Necropoli tebane

TT188 – TOMBA DI PARENNEFER

Planimetria schematica della tomba TT188[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
ParenneferMaggiordomo reale, netto di mani e AmministratoreEl-KhokhaXVIII dinastia  (Amenhotep IV/Akhenaton]]versante nord-est, a ovest della TT39 e a est delle TT25 e TT28

Biografia

Nessun dato rilevabile[5].

Parennefer con indosso l’Oro dell’Onore. Da: Redford, A.F. Theban Tomb No. 188 (the tomb of Parennefer): A case study of tomb reuse in the Theban necropolis. 2006.

La tomba

Il cortile su cui si affacciano la TT181 e la TT374. Da: Redford, A.F. Theban Tomb No. 188 (the tomb of Parennefer): A case study of tomb reuse in the Theban necropolis. 2006.

L’ingresso a TT188 si apre in un cortile da cui si accede anche alla TT374; è una delle prime tombe scavate durante il regno di Amenhotep IV/Akhenaton. Considerando la damnatio memoriae cui venne condannato il re, si giustificherebbero i pesanti danni riportati dai rilievi parietali e, in alcuno casi, la scalpellatura del nome del titolare Parennefer legato, per suo stesso incarico, alla figura del re eretico.

La “scena delle ricompense” pesantemente danneggiata dalla damnatio memoriae. Da: Redford, A.F. Theban Tomb No. 188 (the tomb of Parennefer): A case study of tomb reuse in the Theban necropolis. 2006.

Su una stele (1 in planimetria[6]) i resti di scena con Amenhotep IV[7]/Akhenaton]] e una regina[8] [9] dinanzi al sole raggiato (Aton).

A sinistra si nota il cartiglio quasi intatto con il nome di intronizzazione di Amenhotep IV/Akhenaton: Neferkheperure Waenra. Da: Redford, A.F. Theban Tomb No. 188 (the tomb of Parennefer): A case study of tomb reuse in the Theban necropolis. 2006.

Un corridoio, sulle cui pareti (2) il defunto, sotto il disco solare di Aton, adora Ra-Horakhti e il defunto e la moglie che adorano la stessa divinità, dà accesso ad una sala trasversale originariamente dotata di otto pilastri. Sulle pareti: il defunto (3) dinanzi ad Amenhotep IV (Akhenaton che si affaccia da un balcone e, su tre registri sovrapposti, la registrazione di prodotti, tra cui il grano ammassato in un granaio, a cura di scribi; seguono scene del defunto che ispeziona l’imbottigliamento del vino in giare e il sigillo delle stesse.

La raccolta del grano. Da: Redford, A.F. Theban Tomb No. 188 (the tomb of Parennefer): A case study of tomb reuse in the Theban necropolis. 2006.

Poco oltre (5) resti di scene di vendemmia, con la raccolta e la pigiatura delle uve in presenza di Thermutis e il defunto che riporta l’esito ad Amenhotep IV/Akhenaton sotto un padiglione, seguono (6-7) uomini che raccolgono frutti e il defunto e la moglie seduti. Su altra parete (8) resti di scene del defunto seduto che riceve doni da servitori e che assiste ad un concerto di suonatrici di flauto doppio e tamburelli; poco oltre (9), su due registri, Amenhotep IV/Akhenaton e una regina (?) sotto un padiglione e il defunto, e altri due accompagnatori, prostrati dinanzi ai reali per ricevere una ricompensa.

La produzione del vino. Da: Redford, A.F. Theban Tomb No. 188 (the tomb of Parennefer): A case study of tomb reuse in the Theban necropolis. 2006.

Su altra parete, molto danneggiata, il defunto (10), decorato da un largo collare, segue Amenhotep IV/Akhenaton dinanzi a Ra-Horakhti e alle Anime di Pe e Nekhen e resti di una scena con adorazione di babbuini. Poco oltre (11) su due registri i resti di scene del defunto con mazzi di fiori, portatori di offerte e pastori con bestiame; su altra parete (12) resti di otto rappresentazioni del defunto (?) che offre fiori ad (?) Amenhotep IV/Akhenaton e a una regina sotto un padiglione. Sul fondo (13) l’accesso ad una parte non ancora esplorata della tomba[10].

Inno al sole. Da: Redford, A.F. Theban Tomb No. 188 (the tomb of Parennefer): A case study of tomb reuse in the Theban necropolis. 2006.

