannaturale delle divinità.

Il gruppo ha un suo equilibrio di forme che è dato dal ritmo delle gestualità e dai tratti sorridenti e composti delle tre figure.

È uno dei pezzi più famosi del Museo Egizio di Torino. Sicuramente uno dei più fotografati dai visitatori.

Come al solito ho messo la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora studiati).

Autentici falsi

LE “MUMMIETTE” DEL VATICANO

Due piccole mummie della collezione egizia dei Musei Vaticani hanno incuriosito gli studiosi per decenni. Spesso chiamate “pseudo-mummie” per il loro aspetto insolito, si riteneva che fossero antiche e che contenessero i resti di bambini piccoli o di animali. Alessia Amenta, curatrice e direttrice del Vatican Mummy Project, condivide recenti analisi scientifiche che rivelano una nuova interpretazione di questi curiosi oggetti.

I ricercatori dei Musei Vaticani a Roma stavano studiando le nove presunte mummie dell’antico Egitto a corpo intero della collezione, quando hanno scoperto che due delle mummie non sono affatto antiche ma dei falsi probabilmente creati nel 1800. Ciò potrebbe essere piuttosto imbarazzante, se i manufatti egiziani fraudolenti non fossero relativamente comuni e spesso difficili da individuare.

Le due mummie in questione sono piccole – entrambe lunghe meno di mezzo metro, e una volta si credeva contenessero resti di bambini o forse di falchi. Ma una serie di esami che utilizzano tecnologie avanzate tra cui raggi X, scansioni TAC 3D, scansioni TC, test del DNA e datazione al carbonio hanno dimostrato che le ossa all’ interno degli involucri appartengono a un uomo e una donna e risalgono effettivamente al Medioevo. Un’altra storia dimostra che si tratta di falsi: gli scienziati hanno scoperto anche un “chiodo moderno” tra le ossa, riferisce il Catholic News Service .

I risultati dei test sulle due mummie o “ mummiette ”, come le chiama il dottor Amenta, esaminate nel corso del 2014, sono stati resi pubblici il ​​22 gennaio dal professor Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, e dai dott. Amenta, Santamaria e Morresi, nel corso di un coinvolgente convegno dal titolo “Un caso di mummia-mania: l’indagine scientifica [scienza forense] risolve un enigma”. La provenienza di entrambe queste ” mummiette ” lunghe circa 60 cm , che furono probabilmente donate alla fine del XIX secolo da un collezionista privato, non è stata finora trovata nei registri del Museo. Fino a un anno fa, a causa delle dimensioni e del peso ridotto, si credeva fossero mummie di bambini o animali, forse falchi. “Potrebbero anche essere state le cosiddette ‘pseudo-mummie’, cioè un fascio di bende e altri materiali, a volte anche poche ossa”, mi ha spiegato Amenta, “che venivano usate nell’antichità per sostituire un corpo mancante o incompleto di una persona cara morta. Per gli antichi egizi la trasfigurazione e la “divinizzazione” dei defunti era essenziale. Doveva essere designata una forma fisica per poter mandare il defunto “in un’altra dimensione” dopo la morte”. Invece tutti i dati scientifici hanno rivelato che queste “ mummiette ” sono dei falsi ottocenteschi.

La datazione al radiocarbonio ha confermato che le loro bende erano effettivamente antiche, risalenti al c. 2000 a.C., ma trattate con una resina che si trova solo in Europa. Inoltre, la datazione al radiocarbonio di una delle ossa che fuoriescono dalle bende di una delle “mummiette ” ha confermato che essa risaliva al Medioevo.

Nico Pollone

Bibliografia

https://insidethevatican.com/…/the-vatican-mummy…

https://djedmedu.wordpress.com/…/due-false-mummie-ai…

https://www.getty.edu/visit/cal/events/ev_1306.html

Necropoli tebane

TT194 – TOMBA DI TUTEMHEB

Tutemheb in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT194[1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
TutemhebSupervisore dei contadini dei possedimenti di AmonEl-AssasifXIX dinastiaaccessibile dalla TT189
Planimetria dell’area in cui insistono le tombe TT189, TT190, TT191, TT192, TT193, TT194-TT195-TT196-TT364-TT406

Biografia

Non è noto il nome del padre che era, tuttavia, Prete wab[5] e Scriba delle divine offerte di Amon; Nezemtmut fu sua moglie e Amenemopet uno dei suoi fratelli mentre un altro si chiamava, forse, [Amen]hotep[6].

Tutemheb e Nezemtmut. Fonte: https://farao.egypte-alles-over.nl/

La tomba

L’ingresso a TT194 si apre in un lungo cortile, quasi un corridoio[7], in cui si apre anche l’accesso alla TT189 e si trova una stele pertinente alla TT193[8].

TT194 è planimetricamente strutturata con un corridoio di accesso che immette in una sala trasversale; un secondo corridoio dà accesso a una sala rettangolare. Sulla parete in cui si apre l’ingresso (1/blu in planimetria[9]), su due registri, il defunto in adorazione con inni ad Amon-Ra e il defunto seduto dinanzi al padre (?) e(2) il defunto seguito da una suonatrice di sistro; oltr ela porta di accesso (3) il defunto in atto di adorazione.

