Capo degli Amministratori, Amministratore nella Casa di Ramses II
El-Khokha
XIX dinastia (Ramses II ?)
versante est; a sud della TT48 e a nord della TT32
Biografia
Paser, Sindaco della Città del Sud (Tebe, fu suo padre, Tuia sua madre; Bekmut fu sua moglie. Hunefer fu suo fratello, anch’egli Sindaco della Città del Sud e Amministratore nel tempio di Amenhotep I, marito di Inihy e probabile titolare della TT385[5]. Altro fratello, pure citato nelle rappresentazioni parietali, è Paheripezet[6].
La tomba
L’interno della TT183, Da: Kampp, F. (1996): Die Thebanische Nekropole. Zum Wandel des Grabgedankens von der XVIII. bis zur XX. Dynastie. Verlag Philipp Von Zabern. Mainz y Rhein
TT183 si sviluppa con planimetria a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo; l’accesso avviene da un cortile in cui sono rappresentati (1 in planimetria[7]) un re (non identificato), Henefer (2), il defunto purificato da preti (3), quattro statue del defunto (4-5-6-7). Un corridoio, sulle cui pareti (8) sono rappresentati il defunto e il padre dinanzi a Ra-Horakhti e Maat, sulla sinistra, e il defunto e Honefer dinanzi a Osiride e Iside, sulla destra, immette in una sala trasversale. Sulle pareti: scene molto danneggiate di rituali (9) e sul lato corto occidentale (10), anche queste molto danneggiate, stele con doppia scena del defunto che, sotto un inno a Osiride (?), adora il simbolo di Nefertum (?) con testi che riguardano il padre e Honefer e un pilastro Djed innalzato dal defunto.
Scene agricole della TT183. Da: The Ramesside Period in Egypt: Studies into Cultural and Historical Processes of the 19th and 20th Dynasties. Edited by Sabine Kubisch and Ute Rummel. Sonderschrift des Deutsches Archäologischen Instituts Abteilung Kairo (SDAIK) 41, 2018
Poco oltre (11) scene rituali e su tre registri sovrapposti (14) riti sulla mummia, brani dal Libro delle Porte e il defunto che offre al fratello Honefer e a sua moglie; sul lato corto orientale (13), su una stele, il defunto adora Osiride; seguono (12) scene di riti sulla mummia, brani e scene dal Libro delle Porte e il defunto, con il fratello Paheripezet e la madre, seduti con altri parenti.
Un corridoio, preceduto da statue del defunto e sulle cui pareti (15) sono rappresentati il defunto e la moglie in adorazione con testi danneggiati, immette in una sala perpendicolare alla precedente.
Sulle pareti: il defunto (16) rivolto verso l’ingresso; (17) sei scene del Libro delle Porte, il defunto e la moglie ricevono offertorio da preti; poco oltre, scene di psicostasia con Thot e Maat che trascrivono i risultati della pesatura in presenza del mostro Ammit; il defunto presentato a Osiride da Thot e, successivamente Horus che lo presenta a Osiride, Iside e Nephtys. Sulla parete opposta (18), in due scene su due registri sovrapposti, la processione funeraria con la madre del defunto e altre donne della famiglia, il sarcofago trainato e la mummia posta su una barca; Horusche presenta il defunto a Osiride, Iside e Nephtys.
Mattone con iscrizione dalla TT183 (“l’Osiride, amministratore Nebsumenu, giustificato in Tebe”)
Un secondo corridoio, sulle pareti del quale (19) sono rappresentati il defunto e la moglie in adorazione, seguiti dal ba, dà accesso ad una seconda sala in prosecuzione della precedente sulle cui pareti: su due registri (20) due scene dal Libro delle Porte con il defunto che offre libagioni a Thot e Maat e scene di offertorio; sulla parete opposta (21) su due registri, il defunto dinanzi a Osiride e il defunto che offre libagioni alla dea dell’Occidente (Mertseger). Sul fondo, in una nicchia (22) dipinti di Osiride e di un’altra divinità[8].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 32
Porter e Moss 1927, p. 279.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
Gardiner e Weigall 1913, p. 33
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] Hunefer, titolare della TT385 reca infatti il titolo di Sindaco della Città del Sud, e quello di Supervisore ai granai delle offerte divine di Amon.