Le raffigurazioni di Amenhotep IV/Akhenaton, e più in generale dell’intera TT188, sono considerate tra le prime della cosiddetta arte amarniana[11]

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 32
  4. Porter e Moss 1927,  p. 293.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 33

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 293, confermata in edizione del 1970.

[6]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 292.

[7]      in tutte le rappresentazioni della TT188 Amenhotep IV viene indicato con tal nome e non ancora con quello, mutato, di Akhenaton.

[8]      Non identificabile, ma verosimilmente si tratta di una delle prime rappresentazioni di Nefertiti.

[9]      Aldred 1991, pp. 91-92. e Tyldesley 1998, p. 50.

[10]     Porter e Moss 1927,  confermata nell’edizione del 1970, pp. 293-295.

[11]     Nims 1973, pp. 181-187 e Davies 1905.

Necropoli tebane

TT187 – TOMBA DI PAKHIHET

Pakhihet in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT187[1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
PakhihetPrete wab[5] di AmonEl-KhokhaXIX Dinastiacasa disabitata[6]; versante nord-est, subito dopo la TT49; a nord dello stesso cortile

Biografia

Ashakhet, titolare della TT174, Prete alla presenza di Mut, fu suo padre; Tazabu fu sua madre e Mutemonet sua moglie[7].

La tomba

La tomba si apre al fondo di un ampio cortile che da ulteriormente accesso ad altre tombe: TT363, TT362 e TT49, tutte risalenti alla XIX dinastia. Secondo l’usanza tipica dell’area, anche TT187 venne usata come abitazione per secoli con i danni conseguenti; all’atto della rilevazione a cura di Gardiner e Weigall[8] questa era, tuttavia, disabitata.

Frammento della parete del corridoio della TT187. Da: Lemos, R. et al. 2017. Entangled temporalities in the Theban necropolis: a materiality and heritage perspective on the excavation of Theban Tomb 187. Journal of Eastern Mediterranean Archaeology and Heritage Studies 5 (2), 178-197.

Dal cortile si accede, tramite un corridoio (1/verde in planimetria[9] [10]), sulle cui pareti è rappresentato il defunto con due figli (di cui non viene riportato il nome) dinanzi a Osiride e Ra-Horakhti; il defunto, la moglie e una figlia (?) in adorazione verosimilmente (il rilievo è particolarmente danneggiato) di Ra, a una sala trasversale secondo lo schema tipico, a “T” rovesciata, delle sepolture del periodo. Su una parete (le altre sono danneggiate) (2) scene di servitori e tavole imbandite; in una sala perpendicolare alla precedente (3), una nicchia con pilastri Djed personificati su ogni lato[11].

Nella TT187, come conseguenza del riuso anche per uso domestico, sono stati ritrovati i resti di 71 individui (59 adulti e 12 bambini). Di questi, quasi il 30% recava i segni di incendi8.

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 293.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Gardiner e Weigall 1913, p. 32
  5. Porter e Moss 1927,  p. 293.
  6. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
  7. Gardiner e Weigall 1913, p. 33
  8. D’Anastasio et al. The human remains of the funerary complex of Neferhotep (XVIIIth–XXth Dynasty, Valley of the Nobles, Luxor, Egypt): taphonomy and anthropology. Anthropological Science, 2021, 129.2: 223-232.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.

[6]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[7]      Porter e Moss 1927,  p. 293, confermata in edizione del 1970.

[8]      Gardiner e Weigall 1913, p. 33

[9]      Giacché dal cortile si accede a quattro distinte tombe, i riferimenti alla TT187 sono stati riportati in differente colore; quelli relativi alla TT49 sono di colore verde.

[10]     La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 90.

[11]     Porter e Moss 1927,  pp. 291-293.

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

DONNE CHE PREPARANO UN UNGUENTO

Eliopoli (?)
Bassorilievo in pietra calcarea – Altezza 26 cm
Musée du Louvre, Département des Antiquités égyptiennes, E 11162 –

Scene con la raccolta dei fiori di loto e la successiva estrazione per pressatura di un unguento profumato, il lirinon, citato da Plinio, ricorrono in parecchie tombe dell’ Epoca Tarda dell’area menfita e del Delta.

Il breve testo geroglifici afferma solo “pressatura del loto bianco”.