Particolare delle offerte con le ninfee. Fonte: https://farao.egypte-alles-over.nl/

Nel corridoio-vestibolo di accesso (4) duplice scena del defunto inginocchiato dinanzi a Ra-Horakhti e dinanzi ad altra divinità non identificabile; poco oltre un’arpista dinanzi al defunto e alla moglie, con inni a Amon-Ra-Horakhti, il defunto e la moglie con inni a Osiride e un prete dinanzi ai due coniugi. Nella sala trasversale: su quattro registri (5) il defunto seguito dal fratello Amenemopet, da un altro fratello (il cui nome è perso) e da alcune donne, adora Sokar e Nefertum. In altre scene il defunto in offertorio al fratello [Amen]hotep e alla moglie di costui e al proprio padre. Sul lato corto settentrionale della sala una stele (6) con il defunto dinanzi a Osiride e Horus; il defunto in adorazione del pilastro Djed sovrastato dalla testa di Hathor. Seguono, su due registri (7), il defunto con inno dedicato ad Amenhotep I e, poco oltre, (8) una stele con Hathor che suona un sistro dinanzi alla Triade Tebana, formata dagli dei Amon, Mut e Khonsu, dinanzi ai quali si trova il defunto inginocchiato. Su altra parete (9), su due registri, Thot in offertorio a Osiride, Iside e Horus e, sul lato corto meridionale, una stele identica a quella del lato settentrionale (6); poco oltre (11) una stele su due registri con la regina Ahmose Nefertari dinanzi alla dea Mut e il defunto, in piedi, con inno alla divinità. Un’altra stele (12) rappresnta ancora la regina Ahmose Nefertari in offertorio a Osiride, Horus e alla Dea dell’Occidente (Mertseger); anche in questo caso il defunto, inginocchiato, recita un inno alle divinità rappresentate.

Un breve corridoio, sulle cui pareti (13) il defunto adora lo sciacallo Anubi e il defunto e la moglie recitano un inno ad Amon-Ra-Horakhti, immette nella camera funeraria (?) su una parete della quale (14) il defunto e la moglie recitano un inno ad Hathor e il defunto in offertorio ad Anubi e a un’altra divinità non identificabile[10].

Ra-Horakhti raffigurato nella TT194. Fonte: https://farao.egypte-alles-over.nl/

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 300.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Gardiner e Weigall 1913, p. 34
  5. Porter e Moss 1927,  p. 295.
  6. Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
  7. Gardiner e Weigall 1913, p. 35

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 300, confermata in edizione del 1970.

[7]      Tale “corridoio”, a sua volta, fa parte di in un più vasto cortile di disimpegno che consente l’accesso a numerose altre tombe (TT192, TT364, TT407).

[8]      Poichè sull’area insistono tre differenti tombe, i riferimenti sono stati riportati in differente colore. Per la TT194 seguire la numerazione blu.

[9]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 296.

[10]     Porter e Moss 1927,  confermata nell’edizione del 1970, pp. 300-301.

Necropoli tebane

TT193 – TOMBA DI PTAHEMHEB

Ptaemheb in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT193[1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
PtahemhebResponsabile del sigillo nella tesoreria dei possedimenti di AmonEl-AssasifXIX dinastiaè presente solo una stele; accessibile dalla TT189
Planimetria dell’area in cui insistono le tombe TT192, TT364, TT407 (in basso a destra l’accesso alle tombe TT190 e TT191)

Biografia

Unico dato biografico ricavabile dalla stele TT193 è il nome della moglie del defunto, Tadetawert[5].

La tomba

Non esiste traccia della TT193, se non per una stele ad essa imputabile che ne testimonia l’esistenza e che si trova nel cortile antistante varie altre tombe; si ritiene tuttavia che i locali di tale sepoltura siano compresi tra quelli della TT192[6]. Sulla stele, in tre registri sovrapposti, duplice scena del defunto che adora Osiride e Ra-Horakhti; segue scena di Cerimonia di apertura della bocca officiata da un prete dinanzi alla mummia in presenza di un prete lettore[7] [8].

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 300.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Gardiner e Weigall 1913, p. 34
  5. Porter e Moss 1927,  p. 300.
  6. Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
  7. Gardiner e Weigall 1913, p. 35

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 297, confermata in edizione del 1970.

[6]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 296.

[7]      Era compito dei preti “lettori” l’organizzazione delle cerimonie e la recitazione ad alta voce, durante le cerimonie sacre, degli inni previsti. Proprio per tale conoscenza delle invocazioni giuste e corrette, i “lettori” venivano considerati detentori di poteri magici.

[8]      Porter e Moss 1927,  confermata nell’edizione del 1970, p. 300.

Mai cosa simile fu fatta, Templi

IL TEMPIO DI DENDERA

A una settantina di chilometri a nord di Luxor, si trova il tempio tolemaico di Dendera , uno dei monumenti egizi meglio conservato.

Dendera, l’antica Tantere (Tanetjeret), la Tentyris dei greci, è un sito molto esteso che comprende necropoli risalenti alle prime dinastie.