Unica notizia ricavabile, il nome della moglie del titolare: Sit-Dhout[6].
La tomba
L’ingresso della TT182. Foto Alexander Ilin-Tomich
Un’unica sala sulle cui pareti sono ancora visibili, su due registri, il defunto e la moglie che ricevono collane da una fanciulla in presenza di ospiti e musici (arpista e suonatore di nacchere); portatori di offerte con buoi, vitelli, uccelli e pesci[7].
La scena sopravvissuta della TT182 con gli omaggi al defunto e alla moglie. Foto Alexander Ilin-Tomich
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 32
Porter e Moss 1927, p. 279.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
Gardiner e Weigall 1913, p. 33
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] Con il termine omdeh si indica, in Egitto, il capo-villaggio.
Nebamon: Capo degli Scultori del Signore delle Due Terre; Ipuki: Scultore del Signore delle Due Terre
El-Khokha
XVIII dinastia(?)
versante sud-est della collina, in basso; a nord-ovest della casa dell’Omdeh[5]
Biografia
Pur trattandosi, di fatto, di scultori e, quindi, di artigiani per l’epoca, dovettero occupare un posto di prestigio nella gerarchia di Corte tanto da meritare la sepoltura nei pressi di Deir el-Bahari. Gli studiosi si sono posti il quesito del perché i due abbiano condiviso una stessa sepoltura giacché una tale usanza non era usuale e deve perciò ritenersi del tutto eccezionale[6]; che non esistesse rapporto di parentela tra i due è dimostrato dalla presenza, sulle pareti, dei relativi genitori. Unico legame apparente la presenza di Henutnefert che alcuni[7] ipotizzano essere stata la moglie prima di Ipuki e poi di Nebamon[8][9]
Nebamon
Nebamon, frammento della TT181 ora al Louvre. Fonte: osirisnet.net
I genitori di Nebamon furono Neferhet, a sua volta Scultore del Luogo della Verità[10] e Thepu. Nebamon nella sepoltura annovera i titoli di:
Supervisore del Luogo […] non è specificato di quale luogo si tratti;
Supervisore del dipartimento segreto di Herihermeru[12];
Capo degli scultori del Signore delle Due Terre[13];
Capo scultore del Sacro luogo;
Supervisore dei bilanci del re nel Sacro Luogo.
Thepu, la moglie di Nebamon. Fonte: osirisnet.net
Ipuki
I genitori di Ipuki furono Senennuter che, come Nebamon, ricopriva l’incarico di Supervisore del dipartimento segreto di Herihermeru, e Netermosi. Titoli di cui si fregiava Ipuki erano:
Supervisore (ma non è specificato l’ambito o di quale attività);
Supervisore del Sacro Luogo;
Supervisore del bilancio del Signore delle Due Terre;
Capo scultore del Sacro luogo.
Henutneferet
Fu sicuramente la moglie di Ipuki, meno chiaro il legame con Nebamon[14] del quale potrebbe essere stata sorella, o cognata, o vera e propria moglie[15][16]. L’ipotesi più accreditata[17] è che, qualunque fosse il rapporto tra i tre, Ipuki, Nebamon e Henutneferet, sia stata quest’ultima a predisporre le sepolture, anche in tempi diversi, e a decidere per la unificazione della tomba dei due uomini.
Hetutneferet, moglie di Ipuki. Fonte: osirisnet.net
La tomba
Nel 1889 Gaston Maspero autorizzò padre Jean Vincent Scheill[18] a riprodurre un “sommario delle scene” contenute nella TT181 da cui Georges Legrain ricavò tavole a colori dei dipinti e rilievi all’epoca ancora ben leggibili. Successivamente, nel 1910-1911, Norman de Garis Davies ritrovò la tomba, la cui ubicazione era nel frattempo andata perduta, e a sua volta eseguì rilievi e copie delle pitture parietali[19] non lesinando critiche agli esploratori precedenti per i danni nel frattempo intervenuti e per la conseguente perdita di molte, importanti, informazioni.