Le donne al centro della scena estraggono l’unguento dai fiori torcendo i bastoni all’estremità di un piccolo sacchetto.

L”unguento cola in un vaso posto su una base.

Si può pensare che quella raffigurata sia una scena che rappresenti la vita quotidiana, ma in realtà si tratta di temi connessi agli usi funerari.

Gli oli e unguenti si usavano per la preparazione della salma per la sepoltura, e facevano parte dei corredi funerari posti nelle tombe.

Nonostante si tratti di un lavoro eseguito da servitori, le donne raffigurate indossano parrucche con diademi da cui pende un anello.

L”immagine mostra l’anello nella sua interezza, secondo la visione egizia delle cose.

Fonte: Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

STATUA DI SOVRANO TOLEMAICO

Granito, Altezza cm 280
Karnak – Epoca Tolemaica
Museo Egizio del Cairo – CG 701

Questa statua raffigura un sovrano, probabilmente Tolomeo, in piedi con la gamba sinistra avanzata e le braccia rigidamente distese lungo il corpo, nel tradizionale atteggiamento della statuaria maschile egizia.

L’abbigliamento è costituito da un semplice gonnellino e dal nemes, indossato sovente dai re al posto della corona.

Sulla fronte un’ureo, emblema di regalità.

Si tratta probabilmente di un sovrano tolemaico anche se mancano le iscrizioni per identificarlo e collocarlo in una data precisa.

Mentre la postura e l’abbigliamento sono tipici dell’arte egizia, la resa dei tratti del volto allungato e la descrizione accurata delle ciocche di capelli che spuntano dal nemes, risentono degli influssi dell’arte ellenistica.

I sovrani tolemaici si presentavano agli Egizi in qualità di faraoni, per cui le loro raffigurazioni erano spesso realizzate seguendo gli antichi canoni iconografici, anche se con il frequente inserimento di elementi d’ispirazione greca.

In questo periodo non sono rare le sculture in cui coesistono i caratteri di entrambe le culture, nonostante le due tradizioni artistiche continuino a mantenere una loro individualità.

Fonte

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – fotografie Araldo De Luca – testo di Daniela Comand – National Geographic Edizione – White Star.

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

COLLANA CON PENDENTI

Oro, diametro cm 12, 5, peso gr 169
Ritrovata a Dendera nel 1914
Epoca Tolemaica
Museo Egizio del Cairo – JE 45206

Questo pesante collare è costituito da uno spesso filo d’oro al quale sono appesi dieci ciondoli variamente sagomati, di altezza compresa fra 1,3 e 3,7 cm.

Il secondo filo è stato infilato negli anelli di sospensione e arrotolato sul primo ai lati dei pendagli, che in tal modo non possono spostarsi sulla collana.

I pendenti raffigurano, partendo da sinistra:

  1. la dea Tueris, divinità popolare rappresentata sotto forma di ippopotamo conle zampe di leone e coda di coccodrillo, protegge le donne gravide e sorveglia i parti e l’allattamento. Il suo culto conosce una grande diffusione nel tardo periodo..
  2. la dea Iside sedura sul trono, sposa di Osiride e madre di Horo, esperta di arti magiche, a partire dal periodo ellenistico viene associata al dio Serapide, introdotto in Egitto dai sovrani tolemaici.
  3. un falco immagine di Horus, antica divinità del cielo e della regalità. Indossa la doppia corona.
  4. un altro falco che un tempo aveva le ali e la coda arricchiti da una decorazione ad intarsi.
  5. un uccello a testa umana, rappresentazione del ba manifestazione animata del defunto. Porta sul capo un disco solare racchiuso fra due corna bovine.
  6. un altro uccello a testa umana di uguali dimensioni.
  7. un altro falco con la doppia corona..
  8. un altro falco con la corona bianca, a tiara, dell’Alto Egitto.
  9. un occhio – udjat, l’occhio risanato di Horus, potente amuleto che assicura a chi lo porta salute e integrità.
  10. 1un’immagine del dio Nefertem, personificazione del loto primordiale da cui ebbe origine la vita.

Tutti i ciondoli, tranne l’occhio-udjat, sono dotati di un sottile basamento.

La chiusura della collana era assicurata da due ganci ottenuti piegando le estremità del filo.