Fu capitale del VI nomo dell’Alto Egitto.

Il suo monumento più celebre è il tempio di Hathor, racchiuso entro un muro di cinta di mattoni crudi, misura 280 x 290 metri di perimetro, spesso 10 metri e alto 10.

Il Tempio è circondato da numerosi edifici, tra cui un Tempio di Iside, due mammisi, o “case della nascita”, di epoca tolemaica e romana, una basilica copta e un lago sacro.

La costruzione del tempio, iniziata nel I secolo a. C., proseguì dal 54 al 20 a. C.

Il complesso sorge sui resti di templi anteriori, alcuni risalenti all’ Antico Regno, altri a opera di Thutmosi III, di Ramses Il e Ramses III.

Il nome di Tolomeo XIII compare nella parte più interna del tempio, la prima a essere costruita in età tolemaica, ma nella decorazione parietale molti cartigli furono lasciati in bianco: verosimilmente, l’instabilità politica dei tempi rese incerti gli artisti in merito ai nomi da inserire.

La maggior parte dell’opera fu intrapresa da Cleopatra VII.

Veduta dall’alto del complesso templare

Il parallelismo tra le piante dei templi di Dendera e di Edfu non è fortuito: il primo ricalca il secondo, sebbene in scala ridotta e riflette lo stretto legame che unisce Hathor, venerata a Dendera, e Horo venerato ad Edfu, e i loro culti

Un’altra particolarità costruttiva del tempio è la wabet, la “cappella pura” e del cortile aperto antistante dove venivano collocate le numerose statuette delle divinità.

Veduta sul cortile e sulla facciata della “cappella pura” wahet. La “cappella pura” e l’antistante cortile delle offerte costituiscono una parte della cornice architettonico per la festa della “unione al dio solare”. Il nome wahet potrebbe forse essere stato ripreso dalla sala dell’imbalsamazione attestata già nell’Epoca classica. In entrambi gli ambienti, infatti, il corpo veniva preparato alla rinascita. Nel primo caso si trattava, in ambito reale e privato, del corpo del defunto, qui nel tempio dal corpo della divinità che moriva e si rigeneravano annualmente.

Sulla terrazza del tempio di Dendera si trovano, oltre al chiostro, anche due cappelle, composte ciascuna da un cortile e due ambienti annessi.

Esse erano adibite, come le analoghe cappelle in altri templi dell’Epoca, allo speciale culto di Osiride nel mese khoyak.

LA FACCIATA

La facciata è impressionante: 35 metri di larghezza e 12,5 di altezza, formata da sei colonne a sistro con capitello hathorico, separate da muri di schermo decorati e una porta centrale.

In alto, un’iscrizione in greco su tre righe, dedicata dai Romani nel 35 a. C., dichiara che il tempio era: “per l’Imperatore Tiberio Cesare, nuovo Augusto, figlio del divino Augusto, al tempo del prefetto Aulus Avillius Flaccus” e di altri.

Tiberio Cesare, rilievo parietale del tempio

IL VESTIBOLO

All’interno, 18 colonne a sistro occupano una sala immensa.

Grazie alla perfetta conservazione del tempio con il soffitto ancora intatto, l’illuminazione interna e quasi identica a quella originaria e il gioco di luci e ombre sulle colonne di questo vestibolo ne è un esempio suggestivo.

Veduta del soffitto del vestibolo

Sul lato sinistro della parete dell’ingresso, l’imperatore con la corona del Basso Egitto, lascia il palazzo per officiare le cerimonie nel tempio.

Egli è purificato da Horo e da Thoth e incoronato da varie dee.

Queste scene proseguono sulla parte destra del vestibolo, dove il sovrano traccia la pianta del tempio di Dendera e lo consacra ad Hathor.

Sul lato destro della parete d’ingresso, l’imperatore indossata la corona dell’Alto Egitto ed è introdotto da Montu e Atum al cospetto di Hathor.

Sebbene le molte immagini di personaggi regali e divini riprodotte sulle colonne, che compongono scene del re offerente agli dei, siano state deturpante, mostrano tuttavia chiaramente la lieve rotondità che caratterizza la figura umana nell’arte tolemaica.

Il soffitto presenta una complessa decorazione di carattere astronomico, che comprende raffigurazioni della dea del cielo Nut, e i segni dello zodiaco e i decani.

Raffigurazione della dea Hathor sul soffitto astronomico del vestibolo

Oltre la sala ipostila si apre un piccolo atrio ipostilo con due ordini di tre colonne, detto “Sala dell’Apparizione”.

Le basi delle colonne sono in granito, mentre i tamburi e i capitelli sono in arenaria..

Sulle pareti, il re è al cospetto di Hathor, qui chiamata ” Figlia di Ra”, di Horo e e del fanciullo Ihi, anche chiamato Harsomtu.

Le figure parietali , nella parte destra dell’atrio, leggibili in senso antiorario, dall’ingresso alla porta che si apre sul fondo, hanno per tema la fondazione, la costruzione e consacrazione del tempio di Hathor, ugualmente a quelle della sala ipostila; quelle nella parte sinistra, da leggersi in senso orario dell’ingresso, raffigurano il sovrano nell’atto di presentare il tempio a Hathor e Horo.