A suo tempo, i lavori della tomba, che è perciò incompleta, vennero improvvisamente interrotti; non si tratta di un caso isolato, ma in questo caso si ritiene che la causa principale sia dovuta al passaggio di regno tra Amenhotep III e suo figlio Amenhotep IV/Akhenaton, e al conseguente trasferimento ad Akhetaton, ovvero lontano da Tebe, degli artigiani e degli artisti che avrebbero dovuto provvedere alla realizzazione delel tombe reali della nuova capitale voluta da Akhenaton. TT181, inoltre, è stata nei millenni una delle tombe più saccheggiate dell’area e le sue condizioni sono certamente pietose.
Un esempio del saccheggio dei rilievi anche in tempi moderni, con il confronto tra foto del 1919 ed il 1980. Fonte: osirisnet.net
TT181, davanti alla quale si apre un piccolo cortile quasi quadrato cui si accedeva mediante una rampa fiancheggiata da due scale, venne scavata sul versante della collina in roccia davvero povera; planimetricamente si presenta a “T” rovesciata, come tipico delle sepolture del periodo; si tratta, nel complesso, di una tomba molto piccola[20] assolutamente non rifinita tanto che le pareti non vennero lisciate e ognuna presenta una diversa inclinazione.
L’ingresso della TT181. Fonte: osirisnet.net
Vennero coperte da uno spesso strato di fango e paglia rivestito di calce e non, come era solito, di stucco; le pitture vennero applicate direttamente su tale strato. La decorazione è del tutto simile a quelle di altre tombe (TT52, TT38, TT139, TT75 TT120 ed altre)[21]; precedentemente ai danni del tempo e delle inondazioni, inoltre, la decorazione dovette sottostare alla iconoclastia del periodo atoniano con cancellazione dei nomi non solo di Amon, ma anche della dea Mut, e la soppressione del plurale della parola “dio”.
Come detto, TT181 è costituita da un corridoio che immette in una sala trasversale, non ortogonale al corridoio di accesso; un secondo corridoio adduce ad una sala perpendicolare alla prima in cui si apre, sulla parete ovest, una sala di forma irregolare. Nel corridoio di accesso Ipuki (?) e la moglie lasciano la tomba e inni sacri; uomini che recano cibi e, sulla parete opposta, Ipuki con accompagnatori che rientra nella tomba dal tempio mentre preti offrono libagioni alla sua persona.
Ricostruzione della scena di libaglioni da parte di Nebamon e Thepu. Fonte: osirisnet.net
Nella sala trasversale, Nebamon e la madre offrono incenso e altre offerte; cantanti ciechi che intonano un inno ad Amon e portatori di offerte. Poco oltre la moglie di Nebamon (?) in offertorio dinanzi al marito, alla madre e a una piccola fanciulla; su tre registri sovrapposti scene di banchetto, parenti dinanzi a Ipuki e sua moglie in presenza di un prete wab[22]. Su quattro registri, la processione funeraria con il trasporto di suppellettili funebri, scatole e cibi, nonché barche con dolenti; poco oltre resti di scene della processione funeraria con portatori di offerte o dolenti verso la dea dell’Occidente (Mertseger); Nebamon e Ipuki dinanzi a Osiride e Iside; servitori con ceste di cibo, prefiche e preti che officiano dinanzi alla mummie con mazzi di fiori.
Prefiche piangenti nella TT181. Fonte: osirisnet.net
In due scene, Nebamon adora Amenhotep I e la regina Ahmose Nefertari, mentre Ipuki e la moglie adorano Hathor in veste di vacca sacra.