Fonte e fotografia

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del museo egizio del Cairo – fotografie Araldo De Luca – testo Daniela Comand – National Geographic, Edizioni White Star

“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

EGITTOMANIA – PARTE I

Un porta-documenti in mogano e argento del 1809 a forma di sacrario egizio, basato sui disegni di Denon

Non c’è una data precisa in cui esplose in Europa. O meglio, esiste (forse) una data di nascita del termine “egittomania” e, curiosamente è antecedente anche alla spedizione in Egitto di Napoleone.

In una lettera datata 20 marzo 1797 Frederick Augustus Hervey, quarto conte di Bristol e vescovo di Derry scrive infatti amabilmente a Wilhelmine Encke, contessa di Lichtenau, proponendole un viaggio in Egitto e menziona “l’egittomania di cui mi sono innamorato e di cui non riesco a fare a meno”. Non sappiamo se la proposta del conte celasse intenzioni più…maliziose, peraltro molto pericolose visto che la contessa era l’amante “ufficiale” di Federico Guglielmo II di Prussia, ma la morte del re di Prussia ed il conseguente arresto ed esilio di Wilhelmine pone fine a qualunque progetto. Il termine però era “nato”.

Frederick Augustus Hervey, quarto conte di Bristol. È lui l’inventore del termine “Egittomania”?
Wilhelmine Encke, contessa di Lichtenau. Non riuscirà mai a vedere l’Egitto, per sua sfortuna.

Sappiamo invece che divampò velocemente su entrambe le sponde della Manica, tanto che Sir Joan Soane (che molti di voi conoscono e che ritroveremo più avanti alle prese con Belzoni) nel 1806 si lamenta del “misero tentativo di imitare il carattere e la forma delle opere [architettoniche egizie] in spazi piccoli e limitati […] La mania egizia si è diffusa ulteriormente: persino i nostri mobili sono decorati con le forme simboliche dei costumi religiosi e di altro tipo dell’Egitto”.

Una vignetta satirica sulla moda “egittomane” pubblicata il 24 ottobre 1798 dopo la vittoria ad Abukir. A sinistra, una donna indossa un abito bianco simil-mummia decorato da coccodrilli. Di fronte a lei, il vestito dell’uomo è ancora più stravagante, composto da cappotto, gilet e stivali di pelle di coccodrillo. Il suo cappello sfoggia anche un coccodrillo giallo brillante. Royal Museum di Greenwich, ID PAF3864

Tutto finisce nel calderone dell’egittomania: abiti, arredamento, accessori, architettura. Già nel 1798, una vignetta ironizza sull’abbigliamento stravagante che richiama la terra del Nilo dopo le vittorie di Nelson. Molte altre ne seguiranno.

In quest’altra vignetta del 1806 di Thomas Rowlandson intitolata “Antichità Moderne”, ora al Met, in una sala piena di oggetti d’antiquariato egiziani una giovane donna viene abbracciata da un ufficiale, che la trascina in un sarcofago per scopi non proprio archeologici. MetMuseum 56.567.5
Il Temple Mill a Leeds, completato nel 1840; particolare del cornicione con l’emblema del sole alato e capitelli dei pilastri papiriformi. Fonte: Historic England
L’invito alla sbendatura di una mummia, a quanto pare eventi popolari nell’Inghilterra di metà XIX secolo

Un anonimo servitore dell’aristocrazia scrive pochi anni dopo che il suo principale è caduto vittima di “quell’egittomania che è diventata così diffusa, e che ha minacciato a un certo punto di far ripiombare le nostre sedie e i nostri tavoli nella barbarie”. Decisamente non un estimatore del nuovo modo di adornare i mobili, ma c’è poco da fare: soprattutto nell’Inghilterra vittoriana l’egittomania diventerà una moda, un tormentone che troverà la sua apoteosi nell’Esposizione Internazionale di Londra del 1851.

L’apoteosi dell’egittomania vittoriana: l’allestimento del Crystal Palace all’Expo di Londra del 1851

Ma tutto questo non sarà nulla rispetto alla seconda “ondata” che seguirà la scoperta della tomba di Tutankhamon. Ma questa è un’altra storia…

Necropoli tebane

TT186 – TOMBA DI IHY

Planimetria schematica della tomba TT186 collegata alla TT405[1] [2]

Epoca:                                   VI – X Dinastia (Primo Periodo Intermedio)

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
IhyGovernatore del Nomo[5]El-KhokhaPrimo Periodo Intermedio (VI-X dinastia)[6]casa di Sagar (una donna)[7]; versante est, a nord TT48

Biografia

Unico dato ricavabile, il nome della moglie, Imy, Profetessa di Hathor[8].