Sul lato destro della parete di fondo, Ptah introduce il re al cospetto di Hathor, Horo e del loro figlio Harsomtu, che agita il sistro in segno di giubilo.

L’atrio ipostilo è circondato da dei piccole camere, la cui funzione e raffigurata nelle immagini che ornano le pareti: in ognuna il sovrano compie offerte ad Hathor, ornamenti d’argento nel primo vano a destra, libagioni di acqua nella seconda, incenso nella prima camera a sinistra e derrate nella seconda.

Le due stanze di fondo venivano usate come magazzino per gli arredi sacri del tempio.

Oltre l’atrio ipostilo si susseguono due anticamere: la prima, detta ” Sala delle Offerte” , era chiusa da una porta in legno e metallo.

Le decorazioni parietali raffigurano il re che fa offerte agli dei di Dendera.

Su entrambi i lati della prima anticamera, una scala conduce alla terrazza del tempio, mentre sulla seconda anticamera, la “Sala dell’Enneade Divina”, si aprono piccole camere che custodivano le vesti e gli ornamenti degli dei: la ” Sala delle stoffe” e la “Sala del tesoro”.

Entrando nella Sala del Tesoro si accede a un piccolo cortile, al fondo del quale, una piccola scala, conduce alla “Cappella Pura”.

Qui veniva celebrata l’unione di Hathor e di Ra in occasione del compleanno della dea e dell’Anno Nuovo.

Sulle pareti del cortile sono illustrati i sacerdoti che consacravano le offerte, mentre nella “Cappella Pura” figurano le cerimonie che comportavano anche processione degli dei dell’Alto e Basso Egitto.

Nella seconda anticamera si aprono alte undici camere e al centro di trova il Sacrario, il “Grande Seggio” che custodiva le barche di Hathor, Horo, Harsomtu e Iside, questa è la parte più sacra del tempio, dove solamente il sovrano e i sacerdoti potevano entrare.

Le camere perimetrali fungevano sia da cappelle di varie divinità sia da magazzi per gli arredamenti sacri.

La cappella direttamente a ridosso del Sacrario, custodiva un simulacro dorato di Hathor alto due metri.

Nel pavimento della camera, a destra di quest’ ultima cappella, vi è l’ingresso di una delle dodici cripte sotterranee, di notevole interesse sia per l’aspetto architettonico sia per la decorazione parietale che illustra i vari oggetti rituali custoditi.

In una cripta Pepi I, sovrano dell’Antico Regno, è raffigurato offerente una statuetta di Hathor.

IL TETTO A TERRAZZA

Il tetto a terrazza di Dendera è un capolavoro; salite le scale che si trovano nella prima sala ipostila, quella sul lato sinistro, immette direttamente al tetto, quella sul lato destro è a rampa avvolgente.

Si tratta delle stesse scale percorse dai sacerdoti in occasione della Festa dell’Anno Nuovo e le pareti sono decorate con scene che illustrano la processione : ascendono con le statue divine destinate allo svolgersi delle cerimonie sul tetto e ne discendono a celebrazione ultimata.

Il tetto è costituito a più livelli, a seconda dell’altezza dell’ambiente sottostante.

Nell’angolo in fondo a destra (sud-occidentale) sorge un piccolo chiostro con dodici colonne a capitello hathorico distribuite sul perimetro; costruito da Tolomeo XII, in origine era coperto da una volta a botte di legno.

All’estremità opposta, verso la parte anteriore del tempio, due santuari erano consacrato a Osiride.

Si riteneva che il dio fosse stato sepolto ( tra molti altri luoghi) a Dendera, dove le celebrazioni che ne rievocano la morte e resurrezione erano ricorrenti.

Il soffitto di uno dei santuari era ornato con un bellissimo zodiaco circolare.

L’originale, ora conservato presso il Museo del Louvre a Parigi, fu rimosso nel 1820; in sito è stato collocato un calco.

In questa foto del tempio di Hathor a Dendera, è visibile lo stato del soffitto prima del restauro (a destra).
Si tratta della foto della dea avvoltoio Nekhbet coperta da uno spesso strato di fuliggine e sporco depositatosi nel corso di due millenni. Foto Paul Smit

In un vano vicino una figurazione mostra Osiride adagiato su un letto, compianto da Hathor, Iside, sotto le sembianze di un uccello, lo sovrasta, pronta a ricevere il suo seme e concepire Horus.

Le lastre di copertura del tetto a terrazza presentano una rete di canali di drenaggio poco profondi, destinati a raccogliere e convogliare l’acqua piovana nei doccioni a protome leonina disposti a intervalli sulle mura esterne del tempio.

Sotto ogni doccione una colonna di geroglifici contiene un testo magico, al cui contatto l’acqua, scivolando i sopra, assumeva virtù magiche.

Anche sulle pareti esterne il re traccia le fondazioni del tempio, ne depone le prime pietre e le consacrata ad Hathor.

Sul muro posteriore, Cleopatra VII e il figlio Cesarione sono ritratti in due scene al cospetto di Hathor e di altre divinità.