Ahmose-Nefertari, frammento della TT181 ora ad Hannover. Fonte: osirisnet.net
Il defunto (?) ispeziona i laboratori dei carpentieri, della pesatura dell’oro, degli orafi, dei gioiellieri, dei fabbri e dei vasai. Su altra parete, Ipuki adora Osiride e i Figli di Horo mentre recita la Confessione negativa; poco oltre Nebamon dinanzi ai suoi genitori e Ipuki dinanzi ai suoi mentre reca mazzi di fiori. Su due registri, molto danneggiati, un uomo in offertorio a Nebamon e alla madre e un figlio, con altri parenti, che offrono mazzi di fiori a Ipuki e sua moglie.
La pesatura dell’ro. Fonte: osirisnet.net
Nebamon controlla il lavoro degli orafi. Fonte: osirisnet.net
Nella sala perpendicolare alla precedente, scene non ultimate di banchetto con il defunto e la moglie (non è precisato se si tratti di Nebamon o Ipuki) seduti mentre una fanciulla offre loro cibi in presenza di un liutista cieco e un suonatore di nacchere[23].
La celebrazione dei riti funebri davanti ai due sarcofagi di Ipuki e Nebamon
La tomba prevede due distinti pozzi per accedere alla parte ipogea (forse uno per ciascun defunto): uno si apre in prossimità dell’ingresso, nel cortile (angolo nord-ovest), e l’altro in un annesso alla sala longitudinale. L’appartamento funebre sotterraneo è tuttavia unico e molto basso[24].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Porter e Moss 1927, p. 286.
Porter e Moss 1927, p. 286.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
Gardiner e Weigall 1913, p. 31
Davies 1925.
Mekhitarian 1997.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] Con il termine omdeh si indica, in Egitto, il capo-villaggio.
[8] Altri ipotizzano invece che Henutnefert sia stata la moglie di Ipuki e la sorella di Nebamon, ma il termine egizio snt-f viene tradotto sia come “sorella” che come “moglie” e questo ingenera spesso impossibilità di qualificare il personaggio. Tale seconda ipotesi, pure presa in considerazione e scartata da Davies, è oggi, alla luce del contesto e delle traduzioni nel frattempo intervenute, quella più accreditata.
[10] Set-Maat = “Luogo della Verità” (ma anche Djeseret-Iset) era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.
[11] Il kep venne istituito presso la Corte da Thutmosi III ed era una sorta di accademia che riuniva i figli regali, con quelli dei funzionari di palazzo più stretti, con i figli dei re vassalli che venivano trattenuti alla Corte egizia, vuoi come ostaggi, per garantirsi la lealtà dei regali genitori, vuoi per educarli facendo aumentare, in quelli che sarebbero divenuti i re del domani, il sentimento di lealtà nei confronti della corte faraonica. In questo caso il titolo sta ad indicare comunque il figlio di un personaggio influente a Corte, o comunque meritevole dell’onore di essere educato alla stregua di un principe. E’ interessante notare che Ipuki non potrà vantare tale titolo con ciò stabilendo una sorta di gerarchia tra i due.
[12] Si tratta forse di un titolo sacerdotale, ma non ne è nota la portata, né il luogo menzionato.
[13] Letteralmente: portatore del cesello degli scultori.
[15] Il termine hemet, che indicava sicuramente la moglie, cadde in disuso durante la XVIII dinastia venendo sostituito dal generico “senet” traducibile con “moglie”, ma anche con “sorella”.
[20] Dall’ingresso alla parete di fondo della stanza longitudinale non raggiunge gli 8 m, mentre la sala trasversale misura circa 4,80 m per poco più di 1 m di larghezza; entrambi i locali hanno un’altezza che varia da 1,60 a circa 2m.
[22] I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.
Provenienza sconosciuta Legno stuccato e dipinto con tracce di doratura. Altezza 42 cm Roemer-und Pelizaeus-Museum, Hildesheim
Anubi era una delle divinità più antiche legate alla necropoli e alla mummificazione, e si manifestava in forma di sciacallo o di uomo con la testa di sciacallo.