La tomba

E’ una della tombe più antiche della necropoli giacché, come l’adiacente TT405, risale al Primo Periodo Intermedio. Dalla TT186, molto danneggiata, si accede alla TT405 di Khenti, a sua volta Nomarca[9].

Sulle pareti (1/nero in planimetria[10]), resti di un pesce arpionato e, ben leggibile, il nome di una donna: Intefes.

Sui pilastri (A) il defunto con due piccoli figli (?) e la moglie; (B) testi sacri. Su altre pareti (2) una barca in ambiente palustre e scene di caccia all’ippopotamo; poco oltre (3) il defunto, con un cane sotto la sedia, con la famiglia ed alcuni assistenti e su tre registri sovrapposti: scene di banchetto in presenza di danzatori, danzatrici e suonatrici di arpa e nacchere, portatori di offerte e uomini che riempiono un granaio.

Scene di pesca sulla parete occidentale della TT186. Da: Saleh, Mohamed. Three Old-kingdom tombs at Thebes: I, the tomb of Unas-Ankh no 413: II, the tomb of Khenty no. 405: III, the tomb of Ihy no. 186. Vol. 14. von Zabern, 1977.

Seguono (4) il defunto e i familiari che sovrintendono a lavori: raccolta del bestiame, pulitura del pesce, cattura di tori, asini e capre[11].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 32
  4. Porter e Moss 1927,  p. 291.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Non è specificato di quale Nomo si tratti.

[6]      Gardiner e Weigall 1913, p. 33

[7]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[8]      Porter e Moss 1927, p. 291, confermata in edizione del 1970.

[9]      In planimetria i riferimenti alle due tombe sono differenziati in diverso colore, nero per la TT186 e rosso per la TT405.

[10]     La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 291-293.

[11]     Porter e Moss 1927, pp. 291-293.

Necropoli tebane

TT185 – TOMBA DI SENIOKER

Planimetria schematica dell’area di el-Khokha ed el-Assasif[1] [2]

Epoca:                                   VI – X Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
SeniokerPrincipe ereditario, Divino CancelliereEl-KhokhaPrimo Periodo Intermedio (VI-X dinastia)versante est; a nord di TT184 e sopra TT48

Biografia

Nessuna notizia[5].

La tomba

La posizione delle TT184 e TT185, “coperte dall’abitazione Bet Boghdady. Fonte: https://tt184en.blogspot.com/

La TT185 è stata a lungo inglobata nell’abitazione moderna chiamata Bet Boghdady. Da anni una spedizione ungherese è al lavoro per recuperare gli interni della TT185 e dell’adiacente TT184.

Le iscrizioni recuperate finora della TT185. Fonte: https://tt184en.blogspot.com/

Le iscrizioni recuperate finora della TT185. Fonte: https://tt184en.blogspot.com/

Precedentemente erano accessibili solo gli stipiti d’accesso, su cui è identificabile il defunto, dotato di scettro Kherep, con alcuni collaboratori[6].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 32
  4. Porter e Moss 1927,  p. 291.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 33

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 291, confermata in edizione del 1970.

[6]      Porter e Moss 1927,  pp. 291.

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta, Templi

IL TEMPIO DI KNUM AD ESNA

Tempio di Knum, facciata della sala ipostila

Per maggiori informazioni sul restauro del tempio di Esna vedi anche: IL RESTAURO DEL TEMPIO DI ESNA


L’ egizia Lunyt e greca Latopolis è un villaggio dell’Alto Egitto in mezzo al quale vi è l’imponente tempio di Esna era dedicato al dio artefice Knum e alla sua controparte femminile, la dea Neith.

Knum è il dio creatore, infatti è il vasaio, colui che nella mitologia crea sulla ruota l’immagine dell’uomo in argilla che poi viene animata dalla potenza divina.

Il tempio è un inno alla sua opera, cioè alla creazione e alla natura.

I capitelli della sala ipostila sono fitomorfi, con papiri e loto i cui colori variano dal rosso al blu, al bianco al verde per rendere più movimentata la scena e variare la ripetizione dello stesso schema.