LE SCIMMIE URLANTI

Una delle magnifiche scene del soffitto astronomico della sala ipostila esterna del tempio di Dendera, periodo tolemaico- romano

Le rappresentazioni in questo tempio sono ricchissime di simboli, spesso difficili da interpretare.

Nell’immagine si vedono quattro babbuini in adorazione del sole nascente.

Gli egizi erano grandi studiosi della natura e osservavano che i babbuini erano soliti urlare al sole nascente, scaldati dai suoi raggi.

Immagini di babbuini adoranti di fronte al sole si trovano spesso nell’arte egizia (nei commenti un’immagine del tempio di Ramses III a Medinet Habu).

Medinet Habu, tempio di Ramses III, i babbuini urlanti

Si trattava di animali che erano visti come intermediari tra l’umanità e gli dei ed erano considerati sacri, allevati nei templi, mummificati.

Il Dio Thot e Khonsu venivano spesso rappresentati con le loro sembianze.

A sinistra si nota la prua di una barca (che trasporta il sole nascente, non visible nella foto), su cui viene trasportato un bambino seduto, nella tipica posizione infantile con il dito in bocca. La barca che trasporta il sole, è trainata da tre sciacalli neri ( chiamati “i giustificati”) .

Dettaglio dei tre sciacalli

Più a destra sono rappresentati i quattro babbuini con le zampe alzate in adorazione. Sono chiamati “le anime dell’est”.

Foto Paul Smit

Fonte:

https://www.ancient-origins.net/…/primates-ancient…

IL DIO BES

Capitello presso la Porta Nord
Rilievo in pietra calcarea.

Questo rilievo formava , con altri pilastri rettangolari posti nel mammisi del tempio di Hathor a Dendera.

Il mammisi era un tipo particolare di piccoli tempio molto diffuso in Epoca Tarda e Età Tolemaica – Romana.

Era annesso ai templi delle principali divinità, a Dendera si trovano due case della Nascita, e questo rilievo proviene dalla più antica, costruita da Nectanebo I e ampliata durante l’ Età Tolemaica.

Il semidio Bes era il protettore delle donne incinte e dei bambini, e questo ne spiega la presenza nel mammisi.

Sue caratteristiche sono la lingua sporgente, la criniera e la coda.

La visione frontale è tipica delle sue rappresentazioni.

L’iconografia delle principali divinità era fissata da lungo tempo, e non differita molto da quella della figura umana in templi e tombe; le rappresentazioni invece delle divinità meno comuni, o di quelle, come Bes, che solo tardi entrarono a far parte del repertorio templare, erano spesso alquanto eterodosse.

Fonti:

  • Egitto la terra dei faraoni – Regine Schultz e Matthias Seidel – Edizioni Konemann
  • I tesori di Luxor e della valle dei re – Kent R. Weeks – Edizioni White Star
  • Egitto 4000 anni di arte – Jaromin Malek – Edizioni Phaidon
  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Fotografie di Andrea Vitussi che ringrazio per la sua disponibilità.

C'era una volta l'Egitto, Età Tarda

IL FARAONE AMASIS

(KHNEMIBRE AHMOSE)

Di Piero Cargnino

Noto come Amasis a causa della traduzione greca del suo vero nome che era Ahmose; infatti nella letteratura viene chiamato Ahmose II per distinguerlo dal più noto Ahmose fondatore della XVIII dinastia che regnò almeno  mille anni prima.

Del suo lungo regno (42 anni secondo Erodoto ed Eusebio di Cesarea, 44 secondo Sesto Africano), quello che conosciamo lo dobbiamo a fonti greche, soprattutto ad Erodoto. Le eventuali fonti archeologiche, che sicuramente esistevano, vennero fatte scalpellare dal re persiano Cambise quando conquistò l’Egitto.

Come abbiamo descritto parlando del faraone Aprie, la sua ascesa al trono è dovuta all’acclamazione come re da parte dell’esercito composto in prevalenza da soldati di origine libica che si erano ammutinati quando vennero inviati da Aprie contro la città greca di Cirene.

Amasis era un uomo del popolo, un generale al quale l’assegnazione della corona delle Due Terre gli capitò come per caso. Aprie, che non gradì di certo la cosa mosse contro Amasis con il suo esercito composto in massima parte da greci ma venne sconfitto e catturato, lasciato libero fece un secondo tentativo ma fu nuovamente sconfitto e ucciso. Il conflitto durò non più di qualche mese e non si estese oltre il Delta nordoccidentale.

Erodoto racconta che la battaglia decisiva fu combattuta a Momemfi, mentre su una grande stele di granito rosso è scritto che essa sarebbe avvenuta a Sekhetmafka presso Terana, sul ramo canopico del Nilo.

Ormai in Egitto sono finiti i tempi in cui un faraone doveva possedere i diritti per accedere al trono, quando un esercito acclama il suo generale non c’è nulla che tenga anche perché chi si sarebbe potuto opporre alla sua ascesa? Ma Amasis non fu un despota, il suo regno fu un periodo di pace e di sviluppo economico per l’Egitto.