L’iconografia delle rappresentazioni semi-zoomorfe non differisce molto da quella di immagini di persone o di divinità con sembianze umane.
Si tratta di varianti dell’iconografia di un dio il cui significato religioso è identico a quello delle forme zoomorfe.
La testa di sciacallo sembra una maschera, unita al capo umano senza stacchi grazie ai lembi di una parrucca tripartita che scendono sul petto.
Nell’ Età Tolemaica le figure di Anubi, Iside e Nefti facevano parte del corredo funerario ; Anubi come responsabile dell’imbalsamazione del corpo, Iside e Nefti come prefiche.
Il motivo sulla base di questa statuetta rappresenta, forse, una serie di nicchie, “facciata di palazzo”, che compare spesso come decorazione delle sovrastrutture delle tombe, oltre a essere usato come zoccoli bei sepolcri.
Fonte
Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon
Provenienza sconosciuta Legno stuccato e dipinto, Altezza 60,5 cm Museo del Louvre, Parigi
Nella mitologia egizia, Iside era la sposa di Osiride e la madre di Horus.
Statue lignee della dea sono state rinvenute, anche se raramente, in tombe dell’ Età Tolemaica.
Questa statuetta solleva le braccia in un gesto di cordoglio.
Gli egizi sapevano come rendere immediatamente identificabili figure che non possedevano segni distintivi.
Iside era semplicemente raffigurata come figura femminile, per individualizzarla l’artista utilizzò il geroglifico del suo nome come copricapo: una sedia, (set perché la forma egizia di Iside era simile a Eset, che aveva assonanza con la forma egizia, aset, del nome della dea).
Il fregio ornamentale sulla base della statua è formato dai geroglifici per vita, ankh, e dominio usa.
Fonte: Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon
Una sorta di “autoritratto” di Denon intento a disegnare tra le sabbie
Quando è partito per la campagna d’Egitto, Napoleone non sapeva che l’unico successo della sua spedizione sarebbe stato legato proprio a quei 154 scienziati imbarcati con le sue truppe. Non che la loro vita sulle sponde del Nilo sia stata facile, tutt’altro. Prima abbandonati a loro stessi dalle truppe francesi tra caldo opprimente, difficoltà di comunicazione con gli egiziani ed inevitabili scontri – anche armati – con i mamelucchi in rotta dopo la sconfitta a Giza. Poi le incomprensioni culturali: le divise degli scienziati sono verdi, un colore riservato ai discendenti di Maometto per i musulmani, e agli egiziani, che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena, non può importare di meno degli esperimenti e delle ricerche dei francesi. Dopo la sconfitta di Abukir, anche gli scontri con gli inglesi peggiorano la situazione: quattro scienziati francesi muoiono nell’ottobre 1798 proprio in uno scontro a fuoco in cui vengono distrutte molte delle apparecchiature scientifiche scampate al naufragio della Patriote.
Nicolas-Jacques Conté, l’inventore francese che permise la spedizione scientifica in Egitto dopo l’affondamento della Patriote e la distruzione delle attrezzature da parte degli inglesi ad Abukir. Qui è ritratto dopo l’incidente in laboratorio che gli costò l’occhio sinistro nel 1784
Conté salva il futuro della spedizione con la sua capacità inventiva e ricostruendo sul luogo molte di queste apparecchiature. Possono rimettersi al lavoro ingegneri, naturalisti e fisici.
Ed anche un disegnatore.
È Dominique Vivant Denon, un ex-aristocratico (un barone, nientemeno) che, privato dalla Rivoluzione del titolo e di tutti i suoi beni, si è dovuto reinventare disegnatore per campare. Nella sua vita aristocratica aveva infatti scoperto di saper disegnare molto bene; un suo ritratto di Voltaire aveva fatto arrabbiare non poco lo scrittore-filosofo per il suo realismo. Anche durante i suoi viaggi in Italia come diplomatico si era dilettato in numerosi ritratti, sempre molto espressivi, tanto da essere eletto membro dell’Accademia delle Belle Arti a Venezia, dove si era rifugiato dopo la Rivoluzione.