Capitello con foglie di loto

A Esna i resti visibili del tempio sono circa 9 metri più in basso del livello della città moderna.

Il tempio presenta una struttura classica, ma l’unica parte completamente alla luce è la sala ipostila.

La facciata è formata da 6 colonne con sendidi capitelli, collegati da intercolunni che arrivano più o meno a metà dell’altezza delle colonne.

Le sue pareti sono interamente decorate di rilievi : due inni crittografici a Knum che sono scritti quasi completamente l’uno con il segno geroglifico dell’ l’ariete, l’altro con quello del coccodrillo.

La sala ipostila presenta 24 colonne, il tempio fu ampliato da diversi imperatori romani, a partire da Claudio nel I secolo d. C. fino a Decio nel II secolo d. C., ed è quindi la struttura templare più tarda che si sia conservata in Egitto.

Geroglifici sulle colonne e sullo splendido soffitto del tempio di Esna.
Fatto costruire nel II secolo a. C. dai faraoni Tolomeo VI è Tolomeo VII, ma decorato durante l’impero Romano.
Si tratta quindi di una scrittura geroglifici di una fase finale della civiltà egizia.
Foto Eirestok/Shutterstock
Fonte Rivista Archeologia Viva settembre /ottobre 2003

Fonte e fotografie:

  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra
  • Egitto 4000 anni di arte – Jaromur Malek – Edizioni Phaifon
  • L’arte egizia – Alice Cartocci, Gloria Rosati Scala, Giunti
  • Rivista Archeologia Viva settembre/ottobre
  • Foto di Wirestok/Shutterstok
Autentici falsi

LA STATUETTA DI HATHOR

Statuetta di Hathor in forma di vacca, Barnes Foundation, Philadelphia, inv. A68, vetro blu

Albert C. Barnes fu un collezionista americano che fondò nel 1922 la Barnes foundation a Philadelphia, un museo che ospita 4000 opere, tra cui molti dipinti impressionisti e non solo. Grande esperto di arte moderna e contemporanea, Barnes tuttavia non lo era altrettanto nell’arte antica e acquistò molti pezzi che solo recentemente si sta scoprendo essere falsi.

È il caso di questa Hathor in forma di vacca sacra in vetro blu (A68) con un disco solare tra le corna e una figura umana che succhia il latte. Rappresentazioni simili sono abbastanza frequenti nell’Antico Egitto e la figura umana di solito rappresenta un faraone.

La statuetta fu acquistata da Barnes a Parigi nel 1923 presso il commerciante Georges Manolakos.

Era etichettata come “vacca sacra”, datata al 2000 a. C. e fu acquistata per 3.000 franchi, una cifra importante per l’epoca. Manokolas non fornì informazioni sulla provenienza.

Il curatore Carl Walsh ha studiato a fondo la statuetta deducendo che si tratti di un falso.

Innanzitutto, il materiale (vetro) è molto insolito: statuette simili furono realizzate in faïence o pietra, ma non in vetro, nel corso dell’intera storia egizia. Il vetro era una tecnologia relativamente recente, utilizzata a partire dal Nuovo Regno (1550-1069 a.C) per produrre piccoli oggetti di lusso.

La statuetta mostra inoltre tecniche di lavorazione moderne. Si nota che è stata realizzata da uno stampo composto da due metà (tecnica mai riscontrata nell’Antico Egitto) e che il vetro è stato sottoposto ad un raffreddamento repentino (anche questa tecnica mai utilizzata).

La riga obliqua che si nota a partire dalle zampe verso il dorso, è il segno del doppio stampo

La fattura dell’oggetto devia dai canoni dell’arte egizia: la vacca è piuttosto tozza e non presenta le proporzioni corrette, né gli occhi stilizzati, né le corna sottili e curve che si riscontrano nelle rappresentazioni di Hathor. La figura del sovrano è abbozzata e non presenta i simboli regali.

Inoltre, rappresentazioni di Hathor che allatta il sovrano sono molto rare e non esistono statuette del genere, il che è comprensibile dato che si trattava di immagini regali che erano custodite in luoghi sacri all’interno dei templi.

Afferma Carl Walsh :

Nonostante sia stata riconosciuta come falsa, la statuetta resta in esposizione e le motivazioni per questa scelta sono, a mio parere, interessanti e meritano di essere condivise perché offrono spunti di riflessione:

https://www.barnesfoundation.org/…/research-notes…