Dal punto di vista del commercio, l’influenza dei greci pesò in modo notevole sull’economia egizia incoraggiata e favorita dal faraone. Amasis fu soprannominato il “Filelleno” ma i mercanti indigeni ed il popolo non gradivano affatto questo stato di cose tanto che il sovrano si vide costretto a concentrare tutte le attività mercantili controllate dai greci nella grande città di Naucratis, non molto lontana da Sais. Egizi e Greci rimasero entrambi soddisfatti, Naucratis possedeva templi costruiti dalle varie comunità di coloni, prefigurava quella che sarà poi Alessandria avendo acquisito, per quei tempi, un’importanza di poco inferiore.

Questo di Amasis fu un capolavoro di diplomazia; d’altronde persino Erodoto racconta che il re era cordiale ed indulgente, doti che gli permisero di regnare per circa quarantaquattro anni.

Amasis sposò una donna di Cirene, Laodice, ed a conferma della sua propensione per i greci fece ricostruire il tempio distrutto di Delfi oltre ad elargire doni ad altri templi greci. Ahimè fu però lui l’inventore della “Dichiarazione annuale dei redditi” sia di tipo fondiario che commerciale.

Sul piano militare la situazione internazionale era tale per cui era meglio andarci cauti, Amasis non poteva permettersi di assumere iniziative bellicose piuttosto era tempo di procedere in modo molto diplomatico onde evitare ritorsioni da parte babilonese e dal crescente espansionismo persiano. Infatti da poco salito al trono dovette contrastare un tentativo di invasione babilonese nel quale le sue truppe vennero sconfitte. Il fato volle che Nabucodonosor dovette tornare in patria a causa di problemi interni che gli impedirono di invadere la valle del Nilo.

Amasis ritenne che fosse necessario un maggior controllo delle vie commerciali del Mediterraneo orientale per cui conquistò e rese tributarie alcune città dell’isola di Cipro.

Ma la pace, quella vera, era lontana. In Persia, gli Achemenidi iniziarono la loro politica espansionistica minacciando il regno di Lidia; il re Creso ottenne la protezione di una coalizione formata dall’Egitto, Sparta e Babilonia, inutilmente in quanto nel 546 a.C. Ciro II di Persia conquistò ed occupò Sardi, capitale della Lidia.

Non passarono che cinque anni ed anche Babilonia cadde sotto il dominio persiano. L’Egitto riuscì ancora a contenere gli attacchi persiani, che iniziarono nel 529 a.C., mantenendo la sua indipendenza, ma nel 526 a.C., dopo aver conquistato le città fenice per utilizzarle come basi navali, Cambise II, succeduto a Ciro II, scagliò l’attacco finale. Amasis morì poco prima dell’epilogo dello scontro e toccò a suo figlio e successore, Psammetico III subire la sconfitta.         

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
Necropoli tebane

TT192 – TOMBA DI KHARUEF detto anche SESH

Kharuef e Sesh in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT192[1] [2]

Epoca:                                  XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Kharuef, detto anche SeshAmministratore della Grande sposa reale Tye[5]El-AssasifXVIII dinastia  (da Amenhotep III ad Amenhotep IV/Akhenaton)accessibile dalla TT189
Planimetria dell’area in cui insistono le tombe TT189, TT190, TT191, TT192, TT193, TT194-TT195-TT196-TT364-TT406

Biografia

Siked, Scriba dell’esercito del Signore delle Due Terre, fu suo padre e Ruiu, Reale Ornamento, Cantatrice di Iside madre del Dio e Cantatrice di Amon sua madre.

Nelle iscrizioni viene menzionata Henutneferet indicata, tuttavia, con il titolo di “sua sorella” termine che presso gli antichi egizi poteva indicare sia la sorella che la moglie. Il titolare, Kheruef, riuniva in se i titoli di:

  • Scriba reale;
  • Governatore;
  • Depositario del sigillo reale;
  • Primo araldo del re;
  • Colui che è efficiente per il suo Horus (ovvero per il re);
  • Amministratore;
  • Amministratore della Grande Sposa Reale Tye;
  • Amministratore della Grande Sposa Reale nei domini di Amon[6].
Iscrizioni della TT192 con il cartiglio della regina Tiye. Foto: kairoinfo4u

A lui spettò, inoltre, l’incombenza di organizzare e gestire le feste giubilari dell’anno XXX e XXXVII di Amenhotep III[7]; per queste specifiche occasioni Kheruef si fregiò di specifici titoli:

  • Governatore del Palazzo;
  • Governatore del Palazzo in funzione del Giubileo;
  • Servo del re al tempo del suo Giubileo.

La presenza di una statua di Kheruef a Bubasti, nel Delta nilotico, e di graffiti a lui dedicati ad Aswan stanno a dimostrare la necessità che egli, per gli incarichi ricoperti, dovesse viaggiare attraverso tutto il Paese in preparazione delle feste giubilari[8].

La tomba

Planimetricamente TT192[9] è strutturata in cinque aree[10] [11]:

  1. un corridoio di accesso, o “vestibolo”, attraverso una rampa perfettamente allineata con la cima nota come el-Qurn[12] con un’inclinazione di 7°[13] [14];
  2. un grande cortile[15] che, molto probabilmente[16] sarebbe dovuto essere circondato da 39 colonne. Tale cortile si è, negli anni, trasformato in un disimpegno che consente l’accesso a numerose altre tombe (tra le altre TT191, TT364, TT407);
  3. una Prima Sala colonnata con soffitto retto da tre file da dieci pilastri ciascuna. Nell’angolo sud-ovest si apre l’accesso alla parte ipogea del complesso;
  4. una Seconda Sala colonnata, che costituisce la cappella funeraria, con andamento perpendicolare alla prima; anche in questo caso, il soffitto è retto da due file di dieci pilastri ciascuna;
  5. gli appartamenti funerari sotterranei costituiti da un corridoio in forte pendenza (A) che, dopo due angoli retti, termina in un’anticamera (B) su cui si aprono tre piccoli locali a circa 20 m di profondità, per uno sviluppo di quasi 42 m. Si ritiene che tale dovesse essere un falso appartamento funerario per depistare eventuali profanatori, mentre la vera camera funeraria (D) si sarebbe trovata ad ulteriori 8,5 m di profondità, al termine di un corridoio (C) perpendicolare al precedente, lungo circa 34 m.

Come rilevabile dalla planimetria, TT192 si sviluppa su entrambi i lati del grande cortile in cui si aprono gli accessi ad altre tombe e le sue pertinenze hanno inizio in un’area definita “vestibolo”; qui (1) è rappresentato il defunto e un inno a Ra; un breve corridoio, sulle cui pareti (2) sono rappresentati il faraone Amenhotep III e la Grande sposa reale Tye in atto di offrire libagioni a Ra-Horakhti e a Maat, su un lato, e ad Hathor e Atum sull’altro, immette in una piccola sala in cui (3) Amenhotep IV/Akhenaton (?) adora Ra-Horakhti e offre libagioni al padre, Amenhotep III, deificato, e alla madre, la regina Tye; nella scena compare due volte il defunto inginocchiato. Su altra parete (4) testo indirizzato da Amenhotep IV/Akhenaton (?) agli dei dell’oltretomba e il defunto in adorazione con inno a Ra. Il passaggio si conclude in un corridoio trasversale (su cui si aprono gli accessi ad altre tombe (TT194, TT195, TT196 e TT189) che si apre sul cortile.

Amenhetep III e Tiye durante la festa Sed del giubileo. Sotto il trono del re i Nove Archi prigionieri. Foto: kairoinfo4u

Sul lato opposto del cortile (lato ovest) un portico , sorretto da pilastri, prosegue lo sviluppo della TT192. Sulla facciata del portico: (5/nero) su due registri sovrapposti scene di feste Heb-Sed; in due scene, Amenhotep III e Tye (?) su una barca trainata da preti mentre alcune donne acclamano dalla riva; poco oltre gli stessi sovrani lasciano il palazzo preceduti da preti con stendardi, otto principesse con vasi, danzatrici precedute da babbuini, uccelli in volo e vitelli. In basso, preti, di cui uno mascherato, danzatrici, musicisti e cantanti.

Le principesse con i vasi. Foto: kairoinfo4u

Seguono (6) scene del defunto (?) premiato, con testo datato al XXX anno di Amenhotep III che, con Tye e Hathor si trova sotto un padiglione; oltre una porta che dà accesso ad una corte colonnata, (8) il defunto, con testi della festa Heb-sed dell’anno XXXVI di Amenhotep III, seguito da attendenti offre vasi e collari al re e a Tye mentre una sfinge femmina calpesta prigioniere e altre prigioniere legate, siriane e nubiane, sono rappresentate sul trono della regina unitamente ai Nove Archi[17] [18].

TT192: La coppia reale Amenhotep III e Tye con la dea Hathor (Portico ovest, alla sud). Foto: kairoinfo4u

In una scena sottostante, il defunto è rappresentato otto ufficiali. Poco oltre (7), su due registri, Amenhotep III e Tye seguiti da sedici principesse con sistri e cerimonie di innalzamento di un pilastro Djed; due file di danzatori e cantanti con inni a Ptah, portatori di offerte, cantatrici con tamburini e nacchere e danzatrici provenienti dalle oasi; seguono alcuni uomini che danzano con gambi di papiro. In scene minori, barche che recano provviste, macellai e bestiame.

Pilastro osiriforme con testa a forma di pilastro djed a cui Amenhotep III offre libagioni durante la festa Sed del giubileo. Foto: kairoinfo4u

Un breve corridoio, sulle cui pareti (9) Amenhotep IV/Akhenaton e Tye adorano divinità e testi di offertorio con inni a Ra, immette in una corte colonnata in cui, nell’angolo sud-est, si apre la TT407. Nella corte colonnata (10) la parte inferiore di una statua di personaggio seduto con i nomi dei genitori del defunto. Un corridoio adduce ad una seconda corte colonnata; qui, sulle pareti, graffiti in ieratico di tale Khaemopet, figlio di Ashakhet, e graffiti di altri scribi[19].

Portatori di offerte per la festa del giubileo. Foto: kairoinfo4u

E’ importante notare che, nonostante il livello politico del titolare, o forse a causa di questo ritenuto un “uomo forte” del regno precedente, nonostante le imponenti dimensioni dell’intero complesso e le decorazioni comunque esistenti, questo non venne mai ultimato ed anzi venne abbandonato[20] 

Nella prima sala colonnata, proprio nell’angolo sud-ovest, ove si apre l’accesso alle aree sotterranee, il soffitto crollò causando il crollo anche di alcune delle colonne e rendendo inutilizzabile l’appartamento ipogeo[21]; altri crolli interessarono aree del cortile orientale causando l’accumulo di grandi quantità di detriti che, tuttavia, ebbero archeologicamente il merito di preservare i dipinti parietali della zona[22].

Benché tale sia una delle ipotesi per giustificare l’abbandono, non si possono tuttavia escludere motivi di carattere politico considerando il passaggio da Amenhotep III al figlio, quarto Amenhotep, che varierà il suo nome in quello di Akhenaton. Ciò potrebbe peraltro essere confermato, in funzione della scelta di Aton come dio dinastico, dall’opera di abrasione del nome di Amon, operato anche in TT192, almeno nelle parti raggiungibili[23]; a tale damnatio memoriae non sfuggì, il nome stesso del titolare di TT192 e le sue immagini che vennero a loro volta abrase in ogni punto in cui era raggiungibile nonostante i crolli.

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 298.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Gardiner e Weigall 1913, p. 32
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 33


[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 298.

[6]      Il titolo implica uno stretto legame tra Kheruef e il tempio di Amon e il suo clero il che potrebbe giustificare il successivo stato di disgrazia durante il regno di Amenhotep IV/Akhenaton.

[7]      Una iscrizione biografica nella TT192 lo indica come: “Il Principe, il Governatore, il grande compagno ai piedi del trono del re, eccellente suo confidente, il favorito di Horus nella sua casa, egli che il re ha elevato al di sopra degli altri, che soddisfa il Signore delle Due Terre, lo Scriba reale e l’Amministratore della Grande Sposa Reale Tye, Kheruef […]”.

[8]      Fakhry 1943 e Habachi 1958.

[9]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 296.

[10]     Habachi 1980.

[11]     Il complesso funerario di Kheruef venne studiato e rilevato nel 1885 da Adolf Erman; seguirono Alan Gardiner e Nina de Garis Davies nel 1923; fu poi la volta di Ahmed Fakry nel 1943, ed ognuno di questi fu costretto a ripetere le operazioni di svuotamento dei locali. Solo nel 1950-1960 Labib Habachi, per conto del Epigraphic Survey of the University of Chicago, effettuò rilievi completi mettendo in sicurezza il monumento e pubblicando gli esiti nel 1978-1980.

[12]     Anticamente nota come Ta-Dehent, che significa la Cima (altezza 420 m circa), a el-Qurn era associato il culto della dea Mertseger patrona degli artigiani e operai del villaggio di Deir el-Medina.

[13]     La rampa, per imponenza e per la stessa inclinazione (quella del tempio di Karnak è di 7,5°) ricorda quella di un tempio, cosa che viene confermata, peraltro, dalla struttura planimetrica complessiva e dagli ambienti ipogei.

[14]     A TT192 si accede, inoltre, dall’annesso alla TT189.

[15]     Il cortile si trova a un livello più basso rispetto al piano di campagna; si tratta di una particolarità non usuale per le tombe della XVIII dinastia, riscontrabile solo, in quest’area, nelle tombe TT55, TT57, TT102.

[16]     Habachi 1980.

[17]     L’iconografia dei “Nove Archi” è molto antica: il primo esempio noto si trova sul piedistallo di una statua di Djoser (oggi a Saqqara) in cui sono raffigurati nove archi, appunto, posti sotto i piedi del sovrano. Tale raffigurazione, solo iconografica e senza alcuna denominazione, verrà ripetuta fino al regno di Amenhotep III. Si tratta, tuttavia, di una denominazione “mobile” nel senso che i “Nove Archi” variano nel tempo ed ecco che, sotto Ramses II, ad esempio, fanno la loro apparizione nell’elenco Hittiti, Shasu, Sangar (Babilonia), Naharinetc., ma restano costanti gli Haw-Nebwt (in cui qualcuno ha voluto vedere gli Egei), i Tjekhenw (i Libici) e i Sekhetyw (gli Oasiti).

[18]     Valbelle 1990.

[19]     Porter e Moss 1927,  confermata nell’edizione del 1970, pp. 298-300.

[20]     Habachi 1980.

[21]     Altri crolli sono comunque intervenuti, nel corso dei millenni, causati da infiltrazioni d’acqua o da terremoti.

[22]     E’ proprio grazie a tali crolli che si è salvata l’unica immagine di Kheruef alla base di un dipinto in cui sono rappresentati i sovrani Amenhotep III e Amenhotep IV/Akhenaton.

[23]     E’ interessante notare che solo il nome di Amon subì tale cancellazione, ma non quello di altri dei, mentre subì cancellazione il plurale della parola “dio”.