È bravo, Denon; David, il pittore della Rivoluzione, lo presenta a Napoleone, che lo salva dalla ghigliottina e lo aggrega alla spedizione in Egitto.
Denon sa ben poco dell’Egitto, praticamente nulla, ma è curioso e disegna instancabilmente. Arriva fino ad Assuan riempiendo innumerevoli taccuini di disegni. Ad Elefantina disegna la cappella di Amenofi III e la salva dall’oblio, perché verrà demolita pochi anni dopo. Pubblica il suo “Voyage dans l’Haute et Basse Égypte” nel 1802 ed il successo delle sue 141 incisioni a corredo è talmente clamoroso (ben 40 edizioni solo nel XIX secolo) che vengono trovati fondi e supporto per un’opera monumentale, la “Description de l’Egypte”, 23 volumi pubblicati a partire dal 1809 in cui verrà raccolta buona parte del lavoro svolto dalla spedizione scientifica in Egitto.
Il frontespizio della prima edizione del “Voyage dans l’Haute et Basse Égypte” del 1802
NOTA: se volete curiosare l’opera di Denon, le sue incisioni del “Voyage dans l’Haute et Basse Égypte” sono disponibili in rete qui (magie di internet…): https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b53207750w
La Piana di Giza, disegno originale della “Description de l’Egypte”. Incredibile la resa della prospettiva aerea, considerando che non risultano sorvoli in mongolfiera della zona all’epoca
Il tempio di Philae, colorato a mano in una edizione della “Description de l’Egypte”
E la Sfinge è lì, in diversi disegni. Diventa un simbolo. Una ricchezza sepolta dalla sabbia. Tirarla fuori, esporla, ammirarla, salvarla come innumerevoli altri capolavori in Egitto. Mentre l’egittomania dilaga, ci proveranno in tanti, novelli Thutmosis, a togliere la sabbia e liberare il leone…
La Sfinge di Denon. Finalmente un ritratto degno di questo nome.
In questo secondo ritratto della Sfinge un esploratore esce dalla cavità sulla testa della Sfinge, successivamente chiusa maldestramente con una colata di cemento. Si ritrovano però qui le sembianze negroidi di Volnay
La Cappella di Amenhotep III a Elefantina, “salvata” da Denon. Furono in tutto 7 gli edifici eternati dal disegnatore francese ed in seguito distrutti.
L’eredità di Denon
Rientrato in patria, Denon sarà il primo direttore del Museo Centrale delle Arti, diventato poi Museo Napoleone, infine Museo del Louvre. Accoglierà le opere trafugate da Napoleone in tutta Europa, creando in dieci anni uno dei musei più importanti al mondo – da cui però dovette dimettersi dopo Waterloo.
Denon ritratto al Louvre nella sua impresa di catalogare tutte le opere trafugate da Napoleone
A Denon – e ai suoi colleghi, nonché a Napoleone – tutti noi appassionati di egittologia dobbiamo essere eternamente grati. Grazie alla loro opera scoppiò in Europa una Egitto-mania che non si è mai spenta. È vero, c’era stata un’altra Egitto-mania ai tempi di Cesare e dell’Impero Romano – che però si era limitata ad essere per lo più una moda, un trafugamento di statue, monumenti ed oggetti artistici all’inseguimento imperiale della grandiosità faraonica – interrotta dall’avvento del cristianesimo che iniziò a pretendere un’egemonia culturale non ancora sopita.
E tutto questo avvenne nonostante i disegni di Denon & C. fossero “muti”, i simboli disegnati non avessero voce. Doveva passare ancora un po’ di tempo prima che un altro francese, un colpevole di alto tradimento della Patria ma con un talento linguistico eccezionale, desse voce a quei simboli. E successe anche con l’aiuto della “Description de l’Egypte”.
Dominique Vivant, Barone di Denon, all’opera nei suoi ritratti. Grazie, Barone di Denon, per esserti reinventato artista ed aver acceso una luce.
Provenienza sconosciuta Altezza 40 cm Musée du Louvre, Département des Antiquités égyptiennes, N 3284 –
Il Libro delle Respirazione di Usirur, sacerdote di Amon,
Questo rotolo di papiro contiene una delle ultime “Guide dell’Aldilà”, i testi che si ritenevano utili al defunto nella vita ultraterrena.
Musée du Louvre, Département des Antiquités égyptiennes, N 3284 –
Detto “Libro delle respirazione”, riguarda la nuova esistenza e le percezioni sensoriali del defunto, ossia respiro, vista, udito ecc.., inoltre affronta altre questioni fonda per l’aldilà, come superare il giudizio ( nell’illustrazione).
La pesatura del cuore è un tema frequente nelle tombe e su vari oggetti del corredo funerario a partire dal 1500 a. C.
Musée du Louvre, Département des Antiquités égyptiennes, N 3284
Gli artisti egizi erano i grado di trasporre in forma visuale anche concetti estremamente astratti.
Man mano che l’immaginario oltremondano diveniva sempre più complesso, le regole per accedere all’aldilà divenivano sempre più rigide ed esclusive.
Per entrare nel regno dei morti, il defunto dichiarava di non aver mai commesso del male in vita; la sua dichiarazione veniva verificata da giudici.
Il cuore, l’organo preposto al pensiero. , veniva perciò pesato con una piuma per contrappeso, che simboleggia la verità.
Il dio Thot registrava il risultato.
L’intera procedura era presieduta dal Dio Osiride, qui accompagnato dalla dea Iside.
Nella parte sinistra Usirur brucia incenso davanti alla dea Hathor, in forma di vacca.
Musée du Louvre, Département des Antiquités égyptiennes, N 3284 –
Fonte: Egitto, 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaion
Da Abido Lino – Altezza 45,7 cm British Museum of Art, Londra
Il gatto, l’animale sacro alla dea Bastet era molto amato in Egitto.
I templi dedicati alla dea in varie zone del paese avevano grandi allevamenti di gatti, e quando gli animali morivano venivano sottoposti a una semplice mummificazione e seppelliti in catacombe comuni.
Le mummie di gatto, in sé piuttosto toccanti, sono spesso abbellire dal motivo geometrico formato dalle bende utilizzate per la mummificatione.
La testa dell’animale è l’unica parte trattata separatamente, e veniva modellate in lino o coperta con una maschera Im legno o bronzo.
Fonte e fotografia
Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon
Epoca Tolemaica Terracotta, Altezza cm14 Menfi Museo Egizio del Cairo – JE 44160.
Uno studio recente ha dimostrato che la produzione di vasellame in terracotta decorato a stampo, che si credeva caratteristica dei primi secoli della nostra era, è in realtà attestato già a partire dall’epoca Tolemaica.
I reperti, solitamente di piccole dimensioni, sono ornati da motivi di ispirazione mista greca -egiziana.
Questo esemplare reca al centro un fregio che alterna delle figure di Arpocrate a colonne scanalate con capitelli lotoformi.
La parte inferiore del vaso è decorata da alcune foglie disposte a calice, mentre sulla parte superiore compaiono motivi geometrici e floreali stilizzati.
Fonte e fotografie
I Tesori dell”Antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star
Provenienza sconosciuta, forse Menfi Diorite, Altezza 41,4 cm Brooklyn Museum of Art, New York
Le statue realizzate per le tombe divennero molto rare, e alcune tipologie, soprattutto quella seduta, praticamente scomparvero.
La collocazione delle statue nei templi spinse alla realizzazione di statue più grandi.
Questa testa è nota come ” Testa nera di Brooklyn”, ed è un’opera di tradizione egizia, come dimostrano i resti della sommità trapeziodale del pilastro dorsale.
I capelli ricci, sconosciuti nella statuaria faraonica, fanno pensare a una datazione all’età Tolemaica o a un’influenza ellenistica.
Il volto è realistico, ma senza difetti, e quindi allo stesso idealizzato.
Fonte: Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon